Dal 1496, la contea di Policastro nel Viceregno spagnolo ed i Carafa della Spina

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla Contea di Policastro divenuta tale nel 1496, in seguito alla ‘Congiura dei Baroni’ e la caduta dei Petrucci, Conti di Policastro e, con l’acquisto fatto da Giovanni Carafa della Spina.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

Nel 2 gennaio 1476, il Breve di papa Sisto IV che autorizza la vendita del feudo di Rofrano

Di Rofrano ci parla anche il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, nel cap. VIII: “Nella Valle di Diano”, Parte III, a p. 577, ma del monastero di San Pietro al Tamusso scrive poco o niente. Ci parla del Monastero dei Cappuccini. L’Antonini (…), nel suo cap. VIII, parte II, a pp. 388-389 accenna al monastero parlando di Rofrano ed in proposito scriveva che: “Continuarono i PP. a governar la terra nel temporale, e nello spirituale fino all’anno MCDLXXVI. Allora col Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio la venderono al Conte di Borrello N. Arcamone, ma per N. Petrucci suo cognato Conte di Policastro, e questo ne fece prender possesso da un Commessario di Re Ferrante. Non ostante la vendita fatta vi restarono i Monaci, al Monastero per aver cura dello spirituale del luogo, e delle grancie dipendenti: ma il Petrucci (che poi fu decapitato come ribelle a 13 Novembre 1480.) malmenando per tutte le vie i Monaci, obligolli finalmente a partirsene, il Monistero, e sue rendite abbandonando. Quindi egli ridusse il Monistero in propria abitazione, ed usurpò anche il diritto della spiritualità, mettendovi un Prete, che l’esercitasse, siccome in appresso fecero i Baroni susseguenti, fino all’anno MDLVI. Passata la terra con Cannalonga, e Lauriana in dominio di Gio: Battista Farao, la spiritualità fu data al Vescovo di Capaccio col Breve di Gregorio XIII. nel MDLXXXIII. facendo immune il Clero da ogni tassa, imposizione, o sussidio, ch’imponer volessero i futuri Vescovi..

Antonini, cap. VIII, p. 389 su Rofrano

Tuttavia devo precisare che alcune notizie riportate dall’Antonini sull’argomento sono errate come ad esempio la data di acquisto da parte di Arcamone del Feudo di Rofrano che egli riporta  ottobre 1476.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 144 scriveva che: “E’ notizia che re Ferrante vendette nel 1472 a Giovan Paolo del Giudice (6) Gioi e Novi, ma nel 1476 Gioi fu venduta dal re al suo primo ministro Antonello de Petruciis. Questo, già nel 1455 aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro, acquistata per 12.000 ducati. Alla contea associò il figlio Giovanni Antonio. Antonello, nominato dal re amministratore regio di Novi, lo comprò con Mandia. L’acquisto è confermato da una notizia nel prezioso ‘Cedolario di tesoreria (7), dal quale risulta che Antonello preferì il pagamento rateale della somma di “seimila ducati”. Così anche Gioi, Novi e Mandia entrarono a far parte della contea di Policastro.”. Sappiamo che dopo la Congiura dei Baroni la vasta contea di Policastro appartenuta ad Antonello Petrucci andò alla famiglia Carafa. Infatti, Ebner riferendosi alla contea di Policastro scriveva che: “Nel 1564, Giovan Battista Carafa, conte di Policastro, vendette, senza patto di riacquisto il villaggio di Mandia con tutti i diritti ecc… e miste di Rodio a Giovan Battista Mottola (notar Pellegrino Fasolino di Napoli, 24 marzo 1564).”.

Nel 1480, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano fece compilare una Platea dei beni o il catasto dei suoi beni nel Cilento

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo (1480) l’abbazia fece compilare il catasto dei suoi beni nel Cilento.”.

Nel 1483, Policastro è ai “Carrafa”

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491. Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina.”.

Nel 1° maggio 1485 nasce ROBERTO II SANSEVERINO (detto “Ferrante”), erede di Antonello Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Antonello…..vi fu sorpreso dalla morte nel 26 febbraio 1499 dalla morte lasciando dal suo matrimonio con Costanza d’Urbino un unico figliuolo natogli nel 1° maggio 1485 e si chiamò Roberto II Sanseverino. VII. Dopo aspre contese tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico per il reame di Napoli, gli spaguoli sotto il comando di Consalvo il gran capitano si impadronirono di Napoli e del regno nel gennaio del 1504, nel quale anno morì in Francia il re Federigo, terminando così con lui la dinastia aragonese. Ecc…In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando.”.

Nel 1486, GUGLIELMO III SANSEVERINO, partecipa ad una commissione istituita dal re dopo la ‘Congiura dei Baroni’ per punire i congiurati e la confisca dei beni

Riguardo Guglielmo di Sanseverino, ha scritto Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a pp. 157-160 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “Il re nominò una commissione per giudicarli ed in essa Guglielmo Sanseverino conte di Capaccio, il solo della famiglia rimastogli costantemente devoto.”. Dunque, dal Mazziotti (…), che scriveva anche sulla scorta di Camillo Porzio (…) sappiamo che re Ferdinando dopo aver condannato a morte i congiurati istituì una Commissione feudale di cui fece parte il Conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino che gli era rimasto fedele.

Nel 4 novembre 1486, la Sentenza di Condanna ai congiurati della ‘Congiura dei Baroni’

Riguardo Guglielmo di Sanseverino ha scritto Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a pp. 157-160 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “Nel dì 4 novembre dello stesso anno (1486) venne letta agli imputati la sentenza di condanna ecc…”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”.

Nel 13 agosto 1486, ANIELLO ARCAMONE venne arrestato ed il feudo di Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11), cui seguì il figlio Antonio Domini Roberti.”. L’Ebner a p. 433 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Quinter. 8, f 27.”.

I Caraffa della Spina

I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: CARAFA. – Questa famiglia, ch’ebbe dei momenti di grande splendore e potenza, è un ramo dei Caracciolo. Ne fu capostipite Gregorio Caracciolo, detto Carafa (perché concessionario, forse, della gabella sul vino, chiamata “campione della carafa”), che visse nella prima metà del sec. XII. I C. acquistarono importanza al tempo di Bartolomeo III (pronipote, per figlio, di Bartolomeo I, secondogenito di Gregorio): per re Roberto, egli fu giustiziere in Terra di Bari nel 1309 e nel 1324; in Terra di Lavoro nel 1327; in Basilicata nel 1333; compì anche delle missioni in Roma e in Ungheria. Nella capitale fu uno degli “eletti” del seggio di Nilo nel 1331, e membro del “buon governo” nel 1350, dopo la cacciata degli Ungheresi. Le ricchezze da lui accumulate passarono ai successori, tra cui sono assai notevoli Nicola, ciambellano di Carlo III e di Ladislao; e Giacomo, figlio di lui, valentissimo capitano del medesimo re Ladislao. Questo ramo, detto “della Spina” a cagione dello stemma, attraversato da un ramoscello spinoso, diede origine alle case, ricche a dismisura, dei conti di Policastro, e dei principi di Roccella. Il titolo principesco fu concesso il 24 maggio 1594 a Fabrizio I, signore di molti feudi in Calabria e altrove, che si segnalò per il valore, dimostrato nello stesso anno, difendendo Roccella contro il rinnegato Hassan Cigala, ma che si acquistò trista rinomanza per la sua persecuzione contro il Campanella. Degni di essere ricordati sono pure Carlo, quarto principe, che nel 1676 fu capitano generale in Sicilia; uno zio di lui, Girolamo, che riportò, con le navi di Malta, una vittoria navale nei Dardanelli contro i Turchi, anche nel 1676, e che fu eletto Gran Maestro dell’Ordine di Malta nel 1680. Ultime rappresentanti della casa furono due figlie del settimo principe: Giulia, andata sposa al duca di Cassano, e Mariantonia, principessa di Montemiletto. Esse, per gli aiuti dati alla repubblica partenopea nel 1799, meritarono il nome di “madri della patria”, che scontarono poi con l’esilio. Giovanni (figlio del già ricordato Giacomo) ebbe in feudo Policastro col titolo di conte per aver serbata fedeltà al re Ferrandino, nella discesa di Carlo VIII. Fu ambasciatore di quel re in Venezia, e per Federico in Ungheria. La tradizione guerriera venne continuata da Giovanni (fratello di Ettore, nono conte di Policastro), che nel sec. XVII fu nominato generale feld-maresciallo dall’imperatore. Un matrimonio fuse insieme il sangue e le ricchezze dei Roccella e dei Policastro.

Lo stemma araldico dei Carafa della Spina

Carafa della Spina

(Fig….) Stemma araldico sul portale di Palazzo Carafa della Spina a Napoli

Lo stemma araldico della nobile famiglia napoletana dei Carafa ramo della Spina si rappresenta con uno scudo e tre fasce orizzonali di colore rosso e bianco attraversate trasversalmente da una spina. Lo scudo è affiancato da due Leoni rampanti che reggono un cerchio. Lo stemma araldico dei Carafa della Spina lo si ritrova sul portale d’ingresso del Palazzo gentilizio dei Carafa della Spina a Napoli, ma anche su una lapide marmorea posta all’interno della Chiesa di S. Croce a S. Marina che riporta la seguente iscrizione: “Hic iacet corpus domini Francisci Carafa, primogenitus domini Fabritii comitis Polichastrensi, aetatis suae annis XXIV”, lapide datata 1685. Sempre nella chiesa di S. Croce a S. Marina è stata rinvenuta un’altra lapide con emblema gentilizio, uno scudo triangolare in campo rosso attraversato da tre bande o fasce colorate colro argento ed una spina trasversale color nero. Un altro stemma araldico ai colori e simile ai primi due dei Carafa della Spina lo ritroviamo all’interno di un edificio a Capitello oggi sede di un Asilo gestito dalle suore Elisabettine. Un tempo l’edificio era il Palazzo Carafa a Capitello che un tempo aveva l’Ingresso dai giardini oggi posti in un giardino comunale lungo la SS. 18 che attraversa il lungomare di Capitello. Nel Palazzo Carafa di Capitello, oggi Asilo infantile, vi era una lapide del 1645 che un tempo fu asportata e murata sul portale di ingresso ai giardini. La lapide ricorda ed ammonisce “Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645.”.

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Ritroviamo lo stemma araldico dei Carafa anche su alcuni diplomi del secolo XVIII come quello che oggi è custodito dalla famiglia Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri. Infatti pare che la nobile famiglia napoletana dei Carafa si dividesse in due rami: i Carafa della Spina ed i Carafa dei Stadera. Si dicono Carafa della Spina quelli del predicato di Roccella, di Policastro e di Traetto; si dicono Carafa della Stadera quelli del predicato di Andria, di San Lorenzo, di Noja, e di Montecalvo. Grandi furono i meriti dei Carafa.

Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa

Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seuito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Infatti, nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Verso la fine del ‘400 il duca di Calabria (64) stabilì di visitare i casali del litorale cilentano, anche per rendersi conto dei bisogni delle locali popolazioni. Il I° ottobre 1487 partì da Salerno e, dopo aver visitato Eboli, Agropoli e Cilento (“Die Vj se partì da agropoli et anno a lo celento et stecte un di//Die Viiij se partì da lo celento et anno lorino”), deviò per Laurino e Diano, dove giunse il 9. Tornò poi ad Agropoli il 7 gennaio 1489 ripartendone l’8 per “rocca de celento”, da dove si avviò per Acquavella riposando nella casa dei signori di Sangro. Recatosi poi a Camerota proseguì per Policastro, dove fu ricevuto dal vescovo, il napoletano Gerolamo Almensa (1485-1493) suo confessore, dal clero e dal popolo. Ecc..”. Ebner, a p. 158, nella nota (64) postillava che: “(64) Effemeridi cit., sui ricevimenti ad Agropoli (etc…), ad Acquavella in casa del “Magnifico Gismondo de Sanguigno” (tutti i cavalli erano stati mandati a Casalicchio), a pisciotta e a Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”.

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(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194

Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Il manoscritto di Leostello Joampiero pubblicato da Gaetano Filangieri Principe di Satriano ed i viaggi nel Cilento del Duca Alfonso di Calabria

Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il L. accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il L. aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.

Nel 1 luglio 1490, GIOVANNI CARAFA diventa signore di Rofrano e Mannia

Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512. Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictus est Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”

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(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro

Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli.

Nel 13 marzo 1490, il feudo di ROFRANO a GIOVANNI CARAFA su concessione di Ferdinando II (Ferrantino) d’Aragona

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 433 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo l’arresto di Aniello Arcamone, in proposito scriveva che: “Il 14 marzo 1490 fu concesso (14) da re Ferdinando II a Giovanni Carrafa, conte di Policastro, il quale pur avendo versato perquest’ultimo feudo l’ammontare ne ebbe il privilegio solo più tardi. Ferdinando II (Ferrantino) aggiunse i feudi di Alfano e di Sansa (15), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Albarani’ registrati in ‘Quint.’, 55, f 221; Quint. 58, ff 62-72 e ‘Quint. 77, f 270.”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cfr. Diploma edito da Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 540 sgg. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: Confiscati dalla corte di Napoli i beni dell’Arcamone in seguito alla congiura dei Baroni, nel 1486, il feudo di Rofrano fu concesso, nel 1490 a Giovanni Carafa, conte di Policastro (104); per le angherie di costui i monaci “basiliani” furono costretti a lasciare il monastero di Rofrano, trasformato dal Carafa nella propria abitazione, e a trasferirsi nella vicina grangia di Montesano. Di qui sarebbero emigrati definitivamente al principio del secolo XVIII, allorchè Montesano fu venduta ai Certosini di Padula (105).”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (102) postillava che: “(102) Su Aniello Arcamone, coinvolto nella Congiura dei Baroni e perciò imprigionato nel 1486 (ma non messo a morte, come dice il Ronsini, op. cit., p. 20), cfr. R. Abbondanza s.v., ‘Arcamone, Aniello’, in ‘Dizionario biografico degli Italiani, III, Roma, 1961, pp. 738-739.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (103) postillava che: “(103) Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Su queste vicende cf. Ronsini, op. cit., pp. 20-21; Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, II, pp. 433-434.”. Questo scriveva Enrica Follieri (…), in merito all’Abbazia fino al suo trasferimento alla Grangia di Montesano e poi in seguito ai Certosini di Padula. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 433 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo l’arresto di Aniello Arcamone, in proposito scriveva che: “Nei “Notamenti” ai ‘Quint. si apprende poi ce Tiberio Domini Roberti nel 1540 vendette Rofrano a Giuliano Cesarino (12), cui successe (a. 1568) Giovan Giorgio e poi (1586) Giuliano, duca di Civitanova e marchese di Civita Lavinia (13). Il 14 marzo 1490 fu concesso (14) da re Ferdinando II a Giovanni Carrafa, conte di Policastro, il quale pur avendo versato perquest’ultimo feudo l’ammontare ne ebbe il privilegio solo più tardi. Ferdinando II (Ferrantino) aggiunse i feudi di Alfano e di Sansa (15), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Albarani’ registrati in ‘Quint.’, 55, f 221; Quint. 58, ff 62-72 e ‘Quint. 77, f 270.”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cfr. Diploma edito da Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 540 sgg.”.

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Nel 1491, ANDREA CARAFA della Spina, Conte di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”.

Nel 18 dicembre 1495, muore re Alfonso II d’Aragona che aveva abdicato in favore del figlio Ferdinando II (Ferrandino)

Dal 23 gennaio 1495, Ferdinando II d’Aragona meglio conosciuto come Ferrandino, re di Napoli

Ferdinando II d’Aragona, del ramo di Napoli, noto ai contemporanei soprattutto col nome di Ferrandino o anche – per distinguerlo dall’avo – come Ferrando minore o Fernando. (Napoli, 26 giugno 1467 – Napoli, 7 ottobre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 ottobre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferrante, titolare del trono di Gerusalemme.

Nel 23 gennaio 1495, re Alfonso II d’Aragona abdicò in favore del figlio Ferdinando II (‘Ferrantino’) d’Aragona

FERDINANDO II° (Ferrantino) d’Aragona, re di Napoli. – Nacque a Napoli il 26 giugno 1467 da Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, e da Ippolita Maria Sforza. Alla morte di Ferdinando I, il 25 genn. 1494, mentre il padre Alfonso salì al trono napoletano, Ferrandino assunse il titolo di duca di Calabria. Infine il 7 ottobre 1496 fu resa pubblica la notizia della morte di F., che fu sepolto, dopo solenni esequie, nella sagrestia di S. Domenico a Napoli. Non avendo eredi, gli successe lo zio Federico d’Aragona. Ferrandino morì precocemente all’età di 28 anni e gli successe il nipote Federico I. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Carlo VIII invase l’Italia nel settembre del 1494. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), il 23 gennaio 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, ovvero il 18 dicembre 1495.

Nel 15 agosto 1496, GUGLIELMO III SANSEVERINO, figlio di Americo, viene reintegrato nei sui possedimenti da re Ferrante II d’Aragona e diventa 3° Conte di Capaccio

Riguardo Guglielmo di Sanseverino, ha scritto Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a pp. 157-160 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “Il re nominò una commissione per giudicarli ed in essa Guglielmo Sanseverino conte di Capaccio, il solo della famiglia rimastogli costantemente devoto. Nel dì 4 novembre dello stesso anno (1486) venne letta agli imputati la sentenza di condanna ecc…”. Dunque, dal Mazziotti (…), che scriveva anche sulla scorta di Camillo Porzio (…), sappiamo che re Ferdinando dopo aver condannato a morte i congiurati istituì una Commissione feudale di cui fece parte il Conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino che gli era rimasto fedele. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: “….ai Sanseverino….ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Economia e Società nel Cilento Medievale‘, da p. 212 e s. pubblicava l’idedito privilegio con cui re Ferrante II° d’Aragona il 15 agosto 1496 concedeva all’ex ribelle della ‘Congiura dei Baroni’, Guglielmo (III) Sanseverino, il privilegio di essere reintegrato in tutti i suoi possedimenti e beni ereditati dal padre Americo. Ebner (…), a p. 220, in proposito ed i n calce al documento scriveva che: “La presente copia è stata estratta da una simile, dietro richiesta del signore Consigliere Distrettuale D. Francesco Marzocchi del di 3 corrente mese, senzza numero, da farne uso amministrativamente. Piaggine Soprane 8 giugno 1830. Per copia conforme: Il Cancelliere Nicola Caggiano = Visto del Sindaco Giacomo Vairo.”. Ebner poi nella sua nota (60) postillava che: “sexto. Die vero quino decimo mensis novembris, decima indictionis, post data non obstantibus gratiis et prerogativis ecc…Americus de Sancto Severino comes Caputatii presentem acceptavi et mea manu subscripsi. Nos Guglielmus de Sancto Severino comes Caputaii et Satriani confirmamus manu propria.”.

Nel 1496, la contea di Policastro, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 54, in proposito scriveva che: Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la Contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante documento, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 4 febbraio 1496, GIOVANNI CARAFA DELLA SPINA e la Contea di Policastro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a p. 493 parlando di Alfano, in proposito scriveva che: “Nel 1496 (4 febbraio, a. II di regno) re Ferrante II concesse “fidelidatem et amorem erga Nos statumque nostrum Magnifici Militis Joannes Carrafe Nobile Neapolitani” Policastro con S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre e Alfano (2), tal quale li aveva posseduti Antonello de petrutiis et Jo. Antonius eius filius ribelli”. Il Giustiniani, però, afferma che il feudo di Alfano era in possesso dei Sanseverino ai quali fu avocato al fisco e poi restituito da re Federico (3). Nel 1561 Muzio dal Verme denunziò la morte del padre che possedeva Alfano in feudo (4). Nel 1566 G. Battista Carrafa, conte di Policastro, rinunciò alla lite promossa contro di lui da Muzio dal Verme circa la giurisdizione criminale di Alfano (5).”. Ebner a p. 493, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Giustiniani (cit., I, Napoli, 1797, p. 103) legge nel ‘Quinter’, 1, f. 43 che re Ferrante II concesse a Giovanni Carrafa, oltre Policastro, anche S. Giovanni a Piro, Bozzi (ma Boschi, Bosco) Torre (non mise la virgola per cui lesse Turris Alfani). Ma v. nel mio ‘Economia e Società cit. I, p. 541 circa la concessione “Sancti Joanne ad Pirum et Boschi ac Turris et Alphani”.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 539 in proposito al diploma in questione scriveva che: “Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina. Il diploma che segue è appunto l’atto di concessione esistente nella Biblioteca del Senato della Repubblica (ms n. 96), che ho potuto fotografare e trascrivere per la squisita cortesia del consigliere parlamentare dr. William Mondorsi. Trattasi (v. ‘Catalogo’, vol. V, p. 462) di un fascicolo membranaceo (350 x 240) di ff 10 (ultimo bianco), di cui il primo è inquadrato in un ricco fregio miniato con figure di donne e stemma. In alto e al centro, la rappresentazione miniata del feudatario Giovanni  Carrafa della Spina che riveve l’omaggio di Policastro (uomo inginocchiato). A f 9 la firma autografa di re Ferdinando II. Il ms. è stato scritto da una sola mano con caratteri gotico piccolo sul v e r dei ff di pergamena. Come giustamente si osserva nel ‘Catalogo’, il documento è importante perchè da esso si può desumere “quale sia stato il governo di Policastro nel periodo della signoria dei Carafa“.

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona (re Ferrandino) concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I, titolare del trono di Gerusalemme. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

Nel 7 ottobre 1496, muore re Ferdinando II (‘Ferrantino’) d’Aragona

FERDINANDO II (Ferrandino) d’Aragona, re di Napoli. – Nacque a Napoli il 26 giugno 1467 da Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, e da Ippolita Maria Sforza. Alla morte di Ferdinando I, il 25 genn. 1494, mentre il padre Alfonso salì al trono napoletano, Ferrandino assunse il titolo di duca di Calabria. Infine il 7 ottobre 1496 fu resa pubblica la notizia della morte di Ferdinando II, che fu sepolto, dopo solenni esequie, nella sagrestia di S. Domenico a Napoli. Non avendo eredi, gli successe lo zio Federico d’Aragona. Ferrandino morì precocemente all’età di 28 anni e gli successe il nipote Federico I.

Nel 1496, Federico I d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona,  è re di Napoli

Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 otobre 1451– Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni.

Nel 30 ottobre 1496, GUGLIELMO III SANSEVERINO, 3° Conte di Capaccio venne reintegrato nei suoi beni da Federico I d’Aragona

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210 riferendosi ad Antonello Sanseverino ci parla di Guglielmo Sanseverino, suo fratello che gli successe divenendo il 3° Conte di Capaccio e, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner, a p. 83, nella nota (31) postillava che: “(31) Gatta, cit., p. 459 sg.”. Riguardo queste ed altre notizie sui Sanseverino all’epoca, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 83, nella nota (32) postillava di un testo interessante: “(32) Ne da notizia il DI STEFANO nel suo ms. cit”. Ebner ci dice di questo manoscritto nel vol. I, a p. 169, dove nella nota (26) postilla: “(26) L. DI STEFANO, Della valle della Fasanella nella Lucania, Aquaro, 1781, ms., I, f 69 sgg. I dati sul numero dei diversi conventi, riferiti dal Di Stefano, ecc…”. Dunque si tratta di un manoscritto autografo del 1781. Riguardo la conferma della reintegra dei beni concessa da re Federico I d’Aragona a Guglielmo Sanseverino, Conte di Capaccio ha scritto il Ronsini (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”

Nell’ottobre 1496, re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) estromette Tommaso di Loria dal feudo di Aieta

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.

Nel 4 febbraio 1496, Alfonso II d’Aragona (secondo il Silvestri) e, re Federico d’Aragona (secondo Ebner), con il privilegio del (…), confermava a GIOVANNI CARAFA i beni ed i feudi dei Petrucci

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Credo che in Ebner vi sia un errore quando nella sua nota (60) postillava di re Federico. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I, titolare del trono di Gerusalemme. Nel 1997, la redazione della ‘Rassegna Storica Salernitana‘, pubblicò un saggio di Alfonso Silvestri (…), da poco scomparso (9 febbraio), dal titolo: ‘La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia’, dove a p. 281 (vedi edizione di Pietro Laveglia editore), in proposito ai Petrucci scriveva che: Il pacifico dominio della terra di Torre Orsaia, goduto sino ai primi anni del Cinquecento, fu successivamente osteggiato dal conte di Policastro Giovanni Carafa, al quale Alfonso II con il privilegio del 4 febbraio 1496 aveva concesso i beni feudali dell’infelice Giovanni Antonio Petrucci, confiscati da Ferrante d’Aragona in seguito alla Congiura dei Baroni (6).”. Il Silvestri, a p. 281, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Copia autentica di questo privilegio è in A.S.N., ‘Processi della Pandetta nuovissima’, fascio 2893, fascicolo 67213, carte 4-8.”

Nel 1496, i CARAFA DELLA SPINA, Bosco e la Contea di Policastro

Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Come per la Commenda Basiliana e per l’Università di San Giovanni a Piro, anche per il Convento e l’Università di BOSCO i poteri sprituali e temporali erano stati usurpati, rispettivamente, dal Vescovo e dal Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione- D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

Nel 5 ottobre 1496, il diploma di re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) che concede a Giovanni Carrafa della Spina la Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma 4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner (…), scrive che il 4 febbraio 1496, re Federico (credo si riferisca a Federico I d’Aragona), confermò la concessione ai Carafa. Credo che in Ebner vi sia un errore quando nella sua nota (60) postillava di re Federico. Però a pensarci bene potrebbe non essere un errore. Infatti, Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451 – Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni. Ebner dice che si trattava di re Federico mentre lo stesso Ebner (…), nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, in proposito pubblicava il diploma di Ferdinando II° d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina. Il diploma che ne segue è appunto l’atto di concessione esistente nella Biblioteca del Senato della Repubblica (ms. n. 96), che ho potuto fotografare e trascrivere per la squisita cortesia del consigliere parlamentare dr. William Mondorsi. Trattasi (v. Catalogo, vol. V, p. 462) di un fascicolo membranaceo (350 x 240) di ff 10 (ultimo bianco), di cui il primo è inquadrato in un ricco fregio miniato con figure di donne e stemma. In alto, e a centro, la rappresentazione miniata del feudatario Giovanni Carrafa della Spina che riceve l’omaggio di Policastro (uomo inginocchiato). Al f 9 la firma autografa di re Ferdinando II. Il ‘ms.’ è strato scritto da una sola mano con caratteri gotico piccolo sul v e r dei ff di pergamena. Come giustamente si osserva sul Catalogo’, il documento è importante perchè in esso si può desumere “quale sia stato il governo di Policastro nel periodo della Signoria dei Carrafa. Riguardo i possedimenti dei Carafa della Spina e l’acquisto di S. Giovanni a Piro e di Policastro, poi divenuti conti di Policastro, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, p. 492, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Cfr. il Diploma originale in Ebner, Economia e Società, cit.,  vol. II, p. 541”, ma è la p. 491 che ivi pubblico:

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Nel 25 ottobre 1496, re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) donò la contea di Policastro a Giovanni Carafa della Spina, che divenne conte di Policastro, Roccagloriosa, Caselle e Bosco, Castel Ruggiero e Torre Orsaia (giurisdizione criminale)

Riguardo il feudatario di Policastro, Giovanni Carafa della Spina, ne ha parlato Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popoli del Cilento’, a p. 592, parlando di Policastro, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Sulla data del 25 ottobre nutriamo dei dubbi. Ebner dice che il 25 ottobre re Ferdinando II, ovvero Ferrandino, concesse ai Carafa, ma Ferrandino morì il 7 settembre 1496 ed inoltre già nel 1495, fu spodestato dal Regno di Napoli da Carlo VIII re di Francia. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Orazio Campagna, a p. 260, nella sua nota (86), in proposito postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg; E. Perito, ‘La congiura dè baroni etc…’, op. cit.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che il re Federico I d’Aragona, in seguito alla Congiura dei Baroni e all’arresto dei Petrucci, riferendosi all’Abbazia di S. Giovanni a Piro: “….concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1496 venne investito (24) della contea Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocce gloriose ac Casellae (…) sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 492, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Quinter. 1, f 43.”. Qui l’Ebner si riferisce ai libri della cancelleria Aragonese detti ‘Quinternioni‘. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il rilievo-assenso nel 1491).”. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “….nella guerra tra Carlo VIII e re Ferdinando venne creato “general commissario sopra l’armata dè Vitiniani” assoldata da re Ferdinando. Si comportò così bene che il re nel 1496, per ringraziarlo “gli dona la città di Policastro col titolo di Conte”. Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Ecc…”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parla della nobile famiglia dei Carafa e, cita Giovanni  Carrafa. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Natella e Peduto (…), a p. 515, nella loro nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “….Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre Guerriero D. Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in cui a p. 8, scrive che la città di Policastro nel 1496 passò a Giovanni Carafa. Pietro Marcellino di Luccia (…), a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Il Summonte (…), scrive della ‘Congiura dei Baroni’ verso p. 270 nel suo cap. III, dell’edizione del 1655, e lo fa anche sulla scorta dello Zurita e del Pontano.

Nel 1496 al 1501, FEDERICO I D’ARAGONA, re di Napoli

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, ecc..ecc..”. Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451 – Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni.

Nel 5 ottobre 1496, Federico I d’Aragona conferma a Giovanni Carafa il feudo di Rofrano, Alfano e Sansa (concessi precedentemente da ‘Ferrandino’ = Ferdinando II)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11).”. Ebner a p. 433 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Quinter. 8, f. 27.”. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: Confiscati dalla corte di Napoli i beni dell’Arcamone in seguito alla congiura dei Baroni, nel 1486, il feudo di Rofrano fu concesso, nel 1490 a Giovanni Carafa, conte di Policastro (104); per le angherie di costui i monaci “basiliani” furono costretti a lasciare il monastero di Rofrano, trasformato dal Carafa nella propria abitazione, e a trasferirsi nella vicina grangia di Montesano. Di qui sarebbero emigrati definitivamente al principio del secolo XVIII, allorchè Montesano fu venduta ai Certosini di Padula (105).”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Su queste vicende cf. Ronsini, op. cit., pp. 20-21; Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, II, pp. 433-434.”. Questo scriveva Enrica Follieri (…), in merito all’Abbazia fino al suo trasferimento alla Grangia di Montesano e poi in seguito ai Certosini di Padula. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, parlando del feudo di Rofrano e, riferendosi al precedente privilegio concesso a Giovanni Carafa nel 1490, da re Ferdinando II°, a p. 434, in proposito scriveva che:  “Ferdinando II (Ferrantino) aggiunse i feudi di Alfano e di Sansa (15), feudi tutti confermati da re Federico il 5 ottobre 1496 (16).”. Ebner a p. 434 nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cfr. Diploma edito da Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 540 sgg.”. Ebner a p. 434 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Privilegio in ASN ‘Processu (SRC) Originalis Universitatis et hominum Rofranicum spectabili Comite Policastri utili domino opsius Terrae’. Ricordo che nell’ABC vi sono sei documenti riguardanti Rofrano del periodo 1400-1571, tra cui la vendita di una casa per un’oncia e 4 tarì (marzo 1467, XV, LXXXIV, 31).”. Infatti, su questo privilegio ha scritto il Ronsini (…), le cui notizie riprende l’Ebner (…). Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 20-21 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: La confirmò pure il Re Federico à 5 Ottobre 1496 con Privilegio, che si trova presso il S.R.C. nell’atto intitolato ‘Processus Originalis Universitatis et hominum Rofrani cum spectabili Comite Policastri utili Domino ipsius Terrae’ Banca Longo, poi detta di Palermo, Scrivano Califano p. 30. Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo non fu tranquillo. Si potrà leggere presso gli storici (1) come il Re ed i Baroni gareggiarono di mala fede, in un secolo di famose perfidie, come la Mandela Gaetana moglie del tradito Girolamo Principe di Bisignano salvò i figli Bernardino primogenito, Giacomo, ed Onorato, trafugandoli in Roma: Antonello Sanseverino Principe di Salerno travestito da mulattiere fuoruscì, lasciando sulla porta del suo palazzo in Napoli la scritta: ‘Passaro vecchio non entra in gabbia’: insieme col detto Bernardino Principe di Bisignano nel corso di 10 anni si adoprò per infiammare Carlo VIII Re di Francia, ed i grandi di qul Reame alla conquista del nostro Regno ecc..ecc..”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, scriveva che la conferma del privilegio del …………1490 con cui Ferdinando II (Ferrante) d’Aragona aveva concesso il privilegio a Giovanni Carafa del feudo di Rofrano, era stato poi in seguito e precisamente il 5 ottobre 1496 confermato pure da re Federico I° d’Aragona. Inoltre, il Ronsini (…) scrive nel 18… che questo privilegio lui l’aveva visto negli atti della Sommaria Reale Camera intitolati: Processus Originalis Universitatis et hominum Rofrani cum spectabili Comite Policastri utili Domino ipsius Terrae’ Banca Longo, poi detta di Palermo, Scrivano Califano p. 30.”. Su questo processo o causa vertente contro il Conte di Policastro, Giovanni Carafa, non so dire di più. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 433, parlando del feudo di Rofrano scriveva che: “Il 14 marzo 1490 fu concesso (14) da re Ferdinando II a Giovanni Carafa, conte di Policastro, il quale pur avendo ecc…”. L’Ebner (…), scrivendo su Rofrano, diceva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”.

Dopo il 5 ottobre 1496 (per Ebner), dopo l’acquisto del feudo di Rofrano da parte di Arcamone, la fuga dei monaci di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano che si rifugiarono nel Monastero, loro grangia, di San Pietro al Tamusso di Montesano

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci, dopo la vendita rimasero nel monastero conservando la giurisdizione spirituale di Rofrano (16), dove erano due chiese battesimali (S. Nicola di Mira e S. Giovanni Battista, ambedue ricettizie familiari). Vennero poi espulsi dal monastero dai Carafa che trasformarono l’edificio in palazzo baronale. Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Il Conte Carafa ne approfittò per avocare alla Curia la giurisdizione ecclesiastica di Rofrano, sciegliendo, su proposta del clero, un vicario generale per esercitare tale giurisdizione (17). Ecc…”. Ebner a p. 434 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Privilegio in ASN ‘Processu (SRC) Originalis Universitatis et hominum Rofranicum spectabili Comite Policastri utili domino opsius Terrae’. Ricordo che nell’ABC vi sono sei documenti riguardanti Rofrano del periodo 1400-1571, tra cui la vendita di una casa per un’oncia e 4 tarì (marzo 1467, XV, LXXXIV, 31).”. Infatti, su questo privilegio ha scritto il Ronsini (…), le cui notizie riprende l’Ebner (…). Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 20-21 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: La confirmò pure il Re Federico à 5 Ottobre 1496 con Privilegio, che si trova presso il S.R.C. nell’atto intitolato ‘Processus Originalis Universitatis et hominum Rofrani cum spectabili Comite Policastri utili Domino ipsius Terrae’ Banca Longo, poi detta di Palermo, Scrivano Califano p. 30. Ecc..”. Ebner a p. 434 nella sua nota (17) postillava che: “(17) Il Ronsini (p. 24) ci fornisce i nomi di D. Rugiero di Napoli e dell’arciprete Pompeo d’Alessio che agiva come abate ‘nullius’.”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, in proposito scriveva che: “I Basiliani, alienato il feudo, eran rimasti nel Convento pel governo spirituale del luogo. Ma il Carafa prese a malmenarli per tutte le vie, e gli obbligò finalmente a sloggiarne. Per accer qui le altre loro vicende. Fissaron la sede nella vicina Grancia di Montesano, donde vegliavan sulle rimanenti Grancie, e dove l’Abate D. Nilo Morangi compilò nel 1710 Legale Platea dè loro beni, alla quale va premesso il Privilegio di Ruggiero tradotto dal Greco ‘in forma probante”: la confezione della stessa fu accordata dal Vicerè Card. Grimani à 17 Agosto 1709, e munita di ‘exequatur’, et publicetur’ à 6 Giugno 1710. Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abat di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ec.”. Il Ronsini si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Come cita il Ronsini, Cstantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta, a pp. 129-130-131 in proposito scriveva che:

Il Ronsini, a p. 23, parlando della terra di Rofrano, citava e trascriveva il testo del Gatta nel cap. X a p. 131:

Gatta, memorie, p. 131

(Fig…) Costantino Gatta (…), ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 131

Il Ronsini (…) a p. 24, in proposito scriveva che: “Espulsi i Monaci, il Carafa ridusse il Convento in propria abitazione, ch’è l’attual Palazzo Baronale dove tutt’or si veggono mattoni colle iniziali C.P. Conte di Policastro, convertì in uso proprio i beni della Chiesa compresi nel Feudo, e, quel ch’è peggio, usurpò anche la spiritual Giurisdizione, cosa non estraordinaria per altro in quei secoli, quando anche Archidiocesi importantissime, come Milano, si lasciavano in Commenda a Principi secolari: si vegga Van Espen art. Congrua, e Commende. Delegava un Ecclesiastico col titolo di suo Vicario Generale sopra proposta del Clero ad esercitare la spirituale Giurisdizione. Uno di questi fu D. Rugiero di Napoli, un altro l’Arciprete D. Pompeo D’Alessio. Essendo la Badiale Chiesa sfornita di Ministri, e di rendite angariava ad uffiziarvi il Clero delle Chiese Curate. Giacchè fin dal quel tempo due ne aveva Rofrano, una sotto il titolo di S. Nicola di Mira, e l’altra di S. Giovanni Battista. Ecc…Quale sia stato il governo del Carafa può dedursi dal già detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunghissima serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa.”.

Nel 30 ottobre 1497, Federico I d’Aragona assediò Antonello Sanseverino, figlio di Roberto I Sanseverino, Principe di Salerno ed i suoi castelli di Sala e di Diano (Teggiano)

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 161 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi a dopo la venuta di Carlo VIII scriveva che: “Antonello raccolse tutti i valori che possedeva spogliando anche i templi e fortificò i suoi castelli massime di Salerno, di Sala, di Diano, di Agropoli, di Castellabate e di Rocca (1). Il re Federico, vedendo di avere a che fare con un nemico inconciliabile, mandò un forte esercito contro di lui. Presa Salerno, mosse verso Diano, ove il principe si era ricoverato ritenendo quel castello più forte di ogni altro. Il re nell’ottobre del 1497 scriveva da Eboli a gli abitanti del Cilento che mandassero da lui i loro sindaci essendo sicuro che con questa venuta di essi le terre gli si sarebbero rese (2). Ricuperate quindi Polla, Atena, Sala, Padula cinse d’assedio Diano con potenti artiglierie. Dopo vari assalti riusciti poco favorevoli al principe questi si risolse a capitolare con i patti stipulati il 17 dicembre 1497 nello accampamento reale presso Diano, per mezzo di pubblico notaio (3) si convenne 1° permesso al Principe di recarsi con suo figlio Roberto  conte di Marsico, con il conte di Lauria ed i suoi nipoti e con tutti i suoi familiari, servitori ed armigeri ec…”. Il Mazziotti, a p. 161, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giovanni Albino, De bello gallico, pag. 153; Giovio, Storia, riferiti dal Gatta, parte 3°, cap. XVI, pag. 443.”. Il Mazziotti, a p. 161, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. Storico Napoletano, Vol. 14, pag. 452 e seguenti.”. Il Mazziotti, a p. 161, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Tale atto dice il Gatta, che lo pubblicò nell’opera citata parte terza Cap. CVI, pag. 445, trovasi nei protocolli del notaio Giuseppe Carrano ed una copia autentica è nell’archivio della città di Diano.”. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nel 1494 Ferrante morì e gli successe il debole figlio Alfonso II. Antonello capì che era il tempo di agire e, ….riuscì a convincere il re di Francia Carlo VIII a scendere in armi a Napoli. Purtroppo per Antonello il nuovo re di Napoli Ferdinando II (che era succeduto al padre, il quale aveva abdicato) organizzò una strenua difesa costringendo i francesi ad abbandonare il Regno. Antonello, che nel frattempo si era impossessato di nuovo delle sue terre, si asserragliò nel suo castello di Diano e da lì si oppose alle truppe reali. Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 643, parlando di ‘Diano’ (Teggiano), all’epoca Aragonese, in proposito scriveva che: “Il Gatta (51) scrive a lungo su Diano, “luogo forte e per lo sito e per l’arte, essendo egli situato su di un sassoso poggio circondato di alide mura, e custodito da una fortissima Rocca fatta quivi edificare da re Ladislao; la quale fu indi asilo dè Serenissimi Principi di Salerno e dell’illustre famiglia Sanseverino”. Alla rocca re Ferrante aggiunse “sei gran Torrioni” cingendoli di fossati e spendendovi ducati 80.000. Il Gatta continua riferendo che Diano venne onorata “col pregiato titolo di Città da re Alfonso d’Aragona, titolo che Diano già aveva, come s’è visto, fin dal X secolo. Egli ricorda Riccardo di Diano, feudatario nel Cilento e “camamerlingo” di Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico; Marino di Diano signore di Brienza, Camerota e Campora; Lionetto Mezzacane, famoso capitano e signore di S. Giacomo, Lustra e Omignano; i signori di Alfano. Il Gatta (a p. 643 di Ebner) scrive specialmente dei Sanseverino e soprattutto di Antonello che nel 1497 resistette all’assedio di 20 mila soldati di re Federico sia nel castello di Sala, “per la fortezza delle mura, e del suo sito eminente, come quello che fabbricato era su le vette di straripevoli Balze”, che come quello di Diano. Antonello “uscì dalla Piazza con onoratissime capitolazioni (“Capitolo, Convenzioni, e Patti” che trascrive a p. 445 sgg)….”. Ebner dice ancora dell’Antonini: “L’Antonini (52) si esime dal dirne richiamando le pagine del Gatta e scrive che Diano è una “Città ben posta, e rinomata a bastanza nella storia del principio del decimo sesto secolo, per l’assedio ivi posto dagli Aragonesi contro il Principe di Salerno, che nella Torre, e nel suo bel castello fortificato s’era”.”. Ebner a p. 643, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Gatta, op. cit., p. 311, 378 ssg., 444 sgg.”. Ebner a p. 444, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini G., op. cit., II, p. 113.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a pp. 468-469, parlando di ‘Sala’ (Consilina), all’epoca Aragonese, in proposito scriveva che: “Va ricordato che nel 1497 re Federico, assediata Salerno, si recò a Lagopiccolo, Eboli, Buccino, Caggiano, Polla e il 30 ottobre a Sala. Come è noto Federico d’Aragona, con 20.000 uomini assediò Sala, ma levò subito l’assedio dell’imprendibile castello per recarsi a porlo a quello di Diano (18).”. Ebner a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732  a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 e Giuseppe Antonini (citato da Ebner) La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II, parla di Sala e Diano a p. 113. Riguardo invece Camillo Porzio (…), nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 53, in proposito scriveva che: “Teatro dello scontro fra baroni ribelli (timorosi di perdere i propri privilegi) e truppe aragonesi fu, ancora una volta, il Vallo di Diano, dove nell’ottobre del 1497 giunsero 20.000 soldati al comando di Federico d’Aragona. Il castello di Sala fu saccheggiato e quello di Diano, in cui si erano asserragliati i baroni ribelli fra cui Guglielmo Sanseverino, dovette capitolare il 17 dicembre. Le ‘Terre del Vallo di Diano e del medio ed alto corso del Bussento dovettero patire, qual più qual meno, la presenza della milizia spagnuola, non foss’altro che per la fornitura di ‘victualia’ (vettovaglie) alle truppe intente all’assedio (148). Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi.”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra cfr. P. DEL MERCATO, La Feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63″.

Nell’ottobre 1497, Aniello Arcamone, Rofrano, il Conte di Policastro Carafa e Federico I d’Aragona con l’assedio di Diano

Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 22 e s., parlando di Aniello o Anello Arcamone dopo il suo arresto a causa della ‘Congiura dei Baroni’, scriveva che: “Ora un episodio di sì lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello Sanseverino confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca da Sansa per Governatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone: aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col braccio dè quali pose a sacco, e fuoco la casa di Notar Guglielmo d’Alessio, come parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minacce che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li ‘compose’, cioè, multò in ducati 400, di cui imborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità cò loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro..

Nel 17 dicembre 1497, ANTONELLO SANSEVERINO, figlio di Roberto I Sanseverino e Principe di Salerno sconfitto da re Federico I d’Aragona, capitola e lascia i suoi possedimenti di Diano

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’, ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona si ritira a Senigallia”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 643, parlando di ‘Diano’ (Teggiano), all’epoca Aragonese, in proposito scriveva che: Il Gatta (a p. 643 di Ebner) scrive specialmente dei Sanseverino e soprattutto di Antonello….Antonello “uscì dalla Piazza con onoratissime capitolazioni (“Capitolo, Convenzioni, e Patti” che trascrive a p. 445 sgg)….”. Ebner a p. 643, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Gatta, op. cit., p. 311, 378 ssg., 444 sgg.”. Ebner a p. 444, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini G., op. cit., II, p. 113.”. Ebner a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732  a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681.

Gatta, Memorie etc..,p. 446

(Fig…) Mazza Antonio (…), op. cit., p……

Nel 11 agosto 1498, re Ferrante II d’Aragona donò a Gaspare Saragusio la terra di Lauria e Lagonegro per la ribellione di Guglielmo Sanseverino nella Congiura di Capaccio

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’ di Lorenzo Giustiniani, il quale nel Vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Il Pesce (…), a p. 221 in proposito a Lagonegro in epoca Aragonese scriveva che: Questo Saragusio era di nazione spagnuola, forse di Saragozza, e vuolsi venuto in Napoli insieme con Consalvo di Cordova; nell’atto di concessione è detto che lo stesso era ‘padrone di galere nell’armata d’esso Re e consigliere suo dilettissimo’, e gli si dava ‘in remunerazione dei savi servizi resi, la terra di Lagonegro, già devoluta al Re per ribellione del Conte di Capaccio’. Così Lagonegro, passando dalla famiglia napolitana dei Sanseverini, ricca e potente di mezza Basilicata, alla soggezione dello Spagnolo Saragusio, ancor più ingordo ed avaro, andò di male in peggio, e scontò a caro prezzo il breve periodo di libertà nel regio Demanio.”.

Nel 25 ottobre 1498, i feudi di Tortorella, Libonati, Battaglia e Casaletto furono venduti a Giovanni Andrea Caracciolo

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nobiltà di toga. Come documentato dai Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia di ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I Marchese di Misuraca.”.

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

L’andamento demografico della popolazione a Torraca e a Sapri (Porto di Torraca)

Come ho cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando documenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Aragonese, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Dal xv secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. Ecc..ecc.. Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (117) postillavo che: (117) Donatone G., La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV.”, stà in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (118) postillavo che: (118) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130.”. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (…), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno (…) in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centrovivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare, sono una delle tantissime testimonianze che il piccolo centro di Sapri era conosciuto. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (…): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (…). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (…). Il Beltrano (…) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV alXX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (…)(vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (…) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (…), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794,  1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati”(…). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414abitanti “adnumerumquatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (….). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (…), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (…). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa di popolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato Terra Saprorum.“.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora di Torraca

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Aragonese, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Dal xv secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento,’bolla’, del Vescovo di Policastro, del 1481, che concede a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘S. Maria di Porto salvo’ (114), di cui il Gaetani (115), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. Il Di Luccia (116), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva la Grancia di S. Nicola a Sapri, senza specificare però l’epoca di fondazione. In proposito, il Gaetani fa luce (63), riportando un documento del 1695 (62), il quale parla della Grancia di S. Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di S. Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”.”. Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG

(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nel 15…, Giovanna Saragusio, figlia di Gaspare, vendette la terra di Lagonegro a Giovan Vincenzo Caraffa

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Ecc..”.

Nel 1501, re Alfonso II d’Aragona (?) vendette il feudo di Roccagloriosa a Giovan Battista Carafa per 3000 ducati

Riporto una notizia tratta dall’Ebner (…) che però ci lascia perplessi in quanto è riferibile ad Alfonso II d’Aragona che morì a Messina, alcuni mesi dopo l’ingresso a Napoli di Carlo VIII, re di Francia e  dopo aver abdicato in favore del figlio Ferdinando II d’Aragona, ovvero morì alcuni mesi dopo il 22 febbraio 1495. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro.”. Mi chiedo come avesse fatto re Alfonso II a vendere il feudo di Roccagloriosa visto che morì il 18 dicembre 1495. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino,……Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che dopo la Congiura dei Baroni e dopo che il feudo passò alla Regia Camera: Ma nel 1501 il re Alfonso lo vendette a Giovanbattista Carafa, conte di Policastro, per 3000 ducati; Ecc..(31).”. Su Roccagloriosa hanno scritto anche i due autori Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a p. 35, in proposito scrivevano che: “Ma nel 1501 il re Alfonso lo vendette a Giovanbattista Carafa, conte di Policastro, per 3.000 ducati; ed il 25 maggio 1576, ad istanza dei creditori, i Carafa, vendettero il feudo a Giovanni-Antonio Lanario per 11.450 ducati.”.

Nel 1501, Giovan Battista Carafa, compra il feudo di Roccagloriosa

Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512.

Nel 1504, muore in Francia Federico I d’Aragona

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: 1504, nel quale anno morì in Francia il re Federigo, terminando così con lui la dinastia aragonese.”.

Nel 1504, FERDINANDO II D’ARAGONA DETTO IL CATTOLICO

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: Dopo aspre contese tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico per il reame di Napoli, gli spaguoli sotto il comando di Consalvo il gran capitano si impadronirono di Napoli e del regno nel gennaio del 1504, nel quale anno morì in Francia il re Federigo, terminando così con lui la dinastia aragonese.”. Ferdinando di Trastàmara, detto Ferdinando il Cattolico (Fernando o Fernán in spagnolo, Fernando o Fernán anche in asturiano, in aragonese e in basco; Fernando o Fernão in portoghese e in galiziano; Ferran in catalano; Ferdinandus in latino; Sos, 10 marzo 1452 – Madrigalejo, 23 gennaio 1516), è stato re di Sicilia dal 1468 al 1516 come Ferdinando II; re consorte di Castiglia dal 1474 al 1504 come Ferdinando V; re d’Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e titolare di Corsica, conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 al 1516 come Ferdinando II; re di Napoli come Ferdinando III dal 1504 al 1516; reggente di Castiglia dal 1507 al 1516 e re dell’Alta Navarra dal 1512 al 1516. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 55, in proposito scriveva che: “Con la morte di Federico d’Aragona e la discesa in Italia di Ferdinando il Cattolico terminava la dominazione aragonese e iniziava (1504) quella spagnuola.”.

Nel 1506, Roberto II Sanseverino sposò Maria d’Aragona nipote di re Ferdinando il Cattolico e figlia di Alfonso, fratello del re

Nel 27 aprile e nel 7 maggio 1506, ROBERTO II SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO ebbe reintegrati i suoi beni da Ferdinando il Cattolico

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi a Roberto II di Sanseverino scriveva che: In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (31) postillava a riguardo che: “(31) Gatta, ………  Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”

Nel 1507, nasce FERDINANDO (FERRANTE) SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO

Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “I. Roberto Sanseverino, due anni dopo ottenuta la sua reintegra nei beni, morì nel 1508 in Agropoli ed il suo corpo fu trasportato con grande solennità e sepolto a Salerno (1). Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando. Stante la tenera età la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Maria de Aragonia Principissa Salerni, mater, balia, et tutrix illustrissimi Ferdinandi Sanseverini principis Salerni”. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523.

Nel 1508, muore Roberto II Sanseverino

Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “I. Roberto Sanseverino, due anni dopo ottenuta la sua reintegra nei beni, morì nel 1508 in Agropoli ed il suo corpo fu trasportato con grande solennità e sepolto a Salerno (1).”. Il Mazziotti (…), a p. 164, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mazza, ‘De rebus salernitanis'”. Il Mazziotti nella sua nota cita il Mazza e si riferiva ad Mazza Antonio, ‘De rebus salernitanis’, ovvero “Historiarum epitome de rebus salernitanis”, pubblicato a Napoli, nel 1681, dove a p. 113 scriveva che:

Mazza, p. 113, nel suo De rebus Salernitanus

(Fig….) Mazza Antonio, op. cit. , p. 113

Nel 1509, MARIA D’ARAGONA, PRINCIPESSA DI SALERNO

Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, riferendosi alla tenera età di Ferrante Sanseverino (Ferdinando nato da Roberto II Sanseverino), in proposito scriveva che: Stante la tenera età la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Maria de Aragonia Principissa Salerni, mater, balia, et tutrix illustrissimi Ferdinandi Sanseverini principis Salerni“. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523.

Nel 1517, FERDINANDO (FERRANTE) SANSEVERINO succede al padre Roberto II Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 164, cap. 7, in proposito scriveva che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando.”. Sempre il Mazziotti, a p. 166 in proposito scriveva che: “Investito nel 1517 dei beni paterni ecc..”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Il Mazziotti, racconta delle diverse vicissitudini ch dovette sopportare Ferrante Sanseverino, l’ultimo della casata a causa dell’inimicizia sorta con il Vicerè Spagnolo Don Pedro di Toledo che era succeduto al Cardinale Colonna. Mazziotti, a pp. 166 e s. racconta pure della bella sua moglie Isabella Villamarina dei Conti di Nola. Il Mazziotti (…), a p. 166, racconta che: “Investito nel 1517 dei beni paterni si trovò a capo di una grande fortuna ed il più potente barone del regno. Oltre numerosi feudi  in Basilicata, possedeva la città di Salerno, i feudi di Sanseverino, Agropoli, Castellabate, Rocca, Lustra con la sua selva, S. Giorgio, Polla, Atena, Diano (Teggiano), Sala e Laurino. A questi beni e ad altri in Sicilia si aggiunge la contea di Capaccio arrecatagli in dote da Isabella di Villamarina. Nel suo palazzo di Salerno, ecc..ecc… Quando, nel 1525, si dovette provvedere alla difesa dei confini del regno il principe di Salerno in pochi giorni fu in grado di dare “1200 fanti, 60 uomini d’arme con quattro cavalli ciascuno, tutti nobili e suoi feudatari e 100 cavalleggri con una spesa di 30 mila scudi” (1).”. Il Mazziotti a p. 167, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. 5°, libro 10, pag. 334; Campanile, citato dalla Cosentino.”. Riguardo la citazione del Mazziotti del Campanile egli si riferiva all’opera di Filiberto Campanile, Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX. Inoltre, il Mazziotti (…) a p. 165, oltre al Summonte (…), citava anche Laura Cosentini (…), ovvero la sua “Una dama napoletana del secolo XVI: Isabella Villamarina principessa di Salerno”, dove il Mazziotti scrive: “E’ una bellissima monografia come quella del Carucci: ‘Ferrante Sanseverino principe di Salerno”.

Nel 1518, Giovan Battista Carafa, è confermato di tutti i feudi compreso Bosco e S. Giovanni a Piro

Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523.

Nel 1515, un certo Francesco Celso, interviene in una causa di confini a Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.

Nel 1518, GIOVANNA SARAGUSIO, successe al padre nel feudo di Lagonegro che rivendè a Gian Vincenzo Caraffa

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Al Saragusio successe, per mancanza di figli maschi, nel 1518, nel feudo di Lagonegro, la figlia ‘Giovanna’, la quale, nell’anno stesso, lo vendè, col regio assenso, a ‘Gian Vincenzo Caraffa’ della nobile famiglia Napolitana del prezzo di ducati 6000 (2).”. Il Pesce a p. 221 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi nel Grande Archivio. Quint. XVII, f. 38.”. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.

CARLO V

Carlo V d’Asburgo è stato Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519, Re di Spagna (Castiglia e Aragona) dal 1516, e Principe dei Paesi Bassi come Duca di Borgogna dal 1506. A capo della Casa d’Asburgo (o Casata d’Austria) durante la prima metà del ‘500, fu sovrano di un “impero sul quale non tramontava mai il sole” che comprendeva in Europa i Paesi Bassi, la Spagna e il sud Italia aragonese, i territori austriaci, la Germania e il nord Italia Imperiale, nonché le colonie castigliane e tedesche nelle Americhe.

Nel 1523, CARLO V, dona a Giovanni Carafa della Spina 400 ducati annui e lo nomina Consigliere di Stato

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”Il Campanile ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523: in proposito scriveva di Giovanni Antonio Carafa che:

Campanile filib, p. 49

Campanile Filib., p. 50

(Fig…) Campanile Filiberto, op. cit., pp. 49-50

L’epoca Vicereale secondo il manoscritto del Mannelli

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – riguardo l’epoca Aragonese e Vicereale nel Golfo di Policastro, il Capitolo XI del manoscritto del Mannelli, a p. 33 parlando delle famiglie nobili ed importanti di Policastro, in proposito è scritto che: “Della famiglia Rostayna scrivene il Bosio (1) nel 1149 ecc…In tempi più bassi Guglielmo Rostayno di Policastro fu fatto Catapano a vita d’essa città e Mastro Mercato della fiera di essa.”. Il Gaetani, a p. 33 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Rostayna fam. Boss. pp. fol. 177.”. Il Gaetani (…) sulla scorta del Mandelli si riferiva a Giacomo Bosio (…), nel suo: ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, dove nel suo vol. III, riguardo l’anno 1538 parla e riporta interessanti notizie storiche su Giovan Battista Carafa, nobile militare del Viceregno spagnolo e di Carlo V.

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(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. XI del  manoscritto del Mannelli (…)

Gaetani, p. 33

Nel 1524, la causa pendente tra i Carafa della Spina, Conti di Policastro ed i Vescovi della Diocesi di Policastro

Pietro Ebner (…), che a p. 668, vol. II, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Ebner (…), a p. 669, nella sua nota (9) postillava in proposito che: “(9) Ebner, Economia e Società, cit., II, p. 482, n. 5 “dal processo davanti alla Commissione feudale (‘Università contro l’episcopio di Policastro) risulta che, a dichiarazione del vescovado, le “pregate” ammontavano a ducati 110 annui nel 1771. Cfr pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg) e n. 2600 (vol. 441, f 12 t). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia. Il casale finì per essere riconosciuto (XIII secolo) come loro franco allodio (1) con l’affermarsi della loro signoria nel luogo. Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), dimostrò che gli abitanti di Torre Orsaia l’avevano sempre riconosciuto come loro signore in occasione del pagamento dell’adoa, dei meritaggi e del riscatto del figlio Pietro Antonio, fatto prigioniero dai francesi. Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. I Capitoli di Torre Orsaia, sono stati pubblicati dal Pasanisi anche in un altro suo testo che parla di Camerota: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964. Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito:

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In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Molte delle cause che produssero i “villaggi deserti”, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni e nelle guerre, le cui operazioni militari in quei secoli  si svolsero principalmente sulle nostre plaghe. Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e della sua orografia, venne da sempre scelto e preferito per le diverse operazioni belliche finalizzate alla conquista delle terre dell’Italia meridionale. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Policastro ed i piccoli centri del Golfo di Policastro, subirono due distruzioni ad opera dei pirati turchi: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552 (…), tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) che ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre come la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento,vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche,nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”, e poi ancora scrivevo che: “Verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni, che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi, il Vicerè spagnolo Don Pedro di Toledo emanò degli ordini per la costruzione di una catena di torri ‘cavallare’ costiere per l’avvistamento e la difesa delle coste.”. Nel mio studio (1) nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, i tristi episodi della nostra storia sono stati narrati da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro che nel 1831 pubblicò ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi curato in seguito nell’edizione del Visconti (…). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p. 38, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, in proposito scriveva che: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (6).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “I tempi più miseri del reame di Napoli furono, come si sa, da poi che esso addivenne provincia di Spagna. A parte l’insania degli ordinamenti economici che inaridirono ogni fonte di ricchezza pubblica, le piaghe più vive e profonde della convivenza ecc..eccc..(a p. 320) Ai corrucci dei banditi per i boschi aggiungete, per le terre accosto al mare, il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno, e incendiando le messi ecc..ecc…”.

Nel 1533-34, le incursioni dei pirati di Ariadeno Barbarossa

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca della dominazione Spagnola, a pp. 55-54, in proposito scriveva che: “La prima parte del secolo fu caratterizzata dalle ripetute incursioni dei pirati turchi che più volte, saccheggiata Policastro, sciamarono nell’entroterra bussentino razziando e incendiando gli abitati collinari. Cominciò il pirata Ariadeno Barbarossa nel 1533-34 (da Scario a Policastro fu tutto un séguito di razzie, uccisioni, distruzioni)(157) e nel 1544 (furono depredati ed incendiati molti abitati dell’entroterra tanto che i superstiti non tratti in schiavitù “andavano fuggendo et morendo per le silve”, come accertò la Regia Camera)(158); continuò Dragut Rais Bassà nel 1552: etc…”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (157) postillava che: “(157) N. M. Laudisio, Sinossi etc., cit., p. 22; A. Guzzo, Sulla rotta dei Saraceni. La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, Salerno, Palladio, 1991, p. 30”.

Nel 1532, Khayr-al-Dìn (Ariadeno) detto il Barbarossa e l’incursione nel Golfo di Policastro

Nello studio’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, redatto e pubblicato per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII,a p. 89, parlando di Agropoli, in proposito nella sua nota (11) postillava che: “Anche i paesi del Cilento “storico” venivano in tale periodo devastati in modo del tutto simile alla zona di Policastro. Secondo la descrizione di Francesco Antonio Ventimiglia, particolarmente funesto per i cilentani fu l’anno 1563. Il 31 maggio di quell’anno duecento turchi, guidati da un rinnegato, assalirono Torchiara e, ecc..ecc… (cfr. A. Ventimiglia, Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso l’Archivio della Famiglia Vatolla).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, riguardo questo periodo storico attinge molte notizie da Carlo Carucci (…), nel suo “D. Ferrante Sanseverino Principe di Salerno”, pubblicato a Salerno nel 1899.

Carucci, p. 52 su Dragut nel 1552.PNG

(Fig….)

Nel 1538, il feudo di Centola da Girolamo Morra passò ad Annibale Antonini, avo di Giuseppe

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 81- 82 in proposito al feudo di Centola faceva notare che: “Benchè avessero in seguito ottenuto la restituzione del feudo, le fortune dei Morra continuarono a declinare. Già nel 1531 Giacomo Morra era stato costretto ad alienare le entrate feudali per 300 ducati annui al cugino Annibale Galeota. Il 29 luglio 1536 Giovanni Antonio cedette a Vincenzo Filangieri “la terra di San Severino con lo suo Casale di Centula” per 1700 ducati (la rendita si valutava in 360 ducati annui), ma ricomprando il feudo il 23 febbraio 1537 (5). Nel 1545, intanto, l’Università di Centola citò in giudizio sia Giovanni Antonio Morra che Mario Galeota per il reintegro nell’eserczio della giurisdizione delle “prime e seconde cause” (6). Ecc….Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio.

I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Forse sisalgono a quest’epoca i possedimenti e le pretese dei Carafa nelle diverse liti intentate più tardi davanti alla Real Camera della Sommaria che videro contendersi il territorio di Sapri i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa redatto da Pietro Gaglierano

Nel 1541 (secondo il Gaetani ? o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Il Gaetani (….), prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Riguardo “l’apprezzo” di Sapri, ovvero il suo territorio e dipendenza, vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

di luccia, p. 113

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Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Riguardo Sebastiano della Valle (…), Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Economia e società nella Calabria del Cinquecento’, parlando dei Carafa e dei Sanseverino, a p. 292, in proposito scriveva che: “Lo stesso Sebastiano della Valle operò in seguito la reintegrazione dello stato del Duca di Montalto, nel 1550 (60); e quasi contemporaneamente viene operata la reintegra nelle terre ecc..”. Il Galasso (…), a p. 292, nella sua nota (60) postillava che: “(60) ASN. Processi antichi. Pandetta nuovissima, n. 71/ 56.990.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

Nel 1548, Giovan Vincenzo Caraffa vendette il feudo di Lagonegro a Giacomo Cosso

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “….Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”.

Nel 1550, Luigi Caraffa acquistò il diritto di ricomprare Lagonegro da Gian Vincenzo Caraffa

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Nel 1550 il detto Gian Vincenzo Caraffa cedè il diritto di ricomprarla per Ducati 5000 a Luigi Caraffa, il quale acquistò poi per Ducati 20000. I cittadini però nel 1551 si ricomprarono (Quint. 29 fol. 181)”.

Nel 1550, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta dell’“Italia” i Battista Agnese

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110).”. Nel mio studio, nella nota (110) postillavo che: (110)  Questa carta è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. IV.”.

Nel 1551, a GUGLIELMO SANSEVERINO, 3° Conte di Capaccio, vennero confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico

Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino ci parla di Guglielmo Sanseverino, suo fratello che gli successe divenendo il 3° Conte di Capaccio. Ebner in proposito a Guglielmo Sanseverino scrive che i beni a lui confiscati in seguito alla sua partecipazione alla ‘Congiura dei Baroni’, vennero poi reintegrati nel 15 Agosto 1496 con il privilegio di re Ferrante II d’Aragona e successivamente: “La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre)..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Guglielmo Sanseverino, Conte di Capaccio, in proposito scriveva che: “Ribelle ancora a Ferrante vennero confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico (1551). Per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, ecc..”. Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 83 nella sua nota (31) postillava che: “(31) Gatta, op. cit., p. 459 sg.”.  

Nel 1551, Roberto II Sanseverino chiese di rilevare i beni del defunto ribelle Guglielmo Sanseverino

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Guglielmo Sanseverino, Conte di Capaccio, in proposito scriveva che: “Ribelle ancora a Ferrante vennero confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico (1551). Per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, ad evitare che i feudi venissero messi in vendita, Roberto chiese ed ottenne di rilevarli insieme con Bernardino Sanseverino di Bisignano. A Roberto toccarono Capaccio, Trentinara, Magliano, Laurino, Padula, Montesano, Casalnuovo, Sansa, Tortorella, ecc.. (31)”. Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 83 nella sua nota (31) postillava che: “(31) Gatta, op. cit., p. 459 sg.”.

Nel 1551, i cittadini acquistarono Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…) che riferendosi a Lagonegro, così scriveva: “I cittadini però nel 1551 si ricomprarono (Quint. 29 fol. 181)”.

Nel 9 e 13 luglio 1552, l’armata turca-ottomana di Dragut-Pascià sbarcò alla marina dell’Oliva (tra Scario e Policastro)

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Ma Matteo Camera (…), a p. 114 come vediamo parla delle due incursioni barbaresche del corsaro Barbarossa. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

Nel 13 luglio 1552, l’incursione al castello della Molpa

Francesco Volpe (…), nel suo ‘Il Cilento nel secolo XVII’, pubblicato nel 1981, a p. 98, in proposito scriveva che: “Doppiato il capo Palinuro, in prossimità della foce del Mingardo, su uno sperone di roccia, si trovava il castello della Molpa, peraltro già disabitato nel Cinquecento, per aver subito nel secolo precedente la sorte che abbiamo visto toccare a Castellammare della Bruca. Difatti, durante un’incursione di mori, il castello era stato sottoposto ad un saccheggio spaventoso, per cui buona parte degli abitantierano finiti schiavi mentre pochi superstiti si erano ritirati a vivere in “pagliare” in località San Serio, da dove nel 1484 i sei fuochi lì costituitisi avevano fatto pervenire istanza al re per essere esentati dal pagamento dei fiscali, a causa della loro estrema povertà (32). Scomparso il castello della Molpa, tra capo Palinuro e punta degli Infreschi troviamo tra Cinque e Seicento scarsi segni di vita: “una taverna con sette membri superiori e inferiori, di proprietà del marchese, nonchè un trappeto con un magazzino per riporvi le botti di olio” e una chiesetta dedicata a san Nicola, forse primo richiamo che attirò gli abitatori delle colline sul litorale della marina di Camerota (33). Dei paesi litoranei dell’ampio golfo di Policastro già abbiamo descritto la disastrosa incursione che subirono nel 1552 e del loro prograssivo spopolamento è testimone prprio l’andamento dei censimenti di Policastro: 164 fuochi nel 1552 e poi calo inesorabile per tuto il secolo fino a soli 5 fuochi del 1595. Irrilevante l’incremento del secolo successivo (16 fuochi) nel 1648, 10 nel 1669).”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (32) postillava che: “(32) A. Silvestri, op. cit., p. XII.”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (33) postillava che: “(33) O. Pasanisi, Camerota e i suoi casalei, Napoli, 1964, p. 49”.

Nel 1552, a Ferrante Sanseverino vengono tolti tutti i suoi feudi

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a Madrid a chiedere protezione, scriveva che: Una sentenza del Consiglio di Stato del 1552, cioè quasi subito la partenza del principe da Napoli, lo aveva condannato a morte come ribelle, confiscando a benefizio dell’aerario i suoi vasti possedimenti. Il magnifico palazzo in Napoli, ecc…La Baronia del Cilento, che da secoli costituiva una sola università fu divisa in un gran numero di feudi, che vennero, al pari di tutti i possedimenti dei Sanseverino, esposti in vendita. Il castello di Agropoli nell’11 febbraio del 1552 restò aggiudicato ecc…Così, con la nobile famiglia dei Sanseverino, finì miseramente, dopo circa cinque secoli di vita, l’antica baronia di Rocca ecc..”. Nel documento ivi tratto dal Carucci (…), si espone l’unica vendita e riscatto dell’Università appartenuta ai Sanseverino, Marsico. In esso si vende la terra di Lauria, Agropoli, Polla, Sala, Diano (Teggiano) ecc..

Carucci, Appendice

(Fig…) Documento dell’Archivio di Simancas, tratto dal Carucci C., op. cit., p. 43 in Appendice

Nel 1553, ISABELLA VILLAMARINO (o di Cardona), contessa di Capaccio, moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che la più nota è la storia di donna Isabella Villamarino, aristocratica e, secondo la leggenda, bellissima fanciulla (anche se in realtà pare fosse di statura non molto alta e neanche troppo graziosa). All’età di soli dieci anni, per volere del padre Bernardo, conte di Capaccio, ammiraglio e luogotenente del regno, Isabella sposò il coetaneo Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e discendente dei Sanseverino, la prima delle sette grandi Case del Regno di Napoli. Da questo matrimonio di interessi nacque però una splendida storia d’amore, che si interruppe bruscamente nel 1552 quando Ferrante litigò col viceré don Pedro de Toledo, che lo accusò di infedeltà all’imperatore Carlo V. Lo sposo, condannato a morte e alla confisca dei beni, fu costretto ad abbandonare il Regno di Napoli, non riuscendo a tornare dalla moglie, la quale privata del suo amore si gettò dalla collina della Molpa. La leggenda vuole che il fantasma di donna Isabella continui ad aggirarsi sulla Molpa in cerca del suo perduto amore. Isabella Villamarina, o Villamarino (1503 – Madrid, 14 ottobre 1559), è stata una letterata e nobile italiana, ultima principessa di Salerno. Figlia di Isabella di Cardona e del catalano Bernardo Villamarino, grande ammiraglio del Regno di Napoli e conte di Capaccio, dopo la morte di lui, avvenuta nel 1512, ereditò il feudo di Capaccio e Altavilla. Insieme a Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, giovane orfano affidato da Ferdinando II alla famiglia Villamarino, fu educata dai migliori istitutori dell’epoca, fra cui l’umanista Pomponio Gaurico. Nel 1552, la coppia dovette separarsi: Ferrante, caduto in disgrazia presso il Viceré Don Pedro de Toledo, accusato di eresia, di sodomia, di furto e di aver tramato contro la Spagna, fu condannato a morte: scappò e trovò appoggio presso la corte di Francia, mentre Isabella, spogliata di tutti i suoi beni, si rifugiò dapprima presso sua nipote, Maria de Cardona, al castello di Avellino, e poi a Castel Nuovo di Napoli. Conservate in parte presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, sono giunte a noi lettere poetiche in cui Isabella canta il dolore per la separazione e la lontananza, in particolar modo in una fitta corrispondenza tenuta con l’arcivescovo di Salerno Girolamo Seripando. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi. X.”. Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Carlo Pesce riferendosi alla successione del Saragusio e della figlia Giovanna, nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”. Il Pesce (…), a p. 221, nella sua nota (3) postillava di Donna Isabella di Cordoba” e si riferiva a Isabella Villamarino, la moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino a cui furono tolti tutti i numerosi feudi e beni del marito dal Vicerè spagnolo. Il Pesce postilava che: “(3) A proposito di ‘Donna Isabella’ corrono ancora nel nostro popolo i seguenti versi, che han fatto ritenere che ella fosse stata moglie del nostro Feudatario espulso: “Num mi chiamati cchiù Ronna Sabella, Chiamatimi Sabella a svinturata, Ch’aggiu perduti trentasei castella. La puglia e tutta la Basilicata.”. Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Dunque, il Pesce (…), riportando le strofe della nota novella cantata in diversi luoghi del Cilento si riferiva, sulla scorta del Racioppi alla Regina Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò che perse il Reame di Napoli conquistato da Alfonso I d’Aragona. Io invece credo si tratti di due prestanome di Ferrante di Sanseverino, marito di Isabella di Villamarino e contessa di Capaccio che insieme al marito caddero in disgrazia a causa delle continue controversie sorte proprio in quegli anni con il Vicerè Spagnolo don Parafan De Ribera. La Villamarino era la principessa di Salerno, coltissima, bellissima e ricchissima, oggi definita “la principessa del Rinascimento”. Isabella, da poco aveva perso tutti i suoi beni per ribellione toltigli dal Vicerè Spagnolo e di cui ha scritto il Mazziotti (…).

Nel 15…, MONNA LISA (GHERARDINI ?) MOGLIE DI FRANCESCO DEL GIOCONDO muore a Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, edito nel 1914, a pp. 222-223 riferisce un’interessante notizia che andrebbe ulteriormente indagata: “Intanto l’ordine cronologico ci porta a segnare qui una breve notizia – che forse può avere un certo fondamento storico – desunta dal libro ‘La Resurrezione degli Dei’ del celebre scrittore russo Demetrio Mareshkowsky, tradotto in italiano dalla Signora Nina Romanowsky. Ecc..ecc..”. Vediamo cosa scriveva in proposito il celebre scrittore russo riportato da Carlo Pesce (…), a p. 223: “Intanto l’ordine cronologico ci porta a segnare qui una breve notizia – che forse può avere un certo fondamento storico – desunta dal libro ‘La Resurrezione degli Dei’ del celebre scrittore russo Demetrio Mareshkowsky, tradotto in italiano dalla Signora Nina Romanowsky. Ivi, distendendosi, a forma di romanzo, la vita laboriosa ed artistica del sommo Leonardo da Vinci, dopo  descritti i lavori, durati tre anni, pel famoso ritratto di Monna Lisa Gioconda, è detto che questa, nell’autunno del 1506, partì col marito messer Francesco da Firenze per le Calabrie, e si legge: “La sera stessa egli (Leonardo) apprese il triste vero: di ritorno dalla Calabria, dove messer Francesco aveva concluso ottimi affari, e fra gli altri l’acquisto d’una grossa partita di pelli di montone da smerciarsi a Firenze, la povera Lisa era morta nella piccola ed oscura città di Lagonegro, vittima chi diceva d’una febbre infettiva toccata nell’attraversare la campagna romana, chi d’un dolososissimo morbo alla gola”. Non m’è stato possibile indagare se la notizia fosse vera, o se il nome di Lagonegro fosse stato messo lì a casaccio dal chiaro scrittore russo; certo per andare in Calabria unica via era l’antica Popilia od Acquilia, che passava per Lagonegro; d’altronde i nostri registri parrocchiali non s’estendono fino a quei tempi (1).”. Il Pesce (…) a p. 223, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questa notizia sulla morte di Monna Lisa fu pure inserita da me – mentre rivedevo le bozze di stampa di questo capitolo – nel ‘Giornale d’Italia’ del 18 Dicembre 1313 N. 350, a proposito del rinvenimento del prezioso capolavoro di Leonardo, rubato al Museo del Louvre di Parigi e trasportato in Italia, ad essa fu variamente appresa e commentata dal pubblico in Italia.”. Demetrio Mareshkowsky (…), nel suo La Resurrezione degli Dei, La vita del più grande genio di tutti i tempi, ristampato nel 1998 da Giunti, nel cap. VIII “Monna Lisa del Giocondo” a p. 265, in proposito scriveva che: “Messo d’un tratto di fronte alla realtà della morte, anch’egli, come accade a tutti, stentava a persuadersene. Ma quella sera stessa fu informato d’ogni cosa: durante il viaggio di ritorno dalla Calabria, dove messer Francesco aveva potuto concludere alcuni proficui affari tra cui uno per l’importazione a Firenze delle pelli di montone non lavorate, monna Lisa era morta a Lagonegro, una cittadina sperduta tra i monti, alcuni dicevano di febbri malariche, altri di un’infezione alla gola.”. Dunque, secondo la citazione del Pesce (…), lo scrittore russo Demetrio Mareshkowsky (…), nel primo decennio del ‘900 scriveva che l’eigmatica donna dipinta da Leonardo da Vinci, da alcuni e dal Mareshkowsky stesso attribuita a monna Lisa Ghirardini moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo, fosse morta a Lagonegro di febbre malarica. L’opera di Leonardo rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa (un diminutivo di “Madonna” derivante dalla parola latina “Mea domina” che oggi avrebbe lo stesso significato di “Signora”), moglie di Francesco del Giocondo (quindi la “Gioconda”). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino, abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria, che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari. Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica, ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto “Salaì”, allievo di Leonardo che seguì il maestro in Francia, dove l’opera è menzionata per la prima volta “la Joconda”; lo stesso Vasari scrisse che “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontainebleau”, dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche. Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccato per anni e anni dall’artista. Vasari infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell’opera com’era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città; analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale. A sostegno delle testimonianze del Vasari, nel 2005 Veit Probst, storico e direttore della Biblioteca di Heidelberg in Germania, ha pubblicato un altro appunto del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, datato 1503, che conferma l’esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, proprio nell’anno in cui Isabella Villamarino si sposò con Ferrante Sanseverino. La Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, dal re di Francia Francesco I. Altre identificazioni storicamente proposte sono state Caterina Sforza, e la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca; Isabella d’Aragona, duchessa di Milano nell’anno 1489. Si è supposto, inoltre, che la nobildonna ritratta appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l’identità a Bianca Giovanna Sforza, figlia primogenita legittimata di Ludovico il Moro, signora di Bobbio e Voghera o a Pacifica Brandani, amante del duca Giuliano de’ Medici. Io credo vi sia un nesso con l’intuizione del Mareshkowsky (…) della Monna Lisa di Giocondo di Leonardo e la storia travagliata dell’infelice Isabella. Ma è plausibile che Leonardo da Vinci avesse potuto ispirarsi alla Isabella Vilamarino dipingendo la sua monna Lisa ?. Sull’opera della Monna Lisa, della “Gioconda” si sa poco. Si sa che questa opera si trovava nel castello di Amboise dove Leonardo era ospite del Re di Francia. Leonardo, morì proprio ad Amboise il 2 maggio 1519. E’ proprio in quegli anni che le vicende di Isabella di Villamarino si intersecano con l’intricata vicenda dell’opera di Leonardo. Il principe Ferrante Sanseverino, anche noto come Ferdinando Sanseverino (Napoli, 18 gennaio 1507 – Orange, 1568), appartenente alla nobile famiglia Sanseverino, fu l’ultimo “principe di Salerno”. Era figlio di Roberto II Sanseverino e di Marina d’Aragona di Villahermosa, ed era nipote di re Ferdinando il Cattolico. Il padre roberto morì nel 1508, e nel 1516, con il consenso del re Ferdinando II, sposò Isabella Villamarina. Nel 1553 si mise in urto politicamente col governo spagnolo nel Regno di Napoli – perché contrario all’introduzione dell’inquisizione spagnola – e finì in disgrazia, rifugiandosi in esilio in Francia, fino alla morte. Perse così il suo palazzo a Napoli (trasformato nella Chiesa del Gesù Nuovo), e i suoi possedimenti a Salerno, che furono confiscati, come pure il titolo di principe di Salerno, che non venne più attribuito: la città iniziò un periodo di decadenza, terminato solo nel XVIII secolo con la fine del dominio spagnolo. A Salerno inoltre ebbe come residenza il castello di Arechi (ospitandovi anche Carlo V), dove si attorniò di artisti, uomini di cultura e intellettuali come il filosofo Agostino Nifo, Scipione Capece e Bernardo Tasso, il padre di Torquato Tasso. Durante il suo principato, Salerno tornò per alcuni decenni ad essere una delle principali città del meridione, riesumando parzialmente gli antichi splendori dei suoi principi longobardi e normanni. Questa sua munificenza e cultura lo mise al livello dei grandi principi rinascimentali e tuttavia era molto popolare presso il popolo napoletano, che lo inviò a Carlo V per protestare contro l’Inquisizione dell’impero spagnolo; tuttavia, questa sua posizione gli procurò l’avversità del viceré spagnolo Pietro di Toledo, costringendolo all’esilio in Francia sotto la protezione di Enrico II, mentre i suoi feudi vennero confiscati dalla Spagna. Morì in Francia, solo e abbandonato, a 61 anni. Sua moglie, Isabella Villamarina, o Villamarino (1503 – Madrid, 14 ottobre 1559), è stata una letterata e nobile italiana, ultima principessa di Salerno. Figlia di Isabella di Cardona e del catalano Bernardo Villamarino, grande ammiraglio del Regno di Napoli e conte di Capaccio, dopo la morte di lui, avvenuta nel 1512, ereditò il feudo di Capaccio e Altavilla. Nel 1516, con il consenso del re Ferdinando il Cattolico, sposò Ferrante Sanseverino. Il matrimonio unì due potenti dinastie: la loro corte, ospitata nel palazzo Sanseverino di Napoli e nella dimora di Salerno, divenne un punto di riferimento per artisti, musicisti, letterati e filosofi del tempo. Anche Carlo V fu ospite della coppia, alloggiato nel sontuoso palazzo dell’abate Ruggi a Salerno, per volere di Ferrante. La permanenza a Salerno dell’imperatore ci è descritta dai cronisti del tempo: il 18 novembre 1525 venne accolto con una parata imponente, fuochi artificiali, messe solenni e cene sontuose. Carlo V rimase colpito dalla magnificenza regale della corte, ma soprattutto dal fascino vivace e colto di Isabella, tanto che l’amicizia fra i due rimase inalterata negli anni a venire, come testimoniano le lettere conservate all’Archivio di Stato di Simancas. Su Isabella di Villamarino, ha scritto il Mazziotti (…) nel suo “La Baronia del Cilento”, che, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, Isabella Villamarino, contessa di Capaccio, scriveva che essa divenne Principessa di Salerno nel 1516 quando sposò Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino. La bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi.”. Dunque, oltre al fatto che il marito di Isabella, Ferrante, fuggì in Francia ed oltra alla circostanza che Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò non centrasse nulla con Lagonegro mentre come abbiamo visto vi sono dei documenti che coinvolgono direttamente la contessa di Capaccio nelle questioni di Lagonegro, documenti citati dal Pesce e nei manoscritti del Falcone e di Tortorella  vi è pure, a mio avviso, la notizia tratta dal Mazziotti (…), circa la bellezza di Isabella che incantò lo stesso Imperatore Carlo V, quando venne in Italia, di cui alcuni storici scrivono essere stata la aua amante. Il Mazziotti (…) riguardo il possibile legame su ciò che io credo si trattasse proprio della bella Isabella la Monna Lisa dipinta dal celebre Leonardo, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo, verso la fine del 1535, l’imperatore Carlo V reduce da una spedizione a Tunisi, ecc…Passato di poi nel 25 novembre in Napoli vi fu ricevuto con grandissima solennità dal popolo e dai nobili con a capo i Sanseverino eletto sindaco della città. La dimora del potente imperatore fu una continua serie di feste, in casa Sanseverino nella quale la gentile Isabella brillava per la vetustà della persona e la grazia di conversare. Carlo V restò ammaliato dalle attrattive della nobile dama, e gli storici ed i cronisti del tempo narrano molti piacevoli aneddoti (2) i quali fanno supporre che ella non restasse indifferente verso l’imperatore.”. Dunque, secondo quanto riferisce Matteo Mazziotti, Isabella e la sua bellezza dovettero farsi conoscere dall’Imperatore di Spagna Carlo V nell’anno 1535 e dunque, Leonardo Da Vinci, morto nel 1519 non poteva essere a conoscenza di questa bella donna. Ma noi abbiamo certezza che questa opera fosse proprio di Leonardo Da Vinci ?.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli: il Registro dei feudatari all’epoca del Viceregno Spagnolo

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 1555, Gian Pietro Carafa venne eletto papa col nome di Paolo IV

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Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “….Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi.”Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”. Paolo IV, nato Gian Pietro Carafa è stato il 223º papa della Chiesa cattolica dal 1555 alla morte. Gian Pietro Carafa nacque il 28 giugno 1476 a Capriglia, in Irpinia, da Giovanni Antonio dei conti Carafa della Stadera, una delle più nobili famiglie del Regno di Napoli, e da Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio; fu il terzo di nove figli. La famiglia affidò la sua educazione allo zio cardinale Oliviero Carafa, raffinato cultore di lettere e mecenate, che lo avviò allo studio del greco e dell’ebraico. Interessante è ciò che in proposito ai Carafa si può leggere sulla pagina di storia del Comune di S. Marina. In questa pagina si riferiscono alcune inesattezze peraltro non documentate. Quella che a mio parere è la più eclatante è quella secondo cui: “Tra i Carafa vissuti a Santa Marina, bisogna annoverare anche il cardinale Giampietro Carafa, eletto papa all’età di 79 anni col nome di Paolo IV. Ma il suo pontificato fu talmente triste e funesto che, alla sua morte, il suo corpo fu gettato, a furor di popolo nel Tevere.”. Era l’anno 1559.”. Da Wikipedia leggiamo che: Paolo IV, nato Gian Pietro Carafa (in latino: Paulus IV; Capriglia, 28 giugno 1476 – Roma, 18 agosto 1559), è stato il 223º papa della Chiesa cattolica dal 1555 alla morte. Gian Pietro Carafa nacque il 28 giugno 1476 a Capriglia, in Irpinia, da Giovanni Antonio dei conti Carafa della Stadera, una delle più nobili famiglie del Regno di Napoli, e da Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, V e ultimo conte di Montorio, e di Donna Maria Pereira de Noronha, portoghesa; fu il terzo di nove figli. La famiglia affidò la sua educazione allo zio cardinale Oliviero Carafa, raffinato cultore di lettere e mecenate, che lo avviò allo studio del greco e dell’ebraico.Paolo IV morì all’età di 83 anni la sera del 18 agosto 1559. Fu sepolto inizialmente nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano. L’aver sviluppato l’Inquisizione gli portò il rancore del popolo romano, che all’indomani della morte ne decapitò la statua in Campidoglio. Nel 1565 le sue spoglie furono tumulate nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Nel 1556, Andrea De Vio, Abate Commendatore indisse il Sinodo dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni. 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1556, per ordine dell’abate commendatario Andrea de Vio venne tenuto un Sinodo (v. Cap. IV, 4, n. 13) di cui il Di Luccia riporta integralmente (pp. 65-69) il testo da una copia esistente ai suoi tempi “in Arca intus Sacristiam Parochialis Ecclesiae S. Petri Terrae S. Ioannis ad Pirum”. Vi è la notizia di tutti i sacerdoti del periodo. Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”). Si ha poi notizia Nunzio Greco di Camerota, abate di S. Giovanni a Piro, segretario del Cappellano maggiore e della suprema giunta dei vescovi. Poi di Filippo Stanziola, abate commendatario di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota, vicario generale iin spiritualibus’ dei reali eserciti e rettore della chiesa della Nunziatella di Napoli.”.

Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: (111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.

Nel 15 agosto 1557, la causa pendente tra i Carafa della Spina, Conti di Policastro ed il Vescovo della Diocesi di Policastro, Mons………

Nel 1997, l’editore Pietro La Veglia di Salerno, nella ‘Rassegna Storica Salernitana’ (2), a cura di Carlo Carucci (…), ripubblicò alcuni scritti di Alfonso Silvestri (2), tra cui il saggio dal titolo: ‘La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, che quì riproponiamo integralmente pensando di fare cosa gradita agli studiosi. Alfonso Silvestri (…), nel 1997, nel suo “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, a p. 281 (vedi ristampa del La Veglia), in proposito scriveva che: “Il pacifico dominio della Terra di Torre Orsaia, goduto sino ai primi anni del Cinquecento, fu successivamente osteggiato dal conte di Policastro Giovanni Carafa, al quale Alfonso II con privilegio del 4 febbraio 1496 aveva concesso i beni feudali dell’infelice Giovanni Antonio Petrucci, confiscati da Ferrante d’Aragona in seguito alla Congiura dei Baroni (6). La più importante causa, tra le diverse intentate contro il vescovo dal Carafa e dai suoi successori, e delle quali purtroppo non sono più consultabili gli atti (7), è quella che si concluse con una sentenza definitiva, con la quale si stabilirono i rispettivi diritti giurisdizionali su Torre Orsaia. Questa decisione però era stata preceduta da un altro provvedimento del 3 luglio 1555, col quale si riconosceva al vescovo il diritto proibitivo dei trappeti per la macina delle olive e si ordinava la distruzione di quello fatto costruire dal Carafa (8). Ma nei mesi seguenti “fuerunt facta nonnula acta inter partes ipsas”; così il 15 agosto 1557 il magistrato della Sommaria Tommaso Anello Salernitano ed il giurista Giovanni Felice Scaglione (9), nelle rispettive parti di avvocati del vescovo e del conte, emisero un lodo arbitrale, il cui testo fu inserito in una sentenza della Camera della Sommaria ed il notaio napoletano Fabrizio Pagano ridusse in pubblico (10).”. Il Silvestri a p. 281, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Copia autentica di questo priv. è in A.S.N., ‘Processi della Pandetta nuovissima’, fascio 2893, fascicolo 67213, carte 4-8. Il Silvestri a p. 281, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di questa e delle altre vertenze giudiziarie del vescovo di Policastro, da lui esaminate nei distrutti ‘Processi della Pandetta antica della R. Camera della Sommaria e Processi della Commissione feudale’, dà brevi notizie il Pasanisi, op. cit., pp. 32-36.”. Il Silvestri nella sua nota (5) riguardo il Pasanisi postillava che: “(5) Laudisio, op. cit., p. 74. Cfr. O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro’, in “Archivio storico per la Provincia di Salerno“, a. III (1935), pp. 34-52.. Riguardo il saggio di Onofrio Pasanisi (…), citato, si trova nella rivista diretta da Carlo Carucci (…), “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III (1935), della nuova serie, fascicolo 1° – genn.-marzo XIII, da p. 32 e sgg.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(Fig….) Onofrio Pasanisi (…), op. cit., p. 32 stà in RSS

Alfonso Silvestri (…) a p. 281, nella sua nota (8) postillava che: “(8) A questo provvedimento si riferivano forse i non più reperibili atti compilati dalla Sommaria dopo quella data e che in un settecentesco repertorio sono stati riportati: “Litterarum parium 24, a. 1555-1558, fol. 48, 108, 109, 141. Reverendo vescovo di Policastro, per la sentenza contro l’illustre Conte di Policastro per certe Iurisditioni spettanti a detto vescovo per l’Iurisditioni della terra d’Ursaia, o Torre Ursaia”. A.S.N., Repert. Partium Somm., n. 8/II, c. 192″. Il Silvestri a p. 282, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sul Salernitano e sullo Scaglione, v. L. Giustiniani, ‘Memorie storiche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, I, Napoli 1797, rispettivamente a pp. 148-151 e 156.”. Il Silvestri a p. 282, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il testo della intero doc., comprendente il lodo-sentenza, è riportato in appendice, n. 1.”.

Silvestri,

Silvestri, 1

Silvestri, p. 281

Silvestri, p. 282

Silvestri, p. 283

Silvestri, p. 284.JPG

(Fig….) Silvestri Alfonso (…), saggio su Torre Orsaia

Silvestri, p. 285

Silvestri, p. 286

Silvestri, p. 287

Silvestri, p. 288

Silvestri, p. 289

(Fig….) Silvestri Alfonso (…), documento su Torre Orsaia pubblicato dal Silvestri

Nel 1561, la bolla di papa Pio V nominò Girolamo De Vio, Abbate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro

I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che:  Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: (60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.

Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”.

Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri

Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?)

Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. 

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.”. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”.

Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea dei Beni e Rendite spettanti all’Abbadia posta nel Bosco’ compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario di Andrea de Vio,  Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro

Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: 4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano………6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis, Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco.

Nel 1567, il Processo (“del Caro”) davanti alla Real Corte della Sommaria tra l’Abbate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Girolamo de Vio ed il Conte di Policastro

Da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, apprendiamo che, da un Processo che si tenne nell’anno 1567 intentato dal casale di S. Giovanni a Piro ed un certo de Caro contro il Conte di Lauria, Carafa, sono stati tratti alcuni interessanti documenti che riguardano la Giurisdizione criminale (civile) e religiosa dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro sui cittadini del casale di S. Giovanni a Piro. Il processo in questione è detto “atti di Caro” (dal Di Luccia (…)). Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567 per l’atti del Caro, ecc…”Dunque, il Di Luccia (…), a p. 12 citava alcuni documenti del 1320 che riguardavano S. Giovanni a Piro “inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567 per l’atti del Caro, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che il Processo degli Atti del Caro riguardavano il processo tra l’Abbate dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro contro il Conte di Policastro, Carafa della Spina. Inoltre, sempre riguardo questo processo del 1567, in cui l’Abbate dell’Abbazia citò il Conte di Policasto per indebite usurpazioni. Pietro Marcellino di Luccia (…), a pp. 75-76-77 scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro ai tempi della regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Il Di Luccia (…) a p. 77 scriveva che il documento inserito negli atti del processo “di Caro” si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”.

Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Vicereale e dei Conti Carafa di Policastro. Il Di Luccia (…), a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritte lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo; Possessiones verò ipsius Abbatiae praesuerat in Abbatem reparaverat sunt demolita, & posita penitùs in ruinam & c. conforme più amplamente si vede dal fol. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…) a p. 76 scriveva in proposito, postillava: “….del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.” e a pp. 11-12 riguardo un altra faccenda in proposito scriveva che: “inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro,…”. Dunque, il Di Luccia cita più volte documenti che riguardavano S. Giovanni a Piro inseriti negli atti del Processo de Caro, Processo del 1567. In questo processo “atti di Caro”, il Di Luccia scrive aver visto diversi documenti che riguardano S. Giovanni a Piro: una commissione di Carlo II d’Angiò del 1320 ed un documento del 26 agosto del 1422 della regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo che riguardano beni e privilegi concessi a S. Giovanni a Piro e addotti nel Processo contro il Conte di Lauria intentato dall’Università (dal Casale) di S. Giovanni a Piro (atti del Processo di Caro o de Caro). Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che il Processo degli Atti del Caro riguardavano il Processo tra l’Abbate dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro contro il Conte di Policastro, Carafa della Spina ai tempi del Viceregno Spagnolo la cui Contea di Policastro apparteneva al Conte Carafa della Spina e l’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a piro era Commendata dall’Abbate Girolamo de Vio. Gli atti di questo processo dovevano inserirsi all’epoca in cui era Abbate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Girolamo De Vio che fu abbate dal 1561 al 1587. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503); D. Antonio Terracina (1503-20); D. Antonio De Bacio (1520-34); Card. Tommaso De Vio (1534); D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87). Un Abate Basiliano di questo Cenobio, Nicola, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430.. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””. Riguardo il processo “del Caro”, più volte citato dal Di Luccia (…), troviamo anche delle notizie che riguardano un altro un Processo, quello del 1579 contro il conte e la contessa di Policastro. Ne parla Pietro Ebner (…), nel suo  ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, dove,sempre sulla scorta del Di Luccia (…), parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria. Privati e autorità chiedevano a Roma di considerar bene che l’eventuale fittuario fosse persona “timorosa di Dio venga con proposito bono di governare e non opprimere e spolpare li vassalli” e di liberarli dal “Signor Conte di Policastro preteso padrone del Criminale”. Contro costui le autorità civile del paese si rivolgevano alla “Sacrae Regiae Maiestati” denunziando tutti i soprusi commessi nei confronti dei cittadini dal conte e dalla contessa di Policastro (27 aprile 1579). In data 2 settembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli ordinava al conte e alla contessa di Policastro di restituire a Mario de Caro le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.”. Dunque, Ebner (…), riguardo questo processo “del Caro” (come lo chiama il Di Luccia), scriveva che: “….le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.” e, aggiunge che nel 2 setembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli condannò il conte di Policastro e gli ordinava di restituire al de Caro le 1500 cipolle. Sempre il Di Luccia (…), a pp. 131-132, nel suo cap. V, parlando della descrizione Topografica di S. Giovanni a Piro, del suo sito, del clima ecc…, a p. 131, cita il processo del de Caro si riferisce ad un processo svoltosi in cui testimoniarono alcuni cittadini di S. Giovanni a Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 ecc…”. Il Di Luccia (…), a p. 129, spiega da dove avesse attinto dette notizie e scriveva che: “,…come si cava dall’esame fatta nella causa agitata davanti al Consigliere Gio: Antonio Lanario per l’Atti di Gio: Andre di Caro nell’anno 1579, tra l’Vniversità di detto S. Giovanni & i qu. Clerico Egidio Sorrentino Archidiacono di quel tempo di Policastro, ed effetto che si fosse chiusa una rottura fatta da lui in dette muraglie  da me letta.”. Il Di Luccia (…), a p. 131, in proposito scriveva che: “…, pure trovo, che anticamente era retto da un Camerlengo, e due Giudici, o Locotenenti, come raccolgo da un processo attitato trà l’Vniversità di S. Gio: & il Sig. Conte di Policastro dell’anno 1578. per l’Atti d’Andrea di Caro avanti il Giudice Anello de Bottis, nel quale dal fol. 119. il tutto si conferma con quelle parole ecc.. 

Di Luccia, p. 132

(Fig…) Di Luccia (…), op. cit., p. 131

Dunque, in queste pagine il Di Luccia (…), ci parla di una Causa del 9 giugo 1587 vertente tra l’Abbate D. Ioannes de Vio ecc…, mente Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia ci informa pure di un giudizio intentato contro i suddetti conti “super iure carnagii, decime piscium, et iure plateae quae exiguntur in Territorio et Maritima dictae Terrae Sancti Ioannis” e anche della “Provisioni spedite ad istanza della Sacro-santa Basilica di S. Pietro Padrona della Terra di Bosco, lontana da S. Giovanni meno di due miglia.”.

Nel 1568, con Ferrante Sanseverino, figlio di Roberto II calò il sipario sulla potente famiglia Sanseverino

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”.

Nel 1568, Sapri in Scipione Mazzella Napolitano

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (121), che nella sua “Descrizione del Regno di Napoli”, del 1568, scrive: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘seno saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. Nel mio studio (1) nella mia nota (121) postillavo che: “(121) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568.”. Infatti, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa nel 1568, per i tipi di ….., parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘seno saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. Scipione Mazzella Napolitano (…), scriveva nel 1568 che dopo Policastro vi era la baia di Sapri, che a suo avviso gli antichi chiamavano “seno saprico” e che al momento si chiamava Li Bonati. Sapri, nel 1568, può essere che appartenesse al mandamento di Li Bonati (l’odierna Vibonati). Credo sia corretta la citazione di un “seno saprico” ma credo non abbia alcun fondamento che Sapri nel 1568 si chiamasse Li Bonati. E’ lo stesso Mazzella (…) che a p…., parlando delle Torri vicereali costruite lungo il litorale del Golfo di Policastro, citando alcune Torri cavallare presenti anche oggi sulla costa di Sapri, le chiamava: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58 Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro”, sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58 Torre del Crivo di Scilandro”

Nel 1571, le operazioni belliche delle armate cristiane per la battaglia di Lepanto del 1571

E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (2), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià.

Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto, Marcantonio II Colonna ed il reclutamento di uomini a Sapri e nel Cilento

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: (127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto sull’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana (veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (2), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Gianni Granzotto dice di aver scoperto dei Commentari di un certo Ser Antonello degli Antonelli che descrivono le vicende che hanno preceduto, contrastato ed infine concluso la battaglia di Lepanto ma, l’editore nella presentazione del libro di Granzotto, in proposito scriveva che: “Granzotto, ricorrendo ad un artificio classico, immagina di aver ritrovato tra antiche carte le memorie di Antonello Antonelli, un nobile umbro che aveva preso parte a tali memorabili eventi.”. Gianni Granzotto, nel 1975, nel suo “La Battaglia di Lepanto”, a p. 114, in proposito scriveva che: “Non restava così gra scelta. Gli altri due colonnelli delle guarnigioni veneziane, Gaspare Toraldo e Pompeo Giustini, sarebbero rimasti a battere i villaggi tra Marche e Umbria. Prospero Colonna aveva deciso di spingersi a meridione, verso il Picentino e il Cilento. Ed io mi preparavo ad andare con lui. Ci saremmo imbarcati con la flotta pontificia che era già in rada a Civitavecchia, diretta al porto di Napoli per attendervi l’arrivo di Don Giovanni dalla Spagna. Ecc…”. Il Granzotto proseguendo nel suo racconto, in proposito a pp. 123-124 scriveva che: “Nella nobile città di Salerno fummo accolti da Gaspare Angrisano, uomo di fidanza dei Sanseverino per tutti quei possessi di cui ancora tenevano dominio nonostante il capo della casa, il principe Ferrante, fosse stato messo all’esilio per i suoi gravi contrasti con gli Spagnoli. Sugli affari di Salerno, trasferiti dal Vicerè di Napoli alla spettanza dimaniale, Ferrante non aveva più alcun governo. Ma dal suo rifugio presso la corte di Francia riusciva a tenere a buona guida dei castelli del principato, con legami e relazioni assai continui cui dava suggello diretto capitando all’improvviso ecc….”. A pp.  128-129, egli scriveva che: “Di là procedemmo per passi collinosi, ecc…Continuava a piovere e il nostro cammino diventava sempre più difficile, per strade impastate di fango. Dormivamo per lo più nei conventi, spesso sulla paglia. Le locande erano rare e sporche. Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro. io non andai con Prospero fino all’ultimo poichè si era deciso che lo precedessi a Messina dove stava radunandosi la flotta della Lega, per portarvi notizie rassicuranti sull’andamento della nostra missione.”. Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Alla Spagna di Filippo II, però, va il merito di aver implacabilmente perseguito i barbareschi che infestavano le coste mediterranee, lotta che culminava nel glorioso episodio della Battaglia di Lepanto.”. In una lettera del 2 marzo 1572 Alberico Cybo chiedeva a Camillo Porzio di citare il figlio nel racconto della battaglia di Lepanto, ma Porzio era ben lungi dalla trattazione di quegli eventi nella sua Istoria. Il II libro, infatti, che si fermava all’anno 1551-52, era stato terminato nel 1569-70. E dunque è più probabile che il principe di Massa si riferisse a un’altra opera a cui sapeva che Porzio stava lavorando. Proprio una storia della battaglia di Lepanto cui Porzio accennava in una missiva al cardinale Carafa del 18 gennaio 1572 e che forse fu una delle ragioni che determinarono da parte di Porzio una pausa nella stesura dell’Istoria d’Italia che poi non venne più ripresa. Certamente in quei frangenti Porzio scrisse un elogio di Pio V, promotore della Lega contro gli infedeli, fatto pervenire al pontefice e mai rinvenuto. E’ interessante una notizia tratta da Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 149, in proposito scriveva che: “Al duca Ettore successe (a. 1570) Camillo che sposò Geronima Colonna, sorella del celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Da un prezioso ms. (41) si apprende che alla morte di Camillo (28 marzo 1583) le rendite della baronia continuavavano a diminuire (difficile stabilire se il denunziante lo aveva fatto ai soli fini fiscali) I 2390 ducati denunziati alla morte della contessa Giulia erano diventati 2343 alla morte di Camillo, escluso lo stato di Pisciotta la cui rendita era di ducati 1990. Va segnalato che Berlingieri Carafa, pur avendo acquistata l’intera baronia, ecc…”. In questo passaggio Ebner cita il fratello di Geronima Colonna, ovvero Marcantonio Colonna, celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto. Ebner, a p. 149, nella nota (41) postillava che: “(41) BPS, ms. Regestro Petitionem Releviorum, f. 13: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nella Lega navale, per ragioni di prestigio affiancavano la Real spagnola: la Capitana di Sebastiano Venier, settantacinquenne Capitano generale veneziano, la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, trentaseienne ammiraglio pontificio, la Capitana di Ettore Spinola, Capitano generale genovese, la Capitana di Andrea Provana di Leinì, Capitano generale piemontese, l’ammiraglia Santa Maria della Vittoria del priore di Messina Pietro Giustiniani, Capitano generale dei Cavalieri di Malta. Dunque, Marcantonio Colonna, celebre capitano pontificio era fratello di Geronima Colonna che aveva sposato Camillo Carafa, figlio e successore nel 1570 del duca Ettore Pignatelli, conte poi duca di Monteleone (Vibo Valenzia). Il personaggio citato dal Granzotto, ser Antonello Antonelli era al seguito di Marcantonio Colonna. Da Wikipedia leggiamo che Marcantonio II Colonna (Lanuvio, 26 febbraio 1535 – Medinaceli, 1º agosto 1584) è stato un nobile, condottiero, ammiraglio e mecenate italiano e I principe di Paliano, III duca dello stesso, III duca di Tagliacozzo. Nel 1577 fu nominato viceré di Sicilia; inoltre fu uno dei maggiori protagonisti della vittoria della battaglia di Lepanto assieme all’ammiraglio Giovanni d’Austria e detenne numerose cariche amministrative e militari nell’ambito dello Stato della Chiesa e dei domini spagnoli del sud-Italia.[2]. Nacque il 26 febbraio 1535 nel castello baronale di Lanuvio (cittadina chiamata in quel tempo Civita Lavinia) da Ascanio Colonna, II duca di Paliano e conte di Tagliacozzo (fratello della poetessa Vittoria Colonna) e da Giovanna d’Aragona, nipote del re Ferdinando I di Napoli. Pochi giorni dopo la sua nascita, secondo una leggenda, un eremita, recatosi a visitare la madre, Giovanna, sostenne che si doveva attribuire al neonato il nome Antonio, in considerazione della sua futura grandezza, essendo egli destinato a compiere delle straordinarie imprese e a divenire il capo della casa Colonna. Fu così che sua madre, pur impressionata da quella profezia (quello era il suo sesto figlio, ed era quindi ben lontano dal diritto di primogenitura), lo chiamò Antonio, con il prenome Marco, in armonia con le tradizioni familiari. Le gesta eroiche di Marcantonio a Lepanto furono il principale motivo ispiratore degli apparati pittorici della Galleria Colonna realizzata circa un secolo dopo nel Palazzo Colonna, inoltre, Marcantonio Colonna, assieme al cognato Onorato Caetani, furono tra i più famosi e influenti militari presso la corte del papa Pio V, suscitando così le invidie del nipote Michele II Bonelli. Nel 1572 Marcantonio II Colonna si reca a Firenze al fine di accelerare le operazioni di allestimento della sua squadra navale. Si imbarca quindi a Gaeta nella squadra toscana assieme al balivo dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano Raffaele dei Medici, il quale, durante un giro di ispezione delle coste toscane s’imbatte in alcune navi pirata turche. Durante gli scontri Marcantonio Colonna riuscì a impadronirsi del galeone dei corsari. L’anno successivo venne nominato Capitano generale della Chiesa, carica che detenne solamente sino al 1573 quando venne sostituito dal duca Giacomo Boncompagni, figlio dello stesso pontefice Gregorio XIII.

Nel 1571, Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro

Ecco cosa scrisse su Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro il Vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, che leggiamo nell’edizione a cura di Gian Galeazzo Visconti (…), a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “XXXIII. Ferdinando Spinelli, di Napoli, nominato Vescovo nel 1572. Egli ordinò ai monaci greci che risiedevano nella diocesi di adottare, entro il termine di un anno, il rito latino nella celebrazione della Messa (3) nella recitazione del Breviario (4) e in tutti gli uffici religiosi, secondo le disposizioni del pontefice S. Pio V, sotto pena di incorrere nelle sanzioni previste. Tuttavia questi monaci greci, benchè abbiano accettato il rito latino, versano ancora oggi le prestazioni della Mensa vescovile secondo il costume greco, e in memoria del rito greco, ogni anno, nel giorno dell’Epifania del Signore benedicono in alcuni paesi le case con l’acqua santa, come fanno i sacerdoti di rito latino il sabato santo. Inoltre a Camerota la festa di S. Daniele profeta, a cui la parrocchia greca era già consacrata, si celebra secondo il calendario dei Greci il 17 dicembre, ed ora l’uso di celebrare la festa in tale giorno si è esteso a tutta la diocesi; invece, secondo il calendario romano dovrebbe essere celebrata il 21 luglio.”. Il Laudisio proseguendo a p. 80 ci parla del Cardinale Filippo Spinelli che sarà vescovo di Policastro dopo Ferdinando e che fu trasferito poi alla Diocesi di Aversa. Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Laudisio a p. 80 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il Raele (Raffaele Raele, ‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1) riporta questo curioso episodio del vescovo Ferdinando Spinelli: “Nel 1580, non trovandosi chi volesse andar vescovo a Policastro per le ‘soverchierie’ che voleva usare il Conte del luogo su quella Chiesa, il Pontefice Gregorio XIII vi destinò Ferdinando Spinelli Napoletano, ‘Vi si portò costui per mare, e sbarcato in quella spiaggia, gli si fece all’incontro il Capitolo, Clero e lo stesso Conte. Si fecero dei complimenti, ed il Vescovo, che cingeva la spada e nel petto li pendeva la Croce, disse al Conte che avesse egli prescelto o la Croce o la spada, o la pace o la guerra, perchè lui veniva determinato per l’una e per l’altra. Il Conte, che vide in tale disposizione il Vescovo, prescelse la pace, depose l’albagia e visse col Vescovo in perfetta armonia’ (Falcone iunior).”. Il Laudisio nella sua versione originale dell’opera (vedi nota (80) del Visconti di p. 24) postillava che: “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”. Si riferiva al tsto del Baronio (…) ovvero al suo………………………….. Nella sua nota (5) a p. 80 il Visconti si riferiva al testo di Raffaele Raele (….), “‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1)” che traeva alcune notizie sulla Diocesi di Policastro ai tempi del vescovo Spinelli da cui dipendeva Lagonegro e Lauria dal testo manoscritto di Falcone Junior (….). Il manoscritto di Falcone iunior è stato di recente ristampato dal Comune di Lagonegro sulla scorta del manoscritto conservato al Comune. Si tratta del testo di “Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta dal dottore Alessandro Falcone”, trascritto dal manoscritto da Carlo Calza. Il testo fu più volte citato anche da Carlo Pesce (…), nel suo ‘La Storia della città di Lagonegro”. Il Laudisio postillava “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”, ovvero note al Martirologio del Baronio, ovvero l’opera ‘Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii’. Dopo l’approvazione ecclesiastica definitiva del suo ordine il 15 luglio 1575, elesse a sua residenza la chiesa di Santa Maria in Vallicella, dove si dedicò alla redazione delle sue opere: la revisione del Martirologio Romano, incarico che gli era stato affidato da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto, che completò nel 1589 e che venne pubblicata col titolo Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii; e soprattutto gli Annales Ecclesiastici. Ne curò la redazione fino alla morte, arrivando a pubblicarne il dodicesimo volume: gli Annales rappresentano una delle prime vere e proprie opere di storia ecclesiastica in campo cattolico, basata su un’attenta e critica analisi delle fonti documentarie.

Nel 1572, al tempo del vescovo Spinelli a Rivello, le liti sorte fra le due collegiate: la greche e la latina

I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Allora la collegiata di santa Maria continuò ad essere uffiziata da quei greci latinizzati; ma in seguito, la precedenza di matricità e le prerogative di onore delle due collegiate furono cagione di gravi contese, massima per le pretensioni di quella di santa Maria sopra l’altra di san Nicolò. La lite fu portata a Roma e nel 1746 fu decisa a favore della seconda.”. Sulla notizia riportata dal Laudisio (…), che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”, egli, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”.

Nel 1574, la causa tra Girolamo De Vio, Commendatore dell’Abazia di S. Giovanni a Piro e il Monastero di S. Pietro de Carbonaro a Majerà (Calabria)

Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani scriveva che l’antica Abbazia italo-greca di San Giovanni a Piro, nel 1587 fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe eretta nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Interessanti del pari due sentenze, una penale, emessa a seguito di querela esposta “exposita per Laudoniam Triparum Terrae qualiter et adversus Donnum Carolum Pistacchium eiusdem Terrae qualiter noctis tempore ausus ire domun dictae Laudoniae et ianuam aperire et ingredi domum praedictam occasione ipsam carnaliter congnoscendi” che liberava “a meritis dictae querelae totiusque Causae” il predetto D. Carlo e un’altra sentenza emessa da D. Rainaldo Corso contro D. Giovanni de Scielso  per usurpazione dei poteri spirituali sul monastero di Cirella e grancia dipendente, come pure sulla “rurali Ecclesia d. Monasteri S. Petri ad Carbonaro sita in territorio di Majera S. Marci Dioecesis”. Il vicario e visitatore apostolico espressamente delegato da papa Gregorio XIII, Rainaldo Corso, a “istantia inter Rev. D. Hieronymum de Vio Clericum Gaietanum Commendatarium Monasterij S. Ioannis ad Pirum, ordinis S. Basilij, et grancia, seu membro ipsius Monasterij sub vocabulo S. Petri ad Carbonaro sit. in Territorio de Maierari Dioecesis S. Marci” imponeva “supradicto D. Ioanni Scielso Terrae Cirellae” di pagare tutte le spese essendo stato ritenuto colpevole dell’imputazione ascrittagli (17 agosto 1574).”. Orazio Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”.

                                                               MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig…..) Pag. 139 della ‘Platea dei beni dell’Abazia di S. Giovanni a Piro del 1695-96′ – possedimenti “Extra” a Mayerà (Calabria)

Dal 1576, il feudo di Rofrano venne acquistato dalla contessa di Barletta Lucrezia Comonte

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Nel 1576 il SRC pose all’asta il feudo che venne acquistato da Lucrezia Comonte, contessa di Barletta per ducati 11.630 (20). Per l’aumento del sesto da parte di G. Battista Minutolo, il SRC rimise all’asta il feudo che rimase alla Comonte per ducati 13.400 (21). La contessa concesse poi gli statuti il 5 dicembre 1576 (22).”.

Nel 1576, Giovan Battista Carafa vendette Roccagloriosa a Giovanni-Antonio Lanario

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “… Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino,……Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “….ed il 25 maggio 1576, ad istanza dei creditori, i Carafa vendettero il feudo a Giovanni-Antonio Lanario per 11.450 ducati.”. Su Roccagloriosa hanno scritto anche i due autori Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a p. 35, in proposito scrivevano che: “….ed il 25 maggio 1576, ad istanza dei creditori, i Carafa, vendettero il feudo a Giovanni-Antonio Lanario per 11.450 ducati.”.

Nel 1578, i LANARIO rivendettero il feudo di Roccagloriosa a Pompeo CAPECE

Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” di Roccagloriosa attingiamo che: I Lanario nel 1578 lo vendettero a Pompeo Capece, il quale nello stesso anno lo fece apprezzare dal tavolario Virgilio di Mari e lo rivendette al marchese Matteo D’Afflitto per 12.300 ducati. Ecc…”. Su Roccagloriosa hanno scritto anche i due autori Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a p. 35, in proposito scrivevano che: I Lanario nel 1578 lo vendettero a Pompeo Capece, il quale nello stesso anno lo fece apprezzare dal tavolario Vigilio di Mari e lo rivendette al marchese Matteo D’Afflitto per 12.300 ducati. I baroni D’Afflitto lo tennero dal 1578 fino all’inizio della dominazione francese (69), quando la feudalità, già enormemente ecc..”. I due studiosi a p. 35, nella nota (69) postillavano che: “(69) Nell’Archivio di Stato di Napoli ricorrono i nomi di ‘Matteo D’Afflitto’, che il 17 luglio 1578 era “utilis dominus terrae Roccaegloriosae” ecc..”.

Nel 1578, i D’AFFLITTO acquistarono il feudo di Roccagloriosa da Pompeo Capece

Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” di Roccagloriosa attingiamo che: I baroni D’Afflitto lo tennero dal 1578 fino all’inizio della dominazione francese (69), quando la feudalità, già enormemente indebolita ecc..ecc..”. Su Roccagloriosa hanno scritto anche i due autori Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a p. 35, in proposito scrivevano che: Pompeo Capece,….lo rivendette al marchese Matteo D’Afflitto per 12.300 ducati. I baroni D’Afflitto lo tennero dal 1578 fino all’inizio della dominazione francese (69), quando la feudalità, già enormemente ecc..”. I due studiosi a p. 35, nella nota (69) postillavano che: “(69) Nell’Archivio di Stato di Napoli ricorrono i nomi di ‘Matteo D’Afflitto‘, che il 17 luglio 1578 era “utilis dominus terrae Roccaegloriosae” ecc..”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc..’, a p. 128, parlando del Territorio di San Giovanni a Piro, accenna anche al territorio ed all’Abbazia di Bosco ed in proposito scriveva che:

Di Luccia, p. 128 su Bosco e l'Abbazia di Bosco.PNG

Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che nel 1700, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco era unita al Capitolo di S. Pietro di Roma dalla bolla di Pio IV e dalla ‘Rocca Gloriosa Terra sotoposta al Dominio delli Signori Baroni d’Afflitto, ecc…

Nel 1° novembre 1579 la ‘Bulla in Coena Domini’ di papa Gregorio XIII per S. Giovanni a Piro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione..

Nel 27 aprile 1579, la causa tra il casale di S. Giovanni a Piro e il Conte Carafa di Policastro

Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia, nel suo L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 100, citava il processo del 1582 intentato dal Casale di S. Giovanni a Piro contro il Conte di Policastro Ettore Carafa. Il Di Luccia (…), a p. 100, scriveva che: “Die 9 Iulij 1582.

Di Luccia, p. 100

Di Luccia, p. 101

(Fig…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 100-101

Dunque, in queste pagine il Di Luccia (…), ci parla di una Causa del 9 giugo 1587 vertente tra l’Abbate D. Ioannes de Vio ecc…, mente Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in propositocitava un altro processo (vertenza) che riguardava sempre S. Giovanni a Piro contro il Conte di Policastro. Ebner (…), a p. 496 scriveva che: Contro costui le autorità civili del paese si rivolgevano alla “Sacrae Regiae Maiestati” denunziando tutti i soprusi commessi nei confronti dei cittadini dal conte e dalla contessa di Policastro (27 aprile 1579). In data 2 settembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli ordinava al conte e alla contessa di Policastro di restituire a Mario de Caro le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.”. Sempre il Di Luccia (…), a pp. 131-132, nel suo cap. V, parlando della descrizione Topografica di S. Giovanni a Piro, del suo sito, del clima ecc…, a p. 131, cita il processo del de Caro si riferisce ad un processo svoltosi in cui testimoniarono alcuni cittadini di S. Giovanni a Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 ecc…”. Il Di Luccia (…), a p. 129, spiega da dove avesse attinto dette notizie e scriveva che: “,…come si cava dall’esame fatta nella causa agitata davanti al Consigliere Gio: Antonio Lanario per l’Atti di Gio: Andre di Caro nell’anno 1579, tra l’Vniversità di detto S. Giovanni & i qu. Clerico Egidio Sorrentino Archidiacono di quel tempo di Policastro, ed effetto che si fosse chiusa una rottura fatta da lui in dette muraglie  da me letta.”. Il Di Luccia (…), a p. 131, in proposito scriveva che: “…, pure trovo, che anticamente era retto da un Camerlengo, e due Giudici, o Locotenenti, come raccolgo da un processo attitato trà l’Vniversità di S. Gio: & il Sig. Conte di Policastro dell’anno 1578. per l’Atti d’Andrea di Caro avanti il Giudice Anello de Bottis, nel quale dal fol. 119. il tutto si conferma con quelle parole ecc.. 

Di Luccia, p. 132

(Fig…) Di Luccia (…), op. cit., p. 131

Dunque, in queste pagine il Di Luccia (…), ci parla di una Causa del 9 giugo 1587 vertente tra l’Abbate D. Ioannes de Vio ecc…, mente Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia ci informa pure di un giudizio intentato contro i suddetti conti “super iure carnagii, decime piscium, et iure plateae quae exiguntur in Territorio et Maritima dictae Terrae Sancti Ioannis” e anche della “Provisioni spedite ad istanza della Sacro-santa Basilica di S. Pietro Padrona della Terra di Bosco, lontana da S. Giovanni meno di due miglia.”.

Nel 18 aprile 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi al monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dominio incontrastato dei Carafa della Spina Conti di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galassi il 18 aprile 1583.”. Ebner (..), a p. 437 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. Ebner ne parla nel vol. II a p. 439 e scrive che: “Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Silvio Galasso giunse a Rofrano, ricevuto dal clero ecc…” che Ebner ne riporta integralmente il verbale. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando della vendita del feudo di Rofrano e riferendosi all’acquisto fatto dalla contessa Lucrezia Comonte, nel 1576, in proposito scriveva che: La contessa concesse poi gli statuti il 5 dicembre 1576 (22). Nel 1583 la contessa, sollecitata dal commissario apostolico Silvio Galasso, rinunciò alla giurisdizione spirituale. Con breve dello stesso anno papa Gregorio XIII esentò il clero locale da ogni tassa, imposizione o sussidio in perpetuo (23). Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 434, nella nota (23) postillava che: “(23) Ronsini, ‘Docum’. B, p. 72 sgg. Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Galasso visitò oer la prima volta le chiese di Rofrano (v. oltre).”. Sempre Pietro Ebner, a p. 437, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galazzo il 18 aprile 1583. Nell’ADV manca il verbale della visita di mons. Morello nel 1592 che vietò la consuetudine di rito greco di spezzare e distribuire ai comunicandi un’ostia grande.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, nel vol. I, pp……, parlando di Policastro scriveva che: “…..per passare poi al conte di Policastro Giovanni Carafa, nel 1490. Questi cacciò i monaci rimasti nel monastero di Rofrano, che trasformò in proprio palazzo e si arrogò la giurisdizione spirituale del paese, nominando un prete come suo vicario. Questo stato di cose fu risolto dal Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato da Papa Gregorio XIII il quale nel 1583 aggregò Rofrano alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) e trovò tra gli ecclesiastici solo un diacono, figlio di un presbitero greco, l’unico rimasto dei molti presbiteri e diaconi greci che si trovavano un tempo nella terra di Rofrano. Il Galassi, visitando le chiese di Rofrano, cominciò dalla chiesa madre di Santa Maria di Grottaferrata, dove era custodita un’antichissima icona della Beata Vergine Maria. Questa icona, già scomparsa nel 1691, doveva essere certamente una copia di quella tuttora venerata nella Badia Greca di Grottaferrata, la cui presenza a Rofrano determinò la nuova intitolazione della chiesa, in origine detta semplicemente di Santa Maria (Cfr. Crisobollo di Ruggero II) e poi, dopo la collocazione dell’icona suddetta, diventata chiesa di Santa Maria di Grottaferrata. “. 

Nel 26 novembre 1583, il feudo di Rofrano fu acquistato da Giovan Battista Farao

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Il 26 novembre 1583 Lucrezia Comonte e il figlio Ottavio Cognetti vendettero il feudo (24) a Giovan Battista Farao, cui successe il figlio Ettore, da cui a Michele. I creditori di costui adirono il SRC che ordinò la stima dei beni feudali (25). Ecc…”.

Nel 2 settembre 1583, la Sentenza della Real Corte che condannava il Conte e la Contessa di Policastro

Riguardo il processo “del Caro”, più volte citato dal Di Luccia (…), troviamo anche delle notizie in Pietro Ebner (…), nel suo  ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria. Privati e autorità chiedevano a Roma di considerar bene che l’eventuale fittuario fosse persona “timorosa di Dio venga con proposito bono di governare e non opprimere e spolpare li vassalli” e di liberarli dal “Signor Conte di Policastro preteso padrone del Criminale”. Contro costui le autorità civili del paese si rivolgevano alla “Sacrae Regiae Maiestati” denunziando tutti i soprusi commessi nei confronti dei cittadini dal conte e dalla contessa di Policastro (27 aprile 1579). In data 2 settembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli ordinava al conte e alla contessa di Policastro di restituire a Mario de Caro le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni“.”. Dunque, Ebner (…), riguardo questo processo “del Caro” (come lo chiama il Di Luccia), scriveva che: “….le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.” e, aggiunge che nel 2 setembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli condannò il conte di Policastro e gli ordinava di restituire al de Caro le 1500 cipolle.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, V conte di Policastro sposando Vittoria di Loria divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.

Dal 13 novembre 1587 al 15…, il Vescovo di Policastro Mons. Ferdinando Spinelli amministrerà per conto della Santa Sede i Beni e delle Rendite della ex Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro e di altre grange da esso dipendenti

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale (si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Dunque, l’Ebner (….), sulla scorta del Palazzo citava il “Trattato” Di Lùccia (…) dove sono trascritti diversi documenti relativi al Cenobio Basiliano (ex Commenda) di S. Giovanni a Piro e della sua giurisdizione spirituale “usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner si riferiva al “Trattato” di Pietro Marcellino Di Lùccia (….) ed al suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato a Roma nel 1700. Infatti, Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Ecc…Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra….. Ecc…Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. . Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8 ci parla del passaggio della contea di Policastro a Giovanni Carafa (della Spina). Continuando il suo racconto, il Di Luccia (…), ci parla delle ingerenze e delle indebite usurpazioni del conte di Policastro, il milite Giovanni Carafa della Spina che nel 1496 ebbe Policastro. Pietro Marcellino Di Lùccia (…), a p. 76, scrivendo del “Terzo Stato di S. Giovanni a Piro”, così scriveva di Bosco e di S. Giovanni a Piro:

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Nel 1589, ‘Sapri roui nata’ nella carta geografica di Gerardo Mercatore

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,….e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Nel mio studio, nella nota (122) postillavo che: (122) Carta riprodotta nell'”Atlas”, Duisburgo, 1595, collezione di Celico Valente; citata anche dal Cesarino (…); riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. X”. Nel mio studio, nella nota (123) postillavo che: (123) Cesarino F., ‘Sapri archeologica’, stà nei “I Corsivi”, 5, 1987, e pure ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in “I Corsivi”, 3, 1988. Il Cesarini in proposito dice: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Questa carta di cui pubblichiamo uno stralcio, riporta “Sapri rovinata”. (125).”. La mia nota (124), rimanda alla nota (125): (125) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.”.

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(Fig….) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (…)

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(Fig….) Particolare della carta ‘Puglia, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595 (…), tratta dal Mazzetti (…), op. cit. Tav. X

Nel 1592, mons. Morello, vescovo di Capaccio vietò una pratica liturgica da rito greco a Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, in proposito scriveva che: “Nell’ADV manca il verbale della visita di mons. Morello nel 1592 che vietò la consuetudine di rito greco di spezzare e distribuire ai comunicandi un’ostia grande.”.

Nel 1597, le visite pastorali di Mons. Spinelli, vescovo della Diocesi di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlava della chiesa di Sapri e in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”.

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Carafa della Spina

Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1605, gli sposi Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro vendono a Decio Palamolla la Terra di Sapri

Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo“Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Chi erano don Fabrizio e donna Giulia Carafa, Conti di Policastro ?. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Riguardo i Carafa di Policastro ed il conte Fabrizio sono stati citati anche da Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc..Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Dunque, stando alle parole del Campagna, Francesco Carafa, VIII° conte di Policastro, era figlio di Fabrizio Carafa coniugato con la nipote sua Giulia Carafa. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742. Nella rivela del La Corte, si dice che il territorio ed i possedimenti di Casa Carafa, la contea di Policastro da essi dipendente: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Dunque, secondo questo documento del 1742 la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Nel 1608, Francesco Carafa della Spina, VII conte di Policastro e signore di Majerà e Tommasina Lucrezia Carafa, III duchessa di Forli

E1. (ex 1°) Don Francesco (* 1602 ca. + 7-9-1647), 7° Conte di Policastro, Signore di Majerà dal 1608 e Patrizio Napoletano. = 4-9-1629 Donna Tommasina Lucrezia Carafa 3° Duchessa di Forli, figlia di Giovanni Antonio Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo (* 22-1-1605 + 7-9-1646). Dunque, secondo il ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’, don Francesco Carafa della Spina, figlio nato dall’unione con Fabrizio Carafa e Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà sposò donna Tommasina Lucrezia Carafa, III Duchessa di Forli e figlia di Giovanni Antonio Carafa, Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo. Don Francesco Carafa, signore della Terra di Majerà lo ritroviamo citato in Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Donna Ippolita Carafa (1697 † 1772), duchessa di Chiusa, fece realizzare nella cappella di famiglia il monumento funebre in ricordo del marito Gerardo (1702 † 1764), principe del S.R.I., duca di Forli, conte di Policastro, patrizio napoletano, e dei suoi tre figli: Ettore (1725 † 1726), Giovanni (1727 † 1729) e  Antonio (1728 † 1731) morti in tenera età. Detto Ettore fu amministratore del ducato di Chiusa per conto della moglie; vendette il feudo di Forli ma il titolo di duca di Forli passò sul casale di Ispani, il cui nome venne cambiato in Forli; nel 1733 fece una permuta dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone.

Nel 1610, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Chalat Ambrosin

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Infine, Sapri si vede vicino ad un fiume e a Policastro, nella carta (fig. 41), tratta dall’Atlante del Mediterraneo”, di  Chalat Ambrosin, del 1610 (113).”. Nel mio studio, nella nota (112) postillavo che: (113) Questa carta “Sicilia” è tratta dall'”Atlante del Mediterraneo”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Rès Ge DD 2018; la fig. 36 che pubblichiamo, è tratta da De La Ronciere ecc.., op. cit., tav. 74.”.

Nel 16 gennaio 1625, il re concesse ai Carafa della Spina il titolo del ducato di Forlì

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: Il feudo era ancora tenuto dalla famiglia Carrafa nel ‘600, quando (16 gennaio 1625) venne concesso a uno di essa il titolo di duca sulla terra di Forlì. Ecc…”. Scrive l’Ebner (…) in proposito che: “…la ‘famiglia Carrafa’, possedeva ancora la Contea di Policastro nel ‘700. Il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unico erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forlì con titolo di duca ( il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forlì), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristofaro e Capitello. Successivamente Teresa ebbe intestate varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il pri-mogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forlì) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola, Sapri, Libonati, passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida. ” (2).”. Il 3 ottobre 1770 Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani e l’Università fu autorizzata a prendere il nome di Fòrli), insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da questa il principe aveva avuto dei figli maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale toccarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe ebbe altri maschi, tra cui Gerardo, il primogenito, che ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco che, dalla moglie Beatrice di Sangro, ebbe due femmine, Maddalena e Maria Teresa, e un maschio, Nicola, il quale con decreto ministeriale (1831) ottenne il riconoscimento di titoli e predicati. Nicola morì senza eredi, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Fòrli (Ispani ora detto Forli) e duca della Chiusa, con i predicati di Tenerola, Frattapiccolo (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati e Pardinola, con Regio Assenso (1897) passarono alla figlia di Maddalena Carafa, Maria Severina Longo, marchesa di Gagliati e di S. Giuliano, poi moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.

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(Fig…) Diploma della Principessa Carafa in casa Gallotti a Sapri – foto Attanasio

Nel 1636, la Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistarono Montesano

Giuseppe Alliegro (…), nel suo ‘La Reggia del Silenzio, cenni storici ed artistici della Certosa di S. Lorenzo in Padula, pubblicato nel 1941, a p. 56, in proposito alla Certosa di Padula scriveva che: “Dopo l’Istituzione della Grancia di Taranto, i Monaci, riuniti in Capitolo, nell’anno 1635, sotto il priore Giovan Battista Manducci, decretarono la compra di Montesano da tempo vagheggiata. Detta compra fu effettuata, nell’anno seguente, con atto notarile, in cui si diceva “essere stato venduto Montesano dal barone Fulvio Ambrosino in persona di Tommaso Novellino al procuratore di questi Giovan Giacomo Tassone per ducati 52.500″. Il priore di S. Lorenzo divenne barone di Montesano, ma la baronia fu esercitata dal compratore nominale Tommaso Nvellino e dai suoi eredi fino all’anno 1770. L’acquisto di Montesano, che si erge su di un caratteristico cocuzzolo e che dista pochi chilometri da Padula, tornò molto utile alla Certosa ecc..”. Tutti questi nuovi possedimenti furono confermati dal re Ferdinando il Cattolico e dal suo successore Carlo V. Fino al 1500 i monaci (sacerdoti e laici) erano in numero di trenta. Dopo la compra di Montesano, secondo alcuni cronisti del tempo, la comunità salì alla rispettabile cifra di ottantainque Monaci.”.

Nel 1638, don Francesco Carafa vendette la terra di Majerà

Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”.

Nel 1641 (dice il Tancredi), Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca intentò una causa contro i Carafa di Policastro

Nel 1541 (secondo il Gaetani ? o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia proviene dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Il Gaetani (….), prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Nel 1650 il feudo di Rofrano fu acquistato da Gerolamo Capece

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1650, dopo il consenso dei creditori alla diminuzione del prezzo, il feudo fu acquistato per ducati 16.000 da Gerolamo Capece. Questo non dovette versare l’intero importo, per cui il SRC rimise in vendita Rofrano (26). Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 434, nella nota (26) postillava che: “(26) ….

Nel 1669, i Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.

Nel 1669, la causa civile tra i Conti di Policastro Carafa della Spina e il casale e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale‘. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione.”.

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(Fig…) Cataldo Giuseppe (…), op. cit., p. 45 (dattiloscritto – Archivio Storico Attanasio)

In seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, conservato presso gli Archivi della Curia Vescovile della Diocesi di Policastro a Policastro Bussentino e di cui ho pubblicato in un mio saggio ivi alcune pagine fino ad allora rimaste inedite. Questi documenti sono  di notevole importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Attraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Giacomo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali etemporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora di Torraca

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Aragonese, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Dal xv secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento,’bolla’, del Vescovo di Policastro, del 1481, che concede a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘S. Maria di Porto salvo’ (114), di cui il Gaetani (115), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. Il Di Luccia (116), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva la Grancia di S. Nicola a Sapri, senza specificare però l’epoca di fondazione. In proposito, il Gaetani fa luce (63), riportando un documento del 1695 (62), il quale parla della Grancia di S. Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di S. Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia.. Nel mio studio, nella mia nota (116) postillavo che: (116) Ebner P., op. cit., vol.II, p. 592, la notizia è tratta dal Di Luccia P.M., L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700.”. Nel mio studio, nella mia nota (63) postillavo che: (63) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906, pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento. Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’) e successivamente il Guzzo (Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di S. Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.”. Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

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(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

L’andamento demografico della popolazione a Torraca e a Sapri (Porto di Torraca)

Come ho cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando documenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Gaetani (124) affermava che: “in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…” viniferi…”, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi…si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”. Infatti, il Gaetani, cita un documento (125) del 1614 : “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri,ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vende re a voglia loro e a chi li piace.” La risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: “verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas, sive tuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (126). “Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi………..Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse “ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum”. Il piccolo borgo marinaro chiamato ‘Portus Saprorum’ si formò dapprima con piccoli raggruppamenti di case sulla china detta ‘Difesa’ e del Timpone e sulla dorsale della collina di S. Martino con case sparse e più giù, in località ‘Mocchie’ e poco distante da essa, un cospicuo raggruppamento di case si formò nella ‘Marinella’. Il piccolo nucleo della ‘Marinella’, posto ad occidente della piccola insenatura formatasi nei secoli tra il torrente oggi detto Brizzi e dell’arenile posto ai piedi della collina del Timpone, nacque come piccolo borgo marinaro. La sua posizione nascosta era quella più sicura per il ricovero delle piccole barche di pescatori, per la difesa dalle incursioni, a quel tempo frequenti. Sicuramente il piccolo borgo della Marinella, era il luogo più salubre e, man mano, andò ingrandendosi insieme al gruppo di case sorte alle Mocchie ed al Timpone.”. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (…): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (…). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (…). Il Beltrano (…) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV alXX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (…)(vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (…) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (…), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. L’Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669.

Nel 1615, il vescovo di Policastro incorporò nel Seminario il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). Etc…”.

Nel 22 febbraio 1657, la Sentenza del Vescovo di Marsico

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 436, in proposito scriveva che:  All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università di Rocca e suo Barone sul benefizio di S. Mercurio, il mancato consenso del patrono non poteva inficiare l’unione dei due benefici.”.

Nel 1682, don Placido Tosone acquistò il feudo di Rofrano e trovò numerose liti pendenti

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 435 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Ecc…”.

Nel 1690, la lite tra il barone di Rofrano, don Paolo Tosone ed il Vescovo di Policastro

Pietro Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Sempre Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che: “Dal ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29) Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29.”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 29, in proposito scriveva che: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed in ispecie dell’istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furon verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel suo Libro di memoria. Il suo erede D. Scipione me l’ha gentilmente esibito, di che gli rendo pubbliche e distinte grazie (1).”. Il Ronsini, a p. 29, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Feudalismo tacuissem libenter nisi haec quoque pro patria essent (Livio). La Storia baronale da lume per risolvere alcune controversie Demaniali tuttor vive, e poi la storia ecc…”. Dunque, il Ronsini ci parla di un “Libro delle memorie”, che pare fosse stato manoscritto da don Placido Tosone e che nel 1690, Paolo Tosone, barone di Rofrano, suo successore ricontrollò le cose ivi scritte. Il Ronsini scrive che questo Libro fu il frutto di verifiche che, nel 1690, Paolo fece in occasione della lite pendente nel 1690 tra la Diocesi di Policastro, nella persona del Vescovo e la famiglia Tosone. Su Paolo Tosone, che il Ronsini scriveva essere stato il “successore immediato di don Placido Tosone”, però, ha scritto Francesco Barra (….), nel suo “Rofrano – terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 60 in proposito scriveva che: “Il ‘Cedolario’ i informa delle sue prossime intestazioni. Da Nicola Tosone (morto il 23 agosto 1779) il feudo passò al figlio Paolo (8 marzo 1780).”. Il Ronsini scrive pure che l’erede di Paolo Tosone, don Scipione esibì al Ronsini il “Libro delle memorie”. Il Ronsini scriveva che nel 1690 si tenne davanti alla SRC di Napoli una lite, un processo tra don Paolo Tosone, barone di Rofrano ed il vescovo della Diocesi di Policastro, Mons. De Rosa. Nella “Serie dei Vescovi della Diocesi di Policastro”, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), pubblicata nella versione curata dal Visconti della Sinossi del Laudisio, a p. 132, in proposito scriveva che: “49. Marco Antonio De Rosa, Cava de’ Tirreni, 1705-1709”. Il Cataldo lo pone come 49 esimo vescovo della Diocesi di Policastro, mentre mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc…” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 87, in proposito scriveva che: “XLIII. Marco Antonio De Rosa, di Cava, nominato vescovo di Policastro nel 1705. Fu nipote del vescovo Tommaso De Rosa, suo predecessore, perciò sulla tomba di Tommaso De Rosa, sotto l’epigrafe a lui dedicata si legge etc…”. Si legge che fu vicario dello zio Tommaso.  Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni etc…”, vol. I, a p. 213 quando scrive che: “Un giudizio opposto viene espresso da mons. M.A. De Rosa sulla popolazione della contermine diocesi di Policastro ricadente nella provincia di Salerno e nel basso Cilento, quando nel 1707 scriveva che etc…”. Mi chiedo se la causa pendente contro il Tosone, Barone di Rofrano fosse il De Rosa, trattandosi di un vescovo che operava nel 1700 ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “Tosone col feudo ebbe il retaggio di numerose liti. Lo molestò Capece, che continuava a tenersi intestato il feudo, pretendendo invalida la vendita (1). Lo molestò il Fisco per pagamenti di pesi già soddisfatti dal Predecessore. Per chimeriche pretensioni sulla montagna del Centaurino, e S. Leo lo vessò M. De Rosa vescovo di Policastro, e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. Pietro Ebner, a p. 436, in proposito scriveva che:  “Nel 1691 il vescovo pro-tempore di Policastro (mons. de Rosa), asserendo che i predecessori del barone di Rofrano Placido Tosone avevano usurpato il diritto di decima sul Centaurino, scomunicò quel barone rifiutando di adire il SRC o la Sacra Rota proposte dal Tosone.. Dunque, Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che mons. De Rosa, vescovo di Policastro, nel 1691 scomunicò don Placido Tosone, barone del feudo di Rofrano. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “….e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. La scomunica a Tosone durò otto anni. Dunque, nel 1699, Dopo otto anni dall’irrogata scomunica il barone si decise a chiedere il ‘jus decimandi’ sulla montagna di S. Leo (33), dichiarando, però, che il diritto era stato sempre esercitato liberamente dai suoi e dai suoi danti causa e chiarendo che la cessione del ‘jus decimandi’ era stata fatta solo perchè “viribus censurae compulsus et non aliter”, per cui si riservava il diritto di rivalersi del ‘jus’ ceduto. I baroni locali, però, conservavano il diritto di fida e diffida se Giacomo Tosone cedette (34) la fida sui terreni demaniali di Rofrano all’università di Afano per cinque ducati annui.”. Ebner, a p. 436, nella nota (33) postillava che: “(33) Istrumento per Notar Nunziante Grimaldi 22 febbraio 1697.”. Ebner, a p. 436, nella nota (34) postillava che: “(34) Notar Manzione, 19 gennaio 1728”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. della Libreria Antiquaria, Salerno, 1972 ristampa (Archivio Storico Attanasio)

Carucci, Ferrante Sanseverino etcc..

(…) Carucci Carlo, Ferrante Sanseverino principe di Salerno; si veda pure dello stesso autore Carucci Carlo, Il Principato di Salerno dopo i Sanseverino etc.., ed. Officina Grafica Salernitana, Salerno, 1910 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus salernitanis, Napoli, nel 1681 (Archivio Storico digitale Attanasio)

(…) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(…) Cosentini Laura, Una dama napoletana del secolo XVI: Isabella Villamarina principessa di Salerno,

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

(…) Fariello Aniello, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Granzotto Gianni, La Battaglia di Lepanto, 1975, ed. Oscar Mondadori, Milano, vedi pp. 128, 129 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”. Il documento e la notizia furono citati dal Gaetani, in Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9 (Archivio Storico Atanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002

(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 27, pp. 279 e sgg. in ‘Documenti’, Nuova serie, n. 27, XIV, 1, giugno 1997, fasc. 27 (annata LVII dalla fondazione), ripubblicata da Pietro La Veglia editore (Archivio Storico Attanasio)

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 48 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, nella rivista “Studi Meridionali”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Bosio Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121; si veda pure dello stesso autore: Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, vol. I (citato dal Guzzo); si veda pure dello stesso autore: ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, e pure: Camera Matteo:

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(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Savaglio Antonello, ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

(….) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

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(…) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro).

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(…) (Figg…..) Carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae”, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, “Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura”, Duisburgo (Duysburgi), 1595, in cui viene riportato il toponimo “Sapri ruinata”, oggi conservata alla BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA DI VENEZIA. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è stata citata dall’Almagià (…) in un suo pregevole studio ed è stata pubblicata anche dal Mazzetti E. (…). (Fig….), Tav. X. L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595. Le immagini illustrate nelle Figg. 1-3, sono tratte dalla carta in questione pubblicata dal Mazzetti (…), Tav. X, mentre l’immagine illustrata nella Fig. 2 è un particolare della carta in questione tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio.

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mareshkowsky Demetrio, La Resurrezione degli Dei, La vita del più grande genio di tutti i tempi, ed. Giunti, Firenze, 1998 (Archivio Storico Attanasio)

Il cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro.

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(Fig…) S. Giovanni a Piro – Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta da Giacomo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia

Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo ‘L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas:

Di Luccia

(….) Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas (Archivio Attanasio)

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi  La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964. Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e di S. Nicola a Bosco e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum‘.”. Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Oltre agli anzidetti mancano altri documenti del ‘300 che ci informino della badia e del suo casale.

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Attanasio)

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e la zona di Taranto) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. Il Tancredi (…), a p. 50, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Alcune istituzioni basiliane divennero ‘Nullius dioeceseos’.”. Dunque, il Tancredi trae la notizia dal Di Luccia ma non dice la pagina. Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”.

L’Abbazia minore basiliana di San Giovanni Battista a Rivello posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Quali erano queste due abbazie poste una a Camerota e l’altra a Rivello. Il Laudisio scriveva che a Camerota quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, da come leggiamo, secondo il Laudisio l’abbazia minore basiliana a Rivello deve essere “….e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio (….), a Rivello vi era un’abbazia minore basialiana dal titolo di S. Giovanni Battista. Sempre secondo il Laudisio l’abbazia minore di basiliani dal titolo di S. Giovanni Battista era stata posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Non è proprio così come vedremo. A Rivello vi era un antico monastero che poi diventerà grangia dell’antico monastero di S. Giovanni a Piro e che quindi dipenderà dall’archimandrita del monastero o Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. Si tratta del monastero di S. Pietro a Rivello. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

Le cittadelle ascetiche ed i cenobi basiliani del ‘Merkurion’

Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane, traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Niceforo I, è stato patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, assurgendo a tale dignità sotto l’impero di Niceforo I (Foca), imperatore romano d’Oriente ma, venne deposto sotto Leone V l’Armeno per essersi opposto all’Iconoclastia di questo imperatore. Niceforo I, scrisse alcune opere religiose e storiche che riguardano la controversia iconoclastica e furono composte tra l’814 e poco dopo l’820, tra cui la cronaca storica ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, soppresse antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (24), sulla stregua del Di Luccia (27) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con i- naudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reinte-grati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Porfirio (10), così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (..) (.. – Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza , nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato“. Le notizie riportate dal Porfirio (10), circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre, è vera. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. La nascita e la diffusione del monachesimo greco sono legate innanzitutto, com’è naturale, alla presenza di popolazione di lingua e di cultura greca nelle regioni in cui il fenomeno si sviluppò. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. L’origine di alcuni centri dell’entroterra del basso Cilento, risale a molto prima del secolo IX. Il Borsari (…), e poi in seguito il Guzzo (…) ed il Palazzo (…), che riferivano la notizia, voleva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.“. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Ma i due studiosi, alla loro nota (63 – che corrisponde alla nostra nota 23), postillavano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (…), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – e forse copiato. Il Volpe (…), traendo alcune notizie dal manoscritto dl Mannelli (…) che dice essere stato citato dall’Antonini (…), scriveva a riguardo Policastro: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (45).”. Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Natella e Peduto scrivono: Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.”. Il Tancredi (…), riporta in proposito un passo del saggio del Cappelli (…), che nel 1957, scriveva: Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”Pietro Ebner (…), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (14), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”Il Tancredi (…), sulla scorta dell’l’Ughelli (…) e anche del Cappelli (…), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

 Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig….) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

14.2-San-Giovanni-a-Piro-Stauroteca

(Fig…) Gaeta – Starouteca proveniente dal Cenobio basiliano (italo-greco) di S. Giovanni a Piro

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

cenobio

(Fig…) La Torre dell’Abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro

La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (…), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (…) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi, in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Il Guzzo (…), ed il Palazzo (…), sulla scorta del Borsari (…) e del Cappelli (…), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (…), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (…) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (…)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona è stato non sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (…): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Anche la tesi sostenuta da Natella e Peduto secondo cui “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo, come pure, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli.

Nel VII secolo, la venuta nel basso Cilento dei Bugari

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Pietro Ebner, a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita.

L’Abbazia italo-greca di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

Recentemente, continuando ad indagare sull’argomento, sulla scorta del Peduto e Natella (…), abbiamo trovato un testo del Porfirio (…) che riporta interessantissime notizie su Policastro e quindi sul nostro territorio. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio (…): “Pixous-Policastro”, scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Ecc…”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…).

Pietro Ebner (…) scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou)(…), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (….) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Un altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (…) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (…) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (…): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (….): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio. Il Laudisio (…) che, pur scrivendo una pregevole storia sulla Diocesi, dice pochissimo (riportiamo la traduzione della ‘Synopsi’ scritta in latino che fa il Visconti – (…): “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del pontificato e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa Abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria (…) e, non riporta alcuna nota a riguardo. Dal momento della sua riorganizzazione  – che fece l’umanista Teodoro Gaza –  che, da Cenobio basiliano abbandonato e la formazione degli Statuti con l’Università (aragonese) di S. Giovanni a Piro da parte del Gaza su intercessione del Cardinale Bessarione e, fino al 1587, i Commentatori e Abbati dell’Abbazia di San Giovanni a Piro furono sempre in conflitto con i Carafa ‘della Spina’ e, con i Palamolla di Torraca. Il Palazzo (…), argutamente scriveva: “deve pur trovarsi nell’Archivio della Cappella Sistina, dove, dopo l’avvenuto passaggio della Commenda basiliana a quell’Ente, furono trasportati atti e documenti, come afferma il Di Luccia, il quale, per averlo attestato, dovette prenderne personale cognizione durante la sua lunghissima permanenza a Roma.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, Domenico Martire (…), riporta a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; ecc…. Dunque, nell’elenco che riporta Domenico Martire, figura la “6. Grancia di S. Matteo a Policastro;”.

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., p. 150

Domenico Martire (….), a p. 151, in proposito scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S. Arcangelo nel territorio di Campora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola ecc…”. Dunque, Martire lo chiama Monastero S. Matteo di Policastro, che pone al n. 6 dei monasteri non soggetti al monastero Carbonense. Il Martire, a p. 151, di questi monasteri, non soggetti al monastero Carbonense, pone anche il “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie, unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto a Policastro e 13. S. Nicola a Sapri.”. L’elenco continua fino al n. 17 e poi a p. 151 aggiunge: “17. S. Costantino alle Trecchine. Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3, fa menzione di altri monasteri chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: ecc…”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, in proposito scriveva che a Policastro vi era il monastero di S. Matteo che dipendeva dal monastero Carbonense di …………….e poi aggiungeva che a Policastro vi era anche la “12. grangia di S. Benedetto”, grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che dipendevano entrambi dalla Cappella del Presepio nella S. Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma (Cappella Sistina). Dunque, secondo Pietro Marcellino Di Luccia, la grangia di S. Benedetto a Policastro era una dipendenza dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui intera proprietà era alle dirette dipendenze della Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, la Cappella Sistina eretta da papa Sisto V.

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., p. 151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (3), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Il Martire, cita il “Monastero dei Marcari” al n. 25. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F. A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ CarbonaraNel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Il monastero italo-greco di San Gaudioso a Rivello, grangia dipendenza dell’Abbazia di San Giovanni a Piro

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino. Dunque, il Gaetani parlando dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro dice che essa possedeva il Monastero o la Grancia di San Gaudioso a Rivello. Biagio Cappelli (…), citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”:

martire-d-p-150.png

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a Rivello, era il monatero di S. Gaudioso. Il Martire (…), nel suddetto elenco, aggiunge che vi erano: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Basilica del Presepio di Roma: 15. S. Gaudioso a Rivello.”. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc…”. Il Martire (…), prendeva queste notizie da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo Trattato Historico-Legale sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Infatti, anche Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 305, in proposito all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “il cenobio di S. Giovanni da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, …..di S. Gaudioso di Rivello ecc…”. Anche il Cappelli (…), le notizie sull’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, le traeva dal ‘Trattato Historico-legale di Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse nel 1700. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”:

Di Luccia, p....(Fig…) Di Luccia (…), op. cit., p. 3

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

I Monasteri benedettini, S. Nilo, S. Fantino, S. Bartolomeo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel corso di questi studi e delle nostre continue ricerche sulle origini e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato il periodo medievale dei secoli IX e X, si è visto che, nel IX secolo, nel nostro entroterra, sorsero delle vere e proprie cittadelle ascetiche e monastiche, dedite anche alla copisteria amanuense di antichi codici greci miniati. Essi, si andarono ingrandendo con l’avvicendarsi della dominazione Normanna a quella Longobarda. Con la presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ – che il Cappelli (…), credeva doversi identificare con le nostre zone, si rafforzano alcune manifatture tipiche di quei tempi, come ad esempio la manifattura dei Codici miniati e manoscritti, ovvero la copia amanuense di antichissimi codici greci, che in questo modo ci venivano tramandati prima della scoperta della stampa a caratteri mobili. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie sulle origini del monachesimo basiliano e delle cittadelle ascetiche sorte in alcuni centri del nostro entroterra intorno al X secolo e, di una scuola di copisteria di monaci amanuensi, esistita nel Monastero o Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il monachesimo Italo-greco alle falde del Monte Bulgheria” e, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (6), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (44), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).

S. Nilo, S. Bartolomeo ed i Monasteri sorti sulla nostra terra

L’Antonini (…), nel Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, dopo il Muratori (…), è il secondo a parlare e, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”L’Ebner (…), a proposito dell’Abazia di Rofrano, scriveva: Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , parlando del Prinicipe longobaro Guaimario V, scriveva che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Quindi, l’Ebner, a p. 33, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”, da cui traeva le notizie circa i precedenti rapporti avuti dal clan di S. Nilo, già ai tempi del X secolo, con i principi longobardi. Giovanelli, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’., dove ci parla anche di S. Nilo e del suo biografo e discepolo, Bartolomeo e, scriveva che:  “…la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24)…”. Con ciò scritto, padre Giovanelli, racconta che la casa dei Duchi longobardi di Gaeta, conservavano la viva memoria di S. Nilo da Rossano, allorquando, nell’anno 995, dimorò per dieci anni, insieme al suo discepolo Bartolomeo, nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati).  Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, sulla scorta di padre Giovanelli (…) e, del Fedele (vedi nota (85), Fedele, op. cit. e nella ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata dal Rocchi (…), p. 131 e s.), a p. 33, parlando del Principe longobaro Guaimario V, scriveva pure che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”.

tratto dalla Vita di S. Nilo.PNG

(Fig…..) Note a tergo della pagina n. 121, tratta dalla ‘Vita di S. Nilo’ (bios), manoscritto del biografo e discepolo di S. Nilo, S. Bartolomeo di Grottaferrata, pubblicata dal Rocchi (…).

S. Nilo nei nostri monasteri ed i feudatari Normanni

Questo argomento è stato da noi trattato in un nostro saggio ivi pubblicato, dove traendo alcune interessanti notizie su alcuni monasteri sorti nelle nostre terre e su alcuni documenti e privilegi Normanni che attestano la presenza di S. Nilo nella nostra terra ed alcune famigliedi feudatari Normanni, come la famiglia dei Marchisio. Nel nostro saggio dal titolo: “Scido (Sapri ?) in un documento d’epoca Normanna del 1097”, ci occupammo di un’antica pergamena normanna del 1097, pubblicato dal Trinchera (…) e citato dal Cappelli (…). Si tratta di un documento unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg……), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…). Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (84). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 4), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (…), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…). Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio.

Odo Marchisii 1097

Cattura

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).

Sull’origine dell’antica pergamena (…), il Trinchera (….), scriveva che provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Insomma, pare che l’antica pergamena, provenisse da un’antico monastero in Calabria. Il Trinchera (…), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell‘avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione dello studioso Robinson (citato dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (81). Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico Monastero del Carbone in Calabria. Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta del Robinson (…) e del Rodotà (…), collega l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossano – che in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).

La Baronia ecclesiastica ed il feudo di S. Giovanni a Piro dell’Abbazia di S. Giovanni Battista

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), e dello Schipa (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Pietro Ebner (…), a p. 227, vol. I, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ‘ad a.’ 1092 della concessione alla Badia del dominio feudale nel Cilento: “Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem etc…”. Qui Ebner cita l’interessante passo tratto da ciò che lui chiama: ‘Breve chronicon monasterii cavensi’. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perchè si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da (113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Ulteriori notizie storiche su S. Giovanni a Piro

E’ proprio sulla scorta del giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…) che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”.

Nel 1271, re Carlo I d’Angiò esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

Il Regno di Napoli, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I d’Aragona (1442-1458). Alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302) seguì la formale divisione del regno in due: Regnum Siciliae citra Pharum (noto nella storiografia moderna come Regno di Napoli) e Regnum Siciliae ultra Pharum (anche noto per un breve periodo come Regno di Trinacria e noto nella storiografia moderna come Regno di Sicilia). Pertanto questo trattato può essere considerato l’atto di fondazione convenzionale dell’entità politica oggi nota come Regno di Napoli. Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (…) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (…). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (…), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc..per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”  (…).

p. 41p. 42

p. 44

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

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(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300 , la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).

Nel 1294, re Carlo II d’Angiò esentò dalle tasse S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina come quello secondo cui, nel 1294, il re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni.

Il 20 novembre 1295, Roberto, vicario del Regno, esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”.

Il 23 aprile 1296, il re Carlo II d’Angiò ordinò il pagamento al mercenario Pietro Mazza

Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”.

Nel …….., vengono occultati i fuochi per il censimento

Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”.

Nel 2 giugno 1300 re Carlo II d’Angiò esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere che scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

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Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p…… parlano del “Monasterium Sancti Petri de Tumusso”, e in proposito scrivevano che: “…………………….”. I due studiosi a pp……….. del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il “…………………..”, a p….. troviamo pure il documento n° “……………………………..”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio (?), Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “………………………………………………………….”.

Nel ……., il re esenta il Casale di S. Giovanni a Piro

La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.

Nel 13 dicembre 1318, Roberto d’Angiò, esenta dalle tasse il casale di S. Giovanni a Piro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. VI: “La finanza pubblica e la corte”, a p. 617, parlando delle imposizioni fiscali e dei diversi atteggiamenti della Curia angioina verso alcuni casali del Regno, in proposito scriveva che: “Altra volta, su i primi del trecento, come per il “castrum Milani” (Magliano), anche nel Principato, ogni fuoco dà un tarì e mezzo, cioè circa tre lire, prima della sciagura, per sentirsi costretta a dare tre tarì quando, ridotta la terra da 600 fuochi ad 80, la somma totale dell’imposta discende a….(3).”. Il Caggese, a p. 617 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. Ang., n. 220, c. 311t- 312, 2 ottobre 1318. Vi si accenna a docc. del 12 giugno 1305 e 16 giugno 1309. — La stessa proporzione è osservata per il Casale “Sancti Johannis ad Piram prope Policastrum”, dipendente dall’abbate di quel Convento: Reg. Ang., n. 220, c. 320-321, 13 dicembre 1318 .”. Nel 1320, con il quale il re (re Roberto e non Carlo II d’Angiò) ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..“. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.“. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

di luccia, p. 13

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit.,  pp. 11-12

Nel 1320, Carlo II d’Angiò  esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Di Luccia (…) ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28.PNG

(Fig…) Freccia Marino (…), op. cit., “Abbati”, foglio (pagina) 26, n. 28

Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:

Di Luccia, p. 11

Di Luccia, p. 12..

di luccia, p. 13

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12

Nel 1320, in un documento del re Carlo II d’Angiò risulta che il Monastero di “S. Petri de Maiera grancia” dipendeva dal Monastero o Abbazia di S. Giovanni a Piro

Nella trascrizione integrale del documento del 1320, pubblicato dal Di Luccia a pp. 12-13 possiamo leggere che: “Abbatis e Conventus Monastery S. Ioannis ad Pirum fuit Excellentiae nostra nuper expositum, quod cum ipsi per se, e alios eorum nomine tenentes, e possidentes, tenuerint, e possiderint, ac teneant, e possideant tenimentum S. Petri de Maiera situm in pertinentijs Castri Maiera de iurisdictione vestra, Dominus Guglielmus de Molinis praefatos Abbatem, ecc…”. Dunque, in questo documento del 1320 del re Carlo II d’Angiò veniva espressamente citato il Monastero di S. Pietro di Majerà quale grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:

Di Luccia, p. 12..

di luccia, p. 13

Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio.  Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello “e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota e l’altra di San Giovanni Battista a Rivello. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I° ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), e rimanda al codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della Vulgata. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Questo codice è intitolato “Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV” :

Cod. Vat. Lat. 2101

(Fig….) Codice Vaticano Latino 2101, p…..

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Nel 1348, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate

Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Inoltre, si rileva sempre dal Di Luccia (…), a p. 12, che dal Processo de Caro del 1567, si rilevavano ancora altri interessanti documenti riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro come ad esempio la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Di Luccia, lettera di re Ludovico, p. 12.PNG

Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

Nell’8 luglio 1349, il Conte di Policastro è nominato tutelare degli interessi dell’Università di S. Giovanni a Piro

L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’Università, da non ritenere investitura.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il  Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Il 7 marzo 1417, l’Abate Nicola, Archimandrita dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu eletto vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 489 parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel ‘400 già le notizie cominciano ad infittirsi. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da papa Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto 1471) archimandrita del monastero di S. Giovanni a Piro. Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari etc….”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Un Abate Basiliano di questo Cenobio, Nicola, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430.”. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto nel 1471), archimandrita del monastero di S. Giovanni. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Scrive l’Ughelli (Italia Sacra, VII: “XIV Episcopus Nicolaus Abbas Monasterij S. Joannis ad Pirum, Ordinis S. Basilij Policastrensis Dioecesis defuncto Roberto, a Capitulo electus est Episcopus anno 1417 septimo Kal. Martij, a Martino V confirmationem accepit. Cfr. Laudisio cit., p. 19: XIV Nicolaus abbas monasterij S. Johannis ab Epyro, Ord.s S. Basilii, episcopus an. 1417.”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.

Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: “Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

Nell’XI sec., i Benedettini di Cava e di Venosa, porti, i viaggi per la Terra Santa, i Cavalieri di Gerusalemme, i Priorati nelle nostre terre

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo delle nostre terree dei nostri porti all’epoca della Baronia ecclesiastica dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, da cui, alcuni di essi dipendevano per i lunghi viaggi verso l’Oriente e la Terra Santa.

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Da Wikipedia leggiamo che Benedetto da Norcia (Norcia, 480 – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco cristiano italiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto. Viene venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi. San Benedetto da Norcia, fratello di santa Scolastica, nacque nel 480 nella città umbra di Norcia. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de’ Reguardati di Norcia. Quando ella morì, secondo la tradizione, i due furono affidati alla nutrice Cirilla. Alla gens appartenevano anche san Gregorio Magno e Severino Boezio. Rimase a Subiaco per quasi trent’anni, predicando la “Parola del Signore” e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse quindi verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è  l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che:“A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava:“(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”

Nel 542 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila andò a trovare S. Benedetto da Norcia a Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è  l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che: “San Benedetto, …..introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3).”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.

Pietro Diacono

Da Wikipedia leggiamo che Pietro Diacono (Roma, 1107/1110 – Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. Figlio di Egidio, dei conti di Tuscolo, all’età di cinque anni entrò nell’abbazia di Montecassino come puer oblatus e ricevette i primi insegnamenti letterari. Formatosi nella scuola abbaziale, fu particolarmente legato all’abate Oderisio II (1123-1126), nella cui deposizione fu egli stesso coinvolto, sì da dover più tardi, nel 1128, lasciare il monastero. Fino al 1131 visse probabilmente ad Atina, allora soggetta ai signori di San Giovanni Incarico, e qui a pochi chilometri da Montecassino, scrisse diverse opere storiche ed agiografiche. Ritornato a Montecassino nel 1131 per volontà dell’abate Senioretto (1127-1137), fu posto a capo dell’archivio e della biblioteca, dedicandosi ad una notevole e complessa attività letteraria. Nel 1137 durante la lotta tra l’imperatore Lotario II e il re normanno Ruggero II svolse un ruolo non secondario, recandosi in qualità di bibliotecario dell’abbazia cassinese presso l’imperatore a Lagopesole, come egli stesso narra nella Altercatio pro cenobio Casinensi. Dopo un lungo periodo durante il quale le fonti nulla riferiscono su di lui, il suo nome, Petrus Egidii Tusculanensis, appare per l’ultima volta in un atto di donazione del 1154. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali.

Nel 908, le chiese (“Ecclesiam”) benedettine (?) dette “Obedientiae”

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “…verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Dunque, questa è l’opinione dell’Antonini sui primi monasteri benedettini che sostituirono in parte i monasteri o cenobi italo-greci. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. In questo passaggio, l’Antonini oltre a parlarci dell’antico Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio” nei pressi della Molpa, dicendo che questo monastero fu donato da Maugerio (Malgerio d’Altavilla), fratello di Roberto il Guiscardo all’Abbazia di Montecassino. L’Antonini scrive pure di queste chiese dette “Obedientie”. L’Antonini scrive che sulla scorta delle “Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; etc…”, le chiese dette “Obedientie”, “….: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero….e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, secondo Pietro Diacono (….), nel suo “………………………”, nel cap. 101, ai tempi di re Ruggero II, queste chiese benedettine dette “Obedientie”, furono sottratte alla giurisdizione dell’autorità dell’Abate di Montecassino Sonioretto, da cui dipendevano, in seguito alla distruzione dell’Abbazia di Montecassino che “Guarino detto Canzolino, Cancelliere di Ruggero II” ordinò. L’Antonini, sulla scorta di Pietro Diacono scriveva che l’Abate di Montecassino Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. Interessante è ciò che ha recentemente scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, che, a p. 25, in proposito alle chiese e monasteri benedettini scriveva che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati scriveva che nel 1033, nel basso Cilento non risultava una colonizzazione di monasteri benedettini. La Ottati scriveva che la notizia dataci dall’Antonini faceva riaprire il dibattito sulla possibile colonizzazione monastica di Benedettini nel basso Cilento. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dufresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ‘Cellae quoque vox crebro pro Monasteriolis, seu ut olim vocabant, Abbatiolis, vel Obedientiis, quae majoribus suberant, fumitur’. Bonifazio VIII, nel cap. 3. de verbor. signif. le chiama ‘Cellae’, ch’eran quelle sparse casucce nelle foreste, cioè tanti piccioli eremi: ‘Cellas esseloca screta, et solitaria, quae ab hominum separata convictu, sunt ad contemplandum, et Deo vacandum specialiter deputata’.”. L’Antonini citando il “Signor Dufresne ed il suo Glossario”, nel 1745 si riferiva al “Glossario della barbara latinità” del signor Dufresne (….).

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(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 342, nota (I)

L’Antonini (….), nel suo “Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ecc….”. L’Antonini, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 381-382, parlando del monastero di Sant’Arcangelo di ‘mons coraci’, in proposito scriveva che: “Sulle falde di quel complesso, però, era anche una chiesa dedicata da quei monaci a S. Angelo (15), nei pressi dell’odierno Monteorice (v.), sito etc…Infatti, semplici chiese, con eventuali ‘cellae’ di abitazioni, erano quelle di S. Maria “litus maris” di Gulia (Castellabate), di cui è prima notizia nel maggio 1073, di S. Maria di Pioppi (prima del 1072), di S. Maria di Velia (950), di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (prima del 1072)(16), di S. Maria di Policastro, certamente elevata da monaci d’Oriente mentre successive sono le fondazioni delle due locali badie. Della chiesa di S. Angelo di Montecorice, da cui l’odierno Montecorice, è prima notizia solo nel 1043 e della sua cella, e cioè dell’alloggio del monaco residente, solo nel 1083, quando cioè questa chiesa, già in possesso dei benedettini d Cava, era designata come semplice “obedientia” nei loro documenti.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 215, in proposito scriveva che: “Qualche documento informa della struttura del comitato diviso in loci, a loro volta suddivisi in ‘villae e ‘cellae’ (20), probabilmente in seguito e anche qui segno evidente di una maggiore sicurezza del principato stesso a seguito dell’espulsione dei saraceni del Garigliano e da Agropoli.”. Ebner, a p. 215, nella nota (20) postillava che: “(20) Lo si rileva da un diploma del febbraio 753 di Astolfo ai monaci di Nonantola: ‘in quibuscumque comitatis vel locis cellas aquisiveritis etc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Ecc... L’Antonini accenna ancora ad un monastero benedettino quando parla di S. Nazario dove fu tonsurato S. Nilo. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, etc…”. Dunque, in questo passaggio l’Antonini avanza il dubbio che l’abbazia o monastero italo-greco di S. Nazario sia stato abbandonato dai monaci che ivi avevano un piccolo monastero con una “Cellae” di monaci chiamata “Obedientia” e che, in seguito, l’Abate di Montecassino “Aligerno” fondò l’Abbazia benedettina, dove fu tonsurato S. Nilo. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria……Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 160 e 161, in proposito scriveva che: “Altri villaggi sorsero poi, nella Provincia di Salerno, e specialmente nel Cilento, per opera dei Benedettini di Cava, ai quali, come vedremo, furono concesse vaste estensioni di terre rese deserte dalle incursioni dei Saraceni e le ‘Cellas plurimas’, ivi esistenti, quasi tutte disabitate. Era infatti benedettino S. Mauro, nominato abate di uno dei monasteri nel Cilento, celebre per santità e ascetismo, dal quale si nominarono i due comuni di S. Mauro Cilento e S. Mauro la Bruca; benedettino, anzi successore di S. Alferio nell’Abbazia di Cava, S. Leo, vescovo di Policastro, onorato come un santo in tutte le terre del principato longobardo, da cui si nominò un borgo che ora fa parte del Comune di Castellabate; benedettino S. Severino, già abate e apostolo dei paesi danubiani e sepolto a Napoli, da cui si nomò il comune di S. Severino, detto di Rota, e qualche altro borgo. E per merito dei Benedettini, nelle terre del Cilento da essi possedute sorsero S. Giovanni di Teresino, S. Arcangelo di Perdifumo, S. Nicola di Serramezzana, S. Angelo di montecorace, S. Magno, S. Lucia, S. Giorgio, Santa Barbara della Bruca, S. Matteo (ad duo flumina) ecc…”. Carucci, a p. 179, in proposito scriveva pure: “La maggior parte delle chiese ed abbazie di Salerno sorsero tra il nono e il decimo secolo, e furon quelle che accentrarono le maggiori estensioni di terreno. Già nel 795, per opera di un Guibaldo, llongobardo nativo di Salerno, si era cominciata la costruzione del monastero di S. Benedetto, che il principe Grimoaldo dotò di terre in quel di Capaccio, di Eboli, presso il Tusciano e sui monti di Cava, nella valle Metalliana (2), dotazioni accresciute di altri beni da un gastaldo chiamato Vacco, pro remedio animae, e da Grimoaldo, figlio del celebre Arechi, il quale, anzi, venuto in Salerno, dove meglio pensava resistere alle armi di Pipino, re d’Italia, credette di poter abitare nello stesso monastero, anzicchè nel palazzo, che, alcuni anni prima, il padre aveva fatto costruire nel centro della città (3).”. Carucci, a p. 179, nella nota (3) ppostillava: “(3) Paesano, op. cit., pag. 35. – Gattola, Actum Benev., anno IX.”. Carucci, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Ivi a menare vita rigida e austera si ritirò nel 988 un religioso chiamato Liutius (4) e pochi anni più tardi, nel 1006, S. Alferio della nobile famiglia salernitana Pappacarbone, per opera del quale l’ospizio divenne abbazia, e S. Alferio, nominato abbate, costruì nel 1019 il celebre tempio, che dedicò alla SS. Trinità (5).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Però nelle storie non si ha alcuna notizia dei luoghi fino all’anno 882, quando i Saraceni presero Agropoli, donde il loro dominio si estese per lungo tratto della costa fino al promontorio della Licosa. Anzi, stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronacehe e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Il Mazziotti, a p. 44, in proposito scriveva che: “A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Il Mazziotti, a p. 45, in proposito scriveva che: “Anche prima della Badia di Cava esistevano nel Cilento varii monasteri. Non è purtroppo noto chi li avesse edificati, se i monaci basiliani che ne costruirono diversi nella nostra provincia, ovvero i monaci di S. Benedetto di Salerno, come parmi più probabile. E del pari non si conosce l’epoca della costruzione di essi, certo molto anteriore ai documenti che ne fanno parola. Vi era un antico monastero nelle pendici del Monte Stella denominato S. Magno, che avea alla sua dipendenza case, celle, vigne, selve e castagneti e le quattro chiese di S. Primo di Cannicchio, di S. Fortunato, di S. Maria di Campo Rubo e di S. Maria dei Pioppi e che fu concesso dai principi di Salerno nel giugno 994 al venerabile abate Andrea. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 45, in proposito scriveva che: “Furono celebri e venerati in quei tempi ed anche nei secoli successivi i monasteri benedettini di San Benedetto di Salerno e di S. Vincenzo al Volturno, che aveva nel 1014 alla sua dipendenza conventi, chiese e possedimenti in Agropoli, in Acquavella ed in Castellammare della Bruca. Questo illustre cenobio, che ebbe tanta parte nel diffondere la civiltà nella nostra provincia, fu costruito nel 794 da un monaco a nome Guibaldo che, nato in Salerno da una nobile famiglia longobarda, avea preso i voti nel Convento di S. Sofia di Benevento. Egli fu il primo priore del nuovo monastero da lui edificato e restò in tale ufficio fino alla sua morte avvenuta nell’805 (1). Da prima il convento di S. Benedetto dipese dalla Badia di Montecassino, ma, avendo di poi assunto una grande importanza, l’abate di montecassino pose nel 938 alla dipendenza di esso tutti i monasteri che aveva nel principato di Salerno (2) e il provvedimento fu confermato dall’Imperatore Ottone nel 976 e poi nel 982. I Saraceni nel 992 saccheggiarono e distrussero il monastero di S. Benedetto, che fu riscostruito in breve tempo dopo dall’abbate Angelario Casini (3) ed ebbe vita lunga e fiorente attraverso molti secoli…..Sopra tutti questi monasteri s’innalzò per lustro e per fama il monastero della Trintà di Cava che, costruito nel 1012 da S. Alferio Pappacarbone di Salerno, emulò la gloria di montecassino ed ebbe una grandissima parte nella vita e nella civiltà di tutto il Mezzogiorno d’Italia.”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) D’Avino, Cenni sulle Chiese del Regno delle Due Sicilie”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon Cavense, vol. 4°, pag. 430”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Mabillon, Opera cit., pag. 600”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a p. 1, in proposito scriveva che: “Mentre le piagge orientali delle provincie napoletane, dal secolo VIII al XII, si andavano popolando di conventi raccolti sotto la regola di san Basilio, le terre occidentali (quelle cioè che resterebbero a ponente di una linea ideale che altri traesse dalle foci del Sele sul Tirreno alle foci dell’Ofanto sull’Adriatico) si popolavano di cenobi disciplinati alla regola di san Benedetto. Gli istituti Basiliani giunsero in uno – tra provincie di terra ferma e quella dell’isola – fino al millecinquecento di numero e più, ai tempi dei re Normanni: ma tanto rigoglio di vita venne inaridendo etc…(1)…..Crebbero invece e si estesero perennemente i sodalizii dell’ordine benedettino; e si sostituirono man mano alle stesse fondazioni basiliane. In ciascuno dei grandi feudi, autonomi o quasi, così longobardi come normanni, venne su una o più badie di benedettini, che il dinasta teneva a titolo di onore o di pietà a proteggere, dotare ed arricchire, perchè comportasse di preci immortali le tombe di sua famiglia.”.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno,  venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario,  che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”.   E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e:  ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131) Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

Da Wikipedia leggiamo che La chiesa di San Benedetto si trova in via San Benedetto nel centro storico di Salerno e fa parte del più ampio complesso monastico omonimo. Si ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa rivestì un ruolo importante nella storia religiosa e civile di Salerno, diventando frequentato centro di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni. Il Cottineau fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavense, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il Chronicon Salernitanum riferisce che nell’884 fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. L’ipotesi secondo cui, fino al 931 fosse alle dipendenze di Montecassino e nello stesso anno elevata, sotto Guaimario II, ad abbazia indipendente, non è suffragata da documenti. Nel 938 risulta a capo di tutti i monasteri benedettini del Principato di Salerno e delle Calabrie. Nel 946 riceve il privilegio, confermato anche negli anni successivi, della protezione Apostolica dal Papa Agapito II. L’imperatore Ottone II di Sassonia, trovandosi a Salerno nel 981, confermò la supremazia di San Benedetto su tutte le altre chiese e monasteri. In un documento del 990 è denominato monastero di Santa Maria e San Benedetto e ne viene precisata la collocazione nell’area dell’Hortus Magnus. Dal 1023 fu occupato da Guaiferio, Maione e Maginolfo, nipoti di Guiamario IV, ed adibito in parte a civili abitazioni, per poi essere riconsegnato ai monaci vent’anni dopo. Nell’agosto del 1057 Gisulfo, fa nominare abate di San Benedetto il monaco cassinese Alfano il quale, divenuto Arcivescovo di Salerno l’anno successivo, affida il monastero a Desiderio, abate di Montecassino e poi eletto papa nel 1086 con il nome di Vittore III, succedendo così a Gregorio VII, che proprio tra le mura dell’abbazia era morto l’anno precedente. Su questa abbazia hanno scritto Armando Schiavo (…), e la sua “Abbazia salernitana di San Benedetto”, Balducci Antonio (…), nel suo “L’Abbazia salernitana di San Benedetto”, in Rassegna Storica Salernitana” (1968-69). La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Nel 908 (?) “Maugerio” (Antonini) d’Altavilla o “Malgerio”, fratello di Roberto il Guiscardo

Chi fosse questo signore chiamato dall’Antonini “Maugerio”, non ci è dato sapere. Antonini pone l’atto di donazione all’anno ‘908, ma può darsi che egli si sbagliasse sulla datazione dell’antico documento da lui visto de visu. Infatti, pochi anni dopo, arrivarono nel mezzogiorno d’Italia diversi normanni e tra questi i figli di Tancredi d’Altavilla. Può darsi che questo “Maugerio” nel documento di donazione del 908 fosse uno dei Normanni che combattè con Pandolfo di Capua e con Guaimario V. Forse uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo: “Malgerio”, figlio di Tancredi d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a pp. 289-290,nel capitolo dedicato alla “Abbaziabenedettina di S. Eufemia”, in proposito scriveva che: “Orbene, dall’apografo in questione, possiamo desumere i seguenti dati documentari: a) nel 1062 Roberto il Guiscardo restaurata una chiesa, “quondam fundatam, sed malis habitatoribus diructam”, in onore della Vergine e “pro redentione” della sua anima e delle anime di suo padre, di sua madre e dei fratelli Guglielmo, Drogone, Serlone, Umfredo, Malgerio; b) questa chiesa “sita est in valle de Neocastri, iuxta litus maris, que dicitur modo Sancta Euphemia et antiquitus” etc…”. Dunque, il Pontieri cita un documento del 1062, probabilmente pubblicato dal Ménager, dove Roberto il Guiscardo fa restaurare una chesetta, la fa trasformare nella celebre abbazia di S. Eufemia “pro redenzione” dei fratelli, tra cui anche Malgerio. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, a p. 239, parlando del “Catalogus Baronum”, nella nota (92) postillava: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442), etc….(a p. 239)…Dalla sottocomestabulia di “Robbertus de Quallecta” dipendevano Tancredi d’Altavilla (n. 463: per Felitto e Altavilla cinque militi, per la curia di Perano due: Tancredi aveva pure – n. 464 – San Lorenzo – un ilite – e Castel S. Lorenzo – un milite – ) e Malgerio di Altavilla (n. 465: aveva Polla “a domino Rege” – tre militi). Etc…”. Infatti, Ebner, nell’indice delle voci scriveva che a p. 239 si citava: “Malgerio di Altavilla, feudatario”. Ebner, però, a p. 236, riferendosi al Catalogus Baronum, in proposio riveva che: “6. Come è noto, il Catalogus baronum, compilato dai camerari della dohana questorum et baronum, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84).”. Dunque, nel 1140, Malgerio d’Altavilla, feudatario di Polla risulta al n. 465 del Catalogus Baronum, ma egli evidentemente non è il nostro caso, in quanto noi ci riferiamo ad un Malgerio, fratello del Guiscardo verso i primi anni del Mille, ovvero tra i primi degli Hauteville che arrivarono nel mezzogiorno. Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla, nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine:

  • Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085;
  • Malgerio (da Mauger) morto nel 1064

Sempre da Wikipedia leggiamo che  Malgerio d’Altavilla (lat. Malgerius, fr. Mauger) (Cotentin, 1030 circa – 1054 o 1064) è stato un cavaliere normanno; era il fratello minore di Roberto il Guiscardo, essendo il secondo figlio che Tancredi d’Altavilla ebbe dalla seconda moglie Fresenda. Giunse nel Mezzogiorno d’Italia col fratello Guglielmo e il fratellastro Goffredo intorno al 1053. Dal fratellastro Umfredo, conte di Puglia, ricevette la contea di Capitanata. Nella primavera del 1060 occupò la piazzaforte di Oria, cacciandone la guarnigione bizantina che la teneva, mentre il fratello Roberto prendeva Brindisi e Taranto. La controffensiva di Miriarca ad ottobre dello stesso anno li costrinse a lasciare i territori conquistati. Morì nel 1064 secondo il Breve Chronicon Northmannicum (Et mense septembri (1064) mortuus est Malgerus comes, …[1]) oppure anche nel 1054. Il suo feudo passò al fratello Guglielmo, il quale a sua volta lo cedette a Goffredo (per amore fraterno, secondo Goffredo Malaterra). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Breve Chronicon Northmannicum. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 51, 128, 157 ci parla di “Maugero di Altavilla”. Il Norwich, a p. 51, ci parla dei tre fratelli Altavilla al servizio dell’odiato Pandolfo, a cui non rimasero a lungo fedele. Proprio Pandolfo, all’epoca attaccava spesso Montecassino intorno al 1035. Intevenne Guaimario V, principe longobardo di Salerno, “deciso ad opporsi alla tirannide dello zio”. Il Norwich, a p. 52, in proposito scriveva che: “Pandolfo, non si sa come, era riuscito a mantenersi fedeli due dei suoi antichi alleati, tra cui il notevole contingente dei normanni ai quali aveva distribuito le terre di Montecassino.”. Sempre il Norwich, a p. 128, in proposito scriveva che: “Goffredo, l’unico fratello maggiore superstite in Italia, non si era distinto in maniera particolare; Guglielmo, conte del Principato e Maugerio, conte della Capitanata, due fratelli minori di recente arrivati, si stavano facendo strada – specialmente Guglielmo, che aveva già tolto il castello di San Nicandro, presso Eboli, al principe di Salerno; ma nè loro, né alcun altro barone normanno, potevano essere paragonati al Guiscardo per potenza e prestigio.”. Sempre il Norwich, a p. 157, in proposito scriveva che: “Anche quando Roberto e il fratello Maugero si presentarono con un esercito frettolosamente raccolto, non furono subito in grado di arrestare l’avanzata dei greci e per la fine di quell’anno gran parte della costa orientale era stata riconquistata e Melfi stessa era cinta d’assedio. Nel gennaio del 1061, furono fatti accorrere d’urgenza Ruggero e il resto delle truppe normanne che si trovavano in Calabria.”.  

Nel 908, Maugerio dona al monastero di Montecassino la chiesa ‘Obedientia’ “Ecclesiam Sancti Sosii” di San Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Mingardo), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato di Cuccheri”.

Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione Merula, e Leandro Alberti, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Chucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”.

Antonini, p. 342

L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum sex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”, che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”.

Antonini, p. 353

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353

L’Antonini, a p. 353, nella nota (I) postillava che: “(I) …..e del nome di Melfa si trova memoria nell’edificazione della Chiesa di S. Nazario fatta da Adamo Abate di Montecassino, e si dice: ‘supra Melpham fluvium’.”. L’Antonini segnalava la donazione del ‘908 di un tale Maugerio che donava la chiesa di S. Sossio nei pressi del fiume “Rubicante” (attuale fiume Mingardo), vicino al ponte di Cuccaro. Infatti, nella suddetta donazione citata dall’Antonini, oltre a citare la chiesa di S. Sossio (“Ecclesiam Sancti Sosii”) cita anche “Cucherus” che dovrebbe identificarsi con piccolo borgo medievale di Cuccaro Vetere. Cuccaro Vetere non è molto distante dal casale di Futani. L’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi” (II edizione), a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc..”. La chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae” e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. Sulle chiese “Obedientiae”, l’Antonini ne parla nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, riferendosi alla distruzione di Molpa, in proposito scriveva ancora delle chiese “Obedientiae”:  “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, etc…”. Dunque, riepilogando la notizia dell’Antonini a p. 353 scriveva che nell’anno ‘908, “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’anno 908, un certo “Maugerio” donò la chiesa di San Sossio al Monastero di Montecassino. Maugerio donò la chiesa di San Sossio che si trovava presso il fiume “Rubicante”. E’ a proposito del toponimo “Rubicante” che l’Antonini scrive che di esso si fa menzione in questo atto di donazione. Chi era questo feudatario chiamato “Maugerio” ?. Su questo “Maugerio”, l’Antonini non dice altro. Egli cita solo la sua donazione. Infatti, l’Antonini, riguardo il feudatario “Maugerio” scrive “un tal Maugerio”. Da dove avesse tratto la notizia l’Antonini non lo dice. Egli scrive pure che in questa donazione del ‘908, veniva citato “Cucherus”. Sulla donazione di Maugerio del ‘908 ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner, a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Etc….Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Dunque, Ebner, riguardo il testo latino della donazione del 908 citata dall’Antonini postillava che: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”, la cui traduzione dovrebbe essere che: “Do la mia anima per la remissione dei peccati, e a mio padre e a mia moglie la chiesa di S. Sossius sulle rive del Rubicante sul lato ovest”. Pietro Ebner, cita il brano della donazione di Mugerio del 908 al monastero di Montecassino anche, nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) …..L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “…..chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi),….. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”.

Le marine o porti del litorale fino al Canale di Mezzanotte dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Vorrei citare quanto ho letto scritto in Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino al canale di Mezzanotte. Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro.

di luccia, p. 113

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I  179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin,  fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava che: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1011, S. Alferio fondò l’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (zio di Pietro da Salerno)

Da Wikipedia leggiamo che Alferio (Salerno, 930 – Cava de’ Tirreni, 12 aprile 1050) è ricordato come il fondatore della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nacque da una nobile famiglia longobarda nella seconda metà del X secolo. È considerata dubbia la notizia, ricavata da fonti tarde, circa la sua appartenenza alla nobile famiglia longobarda dei Pappacarbone, imparentata con i Principi di Salerno. Fin dalla gioventù si era posto al servizio dei Principi longobardi che dominavano la regione fin dal secolo VII. Alferio, nell’anno 1002, fu inviato quale ambasciatore del suo principe presso l’imperatore Enrico II per sollecitare aiuti militari contro i Bizantini che minacciavano i confini del Principato di Salerno. Giunto alle Alpi si ammalò gravemente e chiese ospitalità nel monastero di Chiusa di San Michele; fece voto che, se fosse guarito, avrebbe rinunciato alla carriera diplomatica e si sarebbe fatto religioso benedettino. Guarì e adempì al voto vestendo l’abito di San Benedetto da Norcia, nella grande Abbazia di Cluny in Francia. Alferio, ottenuta la guarigione, aveva chiesto all’abate di Cluny Sant’Odilone, che era di passaggio da San Michele, di accoglierlo fra i suoi monaci. In quell’ambiente Alferio fu anche consacrato sacerdote. Dopo alcuni anni però il principe Guaimario III di Salerno lo richiamò a Salerno per riformare i molti monasteri di quella città. Alferio si accinse all’opera ma dopo un certo tempo, sentendosi attratto da una vita di solitudine, abbandonò segretamente Salerno e si rifugiò nella grotta Arsicia, alle falde del monte Finestra oggi nel comune di Cava de’ Tirreni. Qui, con due compagni, si diede totalmente alla preghiera, alla penitenza e al lavoro manuale. Ben presto la fama della sua santità si diffuse nei paesi circostanti e cominciarono ad affluire discepoli desiderosi di seguire il suo esempio e gente di ogni ceto in cerca di consigli e di soccorso. Si impose allora la necessità di costruire un monastero sufficiente per una dozzina di religiosi. In seguito alla famosa visione dei tre raggi, tramandata dalla tradizione orale popolare, ma non confermata da documenti storici coevi, iniziò la costruzione del monastero e della chiesa nello spazio angusto tra il fiumicello Selano e la grotta Arsicia. Sorse, così, la Badia di Cava che Alferio dedicò alla Santissima Trinità. Era l’anno 1011 secondo alcune fonti o, forse, qualche anno più tardi. Comunque nell’Archivio Cavense si conserva il primo diploma di donazione del 1025, con il quale i principi di Salerno Guaimario III e Guaimario IV concedono in proprietà al monastero, ormai in piena efficienza, la fascia terriera comprendente la Grotta Arsicia e l’ampia zona sovrastante su cui poi sorse l’attuale Corpo di Cava. Fra i suoi discepoli si ricordano Leone, che gli succederà nel governo del monastero, e Desiderio di Benevento che poi divenne Abate del Monastero di Montecassino e quindi Papa col nome di Vittore III. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Ivi a menare vita rigida e austera si ritirò nel 988 un religioso chiamato Liutius (4) e pochi anni più tardi, nel 1006, S. Alferio della nobile famiglia salernitana Pappacarbone, per opera del quale l’ospizio divenne abbazia, e S. Alferio, nominato abbate, costruì nel 1019 il celebre tempio, che dedicò alla SS. Trinità (5).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense’ pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Carucci, a p. 180, nella nota (5) postillava: “(5) Paesano, I, pag. 87 – S. Alferio fu dal principe Guaimario mandato in Germania per trattare vari negozi coll’imperatore. Ammalatosi nel traversare la Francia, si fermò nel celebre monastero di Cluny, dove vestì l’abito nero di S. Benedetto e fu fatto sacerdote. Ivi apprese la rigorosa disciplina, le regole e le costituzioni diquei religiosi, e quando poi, tornato a Salerno, si ritirò nella grotta della valle metelliana e fondò l’ospizio, raccolti non poci religiosi, impose la disciplina e le regole cluniacensi. V. Venusino, Vit. SS. Pat. Cavens. ap. Mobillon, Acta SS. ord. Bened. VIII, 640. I particolari della vita di S. Alferio (1011-1050) e degli abati che gli successero nel cenobio cavense (nel periodo normanno: S. Leone, 1050-1079; S. Pietro Pappacarbone, 1079-1122; etc…V. Guillaume, Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno.”.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, in località “Pantana” (nei pressi di Caprioli)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, rferendosi alla distruzione di Molpa e di Pisciotta causata da una incursione dei Corsari d’Africa nel 1464, di cui cita la relazione del Ferrino (….), in proposito scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”.  Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Anche per questa chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033, si tratta di una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” doveva essere dipendente o una grancia della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Sull’Abbazia di San Mauro ho fatto un doveroso approfondimento. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Le prime sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Mlata dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211…..Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celstini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg, aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

Nel 1067, Pietro da Salerno viene nominato Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro da Salerno congiunto della famiglia principesca e amico di Stefano IX, durò appena qualche mese, per l’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380, in proposito scriveva che: Contrariamente a quanto si è detto e si crede (9), la rinuncia al vescovado di Policasto da parte di Pietro precede senz’altro la sua nomina a coadiutore di S. Leone. Il Venusino è più che esplicito a riguardo (10) e i dati archivistici pare che lo confermino. Il ritorno di Pietro a Cava, pertanto, non può essere collocato oltre l’aprile del 1067. S. Leone, a conoscenza dei disegni di riforma monastica di Pietro, volle dargli mano libera ritirandosi nel piccolo cenobio di S. Leone nel 1063. Ma i monaci si mostrarono subito ostili al designato successore, frapponendo ogni sorta di ostacoli alle sue attese, alle sue rinuncie, ai suoi propositi, fino a determinare una vera e propria levata di scudi contro di lui, per cui l’affrettato ritorno di S. Leone a Cava e la partenza di Pietro, amareggiato e deluso, per Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (9) postillava che: “(9) P. Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 19 sgg.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (10) postillava che: “(10) “Ubi iam cum doctus scriba in regno celorum magne opinionis haberetur etc….”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.”. Dunque, la probabile datazione della nomina di Pietro a vescovo di Policastro all’anno 1067 proposta da Pietro Ebner è da ritenersi valida e, secondo quanto leggiamo dalla Treccani on-line, la datazione all’anno 1079 proposta dal Laudisio della nomina di Pietro a vescovo di Policastro perchè quest’anno è la datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero della lettera con cui Alfano I annunciava ai Policastresi la nomina di Pietro.  La Treccani scrive che: “La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, riferendosi a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni.”. Dunque, come si è visto, la datazione proposta dal Cataldo molto probabilmente è errata. Infatti, dalla Treccani on-line leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense.”.

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”.

Nel 1066-67, fondazioni benedettine nel Cilento ?

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37). Va ribadito, però, che è da escludere che nel territorio vi siano state fondazioni cenobitiche benedettine di Montecassino o di S. Vincenzo al Volturno, prima dell’arrivo (inverno 1066-1067) di Pietro da Salerno nel luogo. Il silenzio delle fonti è assoluto, nè può ritenersi attendibile (38) la notizia di cenobi nella zona dipendenti da S. Vincenzo al Volturno, come quello di Agropoli, di cui si legge nel falso ‘Chronicon cavense’ del Pratilli.”. Ebner, a p. 387, nella nota (37) postillava: “(37) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, pp. 8, 10, 24, 26 e ssg.”. Ebner, a p. 387, nella nota (38) postillava: “(38) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, Ibidem, p. 21, le notizie del ‘Chronicon del Pratilli verranno segnalate solo quando di esse è sicura conferma in altri documenti cavensi.”. Dunque, l’Ebner scriveva che prima dell’arrivo di Pietro da Salerno, cioè prima del 1067-68, nel territorio Cilentano è escluso che vi fossero fondazioni cenobitiche benedettine dipendenti da Montecassino e da San Vincenzo al Volturno. Ebner scriveva pure che “non può ritenersi attendibile” la notizia secondo cui, Agropoli dipendesse dal cenobio benedettino di S. Vincenzo al Volturno come vorrebbe il Chronicon cavense del Pratilli.

Nel 1067, i cenobi ed i monasteri nel basso Cilento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Poichè la presenza di Pietro da Salerno nel territorio può essere documetata solo a partire dal 1067 è da convenire che tutti i documenti afferenti ai cenobi ivi esistenti prima di quel tempo, poi trasportati e conservati a Cava, sono tutti da ascrivere ai numerosi italo-greci costruiti nel territorio, da cui alcuni fiorenti nel X secolo, quando nella Valle Metilliana non era ancora traccia d’insediamenti monastici, eccetto forse un ricordo del passaggio da colà di Elia di Castrogiovanni (monte S. Elia) e della temporanea dimora ivi del cassinese Liuzio (41).”. Ebner, a p. 388, nella sua nota (40) postillava che: “(40) ABC, Cod., n. 3, ad a. 1122.”. Ebner a p. 389, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Dopo la morte dell’abate cassinese Aligerno (949-986), i principi di Capua imposero come abate un loro congiunto, Mansone (986-996). Alcuni monaci preferirono abbandoare il cenobio. Tra essi ‘domnus etiam Liutius, de religiosoribus ac prioribus loci huius monachis unus’ (Chron. Cas., II, XII, Pertz, Mon. Germ., SS.  VII 636; ma v. Leone D’Ostia, Chronicum etc…”.

Nel 1068, Pietro da Salerno, ed i monasteri benedettini del Cilento

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. I monaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa. Tuttavia questa decrescente loro presenza nel Cilento in età normanna non implica che il monachesimo greco si sia limitato, nel luogo, alla sola fase ascetica come si è sempre affermato. Affiorano sempre nuovi e più convincenti indizi di un’attiva loro diffusione per alcune forre e boschi della regione intorno all’anno Mille, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: Del resto, se questi cenobi non fossero stati ancora numerosi e il ricordo della pietà e laboriosità attiva di quei monaci non fosse stata largamente diffusa nella regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del faudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postilava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postilava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postilava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postilava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”.

Nel 1073-1074, Pietro da Salerno si recò di nuovo all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Ma nel corso degli anni Settanta (probabilmente è lui il decano citato in un documento cavense del 1073) Pietro fu richiamato a Cava dai suoi confratelli: dai documenti risulta essere abate già nel 1078, un anno prima della morte di Leone. Rimase in carica fino al 1123, data della sua morte, dispiegando eccellenti doti politico-amministrative, ottenendo l’immunità da parte dei duchi per l’abbazia e la parziale esenzione dalla giurisdizione dell’arcivescovato salernitano. Riuscì pertanto a compiere opere di consolidamento della rupe sulla quale sorge l’abbazia e a condurre opere di irreggimentazione delle acque; costruì inoltre una nuova chiesa abbaziale, poi consacrata nel 1092 da Urbano II.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno.

Dal 1082 al 1110, la Diocesi di Policastro, dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, secondo l’Ebner dipendeva dal vescovo di Capaccio

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “…La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu eretta da vescovi della diocesi del Cilento. Nel luglio del 1924 Mons. Cammarota, vescovo di Vallo venne nominato amministratore apostolico della diocesi di Policastro. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che sia prima che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno (dopo il 1080), la Diocesi di Policastro fu amministrata direttamente dai Vescovi Pestani (dai Vescovi con sede a Capaccio) fino alla nomina del secondo vescovo, Arnaldo, nel 1111. Pietro Ebner scriveva ancora che, dopo il 1080: “Nè i confini della diocesi subirono modifiche in età normanna, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto il territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno. Ho fatto osservare (23) che i villaggi fino al Bussento continuarono a gravitare, anche linguisticamente, verso il Cilento e non verso la Basilicata calabra, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi, scrivevo non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Ebner scriveva che i confini della diocesi di Policastro non mutarono. Dunque, non mutando i confini della Diocesi di Policastro, mutarono le sue 30 parrocchie perchè esse furono quindici. Ebner, a p. 333, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 537.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dunque, l’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, nel 1099, papa Urbano II, tolse quindici località a suo tempo assegnate alla Diocesi di Policastro e le assegnò prima alla Diocesi di Talao e poi esse andarono alla Diocesi di Cassano Ionico. Dunque, in definitiva possiamo dire che dalla ninuncia di Pietro da Salerno, la Diocesi di Policastro mantenne i suoi confini e forse pure le 30 località solo fino all’anno 1099, quando papa Urbano II, su richiesta dello stesso Alfano I, le quindici località…………..saranno assegnate prima all’antica diocesi di Talao e subito dopo a quella di Cassano Ionico. Dunque, come scrive l’Ebner, i confini della diocesi di Policasro non subirono modifiche fino al 1099, e dunque le località facenti parte della Diocesi dovevano restare le trenta confermate da Alfano I, nella sua “bolla” del 1079. Ebner aggiunge che nel decennio in questione, dal 1080, al 1099, le trenta località della Diocesi di Policastro saranno amministrate dalla Diocesi di Capaccio dove risiedevano i vescovi pestani. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37).”. Ebner, a p. 387, nella nota (37) postillava: “(37) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, pp. 8, 10, 24, 26 e ssg.”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (66) postillava: “(66) H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a p. 289, nel capitolo dedicato alla “Abbaziabenedettina di S. Eufemia”, nella nota (6) postillava: “(6) Oderico Vitale, Historia ecclesiastica, ed. Le Prevost, cit., tomo II, pp. 89 ss. Oltre all’abbazia di Sant’Eufemia, il cronista bretone ne ricorda altre due, anch’esse create da Hauteville e ormai note nel mondo benedettino internazionale: sono la Trinità di Venosa, sul confine tra la Lucania e la puglia, fatta costruire da Drogone, secondo conte normanno di Puglia, e S. Michele Arcangelo a Mileto, sorta per iniziativa del conte di Sicilia Ruggero (1081).”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far riferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”.

Nel 1077, i conti di Marsico e le donazioni alla SS. Trinità di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico, riguardanti proprio quelle stesse fondazioni ecclesiastiche del Vallo di Diano che risultavano, ancora nel XVIII sec., dipendenti dal Priorato gerosolimitano di Venosa. Nel 1075 Rainaldus Malaconvenientia, insieme alla moglie Adelaide, donò alla SS. Trinità di Venosa “Sanctum Nicolaum dictum de Sala” (67). Due anni più tardi lo stesso personaggio attribuendosi il titolo di “comes Marsici” donò alllo stesso monastero “ecclesiam Sanctae Mariae et Sancti Iohannis de Fontibus, nec non ecclesias Sancti Nicolai de Sala et ecclesiam Sanctae Mariae de Oliva”(68). Nel 1091 le donazioni di queste stesse ecclesie e quelle di altre fondazioni, poste nello stesso territorio, sarebbero state confermate al monastero venosino dal vescovo di Capaccio Maraldus il quale avrebbe riconosciuto la piena autorità dell’abate Berengario sulle chiese “Sanctae Mariae, Sancti Iohannis, Sancti Petri Fontium, Sancti Nicolai, Sancte Agathe, Sancti Marie de Olea”, tutte “positas in castro Sale”, insieme alla chiesa di San Felice, posta invece presso l’abitato di Montesano (69). Quasi un secolo più tardi, quando la contea di Marsico sarà stata assegnata da Ruggeo Ii a Silvestro di Ragusa, il figlio di questi, Guglielmo, avrebbe ulteriormente confermato le donazioni di ‘Rainaldus Malaconvenientia alla Trinità di Venosa (70). La presenza dunque prima dei benedettini cassinesi poi dei Cavalieri di San Giovanni in Fonte, a Cadossa come a Santa Maria dell’Oliva, o a San Giovanni in Fonte e nel Casale di San Nicola di Goffredo, presso Sala, si deve interpretare come diretta conseguenza dello stretto legame esistente tra queste fondazioni del Vallo e la SS. Trinità di Venosa, legame che risale alla fine dell’XI sec., quando il primo conte normanno di Marsico sottomise all’abate di Venosa queste ecclesie, insieme alle loro dipendenze, i loro patrimoni e, almeno nel caso di S. Nicola di Goffredo, presso Sala, i loro casali.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (67) postillava: “(67) Cfr. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im normannisch-staufischen Suditalien, Tubigen, 1995, Ibidem, pp. 256-257, reg. 22.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (68) postillava: “(68) Ibidem, pp. 259-260, reg. 25”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (69) postillava: “(69) Ibidem, pp. 294-295, reg. 61”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (70) postillava: “(70) Ibidem, pp. 377-378, reg. 147: “Fu il suddetto conte imitatore della paterna pietà e divozione verso il luoghi abitati dai padri di San Benedetto. Laonde nell’anno 1177 donò ad Egidio, abate del monistero della Trinità di Venosa etc…”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino ed il vasto bosco di quercie detto “Maurici”

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1089, i Normanni ed i privilegi all’abbazia benedettina di Cava de Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel ……, la Contea di Marsico e Rainaldo Malconvenienza

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a pp. 92-93 così si esprimeva: “3.3. La contea di Marsico. L’atteggiamento di ‘Rainaldus Malaconvenientia’ nei confronti dei patentati locali longobardi non dovette differire dai comportamenti tenuti da Guglielmo di Principato o da Asclettino di Sicignano. Il ceppo dinastico dei ‘Malconvenientia’ è da identificare, secondo quanto sosteneva il Ménager, con lo stesso cui apparteneva un ‘Radulfus Malconvenant’ che nel 1084 figura in qualità di teste in un diploma emesso da Roger d’Aubigny a favore della Trinità di Sainte-Opportune (52). La presenza di questa famiglia normanna nell’Italia meridionale è documentata a partire proprio dalla fine dell’XI sec. Uno ‘Stephanus Malaconventio’ è menzionato in un diploma di Ruggero I, un ‘Robertus Malus Conventus’ è tra i fondatori di Santa Maria in Valle di Giosafat a Messina, mentre ‘Robertus Maleconventio’ sottoscrive un diploma reale del 1157 (53). Altri membri della stessa famiglia compaiono nelle carte di S. Maria Nuova di Monreale: etc…Ad un ramo peninsulare della stessa famiglia sembrano invece appartenere i personaggi che compaiono nella documentazione superstite dalla S.ma Trinità di Venosa. Risale al 1075 la prima attestazione dell’esistenza di ‘Raynaldus Malaconvenientia’, menzionato in un elenco di ‘testes’ insieme al figlio Roberto e ad altri personaggi: un ‘Goffredus filius Aidardi’ e un ‘Robertus Grammaticus filius Ursi’ (55). Questo stesso personaggio fu identificato dal Ménager ……………”.

Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 13, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…”, in proposito scriveva che: “Era papa Urbano II, che fin dal cenobio di Cluny fu amico, anzi discepolo al Pappacarbone. Urbano II che eletto a Terracina non poteva entrare in Roma occupata dalle forze dell’antipapa Clemente, venne sulle terre e sotto l’ala dei Normanni; e dimorò parecchio tempo a Melfi, che fece centro di sua politica temporale e spirituale tenendovi corte e concilii. Egli da Venosa addì 29 settembre 1089 dà all’abate di Cava una bolla, che, finora inedita, è pubblicata dal Guillaume e questa bolla conferma le possessioni, designandole una per una, di tutte le celle, i monasterii e chiese sparse nel Salernitano, nel Monte-Cilento, in Puglia, in Calabria, altrove; dichiara libera da qualsiasi suggezione specialmente le ‘Celle’, loro eredità e famiglie che il cenobio possiede nel Cilento; dispone che l’abate non dipenda se non dal papa. Da questa bolla vuole l’A. che incominci la prima designazione della diocesi abaziale della S. Trinità di Cava.”. Come vedremo innanzi la data della bolla di papa Urbano non sarà quella del 29 settembre indicata dal Guillaume e da Racioppi ma sarà il 21 settembre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 407, in proposito scriveva che: “Ma già nel 1085, con la morte del duca Roberto a Cefalonia e di Gregorio VII a Salerno, le cose subivano un’evoluzione diversa, su cui non potè sostanzialmente influire Vittore III, il cassinese anche monaco a Cava, eletto dopo un anno di incertezze (a. 1086), anche perché troppo impegnato dai suoi oppositori, i rigidi seguaci del defunto ponteice. L’orizzonte cominciò sempre più a schiarirsi dopo la morte del papa e l’elezione, dopo sei mesi (a. 1088), di un allievo di Cluny, Urbano II, il papa della prima crovciata. Infatti, il pontefice, con la nota bolla “Cum universis”, esentò la Badia da ogni ingerenza ecclesiastica della chiesa salernitana, per cui le rimostranze di quell’arcivescovo (Alfano II), come della pestana, per cui il vivo malontento del vescovo Maraldo che vedeva sottratti alla sua giurisdizione diverse chiese e villaggi (95). Con la medesima bolla il papa concesse alla Badia di versare a Roma la decima di soli tre soldi d’oro annui, confermandole “apostolicae, auctoritate (….) in cilento monte”, oltre i sei anzideti monisteri, ognumo “cum cellis suis”, anche quelli di S. Giorgio (96), S. Nicola di Serramezzana etc…”. Ebner, a p. 407, nell nota (95) postillava: “(95) ABC, C 21, a. 1089, XIII, Venosa. Guillaume (Append., p. XX) data il documento 21 settembre. Oltre l’enumerazione di tutti i beni dell’Abbazia il pontefice chiarisce: ‘De cellis etc..”. Ebner, vol. I, a p. 408, aggiunge che: “Con un altra bolla, pure del settembre 1089 (98), e con l’autorità del Concilio di Melfi, il papa stabiliva definitivamente, superando il malumore del vescovo pestano Maraldo, la giurisdizione della Badia cavense su chiese e monasteri “in cilento territorio posita”, riservando al vescovo pestano la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei monaci locali e il versamento di decime se l’Abbazia “parochianos (e cioè battesimali) ecclesie pestane possiderint”. Proprio in questo periodo, e per la particolare devozione del duca Ruggiero per l’abate Pietro, che l’Abbazia emerge nel Mezzogiorno per prestigio spirituale consolidando la sua potenza economica.”. Ebner, a p. 408, nella nota (98) postillava: “(98) E’ la bolla “Notum vobis” trascritta dal Dizionario del Venereo, I, f 314 sg. che il Guillaume cit., riporta in Append., p. XXII sg.”. Queste due bolle, il Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava etc..”, a p. XX dell’appendice scrive che: “Appendice, F (pag. 59), I. Bulle inédite d’Urbain II à l’abbé Pierre I*, Venusie, 21 Septembre 1089 (Arc. Mag. C 21)” e, l’altra a p. XII, in proposito scriveva: “II. Urbain II, au Concilie de Melfi, malgré les reclamations de l’eveque de Paestum,  confirme les dependances du Cilento, Melfi, settembre 1089 (Vener. Dict. I, 314-315).”. Ebner, a p. 409, scriveva pure che: “Il Ventimiglia che in Appendice riporta l’importante ‘charta iudicati’ del 1083, a dimostrare la dipendenza dalla Badia dei non pochi casali enumerati, argomenta specialmente dalla bolla di Urbano II del 1092 (103), etc…”. Ebner, a p. 409, nella nota (103) postillava: “(103) Del 15 settembre edita dal Senatore, in Append., p. XX, doc. III. Nell’ABC, oltre il C 35 (transunto de lata sententia di Urbano II nel Concilio di Melfi del processo in contradictorio tra l’abate di Cava e i vescovi di Salerno e Pestum circa privilegi e possessi di chiese anche nel distretto di Cilento), vi sono il C 36 (transunto della bolla 19 febbraio 1093 “Ad hoc nos” che conferma antichi privilegi), il C 37 e i due originali falsi dell'”Ad hoc nos” trascritti, il primo nel XIII e il secondo tra il XIII e il XIV secolo.”.

Nel 14 settembre 1092, papa Urbano II, a Cava de Tirreni confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 13, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…”, in proposito scriveva che: “Non guari di poi il Papa viene di persona a Cava con grande seguito di prelati e di principi, tra cui il duca Ruggieri. Ai 9 settembre del 1092 dedica la nuova chiesa, ed al 14 rilascia una bolla, che gli storici cavesi ànno tutti per vera, e gli storici napoletani la dicono invece ‘a monachis in sua commoda confictam’ (1). Questa bolla non fa cenno dell’altra di Venosa di tre anni innanzi; e pure era il caso di ricordarla ! contiene qualche cosa di più e qualche cosa di meno di quella prima; non conferma tutte le possessioni indicate nella bolla di Venosa, ma quelle solamente che Gisolfo donò.

Nel 1093, il monastero benedettino di S. Simeone non lontano da Laurino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 85-86 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel 700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Syneonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno del 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava:  “(41) Guillaume cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di u terreno “ubi proprio  a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9). Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu GLorioso del fu cote Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava:  “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”.

Nel 1099, papa Urbano II, Oddone di Chatillon

Il Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, parlando di Pietro Pappacarbone in proposito scriveva che: “Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Dunque, papa Urbano II, che emise la sua bolla nel 1098, era Oddone di Chatillon che fu papa dal 1088 al 1099. Secondo il Cataldo la bolla di papa Urbano II fu promulgata nell’anno 1099.  Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Molto più sottile delle crociate, ma di maggior successo nel lungo periodo, fu il programma di Urbano per portare Campania e Sicilia saldamente nella sfera d’influenza cattolica, dopo generazioni di controllo bizantino e di egemonia degli emiri arabi in Sicilia. Il suo alleato nel Thema di Sicilia era il governante normanno Ruggero I. Nel 1097 Urbano conferì a Ruggero prerogative straordinarie, alcuni degli stessi diritti che venivano negati ai sovrani temporali in altre parti d’Europa. Ruggero era libero di nominare vescovi (“investitura laica”), libero di raccogliere le rendite della Chiesa e di inoltrarle al papato (una posizione sempre lucrativa), libero di avere voce nel giudizio di questioni ecclesiastiche. Ruggero era virtualmente un legato papale in Sicilia. Nella ricristianizzazione della Sicilia si dovettero fondare nuove diocesi, nonché fissare i loro confini, e nominare una nuova gerarchia ecclesiastica dopo secoli di dominazione musulmana. La consorte aleramica di Ruggero, Adelaide, trasferì dei coloni dalla valle del Po nella Sicilia orientale (Lombardi di Sicilia). Ruggero, come governante secolare, sembrò una scelta sicura, in quanto era un semplice vassallo del suo parente Conte di Puglia, a sua volta vassallo di Roma, perciò, in quanto ben sperimentato comandante militare sembrò sicuro concedergli questi poteri straordinari, anche se in seguito si sarebbe giunti al un confronto finale tra gli Hohenstaufen, eredi di Ruggero, e il papato del XIII secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.

Nel 20 settembre 1099, papa Urbano II confermava la Diocesi Metropolita di Salerno estendondone i confini

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), pubblicata nel 1831 e ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: E Alessandro II, quando si fermò a Capua, confermò con alcune sue lettere gli antichi privilegi della chiesa di Salerno. Infine Urbano II, nel sesto sinodo dei vescovi tenuto a Salerno il 20 luglio 1099, dietro richiesta del lodato Alfano e del duca Ruggiero, attribuì all’arcivescovo di Salerno ed ai suoi successori una primazìa ancora più estesa (32). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Ex cod. ms. eccl. Salern. et Chronic. Caven.”. Nella sua versione il Visconti, non da i riferimenti bibliografici di questo antico manoscritto Cavense ma credo che si riferisca al cronicon del Venusino (….) che ci racconta la storia dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.

Nel 1089, il monastero benedettino di S. Maria di Cadossa verso Montesano sulla Marcellana

Da Wikipedia leggiamo che L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa è un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Venne definitivamente soppressa nel 1866. Fu il luogo dove San Cono da Teggiano trascorse la sua vita come monaco. Secondo alcune fonti l’abbazia nel 1086 divenne un possedimento della Badia di Cava de’ Tirreni, ma recenti studi affermano che il monastero non fu donato all’abate cavense Pietro Pappacarbone. Nei primi anni essa era soggetta all’autorità della Badia di Venosa. Al territorio dell’abbazia appartenevano il Casale di Cadossa, i cui abitanti erano soggetti alla diretta autorità dell’abate e Casalnuovo (Casalbuono), dove l’abate esercitava il proprio potere sui vassalli locali. Nel 1272 il monastero subì l’occupazione di Onorato Fornerio, signore locale, che ne rivendicò i territori, e i monaci si affidarono a Carlo I d’Angiò che ripristinò la proprietà. Fu attorno alla fine del XII secolo che l’abate Costa accolse nel monastero Cono da Diano, che si avviava al noviziato: secondo la tradizione San Cono si rifugiò nel forno del monastero, per nascondersi dai propri genitori che volevano riportarlo a casa, ma nonostante il fuoco acceso, rimase illeso. Il 27 settembre 1261, alla morte, il corpo venne traslato dall’abbazia alla città natale con un carro trainato da buoi. Costruito tra il X e l’XI secolo, il complesso nel 1086 divenne un possedimento della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni. Agli inizi del ‘200 vi dimorò il mistico Cono, originario di Diano (oggi Teggiano), trovandovi la morte in giovane età. Col passare del tempo, nel 1594 divenne un possedimento della Certosa di San Lorenzo a Padula. Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta. Alla struttura venne annesso anche un ospedale che rimase distrutto in un terremoto del 1688. Attorno al 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo, nella vicina Padula, che ne ottenne il controllo con la bolla papale di Leone X del 17 novembre 1514: il monastero fu definitivamente convertito in grancia, nel 1519. I certosini fecero rinnovare l’edificio, in grande degrado, facendo costruire una nuova chiesa nel 1578, e adibendo quella vecchia ad alloggio. Vittorio Bracco, nel suo, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, nel Cap. 4, a pp. 105 e ssg., in proposito scriveva che:  “L’edificio dell’Abbazia di Santa Maria di Cadossa occupa un’area afferente all’attuale divisione amministrativa del Comune di Montesano sulla Marcellana; posto a circa 3 Km. a S. E del centro abitato, ad un’altezza di 707 m slm., il monastero sorge su un pianoro dominante la circostante fascia pedemontana, compresa tra il torrente ‘porcile’ ed il torrente ‘Brignacolo’ e degradante da E a O verso il Calore-Tanagro: etc…”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure: “A confermare, inoltre, l’importanza assegnata a questa parte del Vallo di Diano come snodo viario, è la notizia dell’esistenza, agli inizi del XIV sec., di una contrada denominata ‘Trivii Tumussii’, ubicata proprio in corrispondenza delle pendici meridionali di Padula (6). Il sito dell’Abbazia di Santa Maria si trova in una posizione premiente rispetto a questi itinerari ed era a sua volta capolinea di un antico percorso che, seguendo parallelamente l’arteria dell’Annia-Popilia, conduceva da Cadossa a Casalbuono; si tratta di quella “via publica qua itur Cadossam ad Casalenovum” ricordata in una platea dello stesso monastero nell’anno 1372 (7). Due corsi d’acqua circondano l’edificio del monastero: il primo, che lambisce il prospetto d’accesso, alimentava il mulino dell’Abbazia e confluiva quindi nel torrente ‘Porcile’; il secondo, alimentato come il primo dalle sorgenti del Tomariello, ad Est di Cadossa, etc…La struttura che attualmente identifica il monastero cadossano non è che il  risultato delle profonde modifiche subite dall’impianto originario, a partire dalla seconda metà del XVI sec., quando l’Abbazia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di Padula.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 128, in proposito cosi scriveva: “Quando agli inizi del secolo scorso un sacerdote del Vallo, Antonio Saco, decise di ricostruire le vicende della Certosa di Padula considerò opportuno dedicare parte del suo lavoro anche alla storia di alcune delle sue dipendenze più importanti. Tra queste particolare attenzione ritenne dovesse meritare proprio l’Abbazia di Cadossa, diventata grancia certosina nel 1519 (47). Molti dei documenti esaminati per questa fondazione vennero trascritti dallo studioso al termine di ogni sezione della sua opera, una scelta che ha consentito la conservazione dei contenuti di molti documenti trascritti nei Registri Angioini, andati distrutti, come è noto, durante la seconda guerra mondiale. Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (47) postillava: “(47) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, lib. VI, pp. 81 ss. e 131 ss. Il libro VI è quasi per intero dedicato all’abbazia di Cadossa, compresa parte dell’appendice documentaria posta al suo termine. In realtà il cenobio cadossano fu ceduto alla Certosa di Padula in due momenti distinti: etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807″. La Alaggio, a p. 131, in proposito aggiungeva: “L’assenza di ogni riferimento all’Abbazia di Cadossa nella produzione documentaria della S.ma Trinità non costituisce un fatto casuale. ues’evidenza contribuisce piuttosto a demolire la base su cui poggia tutta la ricostruzione del Sacco, ovvero la convinzione che Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili in un’unica realtà. Ad un esame più approfondito delle fonti risulta evidente, invece, una netta distinzione tra le due fondazioni. Una platea di San Michele Arcangelo di Padula, redatta nel 1604, rimanda all’esistenza di una “contrada de Sancto Simeone” nel territorio di Montesano, e ancora di una via che “va da Sancto Simeone”, testimoniando come ancora nel XVII sec. esistesse un’ecclesia recante quest’intitolazione. Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. La Alaggio, a p. 131, nella nota (55) postillava: “(55) Per tutto il XV sec., e fino all’annessione al patrimonio della Certosa di Padula, l’amministrazione dell’Abbazia fu demandata ad abati commendatari nominati dalla Santa Sede (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82).”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 137 così si esprimeva: “E’ verosimile che anche Cadossa fosse stata donata alla Trinità di Venosa tra la fine dell’XI sec. e la prima metà del secolo successivo. L’assenza di un riferimento esplicito al monastero cadossano nei manoscritti eruditi seicenteschi può avere un’importanza relativa considerata la frammentarietà del materiale raccolto e la frequente imprecisione con cui vennero riportati i contenuti delle carte consultate. Cadossa poteva essere tra quelle “alias ecclesias in terra Marsici” donate nel 1077 dal conte ‘Rainaldus Malaconvenientia’ (72); oppure potrebbe essere identificata con l’ecclesia Sancta Marie donata dallo stesso personaggio insieme a San Giovanni in Fonte nello stesso anno (73); o ancora la “Sancta Maria delle Fontane edificata nella valle di Diano” e confermata nel 1177 alla Trinità di Venosa dal conte Guglielmo di Marsico (74). Quello che risulta importante sottolineare sono le forti analogie tra le vicende storiche di questa fondazione e quelle delle altre dipendenze della Trinità di Venosa nel Vallo di Diano, analogie che non lasciano dubbi sull’originaria appartenenza della fondazione cadossana al patrimonio del cenobio venosino.”. A questo proposito vorrei però aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, che, nel vol. I, a p. 421 parlando dei “Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in proposito scriveva che: “8….All’abate Simeone concesse privilegi anche il duca Guglielmo, cui successe Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale del 1130. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla Badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi. All’abate Simeone successe il monaco Falcone (1141-1146) etc..”. Queste parole disconoscono in parte ciò che scriveva la Alaggio, in quanto come scrive l’Ebner, l’Abbazia della S.ma Trinità di Venosa era si abbazia benedettina e da cui dipendeva l’Abbazia di Santa Maria di Cadossa ma a sua volta, entrambe, all’epoca dell’abate di Cava “Venusino”, esse, entrambe erano dipendenti da Cava. Da Wikipedia leggiamo che Leone da Lucca (Lucca, … – Cava de’ Tirreni, 12 luglio 1079) è ricordato come 2º abate della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nei primi anni del suo governo abbaziale, Leone, originario di Lucca, ebbe vita difficile. Sant’Alferio Pappacarbone, in forza dei privilegi che gli erano stati conferiti dai principi longobardi di Salerno, lo designò suo successore, in contrasto con la tradizione che considerava i beni dei monasteri come proprietà della famiglia del fondatore. Poco dopo la morte di sant’Alferio, un quidam, turbine secularium fultus, probabilmente appartenente proprio alla famiglia Pappacarbone, irruppe nel monastero e scacciò l’abate Leone, ma poi si allontanò restituendo la carica che aveva usurpato. Tale episodio spiegherebbe l’iniziale diffidenza che l’abate Leone ebbe verso Pietro Pappacarbone, nipote di Alferio, quando questi bussò al monastero cavense per indossare il saio benedettino. Sempre a proposito delle origini benedettine di San Simeone e del monastero di Cadossa, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Infatti, Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. etc….e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 564, in proposito scriveva che: “CADOSSA. Cadoxa, castri Cadose, Cadossa. Università autonoma fino alla scomparsa del villaggio sito tra Montesano e Casalbuono. Il Sacco (1) afferma che la locale badia era coeva a quella di S. Maria di Pisticci. Nel novembr del 1086 (2) Ugo di Avena, la moglie Emma e il figlio Ugo donarono all’abate cavense Pietro tre monasteri: S. Giovanni di lorita, S. Simeone di Montesano e S. Nicola di Padula. Non si sa quando il monastero di S. Simeone prese il nuovo titolo di S. Maria di Cadossa (3). I documenti che riguardano l’abitato, il monastero di Cadossa e il suo feudo di Casalnuovo sono del XIII e XIV secolo.”. Ebner, a p. 564, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, cit., pp. 70-72.”. Ebner, a p. 564, nella nota (3) postillava: “(3) Giustiniani, cit., VI, Napoli, 1797, p. 125.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 567 , in proposito scriveva che: “La badia era sita al sud di Montesano. Essa possedeva nella chiesa calici d’argento e paramenti. “Innanzi alle porte della badia passa un fiume d’acqua corrente. Le fabbriche son tutte circondate da mura e da pomerio”. Ancora nel ‘600 possedeva un mulino. Il villaggio “propre ipsum monasterium” aveva 100 vassalli. Dell’antico villaggio erano scomparse anche le rovine tra il XIV e il XVI secolo. La badia era posta nel comprensorio della “Sigotta” (ora Siotta). Da un inventario del 1372 si apprende delle vaste proprietà possedute dalla badia (22). Oltre la chiesa della badia, vi erano a Cadossa le chiese del Salvatore, di . Matteo, S. Biagio, S. Nicola della Valle, S. Michele e S. Venere, già in rovina quando Cadossa passò alla Certosa. Anche del monastero non vi è più traccia. (p. 568). Va ricordato che Cadossa era ‘sedis nullius’, l’abate aveva diritto all’uso dei pontificali con mitra e pastorale e giurisdizione spirituale su Cadossa e Casalnuvo, feudo dipendente. Il priore di S. Lorenzo poteva nominare suoi rappresentanti a Cadossa (in genere etc…)”. Ebner, a p. 567, nella nota (22) postillava: “(22) La compilazione dei beni di S. Maria di Cadossa durò 28 mesi per la sostituzione del Commissario (Sacco, p. 93) etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, a p. 127, in proposito cosi scriveva: “In quanto sede Nullius l’Abbazia esercitava inoltre la sua giurisdizione spirituale su tutte le chiese edificate all’interno dei suoi confini patrimoniali e, in funzione della sua preminenza, recepiva parte dei diritti di sepoltura (45), riveva ogni Pasqua dai presbiteri di Casalnuovo etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”.

Nel 1086, il normanno UGO di AVENA, e sua moglie EMMA, fanno una donazione all’Abbazia di Cava dell’Abbazia di Padula

Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati da Ugo d’Avena all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano’.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Mattei-Cerasoli, p. 176

Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…) elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di Storia’, a p. 77 parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il signore d’Avena – oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza – Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il monastero di San Nicola, ‘quod dicitur de Padula’, unitamente al San Simeone ‘in loco pertinenciis de Castello Montesano’ e al San Giovanni ‘in loco Layta, qui est propre Castro Mercurio’ (148). E’ il San Nicola al Torone, altrimenti detto “del monaterio”(149) in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese (150).”. Il Tortorella, a pp. 44-46, in proposito aggiungeva che: “La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un’azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci e monasteri greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del ‘Catepanato’, nella sfera d’influenza, sprattutto religiosa e culturale, bizantina (152). Gli espliciti riferimenti contenuti nel’atto di donazione e l’esistenza, ormai accertata, del San Simeone di Montesano (153) possono bastere a confutare le ipotesi gratuite del Mattei-Cerasoli (154), il quale attribuisce le indicazioni topografiche a inesistenti località nei dintorni di Papasidero (155); simile è la posizione di Cappelli (156), che aggiunge, ad avvolorare la sua tesi, l’essere tuttora titolo dell’arciprete di San Giovanni Orsomarso (157) anche quello d’abate San Nicola.”.

Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1).. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Nel 1092, i Cavalieri Templari

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1110, Urbano II e l’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.

Nel 1110, l’ordine religioso dei Cavalieri Templari

I Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone, detti “Cavalieri del Tempio” o più semplicemente “Templari“, fu il più noto ordine religioso cavalleresco della cristianità medioevale. Nato verso il 1100 in occasione della prima crociata, usufruì di numerosi lasciti e donazioni, diventando ben presto l’Ordine più ricco e potente dell’epoca. Attorno ai Cavalieri Templari naquero misteri e leggende, che li volevano custodi dell’Arca dell’Alleanza (il contenitore delle tavole della legge che Dio consegnà a Mosè), del Santo Graal (il calice dal quale bevve Gesù) o della Sacra Sindone (che avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce). Il doppio ruolo di monaci e combattenti fu sempre fonte di perplessità. Così nel 1312, a seguito di accuse infamanti ed infondate, fu duramente soppresso. Tutti i beni passarono all’ Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (detti anche Giovanniti, Gerosolimitani od Ospitalieri), poi chiamati Cavalieri di Malta, tuttora alle dipendenze dalla Santa Sede. I Templari erano presenti in Terra Santa e lungo vie di pellegrinaggio con delle Case del Tempio, note come Magioni o Mansioni: deriva dal francese maison e dal latino mansio, ovvero “tappa, sosta”, che ancor oggi si ritrova nel toponimo di molti luoghi. Queste case templari si trovavano poco fuori dei centri abitati, erano dotate di possenti fortificazioni e ricche di richiami simbolici e, secondo alcuni, esoterici. I Templari avevano a Siena una Magione in via Camollia, vicino alla porta settentrionale della città, in modo da accogliere i pellegrini che entravano in città: l’insediamento templare comprendeva un ospedale per i viandanti, la casa templare dei monaci-cavalieri e la chiesa templare, arrivata fino a noi ben conservata e visitabile (ingresso libero). La Chiesa, dedicata a San Pietro in Camollia, detta Chiesa della Magione, è a pianta rettangolare ed una sola navata. La facciata ha un grande portale in stile gotico, realizzato nel XIV secolo in sostituzione di due originari portali affiancati, che ancora si intravedono. All’esterno è possibile notare diverse croci templari scolpite nella muratura. All’interno sono visibili pietre con graffiti simbolici. La prima notizia storica della Chiesa risale all’anno 998, quando era all’esterno delle mura cittadine, ed un documento del 1148 indica che era gestito dei Cavalieri Templari. Oggi appartiene ai Cavalieri di Malta. Tra l’XI e il XII secolo, la rinascita del monachesimo cristiano iniziato con la riforma cluniacense vide la fondazione di numerosi ordini religiosi, in particolare con i frati conversi che promossero tra loro il lavoro manuale e il rinnovamento della vita collegiale adottando la regola di San Benedetto in un’interpretazione rigida proposta da Benedetto d’Aniane. Anche la chiesa secolare stava attraversando un periodo di rinnovamento, conosciuto come “riforma dell’XI secolo”, che la vide rafforzarsi a spese del potere laico anche grazie al successo nella cosiddetta lotta per le investiture tra il papa riformatore Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV di Franconia. La chiesa, nella ricerca di condurre il popolo a una vita più incline ai dettami evangelici, si occupò anche di arginare la violenza costante insita nella società promuovendo a tal fine la “Tregua di Dio”. È in questo contesto religioso che la chiesa cattolica incoraggiò i cavalieri del tempo a diventare militiae Christi, “cavalieri di Cristo”, con lo scopo di combattere gli infedeli in Terra santa, piuttosto che compiere brutalità in patria. A questi non veniva più chiesto di abbandonare il mondo, come ai monaci, per espiare i propri peccati, ma di utilizzare le proprie armi per la causa della cristianità. Il 27 novembre 1095, papa Urbano II, nel corso del decimo giorno del concilio di Clermont tenne un discorso in cui fece un appello ai presenti perché si recassero in Terrasanta a riconquistare Gerusalemme, a quel tempo in mano ai turchi selgiuchidi. Il papa ricordò ai presenti di come i pellegrini cristiani in viaggio verso Gerusalemme fossero regolarmente vittime di atrocità e persino di omicidi e come l’imperatore di Costantinopoli Alessio I Comneno avesse chiesto il loro aiuto per fermare l’espansione dei turchi. L’appello del papa non rimase inascoltato e in poco tempo una spedizione di cavalieri, anticipata da altre spontanee, prese la via verso l’Oriente per quella che passerà alla storia come la “prima crociata”. Grazie alle indubbie capacità guerriere dei crociati e al momento di difficoltà del mondo musulmano lacerato dalle divisioni interne, l’impresa si concluse con il successo dei cristiani quando, il 15 luglio 1099, le truppe di Goffredo di Buglione presero Gerusalemme dopo oltre un mese di assedio. Oltre alla conquista della città Santa, i cristiani dettero vita ai primi quattro stati crociati ove si insediarono: la contea di Edessa, il Principato d’Antiochia, il regno di Gerusalemme e la contea di Tripoli.Una volta conquistata Gerusalemme molti crociati, considerato concluso il loro obbligo di pellegrinaggio, fecero ritorno in patria mentre a coloro che decisero di rimanere in Terrasanta si presentò fin da subito il problema di come difendere i luoghi santi e come assicurare la protezione alle migliaia di pellegrini che giungevano da tutta Europa. Per far fronte a ciò nacquero dei gruppi spontanei di cavalieri che fecero voto di essere crociati permanenti, di fare vita comune e di spendere le proprie energie per difendere i luoghi santi conquistati. Da questi primi gruppi nacquero così diversi ordini religiosi che si prefissero l’obiettivo di garantire l’incolumità dei devoti; il primo fu l’Ordine dei Canonici regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme, fondato nel 1099 da Goffredo di Buglione. Subito dopo vennero a costituirsi quello di San Giovanni dell’Ospedale e quello del Tempio, che, secondo teorie non da tutti accettate, risalirebbe agli anni 1119-1120. Hugues de Payns, futuro fondatore e primo maestro dell’Ordine del Tempio, venne per la prima volta in Terrasanta nel 1104 per accompagnare il conte Hugues de Champagne, quindi in pellegrinaggio. Ritornato nel 1107, decise di stabilirsi nel 1114, e insieme al compagno d’armi Goffredo di Saint-Omer e ad alcuni altri cavalieri, organizzò il nucleo originario dell’ordine templare, dandosi il compito di assicurare l’incolumità dei numerosi pellegrini europei che continuavano a visitare la città santa.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130……..Nel Medioevo esso ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende’, ‘Priorati’, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’ o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia Meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche di Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati di ecc…”. Dunque, il Russo ci parla di “Priorati” e di “Commende”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..”. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130. Quest’Ordine religioso-militare si è coperto di gloria nei secoli XII e XIII nelle lotte contro i Turchi. Costretto a lasciare Gerusalemme, ricaduta nelle mani dei Musulmani, si trasferì a Rodi, da dove partecipò alla difesa dei luoghi santi, rimasti a Malta, dove stette fino a che non fu sloggiato da Napoleone Bonaparte. Di qui il nome odierno di ‘Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta’, subentrato a quello primitivo medievale di ‘Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano’. Nel Medioevo essao ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende, Priorati, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’, o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”. Sui cavalieri Giovanniti ha scritto Antonella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri – San Mauro la Bruca e Rodio”. Da Wikipedia leggiamo che il nome del capoluogo San Mauro La Bruca deriva da quello del suo Santo protettore, l’abate Mauro che visse al tempo di San Benedetto e fu suo discepolo a Subiaco. Sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. S. Mauro La Bruca e Rodio dal 1200 erano possedimenti dell’Ordine Giovannita, detto poi di Malta, e proprio grazie alla presenza stabile dei Cavalieri i due nuclei rurali si aggregarono fino a diventare città. La scoperta è di una ricercatrice del Cnr di Roma che ha rinvenuto nella National Library of Malta un manoscritto del 1626 e, all’interno di esso, due carte sciolte (acquerelli) datate al 1660 che raffigurano con dovizia di particolari i due paesi del Cilento. I risultati del lavoro di ricerca, che per la prima volta include nell’elenco ufficiale dei possedimenti dell’Ordine questi due centri, sono confluiti nel volume Le città dei cavalieri della dottoressa Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca di storia medievale del Cnr e responsabile del progetto internazionale “Territorio e insediamento in Europa e nel Mediterraneo” (in cui rientra lo studio dedicato agli ordini cavallereschi). La scoperta della dottoressa Antonella Pellettieri include a pieno titolo i due centri tra i possedimenti dell’Ordine, legandoli inscindibilmente alla storia dei Cavalieri Giovanniti che lottavano per liberare il Santo Sepolcro, ma avevano come missione anche la cura dei malati, l’assistenza ai poveri e l’aiuto ai pellegrini. Dai possedimenti più lontani dalle vie di comunicazione per Gerusalemme traevano derrate alimentari e rendite che servivano a finanziare la loro opera e la guerra santa. E questo doveva essere il ruolo anche di Rodio, la cui denominazione richiama l’isola di Rodi, sede dell’ordine, e S. Mauro La Bruca, il cui stemma comunale è identico a quello dei cavalieri di Malta. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 32 scriveva pure che: “La crisi dell’Ordine Benedettino causò la decadenza di molti monasteri e borghi nati intorno ad essi: successe, inoltre, in molti casi che parte di questi possedimenti passarono all’Ordine giovannita (5). La politica papale di recupero dei grandi insediamenti benedettini segnato da un profondo stato di crisi e, sovente di abbandono, portò la Santa Sede ad optare per il passaggio di alcuni monasteri agli Ospedalieri, operazione che, al tempo stesso, forniva nuova linfa finanziaria all’Ordine di San Giovanni.”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Pellettieri, I Giovanniti nell’Italia Meridionale, cit., pp. 67-91”. Nel testo citato, Maria Rosaria Salerno (….), a p. 21, in proposito scriveva che: “Il territorio dell’odierna Campania ospitò un cospicuo numero di fondazioni o, in generale, possedimenti, gravitanti e dipendenti dalla sede priorale di Capua, uno dei due priorati – l’altro di Barletta del Mezzogiorno d’Italia peninsulare (2). Stando alla documentazione finora reperita, anche il montuoso e poco abitato territorio del Cilento e Vallo di Diano fu sede di un discreto numero di ‘domus’ e possedimenti dell’Ordine (3).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Sul territorio oggetto di studio si veda ‘Storia del Vallo di Diano: età medievale’, a cura di Nicola Cilento, Salerno, 1982; Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 1979.”. La Salerno, a p. 21, scriveva pure che: “Il nostro punto di partenza, per illustrare quanto sinora documentato, è l’inchiesta sul patrimonio degli Ospedalieri voluta da papa Gregorio XI nel 1373 al fine di riformare l’Ordine e per valutare un suo possibile contributo alla crociata che intendeva organizzare (4).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il papa intendeva conoscere l’entità dei possedimenti giovanniti attraverso processi verbali condotti dai vescovi, ognuno nella propria diocesi, ma sono pervenuto soltanto sessantaquattro inchieste; Cfr. A. LUTTRELL, Introduction général, in Lenquete pontifical de 1373 sur l’hordre des Hospitaliers de Saint-Jean de Jérusalem, vol. I, ecc..”.

Nel 1110, la Commenda di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Paula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II,  a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Ebner citava anche il testo di Costantino Gatta (….), ed il suo “Lucania illustrata”, p. 72. Leggendo il testo di Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Dunque, come faceva nota l’Ebner, il Gatta scriveva che nel 1723, “la chiesa di S. Giovanni Battista” era stata famosa “Commenda dei Cavalieri Gerosolomitani”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 132, in proposito cosi scriveva: “Ma anche per i secoli successivi tutto il territorio compreso tra il distretto di Sala Consilina e quello di Padula è interessato dall’esistenza di altre dipendenze degli Ospedalieri. Nel 1722 San Giovanni in Fonte, l’antico battistero di origini paleocristiane, costituiva una commenda dello stesso Ordine, dipendente fino al 1419 dal priorato della S.ma Trinità di Venosa (57).”. La Alaggio, a p. 132, nella nota (57) postillava: “(57) M. Gattini, I Priorati, i Balieggi, le Commende del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Napoli, 1928, pp. 85 ss. i beni posseduti dalla Commenda di San Giovani iin Fonte, esistita fino al 1722, erano dislocati in varie parti del Vallo di Diano: a padula, Sala, Atena, San Rufo, Diano, Sassano, Monte San Giacomo, oltre che in Calabria, a Tortorella, e a Lagonegro, Policastro e Marsico Vetere.”.

Nel 1101 o nel 1110 (?), le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa. Riguardo S. Giovanni in Fonte, Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 25, in proposito scriveva che: “Il riferimento alla SS. Trinità merita qualche approfondimento, poichè l’abbazia benedettina, che fu incorporata all’Ospedale da papa Bonifacio VIII il 22 settembre 1297 (26) insieme a tutti i suoi possedimenti, deteneva diversi beni tra Cilento e Vallo di Diano, e a quanto pare continuò a possederli anche sotto i Giovanniti, ma probabilmente dopo il 1330-35 avvenne lo smembramento e per motivi di redistribuzione del patrimonio alcuni beni vennero attribuiti al priorato di Barletta, altri a quello di Capua: per tali motivi ritroviamo la Cappella di S. Giovanni in Fonte in qualità di Commenda e poi forse tra le pertinenze della precettoria di Sala; ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426, parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 68, in proposito scriveva che: “Del battistero non si hanno notizie per sei secoli; torna alla ribalta soltanto in età normanna, quando, a giudizio di Paolo Eterni (73), viene donato da Ruggiero II, re di Sicilia, insieme al territorio circostante all’Ordine dei Cavalieri Templari, nell’ambito di un piano generale di recupero del territorio (74).”. Medici, a p. 68, nella nota (74) postillava: “(74) Ruggiero II, avendo ereditato la Sicilia dal padre e l’Italia meridionale dallo zio Roberto il Guiscardo, si trovò a regnare in un Regno del Sud per la prima volta unificato (1130-1154).”. Medici, a p. 68, nella nota (73) postillava: “(73) Vittorio Bracco, La descrizione seicentesca della ‘Valle di Diana’ di Paolo Eterni, Napoli, 1982. L’assunto riguardante i templari a S. Giovanni in Fonte si trova alle pagg. 74-76. Il manoscritto originale del dotto sacerdote di San Rufo è custodito nell’Archivio privato della famiglia Carrano di Teggiano.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 69, in proposito scriveva che: “La donazione normanna e l’equivoco templare. Per quanto riguarda l’insediamento templare di cui parla Paolo Eterni va sottolineato che, all’epoca di re Ruggero II, l’Ordine del Tempio (75) era una istituzione a carattere religioso e militare insieme, sorta nel 1119 in Terrasanta, per difendere il Regno crociato di Gerusalemme; stava conquistando larga fama e popolarità per l’efficienza del suo esercito e per le capacità organizzative dei monaci. Tutto ciò accadeva in Oriente e solo più tardi a questa fase di affermazione in Terrasanta seguì, nella seconda metà del secolo, ad una trentina d’anni dalla sua fondazione, una fase di espansione verso l’Europa…..La presenza templare nell’antica Marcellianum, in quanto situata a due passi dalla via Annia (76), l’arteria che da Capua scendeva fino a Reggio, introducendo ai porti siciliani, come Siracusa, da dove si salpava verso l’Oriente. Tuttavia, sorprende la precocità di tale insediamento che, se è da riferirsi, come dice l’Eterni, agli anni di Ruggero, deve essere compreso tra il 1130 e il 1154; ciò significa che è contemporaneo o addirittura anteriore alle prime importanti dipendenze templari di Trani e di Molfetta datate intorno agli anni 40-50 del secolo. Va poi osservato che quella dell’Eterni è l’unica voce relativa alla presenza templare nel Vallo di Diano, sulla quale si baseranno autori posteriori”. Medici, a p. 69, nella nota (76) postillava: “(76) La via Annia fu realizzata nel II secolo a.C. dal console Tito Annio Lusco. Ne è testimonianza un’epigrafe del tempo, conservata a Polla davanti alla Taverna del Passo.”. Tuttavia devo segnalare che la Medici, sulla scorta della Alaggio scriveva che fu Ruggero II a donare il battistero di S. Giovanni in Fonte ai Cavalieri Templari ma, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Secondo il Laudisio, non fu Ruggero II a donare S. Giovanni in Fonte, ma si tratta di “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto” ovvero si tratta di Ruggero Borsa che era figlio a Roberto il Guiscardo. 

Nel ……, la chiesa di rito greco di San di Nicola di Bari, a Rocchetta di Roccagloriosa

Riguardo questa Commenda fondata a Roccagloriosa, Padre Agatangelo Romaniello e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, pubblicato nel 1968, a p. 32, in proposito scrivevano che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco detto “Maurici” di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (66). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio De Caro (67).”. Dunque, i due studiosi parlano della chiesa di San Nicola di Bari a Roccagloriosa, di rito greco, dove dicono che vi erano affreschi di San Michele Arcangelo. In una didascalia essi scrivono “affresco di stile romanico trecentesco” e questo dato si connette alla data di fondazione della commenda di S. Spirito. Di questi affreschi che i due studiosi dicono preesistenti alla cappella di S. Spirito, i due studiosi, a p. 27: “S. Michele, affresco di stile romanico trecentesco appartenente all’antica chiesa di S. Nicola di Bari annessa alla commenda di Santo Spirito”.

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I due studiosi a p. 21, 23 e 25 riportano delle foto dell’antica basilica di S. Nicola della commenda di Santo Spirito. I due studiosi, a p. 32 continuando il racconto scrivevano pure che: “I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passare degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono stete costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata. In quel tempo non esistevano fontane nel paese: nei cortili dei palazzi c’erano i pozzi, da cui si attingeva l’acqua per gli usi della casa.”. Della chiesa italo-greca di San Nicola di Bari a Rocchetta nessun accenno in “Visibile Latente”. Sulla chiesa di S. Nicola di Bari abbiamo le notizie che riguardano la fondazione della commenda di S. Spirito che risalgono all’epoca trecentesca ma io credo che essa si possa collocarea a molto prima del ‘300. Lo si vede dal campanile della chiesa che è molto simile a quello dell’altra chiesa antica che si trova a Roccagloriosa, la chiesa di S. Giovanni. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426, parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”.

L’Ordine degli ‘Hospitalari‘ in Calabria

Orazio Campagna  (…), nel suo “La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro”, edito nel 1982, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).“. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Dunque, Orazio Campagna, cita due documenti in cui si parla dell’Ordine degli Ospitalieri che come abbiamo visto aveva un ricovero anche a Camerota forse dipendente dal vicino monastero di S. Cono o dal vicino monastero di S. Pietro di Licasati. Entrambi i due documenti che cita il Camapagna (…), riguardano l’Ordine degli Ospitalieri e sono citati nel Regesto Vaticano per la Calabria di Francesco Russo (…). Il primo documento è una bolla pontificia del 6 maggio 1149, conservato alla Badia di Cava dei Tirreni (epoca di re Guglielmo I detto il Malo), mentre l’altro documento, si trova nel regesto di papa Gregorio X, del 19 marzo 1272 (epoca Svevo-Angioina). Riguardo i Crociati, il Campagna a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, Orazio Campagna ci informa che il sacerdote Francesco Russo (….), ci parla dei Templari e Hospitalari, nel suo “Regesto Vaticano per la Calabria” (testo edito da Gesualdi), ed in particolare nel ‘Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272′. Il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna  (…), nel suo “La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro”, riguardo i Crociati, a p. 181 parlando di Belvedere Marittimo e dell’area del Crati, in proposito scriveva che: “Nella “Terra” vi è un ospedale con funzione assistenziale e di nosocomio. L’assistenziale fu originaria tradizione basiliana (250), successivamente fatta propria dalla chiesa latina ed affidata all’Ordine degli “Hospitalarii” (251). La prerogativa di centro ospedaliero fu tramandata nei secoli, difatti nel 1615 gli ammalati, da Cirella, che avevano soltanto due medici, “uno di Urina et un altro Fisico”, venivano ricoverati nella “Terra di Belvedere”….(252).”. Il Campagna, a p. 181, nella sua nota (250) postillava che: “(250) Palladio, La storia Lausiaca, a c. di G.J.M. Bartelink, Ed. Mondadori, Milano, 1974.”. Il Campagna, a p. 181, nella sua nota (251) postillava che: “(251) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, p. 165.”. Sempre il Campagna, a p. 204 parlando di Scalea, in proposito scriveva che: “L’ospedale di Scalea fu posto alle dipendenze di S. Maria d’Episcopio, “ecclesia S. Maria cum hospitali””. Il Campagna riguardo la citazione del sacerdote Francesco Russo (….) e del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, Orazio Campagna ci informa che il sacerdote Francesco Russo (….), e cita anche l’altro testo del Russo, ovvero “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I. Infatti, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”.

Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 272, in proposito scriveva che: “Aieta aveva un ‘Ospizio’, presso la chiesa di S. Michele, costruito dalla munificenza di Matteo Scullando nei primi del secolo XI (10). A Scalea è da segnalare l”Ospedale’ annesso alla chiesa della SS. Annunziata, che è di evidente origine normanna. Viene ricordato nel diploma di Federico II a S. Maria di Acquaformosa del luglio del 1224.”. Il Russo, a p. 272, nella sua nota (10) postillava che: “(10) B. Cappelli, Una carta di Aieta del sec. XI, in A.S.C.L., XII, 212.”.

Nell’IX secolo, Guaimario III e la grotta dell’Arcangelo San Michele a Caselle in Pittari

Caselle in Pittari

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..l’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante.”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato, delle quali sacre spelonche, per far cosa grata al leggitore, volentieri prendo la briga di farne parola, e darò principio a favellare pria della sacra Grotta di Caselle per esser da quì non guari discosta. Ergesi tra le Terre di Casella, è Morgerati nella Diocesi di Policastro, un monte d’uno miglio in circa d’altezza, chiamato dal volgo Pittari, over Pietraro, nome veramente adequato poichè non conserva altro di fregio, che orribilissime balze e Rupi, all’intutto inaccessibili, dove solo l’arte industriosa, hà potuto vincere l’asprezza della natura, coll’intagliarvi a forza d’Iscalpelli, qualche picciol sentiero; nel mezzo dunque di questo monte, verso oriente, vedesi una spelonca, che senza mensogna può stimarsi una delle meraviglie di questo Regno, e forse di tutt’Italia concavandosi il monte più di mezzo miglio al di dentro, con artificio tale prodotto ivi dalla natura, che distinta si vede, in Chiesa, in Choro, & in Sala, & in inestricabili laberinti, e non essendo la persona più che prattica e con quantità d’accesi doppieri, non potervi senza evidente rischio di rimanervi intrigato camminarvi sicuro. Ivi fonti di freschissime e limpidissime acque si veggono, s’odono passaggi di rapidissimi fiumi, che echeggiando per quelle oscure Caverne apportano un certo divoto orrore, e non sò di che meraviglioso spavento. In questa grotta dicesi per accettata tradizione esservi apparso il glorioso Arcangelo S. Michele, al di cui onore consagrata scernesi non men la grotta che un decente altare sopra del quale vedesi collocata dentro una cassa di legno la Statua del sudetto Campione del Paradiso scolpita all’antica, e di fattura più dozzinale che altro, accanto della suddetta cassa nel corno destro dell’Altare, vedesi in una pietra alta da palmi trè in circa, e larga da palmi due, effigiata à basso rilievo, l’immagine del medesimo Principe, intorno della quale sgorgonsi alcuni Caratteri greci, indizii manifesti della dilei antichità. Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Nel 1130,  l’abate Simone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava e l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa

Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. I, a p. 421, in proposito scriveva che: “..Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi.”.

Tra il 1284 e il 1305, l’Abbazia benedettina di Santa Maria di Cadossa, Priorato degli Ospedalieri di San Giovanni da cui dipendeva l’Abbazia di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 129, in proposito cosi scriveva: “Tuttavia il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossana a quest’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV sec. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitas de Venusio”, ragioni che denunciavano i tentativi di usurpazioni messi in atto dal ‘miles’ Guglielmo de ponziaco, il quale aveva cercato in più occasioni di impossessarsi del casale di Cadossa, quando invece, tanto il casale che l’ecclesia di Cadossa appartenevano all’Ospedale della S.ma Trinità di Venosa, come avevano esplicitamente dichiarato gli Ospedalieri muovendo supplica al sovrano: “fuit nostre noviter expositum maiestati quod cum ipsi haberent, tenerent et possiderent in tenimento Padule Casale sancte Marie de Cadossa, cum vassalis et pertinenciis omnibus predicto pertinens pleno iure”(51).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (50) postillava: “(50) A. Sacco, La Certosa di Padula, etc.., op. cit., Ibidem, n. 46. I documenti citati dal Sacco collocano la presenza degli Ospedalieri di San Giovanni a Cadossa tra il 1284 e il 1305; prima e dopo questo periodo i dati raccolti richiamano sempre la reggenza benedettina; la stessa Abbazia viene costantemente menzionata come “monasterium Sancte Marie de Cadosse Ordinis Sancti Benedicti”.”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (51) postillava: “(51) …il Sacco dice che….in quel tempo Santa Maria di Cadossa era dipendente dall’ordine militare ospedaliero della SS. Trinità di Venosa. Etc…”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva pure: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, né risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine militare-cavalleresco è di origine in gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspiegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” per definire la reggenza di Cadossa, come pure insolita risulta, soprattutto per i secoli XII e XIII, l’assenza di ogni riferimento documentario alle relazioni che pure Cadossa avrebbe dovuto intrattenere con la S.ma Trinità di Cava dei Tirreni, di cui, prestando fede all’identificazione tra San Simeone e Santa Maria, doveva essere una dipendenza.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (52), postillava: “(52) A. Sacco, op. cit., Ibidem, p. 91”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807”. La Alaggio, a p. 131, in proposito scriveva: “Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nononstante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55). Nella prima metà del XIV sec., in un periodo, quindi, coevo a quello in cui è documentata la sottomissione di Cadossa agli Ospedalieri della Trinità di Venosa, anche il casale di San Nicola di Goffredo, sulle pendici meridionali dell’abitato di Sala Consilina, risulta interessato dalla presenza dello stesso Ordine.”.

Nel 1275, il baliaggio di S. Eufemia in Calabria

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Mauro e di Rodio, uniti in feudo, erano posseduti dalla “Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia”. Ebner ci dice che questa notizia era stata confermata da Giuseppe Volpi (….). Riguardo il “baliaggio” di S. Eufemia, Antonnella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio”, a p. 33, in proposito scriveva che: “Il primo trasferimento di un monastero benedettino meriodionale ai Giovanniti si ebbe tra il 1274 ed il 1280, allorchè il monastero di Santa Eufemia di Calabria fu occupato ‘per violentiam’ dai Cavalieri gerosolimitani, perchè ritenuto luogo indispensabile per approntare un rafforzamento delle difese costiere contro i pirati (6). la precettoria di Santa Eufemia anche se ricadeva nei territori controllati dal priore di Messina, ecc…”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M.R. Salerno, Gli Ospedalieri di san Giovanni di Gerusalemme nel Mezzogiorno d’Italia (secc. XII-XV), Melitensia 8, Taranto, 2001, pp. 67, n. 124”.

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Nel 1104, Guglielmo de Mannia dona San Mauro all’Abbazia di Cava de’ Tirreni

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro la Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”.. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 31, in proposito scriveva che: “Il 1104 è l’anno dal quale bisogna partire per incominciare a costruire queste vicende: Guglielmo de Mannia, signore di Novi, con la moglie Altruda assegnarono alla badia di Cava dei Tirreni alcuni possedimenti ‘cum tota ecclesia Sancti Mauri quae edificata est in pertinentia praedicti nostri castelli’ (1). Questa cessione avveniva col pieno consenso del vescovo di Capaccio e viene riportata nelle elencazioni uffciali della Badia di Cava con corrispondenza dell’anno ‘Ecclesia san Maur de Crasso, pr. di Novi’ 1104 (2). la donazione fu confermata nel 1186 ‘Ecclesia Sancti Mauri cum toto tenimento suo (3) e con l’esplicazione precisa e meticolosa di questo territorio sul quale verosimilmente, si può supporre incominciarono ad insediarsi spontaneamente coloni che lavoravano alle dipendenze di questa chiesa. La nascita di piccolissimi borghi rurali intorno a una chiesa o un monastero, o, anche una fortificazione è un fenomeno molto diffuso ecc..”. La Pellettieri, a p. 31, nella sua nota (3) postillava che:

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Nel 1275, le precettorie del basso Cilento

Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 22, in proposito scriveva che: “Tra le inchieste pervenute c’è fortunatamente anche quella condotta da Stefano arcivescovo di Capua, che reca al suo termine un elenco delle ‘domus seu preceptorie prioratus Capue, nec non membrorum omni dicti prioratus (5). Tra le 100 ‘domus’ menzionate, tutte a quanto pare suddivise per zone, vengono nominate nell’ordine la ‘domus Ebuli (Eboli), ecc…

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La Pellettieri, a p. 22, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. l’edizione del testo di M. Salerno, K. Toomaspoeg, L’inchiesta di papa Gregorio XI sugli Ospedalieri, cit.”. Sempre la Pellettieri, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (16) postillava che: “(16) AOM, Codice 281, c. 52r. Sulla località di Cuccaro si veda L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, op. cit., vol. IV, pp. 184-189.”. Riguardo la sigla AOM, la Pellettieri nella sua nota (….) postillava che: “National Libray, Malta, AOM, cod. 321.”. Sempre riguardo la sigla ‘AOM’, la Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) ecc..”. Dunque la sigla ‘AOM’ significa Archivio Ordine di Malta che si trova alla Valletta. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località cfr. L. Giustiniani, cit., vol. IX, p. 219.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Su Policastro, cfr. L. Giustiniani, cit., vol. VII, pp. 224-229.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, L. Giustiniani, cit., vol. VIII, pp. 33-35.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (20) postillava che: “(20) AOM, Codice 321, cc. 201r – 204v; codice 281, c. 52r”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (21) postillava che: “(21) B. del Pozzo, Ruolo Generale, cit., sub anno 1420.”

Un antichissimo edificio religioso a Tortorella

Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel  XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”.

chiesa della sacra famiglia a Tortorella

(Fig…..) Chiesa della Sacra Famiglia a Tortorella

Nel 26 agosto 1279, San Mauro la Bruca e Rodio diventano feudo e possedimento del Sovrano Ordine di Malta

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro la Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211…”. Ebner, a p. 567, in proposito scriveva che: “La più antica notizia reperita finora sulla dipendenza del casale dal sovrano Ordine di Malta, risale al 26 agosto 1279, quando il feudo di S. Mauro e Rodio venne fittato da Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua, a Giovanni de Bono di Gaeta per un canone annuo di cento ducati d’oro (3), concessione confermata il 6 dicembre da Niccolò Ruggiero, Gran Maestro dell’Ordine.”. Ebner, a p. 567, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ASN, Sommaria, Partium, XXXVIII, 266.”.

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Dunque, secondo il documento d’epoca Angioina, citato da Ebner, San Mauro (oggi ‘la Bruca’), nel 1279 era già unito con Rodio, diventa una dipendenza del Sovrano Ordine di Malta. Ebner, in particolare scrive che nel 1279, Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua concesse a Giovanni de Bono di Gaeta l’affitto dei due piccoli paesi di S. Mauro e di Rodio. Ugo de Salent era il priore di Capua. La Pellettieri, a p. 34 scriveva che: “Si può verosimilmente che questo accadde anche a S. Mauro se in un documento del 18 gennaio 1497 (12) emanato nel Castello Nuovo di Napoli si estrapola la notizia che il 26 agosto 1279, Frà Francesco Ugo de Salent, priore di Capua (13), fittò i due casali, che erano fra i beni del monastero di sant’Eufemia (14), a Giovanni de Bono di Gaeta per un censo annuo di cento ducati d’oro. La concessione venne confermata il 6 dicembre 1279 (15). Ma ciò che è importante sottolineare che dal 1279 la storia di San Mauro la Bruca e quella di Rodio saranno “un’unica storia” poichè i due paesi rimasero infeudati all’Ordine giovannita fino a tutto il XVIII secolo.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Rodio, vol. II, a p. 426, in proposito scriveva che: “L’origine del nome è stato messo in rapporto con la rosa (ròdom) e con Rodi, sede dell’Ordine gerosolimitano dei cavalieri. Con S. Mauro, Rodio già nel XIII secolo risulta commenda del sovrano militare Ordine di Malta, poi dipendente dal baliaggio di S. Eufemia (1). La notizia più antica che ci informa della dipendenza del villaggio dall’Ordine risale al 26 agosto 1279, quando il feudo venne fittato da fra Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua, a Giovanni de Bono di Gaeta per un canone annuo di cento ducati d’oro (2), concessione che fu subito confermata (6 dicembre) da Niccolò Ruggiero, Gran Maestro dell’Ordine. Malgrado il continuo interessamento del balì di S. Eufemia, i villaggi non riuscirono a essere esentati dall’annua colletta di 24 once d’oro. Solo il 3 marzo 1464 re Ferrante d’Aragona accolse l’ultimo ricorso rimesso dal balì Sergio Seripanno, per cui i due villaggi vennero dichiarati “franchi et perpetuo exempti da qualunque solucione fiscale”. Ecc…”. Ebner, a p. 426, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Volpi cit., p. 211. Si tenga presente che patrona di S. Mauro è appunto S. Eufemia e S. Mauro compatrono.”. Riguardo la citazione del Volpi si tratta di Giuseppe Volpi (….) e del suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani etc..”. Ebner, a p. 426, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) ASN, Sommaria, Partium, XXXVIII, 256”. Archivio di Stato di Napoli, Camera della Sommaria, Partium.

Nel 1626, il cabreo redatto dai Cavalieri di Malta per i possedimenti di S. Mauro la Bruca e Rodio

Tavola del '500 dell'Ordine di Malta che rappresenta il promontorio

(Fig…..) Ignoto – disegno acquerellato del promontorio di Palinuro tratto da un’immagine pubblicata da Francesco Barra (…), nel suo “Territorio, etc…”, a sua volta tratta da una pubblicazione di Emilio Ricciardi.

Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 40-41 in proposito scriveva che: “Di lì a qualche anno, nel 1626, anche i titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca, i Cavalieri di Malta, elaborano il loro cabreo, segnando con precisione i confini (45).”. La Ottati, a p. 40, nella sua nota (45) postillava che: “(45) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007, pp. 71 ss.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Giuseppe Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 333, in proposito a S. Mauro la Bruca scriveva che: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Mauro e di Rodio, uniti in feudo, erano posseduti dalla “Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia”, di cui ho già scritto. Recentemente, nel 2007, alcuni studiosi, tra cui Nicola Montesano e Antonella Pellettieri, nel 2007 hanno pubblicato un interessante saggio acquistabile on-line, dal titolo Pellettieri Antonella (….), “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, dove, la studiosa parla un interessante documento (“Cabreo”), un registro patrimoniale del Sovrano Ordine di Malta inerente i due possedimenti di Rodio e S. Mauro la Bruca, del 1626, rintracciato dalla studosa presso la National Library di Malta, risalente al 1626 nel quale San Mauro la Bruca e Rodio risultano possedimenti del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta. Nel documento del 1626 vi sono due carte corografiche che confermerebbero come questo territorio dipendesse e fosse in parte posseduto dall’“Ordine monastico-cavalleresco dei Giovanniti di Sant’Eufemia e Capua”. In questo testo la Pellettieri argomenta attribuendo l’origine dei due piccoli centri sia da attribuirsi alla presenza dei Benedettini di Cava de’ Tirreni prima e dei Giovanniti di Sant’Eufemia e Capua dopo. Dunque, seondo il documento del 1626, S. Mauro la Bruca e Rodio erano ancora possedimento e dipendenza dell’Ordine degli Ospedalieri di S. Giovanni in Gerusalemme. Emilio Ricciardi (….), nel suo “L’immagine del Cilento in età moderna – San Mauro la Bruca e Rodio” (in “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007), a p. 45, in proposito scriveva che: “In un registro patrimoniale del baliaggio gerosolimitano della chiesa di Santa Eufemia, ritrovato di recente nella National Library of Malta (1), si conserva una copia di disegni che raffigura San Mauro la Bruca e Rodìo, due paesini della provincia di Salerno appartenuti all’Ordine di Malta fino alla fine del Settecento (2). Le due prospettive, realizzate da un ignoto disegnatore….”. Ricciardi, a p. 45, nella sua nota (1) postillava che: “(1) NLM, Archivio Ordine di Malta, 6195, ‘Cabreo dell’Intrate, e Giuridittione della Terra di Rhodio e Santo Mauro fatto per il Cavalier Fra Sebastiano Cagnolo (1626).”. Antonella Pellettieri (….), nel suo “Il Cabreo del 1626”, (in “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007), a p. 62, in proposito scriveva che: “Nel 1626 il cavaliere frà Sebastiano Cagnolo decise di produrre un cabreo, cioè un registro patrimoniale nel quale si potessero elencare tutti i possedimenti dell’Ordine di Malta a San Mauro e Rodio. La famiglia Cagnolo fu legata al baliaggio di S. Eufemia dal 1550. Infatti, Centorio Cagnolo di Vercelli, che entrò a far parte di quell’Ordine proprio in quell’anno, nè divenne subito balì (1). Di Sebastiano Cagnolo sappiamo che entrò nell’Ordine nel 1588 (2) e che molto probabilmente dopo qualche anno divenne commendatore di San Mauro e Rodio.”. La Pellettieri, a pp. 62-63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) B. Dal Pozzo, Ruolo generale dei cavalieri gerosolimitani della veneranda lingua d’Italia fino al 1689…., Torino, 1714, p. 90”. La Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) e due presso l’Archivio di Stato di Napoli dei quali uno è la copia di quello maltese del 1626 (con la segnatura Ordine di Malta, Cabrei, n. 64) e l’altro è del 1767 (con la segnatura Cassa di Ammortizzazione, Cabrei di Malta, 3499, n. 37).”.

Nel dicembre 1113, un documento che cita il casale di Oliarola

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”. Dunque, il Volpe, parlando delle marine del Cilento e riferendosi alla marina di Ogliastro (che come vedremo, insieme al Ventimiglia, dice Ebner, confonde con il casale di Ogliastro), scrive che vi è un documento del 1113 che ci parla del “Casale di Oliarola, di cui è parola in un documento del 1113.”. Di questo documento dell’anno 1113 ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Prima notizia del villaggio nel diploma di Troisio di Sanseverino del dicembre 1113, dove è detto “in casali (…) Pluppis et in Pragenito et in Oliarola”. Tra le “hereditates” donate alla Badia con lo stesso diploma, i terreni che “sunt in oliarola (….), alie vero due pecie de iam dictis terris sunt in loco qui dicitur Oliarola”. La prima eredità aveva per confini la chiesa di S. Maria de Gulia (Castellabate), l’altra la chiesa di S. Lucia e la via che da Mezzogiorno giungeva “in flumen de iam dicta Oliarola”.”. Ebner, a p. 214, nella nota (1) postillava: “(1) Ventimiglia, cit., p. XXIII sgg. = ABC, E 27, dicembre a. 1113, VII, S. Mauro. Maraldo Giudice; Giovanni Notaio.”. Dunque, Ebner dice che la prima notizia di Oliarola è nel diploma di una concessione di Troisio di Sanseverino all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il piccolo casale o marina di Oliarola non deve essere confuso con Ogliastro. Infatti, Ebner, a p. 215, sempre sulla marina di Oliarola, in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (10) crede che Oliarola potesse essere ubicata nella marina di Olgliastro, ma il villaggio di Ogliastro, nei documenti, è detto ‘Olliastrum’ (11).”. Ebner, a p. 215, nella nota (10) postillava: “(10) Ventimiglia, cit., p. 74”. Ebner, a p. 215, nella nota (11) postillava che: “(11) Cfr. nel diploma L 21 della n. 8”. Ebner, a p. 215, nella nota (8) postillava: “(8) Ventimiglia, cit., p. XXXVI sgg. = ABC, L 21, marzo a. 1187, V, Salerno”.  Dunque, il documento citato dal Volpe, è dell’anno 1113 ed è stato pubblicato da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e de’ suoi casali nella Lucania etc…”, d cui ci parla a p. 73. Il Ventimiglia, a p. 73 parla del casale di “Olearola” ed in proposito scriveva che: “Nel monumento già prodotto nel mese di Dicembre 1113. S. Mauro, Fiumicello, Montecorice, etc…Adunque ebbevi il Casale di Olearola dove fu un Porto, che si nomina negl’Istrumenti più, e diverse volte citati, e che noi ricorderemo altre volte ancora nel 1186 etc…Il P. Di Meo citando la carta del 1113. giustamente chiamò Olearola ‘Castello nel Cilento’ etc…”. Il documento del dicembre 1113 citato dal Volpi fu pubblicato da Domenico Ventimiglia, in “Appendice dei Monumenti”. Si tratta del documento n. VI, pag. XXVI.”. Il documento in questione inizia a p. XXIII, V, e come scrive il Ventimiglia in Epigrafe, si tratta di un privilegio che: “Assegnazione di uomini, di eredità e delle terre che furono del Sig. Torgisio ne’ Casali di S. Mauro etc…Oliarola, e per tutta la Marina del Cilento fatta al Monastero Cavense da Erberto Milite figlio di Anfredo da parte del Sig. Torgisio figliolo del quondam Signor Torgisio. Anno 1113. Mese di Dicembre Indizione VII. (Arca 63, n. 565).”. Infatti, come scriveva Ebner, si tratta di un diploma in cui “….Troisio di Sanseverino del dicembre 1113”, donava all’Abbazia di Cava i porti e le marine del Cilento.

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1136, il conte Silvestro di Marsico dona ai benedettibi di Cava il casale di Sant’Arsenio

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 87 così si esprimeva: “…; mentre lo sviluppo dell’abitato di Sant’Arsenio, che sarebbe stato donato da Silvestro Conte di Marsico nel 1136 ai benedettini cavesi, è l’unico centro dello stesso versante menzionato come casale dalla documentazione prodotta negli stessi anni (34).”. L’Alaggio, a p. 87, nella nota (34) postillava che: “(34) A. Didier, Regesti delle pergamene di Teggiano, cit., ibidem, reg. 177. Sull’autenticità dell’atto di donazione di Silvestro di Marsico si nutrono forti dubbi, la dipendenza di Sant’Arsenio dalla Badia di Cava sarebbe tuttavia provata da una bolla di Eugenio III, anche se il testo della conferma papale non fa riferimento all’esistenza di un casale (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava, op. cit., p. XXXIII).

Nel 1137 (?) o 1185 (?) Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

Elenco

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento a Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo saggio “L’Archivio e la ‘Grancia’ di S. Pietro de Tumusso (1131-1728)” (stà in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica”, pubblicato nel 2017 a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone), a p. 153, sulla scorta di Pietro Ebner (…), aggiungeva pure che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. La Falcone, a p. 153, nella sua nota (207) postillava che: “(207) P. Ebner, Economia e Società, cit., p. 227”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, come scriveva Ebner ed in seguito la Falcone “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185.”. La Falcone scriveva che Caselle in Pittari era una dipendenza dell’Abate-Barone di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano dipendente a sua volta dall’Abbazia del Tuscolano. L’Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Antonini, p. 388.PNG

Qui riporto ciò che scriveva Carmine Fimiani (….), nel suo ‘In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani’, pubblicato a Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150, dove parla del ‘Catalogus Baronum’ ed in particolare per i feudi o le Baronie del basso Cilento:

Fimiani Carmine

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..” Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) alle dirette dipendenze del Vescovo-Barone di Capaccio

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) passò alle dipendenze dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino

Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, il La Greca scriveva che il santuario (la grotta) di S. Michele Arcangelo e l’annesso “cenobio” a Caselle in Pittari, prima dell’anno 1142 era stato ceduto in possesso al Vescovo Barone della Diocesi di Capaccio e che, nel 1142, il cenobio posto sotto la grotta di S. Michele a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Già in passato ne aveva scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ecc…”. Ebner proseguendo, a p. 647 scriveva in proposito che: “Se il “castrum Caselle” menzionato nel ‘Liber inquisitionum’ (cit. p. 276) non è da riferire all’abitato (v.) sito nel distretto di Cilento, di cui è menzione nel documento del vescovo pestano del 1142, la prima notizia di Caselle è da cercare ecc…”. Dunque, in questo secondo passaggio, Ebner scrive chiaramente che, attraverso un documento del 1142 del vescovo “pestano” della Diocesi di Capaccio, si ha notizia del “castrum Caselle”, dove il Vescovo di Capaccio ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ebner citando il documento del vescovo di Capaccio scriveva che nel documento è detto che: “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”, ovvero che: “che è stato edificato nella diocesi del nostro vescovo nella foresta nera nel territorio in cui è chiamato. Ma, Pietro Ebner (…) scriveva che la notizia che nell’anno 1142 Caselle in Pittari fosse passato al Vescovo di Capaccio, non riguardava il casale di Caselle in Pittari. Pietro Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Ebner, a p. 646, nella nota (1) si riferiva a Domenico Antonio Ventimiglia. Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’, riportava il documento rappresentato. Il Ventimiglia scriveva in proposito che: “Il P. di Meo accennando una tal concessione fatta all’Abbate Simone, che governava il Monastero della Cava, non saprei come mai abbia potuto dire, che Enrico l’abbia indirizzata al ‘Monistero di S. Giorgio nella Lucania soggetto a’ Cavesi’ (b). Certo che di esso nella carta non è fatto alcun cenno, e solo ivi si parla di beni in S. Giorgio vicino S. Severino, che furono del Monastero della Cava egualmente cogli altri conceduti. Vi era poi in Acquavella la Chiesa di S. Michele Arcangelo, e questa, ‘et alias Ecclesias destructas de ipso loco Acquabelle cum omnibus ad eas pertinentibus’ furono donate da Gregorio figlio di Pandolfo figliuolo di Guaimario Principe, Signore di Capaccio, e da sua moglie Maria nel 1092 al Monastero di S. Nicola di Capaccio dipendente da quello della Cava allora governato dall’Abbate S. Pietro (c).”.

Ventimiglia, p. 35

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35

Il Ventimiglia, a p. 35, nella sua nota (c)(quella citata da Ebner) postillava che: “(C) Per un’ideo del Monastero di S. Nicola di Capaccio basterà accennare che oltre alle chiese di Acquabella ebbe al tempo stesso degli stessi donanti concedute la Chiesa di …..e di S. Maria delle Caselle ecc…”Infatti, vi è da dire però riguardo l’antico documento citato da Ebner che egli aggiunge pure che:  “E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Dunque, ciò che scriveva Amedeo La Greca, parlando delle Baronie Vescovili nel territorio: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“, potrebbe non avere alcuna pertinenza e correlazione con la chiesa di Caselle in Pittari. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III:  “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi  in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casale di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari.  Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. Il Fusco cita Pietro Ebner (….), e la sua “P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”. Infatti, Pietro Ebner (….), a p. 352, vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando della “Serie dei Vescovi” (di Capaccio), in Appendice I del vol. I, a p. 352 parla del Vescovo Giovanni “15. Giovanni a. 1142, 1144 e 1146” e cita il documento in cui “Iohanes” vescovo Pestano “dona all’abbazia Cavense il monastero e la chiesa di S. Angelo de Silva nigra, e firma “+Ego, Iphannes, pestanus episcopus, congedo et confirmo”. Nel documento cavense XXV 56, edito in RSS 1968-1969, redatto ad Agropoli ecc…”. Dunque, siccome in questo documento si parla di “Serra Nigella” il Fusco ha argomentato quanto sopra. L’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, le nostre terre

Da Wikipedia leggiamo che da Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure  Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”.

Nel 1113, un documento di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”.

Nel 1188, i Crociati, per la III crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito alcune interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata una interessante notizia o “leggenda” secondo cui i ‘Crociati’ (forse la III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono) sostavano in alcuni cenobi delle nostre terre, come quello di S. Cono di Camerota e di S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi al porto di Infreschi. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 234, parlando del monastero “Abbazia o Badia di S. Pietro”, a Licusati,  in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi. L’Abbazia è attestata nel 1418 come appartenente all’Ordine dei Premostratensi nella diocesi di Policastro per il pagamento della tassa generale dovuta dai vescovi (H. Hoberg, 293).. Per questa interessante notizia il Di Mauro (…), non cita nessun riferimento bibbliografico, ma dice che lo scriveva “uno studioso locale”. Chi fosse questo studioso locale il Di Mauro non lo dice. Il Di Mauro (…), nel testo citato, riportando l’interessante notizia su cui bisognerà ulteriormente indagare citava alcuni studiosi locali come Angelo Gentile (…)(Gentile II 37-91-109) e, Antonio Ciociano (…), il C. Caputo (…). Alcuni studiosi come il Cirelli (…), Orazio Pasanisi (…) e il Giustiniani (…)(tomo III, pag. 269), il Natella (…) hanno scritto su Camerota ma questa notizia mi sembra nuova. Il Di Mauro (…) citando la notizia dice che il Gentile (II, 37-91-109). Si tratta di Angelo Gentile (…) che nel suo saggio “Excursus storico” e, il Di Mauro dice che ne parla a p. 37-91 e p. 109. Dunque, posseggo copia del saggio del Gentile ma di questa notizia nulla. Dunque, il Di Mauro (…) scrive che uno studioso locale (senza dire chi fosse) parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro dice che secondo questo studioso locale, di cui non si capisce chi fosse, e certi documenti conservati nell’Archivio Vaticano, i crociati facevano sosta nel cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati per ripartire da li e risalire dalla vicina Lentiscosa “su per il Collazzone” e giungere a porto Infreschi, un’ampia insenatura naturale posta sulla costa fra Scario e Camerota, dove si sarebbero imbarcati per Malta e da li raggiungere la Terra Santa nell’attuale Palestina. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. La chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” a Camerota, che nel 1564, figurava nella bolla di papa Pio V fra le grangie possedute dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati, doveva essere una delle prime donazioni fatte all’antico cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati dal feudatario “Goffredo di Camerota” fratello di Florio di Camerota, signori entrambi di Corbella. Secondo un documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo”, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Anche in questo caso il Capano (…), pur parlando della notizia della sosta dei Crociati dicendo che fosse questa una leggenda, non cita alcun riferimento bibliografico. Forse si riferisce alla fornitura di milites citati nel “Catalogus Baronum”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di “Guglielmo di Camerota”, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati,  “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Excursus storico, op, cit., p. 109.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che:

Antonini, Florio, p. 411

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che aveva anche Caselle in Pittari.

Nel 1189, Riccardo Florio di Camerota fornisce soldati a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa

La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse soldati a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che:  “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 1889, dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Mi chiedo da quale fonte il Bozza abbia attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, questi fatti risalgono al tempo della III Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Angelo Bozza (…), oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc….Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia citata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo Cuor di Leone.

Antonini, Florio, p. 411

Nel 1194, l’Imperatore Enrico IV, decise che l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa passasse alle dipendenze dell’Abbazia di Montecassino

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 133, in proposito cosi scriveva: Ma già nel 1194 la S.ma Trinità di Venosa aveva subito la perditadella sua indipendenza con l’ingresso forzato nella congregazione cassinese. Per aver sostenuto l’ascesa politica di Tancredi di Lecce, l’Imperatore Enrico VI ritenne opportuno sottomettere il cenobio venosino all’autorità del decano di Montecassino Atenulfo, il quale, invece, era stato un fervido sostenitore della causa imperiale; da quel momento la S. ma Trinità fu direttamente sottomessa all’autorità dell’Abbazia cassinese (61).”. La Alaggio, a p. 133, nella nota (61) postillava: “(61) P. F. Kehr, Italia Pontificia, cit., p. 491; ed anche L. R. Ménager, Les fondations monastiques, cit. p. 30: “Pour recompenser le zéle dépensé à la sa cause par Atenulf, doyen de Montecassino, l’empereur souabe Henri VI lui avait donné à l’automme 1194 la procure de Venosa”.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, fu sottomessa all’autorità di Montecassino dall’Imperatore Enrico VI, che intese punire quei monaci per aver appoggiato il suo rivale, Tancredi di Lecce, nella lotta di successione al trono e premiare, quindi, l’abbazia di Montecassino, a lui fedele. Stessa sorte seguirono anche i benedettini di S. Giovanni, che da quel momento sono indicati nei documenti come benedettini-cassinesi, al pari dei loro colleghi venosini.”.

Il ‘Naviglio del monastero di Cava’ ed i porti del basso Cilento che possedeva l’Abbazia di Cava dei Tirreni

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 10-11, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…” parlando della particolarità del commercio marittimo intrapreso dai monaci cavensi, in proposito scriveva che: “Di qua ebbe origine un’altra singolarità della storia cavese, quella cioè del suo commercio marittimo; del quale ci duole di non sapere abbastanza. Pietro ebbe in dono dal duca Ruggieri nel 1086 il porto di Vietri; nel 1117 à dal duca Guglielmo il porto di Fonti; e nel 1120 ha Cetara, vetusta stazione per salagione dei pesci, come indica il nome. Già l’abbate Leone aveva avuto nel 1073 donazioni di monti e piagge “in finibus Lucaniae” che è il Cilento, e specialmente la rada detta del ‘Puzzillo’, il monte e la punta della Licosa, e Dogliarola ed altre terre sui poggi e sul mare. Il bisogno di comunicazioni più agevoli per mare con le molte possessioni del Cilento, e, come pensa l’A., la nuova colonia che aveva il Cenobio fondato a Gerusalemme fecero sì, che esso si fornisse di un naviglio suo proprio; il quale venne col tempo trafficando non solo sulle coste di Siria, ma altresì sulle coste di Africa e pel mediterraneo. – Anche Montecassino ebbe un suo naviglio. Un monaco comandava (preerat) alla nave, uno o più conversi (famuli) avevano il comando in secondo; ed oltre al trasporto dei frati e dei peregrini, compravano merci esotiche e trafficavano le molte derrate, che traeva dai suoi poderi il monastero…..L’Archivio cavense à tesori ancora occulti su questo soggetto. Tale è un manoscritto forse del 13° secolo, che contiene “i conti del naviglio cavese”, e che scritto in caratteri arabi farebbe credere che i comiti delle navi cavesi fossero Arabi di Sicilia. L’importante monumento non essendo ancora interpretato da nessuno arabista, è tesoro sigillato per noi e per il nostro storico: lando ci sia permesso di raccomandaro all’illustre Amari. Etc…”. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. La chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” a Camerota, che nel 1564, figurava nella bolla di papa Pio V fra le grangie possedute dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati, doveva essere una delle prime donazioni fatte all’antico cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati dal feudatario “Goffredo di Camerota” fratello di Florio di Camerota, signori entrambi di Corbella. Secondo un documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo”, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Antonio Caputo (…) (uno degli autori del testo), nel cap. II, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita una interessante notizia sul primo duca di Camerota e sui rapporti che alcuni porti del basso Cilento ebbero con i Benedettini di Cava: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, a p. 48 del cap. III di ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di “Guglielmo di Camerota”, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati,  “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op, cit., p. 109.”. Il Di Mauro (…), come scrivo in seguito, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.

Guillaume Paul, Le navi

(Fig…) Paul Guillaume (…), frontespizio di “Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo”, l’opera in cui il Guillaume ci parla del Naviglio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni.

Leone Mattei Cerasoli (…) , a p. 283, nella nota (3), postillavano a riguardo che: “(3) Vedi edizione di Guillaume, op. cit., App. pag. XXXIX”. Mattei e Cerasoli (…), si riferiva all’opera di Paul Guillaume (…), ovvero al suo ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava etc..’, pubblicato a Cava dei Tirreni nel 1877 che ha descritto la grande storia dell’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava dei Tirreni e che in particolare ha raccontato la storia dell’Abbazia al tempo di Enrico VI di Svevia e dell’Abbate Pietro II. L’opera del Guillaume è di notevole importanza per la ricostruzione storiografica delle nostre terre come ad esempio la venuta di S. Pietro Pappacarbone che nell’anno 1079 risultava vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Recentemente l’opera del Guillaume (…) è stata tradotta dal francese e pubblicata dalla studiosa Vallese Emilia Anna Gemma Ruocco (…), nel suo “L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume”. Per i porti del Cilento acquistati o avuti in donazione dai principi Longobardi e poi Normanni si veda il documento trascritto da Ebner (…) a p. 109 nella nota (22)( in “Studi sul Cilento”, op. cit.).  Nel XIII secolo, signore delle nostre terre erano i Sanseverino, ed in particolare proprio il Guillaume (…), in proposito ai signori e feudatari dell’epoca che fecero donazioni all’Abbazia di Cava scriveva che: “‘Guglielmo’, signore di San Severino, contestabile, giustiziere reale e barone del Cilento (1178)(23).”. Il Guillaume (vedi il testo della Ruocco), a p. 145, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Con il solo diploma di Marzo 1186, concede e conferma al monastero di Cava etc…”, diversi porti del Cilento. Il Guillaume (…) a p. 145 della versione i Ruocco (…), nella sua nota (23) postillava sui porti del Cilento dipendenti dall’Abbazia di Cava dei Tirreni, riferendosi a Guglielmo, signore di San Severino: “(23) Con il solo diploma di Marzo 1186, concede o conferma al monastero di Cava cinque porti del Cilento: Puzzillo, Santa Maria di ‘Giulia (ai piedi di Castellabate’), S. Primo, Oliarola o Ogliastro (‘non lontanoda Paestum’), S.Matteo ad duo flumina o di Casalicchio (‘Arc. Mag. L. 18 Vd. anche i diplomi di Gennaio 1178, di Febbraio 1183 e di Marzo 1187. Ibid., I, 19 e 41, L. 21; Cfr. Ventimiglia, Notizie di Castel dell’Abate, p. 11 e XXXII.”. Infatti, queste notizie su alcuni possedimenti dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, provengono da Domenico Antonio Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, pubblicato nel 1827, che a p. 11 e pagina XXXII, in proposito scriveva che:

Ventimiglia D.A., p. 10

Ventimiglia D.A., p. 11

Il Guillaume (…), fra i feudatari che avevano fatto donazioni all’Abbazia di Cava citava anche: “‘Guglielmo’ conte di Marsico (1190); – ‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc…(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Il Guillaume (…), a p. 145, in proposito ai possessi ed alle importanti attività che a quel tempo aveva la Baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che riguardava anche i porti rivieraschi delle nostre terre, forse anche quelli compresi di Camerota e di Scario, in proposito scriveva che: “Come innanzi abbiamo visto (25), il naviglio del monastero percorreva allora i principali porti del Mediterraneo. In conseguenza delle relazioni che esistevano tra ‘l’Abbazia della Santa Trinità’ ed il Monastero di ‘Santa Maria de la Latina’, si facevano soprattutto frequenti viaggi in Oriente. ‘Baduino IV, sesto re di Gerusalemme, (26), volle riconoscere in in modo eclatante i servigi di questo naviglio monastico. Col suo diploma dell’anno 1181, affrancò dunque il Naviglio del Monastero di Cava ad ogni diritto di ancoraggio negli scali del Levante e gli accordò piena e completa libertà di importare e di esportare tutto ciò che poteva essere necessario ai religiosi senza essere obbligato a pagare alcun diritto di entrata e di uscita. Questo documento tanto prezioso per la storia delle relazioni commerciali dell’Abbazia con l’Oriente, fu dato a Tiro, l’8 Novembre 1181. Fu scritto e firmato dal famoso arcivescovo di questa città, meglio conosciuto con il nome di Guglielmo da ‘Tiro’, lo storico così dedito alle prime crociate, che allora era ‘cancelliere di Baduino IV’ (27).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Vd. p. 53, 67, 71; Cfr. Venereo, Dict., IV. 1.”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Per esattezza Baduino IV è il settimo re di Gerusalemme. Ma, in rispetto di Goffredo di Buglione, il quale non volle prendere una curona d’oro nel luogo in cui Gesù Cristo aveva un tempo portato una corona di spine, i suoi successori, nei loro diplomi, non lo contarono come re; cf. Morcald., ap. Vener., ‘Addit. ad Indie. Tabul. Caven. decerptae’. Ms., n. 73. Art. N…”. Il Guillaume (…), a p. 146, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Vd. Appendice la Lett. N.”. Dunque, il Guillaume, in questi passi e nelle sue note ci parla di re Baldovino IV, detto il Lebbroso o il Re Lebbroso (in latino: Balduinus; in francese: Baudouin; 1161 – 16 marzo 1185), fu re di Gerusalemme dal 1174 al 1185, dal 1183 in co-regno con il giovanissimo nipote Baldovino V. Durante il suo regno si raggiunse quell’unificazione tra la Siria e l’Egitto che il padre Amalrico I aveva cercato d’impedire. I passi del Guillaume (…), insieme al fatto che l’Abbazia di Cava controllava il porto di Vietri, è di fondamentale importanza per la storia delle nostre terre in quanto attesta che alcuni porti del Cilento e forse anche alcuni porti del basso Cilento, come Camerota, porto Infreschi, Scario, anche se non controllate direttamente dall’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava, avevano da tempo posto in essere attività simili e di commercio con l’Oriente. In proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Inoltre, il Guillaume (…), a p. 145, scriveva che “Come innanzi abbiamo visto (25), il naviglio del monastero percorreva allora i principali porti del Mediterraneo.”. Il Guillaume, quando parla di “Naviglio del monastero” intende la flotta di imbarcazioni che dipendevano direttamente dall’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Vd. p. 53, 67, 71; Cfr. Venereo, Dict., IV. 1.”. Nel testo originale in francese, le pagine 145 e 146 del testo tradotto da Ruocco (…) corrispondono a pp. 134-133. La nota (25) di p. 145 del testo di Ruocco (…) corrisponde alla nota (2) di p. 133, dove si postillava che: “(2) Voy. pag. 77, 94 et 100. – Cf. Vener. ‘Dict.’ IV. 1.”, che ora vedremo. Dunque la p. 53, corrisponde a p. 77 del testo originale, la p. 67, corrisponde a p. 94 del testo originale e la p. 71 corrisponde alla p. 100 del testo originale. Vediamo cosa scriveva il Guillaume alle pp. 77, 94 e 100. Il Guillaume a p. 77 (vedi p. 84 del testo di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “…..Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva. Questo è, secondo noi, il vero motivo che determinò l’abate Pietro Pappacarbone a far costruire un naviglio per conto del suo monastero. Il naviglio del monastero di Cava faceva frequentemente viaggio per l’Oriente. (106). Nelle sue corse, lontane per l’epoca, era ordinariamente affidato agli ordini di un religioso, assistito da uno o da più fratelli conversi. (107). Portando in Palestina i religiosi che dovevano dirigere gli Ospedalieri di S. Giovanni, quel naviglio vi conduceva anche una folla di pellegrini desiderosi di venerare i Luoghi Santi. Ed inoltre, malgrado i pericoli di un mare allora poco conosciuto, e del resto continuamente infestato dalla pirateria dei Saraceni, (108), intrattenevano un commercio attivo con i porti dell’Africa e del Levante, come Tunisi, Alessandria, Tiro, Sidone, San Giovanni d’Acri, ecc..Partendo, si caricavano spesso, come le navi amalfitane, di quelle mecanzie sconosciute fin allora in Oriente (109) e riportavano, al ritorno, altri prodotti necessari ai bisogni dei religiosi (110), incenso, profumi ecc..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (104) postillava che: “(104) “Tunc ibi (Hierosolymis) ea Xenodochia structa sunt ecc..”, Historia, Ms. 61., p. 53-54.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (105) postillava che: “(105) Nel Ms. di M. ‘Celestino Guariglia’, già citato, al f. 76 si legge questa nota esplicita: “Dei mercanti di Amalfi avevano edificato in Gerosolima, col consenso del Califfo d’Egitto, una chiesa alla madre di Dio, detta Santa Maria della Latina, la diedero ai monaci di S. Benedetto. ‘Questi monaci furono pigliati dal Monastero della SS. Trinità della Cava, che allora vivevano la stretta osservanza’.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (106) postillava che: “(106) “Et navem quoque huc, illucque transfretantem tunc ecc..”, Rodul., loc. cit. (vd. Lib. II, cap. IV, appresso).”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (107) postillava che: “(107) “Pro necessitatibus fratum navis monasterij navigabat ad Africam, cui Johannes tunc ecc…”, Venus. Ms., membr., n. 24 f. 32 a t.”. Credo che qui il Guillaume si riferisse ad Ugo di Venosa detto il Venusino (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (108) postillava che: “(108) Ib. f. 34.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (110) postillava che: “(110) Venus, f. 33.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (111) postillava che: “(111) Questo naviglio portò inoltre dalla Palestina della terra, che all’epoca fu sparsa nel cimitero del monastero: “Quando un vivo commercio tenevano le navi della Badia con i porti d’Oriente, una pietosa mano raccolse della terra dè luoghi Santi e ne coperse gli strati di questo Cimitero, perchè agli estinti ancora, nella polvere del sepolcro, arrivasse il benefizio della immortal Redenzione”. ‘Guida del monumento di Cava dè Tirreni’, p. 14, Napoli, 1868.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (112) postillava che: “(112) Venus. f. 33; Rodul. Hist., Ms. 61, p. 82; Adinolfi, op. cit., p. 228, ecc..”. Riguardo il ‘Naviglio dell’Abazia di Cava dei Tirreni’, ne parla il De Luca (…), nel suo ‘Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia’, pubblicato nel 1886, di cui parlerò e, ne ha parlato anche Giovanni Brancaccio (…), nel suo ‘Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno’, dove in proposito egli a p. 102, che postillava a riguardo: “Sull’attività marinara e mercantile promossa dalla Badia di Cava, cfr. P Guillaume, Esai historique sur L’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1887, Appendice, pp. XII sgg.; ID, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava 1876; A.G. Cafaro, Dell’attività commerciale e marittima dei benedettini di Cava nel Medioevo, in “Rivista Storica Benedettina”, a. XII, 1921, pp. 1921, pp. 65-87, 181-204; XIII, 1922, pp. 41-62; L. Mattei Cerasoli, I benedettini marinari della Badia di Cava, in “La Lega Navale Italiana”, n. 1, Salerno 1937; P. Ebner, I rapporti economico-sociali della Badia di Cava nel XIII secolo attraverso il suo più antico codice cartaceo, in “Ricerche di Storia sociale e religiosa”, I, 1972, pp. 9-85; A. Cerenza, Amalfitani i monaci-marinai della abbazia della SS. Trinità di Cava, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, a. II, 1982, pp. 7-35.”. Il Brancaccio (…), parlando dell’attività marinara e dei viaggi verso l’Oriente organizzati dall’Abazia di Cava dei Tirreni, citava “P. Ebner, I rapporti economico-sociali della Badia di Cava nel XIII secolo attraverso il suo più antico codice cartaceo, in “Ricerche di Storia sociale e religiosa”, I, 1972, pp. 9-85”. Questo saggio di Pietro Ebner (…), fu ripubblicato nel testo a cura di Amedeo La Greca (…), nel suo: “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, e il saggio è a p. 111 e sgg. In questo saggio, Pietro Ebner (…), ci parla del più antico codice manoscritto membranaceo esistente in Italia, citato anche da Paul Guillaume (…). Ebner (…), a p…..(vedi versione di La Greca), indaga sui rapporti e le attività economiche dell’Abbazia di Cava al tempo dell’abate Tommaso, il tredicesimo abate del Monastero della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (dal 1255 al 1264). L’Abate Tommaso, nell’antico Codice citato dal Guillaume e da Ebner, raccoglieva tutti i più importanti atti giuridici che interessarono l’Abazia e le sue attività. Ma come possiamo vedere, il codice ed il saggio di Ebner riguarda l’epoca Federiciana (Federico II di Svevia) e non parla dell’attività nei nostri porti prima del XII secolo, dunque nessuno accenno ai viaggi con l’Oriente. L’Ebner (…), a p. 109 (versione del Centro Studi), in proposito scriveva che: “Numerose le notizie riguardanti nocchieri, marinai, calafati e costruttori (ff 4 v, 5 r e 5 v, 7r e 7v) delle sottili e veloci saettìe anche cavensi, i noti tre alberi comuni nel XVI secolo pr il trasporto di merci e passeggeri, ma anche come navi di linea e di collegamento. Nel XIII secolo erano adibite al piccolo cabotaggio nel golfo di Salerno trasportando monaci e operai specializzati dell’abbazia, principalmente merci e derrate ai cavensi porti di Vietri da quelli di Castellabate e di Velia (Casalvelino, scrive nella sua nota (22). Approfittava di quel comodo mezzo veloce lo stesso abate Tommaso nei suoi viaggi, anche a Napoli (f. 10 r). Il moltiplicarsi delle donazioni all’abbazia, già aveva indotto “domne Petre abbas” (Pietro da Salerno) a sollecitare da sovrani e baroni il dono di approdi a Vietri e a Cetara e ad acquistare quello di Fonti. Senza dubbio più comodo e rapido era il trasporto via mare di derrate e merci dalla Puglia, Sicilia e Calabria, specialmente dall’impervio Cilento sulle cui coste l’abbazia possedeva cinque porti (22). E se pure va ridimensionata la potenza marittima cavense, è certo che le navi allestite dapprima “pro necessitatibus fratruum” (codice n. 24, f. 32v) finirono per toccare altri porti del mediterraneo (Africa, Bisanzio, Palestina) dove godettero di specili privilegi. Il porto di Cetara, di proprietà dell’abbazia, divenne così attivo (navi di Scala, Ravello, Amalfi, Sorrento, Ischia, Napoli, Pisa, Genova e altri luoghi) da indurre l’abate Balsamo (1208-1232) a fissare tariffe “pro ancoraggio” e “falancaggio” così modiche da fare di Cetara quasi un porto franco in età angioina, quando le tariffe doganali vennero aumentate in tutti i porti del regno. L’abate Tommaso fittava poi quello del Sele (13 febbraio 1262, f. 15v) e quello di Vietri (1 dicembre 1264 – 1 dicembre 1265) per 6 once d’oro e mezza (f 30v). Si apprende così dell’industria della salagione dei tonni (f 60r) che la Badia aveva a Castellabate, dove venivano conservati in barili (f 6 v), previa opportuna preparazione col sale i grossi sgombridi acquistati alla tonnara di Palinuro, dove quella pesca era fiorente già in età greca e di cui è notizia ancora ai primi del corrente secolo. Il trasporto era effettuato anche a mezzo di marinai di Vietri, per la notizia (f 7r) dell’acquisto di altri cinque tonni al prezzo di un tarì l’uno, inviati, per i bisogni delle comunità al monastero dove si trasportavano anche i barili.”.

Il portolano del ‘Naviglio di Cava dei Tirreni’ conservato a Cava

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 11-12, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…” parlando della particolarità del commercio marittimo intrapreso dai monaci cavensi, in proposito scriveva che: L’Archivio cavense à tesori ancora occulti su questo soggetto…..Altra prova del commercio marittimo cavese vogliono trarre da una pergamena dell’archivio per lungo uso è molto sciupata, e che delinea un portulano su per le coste del Mediterraneo. Questo monumento della cartografia medioevale, il nostro A. con l’autorità del ch. G. de Luca crede come indubbia opera dei monaci cavesi e del secolo XIV: ma a noi, per verità non pare ne opera de’ Cavesi, nè così antica (1).”. Racioppi, a p. 12, nella sua nota (1) postillava che: “(12) I miei dubbii sono quest’essi, e giova forse il riferirli: 1° la membrana delinea e segna unicamente i porti di “Gaeta, Napoli, Sorrento, Policastro, l’Amantea e Tropea”; ma omette di segnare così Amalfi, come così altro porto dei Cavesi sia a Vietri, a Fonti, a Cetara, sia nel Cilento; – omissione per me significativa. 2° – L’ortografia della carta non può riferirsi a dialetti del Napoletano; ma piuttosto dell’italia superiore. Oltre alle parole “libecio, grech, ponent, levant” vi si trova scritto Xiloco per scilocco, xio per Scio; che è ortografia e pronunzia, per me, veneziana o altra che siasi,  ma del napoletano non è. Quanto all’epoca, il portulano cavese parmi posteriore al 1453, poichè la immagine della città col vessillo della mezzaluna, figurata sulla carta verso il Mar nero, parmi appartenga a Costantinopoli, non già ad Adrianopoli; la quale per verità non so rintracciare nella diligente copia in cromolitografia che ne ha pubblicato con dotta illustrazione il ch. Giuseppe de Luca negli Atti dell’Accademia pontaniana, 1866.”. Racioppi parlando di questa carta manoscritta si riferiva all’opera di Giuseppe De Luca (….), che, però, Giovanni Brancaccio, nella nota (33) a p. 120, indicava con il saggio “Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia”, in “Atti dell’Accademia Pontaniana”, a Napoli, nel 1886. Infatti, Paul Guillaume (…), a p….., nella sua nota (113) postillava che: “(113) Esiste ancora, negli Archivi dell’Abbazia (esposta al pubblico) una carta nautica della metà del XIV secolo, di cui dovrebbero servirsi a lungo perchè è tutta usata ed anche consunta in parecchie parti. E’ la carta del Naviglio del Monastero di Cava. Il Bacino del Mediterraneo vi è descritto esattamente e tutti i suoi porti vi sono minuziosamente indicati, come una gran parte d’Europa, dell’Asia e dell’Africa. Tra le 32 rose dei venti che racchiude, ve nè una (‘cosa molto notevole e degna della riflessione dei sapienti’) che contiene, perfettamente disegnata, una lancetta calamitata. I Benedettini del monastero di Cava furono gli autori di questa carta o ‘portulan’. Tal è l’avviso del dotto geografo Giuseppe de Luca (‘Carte nautiche del Medio Evo’, dis. in Italia, p. 7. Napoli. 1866, 4°).”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (104) postillava che: “(104) “Loricam subtus ad Carnes occultam induit, quousque ecc…”, ecc.. Venus., f. 17. a t°.”.

De Luca,

(Fig…) Stralcio del portolano della ‘Carta del Mediterraneo’ (…) Abbazia di Cava dei Tirreni, tratta da De Luca (…), op. cit., dopo l’Indice in fondo al testo.

Riguardo questa carta nautica o portolano scoperta dal De Luca (…), che ne parla a p. 7 e sgg, del suo ‘Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia’, pubblicato nel 1886, di cui parlerò, ne ha parlato anche Giovanni Brancaccio (…), nel suo ‘Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno’, dove in proposito egli a p. 102, scriveva che: “Nel commentare la carta da lui trovata negli archivi della Badia di Cava, Giuseppe De Luca sostenne che la carta era “opera” degli stessi benedettini, e che, essendo servita alle navi del monastero, doveva risalire necessariamente al Trecento dal momento che “nel secolo XV il monastero della Cava cominciava a scadere dalla primitiva grandezza, e perdeva il porto di Vietri, e non aveva navi sue proprie. Sicchè allora quella carta non avrebbe avuto il suo scopo, s’egli è vero, come pare indubitato, ch’era la carta di navigazione del pilota della nave della Badia” (33). Sebbene sia stato di recente stabilito che la carta fu compilata nel 1560 dal maiorchino Matteo Prunes, capostipite di una famiglia di cartografi che operarono nel Cinque-Seicento, appare tuttavia legittima l’ipotesi formulata dall’insigne geografo napoletano circa l’esistenza “in tutte le ricche marine d’Italia”, fra le quali annoverava anche quelle meridionali e siciliane, di laboratori dove si disegnavano carte nautiche; allo stesso modo risulta tuttora valida la sua considerazione, a proposito dell’ampia e libera circolazione di quei prodotti, che “nè i Genovesi, nè i Pisani sdegnavano di usare di una carta di navigare soltanto perchè fatta a Venezia o ad Amalfi” (34).”. Riguardo l’attibuzione di questa carta nautica al maiorchino Matteo Prunes, il Brancaccio (…), a p. 102, nella sua nota (34), postillava che: “vedi Aversano, L’Abbazia di Cava, itinerario  geocartografico’ in ‘Appunti per la Storia di Cava’, diretti da A. Leone, n. 8, Cava dei Tirreni, 1988, in particolare le pp. 43-46.”. Sempre il Brancaccio (…), a p. 103, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Sui Prunes, cfr. G. De Peparaz, Els Prunes, cartografs catalans dels segles XVI i XVII, in “Estudis Universitaris Catalans”, 1928, pp. 324-337; J. Rei Pastor- E. Garcia Camarero, La cartografia mallorquina, cit., pp. 95-100; A. Capacci, G. Pastarino, Una Carta nautica inedita attribuibile a Vicente Prunes, in “Rivista Geografica Italiana”, XVI, 1984, pp. 279-313.”. Poi il Brancaccio (…), a p. 103, nelle sue note (35 e 36), postillava e citava: “(35) G. Caraci, Italiani e catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, cit., pp. 265 sgg.” e, nella nota (36), postillava che: “(36) R. Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., pp. 265 sgg. Su Paolino Minorita oltre alle pagine a lui dedicate dallo Almagià, cfr. ecc…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (108) postillava che: “(118) E’ sicuro tuttavia che Pietro, dopo l’elezione del suo coadiutore, si ritirò per qualche tempo nel Cilento, nel Monastero di Sant’Angelo di Perdifumo, ed è lì che dette, nel 1119, l’abito religioso al conte Alfano, dice il ‘Rosso’, che offrì, in questa occasione, al monastero di Cava la chiesa di S. Salvatore di Nuce (vedi De Blasi, ‘Chron.’; ad an. 1119. Rodul. loc. cit., ecc..). Ma fu per poco tempo, come prova la pergamena citata più innanzi.”. Il Guillaume, inoltre sosteneva che l’Abazia di Cava possedeva il porto di Vietri e tantissimi altri porti nel Cilento, frutto di acquisti e donazioni ai tempi dei Normanni. Il Guillaume a p. 94 (vedi pp. 102-104 del Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina scriveva che: “…………….”. Il Guillaume a p. 100 (vedi pp. 111-112 del Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina scriveva che: “………….”.

Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone e la III Crociata

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366, cita Riccardo Cuor di Leone e scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”. La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. La morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Anche l’anziano Imperatore Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Nel luglio del 1190, Riccardo Cuor di Leone riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra  e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.   Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Goksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”.

Le Fonti

Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel periodo. E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di  Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) che pone contestualmente allo stesso periodo in cui muore  re Guglielmo II il Buono (a. 1189).  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.”. Sempre il La Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquantaindietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV.

La ‘Chronaca’ di Riccardo di Hoveden

Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: ….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da  “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867: 

Cattura................

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)

La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum  Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs (…) che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.

L’Abbazia (Badia) benedettina di Sant’Angelo a Pittari

Oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro, a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’.. Il Fusco (…), sulla scorta di Giuseppe figlio di Costantino Gatta (…) nella sua nota (70), scriveva che: “…..ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70) Ecc…”. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966)…………..la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Il Fusco citava Ottavio Beltrano (…), da cui trasse alcune notizie il Gatta. Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Ecc…”. L’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pitraro di cui ancora il Beltrano nel 1671 vedeva i ruderi. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Il figlio Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Aragonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo….era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Araonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo…era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza.

Nel XIII secolo, le origini e fonti documentarie sulla Certosa di S. Lorenzo a Padula

Antonio Tortorella fa una buona disamina dei documenti conosciuti e pubblicati nel tempo che riguardano la proprietà dell’Abbazia di Montevergine e le origini della Certosa di Padula. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 36-38, in proposito scriveva che: “Il San Lorenzo di Padula non s’animò, forse, di vita cenobitica che quando divenne grància verginiana, agl’inizi del tredicesimo secolo, dal momento che nelle carte precedenti alla donazione viene sempre nominata soltanto la chiesa, dipendente dal clero di Sant’Angelo (63), Chiesa Matrice del paese. Forse in questa seconda fase vi si stabilì un centro scrittorio (64) – così come Santa Maria di Pertosa lo fu per Caggiano e il suo casale, nonché per gli abitati più prossimi (65) – , qualora possano essere ritenute veramente autentiche le carte ivi prodotte: infatti non si spiega altrimenti il fatto che molti documenti padulesi, anche non attinenti alle vicende di San Lorenzo, siano giunti a Montevergine. Il passaggio della documentazione può essere avvenuto dopo la cessione, grazie alla permuta di Tommaso Sanseverino (66), della chiesa all’Ordine certosino, cosicché l’abate ‘pro tempore’ Guglielmo fu indotto a trasferire parte dell’archivio alla Casa madre. Le pergamene conservate invece nella Badia di Cava vi sarebbero giunte per caso (67), insieme con altri manoscritti.”. Tortorella, a p. 53, nella nota (63) postillava: “(63) Vedi nota seguente, nn. 1133, 1337, 1357, 1515, 2440”. Tortorella, a p. 53, nella nota (64) postillava: “(64) Cfr. Per la documentazione relativa alla grancia e al paese fino agli inizi del Trecento, G. Mongelli, Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene cit., I (1956), regesti 104, 135, 201, etc… e, P.M. Tropeano, Codice diplomatico virginiano, I, Monteergine, Edizioni dei Padri Benedettini, 1977, documento 96; II (1978), documenti 138, 138 bis; III (1979), documenti 205, 265, 283, in cui sono editi, secondo il metodo paleografico con riprduzioni fotografiche, in parte i documenti già pubblicati in regesto del Mongelli. Gran parte del fondo che fu della chiesa di S. Lorenzo è nell’Archivio della Badia di Cava; ne dà parziale elenco P. Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1979, pp. 309-310: XXX, 35; etc…, sette vendite dal 1307 al 1310; LXV, 68, 86; LXVIII, 64; sessantasette copravendite, tre donazioni, una concessione enfiteutica, dal 1326 al 1400. Altre notizie sono fornite da G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV. Contributo alla storia dell’insediamento medievale nel Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1980, pp. 70-71, nota 73 che elenca le carte contrassegnate dei numeri XLII, 8 etc…”.  Tortorella, a p. 53, nella nota (65) postillava: “(65) Cfr. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, Cataneo, 1865 (ristampa fotomeccanica a cura di A. Guillou, Bologna, Forni, 1978), pp. 71, 82-83, 84, 100-101, (116-117), 118-119, 119-120, 134, 153-154, 169-170, 213-214, 227-228, 251-252, etc..”. Tortorella, a p. 53, nella nota (66) postillava: “(66) Cfr. A. Sacco, op. cit., I, cit., p. 53-57, documento I, pp. 101-103 (“Contratto di permuta tra il Conte Tommaso Sanseverino e Guglielmo IV, Abate di Montevergine, dei beni e del monastero di San Lorenzo di Padula con starze e terre del Conte, esistenti nel castello di Sanseverino”, dato ad Aversa il quattrordici ottobre 1305 e conservato nell’Archivio della Badia di Cava, LXIII, 37) e, documento VI, p. 107 (“Guglielmo abate di Montevergine dà alla Certosa di Padula la chiesetta di San Lorenzo non ceduta con la permuta del 1305″, pubblicato da A. Mastrullo, Montevergine sagro, Napoli, Fusco, 1663, p. 127.”.

Nel 1297, Bonifacio VIII sottomise l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa che diventò Priorato dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 132, in proposito cosi scriveva: “Ma anche per i secoli successivi tutto il territorio compreso tra il distretto di Sala Consilina e quello di Padula è interessato dall’esistenza di altre dipendenze degli Ospedalieri. Nel 1722 San Giovanni in Fonte, l’antico battistero di origini paleocristiane, costituiva una commenda dello stesso Ordine, dipendente fino al 1419 dal priorato della S.ma Trinità di Venosa (57).”. La Alaggio, a p. 132, nella nota (57) postillava: “(57) M. Gattini, I Priorati, i Balieggi, le Commende del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Napoli, 1928, pp. 85 ss. i beni posseduti dalla Commenda di San Giovani iin Fonte, esistita fino al 1722, erano dislocati in varie parti del Vallo di Diano: a padula, Sala, Atena, San Rufo, Diano, Sassano, Monte San Giacomo, oltre che in Calabria, a Tortorella, e a Lagonegro, Policastro e Marsico Vetere.”. La Alaggio, a pp. 132-133, in proposito scriveva: “E ancora agli inizi del XVIII sec., Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedettini-Cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Proprio quest’ultimo episodio, segnalando ancora una volta il passaggio da una reggenza benedettina alla giurisdizione degli Ospedalieri di San Giovanni, presenta forti analogie con le vicende di Cadossa, ponendo in risalto come, a distanza di quasi due secoli, sia Costantino Gatta che Antonio Sacco si siano serviti della stessa definizione per ricordare l’originaria identità “benedettino-cassinese” delle due fondazioni. Questo avvicendamento, tuttavia, costituisce una circostanza che rimanda, in entrambi i casi, alla storia della S.ma Trinità tra il XII e XIII sec. L’istituzione del Priorato di Venosa risale al 1297 quando Bonifacio VIII decise di sottomettere la S.ma Trinità all’autorità del Gran Maestro e dei frati dell’ordine Ospedaliero di San Giovanni. La scelta del pontefice fu apparentemente motivata dalla necessità di porre rimedio ai danni provocati da un’amministrazione benedettina corrotta e negligente, causa principale dalle condizione di generale incuria in cui versava tutto il patrimonio del monastero (59)…..Risulta chiaro, a questo punto, come l’identità dei “benedettini cassinesi” ricordati sia da Costantino Gatta che dallo stesso Antonio Sacco, rimandi ad un legame con i monaci di Venosa, entrati a far parte della congregazione cassinese alla fine del XII secolo. La preesistenza, nelle fondazioni monastiche del Vallo menzionate, di “Benedettini cassinesi” risulterebbe giustificata, allora, da una dipendenza delle stesse dalla S.ma Trinità di Venosa, dipendenza risalente, evidentemente, ad un’epoca anteriore all’istituzione del Priorato gerosolomitano.”. La Alaggio a p. 133, nella sua nota (61) postillava che: “(61) P.F. Kehr, ‘Italia Pontificia’, cit., p. 491; ed anche L.R. Ménager, ‘Les fondations monastiques de Rogert Guiscard, duc de Pouille et de Calabre’, in ‘Quellen und Foshungen’, n. 39 (1959), pp. 1-116.”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano” parlando dell’Abbazia di S. Maria di Cadossa, a pp. 129 e ssg., in proposito scriveva che: “…il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossiana a quest’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV se. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitatis de Venusio”, ragioni ecc…., quanto invece, tanto il casale che l”ecclesia’ di Cadossa appartenevano all’Ospedale della SS. Trinità di Venosa ecc…”. La Alaggio continuando il suo racconto a p. 130 in proposito scriveva che: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, nè risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossiano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine miltare-cavalleresco è di origine di gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” ecc…”. La Alaggio, a p. 130, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ibidem. p. 91”, riferendosi alla nota (49) dove postillava di: “(49) Sacco A., La Certosa di Padula, etc..”. La Alaggio sempre sull’Ordine religioso militare dei Girosolomitani a p. 131 dice che: “i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, una presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal priorato gerosolomitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Sempre parlando di Cadossa la Alaggio cita il Gatta e scrive che: “Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedetteni cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: Come tali sopravviveranno ancora per un secolo, fino a quando l’Abbazia di Venosa nel 1297 fu definitivamente soppressa da Bonifacio VIII, che ne affidò i beni ai Cavalieri di Malta.”.

Nel 1305, ‘Noardo di Caro’ fondò la Commenda di S. Spirito, Priorato Gerosolimitano a Roccagloriosa

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). Ecc..”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Fu patria similmente di Ottaviano di Caro, di antichissima famiglia (I), ch’essendo monaco Francescano, intervenne per uno dei Teologi nel Concilio di Trento, sebbene il Toppi erroneamente il faccia Napoletano.”. L’Antonini a p. 387, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Questa famiglia di Caro con dritto di patronato possiede quì una Commenda di S. Spirito con l’annessa prerogativa di Priorato fondata nel MCCCV da ‘Noardo di Caro'”. Sulla Commenda di S. Spirito ha scritto Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappell: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 24,  in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, cfr. L. Giuistiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. VIII, pp. 33-35”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a pp. 33-35 ci parla di Roccagloriosa ed in proposito scriveva che: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dale antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria de’ Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’. “. La Pellettieri scriveva che la Precettoria di Cuccaro fu affidata al frate Matteo de Cara di Roccagloriosa, forse de Caro, insieme alle “case” di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella e Moliterno. La Pellettieri scrive che queste case dovevano essere di scarso valore visto che il De Cara, nel 1378 versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e, nel 1380, solo per Roccagloriosa versò 10 ducati. la Pellettieri, a p. 34, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. IX, p. 219.”.

Nel 1305, la chiesa di rito greco di San di Nicola di Bari e la Cappella De Caro a Rocchetta di Roccagloriosa

Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappella: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Dunque, i due studiosi parlano della chiesa di San Nicola di Bari a Roccagloriosa, di rito greco, dove dicono che vi erano affreschi di San Michele Arcangelo. In una didascalia essi scrivono “affresco di stile romanico trecentesco” e questo dato si connette alla data di fondazione della commenda di S. Spirito. Di questi affreschi che i due studiosi dicono preesistenti alla cappella di S. Spirito, i due studiosi, a p. 27: “S. Michele, affresco di stile romanico trecentesco appartenente all’antica chiesa di S. Nicola di Bari annessa alla commenda di Santo Spirito”.

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I due studiosi a p. 21, 23 e 25 riportano delle foto dell’antica basilica di S. Nicola della commenda di Santo Spirito. I due studiosi, a p. 32 continuando il racconto scrivevano pure che: “I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passare degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono stete costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata. In quel tempo non esistevano fontane nel paese: nei cortili dei palazzi c’erano i pozzi, da cui si attingeva l’acqua per gli usi della casa.”. Della chiesa italo-greca di San Nicola di Bari a Rocchetta nessun accenno in “Visibile Latente”. Sulla chiesa di S. Nicola di Bari abbiamo le notizie che riguardano la fondazione della commenda di S. Spirito che risalgono all’epoca trecentesca ma io credo che essa si possa collocarea a molto prima del ‘300. Lo si vede dal campanile della chiesa che è molto simile a quello dell’altra chiesa antica che si trova a Roccagloriosa, la chiesa di S. Giovanni. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426 parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”. Padre Agatangelo Romaniello ed il cav. Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, pubblicato nel 1968, a p. 32, in proposito scrivevano che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco detto “Maurici” di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (66). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio De Caro (67).”. I due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano che: “(67) Trascriviamo le epigrafi del sarcofago: “HAEC EST IMAGO EROIS MARSILII DE CARO NEPOTIS NOTARII NOHARDI DE CARO, QUI PRIMO HANC CAPPELLAM CUM HOSPITALI SANCTI SPIRITUS AEDIFICAVIT ET IN ANNO DOMINI MCCCXCVI IN BONIS STABILIBUS VALORIS ULTRA CENTUM UNCIAS DONAVIT, IN QUA PRO SUIS HAEREDIBUS IN AETERNUM JUS PATRONATUS RESERVAVIT. QUI MARSILIUS NON MINUS IN TANTUM DE BONIS AUMENTAVIT ET ….DONAVIT”, il cui significato è il seguente: “QUESTA È L’IMMAGINE DELL’EROE DI MARSILIO DE CARO, NIPOTE DEL NOTAIO NOARDO DE CARO, CHE PER PRIMO HA COSTRUITO QUESTA CAPPELLA CON L’OSPEDALE DELLO SPIRITO SANTO, E NELL’ANNO DEI DOMINI 1396 LA DOTO’ CON SOLIDI BENI DEL VALORE DI OLTRE 100 ONCIE, E IN ESSA RISERVO’ PER I PROPRI EREDI IN ETERNO IL DIRITTO DI PATRONATO.”. Inoltre, sempre i due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano dell’altra epigrafe conservata nella Cappella De Caro a Rocchetta: “(67) “HOC EREXIT OPUS PRIMUM ET FATA SUORUM MARSILIUS CARO GENEROSO SANGUINE NATUS ANNO DOMINI MCDXCI”, il cui significato è il seguente: QUESTO STABILÒ L’OPERA PRIMA ED IL DESTINO DEL SUO CARO MORSILIO DI CARO SANGUE GENEROSO, NATO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1491″.Recentemente, nel 2020 Salvatore Monetti di Battipaglia ed Editore ha pubblicato “Roccagloriosa tra Storia e Leggenda”, dove a pp. 87-88-89, in proposito scriveva che: “La Cappella dello Spirito Santo (De Caro) nacque sull’antica basilica di rito greco dedicata a San Nicola di Bari, purtroppo del patrimonio artistico originario restano solo alcuni archi in stile romanico e trecentesco, i fabbricati un tempo annessi alla chiesa che arrivavano fino all’attigua comenda di San Giovanni sono andati distrutti. Nella cappella si conserva un singolare gisant di Marsilio De Caro, vissuto nella seconda metà del Quattrocento. L’iscrizione riportata sul bordo della lastra sepolcrale così cita (?): “Ecc.. (Questa è l’immagine di Marsilio De Caro P. nipote del notaio Noardo (?) De Caro, il quale come primo fondò ed edificò questa cappella con l’ospedale dedicato a Santo Spirito e nell’anno del Signore Milletrecentonovantasei, dotò stabilmente del valore di oltre cento once. In questa cappella per i suoi eredi in eterno, riservò lo ius patronatus; il quale Marsilio con onorevole quantità di beni aumentò, edificò e dotò.). Il pavimento a scacchiera bianco e nero presente all’interno della Cappella porta con sé un profondo significato esoterico, più che un semplice elemento decorativo; era l’area dove avvenivano le iniziazioni e “simboleggia la vita umana, una scacchiera dove bene e male si combattono di continuo”. Oggi, il pavimento a mosaico è uno dei simboli più riconoscibili della massoneria ed è il pavimento rituale di ogni loggia massonica.”.

Nel 1493, Porto Infreschi e Marcellino

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, a pp. 48-49, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Una zona un pò più trafficata era quella di Infreschi e Marcellino: da un’antica donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa abbiamo notizia della vita che si svolgeva intorno al 1493 ad Infreschi, detta nell’istrumento “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”….da questo documento notarile possiamo arrivar alla spegazione del nome Infreschi, cioè luogo fresco o con acque fresche, infatti vi sono due sorgenti grosse e un numero imprecisato di pozzi sorgivi non solo al porto ma anche all’interno.”. Angelo Gentile (…), riportando l’interessante notizia su ‘Infreschi’, una insenatura naturale sulla costa fra Marina di Camerota e Scario, non cita alcuna fonte bibliografica ma cita un “Istrumento” (Atto notarile) del 1493. Forse Gentile (…), si riferiva ad una “Platea dei beni del Monastero di S. Pietro di Licusati”, di cui Pietro Ebner (…), pubblicò la sua trascrizione integrale del testo in latino in un suo saggio, pubblicato molti anni dopo (a. 1990) dal Centro di Promozione Culturale del Cilento (“Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II). Il Gentile (…), parlando di Lentiscosa, a pp. 48-49, cita l’antico istrumento del 1493, in cui viene fatta una donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa e da cui si evince che il luogo di porto Infreschi era detto “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”. Da Wikipedia, su Lentiscosa leggiamo che: “Quella più maestosa è la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie a croce latina. Costruita anteriormente al 1493, infatti in tale data fu ampliata come da contratto registrato in Angelo Gentile “Storia e tradizioni di Santa Rosalia in Lentiscosa” (1983), ecc..”. Dunque, si tratta di un atto del 1493, che riguarda la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, di cui Angelo Gentile (…), ha pubblicato l’atto registrato del 1493 in cui la chiesa fu ampliata proprio a seguito di questa donazione. Il Gentile (…), nel 1983 pubblicava l’atto del 1493 nel suo “Storia e tradizioni di Santa Rosalia in Lentiscosa”. Lentiscosa, per il suo contesto ambientale fra mare e montagna, si caratterizza per il borgo antico e le vaste campagne agricole coltivate maggiormente ad olivi. Comprende le spiagge del Pozzallo, le tre spiaggette di Porto Infreschi, Cala Bianca, Lentiscelle con annesso sito archeologico (situata a confine col territorio di Marina di Camerota) e Margellina, caletta in comune con Scario. Sempre il Gentile (…), a p. 49, in proposito al porto degli Infreschi scriveva che: “Vi era anche una taverna del marchese e un trappeto con un magazzino per riporvi i recipienti con l’olio. Sul porto si affaccia un’antica Cappella intitolata a S. Lazzaro, ma che nei secoli andati era detta di S. Maria di Porto Salvo (19).”. Il Gentile, a p. 52, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Visite pastorali, anno 1613 in A.D.P.”, ovvero questa notizia è stata tratta dalla visita pastorale di Mons. ………..vescovo di Policastro nell’anno 1613 i cui verbali sono conservati nell’Archivio della Diocesi di Policastro a Policastro. Da Ebner (…), vol. II , p. 112, sappiamo che “il 6 febbraio 1630 mons. Feliceo da Camerota si recò a visitare la chiesa parrocchiale di S. Maria delle grazie a Lentiscosa (f. 371), ecc..”. Dunque, la visita pastorale a cui si riferiva il Gentile (…), non era quella effettuata da Mons. Urbano Feliceo doveva doveva trattarsi della visita pastorale di Mons. Giovanni Antonio Santonio (Santorio) che, secondo il Laudisio (…) fu nominato vescovo di Policastro nel 1610. Su Lentiscosa, porto Infreschi e la taverna del marchese ne parla il Pasanisi (…) nel suo “Camerota e i suoi ‘Casali’ sino ai nostri giorni” a p. 49, scrivendo che il marchese era il Marchese Orazio e desumendo tali notizie da tavolario Giuseppe Gallerano che fu inviato sul posto allorquando il Sacro Regio Consiglio dovette sequestrare il feudo di Camerota a Paolo e al figlio Orazio Marchese. Il Pasanisi (…), dopo aver pubblicato la relazione del tavolario Gallerano (…), a p. 49, ci dice della nascita del “Villaggio alla marina”, ovvero del villaggio di Marina di Camerota e in proposito scriveva che: “Svanito, con l’andar del tempo, per la diminuita pressione marittima, e pe la fortificazione della costa, ogni pericolo d’incursione, tutta la zona ad essa adiacente, cominciò a ripopolarsi. Ai primi del 600 v’era già, al capo Infreschi, “una taverna con sette membri superiori ed inferiori” di proprietà del marchese, nonchè un trappeto con un magazzino per riporvi le botti di olio (87), e doveva esserci un discreto numero di persone, addette non solo ai lavori dei campi, ma alla pesca ed alle vicine fortificazioni, se il marchese Orazio sentì la necessità di costruire, nel 1616, nel luogo detto il Pozzo, una chiesetta, con sepoltura, sotto il titolo di S. Nicola, ecc..”. Il Pasanisi (…), a p. 49 nella sua nota (87) postillava che: “(87) A.S.N. Proc. ant. pand. n. 40, fasc. 653-10, fol. 137.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Guillaume P.,

(….) Guillaume Paul, ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni nel 1877 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ruocco Emilia Anna Gemma, ‘L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume’,  ed. Palladio, Salerno, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…)

Guillaume Paul, Le navi

(…) Guillaume Paul, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava dei Tirreni, 1876 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti.

(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

Rocchi

(…) Rocchi Antonio, De Coenobio Cryptoferratensi, Tuscolo ed. Tipografia Tuscolana, 1893 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, anno VII, fasc. I, Roma, 1937

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Attanasio).

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(…) La Greca A., Capano Antonio, Chieffallo D., Chirichiello G., , Temi per una storia di Licusati, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli,

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

Cattura................

(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo.

(…) Ventimiglia D. A., Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner Pietro,  “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, ed. Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1

(….) (Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Del Salvucci (Archivio Storico Attanasio)

(…) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore. Appendice I, p. 68, Tav. IV, 1 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 2007 (Archivio Attanasio)

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(….) Loré Vito, Monasteri, principi, aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII

Dal 1189, le nostre terre al tempo di Tancredi di Lecce, Costanza ed Enrico VI di Svevia

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo delle nostre terre dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, anno 1189, fino all’ascesa di Federico II di Svevia. In particolare le nostre terre sotto Costanza d’Altavilla e l’Imperatore Enrico VI, le sue lotte con la moglie Costanza, le lotte con Tancredi conte di Lecce, l’ascesa di Guglielmo III, fino alla venuta di Federico II di Svevia. Salerno, le Baronie del basso Cilento e, probabilmente anche la Contea di Policastro furono tutte a favore della fazione che partecipava per Tancredi di Sicilia contro l’Imperatore Enrico VI di Svevia, anche grazie a personaggi Salernitani come Romualdo Guarna, Matteo d’Aiello e Niccolò d’Aiello.  Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI.

Dopo il 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono e l’avvento di Enrico VI di Svevia

Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 362 (vol. II), nella sua ‘Cronologia dei fatti’, per l’anno 11…., in proposito scriveva che: ( a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa.”. Il Cataldo (…), parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Scrive sempre il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro’”Infante (…), scriveva che (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…). Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa (Federico I Hosenstaufen detto il ‘Barbarossa’), non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. 

Tancredi di Sicilia

Dopo l’anno 1189, Costanza d’Altavilla, figlia di re Ruggero II d’Altavilla, nel 1186, si era sposata con il futuro Imperatore tedesco Enrico VI di Svevia, da cui ebbe Federico II di Svevia. Dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, nel 1188-89, si aprì una pericolosa lotta di successione al Regno di Sicilia, in quanto egli non aveva avuto eredi. In quegli anni, nacquero dissidi e lotte furibonde tra Tancredi Conte di Lecce che divenne il VI re di Sicilia e governò a Palermo e la figlia di re Ruggero II, Costanza che ne reclamava giustamente il Regno. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). L’Ebner, si riferiva al Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Angelo Bozza (…), parlando dell’anno 1178, scriveva che: “Guglielmo manda con la flotta il suo ammiraglio Margaritone in Grecia contro l’imperatore Andronico. (a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa. (a. 1186) Guglielmo II invia la flotta in soccorso dei cristiani di Tiro assediati da Saladino, ed ivi unita a quella di Corrado di Monferrato fa sciogliere l’assedio. (a. 1189) Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’Imperatore Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Ecc…”. Tancredi di Sicilia, o anche Tancredi di Lecce (Lecce, 1138 circa – 20 febbraio 1194), è stato Conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e poi Re di Sicilia (1189-1194). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II d’Altavilla) e di Emma dei Conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Durante il regno di Guglielmo II, Tancredi fu suddito fedele del cugino e prese parte a numerose azioni belliche alla guida della flotta normanna. Nel 1174 comandò una grande flotta siciliana di 284 navi e 80.000 uomini che il re di Sicilia inviava al porto di Alessandria d’Egitto, col preteso di sostenere i Fatimidi insorti contro il Saldino, ma con la palese intenzione di manifestare la sua potenza sul Mediterraneo; l’insurrezione fatimida tuttavia era stata presto sedata e le ingenti truppe siciliane si ritirarono subito dal porto egiziano per dedicarsi ad azioni di disturbo e di saccheggio sulle coste nordafricane. Nel giugno 1185 Tancredi guidò l’enorme flotta siciliana di 300 navi, con 80.000 uomini sotto il comando di Riccardo di Acerra, che giunse a Durazzo per attaccare al cuore l’impero bizantino. Nel giugno 1186 Tancredi e Margarito da Brindisi guidarono la flotta normanna a Cipro (dove il governatore Isacco Commeno di Cipro si era ribellato a Bisanzio). Quando Guglielmo il Buono morì (1189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza come erede, e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà, accettando a sorpresa le nozze di questa con Enrico VI di Germania, figlio dello svevo Federico Barbarossa. Costanza era figlia legittima di re Ruggero II d’Altavilla (quindi zia paterna anche di Tancredi), ma allora era molto forte l’opposizione dei cavalieri normanni alla dinastia imperiale sveva in Sicilia, e una parte della corte, sperando anche nell’appoggio papale, simpatizzava per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, l’ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla (dei Normanni). Inoltre, essendo l’imperatore Federico Barbarossa impegnato nella crociata in Terra Santa, Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere nel Regno di Germania, allora in una situazione particolarmente delicata, e a distogliere la loro attenzione dalla Sicilia. In questo contesto, nel novembre 1189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Papa Clemente III, che non vedeva di buon occhio un unico sovrano della casata Sveva dalla Germania alla Sicilia, approvò e riconobbe l’elezione. Nel 1190, sulla via per la Terra Santa, giunsero nel porto di Messina Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, e Filippo II Augusto, re di Francia, con i rispettivi eserciti, apparentemente costretti a una sosta forzata da tempeste invernali fuori stagione: qui vollero incontrare l’abate Gioacchino da Fiore per chiedergli l’esito della nuova crociata Crociata. Durante lo stazionamento in Sicilia la conflittualità tra i due re si rianimò poiché Riccardo aveva rotto il fidanzamento con Adele di Francia, sorellastra di Filippo, e si era legato a Berengaria di Navarra. Filippo lasciò Messina non appena poté, il 30 marzo 1191. Invece Riccardo aveva qualcosa da chiarire col re di Sicilia: la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa, senza che le fosse restituita la dote: Riccardo pertanto chiese a Tancredi la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifon (Ammazza greci). La città subì un feroce saccheggio da parte degli inglesi e lo stesso ammiraglio Margaritone non fece in tempo ad arrivare in porto con la sua flotta, prima che la sua magnifica casa venisse incendiata insieme a tante altre della città (primavera 1191). Tancredi allora, che pure si era presentato con le sue truppe, preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e indennizzò Riccardo con altrettante 20.000 once d’oro, in cambio dell’alleanza contro Enrico VI, il marito di sua zia Costanza, erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. La flotta inglese riprese il viaggio verso la Terrasanta solo a maggio. Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel febbraio del 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata: il primogenito Ruggero era morto nel 1193 e al suo posto venne designato re di Sicilia il fratello minore Guglielmo III, di nove anni, con la reggenza della madre Sibilla di Medania sino alla maggiore età. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo d’Aiello, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò d’Aiello, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre. Niccolò d’Aiello fu arcivescovo di Salerno. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Bernardo Pio (…), nella sua edizione critica al “Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto” di Alexandri Monachi, edito nel 2001, a p. XII (Prefazione), in proposito scriveva che: “La morte del sovrano Guglielmo II d’Altavilla e la divisione del regno tra i partigiani di Tancredi di Lecce, figlio naturale del duca Ruggero e quindi cugino del sovrano defunto, e quelli di Enrico VI di Hohenstaufen, marito di Costanza d’Altavilla, zia di Guglielmo II, determinò, soprattutto in Abruzzo, una tale situazione di caos che il monastero rischiò di vedersi sottratti i suoi possedimenti principali ad opera di due baroni, Riccardo e Federico di Brittoli, discendenti del fondatore del monastero stesso.”. Bernardo Pio, introducendo il ‘Chronicon’ pocanzi citat, a p. XVI, in proposito a quel travagliato periodo scriveva che: “Questi eventi si svolsero nel pieno della lotta per la successione fra Enrico VI di Svevia e Tancredi d’Altavilla. Dopo un primo momento di sbandamento, Tancredi riuscì a prendere il controllo di tutto il Regno e, verso la fine del 1191, raggiunse l’Abruzzo dove sottomise il conte Rainaldo che era uno dei principali fautori  di Enrico VI e Costanza d’Altavilla.”. Bernardo Pio (…), pubblicò la cura del ‘Chronicon’ attribuito ad un monaco Alessandro (Alexandro Monachi) del Monastero di S. Bartolomeo di Carpineto. Bernardo Pio (…), a p. XVII, in proposito scriveva che: “Il monaco Alessandro, che come abbiamo visto di questa difesa fu uno dei principali artecifi, a raccogliere in un’unica opera tanto le memorie stooriche del monastero quanto gli atti ed i privilegi sui quali si fondavano i diritti patrimoniali e la situazione giurisdizionale dello stesso cenobio.”. Le notizie storice e gli atti e privilegi contenuti in questa interessante cronaca del tempo, è stata utilissima per la ricostruzione storiografica di certi avvenimenti dell’epoca.

Nel 1191, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno

Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il ‘Catalogus Baronum’) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò d’Aiello, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre. Niccolò d’Aiello fu arcivescovo di Salerno.

Nel 1177, Giovanni, III Vescovo di Policastro (?) consacrò la chiesa di Casaletto

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 17 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc..”.

Nel 1184, Tancredi di Padula ed il fratello Guglielmo, figli di Guglielmo di Padula (fratello di Gisulfo di Padula)

Riguardo al periodo successivo Normanno-Svevo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..‘ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significato è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc... Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, “pro remedio anime domini Guillelmi paludis felicis memorie dilectissimi quondam genitoris mei”, dona la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava, alla presenza di su fratello Guglielmo (Cava, perg. I 40). Le vicende successive dei titolari della baronia di Fasanella sono così descritte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I: ecc…”:

Cuozzo, p....Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel ‘Liber Inquisitionum Caroli Primi’ dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio.

Nel 1189, il giustiziere Florio di Camerota, in una vertenza con il collega Luca Guarna

Secondo la Treccani on-line, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo ecc….Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. Mario Caravale (…), a p. 267, scriveva che: “Nel 1189 i giustizieri Florio di Camnerata e Luca Guarna stendono per iscritto le consuetudini di Corneto, dietro ordine regio (214).”. Infatti a p. 267, il Caravale, nella sua nota (214), postillava che: “(214) G. Del Giudice, Codice diplomatico, cit. I, Appendice I, pp. LIII-LVIII.”:

Del Giudice, p. LIII, vol. I.PNG

(Fig…) Del Giudice (…), ‘Annali etc’, pp. LIII-LVIII, Appendice, vol. I

Nel 1189, Riccardo Florio di Camerota fornisce soldati a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa

La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse soldati a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che:  “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 1889, dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Mi chiedo da quale fonte il Bozza abbia attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, questi fatti risalgono al tempo della III Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Angelo Bozza (…), oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc….Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia citata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo Cuor di Leone.

Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone e la III Crociata

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366, cita Riccardo Cuor di Leone e scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”. La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. La morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Anche l’anziano Imperatore Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Nel luglio del 1190, Riccardo Cuor di Leone riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra  e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.   Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Goksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc...

Le Fonti

Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel periodo. E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di  Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) che pone contestualmente allo stesso periodo in cui muore  re Guglielmo II il Buono (a. 1189).  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.. Sempre il La Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquantaindietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc... Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV.

Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”. Bernardo Pio (…), pubblicò la cura del ‘Chronicon’ attribuito ad un monaco Alessandro (Alexandro Monachi) del Monastero di S. Bartolomeo di Carpineto. Bernardo Pio (…), a p. XVII, in proposito scriveva che: “Il monaco Alessandro, che come abbiamo visto di questa difesa fu uno dei principali artecifi, a raccogliere in un’unica opera tanto le memorie stooriche del monastero quanto gli atti ed i privilegi sui quali si fondavano i diritti patrimoniali e la situazione giurisdizionale dello stesso cenobio.”. Le notizie storice e gli atti e privilegi contenuti in questa interessante cronaca del tempo, è stata utilissima per la ricostruzione storiografica di certi avvenimenti dell’epoca.

La ‘Chronaca’ di Riccardo di Hoveden

Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: ….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da  “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867: 

Cattura................

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)

La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum  Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs (…) che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.

Enrico VI di Svevia

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(Fig….) Pietro da Eboli, miniatura che rappresenta l’Imperatore Enrico VI a Salerno

Leone Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore’, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937, a p. 283, in proposito scriveva che: “Verso questo tempo succedevano ai Normanni gli Hohenstaufen dopo guerre e devastazioni che non avevano nociuto ai possessi Cavensi, sparsi in tante parti del regno. L’abbate Pietro II (1195-1208) aveva però ottenuto nel 1196 dall’imperatore Enrico VI una conferma piena di tutti i privilegi, diritti ed “esenzioni, di cui erano stati larghi per la Badia i monarchi normanni (3), ecc…”. Enrico VI di Hohenstaufen (Nimerga, 1° Novembre 1165 – Messina, 28 settembre 1197) è stato re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia (1194-1197). Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Nel febbraio del 1194, Tancredi di Lecce re di Sicilia morì di una malattia non meglio precisata, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Lo storico Ettore Bruni (…), riguardo l’Imperatore tedesco Enrico VI di Hoenstaufen (della casata Sveva), nella lotta di successione al Regno di Sicilia tra Tancredi d’Altavilla (Tancredi di Lecce), IV re di Sicilia dopo la morte di re Guglielmo II detto il Buono, scriveva che:  “La buona fortuna sembrò inizialmente accompagnare il Regno di Enrico VI (1190-1197), che stabilì la sua sede a Palermo. In pochi anni già era riuscito a vincere gravi opposizioni nell’Italia meridionale e ad aggiungere alle corone di Germania e d’Italia anche quelle del Regno di Puglia e di Sicilia (dove alla morte di Guglielmo II il Buono, nel 1189, erano sorte aspre contese, specialmente in Sicilia, contro i diritti al trono di Enrico VI). Ma in Sicilia dove aveva compiuto tante stragi per assicurarsi il potere, egli perse la vita).”. Riguardo l’epoca Sveva, Lucio Santoro (…), nel suo  Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”Scriveva Infante (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…)”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”. Il Cataldo (…),  a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva che: L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Infatti, il Cataldo (…), a p. 19, dice che: “Guglielmo II, non avendo figli, cioè eredi, cedè il trono alla Casa di Svevia in seguito al matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa (1186), ecc..”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’imp. Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Muore il re Tancredi, gli succede il figlio Guglielmo III poi Errico VI. L’imp. (a. 1194) Errico VI sottomette la Puglia e la Sicilia, devasta Salerno, vi fa prigioni Guglielmo III e la madre Sibilla, e regna tirannicamente, primo dei Svevi nel regno di Puglia. Nasce ad Esi nella Marca d’Ancona, Federigo II dall’imp. Costanza. Errico VI se ne torna in Alemagna conducendo seco i prigionieri reali ed il ricchissimo tesoro dè re Normanni nonchè i proventi delle confische (a. 1195). L’imp. Errico ritorna in Sicilia con 60 mila Tedeschi e fa crudelissimo  sterminio dè Normanni; ma i baroni sollevati dall’imp. Costanza fanno strage dè Tedeschi e tengono assediato Errico, il quale venuto a patti si pacifica coll’imperatrice (A. 1195). Muore l’imp. Errico VI gli succede il figlio Federico II di tre anni (a. 1197). Ecc..”. La cronologia dei fatti dopo la morte di re Guglielmo II il Buono nel 1189 e l’ascesa di Costanza d’Altavilla e il marito Enrico VI, primo della dinastia Sveva. Non sappiamo tantissimo delle nostre terre a quell’epoca, ovvero dopo l’anno 1189. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Enrico, dopo si diresse verso sud per conquistare il regno di Sicilia. In contrasto con i disegni paterni, egli voleva fare del Regno di Sicilia un feudo personale degli Hohenstaufen e con l’assedio di Napoli. Durante questo assedio, Salerno aprì le porte ad Enrico VI, il quale vi lasciò l’imperatrice e consorte Costanza d’Altavilla, poiché la sua inferma salute fosse curata dai famosi medici della città. Tancredi di Lecce, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno Tancredi di Lecce pretese che Enrico VI scendesse a patti con un accordo di tregua. Tancredi, pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Lo scrittore Salvatore Tramontana (…), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del ‘Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto’, farebbero invece pensare ecc.…” e, postillava nella sua nota (13) sugli “Annales Cassinenses, a cura di G. Pertz, MGH, SS, XIX, Hannover, 1866, p. 314.”. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’ (…). Gli ‘Annales Cassinenses’ o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico Alberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, Tomo V, p. 135 e sgg, è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leo Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leo Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

Muratori, p. 145

(Fig.…) ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Ostiense, tratta da ‘Rerum Italicorum Scriptores’, del Muratori (…), anni MCXCIII, p. 143.

Nel 1194, Enrico VI di Svevia calò di nuovo in Italia e distrusse Napoli e Salerno

Tancredi, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno pretese che Enrico scendesse a patti con un accordo di tregua. Pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Nel dicembre del 1193, all’età di 19 anni, morì Ruggero III di Sicilia, amatissimo primogenito del re siciliano Tancredi, che lo aveva da un anno associato al regno come suo futuro erede e gli aveva fatto prendere in sposa la giovane Irene Angelo, figlia dell’imperatore Isacco II Angelo di Costantinopoli. Al suo posto Tancredi designò come futuro re di Sicilia l’altro figlio, il secondogenito Guglielmo III, di soli 9 anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi, che non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio primogenito, si ammalò e morì poco dopo, il 20 febbraio del 1194 a 55 anni. Liberatosi dei Guelfi e favorito dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderose esercito, sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. Col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’imperatore sottomise gran parte del regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. In quella sede l’imperatore nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il vescovo Gualtiero di Pagliara. All’imperatore mancava soltanto la capitale Palermo, su cui marciò e la catturò nel novembre del 1194. Nel frattempo la regina Sibilla era fuggita nel fortissimo castello di Caltabellotta, conducendo con sé il figlio e giovane re Guglielmo III, le tre figlie, la nuora Irene Angelo, l’arcivescovo di Salerno, l’ammiraglio Margarito e tutti i baroni rimasti fedeli alla casa normanna. I due studiosi Crisci e Campagna (…), nella loro “Salerno Sacra”, parlando della storia di Salerno e parlando dell’anno 1194, a p. 570, in proposito scrivevano che: “Nel 1137 è conquistata da Lotario, imperatore di Germania, e nel 1194 è assediata, saccheggiata, orribilmente distrutta in buona parte da Enrico VI, primo re di Sicilia della Casa Sveva, perchè a lui ostile e favorevole a Tancredi. Molti cittadini sono uccisi, altri condotti prigionieri prima a Plaermo, poi in Germania, insieme con l’Arcivescovo Nicola e i suoi fratelli (6). Con ferocia brutale “mulieres omnes  indifferenter prostituit (l’esercito di Enrico VI)” (7).”. In questo breve passo i due studiosi Crisci e Campagna, ci parlano della presa di Salerno da parte di Enrico VI di Svevia che volle punirla in quanto essa patteggiava per l’allora re di Sicilia Tancredi conte di Lecce. I due studiosi (…), a p. 570, nella nota (6), postilavano che: “(6) CD.C., V, 50 in annotazioni”, e poi sempre nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, XI, 77 sg.. La devastazione fu descritta da Pietro da Eboli, l’adulatore di Enrico VI.”. Alessandro Di Meo, nella sua nota (6), citava il “Codex Diplomatico Cavense”, vol. V, Annotazioni. Il Codex Diplomaticus Cavensis, vol. V riguarda gli anni tra il 1018 e il 1034, ed è stato pubblicato a Napoli, nel 1878, dunque la citazione del Di Meo mi pare strana perchè non riguarda l’anno 1134 in cui Salerno fu distrutta da Lotario. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali’, vol. XI, a p. 77, parlando dell’anno 1194, cita la presa di Salerno da parte di Enrico VI di Svevia: 

Di Meo, vol. XI, p. 77.PNG (Fig….) Di Meo (…), vol. XI, p. 77

Il Di Meo (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “Quindi Arrigo passò a Salerno (‘mandando avanti a se in Sicilia la flotta’) a ’17 di Settembre, 4 giorni avanti la festa di S. Matteo, come nota il ‘Cronista Cavese: e la Città fu presa, egli dice, nel giorno stesso, essendone fuggiti molti uomini, e molte donne. ‘Predò la Città’, dice Radolfo; non perdonò alle Chiese entrando con violenza nel Tempio di S. Matteo, lo spogliò di tutto il tesoro; senza distinzione ne uscita tutt’i i cittadini, facendono altri trucidare, altri appiccare, e ( con ferocia brutale) ecc…Qui Roffredo, Abbate Cassinese, che dimentico di Canoni, e dell’onore di Dio, la …di soldato, ottenne la procura della Badia di Venosa, ch’era stata soggetta all’Abbate di Cava. Della presa di Salerno fatta da Arrigo così cantò Pietro di Eboli (‘lib. 2, p. 119 & seq.), ‘Latus in Apuliam ecc..”. In questi passi, il Di Meo (…), parlando della presa di Salerno da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citava il “Cronista Cavese”, poi cita il Rafolfo e poi cita Pietro da Eboli. I due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro “Pixous – Policastro”, parlando delle fortificazioni a Policasto sorte in origine con Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, parlando delle saettere di Skenfrith, del 1190 (74), a p. 514, in proposito scrivevano che: “E a questo secolo, tra il primo quarto e la metà del XII, crediamo risalga la sistemazione definitiva delle mura, considerando l’opera di Ruggiero I solo come iniziale, indicativa, se non addirittura progettuale.”.  Della terribile repressione dell’Imperatore Svevo, Enrico VI, ‘Arrigo’ per l’Antonini (…), ha accennato lo scrittore Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi‘, a p. 58-59, dove ci parla di una terribile repressione verso i ribelli nel Regno di Sicilia (Regno di Napoli), messa in atto da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, nell’anno 1197. Scrive il Tramontana (…): “Nel mese di giugno, appena tornato dal Levante, Enrico VI soffocava nel sangue una rivolta con la quale anche Costanza sembra fosse connivente.”. Il passo del Tramontana, non si riferiva alla seconda venuta in Italia (a. 1193) dell’Imperatore Enrico VI di Svevia ma era riferito ad un altro episodio, allorquando cioè Enrico VI dovette combattere contro la sua stessa moglie, Costanza d’Altavilla che era a quel tempo reggente del Regno di Sicilia, essendo morto Guglielmo II d’Altavilla, lasciando il Regno senza eredi e Tancredi di Sicilia. Credo che l’Antonini, (…), citando il passo della ‘Chronaca‘ di Ottone di San Biagio (…), si riferisce all’anno 1193, la notizia storica che coinvolge la città della Molpa e forse pure Policastro e ‘Castello di Mandelmo’ (a Castelluccio di Licusati, situato nel Comune di Camerota (vedi immagine). La notizia è da riferirsi a dopo l’incoronazione d’Imperatore di Enrico VI, avvenuta nel 1191 dopo la morte di suo padre Federico I detto il Barbarossa. Scrive il Tramontana (…), a p. 57 che: “Solo alla morte di Tancredi di Lecce, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.”. Credo che la notizia citata dall’Antonini si riferisca all’anno 1193, ovvero a quando l’Imperatore Enrico VI di Svevia, dopo la morte del padre Federico I detto il Barbarossa, cercò di riprendersi il Regno di Sicilia. L’Antonini (…), ci parla dell’Imperatore  Arrigo”, che, sceso in Italia per la seconda volta, nell’anno 1193, mise a ferro e a fuoco molte città del Mezzogiorno Normanno, tra cui, Salerno, la Molpa e Policastro. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), cita i fatti dell’epoca, sono stati raccolti dal monaco benedettino Ottone di S. Biase (…), o  la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase’, come lo chiama l’Antonini. L’Antonini (…), postillava che la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase era stata pubblicata dal Muratori. Il Di Meo (…), diceva che il Pappebrochio (…), scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Dunque, secondo il Di Meo (…), lo storico Pappebrochio (…), scriveva sulla scorta di Otone di S. Biase (…). Daniel Papebroch è stato un gesuita, storico e diplomatista belga, chiamato in Italia Pappebrochio (…). Daniele Papebrochio è uno storico e dotto bollandista che nel ‘600, da cui ha attinto lo stesso Antonini (…), il quale nel 1685 pubblicò i ‘Notamenti’ (o Diurnali) di Matteo Spinelli da Giovinazzo, traducendo i testi napoletani in latino, poi riconosciuti nel 1868 da W. Bernardi come una falsificazione. Il monaco citato dall’Antonini (…), Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. La ‘Chronaca’ di Ottone di Frisinga (…), fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Muratori (…), ha pubblicato la ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. VI, p. 863 e sgg., di cui quì riportiamo un estratto: 

muratori, p. 863(Fig….) Muratori (…), p. 863, vol. VI

Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Ottone di San Biagio che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisinga (…), che scrisse una ‘Chronaca’ sulla vita di Federico I detto il Barbarossa fino all’anno in cui egli morì. Di Ottone di Frisinga (…), meglio conosciuta è l’opera di Ottone ‘Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. La ‘Chronaca’ su Federico Barbarossa, scritta da Ottone da Frisenga (…), fu poi continuata fino all’anno 1210 da Ottone Abate di San Biagio (…). Nella ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1193), si legge che: “Anno Dominicae Incarnationis MCXCIII. multis de cismarinis regionibus Cruce peregrinationis accepta, ad auxilium transmarinae Ecclesiae accendutur. Eodem anno Henricus Imperator contracto exercitu secunda vice Alpes transcendit, transitaque Italia & Tuscia in Campania arma  convertit. In quo itinere Richardum de Scerre Comitem sibique praesentatum, apud Capua patibulo suspendit ecc…”, la cui traduzione più o meno è la seguente:  Allo stesso tempo, il secondo anno di Enrico Imperatore, assemblato il suo esercito, ha attraversato le Alpi, transitaque in Campania, Italia e Toscana, rivolto le sue braccia. Richard modo visibile in cui il conteggio si presentò con una suspense croce Capua, ecc … “. Continuando il suo racconto, Ottone scriveva: “Deinde omnes civitates Campaniae, Apuliaeque aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit: inter quas praecipuè Salernum, Baletum (82), Barram, multasque alias civitates fortissimas nimia inflammatus ira, pervasa inaestimabili praeda subvertit ecc..”.

Muratori, p. 895Muratori, p. 896,,,

(Fig….) ‘Chronaca’ di Ottone, Abate di San Biagio, Cap. XXXIX, p. 896

La cui traduzione è più o meno la seguente: Successivamente, tutte le città della Campania, e, Puglia, furono messe a ferro e a fuoco, o nella console hanno ricevuto la loro resa: fra i quali siamo principalmente a Salerno, Baletum (82), di carpe, e delle molte altre città del più coraggioso della sua troppo grande un trasporto di rabbia, era stata invasa, distrutto il bottino ha prezzo,…. Il Muratori, nella sua nota (82), postillava che: “C. Ms. Barletum”. Se, come scrive l’Antonini (…), sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio (…),  restiamo all’anno 1193, si tratta di “Henricus Imperator”, Enrico VI di Svevia. La notizia che riguarda l’anno 1193 in cui vi furono dei flagelli su Policastro da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citata pure dall’Antonini (…), contenuta nella ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio, di cui abbiamo pubblicato l’estratto in Muratori, è citata anche a p. 50, nel testo di don Carlo Calà (…) del 1660, dal titolo Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, che, sulla scorta di Carlo Sigonio (…), a p. 49, ci parla della storia degli Svevi e dell’Imperatore di Sicilia Enrico VI, padre dell’Imperatore Federico II di Svevia.

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(Fig….) Pag. 49 tratta da ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ (…)

Nel testo del 1660, si postillava che: “z nell’anno 1193, riferito da Besoldo, fol. 565.”, riferendosi all’anno 1193, scrivendo che: “E benchè Ottone di S. Biase (z) nabbia scritto che la morte del Conte successe nella seconda venuta d’Enrico in Italia, dicendo: “In Secunda in Italiam prosectione Henricus Imperator Riccardum de Scerre Comitem ditissimum apud Capuam suspendit patibulo capite deorsum verso”; con tutto ciò il certo è, che fu l’ultima venuta ecc….dell”Imperator ipse Alemania’ “. Il testo del 1660, scrive che: “Dicono che l’Imperatore venne con intenzione di sterminare totalmente i seguaci, e dipendenti della Casa dè Normanni, per causa delle cospirazioni fatte in sua assenza…Et nelle Croniche di Fossanova, & Annali d’Arnoldo y si legge, che detto Imperatore pose in ordine un’esercito di 60.000 huomini, col quale venne nel Regno di Napoli (ex Regno di Sicilia), e di quà partì per Sicilia, dove arrivò il 16 Gennaio 1197….

p. 50 della storia degli Svevi e Federico II.JPG

p. 50.JPG

(Fig….) Pag. 50 tratta da Carlo Calà (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ di don Carlo Calà (…) (Archivio Storico Attanasio)

Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, pubblicato nel 1852, da pag. 250 e sgg., del vol. II,nel capitolo “Costanza è arrestata dai salernitani e  consegnata a Tancredi”, parla degli avvenimenti che sconvolsero Salerno al tempo di Tancredi di Sicilia e di Enrico VI di Svevia. Il Paesano detesta il ‘Carme’ di Pietro da Eboli con il quale adulava l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Di quegli anni e precisamente dell’anno 1195, un’altra notizia ci viene da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo etc’, nel vol. I, a p. 417 che, in proposito scriveva: “Nel 1195 Filippo di Marsico, signore di Diano, vendette (146) alla chiesa di S. Marzano di Cava, sita in territorio di Diano, tutte le terre possedute “ubi valle de ruzzuni dicitur” nei pressi di Diano.. Ebner, nella sua nota (146), postillava che: “(146) I, ABC, M 4, novembre a. 1195, XIII, Diano.”. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi, ma vi sono testimonianze della devastazione che in quell’occasione Enrico VI di Svevia portò alla Molpa di Palinuro. Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore’, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937, a p. 283, in proposito scriveva che: “Verso questo tempo succedevano ai Normanni gli Hohenstaufen dopo guerre e devastazioni che non avevano nociuto ai possessi Cavensi, sparsi in tante parti del regno. L’abbate Pietro II (1195-1208) aveva però ottenuto nel 1196 dall’imperatore Enrico VI una conferma piena di tutti i privilegi, diritti ed “esenzioni, di cui erano stati larghi per la Badia i monarchi normanni (3), ecc…”. Mattei e Cerasoli, a p. 283, nella nota (3), postillavano a riguardo che: “(3) Vedi edizione di Guillaume, op. cit., App. pag. XXXIX”.

Nel 1193, Enrico VI di Svevia distrusse la Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di Molpa, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…), scrivendo:  “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla, per vincere le gravi opposizioni e i profondi contrasti sorti al momento della sua ascesa al trono in tutta Italia meridionale, dovette operare distruzioni e stragi per assicurarsi il potere (16).”. Il Guzzo postillava alla sua nota (16) che la notizia era tratta da “Ettore Bruni-Signorelli, I fatti e le Idee, 1967, vol. I, p. 67.”. Devo però precisare che la notizia citata dal Guzzo, non è affatto riportata da Ettore Bruni. Il Bruni (…), citato dal Guzzo (…), non dice nulla della notizia riportata dal Guzzo (…): “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI,”. La notizia citata dal Guzzo (…), proviene dall’Antonini (…).  Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dall’Antonini (…). L’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 375, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva nei pressi dell’attuale promontorio della Molpa di Palinuro, ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperador Arrigo, allora che nel MCXCIII per la seconda volta calò in Italia; e secondo scrive ‘Ottone di S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal sig. Muratori nella sua ‘Scrittori Medii Aevi, molte città del Regno: ‘Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.’ ”. Dunque l’Antonini (…), citava il passo tratto dalla cronaca della di Ottone di S. Biase (…).

Antonini, p. 375, parla di Federico Barbarossa

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da: Parte II, Discorso VII, p. 375.

L’Antonini (…), dunque, sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone di San Biase che scriveva che: Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.”, ovvero che: “Molte città furono distrutte e prese d’assalto, per ricevere la loro resa, le quali innanzitutto Salerno.”. L’Antonini, riguardo la città oggi in ruderi di ‘Molpa’, sosteneva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperator Arrigo, allora che nel 1193, per la seconda volta calò in Italia;”. L’Antonini (…), sulla scorta di questa ‘Chronaca’ del tempo, il ‘Chronicon’ di Ottone di S. Biase (…), sosteneva che la città della ‘Molpa’, nell’anno 1193, era stata saccheggiata anche dall’Imperatore ‘Arrigo’, quando era sceso per la seconda volta in Italia. L’Antonini si riferiva all’Imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla. L’Antonini (…), citava l’interessante riferimento bibliografico, scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”.

Nel 1194, Enrico VI di Svevia

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a p. 74 riferendosi all’Abbazia di Venosa, in proposito scriveva che: Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, fu sottomessa all’autorità di Montecassino dall’Imperatore Enrico VI, che intese punire quei monaci per aver appoggiato il suo rivale, Tancredi di Lecce, nella lotta di successione al trono e premiare, quindi, l’abbazia di Montecassino, a lui fedele. Stessa sorte seguirono anche i benedettini di S. Giovanni, che da quel momento sono indicati nei documenti come benedettini-cassinesi, al pari dei loro colleghi venosini.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, pp. 29 e sgg., inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Storico Attanasio)

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74 (Arcivio Storico Attanasio).

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Soissons. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 11541169. Falcando narrò la storia del Regno normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo (†1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica. Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(…) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, …………

(…) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

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(…) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867.

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anonimo Cassinese, Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143. Si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. …..e sgg..

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino: Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani)Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa cronaca del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico IV di Svevia: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. . Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001.

(…) Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, 

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo

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(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.

(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

Inveges Agostino

(…) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(…) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, secondo il Cod. 120 della Biblioteca civica di Berna, a cura di G.B. Siragusa. (Fonti per la storia d’Italia; 39), Roma 1906. G.B. Siragusa (…), nel suo Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli nella sua Prefazione a p. IX, in proposito all’antico manoscritto scoperto da Huillard-Bréholles (….), in proposito scriveva che:

Pietro da Eboli, la soria del manoscritto di Pietro da Eboli.PNG

(…) Testa, De vita, et rebus gestis di Guilelmi II, ed. Monregali, 1769

(…) Michaud J.-F., Bibliotheque des Croisades, Paris, ed. J. Ducollet, 1829 ( Archivio Storico Attanasio), che viene più volte citato dal La Lumia (…).

(….) Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicila, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gentile Angelo, ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984

(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi. In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la ‘Chronaca’ scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

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Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Bruni Ettore, I fatti e le Idee, ed. Signorelli, Milano, 1967, vol. I, p. 67 (Archivio Storico Attanasio)

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”.

(…) Calà Carlo (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, Napoli, 1660, (Archivio Storico Attanasio)  

(…) Sigonii Caroli (Carlo Sigonio), Historiarum de Regno Italiae, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Crisci Generoso e Campagna Angelo, Salerno Sacra – Ricerche storiche, ed. della Curia Arcivescovile, Salerno, 1962 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, Tipografia Migliaccio, Salerno, 1852 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937

Rocchi

(…) Rocchi Antonio, De Coenobio Cryptoferratensi, Tuscolo ed. Tipografia Tuscolana, 1893 (Archivio Storico Attanasio)

Guillaume P.,

(….) Guillaume Paul, ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni nel 1877 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Guillaume Paul, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava dei Tirreni, 1876

(…) Ruocco Emilia Anna Gemma, ‘L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume’,  ed. Palladio, Salerno, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090

(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Dal 1166 al 1189, Guglielmo II detto il Buono, re di Sicilia, la contea di Policastro e le baronie di Rofrano e Torre Orsaia

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo della Contea di Policastro al tempo di re Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ e, dei fatti accaduti nel 1178 a Lagonegro.

Re Guglielmo II di Sicilia detto ‘il Buono’

Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte avvenuta nel 1189. Era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi normanni che godé della maggiore popolarità. Durante il suo regno, le nostre terre registrano una famiglia che doveva essere feudataria di Camerota e di Corbella, la famiglia dei Florio. In particolare uno di loro, Riccardo Florio di Camerota, sarà Guistiziere del Regno di Sicilia e di re Guglielmo II. Riguardo la notizia citata da Pietro Ebner (…), secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo II re di Sicilia con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo a Caselle in Pittari divenne monastero benedettino dopo che era passato all’Abbazia di Cava de Tirreni

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Nel 1160, Guglielmo (III), conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160). Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, ora vorrei soffemarmi su Guglielmo (II) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1107 al 1128. Guglielmo (II) era figlio di Roberto d’Altavilla e nipote di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato da cui discendeva. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (II), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di Monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (4) postillava che: “(4) Si vedano i documenti ABC, G, 7 (a. 1131) e G, 26 (a. 1137).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, L, 38 (a. 1195). Nel 1219 Federico II ricevè in demanio la città di Eboli ed i suoi abitanti (C. Carucci, Codice diplomatico Salernitano del secolo XIII (CDC), Subiaco, 1931, I, p. 122), per cui la CONTEA DI PRINCIPATO cessò di esistere come feudo ed il titolo di Conte di Principato divenne solo onorifico. Il termine PRINCIPATO, intanto, fin dal tempo di Ruggero II (1130-1154) era passato ad indicare tutte le terre che comprendevano le attuali province di Salerno e di Avellino (si veda Catalogus baronum, cit., sotto la rubrica: DE PRINCIPATU), costituendo uno dei “Giustizierati” del Regno di Sicilia, il cui numero variò nel tempo ma che si fissò in quello di 9 sotto Federico II di Svevia. Tale numero si conservò anche nei primi tempi degli Angioini, poi il 19 giugno 1284, il PRINCIPATO fu diviso in due giustizierati: ‘Principatus a Serris Montori citra e Principatus a Serris Montori ultra’. Al tempo di Alfonso I d’Aragona (1442-1458) i giustizierati in numero di 12, furono denominati “Province” ed il Principato CITRA ebbe come capoluogo Salerno, il PRINCIPATO ULTRA Montefusco.”. Su Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo, conte del Principato ha scritto pure Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160. A questo Guglielmo dovè succedere (G 7) Nicola, fratello del precedente, come si apprende dal G 6 (“coram Guilielmo germano meo”). V. in A. Balducci (L’Archivio diocesano di Salerno, I, Salerno, 1959, p. 19) il privilegio dello stesso Nicola, conte del Principato ed erede di Guglielmo Normanno, alla mensa arcivescovile di Salerno nel 1141, marzo Ind. IV, Salerno, di cui è un transunto a p. 21 – 1152 agosto, Salerno _ ; v. pure a p. 139 dove è notizia di 23 testimoni presenti all’atto. Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”). Da Nicola, Enrico e poi Guglielmo III si legge in L 38 (a. 1195). Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”. Da segnalare che già nel 1216, la situazione nella “piana di Eboli” era mutata se Costanza, regina di Sicilia e moglie di Federico II, donò (C. Carucci, Codex diplomaticus salernitanum (CDS), I Subiaco, 1931, p. 107, XLIII) alla Chiesa salernitana “decimas platearum et plancarum” di Eboli confermando “omnes usus et bonas consuetudines” in precedenza concessi, v. pure i documenti LX e LX in Carucci cit., privilegi di cui è conferma nel 1221 (LXII Carucci, p. 135).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1167, all’epoca di re Guglielmo II, il vescovo “Giovanni III” venne eretto il Campanile del Duomo di Policastro

Questo Vescovo è ricordato in una epigrafe (iscrizione scolpita) in una lapide marmorea murata alla base della torre campanaria della Cattedrale di Policastro.

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(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – lapide marmorea medievale (foto Attanasio)

La lapide ricorda la costruzione del campanile nell’anno 1167. Di questo vescovo si ha per certo solo questa epigrafe che tuttavia resta una testimonianza del passato di non poco conto. L’epigrafe non passò inosservata agli eruditi del passato. La notizia proviene dall’Antonini. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. Dunque, i due studiosi pongono questo “Giovanni”, nel 1172, all’epoca di Guglielmo II d’Altavilla, re di Sicilia e lo pone non III Vescovo della Diocesi di Policastro ma lo pone V vescovo. In seguito alla rinuncia di Pietro Pappacarbone, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 5° posto risulta “Giovanni”, menzionato dall’anno 1166 (….). In Wikipidia leggiamo che: “Giovanni I † (1166 – 1º agosto 1172 deceduto)(10)”. In Wikipedia alla nota (10) leggiamo che: “(10) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Giovanni, che figura dall’anno 1166.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D.   MCIII – Anni D.  MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D.  MCLX Floresia ob.    A.D.I.   MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”.

Garufi, p. 104-105

(Fig….) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, p. 104-10

Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Sul vescovo Giovanni ha scritto Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Ecc..”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. Il Cataldo, però, nel 1973, nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 170, nella serie dei Vescovi della Diocesi, dopo Pietro Pappacarbone e Arnaldo pone  “3. Giovanni …….(?)……1166”. Dunque, nell’edizione del Laudisio lo pone 6 vescovo e nel suo inedito lo pone 3 vescovo. Pietro Ebner scriveva che il Laudisio non diceva nulla del vescovo Giovanni ma abbiamo visto che ciò non è vero. Ebner, però cita la “cronostassi dei vescovi” che fece il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo, nella sua cronostassi dei vescovi di policastro pone Giovanni Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172)”. Dunque, il Cataldo ci dice che ritroviamo il III Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro, nel 1166 e poi ancora nel 1176 lo ritroviamo ancora. Il Cataldo, da dove trae la notizia di un vescovo chiamato Giovanni sia nell’anno 1166 e nel 1176 ?. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Diocesi d’Italia”, nel vol. XX, a pp. 369 e s. ci parla di Policastro e, sulla scorta dellUghelli (….)(nella sua nota (I), ‘Italia Sacra’, tomo VII, pp. 544-553), in proposito scriveva che: “nè, dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo. Nell’anno infatti 1211, si trova, in una lettera di papa Innocenzo III la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonini che lo avevano eletto, e Federico re di Sicilia, ecc…”. Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4)…..I vescovi che poscia succedettero al Pappacarbone, per quanto a noi è tornato conoscerne ascendono fino al presente al numero di cinquanta: numero che noi crediamo incompiuto.” ma della serie dei vescovi di Policastro nessun accenno. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, vol. II, a p. 684 (indice) riporta: “Giovanni: vescovo di Paestum, 275, 317; G., vescovo di Paestum, 317; G., vescovo di Paestum, 283, 321; G., vescovo di Capaccio, 120, 279, 281, 326;”.

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La chiesa cattedrale di policastro Bussentino è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il CAMPANILE romanico fu costruito nel 1167 per volere di re Guglielmo II e ampliato nel XIV secolo. Al primo periodo risalgono i primi due ordini di arcate, eretti sulle vestigia di una torre di difesa romana. Nel XIV secolo il Campanile fu completato con altri due ordini di arcate e con la cuspide terminale che in seguito fu distrutta da un fulmine. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Laudisio (…), a p. 18, in proposito scriveva che: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Laudisio scrive che l’anno di erezione del campanile della Catterale di Policastro è del 1167, anno in cui sul Regno di Sicilia dominava Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono e re di Sicilia dal 1166.

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(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – lapide marmorea medievale (foto Attanasio)

Orazio Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ una nota iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.,”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (81), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Ma la notizia non viene dal Cataldo. La notizia proviene dal Laudisio e prima ancora dall’Ughelli. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Il Laudisio, a p. 95, nella sua nota (13) postillava che: “(13) L’iscrizione è posta attualmente sul muro della scala di accesso alla sacrestia della Cattedrale; è mutila e mancano le parole ANNO INCARNATONIS CHRISTI M(ENSE) APRILI XV IND (ICTIONE) II (n.d.t.).”. Nel 2004, Rosanna Romano (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, a p. 37, nel suo “La cattedrale di Policastro”, a p. 37, nella sua nota (3) postillava che: “(3) cfr. A. Montefusco, ‘La cattedrale nella storia e nell’arte’, in Chiesa Cattedrale di Policastro, 1990, pp. 25-39”. Sempre la Romano (….), nello stesso testo, a p. 38 in proposito scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana. L’edificio si distribuisce su tre piani ed è caratterizzato da monofore e arcate cieche intrecciate di epoca normanna. Come testimoniano alcune fotografie risalenti a prima dei restauri, si rileva che il campanile conserva due ordini di lesene con archi intrecciati, che ritroviamo nel duomo di Amalfi e di Salerno e ricalcanti motivi di miniature già presenti nel ‘Liber ad honorem Augusti’ di Pietro da Eboli (4). Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV. Completava il campanile una cuspide oggi mancante perchè distrutta da un fulmine. Questa vien ben rappresentata nel rilievo in facciata.”. La Romano, a p. 38, nella sua nota (4) postillava: “(4) Ibidem.”. Sempre nello stesso testo, il saggio del sacerdote Giuseppe Cataldo (….) “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito è scritto che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; la ricostruzione di Policastro da parte di Ruggero II, duca di Calabria e Puglia (1085-1111)(15) e la successiva elevazione della città a contea, data a Simone il Bastardo nel 1152 (16); la ricostruzione del campanile dell’attuale cattedrale romanico-normanna ad opera di Guglielmo II il Buono e del vescovo Giovanni III nel 1167 (17); i restauri e le innovazioni rinascimentali, ad opera del vescovo Filippo Giacomo (1652-1671)(18).“. Il Cataldo, a p. 52, nella sua nota (17) pstillava che: “(17) Lapide di Policastro (campanile).”.

Nel 1167, la lapide simile nella consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea

Riguardo questo Vescovo, Giovanni III devo citare padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. III, che, a p. 38 parlando della “Cronostassi dei Vescovi etc…”, della Diocesi di Cassano Jonica, in proposito scriveva che: “11) GIOVANNI III (1165-1168) – E’ un altro nome nuovo, che si inserisce nella Cronostassi dei Vescovi di Cassano. Risulta da una lapide marmorea, che ricorda la consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea. Questa, che altra volta era sul muro esterno della suddetta chiesa, è ora adibita in una scala di casa moderna. E così: concepita:

                                                                                                TEM SEMPR MAGNIFICI W. SEDI

                                                                                             REGIS. JOHS. III. EPS. DO. ET BEATE

                                                                                                     M. HOC OPVS FECIT MCLXVII.

Cioè: ‘al tempo del Magnifico Re Guglielmo (il Malo) il Vescovo Giovanni III ha consacrato in onore di Dio e della Beata Vergine Maria MCLXVII’. Quel che c’è da rilevare in questa lapide è che il Vescovo consacrante si qualifica come Giovanni III: il che vuol dire che, tra i suoi predecessori, ce ne sono stati altri due di questo nome. Ciò giustifica, i qualche modo, l’inserzione dei due Prelati di questo nome da noi fatta in precedenza. Si tratta, evidentemente, di semplice supposizione e di nient’altro.”. La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, la Baronia del Cilento

Guglielmo di Sanseverino era figlio di Enrico I Sanseverino e di Fenicia di Sanseverino avuto in prime nozze. Fenicia Sanseverino poi in seguito sposò Ruggiero conte di Avellino. Da Wikipedia leggiamo che da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 118-119-120-121, in proposito scriveva che: “IX. La signoria dei Sanseverino nel Cilento si protrasse lungamente……Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Allorchè Guglielmo II soprannominato ‘il buono’, asceso al trono di Napoli, si recò a Palermo nell’anno 1168, Guglielmo Sanseverino che aveva ottenuto per intercessione della regina il permesso di tornare in patria (1) corse colà per impetrare la restituzione dei feudi e l’ottenne nonostante le vive opposizioni del cugino, cui si dettero in compenso altri feudi in Puglia (2). Guglielmo Sanseverino, che tenne per molti anni la baronia del Cilento e la contea di Capaccio conciliandosi il favore del sovrano, il quale lo creò grande giustiziere e comestabile, conservò sempre benevoli rapporti con la badia di Cava. Di buon accordo tra essi nel marzo del 1186 designarono i porti che ciascun di loro possedeva nel Cilento (3) e nell’anno successivo i confini dei vari casali appartenenti all’abate (4). In questo contratto si parla di un piano detto ‘Rocca della Melella’ e di una via che conduce alla Rocca dello stesso Guglielmo, cioè a Rocca Cilento, sede della baronia del Sanseverino. Nel catalogo dei baroni, formato al tempo di Guglielmo il buono, sotto la rubrica “De Principatu” trovasi compreso Guglielmo di San Severino per i suoi feudi di San Severino, di Montorio e del Cilento, per i quali doveva dare 44 militi ed 80 pedoni (5).”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (1) postillava che: “(1) Ivi, pag. 320”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, ivi”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (4) postillava che: “(4) Pubblicato dal Ventimiglia, Doc., IX, fol. 32”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (5) postillava che: “(5) De Meo, Pubblicato dal Borrello nell’opera già citata.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure  Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Sull’importanza dei territori e della baronia alle dipendenze di Guglielmo I Sanseverino figlio di Enrico, Ebner non è dello stesso avviso del Cantalupo. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 238, nella nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia a Corneto). Aveva Trentinara – due militi – Magliano – uno – e Selofone – uno; vedi pure nn. 462, 487 metà di Fasanella; per i suffeudatari, nn. 488 e 489 – Roberto di Cles – ) dipendeva Guglielmo di Sanseverino (n. 438, figlio di Enrico, che solo per Sanseverino era tenuto a fornire otto cavalieri, per “Calendo feudo sex militum”: vedi allo stesso n. 438, p. 80, la forma ‘Cilenti’) dal quale dipendevano Florio di Camerota e di Corbella, lo stesso Lampo per Corneto, Magliano, Trentinara e metà di Fasanella, Guido di Trentinara (n. 433 – un milite – , n. 444, Asclittino di Sicignano – un milite -, n. 451, Alfano di Velia – per questo feudo tre militi etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 239, in proposito scriveva che: “Tra le notizie tili quelle relative a Calento (Cilento) di cui Guglielmo di Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, il quale era tenuto a fornire per Cilento un solo milite. Un feudo, dunque, relativamente redditizio se pure molto esteso.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forze politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nell’Appendie del suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate etc…”, a p. XXXVI, pubblicò il documento n° X:

Ventimiglia, doc. X, pag. XXXVI

Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari

Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”.

Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII, p. 560

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, la Baronia del Cilento

Guglielmo di Sanseverino era figlio di Enrico I Sanseverino e di Fenicia di Sanseverino avuto in prime nozze. Fenicia Sanseverino poi in seguito sposò Ruggiero conte di Avellino. Da Wikipedia leggiamo che da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 118-119-120-121, in proposito scriveva che: “IX. La signoria dei Sanseverino nel Cilento si protrasse lungamente……Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Allorchè Guglielmo II soprannominato ‘il buono’, asceso al trono di Napoli, si recò a Palermo nell’anno 1168, Guglielmo Sanseverino che aveva ottenuto per intercessione della regina il permesso di tornare in patria (1) corse colà per impetrare la restituzione dei feudi e l’ottenne nonostante le vive opposizioni del cugino, cui si dettero in compenso altri feudi in Puglia (2). Guglielmo Sanseverino, che tenne per molti anni la baronia del Cilento e la contea di Capaccio conciliandosi il favore del sovrano, il quale lo creò grande giustiziere e comestabile, conservò sempre benevoli rapporti con la badia di Cava. Di buon accordo tra essi nel marzo del 1186 designarono i porti che ciascun di loro possedeva nel Cilento (3) e nell’anno successivo i confini dei vari casali appartenenti all’abate (4). In questo contratto si parla di un piano detto ‘Rocca della Melella’ e di una via che conduce alla Rocca dello stesso Guglielmo, cioè a Rocca Cilento, sede della baronia del Sanseverino. Nel catalogo dei baroni, formato al tempo di Guglielmo il buono, sotto la rubrica “De Principatu” trovasi compreso Guglielmo di San Severino per i suoi feudi di San Severino, di Montorio e del Cilento, per i quali doveva dare 44 militi ed 80 pedoni (5).”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (1) postillava che: “(1) Ivi, pag. 320”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, ivi”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (4) postillava che: “(4) Pubblicato dal Ventimiglia, Doc., IX, fol. 32”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (5) postillava che: “(5) De Meo, Pubblicato dal Borrello nell’opera già citata.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure  Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Sull’importanza dei territori e della baronia alle dipendenze di Guglielmo I Sanseverino figlio di Enrico, Ebner non è dello stesso avviso del Cantalupo. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 238, nella nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia a Corneto). Aveva Trentinara – due militi – Magliano – uno – e Selofone – uno; vedi pure nn. 462, 487 metà di Fasanella; per i suffeudatari, nn. 488 e 489 – Roberto di Cles – ) dipendeva Guglielmo di Sanseverino (n. 438, figlio di Enrico, che solo per Sanseverino era tenuto a fornire otto cavalieri, per “Calendo feudo sex militum”: vedi allo stesso n. 438, p. 80, la forma ‘Cilenti’) dal quale dipendevano Florio di Camerota e di Corbella, lo stesso Lampo per Corneto, Magliano, Trentinara e metà di Fasanella, Guido di Trentinara (n. 433 – un milite – , n. 444, Asclittino di Sicignano – un milite -, n. 451, Alfano di Velia – per questo feudo tre militi etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 239, in proposito scriveva che: “Tra le notizie tili quelle relative a Calento (Cilento) di cui Guglielmo di Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, il quale era tenuto a fornire per Cilento un solo milite. Un feudo, dunque, relativamente redditizio se pure molto esteso.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nell’Appendie del suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate etc…”, a p. XXXVI, pubblicò il documento n° X:

Ventimiglia, doc. X, pag. XXXVI

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Ecc…”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, …….ecc….Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Ecc…”.

Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro, Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari

Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”.

Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII, p. 560

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Il ‘castrum’ ed il castello di Policastro ai tempi del re di Sicilia Guglielmo I d’Altavilla

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”. Ebner (…), a p. 335, nella sua nota (30), postillava che:  “(30) ‘Catalogus Baronum’ Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’, ecc…ecc..”. Sul ‘Catalogus Baronum’, ho dedicato ivi un mio saggio, in cui ho pubblicato alcune pagine tratte dal testo di Evelin Jamison (…). L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

Ebner, p. 335

(Fig. 14) Ebner (…), p. 335, parla di Policastro, nota (30)

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo.

de Policastro

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Evelyn Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574 (citati da Ebner, a p. 335, nota (30)), vol. II

Nel 1178, il trattato di Venezia tra re Guglielmo II il Buono e Federico I il Barbarossa, rubato a Lagonegro

Dell’epoca di re Guglielmo II il Buono, delle nostre terre e dell’imperatore tedesco Federico I il ‘Barbarossa’, oltre alla citazione del Cataldo (…), di una distruzione di Policastro nell’anno 1154, ci parla lo storico lagonegrese Giuseppe Pesce (…), in un suo pregevole studio sulla ‘Storia della Città di Lagonegro’, che riferisce un interessante episodio che ci riguarda più da vicino. Il Pesce (…), nel 1913, a p. 200 e sgg., traendo l’interessante notizia da Matteo Camera (…), che a sua volta la traeva dal cronista del tempo Romualdo Guarna Salernitano (…), riferisce un episodio del 1178, al tempo di re Guglielmo II il Buono. Il Pesce (…), nel Cap. III, III, “Gli Ambasciatori di Federico Barbarossa oltraggiati a Lagonegro, narra di una zuffa accaduta a Lagonegro, dove fu rubato il trattato di Venezia stipulato tra il Papa, l’Imperatore Barbarossa ed i Comuni Italiani, dopo la disfatta di Legnano. Il Pesce (…), così scriveva in proposito: “Il fatto è narrato in tutti i suoi particolari dallo storico del tempo Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, il quale visse alla corte di Guglielmo II, detto il Buono, Re di Sicilia, e scrisse in latino la Cronaca di quel Reame, che è stata più volte stampata e della quale si conserva una pregevole copia manoscritta nell’Archivio del Capitolo di Salerno (1). Negli ‘Annali delle due Sicilie’ Matteo Camera, riferendosi alla succitata fonte del Guarna, così narra dell’incidente: “Anno 1178. L’Imperatore Barbarossa spedisce al Re Guglielmo di Sicilia due suoi ambasciatori con lettere, Ugolino Buoniconte e Redelgario suo gran Camerario, onde far ratificare gli articoli della pace stabilita a Venezia. Alla loro partenza il Re di Sicilia, li fece ricondurre ed accompagnare dai suoi scudieri fino ai confini del Regno. Nel giungere a Lagonegro in Basilicata, insurse rissa fra quei contadini con uno degli scudieri, il quale per difendersi si rifugiò nell’ospizio degli ambasciatori; ma i villani, temerariamente assalirono la casa, offesero a colpi di pietra i ministri stranieri, e rotto uno scrigno ne portarono il diploma della pace segnata, e con esso una coppa di argento. Quei personaggi portandosi a Salerno a farne lagnanze all’Ammiraglio Gualtieri Mach ed all’Arcivescovo di quel luogo. All’annuncio di tale audace successo il Re Guglielmo spedì David suo Camerario con lettere ai Giustizieri di Principato, onde procedessero rigorosamente contro i malfattori e complici e che quanti ne prendessero fossero impiccati. L’ordine fu poi eseguito appuntino, e dei rei alcuni furono poi impiccati a Barletta, altri presso Troia, uno a Salerno, l’altro a Capua e due presso San Germano., “ut totus mundus evidenter cognosceret quod Villelmus iustitiae et aequitatis amator sit et si qua maleficia in regno suo fuerint, non vult silentio et impunita transire.”. Così Romualdo Guarna Salernitano, il quale quì finisce la sua cronaca di Sicilia. Da ultimo il Re ordinò che si rifacesse un altro diploma, che poi mandò all’Imperatore per mezzo di Tancredi suo Notaro. E’ risaputo che dopo la disfatta di Legnano del 1176 il Barbarossa si vide costretto a fare la pace coi Comuni Lombardi, e dopo molte negoziazioni, si stabilì a Venezia una tregua di 6 anni tra lui, il Papa e le città lombarde, nella quale venne temporaneamente mantenuto ai Comuni l’esercizio dei diritti regali, ed appunto a questo trattato accenna il Guarna; scaduta poi la tegua, fu concluso nella città di Costanza un trattato di pace nel 1183. Nulla poi vogliamo aggiungere a quanto lasciò scritto sull’oltraggio patito da quegli ambasciatori di Barbarossa, lo storico cesareo della corte di Sicilia, inteso ad annullare il suo Re etc…. Vista la notevole importanza dell’episodio riportato dal Camera (…) prima e dal Pesce (…), in seguito, ecco cosa scriveva Romualdo Guarna, pubblicato dal Del Re (…), vol. I, p. 70:

Del Re, Romualdo Guarna su Lagonegro, p. 70

(Fig…) Del Re (…), vol. I, p. 70, Romualdo Guarna Salernitano (…)

Da Wikipedia leggiamo che nel 1177 fu stipulata la cosiddetta “Pace di Venezia”. Si giunse così alla Pace di Venezia nel luglio del 1177, cui parteciparono papa, imperatore, Romualdo Guarna in rappresentanza del re di Sicilia Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni. Il 23 luglio fu confermata la pace con il papa secondo gli accordi di Anagni, fu concordata una tregua con il re di Sicilia di quindici anni e una, con i Comuni, di sei anni. Federico ed Alessandro alloggiarono presso il centro monastico di San Niccolò al Lido, dove l’imperatore ripudiò l’antipapa Callisto III, ammise i suoi errori e riconobbe come capo della cristianità Alessandro III. Successivamente, in Piazza San Marco, durante una cerimonia solenne, Federico si inginocchiò e baciò la pantofola del pontefice, il quale, aiutatolo ad alzarsi, lo abbracciò paternamente. Inoltre, il papa fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l’imperatore compì la cerimonia di reggergli la staffa. Federico rimase in Italia sino alla fine dell’anno; poi nel 1178 tornò in Germania dove risolvette definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con il cugino, Enrico il Leone, reo di non avere sostenuto l’imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare.

I Florio di Camerota, signori di Corbella, al tempo di re Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono

Secondo la Treccani, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: “Fu cittadino di Camerota Riccardo Florio Giustiziero di Guglielmo il Buono. Era egli in tanta stima appresso al Re, che questo nell’anno MCLXXVI. mandollo con Elia Vescovo di Troja, e con Arnulfo Vescovo di Capaccio in Inghilterra a chiedere in moglie al Re Enrico, Giovanna di lui figlia. Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole: ‘Interea Rex W. (Wilielmus) consilio Papae Alexandri Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquensem Episcopum, & Florium de Camerota Regium Justitiarum ad Regem Henricum Angliam misit, ut ei Joannam minorem filiam siam in uxorem daret’. Fa lo stesso ‘Cronista’ un’altra volta menzione di costui sul fin dell’opera, allor che dovette esaminare la causa degli uccisori dell’Abbate di S. Benedetto di Salerno. ‘Ruggiero d’Hovveden negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

Mannelli, p. 46v.JPG

(Fig…) Ms di Luca Mannelli (…), p. 46v (Archivio Storico Attanasio)

Il Mannelli (…) scrive di Camerota e dei Florio (…), che: “Rese chiara e famosa questa terra al tempo dei Normandi, la famiglia Camerota così detta per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, della quale era quel Florio, che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, che essendo Giustiziero, fu uno dei Giudici nella causa del Conte Riccardo di Mandra, Conte di Molise, imputato di contro del Gran Cancelliere, e d’altri delitti annoverando i Giudici con questo Ordine.”.

Mannelli, p. 46v.PNG

Poi il Mannelli (…), proseguendo il suo racconto sui Florio di Camerota, a p. 46r del suo Ms, scriveva che:

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r (Archivio Storico Atanasio)

“So che non mancherà, chi mi censuri, udendo sostenere che costui, non fusse cittadino, ma Signore di Camerota, fondandosi sopra quella opinione, quanto vera in alcuni particolari, tanto falsa in generale che il nominarsi tal’uno di qualche luogo particolare, dinotava essere padrone, ma per convincere con prova manifesta che questo Florio di Camerota, non fusse altrimenti Signore di questa Terra apportaro la numerazione de Baroni fatta a quei tempi, dove ne lui ne altro di tal famiglia si leggesi dominar di Camerota, ma ben altri luoghi. Dicesi dunque in quel Registro ‘Florius tenet Corbella Rendu 11 mil. Pro alio ……………fuit Rogery Russi, qui dictus est Rex, quod domini Rex, ………….obtulit mil. 11 il medesimo come Commendatario di Guglielmo Sanseverino offrì altra quattro soldati. Di un altro si legge ‘Raul. tenet Balius filii Rogery de Camerota tene 11 mil. obtulit mil. IV et pro alio Rendo uniui mility quod Domini Rex ei trudit, obtulit …augumento militi II’ fu Filippo di Camerota, fu parimenti fu Giustiziero Regio insieme con Luca Guarna, pure sotto de’ Re Normandi, come si nota nella cronaca di Romualdo, Regnando i Svevi, si ritrova memoria di Carlo e di Giovani dè Conti di Militello e di Montesarchio, come anco di Filippo erede del già detto Giustiziero. Sotto il Re Carlo I, Nicolò come troppo parziale dei Svevi, fu dichiarato ribelle, e fatto prigione insieme con molti della famiglia Gentile, ed altri. Pochi anni appresso vedesi essere in grazia del Re Errico di Camerota che vedesi annoverato frà feudatari di Principato insieme con Minosa Contessa d’Apice, Ruggiero Silvatico, Giovanni di Montenegro, Goffredo di Lorena, Luterio di Senerchia, Tommaso d’Arrabito, Giovanni Valva, Matteo Buonhomo, Giovanni Granco, ed altri. Ritrovo, che questa famiglia, sino al 1385 fosse della Badia, poichè Giovanni XXI conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo anno del pontificato standosi in Avignone, come nella Bulla in cui si legge. Dilectis filis Abbaty Monasteri S. Coni Ecc..”. Il Mandelli enumera altri nobili di Camerota: Filippo, Gistiziero regio, ed un omonimo erede, Carlo e Giovanni, questi ultimi due nipoti del conte di Mileto e Montesarchio. Dunque, nel manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, da cui attinse molte notizie il Gatta (…), si apprende che sui Florio di Camerota aveva scritto Ugo Falcando (…). Il Mannelli (…), nel suo Ms., a p. 46v, parlando di Florio di Camerota, scrive che: “….che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, ecc..”. Ugo Falcando (…), scrisse, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Besta. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 1154-1169. Falcando narrò la storia del Regno Normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo († 1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica. Il Mannelli (…), prosegue il suo racconto e inizia a parlare di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.“. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. Esiste un collegamento tra la famiglia dei Marchisio, al tempo dei Normanni del Guiscardo ed i Florio di Camerota, che ritroviamo nel 1185, citati nel “Catalogus baronum” ?. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”.

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(Fig….) Ebner (…), op. cit., p……

Pietro Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto tempo dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Da Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, apprendiamo che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Dunque il Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo. Le notizie in merito che ho riferito, fanno riferimento alla III Crociata, al tempo di Re Gulielmo II il Buono e si parla dell’anno 1188. L’altra notizia fa riferimento alla Crociata organizzata da re Riccardo I cuor di Leone. La notizia, invece dei Crociati che sostavano a S. Pietro di Licusati di Camerota e che partivano da porto Infreschi (“Amforisca”), riferita dal La Greca (….), non ci è dato di conoscerne la fonte bibliografica. Come ho già scritto, Guglielmo di Tiro (…), scrisse una cronaca del tempo e si basò molto su un’altra cronaca del tempo scritta da Guglielmo di Aix (…). La ‘Historia rerum in partibus transmarinis gestarum’ è un dettagliato resoconto scritto in latino della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183. Da molti critici, il tono degli scritti viene considerato distorto ed eccessivo, ma le sue cronache sono in realtà ricchissime di notizie anche sull’Ordine dei Cavalieri templari e sulla sua origine. D’altra parte, egli viene considerato come uno dei pochi cronisti del tempo che conosceva approfonditamente il mondo musulmano, i sunniti, le dinastie al potere. Era in stretto contatto con i regnanti di Gerusalemme e partecipò in prima persona a parecchi eventi. La cronistoria si interrompe intorno al 1183, pressappoco l’anno della sua morte. Tuttavia altri cronisti proseguirono la cronaca redigendo altri scritti in antico francese: tra i Continuatori di Guglielmo (come oggi sono noti alla storiografia) spicca Ernoul. A Guglielmo vengono anche attribuiti iGesta orientalum principum’, una storia dell’Impero romano d’Oriente dal 612 al 1182, che ci è pervenuta solo frammentaria. Mario Caravale (…), nel suo ‘Il Regno Normanno di Sicilia’, pubblicato nel 1966, a p. 162, parlando dei Giustizieri del Regno di Sicilia, in proposito scriveva che: “La corte, infatti, riunita per giudicare Riccardo di Mandria presentava tra i suoi componenti “Florius Camerotensis, iudex quoque Tarentinus et Abdenago Hannibalis filius, qui magistri erant iusticiari” (246).”. Il Caravale, a p. 163, nella sua nota (246), postillava che: “(246) Ugo Falcando, ‘Liber de regno Sicilie’, cit. op. p. 140 s.”. Sempre il Caravale, a p. 225, scriveva che: “Sotto Ruggero II troviamo quali giustizieri a Salerno nel 1143 l’arcivescovo della città Guglielmo e lampo di Fasanella (22) e nel 1151 lo stesso Lampo insieme con Florio di Camerata e Guaimario (23).”. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Originale in Archivio di Cava dei Tirreni XXV, 3, 38, 40, riportato da C.H. Haskins, England and Sicily, p. 643, n. 643, n. 112. la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, cit., X, p. 168 s. e E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 231, in proposito scriveva che: “…e a Salerno nel 1151 Lampo di Fasanella, Florio di Camerota e Guaimario risolvono a favore del vescovo salernitano Guglielmo la causa da lui promossa contro il conte Landolfo per i diritti che quest’ultimo pretendeva di avere sopra alcune chiese del vescovado (56).”. Il Caravale, a p. 231, nella sua nota (56), postillava che: “(56) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc, op. cit., X., pp. 168 s. e A. Jamison, The Norman administration, cit.,  Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Il Caravale a p. 233, in proposito scriveva che: “Ad una precedente sentenza, invece, fa riferimento il giudizio espresso a Salerno nell’ottobre del 1151 da Lampo di Fasanella, Florio di Camerata e Guaimario: la vertenza in esame era infatti già stata risolta a Terracina, di cui aveva fatto parte lo stesso re Ruggero II e della quale i primi due giustizieri avevano fatto parte. Nel 1151 non si ha, però, il giudizio di appello contro la sentenza del re ecc..”. Sempre il Caravale a p. 237, in proposito scriveva che: “Nel 1151 il camerario Alfano è a Salerno insieme ai giustizieri Lampo di Fasanella e Florio di Cammerata (92) e nel 1152 presso Cava (93).”. Il Caravale, a p. 237, nella sua nota (92), postillava che: “(92) A. Di Meo, Annali etc, op. cit. X, p. 168 e Jamison E., op. cit., Appendix n. 9., pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 238, scriveva che: “Nell’ottobre del 1151 il camerario Alfano insieme (e sullo stesso piano) con i giustizieri Lampo di Fasanella, Florio e Guaimario giudica la sentenza tra l’arcivescovo di Salerno e il conte Landolfo figlio di Ademaro (101). Nel febbraio del 1146 il camerario Atenolfo aveva deciso insieme con i giudici di Salerno la lite tra la chiesa di S. Maria ‘de Domno’ in Salerno e il monastero di S. Maria e S. Benedetto della stessa città.”. Il Caravale, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”. La Evelyn M. Jamison, nel 1913, pubblicò: ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987:

Jamison, The norman etc.PNG

(Fig….) Jamison E.M., ‘The norman administration of etc.’

Secondo il Caravale (…), la Jamison (…), nel suo ‘The norman administration etc’, veniva citato Florio di Camerota, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”, questa postilla ricorre spesso nelle sue note. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Tuttavia la Jamison (…), non pubblica nulla di nuovo di quano avesse già detto il Di Meo (…). Dunque, nel 1966, lo storico Mario Caravale (…), ha citato più volte Florio di Camerota, basandosi principalmente sul Di Meo (…) e, sui documenti tratti dal ‘Catalogus Baronum’ che pubblicò la storica Evelyn M. Jamison (…). La Jamison (…), nel 1913, pubblicò “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.”, di cui in seguito Errico Cuozzo (…), nel 1984 pubblicò il commentario del ‘Catalogus Baronum’

Jamison, Cataloggo dei baroni

(Fig….) Catalogus Baronum, pubblicato da Evelyn M. Jamison nel 1972, ISIPME

Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”:

Cuozzo, Commentario, p. 133, su Florio.PNG

Cuozzo, Commentario, p. 134, su Florio di Camerota.PNG

(Fig…) Cuozzo Errico, op. cit., pp. 133-134, dove al n. 454 si parla di Florio di Camerota

Nel 1176, Riccardo Florio di Camerota, nipote di Alfano, su incarico da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono si reca in Inghilterra da re Enrico II

Secondo la Treccani, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. Da Wikipedia leggiamo che: “Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti, entrambi normanni. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8).. Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

Antonini, p. 412 sui Florio

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(Fig…) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…). L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovvedea negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovvedea”. Antonini (…) scrive che il cronista inglese “Ruggiero d’Hovvedea” (…), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Forse è proprio da questa chronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna, la figlia decenne di Enrico II, a nome di Guglielmo II di Sicilia. La commissione, alla quale durante il viaggio si era unito l’arcivescovo di Rouen, doveva garantire al Normanno finanche le doti di avvertenza della principessa, e formalizzare le nozze, in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la chronaca apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”:

Hoveden, p. 115

Hoveden, p. 116

(Fig….) Hovden, Gesta Henrici, pp. 115-116 e ssg.

L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovvedea negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovvedea”. “Ruggiero d’Hovvedea” (così lo chiamava Antonini), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a pp. 580-581 parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “(8) – L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, e scrive che Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro (…), ricorda “Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia citata da Ebner, che riguarda re Guglielmo II, Camerota e Florio è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo.

Nel 1188, Riccardo Florio di Camerota, fornisce militi a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa (?)

La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse militi a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8). Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che:  “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 18…., dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.. Ma ancor prima che ne avesse scritto il Bozza (…), ne scriveva l’Antonini (…), nella sua “Lucania”, dove a p. 412, II edizione, parlando di Camerota e di Riccardo Florio, scriveva in proposito che: “Fu questo Florio ricco anche di molti feudi, poichè nella famosa spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Dunque, la notizia che il feudatario di Camerota e di Corbella Riccardo Florio avesse fornito sodati per la Crociata al tempo di re Guglielmo il Buono proviene dall’Antonini, ma egli non parla della III Crociata (a. 1188) come dice nel 1888 il Bozza (…) e non dice che i soldati forniti da Riccardo Florio siano stati forniti a Riccardo Cuor di Leone. Da quale fonte il Bozza ha attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: ….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da  “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867: 

Cattura................

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)

La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum  Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc…. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notiziacitata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’ del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…) nel 1600), parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Pietro Ebner e Amedeo La Greca (…), nel testo ‘I temi di Licusati’. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Sempre lo storico Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a pp. 361-362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che:  “Guglielmo II invia al re Arrigo d’Inghilterra ambasciatori, Florio da Camerota giustiziere e Vicerè, coi vescovi Elia di Troja ed Arnulfo di Capaccio, a dimandargli la figlia Giovanna sorella di Riccardo Cuor di leone in moglie. Il matrimonio vien conchiuso e la regina è condotta al re di Sicilia.”. Sempre il Bozza, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”. Sempre il Bozza, parlando dell’anno 1178, scriveva che: “Guglielmo manda con la flotta il suo ammiraglio Margaritone in Grecia contro l’imperatore Andronico. ( a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa. (a. 1186) Guglielmo II invia la flotta in soccorso dei cristiani di Tiro assediati da Saladino, ed ivi unita a quella di Corrado di Monferrato fa sciogliere l’assedio. (a. 11899 Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’Imperatore Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Ecc…”. Dunque, il Bozza, oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo cuor di Leone. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel priodo. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) ma la pone nell’anno 1189, prima della morte di re Guglielmo II il Buono.  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquantaindietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto ‘Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di  Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio). La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra  e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.   Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Göksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366 citando Riccardo Cuor di Leone, in proposito scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”.

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che“(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota…...Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe, citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo A., op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosaee a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, iocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, a pp. 48-49, parlando di Leniscosa, in proposito scriveva che: “Una zona un pò più trafficata era quella di Infreschi e Marcellino: da un’antica donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa abbiamo notizia della vita che si svolgeva intorno al 1493 ad Infreschi, detta nell’istrumento “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”….da questo documento notarile possaimo arrivar alla spegazione del nome Infreschi, cioè luogo fresco o con acque fresche, infatti vi sono due sorgenti grosse e un numero imprecisato di pozzi sorgivi non solo al porto ma anche all’interno.”. Angelo Gentile, riportando l’interessante notizia su ‘Infreschi’, non cita alcuna fonte bibliografica. Forse si riferiva alla:

Nel 1480, ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Si tratta di una ‘Platea dei beni’ del 1480, a cui si rifaceva un’altra ‘Platea dei beni’, scoperta da Pietro Ebner (…), che nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Mentre, nel suo saggio ‘Dimensione fondiaria di ecc..’, del 1979 e pubblicato da Amedeo La Greca (…), a p. 217, nota (3), Ebner (…), scriveva: “Sull’esistenza sicura del polittico del 1480, v. ad esempio, a f. 183 e a f. 183 t: ‘confecto in anno 1480’ e che non doveva superare di molto i 249 ff. Il numero più alto che, del vecchio inventario, si legge in quello del 1613.”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Del documento del 1613, scoperto da Ebner (…), parleremo innanzi. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precdente ‘Platea’ del 1480. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555 e s., parlando del casale di ‘Bosco’, scriveva che: “Ma ben più importante è l’elenco dei diritti feudali all’abbazia di S. Pietro di Licusati, trascritti dall’inventario del 1480 e distinti in capitoli.”:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 557-558

Giuseppe Maria Galanti (…), nel suo ‘Descrizione Geografica e Politica delle due Sicilie’, a p. 252 del tomo IV, in proposito scriveva di Camerota e di Porto Infreschi. Il Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102). Il Mandelli enumera altri nobili di Camerota: Filippo, Gistiziero regio, ed un omonimo erede, Carlo e Giovanni, questi ultimi due nipoti del conte di Mileto e Montesarchio (Mandelli, 145).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’.

I Templari, i Crociati e l’Ordine dei cavalieri Ospetalieri

Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I° Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…),parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”.

Nel 1198, il toponimo di “Pittari” su alcuni documenti greci di Aieta

Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III°, a pp. 41-42 in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco (…) si riferiva al testo di Francesco Trinchera (…), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Ma vediamo in dettaglio i documenti citati dal Fusco. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Infatti, Francesco Trinchera (…), nell’Appendice al suo ‘Syllabus Graecorum Membranarum etc…’, a p. 545, pubblicava l’antica pergamena non datata, il documento VII:

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, e citato dal Fusco (…) riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484”. Dunque, il Trinchera (…) pubblica la pergamena greca in questione che non è datata. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”.

Trinchera, p. 328

(Fig…) Trinchera, op. cit, p. 328

Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo altro documento di Aieta, scrive che con buona approssimazione anche l’altro (il doc. VII pubblicato dal Trinchera) potrebbe essere un documento del 1198. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 in proposito ancora aggiungeva che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ………………………………………………….), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (……………………………………………..), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (…………………………) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) …………….(Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài ecc… pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte…il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa anticihissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di Caselle. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”. Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando. Il Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 220, in proposito a Matteo Scullando scriveva che: “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella ecc..ecc…Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Secondo il Cappelli (…), nell’antica pergamena è scritto che Matteo Scullando fece retaurare la chiesa di S. Michele Arcangelo e vi aggiunse uno spizio. Ma il Cappelli (…), non si riferiva ad una chiesa sopra il monte di Caselle ma sopra il monte di Aieta. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco però non parla di Matteo Scullando, forse non aveva letto il Cappelli. Matteo Scullando era senza dubbio un personaggio Normanno. Su Matteo e gli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220 scriveva che: “Il monte su cui sorgeva la primitiva Ajeta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia ………………………. appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine Calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Sempre sugli Scullando ad Aieta ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’.  

Lomonaco, p. 11

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11

Dunque il Cappelli (…) nell’Indice parla di una chiesa di “S. Michele Arcangelo (ch) ad Aieta” e non cita affatto Caselle in Pittari. Il Cappelli però non ha prestato attenzione alla citazione di “Pittari” nel documento citato dal Fusco. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. 

Nel 1191, Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno

Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, igia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguacedi Enrico VI, siarroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella, sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III.

Nel 1195, Guglielmo (IV), conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, vorrei soffemarmi su Guglielmo (IV) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato nel 1095 al tempo di re Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo (IV) era figlio di Nicola, conte del Principato e discendente di Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia:……Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”). Da Nicola, Enrico e poi Guglielmo III si legge in L 38 (a. 1195).”.

Nel 1194, GUGLIELMO II SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1). Costrui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa, e come signore di esso fece nel 1194 una largizione al vescovo di Siracusa (2). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno, come risulta da un’altra donazione che nell’anno successivo fece alla badia di Cava (3). Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, vol. 2°, anno 1194”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (….) postillava che: “(3) Ivi, pag. 95.”. Di Guglielmo I Sanseverino ho gia detto nel saggio che riguarda il periodo di re Guglielmo II detto il buono. Dunque, Matteo Mazziotti racconta che quando prese il potere Federico II di Svevia, nel Principato di Salerno dominava Guglielmo II Sanseverino, figlio di Isabella Guarna e di Guglielmo I Sanseverino. Secondo il Mazziotti, Guglielmo II Sanseverino era molto potente tanto da possedere faudi anche in Sicilia. Guglielmo II Sanseverino era conte del Principato di Salerno. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino donò molti beni ed altri ne riconobbe in proprietà alla Badia cavense (aa. 1183-1187), con la quale definì (a. 1187) i confini delle due baronie, documento sottoscritto oltre che dalla moglie Isabella, anche dal suo primogenito Giacomo.. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, pp. 29 e sgg., inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio).

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(5) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio).

(7) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74 (Arcivio Storico Attanasio).

(8) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(9) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio).

(10) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(11) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90 (Archivio Storico Attanasio).

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(12) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Soissons. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 11541169. Falcando narrò la storia del Regno normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo (†1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica.

(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(13) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(14) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, …………

(15) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7

(16) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

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(17) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867.

(18) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(19) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino: Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani)Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(20) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa cronaca del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico IV di Svevia: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. . Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001.

(21) Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, 

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

Il ‘Catalogus Baronum’

Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla Duana Baronum, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. La duana baronum fu esportata dai Normanni nel resto del regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di:

  • gestire le terre regie e le proprietà demaniali
  • autorizzare la vendita delle terre
  • controllare l’operato dei baroni

Per ottemperare a questi compiti, nel Catalogus Baronum furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La Duana Baronum grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del Catalogus Baronum risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogo venne realizzato da Ruggero II tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle Assise di Ariano, con le quali Ruggero stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il Catalogo venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello; l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Jamison fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora e ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. Il manoscritto angioino venne distrutto nel 1943 assieme alla maggior parte dei documenti del Grande Archivio di Napoli (attuale Archivio di Stato di Napoli).

(….) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.” (Archivio Storico Attanasio), che si può scaricare sul sito della BEUC. Dello stesso autore si veda Jamiso Evelyn M., Italy mediaeval and modern : a history / by E.M. Jamison, ed. …………...(Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Some notes on the Anonymi gesta francorum with special reference to the norman contingent from south Italy and Sicily in the first crusade / by Evelyn Jamison.

  • The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 ‘, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987
  • Studies on the History of Medieval Sicily and South Italy, edited by Dione Clementi. Aalen 1992
  • Admiral Eugenius of Sicily, His Life and Work and the Authorship of the Epistola ad Petrum and the Historia Hugonis Falcandi Siculi, London 1957
  • Judex Tarentinus. Aalen 1992
  • Catalogus Baronum, Rom 1972 (Fonti per la storia d’Italia ; 101)

(…) Cuozzo Errico, Catalogus Baronum – Commentario,  ed. Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1984 (Archivio Storico Attanasio), scaricabile dalla BEUC.

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel ‘Grande Archivio’, oggi Archivio di Stato di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 978-88-06-16925-1.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G.Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975).

Cattura................

(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.

(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

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(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Laudisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (…) (parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135), afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(…) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

Inveges Agostino

(…) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, secondo il Cod. 120 della Biblioteca civica di Berna, a cura di G.B. Siragusa. (Fonti per la storia d’Italia; 39), Roma 1906. G.B. Siragusa (…), nel suo Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli nella sua Prefazione a p. IX, in proposito all’antico manoscritto scoperto da Huillard-Bréholles (….), in proposito scriveva che:

Pietro da Eboli, la soria del manoscritto di Pietro da Eboli.PNG

(…) Testa, De vita, et rebus gestis di Guilelmi II, ed. Monregali, 1769

(…) Michaud J.-F., Bibliotheque des Croisades, Paris, ed. J. Ducollet, 1829 ( Archivio Storico Attanasio), che viene più volte citato dal La Lumia (…).

(….) Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicila, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anonimo Cassinese, Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143. Si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. …..e sgg..

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988; si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo

Dal 1114 al 1127, Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla figura di Guglielmo d’Altavilla, detto Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, che regnò sulle nostre terre fino al 1127, anno della sua morte. Guglielmo II di Puglia, non è da confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il ‘Malo’, che pure regnò sulle nostre terre fino alla venuta degli Svevi.

Il Ducato di Puglia e di Calabria

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”.

Dal 1107 al 1128, Guglielmo (II) d’Altavilla, conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160).”. Dunque, vorrei soffemarmi su Guglielmo (II) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1107 al 1128. Guglielmo (II) era figlio di Roberto d’Altavilla e nipote di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato da cui discendeva. Piero Cantalupo (….), a p. 125 parlando dei possedimenti conquistati dai normanni ed erosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ra del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Dunque, a differenza del Cantalupo, Pietro Ebner sosteneva che il Guglielmo che aveva partecipato alla congiura contro Maione era il Guglielmo II d’Altavilla conte del Principato mentre il Cantalupo sostiene essere suo figlio Guglielmo (III).

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script.,2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

Nel 1100, Adelasia, madre di Guglielmo II di Puglia, reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, in una pergamena

La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La notizia fu citata dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”.

Antonini, p. 417

L’Ughelli (…), a p. 789, parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”, la cui traduzione dovrebbe essere che: Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”, la cui traduzione dal testo latino è la seguente: “Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Dunque, l’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Con Adelasia o Adelaide del Vasto, Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, ebbe quattro figli. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il Di Meo (…), scriveva: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ecc...

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(Fig…..)  Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo, ‘Annali ecc…’, Tomo IX, pp. 164 e 165

Dal 1114 al 1127, GUGLIELMO D’ALTAVILLA (Guglielmo II di Puglia), duca di Puglia e di Calabria, figlio di Ruggero Borsa

Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. – Terza figlia di Roberto il Frisone, conte di Fiandra, nacque tra il 1065 ed il 1071. Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta di Enrica Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. La data della nascita di Guglielmo può essere stabilita soltanto approssimativamente: secondo Romualdo Guarna, arcivescovo di Salerno, Guglielmo aveva al momento della morte, il 28 luglio 1127, più di trent’anni (“maior triginta annis”, p. 206); egli deve essere quindi nato prima del 28 luglio 1097. L’attendibilità dell’indicazione di Romualdo viene suffragata dal fatto che Guglielmo al momento della morte del padre, nel febbraio 1111, era ancora minorenne e che egli ottenne l’investitura nel Ducato soltanto durante il sinodo di Ceprano dell’ottobre 1114. Dato che tutto lascia pensare che nel Mezzogiorno normanno si diventasse maggiorenni dopo il compimento del sedicesimo anno di età (si pensi per es. a Ruggero II d’Altavilla, nato probabilmente alla fine del 1095 e diventato maggiorenne nel 1112), sembra verosimile che Guglielmo fosse nato nel 1096 o all’inizio del 1097. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Guglielmo, successe al padre Ruggero Borsa, come duca nel 1111, ma fino al 1114 fu sotto la reggenza della madre Ada. Guglielmo doveva quindi avere, al momento dell’investitura a duca di Puglia da parte di papa Pasquale II, già diciassette o diciotto anni. L’investitura può essere stata ritardata a causa del fatto che Pasquale II nel 1111 era stato fatto prigioniero dall’imperatore Enrico V e che egli dopo aver tenuto, in seguito alla sua liberazione, nel marzo 1112 un sinodo a Roma, soltanto nell’ottobre 1114 tenne un sinodo a Ceprano, in cui ci fu l’occasione per l’investitura del duca. Guglielmo ereditò una situazione difficile: suo padre non era stato in grado di esercitare il dominio sulla Puglia con la stessa forza di Roberto il Guiscardo e di contenere le aspirazioni a una maggiore autonomia da parte della nobiltà e delle città. Perciò aveva dovuto ricorrere più volte all’aiuto di suo zio, Ruggero I conte di Sicilia (morto nel 1101), il quale, benché fosse in teoria un suo vassallo, si rivelò in pratica più forte di lui. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. La reggenza di Adela era stata poi probabilmente un’altra occasione per un rafforzamento delle forze particolaristiche. A Bari, per esempio, nel 1114 i “milites” della città imprigionarono la madre di Roberto conte di Conversano e, affidata la guida all’arcivescovo Risone, avevano iniziato a opporsi al conte Roberto. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.

Nel 1112, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”. Sempre il Pontieri (…), a p. 168 scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Sempre il Pontieri a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc….Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Il conte Ruggero riorganizza la Chiesa in Sicilia e riporta nell’isola la vera fede ed il culto cristiano: ad opera di lui pastori degni tornano a sedere sulle ristabilite cattedre episcopali della Sicilia, a edificazione dei popoli pacificati (cap. 7). In nome di Lui papa Urbano II, nella ricordata bolla di Salerno del 1098, concede al conte Ruggero l’Apostolica Legazia in Calabria e nella Sicilia (cap. 29).”. Sempre il Pontieri (…), a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.

Nel 1112, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). Ecc…”. Il Cataldo proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Chi era questo “Simone” a cui si riferiva il Cataldo ?. A chi era figlio questo “Simone” ?. Però il Cataldo ci parla di un “Simone” figlio illeggittimo. Ma chi era questo conte di Policastro chiamato Simone ?. Ruggero Borsa non ebbe figli chiamati “Simone”. Per la figura di questo “Simone”, è bene ricordare un passaggio di Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre Ruggero ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Fin dal 1091, Ruggero Borsa aveva rinunciato alla parte di Roberto Guiscardo nella conquista di Palermo (1072) in cambio dell’intervento di suo zio, Ruggero Granconte, contro Cosenza ribellata. Dunque, il Ducato di Puglia e di Calabria a Ruggero Borsa e la Sicilia allo zio Ruggero I d’Altavilla. Simone, fratello del futuro re Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, morì nel 1113 (Ebner) mentre Wikipidia dice che morì nel 1105 e fino al 1112 resse la madre Adelaide del Vasto. Dunque, la Contea di Policastro donata a Simone fu retta da Adelaide del Vasto fino al 1112. Alla morte di Ruggero Borsa, i due figli dello zio Ruggero I di Sicilia, Simone di Sicilia e Ruggero II mirarono alla conquista del Ducato di Puglia e di Calabria che spettavano per successione al figlio di Ruggero Borsa Guglielmo II di Puglia. Come ho già scritto, questo Simone (figlio legittimo e primogenito di Ruggero I d’Altavilla di Sicilia), suo cugino Guglielmo II di Puglia, era venuto ben presto in conflitto con suo fratello, il futuro Ruggero II d’Altavilla, con il quale si era scontrato più volte e, nel 1121, papa Callisto II riuscì a pacificare. Da Wikipidia leggiamo che Guglielmo II di Puglia e Ruggero II d’Altavilla, nel 1121 giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria.

Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era suo cugino e figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa.  Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Guglielmo muore in luglio 1127, senza eredi. Dunque, si potrebbe pensare che Simone, fratello di Ruggero II passasse a Policastro nel 1123, quando alcune città perdono autonomia e Guglielmo II di Puglia si trovava in grosse difficoltà con suo cugino, ma non è così. Simone morì nel 1113 e dunque la contea di Policastro fu retta da Simone molti anni prima. Infatti, questa notizia dovrebbe riportarci all’anno 1110. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29, in proposito scriveva che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Sul Vescovo Arnaldo ho scritto in un altro mio scritto. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Dal punto di vista storiografico e bibliografico, la prima citazione in assoluto di un Simone, figlio illegittimo di un “re Ruggero” e Conte di Policastro è dell’Ughelli (…). Nel 1659, Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), a p. 758 (vedi Fig…), scriveva: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”. Nel 1747, il sacerdote Troyli (….), nella sua “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. III, a p. 136, nella sua nota (f) postillava di Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Per questo periodo, il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Riguardo questo “Simone” ha scritto pure il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che a p. 417 in proposito scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede.”, e poi aggiunge che riguardo a questo ‘Conte Ruggieri’, dice che l’Ughelli (…), ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta.”.

Antonini, p. 417

Scrive sempre l’Antonini che in questa carta troppo lunga pubblicata per intero dall’Ughelli, si può notare che: Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. L’Antonini, scrive che il ‘Conte Ruggieri’, aveva due figli. L’Antonini, scrive che nella lunga carta trascritta dall’Ughelli, si può dedurre che il ‘Conte Ruggieri’, aveva: “di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”. Quindi l’Antonini, scrive che secondo la carta pubblicata dall’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva due figli con il nome di ‘Simeone’ (Simone), “legittimo uno e bastardo l’altro”. Quindi, secondo l’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva avuto due figli chiamati entrambi Simone. Un Simone era il figlio legittimo e l’altro Simone non era figlio legittimo del ‘Conte Ruggieri’. Dunque, l’Antonini (…), sulla scorta del ‘Marchese della Giarratana’ (…) e di Alessandro Telesino (…), dice chiaramente che Ruggero I d’Altavilla ebbe due figli con lo stesso nome, “legittimo uno e bastardo l’altro”. L’Antonini (…), scrive che di uno dei due figli chiamati Simone, anzi di quello che fu il primogenito”, ovvero del figlio primogenito chiamato Simone:se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”, e poi aggiunge che se ne fa memoria anche dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), postillava che la notizia tratta dall’Ughelli (…), prima e dell’Antonini dopo, proveniva dal cronista del tempo Alessandro Telesino (…) (“Alessandro Telesino: I, 3″). L’Abbate di Telese è un cronista dell’epoca Normanna chiamato Alessandro Telesino (…). Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino (…), citato sia dall’Antonini che dal Cataldo, nel suo Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, una biografia accurata di Ruggero II di Sicilia, egli ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla, pubblicata dal Del Re (…). La chronaca del Telesino (…), la biografia di re Ruggero II d’Altavilla, scritta da Alessandro di Telese, copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Ciò che scriveva l’Antonini e poi in seguito il Cataldo, è riportato nel Telesino (…), pubblicato dal Del Re (…), ivi, ma non nel Cap. III del Libro I come ci dice il Cataldo (…), bensì nel Cap. II, del Libro suo I, che ci parla dell’indole di Ruggero II d’Altavilla. Come si può leggere nell’immagine ivi, il Telesino (…), del suo Cap. II, a p. 90 del Del Re (…), ci parla di Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello maggiore del futuro re Ruggero II d’Altavilla. L’Antonini scrive che di questo ‘Simone’ se ne è lasciata memoria nel Telesino (…), nella parte I del suo“nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria ecc..”. Sicuramente l’Abate di Telese (…), parla di un solo Simone, figlio legittimo e primogenito di re Ruggero I, il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. L’Antonini dice che l’‘Abbate Telesino’, a proposito del figlio primogenito di re Ruggero I, scriveva: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”, che ivi pubblichiamo. Secondo l’Antonini (…), Ruggero I d’Altavilla, oltre ad avere avuto Simone, primo suo figlio primogenito con il matrimonio della terza moglie Adelaide del Vasto, ebbe anche un altro suo figlio chiamato Simone, ‘bastardo’. L’Abate di Telese (…), come possiamo leggere nella traduzione del testo che ha pubblicato il Del Re (…), ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale, legittimo e primogenito di re Ruggero I d’Altavilla. L’Abate Telesino (…), non parla di due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’ come scrive l’Antonini. Il cronista Alessandro di Telese, nel suo Cap. II, parlando dell”Indole di Ruggiero II d’Altavilla’, diceva: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), il quale egli, secondochè è costume dè fanciulli, giocando a danaro provocava a battaglia. Perciocchè questo trastullo più di tutti gli altri gli andava a grado. Combattendo, dunque, l’uno e l’altro ecc..”.

Alessandro di Telese, p. 90

Del Re, su Simone, p. 90.JPG

(Fig….) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (…), p. 90

Il Telesino (…), nel suo Cap. II e Cap. III, non dice affatto che re Ruggero I, avesse due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’, come sosteneva l’Antonini. Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino, dice chiaramente di re Ruggero II d’Altavilla: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), ecc..”. Quindi il cronista dell’epoca Alessandro di Telese (…), ci riferisce con le sue parole che, l’altro figlio di Re Ruggero I d’Altavilla (detto il ‘Gran Conte’), fosse chiamato ‘Simonem’ (Simone) “un fratello unico primogenito per nome Simone”, ovvero che, Simone e re Ruggero II di Sicilia, erano entrambi fratelli e figli legittimi di re Ruggero I (il Gran Conte di Sicilia). L’Abate di Telese, citato dall’Antonini, parla di un altro Simone. Il cronista Abate di Telese, parla del Simone, figlio naturale o illegittimo di re Ruggero II, ma ci parla dell’altro Simone,  figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla.  Il Telesino (…), non parla di un Simone figlio naturale (e ‘Bastardo’, quindi illegittimo) di re Ruggero II d’Altavilla. La notizia, citata dall’Ughelli e poi dall’Antonini, era stata riportata dal ‘Marchese della Giarratana’, che esamineremo.

Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo).

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero che sarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.

I dissidi col cugino Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia

Guglielmo (Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa), ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo, secondo cui il conte di Sicilia procurava al cugino uno squadrone di cavalieri con i quali reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano; in cambio, Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con dominio su Amalfi e Gaeta, su parte di Napoli, su Taranto, Capua e Abruzzi. Guglielmo, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Un ritratto di Guglielmo viene fornito dal cronista Romualdo, arcivescovo di Salerno, che gli era grato per i favori accordati alle istituzioni ecclesiastiche: secondo Romualdo, il duca, nonostante fosse di corporatura gracile, sarebbe stato un forte e audace cavaliere, generoso, affabile, pio e buono con tutti, amatissimo dai suoi uomini, molto impegnato a favore della Chiesa e dei suoi ministri. Precedentemente però il cronista non aveva tralasciato di sottolineare che il duca proprio per il suo carattere fosse disprezzato da alcuni. Ne emerge quindi l’immagine di un personaggio mite, molto legato alla Chiesa, che non riuscì a imporsi sui propri vassalli e a evitare che il Mezzogiorno peninsulare cadesse in uno stato di anarchia, a cui fu posto fine soltanto quando Ruggero II di Sicilia se ne impossessò. La crescente anarchia in Puglia, dovuta alla debolezza di Guglielmo, nell’agosto 1115 dava al papa l’occasione per rinforzare il suo ruolo imponendo a Troia una pace di Dio: i conti Roberto di Loritello e Giordano di Ariano nonché tutti i baroni della Puglia giurarono di osservare questa pace per tre anni, ma l’impegno fu presto disatteso. Le lotte interne nella città di Bari sfociarono nel 1117 nell’uccisione dell’arcivescovo Risone, mentre il signore della città, Grimoaldo Alferanite, si proclamò nel 1118 principe e stipulò alcuni anni più tardi, nel 1122, un trattato con Venezia. L’esiguità del potere esercitato dal duca di Puglia divenne evidente quando, nel 1120, dovette intervenire il papa per costringere Alessandro, conte di Matera, a rimettere in libertà Costanza, la vedova dello zio paterno di Guglielmo, Boemondo (I) di Taranto, principe di Antiochia. Guglielmo intervenne soltanto tardivamente in aiuto di Costanza con una spedizione militare che sembra non aver avuto nessun effetto. In questi anni Guglielmo non era in grado di dare un sostegno al suo signore feudale, il papa, che poté contare soltanto sull’appoggio di Roberto principe di Capua. Guglielmo prestò il giuramento di fedeltà nel 1118 al papa Gelasio II e nel 1120 al suo successore, Callisto II. Quest’ultimo, immediatamente dopo aver concesso l’investitura a Guglielmo, nell’ottobre 1120, si recò a Troia per cercare di imporre una tregua di Dio e poi cercò di ristabilire la pace anche a Bari, dove ottenne la liberazione di Costanza. A Troia il papa aveva costretto Guglielmo a restituire alcune terre al monastero di S. Nicola di Troia. Si tratta di un ulteriore indizio della debolezza di Guglielmo, avvalorato anche dal fatto che una serie di vassalli del duca di Puglia entrarono in un rapporto di diretta dipendenza feudale dal papa. Nel frattempo in Sicilia era succeduto a Ruggero I il figlio Ruggero II, che riuscì ad aumentare il già alto prestigio conquistato dal padre. Nel febbraio 1122 Guglielmo si recò a Messina per chiedere a Ruggero II di aiutarlo contro il conte Giordano di Ariano. Secondo il cronista Falcone di Benevento Guglielmo avrebbe chiesto al conte di Sicilia un sostegno sia in uomini, sia in denaro. Per convincere Ruggero Guglielmo gli avrebbe riferito le minacce e umiliazioni da lui subite per opera di Giordano. Ruggero II non rifiutò l’aiuto a Guglielmo, suo signore feudale oltre che nipote, ma se lo fece ben ricompensare. Mise a disposizione di Guglielmo sei o settecento cavalieri nonché il denaro necessario e ottenne in cambio che il duca, ufficialmente come i suoi predecessori duca di Puglia, Calabria e Sicilia, rinunciasse alla metà di Palermo, Messina e della Calabria, che erano in suo possesso. Di conseguenza, Calabria e Sicilia erano ora per intero nelle mani di Ruggero. Con l’aiuto datogli da Ruggero Guglielmo attaccò subito Giordano strappandogli il castello di Roseto e altri possedimenti, conquistando e saccheggiando il castello di Montegiove per poi assediare il castello di Apice, residenza del conte di Aversa; grazie al sostegno dei Beneventani Guglielmo riuscì poi a espugnarla e a ottenere la sottomissione di Giordano. Successivamente il duca fece riconoscere il suo dominio ad Ariano e in tutta la contea. Poi assediò e conquistò il castello di Montecorvino, vicino Salerno. Infine punì con severità a Montevico l’uccisione di un barone normanno, Guarino di Ollia, da parte dei suoi villani. In queste azioni Guglielmo appare come un energico uomo di azione, ma dal racconto di Falcone (…) si apprende che i suoi successi erano dovuti ai cavalieri messigli a disposizione dal conte di Sicilia. Quando questi se ne tornarono in Sicilia, il duca fu costretto a chiedere aiuto a Giordano (II), dal 1120 principe di Capua, e ai Beneventani. Alla fine del 1122 Guglielmo si recò a Salerno, dove restò fino al giorno della sua morte. Falcone sottolinea al riguardo che il Ducato di Guglielmo conobbe in seguito un periodo di pace e quiete; in verità il duca era riuscito a imporre il suo dominio soltanto in alcune parti della Campania, ma non in Puglia e Basilicata. Questo spiega l’intervento di Ruggero II di Sicilia, il quale nel 1124 fece una spedizione militare a Montescaglioso, ai confini tra Basilicata e Puglia, per impossessarsi dell’eredità della sorella Emma, vedova di Radolfo (Raoul) signore di Montescaglioso, morta intorno al 1120. L’azione di Ruggero ignorava, oltre ai diritti di Guglielmo, anche quelli della già ricordata Costanza, reggente per il figlio Boemondo (II); Costanza nell’aprile 1121 aveva conquistato un castello sul Basento, nel territorio della signoria di Montescaglioso, ufficialmente con l’aiuto di Guglielmo e di Tancredi di Conversano, ma più probabilmente soltanto quest’ultimo era intervenuto con efficacia. Sappiamo poco sugli ultimi anni di Guglielmo. Il giorno della morte indicato da Romualdo Guarna (Romualdo Salernitano) in quello della festa di S. Nazario, cioè il 28 luglio (mentre Falcone lo colloca al 1° agosto) è lo stesso ricordato dai necrologi di S. Matteo di Salerno, di Montecassino e della Ss. Trinità di Venosa. Falcone racconta che la moglie di Guglielmo, alla sua morte, si sarebbe tagliata i capelli e si sarebbe gettata sul cadavere piangendo e gridando disperatamente. Altrettanto dolore avrebbe manifestato la popolazione di Salerno che si recò nel palazzo ducale per piangere il duca sul letto di morte, mentre l’arcivescovo salernitano avrebbe organizzato un funerale particolarmente solenne. Dopo le esequie celebrate nella cattedrale il duca, sempre secondo Falcone, fu sepolto in una tomba preziosamente ornata; Romualdo Guarna parla invece di una sepoltura nella cattedrale nello stesso sacello del padre. Il sarcofago in cui fu inumato G. si è conservato nell’atrio della stessa cattedrale. Si tratta di un sarcofago “di Meleagro” appoggiato alla facciata della chiesa con rielaborazioni medievali sulle facce laterali del coperchio (Herklotz, p. 76). Guglielmo non lasciò figli e, per quanto riguarda la successione nel Ducato, sembra che egli avesse fatto promesse da ogni parte.

Le munifiche donazioni e possedimenti alla chiesa

Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue.. Dunque, Carlo Carucci (…), scriveva che con il duca Guglielmo II di Puglia, ovvero il figlio di Ruggero Borsa, che prese le redini dell’ex Principato Longobardo di Salerno alla morte di suo padre Ruggero, furono continue le donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava ed in parte confemarono quei lasciti e privilegi consessi dal padre Ruggero Borsa. Infatti, il Carucci (…), parlando sempre di Guglielmo, in seguito alla successione dopo la morte del padre, in proposito scriveva che: “Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Addirittura il Carucci, scriveva che il duca Guglielmo, pochi mesi dopo la successione al padre Ruggero Borsa, donò all’Abate Pietro dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, i villani che egli possedeva a Vietri. Come i suoi genitori, anche Guglielmo fu un grande benefattore di questo cenobio benedettino: nel 1116 gli donò un quarto del monastero di S. Giorgio nel Cilento e nell’aprile 1117 gli confermò i privilegi ottenuti dai suoi predecessori. Nel 1123 emanò due atti a favore dell’abbazia di Cava: nel febbraio le confermò la donazione, fatta quando aveva preso l’abito monastico, di Guaimario, nipote di Guido a sua volta fratello del principe di Salerno Gisulfo (II); nel settembre concesse all’abbazia cavense di costruire fortificazioni per difendere alcuni suoi possedimenti. Nel 1125 Guglielmo ottenne l’investitura del Ducato da parte del nuovo papa, Onorio II. Nel maggio 1126 Guglielmo confermò all’abbazia di Cava i beni ottenuti da Sichelgaita, vedova di Guaimario, figlio di Guido di Salerno, e nell’agosto dello stesso anno il duca confermò all’abbazia di Montecassino tutti i suoi possedimenti. Infine, nel luglio 1127, avendo scelto come luogo di sepoltura la cattedrale di S. Matteo di Salerno, Guglielmo donò all’arcivescovo Romualdo (a Romualdo Guarna) alcuni beni ubicati nel porto della città. Poco prima della morte, avvenuta il 28 luglio 1127, fece oralmente all’abbazia di Cava un’ultima donazione che fu fissata per iscritto soltanto l’8 ag. 1127, quindi dopo la sua morte. Le numerose patologie di cui egli era affetto, spiegano forse la sua scarsa intraprendenza politica negli ultimi anni della sua vita, nonché le generose donazioni in favore dei monaci di Cava (Houben, 2002, p. 53). Il titolo con cui furono emanati i diplomi rilasciati da Guglielmo sottolineano il fatto che l’investitura nel Ducato gli spettava per diritto ereditario (Guglielmo “gratia Dei princeps et dux, filius bone memorie domini Rogerii, gloriosi eximii piissimi ducis, filii domini Roberti gloriosi magnifici ducis”). Il titolo di principe deriva dal fatto che Salerno, capitale dell’antico Principato longobardo, era ormai diventata la residenza dei duchi di Puglia. Secondo Deér Roberto (I), principe di Capua, a differenza di Guglielmo, non avrebbe ricevuto l’investitura da parte del papa, ma sarebbe stato vassallo diretto di Guglielmo, come viene suggerito da un documento, emanato da Guglielmo nel 1119, in cui si parla di una “postulatio Robberti Capuanorum principis dilectissimi consanguinei ac baronis nostri”. In pratica Guglielmo non riuscì però mai a esercitare una effettiva supremazia sul principe di Capua. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Riguardo le munifiche donazioni di Ruggero Borsa, poi confermate dal figlio Guglielmo, fatte all’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Ebner (…), dunque, a p….., parlando del monaco cavense Pietro Pappacarbone, in proposito alle antiche e munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa del nostro territorio, in proposito scriveva che: “Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. “. Del ” cavense C 25″, citato da Ebner (…), secondo cui viene elencato il riassunto delle 27 donazioni, diplomi e privilegi elargiti da Ruggero Borsa all’Abate Pietro Pappacarbone dell’abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. L’Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), citava una  queste bolle o donazioni di Ruggero Borsa, che fu pubblicata dal Balducci (…), e postillando scriveva che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Ebner (…), cita il Balducci (…), ovvero ‘L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano’. Ma, riguardo le antiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa cavense, Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Riguardo le 27 donazioni e privilegi concessi a Pietro Pappacarbone da Ruggo Borsa e, secondo l’Ebner sono contenute nel “cavense C 25”, il D. L. Mattei-Cerasoli (…), nel suo ‘Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava’, a p. 12, riferendosi alla Sala Diplomatica dell’Archivio Cavense, in proposto scriveva che: “Intorno alla sala sono poi 200 cassette o arche, segnate con numeri romani fino a CLIV, in ognuna di esse sono 120 pergamene latine arrotolate, divise in fasci da 20 ciascuno, e sul dorso di ognuna vi è il sunto, la data e la collocazione. Il catalogo o ‘Indice cronologico’, redatto in latino, si compone di otto volumi in folio, uno per le bolle e diplomi, gli altri per i documenti privati. In essi dopo il numero progressivo del documento è segnato l’anno, il mese, il giorno, se c’è nel documento, l’anno del principe, l’indicazione, se vi è il sigillo, poi viene il transunto seguito dalla inidicazione A. V. (‘arca vetus’) che richiama l’antica collocazione, e A.N. (‘arca nova’) numero della posizione attuale.”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Nel 1111, il Normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; nell’anno 1066, passò a Ruggero I figlio di Roberto (Ruggero Borsa); nell’anno 1095, passò a Ruggero II d’Altavilla (terzo figlio di Ruggero I) e a Simone (figlio di Ruggero I d’Altavilla e fratello di Ruggero) nell’anno 1152. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall'”Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete……..Inoltre, Ruggero il normano, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni in Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Dunque, Mons. Laudisio, parlando di Roccagloriosa cita un certo “conte normanno Leone”. Il Laudisio scriveva che un certo “Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Dunque, secondo l’Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi (che dovevano corrispondere al tempo di questo vescovo Arnaldo), quindi intorno all’anno 1110, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Padre Romaniello Agatangelo (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, scriveva in proposito: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo donò il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, oltre al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di S. Leo e quello di S. Venere.  Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo ……………………………….parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, ecc…”. Dunque, il Romaniello lo chiamava conte Leo. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sempre dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”

Nel 1111, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e di Padula ed il possedimento di ‘Cannamaria’ poi detta del ‘Centaurino’

Nel 1111, il normanno Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula sussesso al padre Leone

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento era stato diviso in feudi e contee. Intorno all’anno 1119, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal conte normanno Manso, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo.  Padre Romaniello Agatangelo (….), nel suo ………………………….parlando della sua Roccagloriosa, scriveva in proposito: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, ecc… Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, parlando di Roccagloriosa scriveva che signore di Roccagloriosa era il conte Manso, che era successo al padre Leo. Manso o Mansone, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento. Il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Dunque, se “Manso” appare nel documento del III, ottobre 1083 pubblicato dal Ventimiglia, al seguito di Roberto il Guiscardo, come “vicecomes”, è probabile che si tratti dello stesso personaggio citato dall’Ughelli (….) e dal Laudisio (….).

Nel 1119, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente….. 

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.

Nel 1119, la donazione di Alderuna, sorella del conte Manso Leone alla chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Riguardo la figura di “Alderuna”, che ricevette la donazione del 1119, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato oposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa.

Nel 1111, le donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, tra cui il Monastero di San Pietro al Thimusso, sua grangia a Montesano

Le prime notizie circa alcuni monasteri italo-greci appartenenti all’ordine di San Basilio possono farsi risalire alle prime donazioni documentate che nei primi decenni del 1111, fece re Ruggero Borsa. In particolare si tratta di alcuni privilegi concessi dal figlio di Roberto il Guiscardo alla chiesa Salernitana, alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che ne accrebbe notevolvente il suo patrimonio e alla chiesa di Rofrano. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero Borsa d’Altavilla, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I° d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tomusso, ecc….Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116……tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata. Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5). Ecc..”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La Passigli, inoltre, a p. 380. scriveva che: “L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3).”. La Passigli dunque, a p. 380, nella sua nota (3), riguardo questi antichi privilegi, sulla scorta della Follieri (…) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, ecc..ecc….La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Dunque, vediamo cosa scriveva Enrica Follieri (…) sulla questione dei privilegi concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. Intanto vi è da dire che quando la Passigli scrive Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato, si riferisce al privilegio del 1116 concesso da re Guglielmo I° d’Altavilla e non da Ruggero Borsa. La Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461, riguardo i precedenti privilegi concessi alla chiesa da Ruggero Borsa e da Guglielmo I° in proposito scriveva che: “Re Ruggero, ecc…concede ecc.., la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro (16), con tutti i suoi diritti, grange  pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo (17). Aggiunge, per precisare l’estensine del feudo, un dettagliato περιορισμος (restrizione) dei terreni ecc…”. La Follieri, a p. 437, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Si tratta di Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111, e di suo figlio Guglielmo, duca di Puglia, morto nel 1127.”. Sempre la Follieri parlando del Leonzio citato nel documento greco del 1131, in proposito a p. 446 scriveva che: “A lui, presentatosi a Ruggero II in Palermo, sarebbe stata concessa la chiesa di S. Maria di Rofrano, con la conferma di tutte le donazioni già fatte in suo favore, alcuni decenni prima, da Ruggero Borsa e da Guglielmo duca di Puglia (75).”. La Follieri, a p. 446 nella sua nota (75) postillava che: “(75) Dello stesso parere è il P. G. Giovannelli, ‘Il monastero di S. Nazario’, pp. 71-72.”. Infatti lo ieromonaco Germano Giovanelli (…) nel suo ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), citato dalla Follieri, a p. 97 in proposito scriveva che: “Ruggero con lo stesso diploma dato a Palermo nel 1131…., conferma pure e dona all’Abbate di Grottaferrata tutti i beni che alla detta chiesa di Rofrano avevano prima di lui donato i suoi cugini Ruggero, Duca di Calabria, figlio di Roberto Guiscardo (+ 1085) e suo figlio Guglielmo….”nostro aurei sigilli Privilegio corroboramus firmamusque Sanctae praefatae Ecclesiae eius que Praesidi honorando Abbati omnia et quaecumque a Nostro felicis recordationis Consobrino Rogerio necnon eius filio Duce Guglielmo ei data et dicata vel quovis modo attribuita sunt ab ilis et a Nobis…” etc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, in proposito scriveva che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Breccia (…) in Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III° del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II° è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

Nel secolo XI-XII, gli ‘Scullando’, signori di Aieta

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza dare il riferimento preciso del documento pubblicato dal Trinchera (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

(Fig…) Mattei-Cerasoli (…), pp. 177-178

Il toponimo di “Pittari” su alcuni documenti greci di Aieta

Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III°, a pp. 41-42 in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco (…) si riferiva al testo di Francesco Trinchera (…), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Ma vediamo in dettaglio i documenti citati dal Fusco. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Infatti, Francesco Trinchera (…), nell’Appendice al suo ‘Syllabus Graecorum Membranarum etc…’, a p. 545, pubblicava l’antica pergamena non datata, il documento VII:

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, e citato dal Fusco (…) riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484”. Dunque, il Trinchera (…) pubblica la pergamena greca in questione che non è datata. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”.

Trinchera, p. 328

(Fig…) Trinchera, op. cit, p. 328

Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo altro documento di Aieta, scrive che con buona approssimazione anche l’altro (il doc. VII pubblicato dal Trinchera) potrebbe essere un documento del 1198. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 in proposito ancora aggiungeva che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ………………………………………………….), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (……………………………………………..), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (…………………………) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) …………….(Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài ecc… pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte…il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa anticihissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di Caselle. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo, di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”. Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando. Il Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 220, in proposito a Matteo Scullando scriveva che: “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella ecc..ecc…Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Secondo il Cappelli (…), nell’antica pergamena è scritto che Matteo Scullando fece retaurare la chiesa di S. Michele Arcangelo e vi aggiunse uno spizio. Ma il Cappelli (…), non si riferiva ad una chiesa sopra il monte di Caselle ma sopra il monte di Aieta. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco però non parla di Matteo Scullando, forse non aveva letto il Cappelli. Matteo Scullando era senza dubbio un personaggio Normanno. Su Matteo e gli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220 scriveva che: “Il monte su cui sorgeva la primitiva Ajeta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia ………………………. appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine Calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Sempre sugli Scullando ad Aieta ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’.  

Lomonaco, p. 11

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11

Dunque il Cappelli (…) nell’Indice parla di una chiesa di “S. Michele Arcangelo (ch) ad Aieta” e non cita affatto Caselle in Pittari. Il Cappelli però non ha prestato attenzione alla citazione di “Pittari” nel documento citato dal Fusco. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. 

Nel 1114, Guglielmo I d’Altavilla (Guglielmo I di Puglia), figlio di Ruggero Borsa, e nel 1122, Boemondo II d’Antiochia,  confermano le donazioni del 1065 del Guiscardo

Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Lomonaco, op. cit.,  p. 11.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. 5 e 9. E’ da notare come assai erroneamente il Pratesi (op. cit., p. 528) ancora ubichi il Mercurion nella Valle del Crati.”. Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. I personaggi citati nell’antica pergamena, secondo il Cappelli (…), sono un certo “Normanno“, signore di Aieta, e la moglie “Adelizia” e il figliastro Roberto figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, scrive il Cappelli che, il signore di Aieta, detto ‘Normanno’, sposatosi con Adelizia, vedova di Goffredo di Aieta, assunse il nuovo nome di Scullando, o Rogkerius Sculland (i), come lo chiama Gertrude Robinson (…), che scriveva che: “(5) Un Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Matina.”. Il Cappelli, scrive che questo signore di Aieta, appare in un documento del 1144, del monastero di SS. Elia e Anastasio del Carbone, insieme ad altri dignitari Normanni, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, voll. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Matina.”. Dunque, il Cappelli (…), parlando dei signori di Aieta, gli ‘Scullando’, citava una pergamena del 1144, pubblicata da Gertrude Robinson (…), nella quale si dice a p. 35 del vol. XIX-1 che il dignitario lo chiama “Robert Scullantes”, insieme a “Robert of Lago Negro”, “Gonfred of Castro Cucco” “Otto Scullantes” “Gulielmus of Marathes”, ecc..ecc… che, a mio parere, sono tutti i signori di luoghi che facevano parte della restaurata Diocesi Paleocastrense, citati ed elencati nella nota carta del 1070, di cui ho ivi parlato in un altro mio saggio.

Robinson, vol. XIX-1, p. 30.PNG

(Fig…) Robinson Gertrude (…), vol. XIX-1, pp. 30-31 e ssg. (Archivio Storico Attanasio)

Riguardo questo documento, in cui compare un signore di Aieta ‘Scullando’, Biagio Cappelli (…), oltre a parlarci della carta di donazione dell’anno 1065 (già citata pure dal Borsari), citava ancora altri due documenti, tra cui uno dell’anno 1114: Tale donazione avvenuta nel 1065 al momento dell’impianto della chiesa da parte di Roberto duca di Calabria e Sicilia, e poi, per una buona parte dei beni, riconfermata nel 1114 e nel 1122 rispettivamente da Guglielmo figlio del duca Ruggero e dal principe Boemondo, elenca le abbazie di S. Pietro de Marcanito e di S. Nicola dell’abbate Clemente, nonchè le chiese di S. Nicola de Digna, di S. Giovanni, dei SS. Zaccaria e di S. Venere con l’omonimo casale in cui essa si trova.”Dunque, il Cappelli (…), a p. 207, oltre a citare l’antica donazione dell’anno 1065, cita anche gli altri due documenti del 1114 e del 1122. Cerchiamo di capire qualche cosa in più sull’antico documento del 1065 e di quelli successivi, del 1114 e 1122, citati dal Borsari e dal Cappelli, in quanto in altri due documenti vengono riconfrmati i beni donati alll’Abbazia della Matina. Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 4, parlando proprio dell’Atto di donazione dell’anno 1065, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che: “En tout cas, c’est avant mai 1114, que le monastere grec est passè entre les mains du monastere latin, puisqu’à cette date le duc Guillaume, fils du duc Roger, en confirme à celui-ci la proprieté (5).”, che tradotto significa: In ogni caso, fu prima del maggio 1114 che il monastero greco passò nelle mani del monastero latino, poiché in quella data il duca Guglielmo, figlio del duca Ruggero, gli confermò la proprietà (5).”. Il Guillou, nella sua nota (5), a p. 4, postillava che “(5) A. Pratesi, op. cit., p. 25.”. Il documento del 1114, è quello in cui Guglielmo I d’Altavilla (Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa, riconferma buona parte dei beni donati al Guiscardo e da Sichelgaita al Monastero di S. Maria della Matina. Fra i beni donati dal Guiscardo, nell’antica pergamena si riconferma anche la donazione del monastero di S. Pietro di Marcaneto, un monastero di cui non si è potuto accertare l’esistenza ma che io credo fosse ubicato già dall’epoca longobarda nell’omonima contrada di “Marcaneto” a Scario.

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 23-24-25-26, pergamena (Documento n. 7) del maggio 1114, Guglielmo I detto il Malo, figlio del Duca Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia, riconferma le precedenti donazioni dello zio Roberto il Guiscardo al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria.

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Il Cappelli (…), parlando della ‘Carta di Aieta’ a p. 220, cita un altro documento dell’anno 1144, pubblicato da Gertrude Robynson (…), e nella sua nota (5), scrive che: Un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Il Cappelli (…), dunque, sosteneva che il personaggio Normanno, Rogkerius Scelland (i), appare tra i presenti sia nell’atto di donazione dell’anno 1144 della Carta di Aieta e appare anche nell’atto di donazione di Boemondo dell’anno 1122, alla chiesa di S. Maria della Mattina. Dunque, secondo il Cappelli, il dignitario Normanno, Ruggero Scillando, figurava in due cerimonie di donazione, quella del 1122 e quella del 1144. In fatti, il Cappelli, parlandoci della ‘Carta di Aieta’, cita il dignitario Normanno, “…, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come pare possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχουλλαντ (ςσ) che insieme ad un ωτοοσ σχονλλανιησ appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (5), a p. 224, postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. E’ proprio nella sua nota (5), di p. 224, che Biagio Cappelli, chiarisce il senso di quanto avesse scritto a pp. 207-208 e p. 308, sull’antico documento di donazione dell’anno 1065, e che alcuni beni “…e poi, per una buona parte dei beni, riconfermata nel 1114 e nel 1122 rispettivamente da Guglielmo figlio del duca Ruggero e dal principe Boemondo..”. Il Cappelli, dunque, parlando dell’altro “documento greco del 1144, del monastero del Carbone”, nella sua nota (5) a p. 224, riconferma che in esso “un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Il Cappelli, dice che la notizia del documento greco del monastero del Carbone del 1144, in cui appare ‘Rockerius Scelland (i)’,  che appare e partecipa alla funzione dell’atto di donazione del 1065 (…), è tratta dal Robinson (…), che nel 1928-30, nel suo  ‘History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, scrisse interessanti notizie sui Normanni e sui ‘Marchisio’ citati in un altro antico documento pubblicato dal Trinchera (…), che ci parla di un monaco di Vibonati a cui fu concesso di costruire una cappella a ‘Scido’, e su cui abbiamo ivi dedicato un nostro saggio. Il Cappelli, dunque scriveva che nel documento del 1114, ‘Guglielmo figlio del duca Ruggero, riconfermava buona parte dei beni donati dallo zio Roberto il Guiscardo al Monastero di S. Maria della Mattina in Calabria. Il Cappelli, scrivendo del documento del 1144, a p. 220  “…appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, e postillava che la notizia era tratta da Gertrude Robinson (…), che dal 1928 al 1930, pubblicò diversi documenti d’epoca Normanna, provenienti dagli archivi del Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone. Sempre a proposito della penetrazione di monaci basiliani nella nostra area, il Troccoli (…), nel suo capitolo II: ‘I tre insediamenti basiliani nell’antica Lucania e la zona di influenza del Santuario di Montesacro’, parlando del ‘Latinianon’, a p. 47, scriveva che: “Il nome gli proveniva certamente dalla città scomparsa di ‘Latiniano’, la cui esistenza è attestata nel 1041 (6) e che deve essere localizzata nella valle del Sinni.. Il Troccoli, nella sua nota (6), postillava sull’antico documento del 1041: “Il nome di Latiniano lo troviamo in una carta greca del 1041 proveniente dal celebre monastero dei SS. Elia e Anastasio del Carbone. In detto documento si parla di un certo Cristogene di Latiniano (Cfr. Orientalia Christiana – Fasc. XV., 2 pag. 140-144, 1938)”. Il Troccoli, riguardo alla sua nota (6) sull’antico documento del 1041, cita solo la rivista ‘Orientalia Cristiana, ma non dice chi era l’autore del testo. Sulla rivista ‘Orientalia Christiana’, tra il 1928 ed il 1938, ha scritto Gertrude Robinson (…), che pubblicò tantissimi documenti d’epoca bizantina, provenienti dai maggiori Monaseri italo-greci dell’Italia Meridionale.  Infatti, Vera von Falkenhausen (…), nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’, a p. 61, parlando del Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone, scriveva in proposito: “Il Monastero di S. Elia di Carbone non esiste più; non si conosce neanche la collocazione esatta del primo complesso edilizio medioevale. Sono invece conservate molte pergamene dall’XI secolo fino all’epoca moderna (2) e diversi codici greci scritti o almeno utilizzati nell’abbazia (3). Esistono inoltre vari testi agiografici relativi a santi monaci vissuti nella zona tra i fiumi Agri e Sinni, testi che descrivono efficacemente l’ambiente monastico della Basilica medioevale, anche se il monastero del Carbone non vi è più menzionato (4).”. Dunque, Vera von Falkenhausen (…), nelle sua nota (2), postillando, fa una disamina degli antichi documenti provenienti dal monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, e cita tutti gli autori che li hanno pubblicati: “(2) Per il periodo che in questa sede ci interessa, i documenti – ora per la maggior parte conservati nell’Archivio Doria Pamphili a Roma – sono stati pubblicati da P. E. Santoro, ‘Historia monasterii Carbonensis ordinis sanctii Basilii, Romae, 1601; F. Ughelli, Italia Sacra, vol. VII (2), Venetiis, 1721, coll. 71-80; R. Cotroneo, Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43; G. Robinson, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, I, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI (1928) pp. 271-348; II, 1, ibid. XV (1929), pp. 121-275; II, 2, ibid. XIX (1930), pp. 7-197; G. Breccia, Archivum Basilianum, Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci, stà nella rivista ‘Quellen…ecc..’, LXXI (1991), pp. 71-77. Alcuni documenti ormai perduti sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abbate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basil., I, fol. 62 ss.).”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1721 (edizione Coleti), nella sua ‘Italia Sacra’. parlando della ‘Anglonenses Episcopi‘, nel vol. VII della II edizione, 1721, a pp. 71-80, elencava alcuni atti e titoli di donazione dei re Normanni ad alcuni monasteri tra cui quello dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), di cui abbiamo scritto per gli atti di donazione del 1144.

Nel 1116, Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, conferma i beni e privilegi concessi dal padre alla chiesa di Rofrano

Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Vi è da dire però che su questo secondo privilegio di Guglielmo II° di Puglia, morto nel 1127 e figlio di Ruggero Borsa. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Sulla questione ha scritto anche la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo “Il Crisobollo di re Ruggero II etc…” che stà in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’ pubblicato insieme ad Aromando, nel 2007 per i tipi di Zaccara, che, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131.. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero d’Altavilla detto ‘Borsa’, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, ed il figlio di Ruggero, Guglielmo II di Puglia, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…) a p….., riguardo il privilegio di re Ruggero II° d’Altavilla detto dalla Follieri (…), “Crisobollo”, a p….., in proposito nella sua nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal  P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione sei soldati, e quindici servienti.”. Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “…..Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Sull’argomento ivi ho dedicato un mio saggio dal titolo: “Dal 1114 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo II° di Puglia”, dove scrivevo di questo secondo privilegio concesso da Guglielmo II di Puglia alla chiesa di Rofrano che confermava le precedenti concessioni del padre Ruggero Borsa. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone”. Dopo la morte di Ruggero Borsa, nel 1111, successe il figlio Guglielmo II° di Puglia a cui dovette provvedere la madre per la reggenza del Regno di Sicilia. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Carlo Carucci (…), scriveva che con il duca Guglielmo II di Puglia, ovvero il figlio di Ruggero Borsa, che prese le redini dell’ex Principato Longobardo di Salerno alla morte di suo padre Ruggero, furono continue le donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava ed in parte confemarono quei lasciti e privilegi consessi dal padre Ruggero Borsa. Infatti, il Carucci (…), parlando sempre di Guglielmo, in seguito alla successione dopo la morte del padre, in proposito scriveva che: “Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro Villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”.

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

Nel 1120, Pietro e Oto, successori di Arnaldo e III vescovi della restaurata Diocesi di Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. Dunque, i due studiosi scrivevano che dopo la rinuncia di Pietro Pappacarbone, al soglio Episcopale della cittadina di Policastro Bussentino vi furono nominati da Alfano I Arcivescovo della città Metropolita di Salerno altri vescovi effettivi: Arnaldo nel 1110; Pietro e Oto nel 1120  che risultano vescovi fino al vescovo di Policastro Goffredo. In seguito alla rinuncia di Pietro Pappacarbone, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo (deceduto nel 1139) e Giovanni nel 1172 (….). Dunque, nella cronologia dei Vescovi secondo i due studiosi, Pietro e Oto risultano i III vescovi della restaurata Diocesi di Policastro. Dunque, i Vescovi della Diocesi di Policastro nel 1120 sono Pietro e Oto. Come si è visto in altri miei saggi, nel 1120 dominava queste terre Guglielmo II d’Altavilla o di Puglia, ovvero il figlio erede di Ruggero Borsa. In quegli anni però, nel 1120, dopo la morte del padre, Ruggero Borsa (a. 1111), il Ducato di Puglia e Calabria era retto dalla madre di Guglielmo II, ovvero dalla Duchessa Adelasia, moglie di Ruggero Borsa. In quel periodo Policastro faceva parte del Ducato di Puglia e di Calabria, ma vi sono buone ragioni per credere che fosse amministrato da uomini di fiducia del Gran Conte di Sicilia, Ruggiero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggiero I aveva per figlio Ruggiero II d’Altavilla (futuro re di Sicilia) che venne in atrito con il cugino. Ma i dissidi tra i due cugini non sorsero subito. I due cugini, quando ereditarono i due rispettivi regni erano entrambi minorenni e quindi furono le rispettive madri a reggere i due regni. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), dopo aver scritto del “II. Arnaldo”, vescovo di Policastro, in proposito scriveva che: “III. Gerardo, arciprete di Saponara, nominato vescovo di Policastro nel 1211. Io lodato Gerardo era l’ordinario della sudetta Saponara; difatti, dopo la città di Grumento ecc….”. Dunque, il Laudisio, da Arnaldo che pone secondo vescovo della restaurata Diocesi di Policastro salta direttamente a Gerardo di Saponara, che pone come III vescovo nel 1211 per saltare al IV Guglielmo de Licio (da Lecce). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 3° e 4° posto risulta “Pietro e Ottone” menzionati dall’anno 1120 (….). In Wikipedia alla nota (10) leggiamo che: “(10) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla di vescovi Pietro e Ottone, che figurano dall’anno 1120.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava i due vescovi Pietro e Oto scrivendo che ciò risulta dal testo pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), del: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” che è stato pubblicato dal Garufi insieme al Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, ovvero che: adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi etc….”, che tradotto significa: “sono annotati i vescovi di Policastro Pietro e Oto.. Infatti si veda Fig….in basso dove leggiamo “Petrus Polecastrensis episcopus, Iohannes Marsicensis episcopus et Oto Polecastrensis episcopus.“. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p……. Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 419 riporta un “Polecastrensis, Policastrensis, Palecastrensis eps. vedi Goffridus, Iohanes, Oto.”. Infatti, nel Garufi, a p. 394, alla voce “Goffidus episcopus Policastrensis” è scritto che: “morto nel 1139, manca nell’Ughelli e Gams”. Sempre nel Garufi (….), a p. 414, alla voce “Oto” troviamo scritto: “………………………….”. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata e non cita i due vescovi. Sui vescovi Pietro e Oto ha scritto Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Ecc..”. Ebner lo chiama “Ottone”, vescovo nel 1120. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. Il Cataldo, però, nel 1973, nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 170, nella serie dei Vescovi della Diocesi, dopo Pietro Pappacarbone e Arnaldo pone  “4. Ottone (Otho) …….(?)……1120”. Dunque, nell’edizione del Laudisio lo pone 4 vescovo. Pietro Ebner scriveva che il Laudisio non diceva nulla del vescovo Giovanni ma abbiamo visto che ciò non è vero. Ebner, però cita la “cronostassi dei vescovi” che scrisse il Cataldo (….), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Diocesi d’Italia”, nel vol. XX, a pp. 369 e s. ci parla di Policastro e, sulla scorta dellUghelli (….)(nella sua nota (I), ‘Italia Sacra’, tomo VII, pp. 544-553), in proposito scriveva che: “nè, dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo. Nell’anno infatti 1211, si trova, in una lettera di papa Innocenzo III la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonini che lo avevano eletto, e Federico re di Sicilia, ecc…”. Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4)…..I vescovi che poscia succedettero al Pappacarbone, per quanto a noi è tornato conoscerne ascendono fino al presente al numero di cinquanta: numero che noi crediamo incompiuto.” ma della serie dei vescovi di Policastro nessun accenno.

Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

La morte di Guglielmo nel 1127

Guglielmo muore in luglio 1127, senza eredi. Così si spiegherebbero le notizie contrastanti fornite su questo punto dalle fonti. Alessandro di Telese riporta che Guglielmo avrebbe designato erede Ruggero II di Sicilia, e la stessa notizia viene data da Romualdo Guarna. Falcone invece nulla scrive a proposito; secondo lui, che era comunque ostile al conte di Sicilia, questi assunse arbitrariamente il titolo di duca di Puglia cercando poi invano di ottenerne il riconoscimento dal papa. Ruggero I, in quanto zio di Guglielmo, ritenne di avere diritti sul Ducato di Puglia. Il papa, Onorio II, era invece di avviso di concedere a Ruggero II il feudo, tornato con la morte di Guglielmo in suo possesso, solo se egli si fosse comportato correttamente nei confronti del suo futuro signore feudale; il che però, secondo il pontefice, non era prevedibile in quanto già Ruggero si era comportato male nei confronti del suo predecessore, Callisto II. Secondo un’altra fonte, la Vita del conte Carlo di Fiandra, fratellastro di Guglielmo, redatta da Gualtieri di Thérouanne, Guglielmo avrebbe concesso tutti i suoi beni a Onorio II. L’autore, che era stato a Roma presso la Curia pontificia, sosteneva di aver udito ciò dallo stesso pontefice, ma Gualtieri fraintese forse un accenno fatto dal papa relativo a una promessa di Guglielmo, secondo cui questi avrebbe voluto che il Ducato dopo la sua morte non fosse più dato in feudo, ma tornasse nelle mani del pontefice. Sembra improbabile l’ipotesi di un testamento fatto da Guglielmo in favore del papa, come ritenne invece Deér. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno Normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli. Secondo il cronista Romualdo Guarna, o Salernitano, Guglielmo morì di morte naturale; secondo altri fu assassinato[senza fonte] in una congiura di palazzo. Secondo la leggenda, la moglie Guaidalgrima, distrutta dal dolore, si recise i lunghi capelli biondi in segno di lutto – seguita nell’esempio da tutte le damigelle del suo seguito – e li pose sul sarcofago del marito, ancor oggi visibile nell’atrio della Cattedrale di Salerno. Da allora, ogni 4 agosto, anniversario dell’evento, una farfalla dorata uscirebbe dal sarcofago e volerebbe tra le colonne dell’atrio prima di scomparire. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Sbarcò allora nel continente e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Tuttavia l’unione di Sicilia e Puglia era osteggiata da papa Onorio II e dai signori locali stessi. A Capua, nel dicembre 1127, il Papa promosse una “crociata” contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. A settembre del 1129 Ruggero II d’Altavilla fu pubblicamente riconosciuto duca da Napoli, Bari, Capua e dalle altre città. Egli cominciò allora ad imporre l’ordine nei possessi Altavilla, dove il potere del duca era andato indebolendosi. E’ questa una fase delicata e decisiva della storia di Salerno perché con l’ascesa al trono di Ruggiero II di Sicilia, proclamato re anche dai vassalii salernitani riunitisi in Castel Terracena, la città perde il rango di capitale del Regno Normanno. Ruggiero II di Sicilia viene infatti incoronato re di Sicilia e Puglia il 25 dicembre del 1130 nella cattedrale di Palermo, che da corte Ducale assume il rango di Capitale dell’unificato regno normanno d’Italia che si estende da Gaeta a Napoli, dalle Puglie alla Calabria ed alla Sicilia. Ma la Signoria Normanna nel meridione d’Italia non è un regno di pace: le continue rivalità e lotte di successione tra klan normanni, le non sopite aspettative dei vassalli di ascendenza longobarda, le mire ed interventi del Papato e dell’impero di Bisanzio, oltre che quelle dei Comuni italiani a nord e dei piccoli potentati arabi e saraceni a sud producono una incessante serie di guerre, battaglie, assedi e devastazioni in cui le alleanze tra le varie fazioni si capovolgono nel giro di mesi.

Nel 1121, ENRICO I “Arrigo” di SANSEVERINO, la Baronia del Cilento, si fa monaco a Cava

Da Wikipedia leggiamo che il capostipite Turgisio morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote di Guaimario IV di Salerno; rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Dei successori del primo si ricordano il nipote Ruggero Sanseverino, conte di Tricarico, che nel 1188 diede un numero considerevole di uomini e cavalieri per la terza crociata e Riccardo Sanseverino (1220-1267), conte di Caserta e vicario imperiale di Federico II. Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia; Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato; Ruggero Sanseverino (1235c.- † Marsico, 1285); partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento (1266) che vide l’avvento degli Angioini; Capitano Generale del re Carlo I d’Angiò nel 1285. Sposò Teododra d’Aquino dei signori di Roccasecca, sorella di san Tommaso d’Aquino; ecc…Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2). Enrico I Sanseverino è ricordato nel 1125 per una donazione al monastero di S.. Giorgio di Duoflumina (3) e, nel 1140, per un istrumento a favore del convento di S. Biagio di Aversa (4). Sembra che sotto la sua signoria si formò, entro il limiti conservati anche in seguito, la BARONIA DI CILENTO, in cui si fusero le terre dell’Actus Cilenti con gran parte di quelle poste lungo il corso destro dell’Alento, appartenenti alla contea di Capaccio (5). Queste ultime, con ogni probabilità, erano state portate in dote da Sica e trasmesse in linea ereditaria alla sua morte, avvenuta prima del 1121, al figlio Enrico, come dimostra la summenzionata donazione di S. Giorgio (6).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 135”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I di Sanseverino e sua moglie Sica ebbero Enrico I di Sanseverino “che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento”. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino fratello di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Guillaume, ibidem, p. 90”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ego Henricus filius q. Rugerij, et Sicae, qui sum Dominus de illo Castro, qui nuncupatur Snctus Severinus…..(a. 1140; Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, 1752, p. 219).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. carta geogr. II.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Nella zona di Duoflumina altri discendenti di Pandolfo, I conte di Capaccio, rimasero possessori di beni isolati, che successivamente vennero donati alla Badia di Cava.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – Uomini e vicende”, ed. Reggiani, Salerno, sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (15). Non si può tuttavia escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento., d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (16).”. L’Infante, a p. 37, nella sua nota (15) postillava: “(15) Portanova, Il castello di Sanseverino, pag. 7 ss.”. L’Infante, a p. 37, nella nota (16) postillava che: “(16) Ventimiglia, Memorie storiche dei Casali ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte.

Nel 1127, i duchi Normanni al tempo di Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia

Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria. Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135. Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero di alterà per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta. Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Orai, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128).

Nel 1127, RUGGERO DELL’ORIA, figlio di Ugone dell’Oria e di Altruda e, la contea dell’Oria

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall’Almanacco Calabrese del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Normanni….., Ugone dienne signore di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa, Apice, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che dal ramo degli Oria che passò in Calabria, “originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, ecc…”. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non gli riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128). A Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Rileggendo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. I due studiosi scrivevano pure che: “Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. I due studiosi, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62). In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63), offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti. Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65). Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum(…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96. (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Dal 1128 al 1141, NICOLA, conte del Principato, figlio di Guglielmo (II) d’Altavilla

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160). Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, ora vorrei soffemarmi su Nicola d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1128 al 1141. Nicola era figlio di Guglielmo (II) d’Altavilla discendente del primo Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato e fratello di Roberto il Guiscardo. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (II), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ra del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160. A questo Guglielmo dovè succedere (G 7) Nicola, fratello del precedente, come si apprende dal G 6 (“coram Guilielmo germano meo”). V. in A. Balducci (L’Archivio diocesano di Salerno, I, Salerno, 1959, p. 19) il privilegio dello stesso Nicola, conte del Principato ed erede di Guglielmo Normanno, alla mensa arcivescovile di Salerno nel 1141, marzo Ind. IV, Salerno, di cui è un transunto a p. 21 – 1152 agosto, Salerno _ ; v. pure a p. 139 dove è notizia di 23 testimoni presenti all’atto. Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”).“. Dunque, relativamente alla partecipazione alla congiura contro Maione, segretario di Guglielmo I detto il Malo, vi è una discordanza tra il Cantalupo e l’Ebner. Infatti, Ebner sosteneva che si trattasse di Guglielmo (II) dove scriveva che:  “…..e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia”, mentre il Cantalupo a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (III), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1167, Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi

Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 135 scriveva pure che: “Il figlio di costui, GISULFO DI MANNIA, IV signore di Novi, menzionato in una carta del 1167 (8), è ricordato anche nel Catalogo dei Baroni, dal quale sappiamo che pssedeva pure il vicino feudo di Gioi e la metà di Magliano oltre ad avere come vassallo Enrico di Monteforte etc…”. Il Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, H, 46 (Ebner, cit., p. 340). Il documento è pubblicato da Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 340.

Nel 1160, Guglielmo (III), conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160).”. Dunque, ora vorrei soffemarmi su Guglielmo (III) d’Altavilla, figlio di Nicola, discendente di Guglielmo I d’Altavilla, fratellastro di Roberto il Guiscardo e che, secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato nel 1160. Guglielmo (III) era figlio di Nicola e discendente di  Guglielmo I d’Altavilla, conte del Principato. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (III), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di Monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (4) postillava che: “(4) Si vedano i documenti ABC, G, 7 (a. 1131) e G, 26 (a. 1137).”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160. A questo Guglielmo dovè succedere (G 7) Nicola, fratello del precedente, come si apprende dal G 6 (“coram Guilielmo germano meo”). V. in A. Balducci (L’Archivio diocesano di Salerno, I, Salerno, 1959, p. 19) il privilegio dello stesso Nicola, conte del Principato ed erede di Guglielmo Normanno, alla mensa arcivescovile di Salerno nel 1141, marzo Ind. IV, Salerno, di cui è un transunto a p. 21 – 1152 agosto, Salerno _ ; v. pure a p. 139 dove è notizia di 23 testimoni presenti all’atto. Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”).”. Dunque, relativamente alla partecipazione alla congiura contro Maione, segretario di Guglielmo I detto il Malo, vi è una discordanza tra il Cantalupo e l’Ebner. Infatti, Ebner sosteneva che si trattasse di Guglielmo (II) dove scriveva che:  “…..e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia”, mentre il Cantalupo a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (III), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1

(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei ‘Gesta Roberti Wiscardi’. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese (longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’Impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(…) John Julius Norwich, I Normanni nel Sud: 1016-1130. Mursia, Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

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(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (199), la Falcone scrive: “BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito da T. vonSickel, Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma, in ‘Studi e documenti di storia e diritto, a. VII (1886), fasc. 2, pp. 105-109.”. Per la nota (200), la Falcone, scrive: “Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”.

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1973 (Achivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ventimiglia D.A.,

(…) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2

(…) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

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(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’.

(….) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(…) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in ‘Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV)‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(…) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica’, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, R’omualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(…) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(…) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio)

(…) Garufi Carlo Alberto, Necrologio del “Liber Confratrum” di San Matteo di Salerno, (Fonti per la storia d’Italia, 56), Roma 1922, p. 100.

(…) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930, è citato dal Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. DOI : 10.2307/626810. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato Orientalia Christiana Analecta, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (92) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (93), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino.

Fonti e Bibl.: Romualdo Guarna (Salernitano), Chronicon, a cura di C.A. Garufi, in Rer. Ital. Script., 2a ed., VII, 1, pp. 204, 206 s., 209-214; Annales Cavenses a. 569-1315, a cura di G.H. Pertz, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, III, Hannoverae 1839, p. 191; Vita Karoli comitis Flandriae auctore Waltero archidiacono Tervanensi, a cura di R. Köpke, ibid., XII, ibid. 1856, p. 540; Annales Ceccanenses, a cura di G.H. Pertz, ibid., XIX, ibid. 1866, p. 282; Annales Casinenses a. 1000-1212, a cura di G.H. Pertz, ibid., p. 309; Chronica monasterii Casinensis. Die Chronik von Montecassino, a cura di H. Hoffmann, ibid., XXXIV, Hannover 1980, pp. 512, 515 ss., 526, 556 s.; Alessandro di Telese, De rebus gestis Rogerii Siciliae regis, in G. Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napolitani…, I, Napoli 1845, pp. 81-148 passim; G. Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana, II, Napoli 1849, n. XXI pp. 58 s.; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’après des documents inédits, Cava de’ Tirreni 1877, Appendice, n. E/IV-VII; L. von Heinemann, Normannische Herzogs- und Königsurkunden aus Unteritalien und Sicilien, Tübingen 1899, pp. 11, 28 s.; Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo normanno (1075-1194), a cura di F. Nitti di Vito, Bari 1902, p. 22; Codice diplomatico amalfitano, I, a cura di R. Filangieri di Candida, Napoli 1917, p. 190; Necrologio del Liber confratrum di S. Matteo di Salerno, a cura di C.A. Garufi, in Fonti per la storia d’Italia [Medio Evo], LVI, Roma 1922, p. 102; Codice diplomatico normanno di Aversa, I, 1, a cura di A. Gallo, Napoli 1926, p. 12; I necrologi cassinesi, I, Il necrologio del cod. Cassinese 47, a cura di M. Inguanez, in Fonti per la storia d’Italia [Medio Evo], LXXXIII, Roma 1941, c. 297; Pandulfi Vita Calixti II, in Le Liber pontificalis, II, a cura di L. Duchesne, Paris 1955, pp. 322 s.; H. Houben, Il “libro del capitolo” del monastero della Ss. Trinità di Venosa (cod. Casin. 334): una testimonianza del Mezzogiorno normanno, Galatina 1984, pp. 134 s.; Falcone di Benevento, Chronicon Beneventanum. Città e feudi nell’Italia dei Normanni, a cura di E. D’Angelo, Firenze 1998, ad ind.; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 313-326; J. Deér, Papsttum und Normannen. Untersuchungen zu ihren lehnsrechtlichen und kirchenpolitischen Beziehungen, Köln-Wien 1972, ad ind.; H. Hoffmann, Langobarden, Normannen, Päpste. Zum Legitimationsproblem in Unteritalien, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken, LVIII (1978), pp. 169 s.; I. Herklotz, “Sepulcra” e “monumenta” del Medioevo. Studi sull’arte sepolcrale in Italia, Roma 1985, pp. 76, 197; G. Fornaciari – F. Mallegni – C. Vultaggio, Il regime di vita e il quadro fisio-clinico di Gregorio VII: le testimonianze scritte. I rilievi antropologici, paleopatologici e paleonutrizionali, in Rass. stor. salernitana, II (1985), pp. 31-90; G.A. Loud, Church and society in the Norman Principality of Capua, 1058-1197, Oxford 1985, ad ind.; Id., The abbey of Cava, its property and benefactors in the Norman era, in Anglo-Norman Studies, IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, Woodbridge 1987, pp. 143-175 (rist. in Id., Conquerors and churchmen in Norman Italy, XI, Aldershot 1999, pp. 148, 156 s., 165); J.-M. Martin, La Pouille du VIe au XIIe siècle, Rome 1993, ad ind.; H. Takayama, The administration of the Norman Kingdom of Sicily, Leiden 1993, pp. 6, 36, 47 s., 57; L. Portoghesi, La ricognizione del corpo di G. d’A.: ricostruzione delle vesti funebri, Avellino 1994; E. Cuozzo, Normanni. Nobiltà e cavalleria, Salerno 1995, pp. 127, 129 s., 180, 185, 293; G.A. Loud, A Lombard abbey in a Norman world: St. Sophia, Benevento, 1050-1200, in Anglo-Norman Studies, XIX, Proceedings of the Battle Conference 1996, a cura di C. Harper-Bill, Woodbridge 1997, pp. 273-306 (rist. in Id., Montecassino and Benevento in the Middle Ages. Essays in South Italian Church history, VIII, Aldershot 2000, pp. 281, 284 s., 288 s.); D. Matthew, I Normanni in Italia, Roma-Bari 1997, ad ind.; H. Houben, Roger II of Sicily. A ruler between East and West, Cambridge 2002, pp. XXI, 32, 36 s., 39, 41-44, 49, 91, 96, 149, 155.

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) L”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf KöpkeUn esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847[3], dall’accurata esegesi di Pertz e KöpkePratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), col nome di “Chronicon Cavense ineditum cum notis Franc. M. Pratilli”, a p. 381. Il Pratilli, nella seconda sua edizione del 1643, mescolò nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, ‘Chornicon Salernitanum’, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Si veda Ulla Westerbergh, ‘Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language’ Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani‘, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense‘, costruito (dicono) dal Pratilli. Riguardo il “Chronicon Salernitanum”, lo studioso Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, p. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

Dal 1086 al 1111, Ruggero Borsa e la contea di Policastro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, figlio di Roberto il Guiscardo e la principessa Longobarda Sichelgaita.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla e nuovo Conte di Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo paragrafo mi occupo degli eredi del conte di Principato. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: “Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: ecc…..La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di Monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83 continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II………….Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a p. 383, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Roberto, di cui si conservano vari diplomi di concessioni fatte a chiese, nei quali si fa sempre salva l’autorità sovrana del Guiscardo e, dopo la morte di costui, quella di Ruggero Borsa (1). A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) ecc…”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salerno in cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Rogerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”.

NEL 1073, IL DUCATO DI PUGLIA E CALABRIA DI RUGGERO BORSA

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. La Falkenhausen citava il chronicon di Romualdo Guarna (….) o Romualdo Salernitano che fu pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), nella rivista diretta da Giosuè Carducci: “Rerum Italicarum Scriptores”, (II edizione) VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.

Nel 1080, muore Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo (I) d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e figlio di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fredesenda, secondo alcune fonti morì nel 1080 (1). Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. In Wikipedia, nella nota (1) si postillava che: “(1) Altri ritengono che partecipò alle campagne bizantine di Guiscardo e alla Battaglia di Durazzo di ottobre del 1081, che visse fino al XII secolo (al 1104, 1113, o 1117), ma probabilmente confondono questo Guglielmo con uno dei tanti condottieri normanni omonimi e contemporanei.”.

Nel 1081, TURGISIO Normanno (di Sanseverino o di Rota) muore e si apre la successione

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto.

Nel 1081, TURGISIO (II) SANSEVERINO, signore di Montemiletto  ed il fratello RUGGERO SANSEVERINO, figli ed eredi di TURGISIO di Rota, dopo la morte di Nicola di Principato, signori del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino:

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Ma, arrestatasi al terzo erede la discendenza di Guglielmo del Principato, Torgisio di San Severino, figlio di Troiso di Rota, restò l’unico potente signore del Cilento, ed estendendo i suoi acquisti, formò la Baronia del Cilento, col suo centro nel Castello di Rocca. Da allora, la storia del Cilento s’identifica con quella, assai tragica, dei Sanseverino (v.). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II” fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema pone Torgisio II nell’anno 1113 ed il fratello Ruggero Sanseverino negli anni tra il 1110 ed il 1114. Di Silvano non si dice nulla. Dalla Treccani leggiamo che Ruggero I Sanseverino, nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Dalla Treccani on-line leggiamo che, riferendosi a Ruggero di Sanseverino, suo fratello maggiore, nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento dovette trovare necessariamente la sua unità fino al 1083, quando incomincia il dominio effettivo della Badia di Cava sul feudo della Baronia di Castellabbate, come sarà chiamata dall’edificazione del castello nel 1127, in seguito alla conferma da parte del Guiscardo della donazione fatta da Gisolfo. Malgrado il Cilento fosse sotto la signoria dei Normanni, notiamo tra i feudatari molti di sangue Longobardo. Tra questi notiamo Guaimario, conte di Capaccio ed erede diretto dei Principi di Salerno. Guaimario, nel 1097, signore di Giffoni, donò alla Badia di Cava il casale di Massanova (…)”. Scrive sempre l’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…): “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (…). Non si può escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento, d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (….).”. L’Infante, a p. 36, nella nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, op. cit., pag. 114”. L’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla.”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Morto nel frattempo il vecchio Torgisio, i suoi figliuoli, Torgisio iuniore, Ruggiero e Silvano avevano assunto il cognome di Sanseverino dal feudo da essi tenuto. Il primogenito, Torgisio juniore, in questo tempo ebbe in concessione anche il feudo della baronia di Cilento come è dimostrato da varie donazioni, da lui fatte alla Badia, di terre e di vassalli nel Cilento. In un atto dell’ottobre 1113, egli dichiarava di avere in suo dominio vassalli e terre nel Cilento e propriamente nella marina di esso, in S. Mauro ed in Fiumicello e ne faceva dono alla Badia di Cava (2). Nel dicembre dello stesso anno confermava la donazione e vi aggiungeva altri vassalli ed altre terre nei casali di Montecorice, di Quadrati, di Abramuli, di Pietrfocaia, di Pioppi, di Prigenito, e di Oliarola (3). Queste donazioni di vassalli e di possedimenti in tanti casali del Cilento attestano che già Torgisio era signore di esso; ciò che del resto è confermato da una serie di atti, in cui i suoi successori intervennero assumendo il titolo di baroni del Cilento. Il Ventimiglia (1) scrive che il Torgisio della donazione dell’ottobre 1113 è del tutto diverso da Torgisio Sanseverino della donazione del dicembre successivo perchè nella prima di esse è chiamato Torgisio signore di Montemiletto. Anzitutto è da notare che è detto “signore di Montemiletto e di moltri altri luoghi” ed il possesso di quel feudo, che egli volle indicare, non esclude punto che potesse avere in pari tempo la contea di S. Severino e la baronia del Cilento. Inoltre, l’atto del dicembre 1113 non è che un’assegnazione di vassalli e di terre negli stessi casali indicati nella precedente donazione. VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi. Contemporaneamente, e cioè fin dai primi anni del secolo XII, troviamo signore di molte terre nel Cilento Troizo o Torgisio Sanseverino, figlio di quel Troizo detto ‘De Rota’ nella bolla di Alessandro II (3). Egli in seguito ampliò grandemente i suoi possedimenti, forse ereditando parte dei beni di Nicola di Principato, e costituì definitivamente la baronia del Cilento. A Torgisio successero l’un dopo l’altro, durante il periodo Normanno, Ruggiero, Arrigo e Guglielmo, il quale ultimo visse nel turbinoso passaggio del Reame dalla dominazione normanna alla sveva. Il castello di Rocca Cilento era la sede della baronia, di cui facevan parte Porcile, etc…, di cui i nomi ora o poco prima cominciano ad apparire nei documenti del tempo.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Paesano, II, pag. 18 e segg.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il Ventimiglia, Notizie storiche, pag. 59, scrive che questo Torgisio non ha che vedere con Torgisio Sanseverino. Vedi ad ogni modo l’opera di M. Mazziotti, La baronia del Cilento’, a pag. 113 e segg. (Roma, 1904).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a pp. 128-129, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento”, in proposito scriveva che: “Fu sicuramente il figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa (1080-1111), che concesse l’Actus Cilenti come feudo a Torgisio II ed a Ruggiero, figli del primo Torgisio, il normanno che era stato compagno delle conquiste salernitane di suo padre, creato da questi signore di Rota e destinato ad essere il capostipite della più potente famiglia comitale del Mezzogiorno: i Sanseverino. Nell’ottobre del 1113, infatti, troviamo che ‘in acto et pertinentia de Cilento’ Torgisio II Sanseverino, signore di Montemiletto, concesse alla Badia di Cava terre ed uomini di suo possesso nelle località di ‘Fiumicello, Marina e S. Mauro (1); nel dicembre di quello stesso anno assegnò altre terre ed uomini alla Badia, sia nelle dette località che a Montecorice, sia ancora nei casali di ‘Quarati’ (Guarrazano), Abramuli, Petra Focara, Pioppi, Pragenito ed Oliarola (Ogliastro Marina)(2). In un atto pubblico del marzo 1114 Ruggiero di Sanseverino (‘Rogerius qui dicitur de Sancto Saverino), fratello di Torgisio II, confermò alla stessa Badia il possesso dell’intero casale di S. Mauro, donatole l’anno precedente dal fratello, e del casale di Silifone, venuto in possesso del cenobio nel 1088 per lascito testamentario di Guaimario jr., signore di Giffoni e nipote di Guido duca di Conza (3). I due casali, evidentemente, cadevano sotto la giurisdizione di Ruggiero, come suo era il Castellum Cilenti, che in un documento dell’1110, in cui compare anche la prima menzione di Rocca (poi Rocca Cilento), è detto: ‘Castello di Ruggiero’ (4).”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (2) postillava che: “(2) Senatore, cit., doc. XVII. Per ‘Quarrati’, v. qui, n. 3, p. 69”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (3) postillava che: “(3) Senatore, cit., doc. XVIII. Per Silifone v. qui, pp. 138-39. Guaimario di Giffoni era figlio di Guaimario, figlio di Guido di Conza”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (4) postillava che: “(4) ABC, XIX, 3 (luglio 1110): “….habitans de la Rocca…..Stabilem, iudicem de castello Rogerii, …… I documenti medievali oscillano nella registrazione dei toponimi CASTELLUM CILENTI, ROCCA E CASTELLABATE ecc…”. Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. Ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.

Nel 1083, Emma di Hale, figlia di Goffredo di Hale, in seconde nozze sposò Guimondo de Mulsi

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Da Eboli, però, verso la fine di quel secolo (a. 1083) datò alcuni diplomi anche Emma, figliuola di Goffredo di Hale, sposa dapprima di Rao Trincarote (17), parente di Rainolfo I, conte di Aversa, e poi di Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Riguardo questi personaggi ed i diplomi e privilegi di cui accennava l’Ebner, egli a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195)...”. Dunque, Ebner nella nota (16) postillava che il documento cavense (conservato presso l’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni) n. B 31 è assai chiaro a riguardo perche è scritto: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”, ovvero che: “Emma di Eboli, figlia di Joffrit (Goffredo)(sarebbe Goffredo di Hale), che era stata prima moglie di Radolfi detto Trincarote e poi moglie di Guimundi detto de Mulsi”. Riguardo questo documento (il B 31), Pietro Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16)…..Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno.”. Dunque, il documento B 31 ci informa secondo l’Ebner che questa Emma di Eboli, figlia di “Goffredo di Hale” era stata sposata in prime nozze con ‘Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa’ per poi risposarsi con Guimondo de Mulsi, di cui si parla per l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro. Su Guimondo de Mulsi, marito di Emma di Hale o di Eboli, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”. A parlare di Guimondo de Mulsi è Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075. Proprio nello stesso anno moriva, assassinato da Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; accordatisi però chè della vertenza fosse giudice il principe di Capua, ecc…”

Nel 1083, il ‘vice-conte’ (visconte) BOSO, funzionario della Curia ducale del Guiscardo

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Difatti nel placito tenuto nell’ottobre di quell’anno nel palazzo arcivescovile di Salerno si narra che, nata tra l’abate di Cava ed il principe di Salerno una vertenza circa i loro vassalli nel Cilento, si erano radunati a derimerla, come appunto accadde, l’abate, alcuni alti personaggi del tempo quali rappresentanti del duca e Boso viceconte di esso nel Cilento (3). Ogni contesa venne risoluta designandosi dall’abate con giuramento sul Vangelo i nomi dei suoi vassalli nei varii paesi del Cilento. VI. Due anni dopo, nel 1085, moriva Roberto il Guiscardo, succedendogli il suo figliuolo primogenito a nome Ruggiero natogli da Sichelgaita sorella dello sventurato Gisulfo ultimo principe longobardo di Salerno e sotto il nuovo duca passava anche il Cilento.”. Il Mazziotti, a p. 114, nella nota (3) postillava che: “(3) Pubblicato dal Ventimiglia, Notizie storiche, Doc. IX, dal Senatore, Op. cit., Doc. IX.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Ecc…”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Sulla figura del “vice-conte” e di Boso, Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 122 riferendosi proprio alla spinosa vertenza tra l’abate Pietro e la Curia ducale, in proposito scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento. Ecc..”. Il documento di cui parleremo in seguito. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…”, a p. 98 parlando di un documento che riguardava Guglielmo (III) de Mànnia, in proposito scriveva che: “(vi è notizia di uegli agenti demaniali (‘viceconti’) le cui attribuzioni non sono state ancora del tutto chiarite, ma che non avevano nulla a che vedere con il “dominus”. Il viceconte presente a Novi ecc…erano funzionari longobardi di grado intermedio tra i “gastaldi” (poteri militari, di polizia e giudiziari) e il “conte”, titolo onorifico non ereditario, e perciò revocabile, attribuito ai più eminenti gastaldi. I conti erano alti ufficiali della corte principesca che in età longobarda, come abbiamo già visto, erano inviati ovunque nel principato per derimere speciali vertenze. I ‘vice-comes invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc…”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  (39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.

Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fa testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo. Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.

Nel 1083, ROBERTO DI SCALEA, Roberto detto Scalone o Scalione (“SCALIO”), primo conte di Scalea e di Malvito 

Da Wikipedia alla voce “Malvito”, leggiamo che il periodo di massimo splendore di Malvito fu quello della dominazione longobarda: istituito sede di gastaldato e di diocesi, in questo periodo si iniziò la costruzione del castello, completata successivamente in epoca normanna. Sotto la dominazione dei Normanni il feudo fu istituito in contea (il primo conte attestato è Roberto di Scalea nel 1083), ma perse gran parte della propria importanza strategica ed anche la sede vescovile alla fine del XII secolo, in favore della troppo vicina San Marco Argentano. Da Wikipedia si legge che Roberto il Guiscardo ebbe l’ultimo figlio con Sichelgaita, Roberto (1068 – 1110), detto Scalio. Dunque, qui lo si chiama ROBERTO DI SCALEA. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dal matrimonio contratto nel 1058 circa con la principessa Longobarda Sighelgaita di Salerno nacque l’ultimo figlio : Roberto (nato 1070 circa – ?), detto Scalio (morto 1110) capostipite degli Scaglione. Dunque, Roberto detto “Scalio”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Roberto d’Altavilla, detto Scalio (1068 – aprile 1110), fu terzo e il minore dei figli maschi di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e della sua seconda moglie Sichelgaita di Salerno. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. Dunque, secondo il Vacchiano, all’anno 1083, ossia “due anni prima della morte di Roberto il Guiscardo” risale il più antico documento in cui figura Roberto detto Scalone o Scalione, che si fregiava del titolo di “conte di Scalea e di Malvito”. Roberto detto Scalone o Scalione era un figlio forse illegittimo di Roberto il Guiscardo. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. In Wikipedia alla nota (1) postilla: “(1) Franco Pastore, Roberto d’Hauteville: Dramma storico in tre tempi, A.I.T.W. Edizioni, p. 12.. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Alla morte del Guiscardo, Cefalonia 17 luglio 1085, le contee di Malvito e di Scalea passarono al figlio, che dalla cittadina tirrenica aveva tratto il predicato di “Scalione” (15).”. Il Campagna, a p. 200, nella nota (15) postillava che: “(15) In A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit. “Roberti comitis diploma”, pag. 17; Idem, “Ruggero re di Sicilia….conferma alla chiesa di Malvito….due diplomi concessi rispettivamente a Gualtiero vescovo di Malvito da Ruggero duca e da Roberto (….)ione, figli di Roberto il Guiscardo”, Diploma n. 13, pag. 38. In E. Conti, Giurisdizione della Diocesi, etc., cit.; Idem, Due vie istimiche da Sibari al Tirreno, etc., estr. da “SM”, a. III, (1970), fasc. I-II.”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di alcuni documenti scoperti da Alessandro Pratesi (….) scriveva che questo Roberto Scalione era figlio di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”,……da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9).”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”.

Nel 1085, Roberto il Guiscardo muore e si apre la successione nel DUCATO DI PUGLIA E CALABRIA

Da Wikipidia leggiamo che durante la sua assenza dai campi di battaglia in Oriente, suo figlio Boemondo, per qualche tempo signore della Tessaglia, aveva perduto le conquiste fatte in terra greca. Il Guiscardo tornò per recuperare i territori perduti, rioccupò l’isola di Corfù e mise sotto assedio Cefalonia. Ma proprio durante quest’ultima battaglia, colto da una violenta febbre, morì il 17 luglio 1085 all’età di circa 60 anni.[5] La cittadina di Fiscardo, sull’isola di Cefalonia, prese il nome da lui. Il suo corpo (privato delle parti interne che rimasero a Otranto) fu portato a Brindisi per le onoranze funebri e poi a Venosa dove fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità, nella stessa tomba dove riposano anche altri illustri membri della Casa d’Altavilla: tra gli altri i suoi tre fratelli Guglielmo “Braccio di Ferro”, Guglielmo di Principato e Drogone. “Hic terror mundi Guiscardus” (“Qui giace il Guiscardo, terrore del mondo”) diceva la lapide commemorativa (oggi scomparsa) dell’abbazia di Venosa.[6]A succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Proprio a lei si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A Boemondo furono comunque destinati i possedimenti al di là dell’Adriatico, prima fra tutte la roccaforte di Durazzo che venne riconquistata velocemente dai Veneziani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Roberto lasciò anche altri due figli maschi: Guido duca di Amalfi e Roberto Scalio, i quali non insidiarono mai la legittimità del potere del fratello maggiore Ruggero. La grandezza di Roberto il Guiscardo e i suoi innumerevoli successi sono dovuti non solo alle sue straordinarie qualità, ma anche al rapporto d’intesa col Papato. Egli istituì e fece rispettare una forte autorità ducale, che fu tuttavia minata spesso da rivolte baronali e malcontenti da parte dei feudatari minori, come ad esempio nel 1078, quando egli chiese ai suoi vassalli un sostegno economico per le nozze di sua figlia. Troppo impegnato ad espandere continuamente i suoi territori, non ebbe il tempo e la possibilità di organizzarli al proprio interno. In questo senso, la solidità del dominio fu garantita da un insieme di fattori che spesso esulano dalle sue personali abilità politiche. Nella storia del regno normanno d’Italia la figura del Guiscardo rimane sostanzialmente quella dell’eroe e del fondatore, mentre suo nipote Ruggero II rappresenta il vero statista e organizzatore dell’intera compagine. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 62, nella nota (152) riferendosi a Ruggero Borsa, sebbene commettesse l’errore di scrivere Guglielmo invece che Roberto, postillava: “(152) Proprio nel 1086 Ruggiero, succeduto nell’anno precedente al padre Guglielmo il Guiscardo, insieme col fratello Boemondo ai signori normanni di Calabria e di Lucania, firmando nel ‘Palazzo’ di Salerno i diplomi di donazione all’arcivescovo di Bari, a Pietro abate di Cava, alla Santissima Trinità di Venosa. (Cfr. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris, 1907 (cito dalla ristampa New York, Burt Franklin, 1969), I, pp. 289-300, e II, pp. 584-585). Cfr. pure Guillaume, op. cit., 70-73.”.

Nel 1085, Sichelgaita, principessa Longobarda e la reggenza del Ducato di Puglia e di Calabria alla successione del Guiscardo

Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Nel 1084 Ruggero partecipò a una campagna militare in Grecia al fianco del padre, che il 17 luglio 1085 morì di malattia durante l’assedio di Cefalonia. Singolare coincidenza fu il fatto che Ruggero, erede dei possedimenti italiani, si trovasse in Grecia al momento della morte del Guiscardo, mentre Boemondo, erede di Durazzo e di altri feudi bizantini, si trovasse in Italia, precisamente a Salerno. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, a p. 55, parlando di Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Dopo aver lasciato in affidamento l’Italia meridionale a Ruggero Borsa, primogenito della seconda moglie, Roberto il Guiscardo fa rotta verso Aulona. Inizia così un’altra avventura per quest’uomo ormai sessantasettenne, che si spinge verso le Isole Ionie, conquista Corfù, ecc…”. Sempre l’Aubè, a p. 58, in proposito scriveva che: “Nell’autunno 1084 Roberto, accompagnato da Ruggero Borsa, si allontana da un’Italia sotto scacco per dirigere verso le coste albanesi la flotta ricostruita ecc..”, e ancora a p. 59, parlando della morte del Guiscardo a Cefalonia, scriveva che: “Suo figlio, Ruggero Borsa, viene subito riconosciuto erede di tutti i suoi titoli e “ognuno promette di servirlo con cuore fedele” e, ancora a p. 70, in proposito scriveva che: “Il duca, Ruggero Borsa, ancora giovane, ha ereditato dal padre il coraggio, ma anche il senso politico e la scaltrezza. Romualdo, nato da antica famiglia longobarda di Salerno e che sarà Arcivescovo della sua città, ci ha lasciato degli ‘Annali’ di grandissima importanza, in cui esegue un ritratto alambiccato del figlio di Roberto il Guiscardo….Forse non è proprio ciò che ci si può aspettare da un capo di stato. All’inizio deve affrontare alcuni vassalli irrequieti. Poi soprattutto le manovre di Boemondo, il fratellastro, di un’intelligenza fuori dal comune, ecc….”. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Ma, nel 1085,  dopo la morte di suo padre, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo d’Altavilla, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratellastro, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero Borsa riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Recentemente, Nicola Lorenzo Barile (….), in un suo saggio su “La figlia del re di Francia e il principe normanno”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni (…), a pp. 95-96-97, parla di Ruggero Borsa (…) e della madre, la principessa Longobarda Sichelgaita, ed in proposito scriveva che: “Ai fini del nostro discorso, vorremmo attirare l’attenzione su un gruppo di documenti che già Ménager si rammaricava essere poco studiati (58). Si tratta di tre diplomi ducali datati marzo e maggio 1086 (59). Essi si aprono in modo assai simile: “idcirgo ego, Sychelegayta dux, cum Ruggerio duce filio meo”; (60) “Ego Sikelgaita DUX divina favente clementia, una cum Roggerio duce, filio meo”; (61) “EGO SIKELGAITA // Divina favente clementia DUX” (62). Iorio, che li ha recentemente considerati, conclude che alla testa del ducato non governa Ruggero, bensì sua madre (63). Nel maggio del  1086 abbiamo un altro diploma che si apre invece con la sola indicazione di Ruggero Borsa: “Ego Rog (erius), divina favente clementia dux, ducis Robberti filius” (64). La singolare intitolazione dei tre diplomi ha fatto scrivere ecc…”, e quì il Barile cita ciò che scrisse il Ménager e poi aggiunge: “Non a caso Ménager apre questa sezione del suo libro mettendo tra virgolette l’espressione “reggenza“: “La Régence de Sikelgaite et les contestations de la succession ducale” (66). Infatti non si trattò certamente della tutela di un minorenne, dato che Ruggero aveva venticinque anni all’epoca (67). La medesima espressione, ‘dux’ riferita a Sichelgaita, compariva in verità già in alcune ‘chartae’ dell’abbazia di Cava dei Tirreni. Nel settembre del 1079 Roberto il Guiscardo dona al suo ‘fidelis vesterarius’ Graziano una terra così vicino a Salerno ecc…Un’analisi più attenta di altri diplomi firmati da Sichelgaita, tuttavia, ci permette di trarre interessanti deduzioni ai fini del nostro discorso. Infatti, le ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ conservano due documenti che attestano la presenza di Roberto il Guiscardo e sua moglie alla dedicazione dell’abbazia di Santa Maria della Matina in Calabria (69). Il Guiscardo è ricordato come il duca di Puglia e di Calabria, Sichelgaita come sua moglie e figlia di Guaimario principe di Salerno (70). Come ha notato la Skinner, Sichelgaita viene indicata come la figlia di un grande principe come quello di Salerno invece che come moglie del Guiscardo, ecc..(71)…..la presenza in questo come nei diplomi su citati da Ménager, sembrano comunicare che Sichelgaita fu in quel momento in una posizione di incontestata autorità (73).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (58), postillava che: “(58) Ménager, Recueil des actes, I, p. 165.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Ibidem, pp. 169-171 (docc. n. 46-48).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Ibidem, pp. 169-170 (doc. n. 46), particol. p. 170.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Ibidem, pp. 171-172 (doc. n. 47), particol. p. 171.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (62), postillava che: “(62) E’ il celebre documento con cui Sichelgaita dona all’arcivescovo Ursone la giudecca di Bari: ibidem, pp. 173-175 (doc. n. 48), particol. p. 173; edito anche ne ‘Le pergamene del Duomo di Bari (952-1264), a cura di G.B. Nitto de Rossi e F. Nitti di Vito, Bari, 1897 (Codice diplomatico Barese, I), pp. 56-58, particol. p. 57 (doc. n. 30, rr 1-2)”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (63), postillava che: “(63) Iorio, ‘La duchessa Sikelgaita’, pp. 78 e 86-87.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (64), postillava che: “(64) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 175-176 (doc. n. 49), particol. p. 175.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (65), postillava che: “(65) Ibidem, p. 166. A proposito della reggenza di Sichelgaita, vedi C. Urso, “Buone madri” e madri “crudeli” nel medioevo, Acireale-Roma, 2008, p. 210, parla di “diarchia, o meglio di poliarchia”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Ménager, I, pp. 163-221.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Ibidem, p. 166. Sul delicato tema della maggiore età nel medioevo, cfr. sempre in questo ambito, Vera von Falkenhausen, ecc…”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (68), postillava che: “(68) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 97-98 (doc. n. 28), particol. p. 97. Cfr. pure ‘Codex diplomaticus Cavensis (CDC), a cura di S. Leone e G. Vitolo, X, 1073-1080, Badia di Cava, 1990, pp. 297-298, particol. p. 297 (coc. n. 124). Un documento dell’agosto 1080, sempre tratto dl ‘Codex Cavensis’, riporta il termine più consueto ‘ducissa’, come si può leggere nella conferma di una serie di diritti dell’abbazia di Cava su un certo numero di monasteri “per interventum d(o)m(n)e S(ichelgaite) ducisse, dilecte coniugis nostre”: CDC, X, pp. 332-333, particol. p. 332 (doc. n. 138). La famiglia dei principi di Salerno, cui Sichelgaita apparteneva, era legatissima al monastero di Cava fin dalla sua fondazione; questo spiega l’intervento di Sichelgaita presso il marito: S. Leone, G. Vitolo, ‘Introduzione’, in CDC, X, pp. XV-XXV, particol., p. XXIII.”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Notizie su questo monastero si possono leggere in A. Pratesi, ‘Introduzione’ alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, a cura di A. Pratesi, Città del Vaticano, 1958, pp. VII-LV, particol. pp. VII-X. Fondata da Adelardo abate cistercense nella seconda metà del XI secolo, venne costantemente protetta dai duchi normanni.”. Sul monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, ho dedicato ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ nei pressi di Scario”. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. Solo, nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia.

Nel 1086, il normanno UGO di AVENA, e sua moglie EMMA, fanno una donazione all’Abbazia di Cava dell’Abbazia di Padula

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Trinchera F., ‘Syllabus etc.’, p. 250

Mattei-Cerasoli, p. 176

(Fig….) Mattei-Cerasoli (…), p. 176

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “4. Gli Ordini religiosi” a p. 146 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”, in proposito cita la La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, ……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Torone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quella di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre del 1514 non fu egualmente sottomesso alla Certosa (97).”. Giovanni Vitolo, a p. 146, nella nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 125.”. Vitolo, a p. 146, nella nota (95) postillava che: “(95) P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’après documents inedits’, Cava de Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il signore d’Avena – oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza – Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il monastero di San Nicola, ‘quod dicitur de Padula’, unitamente al San Simeone ‘in loco pertinenciis de Castello Montesano’ e al San Giovanni ‘in loco Layta, qui est propre Castro Mercurio’ (148). E’ il San Nicola al Torone, altrimenti detto “del monaterio”(149) in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese (150).”. Il Tortorella, a pp. 44-46, in proposito aggiungeva che: “La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un’azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci e monasteri greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del ‘Catepanato’, nella sfera d’influenza, sprattutto religiosa e culturale, bizantina (152). Gli espliciti riferimenti contenuti nel’atto di donazione e l’esistenza, ormai accertata, del San Simeone di Montesano (153) possono bastere a confutare le ipotesi gratuite del Mattei-Cerasoli (154), il quale attribuisce le indicazioni topografiche a inesistenti località nei dintorni di Papasidero (155); simile è la posizione di Cappelli (156), che aggiunge, ad avvolorare la sua tesi, l’essere tuttora titolo dell’arciprete di San Giovanni Orsomarso (157) anche quello d’abate San Nicola.”.

Nel 1086, ASCLETTINO e sua moglie SIKELGAITA (figlia di PANDOLFO di Capaccio), Polla, Sicignano ed il monastero di S. Pietro di Polla 

Chi era Sichelgaita, sposa di Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla ?. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”, citava la “…..donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46).”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Riguardo il Bracco (….), si tratta del testo di Vittorio Bracco (….), del suo “Polla. Linee di una storia”, Salerno, 1976, p. 545. In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). In Wikipedia, nella nota (1) postilla: “(1) Andrea Bedina, Guaimario [III], Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60 (Rome: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003)”. In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest (Routledge, 2000), p. 117.”. Sichelgaita, era figlia di Pandolfo, conte di Capaccio e fratello del principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V). Dunque, Sichelgaita era figlia di Teodora di Tuscolo e nipote del principe Guaimario V. Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”. In Wikipedia nella nota (5) postillava che: “(5) Drell, 2002, p. 194”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio” e, a p. 134, pubblicava uno schema in cui è scritto che da “PANDOLFO, conte di Capaccio (1034 ? – 1052)”, tra i suoi figli, in particolare “SICHELGAITA, sposa di Asclettino di Sicignano (a. 1086)”. Dunque, Sichelgaita era sorella di Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni, Glorioso e Sica, tutti fratelli e figli di Pandolfo. Il Cantalupo (….), a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (3) postillava che: “(3) ABC, H 27”. Dunque, del documento citato dal Vitolo, la cui collocazione all’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni dice essere ““(28) ……C 1”, il Cantalupo dice essere “(3) ……H 27”. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito citava la “I Normanni pertanto dovettero limitarsi ad occupare i castelli strategicamente più importanti (Diano, Sala e Polla), dove fecero entrare i signori longobardi nelle loro clientele vassallatiche, come è dimostrato dalla donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46). ‘Milites’ normanni appaiono anche nel territorio di Montesano (47).”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Vitolo a p. 51, nella nota (47) postillava che: “(47) ‘Catalogus baronum’, cit. pp. 102 sg. Per un quadro generale delle vicende del ceto dirigente longobardo in età normanna v. V. f. Falkenhausen, I ceti dirigenti prenormanni al tempo della costituzione degli stati normanni nell’Italia meridionale e in Sicilia, nel volume collettivo ‘Forme di potere e struttura sociale in Italia nel Medioevo’, a cura di G. Rossetti, Bologna, 1977, pp. 321-77.”. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “4. Gli Ordini religiosi” a p. 146 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”, in proposito cita la La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)”. Giovanni Vitolo, a p. 146, nella nota (93) postillava che: “(93) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV. Contributo alla storia dell’insediamento medievale nel Vallo di Diano, Salerno, 1980, p. 11.”. Infatti, Il Vitolo (….), nel suo “S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV – contributo alla storia dell’insediamento medievale nel vallo di Diano”, a p. 11, in proposito scriveva che: “Il processo di aggregazione iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo di Capaccio e nipote del principe Guaimario IV (V), donarono all’Abbazia cavense il monastero di S. Pietro (28). Di esso nulla sappiamo prima della donazione di Asclettino, è da escludere però che sia stato fondato dallo stesso donatore, perchè in questo caso certamente ne avrebbe fatto cenno nel suo diploma. Non sappiamo con certezza se sia stato benedettino fin dall’inizio o abbia avuto un passato basiliano dato che il ‘tutulus dedicationis’, pur essendo più diffuso nel sec. XI nell’area latina, è comunque anche a quella greca; la mancanza tuttavia di ogni traccia di grecità, che è dato invece di riscontrare con frequenza nei confinanti casali di Pertosa e di S. Arsenio, fa pensare piuttosto ad una origine benedettina del nostro monastero. Esso dovette essere in origine un ‘Eigenkloster’ fondato da uno degli ultimi signori longobardi di Polla, certo è che un secolo dopo la sua donazione all’abbazia di Cava appare ancora fortemente legato ai signori normanni di Polla, che, come vedremo, vi si facevano seppellire e, se si potesse prestar fede ad una testimonianza settecentesca, vi facevano conservare i loro ritratti….Oltre al monastero di S. Pietro, Asclettino e Sikelgaita donarono all’Abbazia di Cava anche le terre, le case, le selve, i mulini ed i villani da esso dipendenti, la decima di tutti i redditi del castello di Polla, la chiesa di S. Caterina che si trovava all’interno del castello e le sue tenute di Rustiliano e delle Cesine. Alcune di queste concessioni dovettero restare sulla carta se un diploma dell’aprile del 1091, pervenutoci in due copie notarili, una del 1166 e l’altra del 1246, ed, in transunto in una sentenza del 1247, ci fa sapere che il nuovo signore di Polla, Guidelmo de Trebinda, dona etc…”. Il Vitolo, a p. 61, nella nota (28) postillava: “(28) A.C., C 1”. Il Vitolo spiegava che “A.C.” sta per “Archivio di Cava”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola (riguarda il casale di S. Severino, casale di Roccagloriosa)

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. La notizia citata dal Romaniello proviene dal barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Il Barra citava e postillava del testo di Giacomo Morra (….):

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte una me vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966. Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “….: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II° cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

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(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Biagio Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. La casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Nicola Acocella (38), in un suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forse politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (39). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino.”. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

RUGGERO D’ALTAVILLA DETTO “BORSA”

Dall’unione con la principessa Longobarda Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I, detto Ruggero Borsa). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e di Calabria dal 1085 al 1111. Dopo la morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e di Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. L’opera di Carlo Alberto Garufi (….), è “Romualdi Salernitani Chronicon”, contenuta nella rivista “Rerum Italicarum Scriptores” (II serie), nuova edizione riveduta da Giosuè Carducci, tomo VII, Bologna, pp. 205-214. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Di Ruggero Borsa lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.“Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Solo, nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Ruggero Borsa, vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo ma non sarà mai in grado di eguagliare la potenza del fratellastro Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Non sappiamo se in quegli anni, Ruggero Borsa, che morì a Salerno nell’anno 1111, in che modo abbia influito sulla demaniale Policastro e sulle nostre terre. Nel 1099 fu eletto come papa Pasquale II. Anche questa volta il duca Ruggero non intervenne nell’elezione papale, ma mantenne un buon rapporto con il pontefice. Nel 1100 il duca represse una rivolta a Canosa e riconquistò Amalfi, ma ignoriamo come ci sia riuscito. Nel 1101 morì il granconte di Sicilia Ruggero, che lasciò al comando dei suoi stati in qualità di reggente la giovane moglie Adelaide del Vasto. Con la morte dello zio, il duca Ruggero perse il suo miglior alleato, in quanto Adelaide del Vasto non ebbe né tempo né forze per aiutare il duca di Puglia. Nel 1102 il duca Ruggero sostenne il pontefice Pasquale II nella riconquista di Benevento, ribellatasi fra il 1097 e il 1098. E’ probabile che il duca abbia approfittato della cattura del fratellastro Boemondo da parte dei Turchi, avvenuta nel 1101, per riconquistare Bari e forse i suoi dintorni. Questa occupazione andrebbe dal 1102 a prima del 1107, quando la città pugliese era già tornata nella mani di Boemondo. Fra il 1105 e il 1107, il duca Ruggero fu impegnato in una guerra contro Guglielmo, conte di Monte Sant’Angelo: di questa guerra conosciamo solo due episodi ovvero la conquista di Monte Sant’Angelo nell’ ottobre del 1105 e la conquista di Lucera nell’agosto del 1107. La contea venne poi abolita e la città di Lucera attribuita al figlio illegittimo del duca, Guglielmo. Il duca Ruggero non intervenne nella lotte per la successione che sconvolsero il principato capuano e che videro l’ascesa al potere, dopo la morte di Riccardo II nel 1106, del fratello di quest’ultimo, Roberto. Il duca sopravvisse alla morte di due figli, Ludovico morto nel 1094 e Guiscardo morto nel 1108, e dei suoi due fratelli, Guido morto nel 1108 e Roberto morto nel 1100. Nel corso del 1100 il duca Ruggero si mise d’accordo con Pasquale II per concordare una strategia da perseguire al momento dell’arrivo a Roma dell’imperatore Enrico V. La malattia impedì al duca di salvare il pontefice, catturato dall’imperatore. Il duca Ruggero morì per malattia il 22 febbraio dell’anno 1111. Suo figlio Guglielmo gli successe come duca nel 1111, ma fino al 1114 fu sotto la reggenza della madre Ada. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libre di incenso e balsamo ecc….In continente, una delle rare iniziative di Ruggero Borsa è l’occupazione di due città nate dalla spartizione del feudo di Melfi, da cui eredita inoltre Lucera, ampliando così i suoi possedimenti diretti, da cui non si separerà mai. Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè (…) scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Lo studioso Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’, parlando delle lotte di successione e dello zio di Ruggero Borsa, il Gran Conte di Sicilia Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, a pp. 546-547, in proposito scriveva che: “Del resto la predicazione della crociata e la partenza per l’Oriente di Boemondo di Taranto e di tanti piccoli e medi cavalieri turbolenti e senza beni, solo in apparenza rinsaldava la posizione del duca di Puglia. E in effetti se nel 1098 Ruggero Borsa riusciva ad ottenere l’omaggio vassallatico da parte di Riccardo II di Capua che, divenuto maggiorene, cercava aiuti per riconquistare il principato, perdeva il controllo di Amalfi e di numerosi castelli periferici, e subiva un allargamento di potere del granconte di Sicilia al quale andavano persino taluni diritti giurisdizionali su Napoli.”. Scrive sempre il Tramontana (…), a p. 555, parlando di Ruggero Borsa: “E le strutture del ducato e lo stesso prestigio del Duca, che pur nel 1100 aveva ripreso il dominio diretto su Amalfi, dovevano aver raggiunto un alto livello di vulnerabilità se di fatti, i centri più importanti sfuggivano al controllo di Ruggero Borsa: Enrico di Montesant’Angelo, Roberto di Loretello, Riccardo dell’Aquila, il conte di Conversano, quello di Barletta, di Canne ecc..potevano ormai considerarsi, anche in termini giuridici, autonomi e sovrani nei propri territori se datavano i document redatti nelle loro cancellerie senza riferimento alle istituzioni ducali. Roberto di Loretello siintitolava adirittura ‘comes comitium’ per volontà diDio (3).”. Il Tramontana (…), a p. 555, nella sua nota (3), postillava che: “(3) F. Chalandon, HIstoire cit, I, p. 308.”. Recentemente, Carmelina Urso, in un suo saggio su “Adelaide del Vasto”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni (…), a p. 75, parla di Ruggero Borsa (…), ed in proposito scriveva che: “Tra gli storici, alcuni sono convinti che, dopo la conquista della capitale araba della Sicilia, Roberto il Guiscardo si fosse riservata per sè tutta Palermo, oltre che metà di Messina e parte del Valdemone, lasciando al fratello Ruggero Catania, Troina ecc…. Poi, nel 1091, Ruggero Borsa avrebbe ceduto metà Palermo a Ruggero I e, nel 1122, sarebbe stato il duca Guglielmo a completare la consegna della città nelle mani di Ruggero II.”. Alessandro Pratesi (…), nel suo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, pubblicato nel 1958, riguardo ad un documento, un’antica pergamena del 1110, un atto di donazione di Ruggero Borsa, di cui parlerò innanzi, a p. 18, postillava che: “Circa l’era del ducato pugliese di Ruggero Borsa, decorrente dal settembre 1085, cfr. Chalandon, ‘Histoir de la domination normande, I, p. 287.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ecc..”. Di lui, lo storico inglese John Julius Norwich (….) scrive “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.”. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Dopo la morte del padre, Ruggero Borsa si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Dunque, Ruggero Borsa, sarà riconosciuto duca di Puglia e Calabria, a dispetto del fratellastro Boemondo, con l’aiuto dello zio re Ruggero I d’Altavilla, Gran-Conte di Sicilia e padre di Simone. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: “Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34) influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui un riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Ann. Cav., anno 1123) etc..”. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1027-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo Boemondo, poi principe di Antiochia), gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato di Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”.

Dal 1085 al 1111, Ruggero Borsa e, la contea di Policastro

Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (3). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Giuscardo figlio di Gisulfo che la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, in questo passaggio, il Cataldo scriveva chiaramente che “..lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo ecc…”. Dunque, il Cataldo scriveva che Roberto il Guiscardo lasciò a figlio “Ruggiero II” e poi aggiunge che egli era figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo”. Dunque, non si tratta di Ruggero II ma si tratta di Ruggero Borsa. Infatti, Ruggero detto Borsa, ereditò il Ducato di Puglia e di Calabria dal padre Roberto il Guiscardo. Il Cataldo aggiunge che “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”, ovvero il Cataldo scriveva che il figlio di Roberto il Guiscardo, dal 1085 al 1111, ricostruì Policastro. Dunque, in questo breve passaggio il Cataldo si riferiva a Ruggero Borsa che morì nell’anno 1111. Avendo dato il Cataldo dei riferimenti temporali ben precisi non possiamo che confermare ciò che egli affermava. Secondo il Cataldo, forse sulla scorta dell’Ughelli, Policastro fu tenuta come un padre da Ruggero Borsa. Infatti, il Cataldo scriveva che ciò avvenne dal 1085 al 1111, anno in cui morì Ruggero Borsa.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratelo del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”.

Nel 1090, Riccardo Senescalco, figlio di Drogone e la donazione del monastero di S. Angelo a Tresino

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1090 il conte Riccardo Senescalco, signore di Mottola e di Castellabate, figlio del gran conte Drogone, donò (7) alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 22, luglio a. 1090, XIII. Abbiamo anche notizia così di un discendente di Drogone d’Altavilla, il gran conte, fratello di Roberto il Guiscardo. Cfr. nel mio ‘Economia e Società’, I, pp. 142 e 221 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1090 il conte Riccardo Senescalco, signore di Mottola e di Castellabate, figlio del gran conte Drogone, donò (7) alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 22, luglio a. 1090, XIII. Abbiamo anche notizia così di un discendente di Drogone d’Altavilla, il gran conte, fratello di Roberto il Guiscardo. Cfr. nel mio ‘Economia e Società’, I, pp. 142 e 221 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner ci parla di una donazione fatta nell’anno 1090 dal conte Riccardo Siniscalco al monastero di S. Angelo di Tresino. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 176-177-178, nel suo “8. Sant’Angelo di Tresino. ‘Sancti Angeli in loco Tirrisinus dicitur”, in proposito scriveva che: “La donazione a Cava è da riferire, invece, al luglio del 1090, quando Riccardo Senescalco, ‘filius cuiusdam bone memorie Drogonis inclitus comes’, offre all’abbazia tutte le sostanze che erano appartenute a Giovanni, ‘filius Truppoaldi comitis palatii’, poste in ‘Lucaniensis finibus in locis Trisinum et Staynum et Licosa’ e confisca e confiscate dal duca Ruggero (825). All’interno dei possedimenti indicati, Riccardo dona al monastero cavense anche la quota pro-parte dell’ecclesia Sancti Angeli in eodem loco Trysinum constructam’, con tutto ciò che appartiene alla cappella. Etc..”. La Visentin, a p. 177, nella nota (825) postillava che: “(825) AC, C22 e transunto in D 19, cfr. G. Guerrieri, Il conte normanno Riccardo Senescalco (1081-1115) e i Monasteri Benedettini in Terra d’Otranto’, Trani, 1899, pp. 49-59 e C. A. Garufi, Da Genusia romana al castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in “ASCL” 3 (1933), pp. 28-29, n. 4: regesto del documento.”. La Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. La chiesa, per la prima volta indicata come monastero (827), è accompagnata da numerose ‘res staviles….de montibus atque planis’, che lo stesso duca Ruggero aveva assegnato, in un primo momento, al principe Giordano e da questi al figlio Riccardo, il quale poi le aveva offerte al benefattore di Cava. Nel luglio del 1098 Riccardo Senescalco conferma la donazione fatta a Cava otto anni prima (828), ma probabilmente l’annessione etc…”. Dunque, in questo passaggio la Visentin ci parla del I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, ecc…”. Dunque, la Visentin scriveva del conte Leone, figlio del gastaldo Mansone.

Nel 1093, Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone, confermò la donazione a Cava

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone, ed Ermelina, figlia del fu Ma…, marito e moglie, donarono (9) al monastero cavense la “integram quartam etc…beati zacarie”, già spettante alla Badia.”.

Nel 1094, Ruggero Borsa fece diverse concessioni all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 62, nella nota (152) riferendosi a Ruggero Borsa, sebbene commettesse l’errore di scrivere Guglielmo invece che Roberto, postillava: “(152)….Concesse altre donazioni in Palermo e ancora, nel 1094 in Salerno, alla Trinità di Cava (Cfr. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris, 1907 (cito dalla ristampa New York, Burt Franklin, 1969), I, pp. 289-300, e II, pp. 584-585). Cfr. pure Guillaume, op. cit., 70-73.”.

Nel 1097, EMMA D’ALTAVILLA e ODDONE BONMARCHIS

Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Su Wikipedia leggiamo “Emma Guiscardo Altavilla”. Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 al 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’,nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a pp. 373-374-375, in proposito scriveva che: “E Tancredi, l’eroe immortalato dal Tasso, ch’ebbe, d’accordo o in contrasto con Boemondo, una parte di primo piano nella Crociata? Era egli “Sicilien d’origine, du còtè de son père, Odon le Bon”, come affermava il Michaud ? (23). E suo fratello Guglielmo, che lo seguì nella suggestionante impresa ?. In realtà non possediamo nè su Tancredi, nè su Guglielmo alcun elemento documentario sino al momento in cui, sedotti dal gesto di Boemondo, non pensarono di emularlo. Erano giovanissimi (24). La crociata li tolse improvvisamente dall’oscurità: il loro posto è quindi nella storia di essa, non in quella del sud Italia normanno, nel quale non avevano avuto nè tempo nè occasione per lasciarvi una loro traccia. Non mancano invece notizie sui genitori di Tancredi e di Guglielmo, nonostante che le fonti correlative presentino lacune, divergenze e contraddizioni anche gravi. Tuttavia conviene spigolarne qualcuna fra le più sicure, perchè solo attraverso di esse è possibile individuare la loro figura e stabilire se e quali rapporti essi avevano con la Sicilia e con Ruggero I. Entrambi, stando alle testimonianze contemporanee più accreditate, erano figli del marchese Ottone o Odobono e di Emma, per alcuni sorella, per altri figlia di Roberto il Guiscardo (25). Odobono ‘Marchisius’ (il marchese) possedeva dei feudi in Sicilia, quivi assegnatigli dal conte Ruggero: essi, o alcuni di essi, siti nel territorio di Corleone, sono ricordati in un documento del 1094, nel quale anno Odobono si associava al conte Ruggero nel far dono di alcune decine di villani alla chiesa arcivescovile di Palermo (26); può dedursene che la loro estensione non fosse modesta e che, data l’ubicazione, fossero anche fertili. Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia. Di là dal Faro, ove non sappiamo se si fosse stabilito prima oppure dopo le suaccennate nozze, egli emerse in mezzo a quell’aristograzia cosiddetta ‘lombarda’, che Ruggero I trattò con particolare riguardo, come quella che, costituita da elementi latini di origine italica o franca, gli serviva di sostegno o di contrappeso di fronte agli altri elementi etnici che si trovavano nell’isola. Erano i suoi figli al seguito dello zio Ruggero sotto le mura di Amalfi ? Anche questo ci è ignoto. Sappiamo però che presa la croce si associarono al cugino Boemondo….Celebrando quella gloria, pur nell’enfasi del suo stile, Raul di Caen la riteneva degna della stirpe dei Guiscardi – “Viscardes” – e della stirpe dei Marchesi – “Marchisida” (29).”. Il Pontieri, a p. 376, nella nota (29) postillava che: “(29) Gesta Tancredi principis in expeditione Hierosolimitana, auctore RADULPHO CADOMENSI, in Muratori, RR. II. SS., t. V., p. 786; cfr. De Saulcy, op. cit., p. 309-10. Guglielmo cadde nella battaglia di Dorileo: ‘Histoire Anonime, p. 51.”. Il Pontieri, a p. 374, nella sua nota (25) riferendosi a Tancredi e Guglielmo, figli di Emma, postillava che: “(25) …..Per Anna Commena, ed. Leib, XI, 2, p. 17, egli sarebbe nipote “…………..”, essendo nato – aggiunge l’editore citato – dalla sorella di lui Emma e dal marchese Eude de Bon verso il 1071. L’Anonimo, Histoire, p. 20-21, lo presenta come “Marchisi filius”, e per l’editore di essa, il Bréhier, p. 15, n. 2, egli sarebbe figlio di Emma, sorella del Guiscardo. Altrettanto si ritrova in Guglielmo di Tiro. Anche la Jamison, Some notes, p. 196, rimane incerta. Essendo state tali divergenze accuratamente esaminate dal De Saulcy, rimandiamo alle sue indagini e alle conclusioni che ne ha desunto, ritenendole le più plausibili. Credo opportuno soltanto accennare che, quanto al padre, Otto o Odo Bonus ‘Marchisius’, vedo nel termine “Marchisio” una qualificazione feudale, non un patronimico, com vorrebbe lo CHALANDON, op. cit., vol. II, p. 569: ciò in base ai più recenti accertamenti documentari sui rami siciliano e pugliese della casa marchionale degli Aleramici.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (26) postillava che: “(26) C. A. Garufi, Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto, in ‘Rendiconti e memorie della R. Accademia di Acireale’, S. III, vol. IV, (1905), pp. 189-190; Idem, ‘Gli Aleramici e i normanni in Sicilia e nelle Puglie. Documenti e ricerche, in ‘Centenario della nascita di Michele Amari’, Palermo, 1910, vol. I, pp. 48-9, n. 5; Idem, ‘Censimento e catasto amministrativo dei Normanni in Sicilia, etc., dall'”Arch. Stor. Sic.”, N.S., XLIX (1927), p. 22. Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Malaterra, III, 18, p. 67.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelaide del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme’, in questo volume, nel saggio seguente.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa.

Nel 1097, SCIDO (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a p. 375, nella sua nota (26) riferendosi ai genitori di Tancredi, Emma e Odobono Marchisii postillava che: “(26) Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Dunque, oltre al Cappelli (…), anche il Pontieri citava l’antico documento greco pubblicato dal Trinchera. Già Giacomo Racioppi (59), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, parlando delle antiche donazioni Normanne alla chiesa in Lucania, a pp. 158-159 (si veda l’edizione ristampata), per la prima volta citava un’interessantissima notizia che riguarda il nostro territorio e che ci riporta indietro di molti secoli nella ricostruzione storiografica delle nostre terre e questa in particolare di Sapri. Il Racioppi (59), a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Il Racioppi (59), a p. 159 (ristampa), nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante ecc…”. Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (59) è citata da Biagio Cappelli (2), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (3). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (7), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Le notizie di alcuni possedimenti nel territorio saprese dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro le cui origini – e quindi anche i suoi possedimenti a Sapri – sono molto più antiche di alcuni documenti pubblicati dal Di Luccia (5). Infatti, il Cappelli (2), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese. Il Cappelli (2), a p. 323, oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando di S. Nilo e di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (3) che, nel 1865 pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (2), sulla scorta del Trinchera (3) a proposito della cappella (e forse della grangia) di S. Fantino – che secondo il Di Luccia (5), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – scriveva: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (3). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), postillava che: “(20) P. M. Di luccia, op. cit., pp. 8; 3”, poi nella sua nota (21), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”Il Cappelli (2), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (7), pubblicato dal Trinchera (3) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1097, SCIDO ( territorio di Sapri) in un’antica pergamena

Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. Fu in questo periodo che molti Normanni si stabilirono in questi territori che erano in parte Longobardi del Principe Gisulfo II. Per questo periodo storico, rimandiamo al nostro studio ivi pubblicato “Nel 1097, Scido (Sapri ?), in un documento Normanno (ivi Agosto 2017). Un documento (…) unico per la nostra storia, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…). Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso per il territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’, oggi purtroppo non più esistente perchè è andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…). L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo, i due figli avuti da Roberto il Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Dunque, il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il genero di Roberto il Guiscardo. Di quegli anni, e più esattamente per il 1097, il Trinchera (…) pubblicava un’antica pergamena di un privilegio di ‘Odo Bonmarquis’ o ‘Odo Marquiis’, che dimostra come i conti normanni avessero influenza sulle nostre terre. Un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio di Sapriin cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg…..), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….).

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Scido e S. Phantini

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)

Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (…). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig…..), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (….), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (…), che pubblichiamo (Figg…..), già pubblicato dal Trinchera (…) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (…), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (…), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (…) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (…), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

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(Fig….) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

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Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

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(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

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(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori.”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero chesarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Nel 1112, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). Ecc…”. Il Cataldo proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Chi era questo “Simone” a cui si riferiva il Cataldo ?. A chi era figlio questo “Simone” ?. Però il Cataldo ci parla di un “Simone” figlio illeggittimo. Ma chi era questo conte di Policastro chiamato Simone ?. Ruggero Borsa non ebbe figli chiamati “Simone”. Per la figura di questo “Simone”, è bene ricordare un passaggio di Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre Ruggero ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Fin dal 1091, Ruggero Borsa aveva rinunciato alla parte di Roberto Guiscardo nella conquista di Palermo (1072) in cambio dell’intervento di suo zio, Ruggero Granconte, contro Cosenza ribellata. Dunque, il Ducato di Puglia e di Calabria a Ruggero Borsa e la Sicilia allo zio Ruggero I d’Altavilla. Simone, fratello del futuro re Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, morì nel 1113 (Ebner) mentre Wikipidia dice che morì nel 1105 e fino al 1112 resse la madre Adelaide del Vasto. Dunque, la Contea di Policastro donata a Simone fu retta da Adelaide del Vasto fino al 1112. Alla morte di Ruggero Borsa, i due figli dello zio Ruggero I di Sicilia, Simone di Sicilia e Ruggero II mirarono alla conquista del Ducato di Puglia e di Calabria che spettavano per successione al figlio di Ruggero Borsa Guglielmo II di Puglia. Come ho già scritto, questo Simone (figlio legittimo e primogenito di Ruggero I d’Altavilla di Sicilia), suo cugino Guglielmo II di Puglia, era venuto ben presto in conflitto con suo fratello, il futuro Ruggero II d’Altavilla, con il quale si era scontrato più volte e, nel 1121, papa Callisto II riuscì a pacificare. Da Wikipidia leggiamo che Guglielmo II di Puglia e Ruggero II d’Altavilla, nel 1121 giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria.

Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era suo cugino e figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa.  Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Guglielmo muore in luglio 1127, senza eredi. Dunque, si potrebbe pensare che Simone, fratello di Ruggero II passasse a Policastro nel 1123, quando alcune città perdono autonomia e Guglielmo II di Puglia si trovava in grosse difficoltà con suo cugino, ma non è così. Simone morì nel 1113 e dunque la contea di Policastro fu retta da Simone molti anni prima. Infatti, questa notizia dovrebbe riportarci all’anno 1110. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29, in proposito scriveva che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Sul Vescovo Arnaldo ho scritto in un altro mio scritto.

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Ferdinando Ughelli (….), nel 1747, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Per questo periodo, il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Riguardo questo “Simone” ha scritto pure il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che a p. 417 in proposito scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede.”, e poi aggiunge che riguardo a questo ‘Conte Ruggieri’, dice che l’Ughelli (…), ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta.”.

Antonini, p. 417

Scrive sempre l’Antonini che in questa carta troppo lunga pubblicata per intero dall’Ughelli, si può notare che: Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. L’Antonini scrive che il ‘Conte Ruggieri’, aveva due figli. L’Antonini, scrive che nella lunga carta trascritta dall’Ughelli, si può dedurre che il ‘Conte Ruggieri’, aveva: “di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”. Quindi l’Antonini, scrive che secondo la carta pubblicata dall’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva due figli con il nome di ‘Simeone’ (Simone), “legittimo uno e bastardo l’altro”. Quindi, secondo l’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva avuto due figli chiamati entrambi Simone. Un Simone era il figlio legittimo e l’altro Simone non era figlio legittimo del ‘Conte Ruggieri’. Dunque, l’Antonini (…), sulla scorta del ‘Marchese della Giarratana’ (…) e di Alessandro Telesino (…), dice chiaramente che Ruggero I d’Altavilla ebbe due figli con lo stesso nome, “legittimo uno e bastardo l’altro”. L’Antonini (…), scrive che di uno dei due figli chiamati Simone, anzi di quello che fu il primogenito”, ovvero del figlio primogenito chiamato Simone:se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”, e poi aggiunge che se ne fa memoria anche dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), postillava che la notizia tratta dall’Ughelli (…), prima e dell’Antonini dopo, proveniva dal cronista del tempo Alessandro Telesino (…) (“Alessandro Telesino: I, 3″). L’Abbate di Telese è un cronista dell’epoca Normanna chiamato Alessandro Telesino (…). Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino (…), citato sia dall’Antonini che dal Cataldo, nel suo Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, una biografia accurata di Ruggero II di Sicilia, egli ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla, pubblicata dal Del Re (…). La chronaca del Telesino (…), la biografia di re Ruggero II d’Altavilla, scritta da Alessandro di Telese, copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Ciò che scriveva l’Antonini e poi in seguito il Cataldo, è riportato nel Telesino (…), pubblicato dal Del Re (…), ivi, ma non nel Cap. III del Libro I come ci dice il Cataldo (…), bensì nel Cap. II, del Libro suo I, che ci parla dell’indole di Ruggero II d’Altavilla. Come si può leggere nell’immagine ivi, il Telesino (…), del suo Cap. II, a p. 90 del Del Re (…), ci parla di Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello maggiore del futuro re Ruggero II d’Altavilla. L’Antonini scrive che di questo ‘Simone’ se ne è lasciata memoria nel Telesino (…), nella parte I del suo“nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria ecc..”. Sicuramente l’Abate di Telese (…), parla di un solo Simone, figlio legittimo e primogenito di re Ruggero I, il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. L’Antonini dice che l’‘Abbate Telesino’, a proposito del figlio primogenito di re Ruggero I, scriveva: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”, che ivi pubblichiamo. Secondo l’Antonini (…), Ruggero I d’Altavilla, oltre ad avere avuto Simone, primo suo figlio primogenito con il matrimonio della terza moglie Adelaide del Vasto, ebbe anche un altro suo figlio chiamato Simone, ‘bastardo’. L’Abate di Telese (…), come possiamo leggere nella traduzione del testo che ha pubblicato il Del Re (…), ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale, legittimo e primogenito di re Ruggero I d’Altavilla. L’Abate Telesino (…), non parla di due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’ come scrive l’Antonini. Il cronista Alessandro di Telese, nel suo Cap. II, parlando dell”Indole di Ruggiero II d’Altavilla’, diceva: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), il quale egli, secondochè è costume dè fanciulli, giocando a danaro provocava a battaglia. Perciocchè questo trastullo più di tutti gli altri gli andava a grado. Combattendo, dunque, l’uno e l’altro ecc..”.

Alessandro di Telese, p. 90

Del Re, su Simone, p. 90.JPG

(Fig….) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (…), p. 90

Il Telesino (…), nel suo Cap. II e Cap. III, non dice affatto che re Ruggero I, avesse due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’, come sosteneva l’Antonini. Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino, dice chiaramente di re Ruggero II d’Altavilla: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), ecc..”. Quindi il cronista dell’epoca Alessandro di Telese (…), ci riferisce con le sue parole che, l’altro figlio di Re Ruggero I d’Altavilla (detto il ‘Gran Conte’), fosse chiamato ‘Simonem’ (Simone) “un fratello unico primogenito per nome Simone”, ovvero che, Simone e re Ruggero II di Sicilia, erano entrambi fratelli e figli legittimi di re Ruggero I (il Gran Conte di Sicilia). L’Abate di Telese, citato dall’Antonini, parla di un altro Simone. Il cronista Abate di Telese, parla del Simone, figlio naturale o illegittimo di re Ruggero II, ma ci parla dell’altro Simone,  figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla.  Il Telesino (…), non parla di un Simone figlio naturale (e ‘Bastardo’, quindi illegittimo) di re Ruggero II d’Altavilla. La notizia, citata dall’Ughelli e poi dall’Antonini, era stata riportata dal ‘Marchese della Giarratana’, che esamineremo.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.

Le donazioni alla chiesa concesse dai principi Longobardi, poi in seguito confermate da Ruggero Borsa

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. 8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Dunque, facciamo il punto di ciò che diceva l’Ebner. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” :

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″ (…), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario IV, detto Guaimario V), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti a Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far rriferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”.

Nel 1110, l’ordine religioso dei Cavalieri Templari

I Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone, detti “Cavalieri del Tempio” o più semplicemente “Templari“, fu il più noto ordine religioso cavalleresco della cristianità medioevale. Nato verso il 1100 in occasione della prima crociata, usufruì di numerosi lasciti e donazioni, diventando ben presto l’Ordine più ricco e potente dell’epoca. Attorno ai Cavalieri Templari naquero misteri e leggende, che li volevano custodi dell’Arca dell’Alleanza (il contenitore delle tavole della legge che Dio consegnà a Mosè), del Santo Graal (il calice dal quale bevve Gesù) o della Sacra Sindone (che avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce). Il doppio ruolo di monaci e combattenti fu sempre fonte di perplessità. Così nel 1312, a seguito di accuse infamanti ed infondate, fu duramente soppresso. Tutti i beni passarono all’ Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (detti anche Giovanniti, Gerosolimitani od Ospitalieri), poi chiamati Cavalieri di Malta, tuttora alle dipendenze dalla Santa Sede. I Templari erano presenti in Terra Santa e lungo vie di pellegrinaggio con delle Case del Tempio, note come Magioni o Mansioni: deriva dal francese maison e dal latino mansio, ovvero “tappa, sosta”, che ancor oggi si ritrova nel toponimo di molti luoghi. Queste case templari si trovavano poco fuori dei centri abitati, erano dotate di possenti fortificazioni e ricche di richiami simbolici e, secondo alcuni, esoterici. I Templari avevano a Siena una Magione in via Camollia, vicino alla porta settentrionale della città, in modo da accogliere i pellegrini che entravano in città: l’insediamento templare comprendeva un ospedale per i viandanti, la casa templare dei monaci-cavalieri e la chiesa templare, arrivata fino a noi ben conservata e visitabile (ingresso libero). La Chiesa, dedicata a San Pietro in Camollia, detta Chiesa della Magione, è a pianta rettangolare ed una sola navata. La facciata ha un grande portale in stile gotico, realizzato nel XIV secolo in sostituzione di due originari portali affiancati, che ancora si intravedono. All’esterno è possibile notare diverse croci templari scolpite nella muratura. All’interno sono visibili pietre con graffiti simbolici. La prima notizia storica della Chiesa risale all’anno 998, quando era all’esterno delle mura cittadine, ed un documento del 1148 indica che era gestito dei Cavalieri Templari. Oggi appartiene ai Cavalieri di Malta. Tra l’XI e il XII secolo, la rinascita del monachesimo cristiano iniziato con la riforma cluniacense vide la fondazione di numerosi ordini religiosi, in particolare con i frati conversi che promossero tra loro il lavoro manuale e il rinnovamento della vita collegiale adottando la regola di San Benedetto in un’interpretazione rigida proposta da Benedetto d’Aniane. Anche la chiesa secolare stava attraversando un periodo di rinnovamento, conosciuto come “riforma dell’XI secolo”, che la vide rafforzarsi a spese del potere laico anche grazie al successo nella cosiddetta lotta per le investiture tra il papa riformatore Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV di Franconia. La chiesa, nella ricerca di condurre il popolo a una vita più incline ai dettami evangelici, si occupò anche di arginare la violenza costante insita nella società promuovendo a tal fine la “Tregua di Dio”. È in questo contesto religioso che la chiesa cattolica incoraggiò i cavalieri del tempo a diventare militiae Christi, “cavalieri di Cristo”, con lo scopo di combattere gli infedeli in Terra santa, piuttosto che compiere brutalità in patria. A questi non veniva più chiesto di abbandonare il mondo, come ai monaci, per espiare i propri peccati, ma di utilizzare le proprie armi per la causa della cristianità. Il 27 novembre 1095, papa Urbano II, nel corso del decimo giorno del concilio di Clermont tenne un discorso in cui fece un appello ai presenti perché si recassero in Terrasanta a riconquistare Gerusalemme, a quel tempo in mano ai turchi selgiuchidi. Il papa ricordò ai presenti di come i pellegrini cristiani in viaggio verso Gerusalemme fossero regolarmente vittime di atrocità e persino di omicidi e come l’imperatore di Costantinopoli Alessio I Comneno avesse chiesto il loro aiuto per fermare l’espansione dei turchi. L’appello del papa non rimase inascoltato e in poco tempo una spedizione di cavalieri, anticipata da altre spontanee, prese la via verso l’Oriente per quella che passerà alla storia come la “prima crociata”. Grazie alle indubbie capacità guerriere dei crociati e al momento di difficoltà del mondo musulmano lacerato dalle divisioni interne, l’impresa si concluse con il successo dei cristiani quando, il 15 luglio 1099, le truppe di Goffredo di Buglione presero Gerusalemme dopo oltre un mese di assedio. Oltre alla conquista della città Santa, i cristiani dettero vita ai primi quattro stati crociati ove si insediarono: la contea di Edessa, il Principato d’Antiochia, il regno di Gerusalemme e la contea di Tripoli.[8][9]. Una volta conquistata Gerusalemme molti crociati, considerato concluso il loro obbligo di pellegrinaggio, fecero ritorno in patria mentre a coloro che decisero di rimanere in Terrasanta si presentò fin da subito il problema di come difendere i luoghi santi e come assicurare la protezione alle migliaia di pellegrini che giungevano da tutta Europa. Per far fronte a ciò nacquero dei gruppi spontanei di cavalieri che fecero voto di essere crociati permanenti, di fare vita comune e di spendere le proprie energie per difendere i luoghi santi conquistati. Da questi primi gruppi nacquero così diversi ordini religiosi che si prefissero l’obiettivo di garantire l’incolumità dei devoti; il primo fu l’Ordine dei Canonici regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme, fondato nel 1099 da Goffredo di Buglione. Subito dopo vennero a costituirsi quello di San Giovanni dell’Ospedale e quello del Tempio, che, secondo teorie non da tutti accettate, risalirebbe agli anni 1119-1120. Hugues de Payns, futuro fondatore e primo maestro dell’Ordine del Tempio, venne per la prima volta in Terrasanta nel 1104 per accompagnare il conte Hugues de Champagne, quindi in pellegrinaggio. Ritornato nel 1107, decise di stabilirsi nel 1114, e insieme al compagno d’armi Goffredo di Saint-Omer e ad alcuni altri cavalieri, organizzò il nucleo originario dell’ordine templare, dandosi il compito di assicurare l’incolumità dei numerosi pellegrini europei che continuavano a visitare la città santa.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130……..Nel Medioevo esso ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende’, ‘Priorati’, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’ o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia Meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche di Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati di ecc…”. Dunque, il Russo ci parla di “Priorati” e di “Commende”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..”. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130. Quest’Ordine religioso-militare si è coperto di gloria nei secoli XII e XIII nelle lotte contro i Turchi. Costretto a lasciare Gerusalemme, ricaduta nelle mani dei Musulmani, si trasferì a Rodi, da dove partecipò alla difesa dei luoghi santi, rimasti a Malta, dove stette fino a che non fu sloggiato da Napoleone Bonaparte. Di qui il nome odierno di ‘Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta’, subentrato a quello primitivo medievale di ‘Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano’. Nel Medioevo essao ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende, Priorati, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’, o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”. Sui cavalieri Giovanniti ha scritto Antonella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri – San Mauro la Bruca e Rodio”. Da Wikipedia leggiamo che il nome del capoluogo San Mauro La Bruca deriva da quello del suo Santo protettore, l’abate Mauro che visse al tempo di San Benedetto e fu suo discepolo a Subiaco. Sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. S. Mauro La Bruca e Rodio dal 1200 erano possedimenti dell’Ordine Giovannita, detto poi di Malta, e proprio grazie alla presenza stabile dei Cavalieri i due nuclei rurali si aggregarono fino a diventare città. La scoperta è di una ricercatrice del Cnr di Roma che ha rinvenuto nella National Library of Malta un manoscritto del 1626 e, all’interno di esso, due carte sciolte (acquerelli) datate al 1660 che raffigurano con dovizia di particolari i due paesi del Cilento. I risultati del lavoro di ricerca, che per la prima volta include nell’elenco ufficiale dei possedimenti dell’Ordine questi due centri, sono confluiti nel volume Le città dei cavalieri della dottoressa Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca di storia medievale del Cnr e responsabile del progetto internazionale “Territorio e insediamento in Europa e nel Mediterraneo” (in cui rientra lo studio dedicato agli ordini cavallereschi). La scoperta della dottoressa Antonella Pellettieri include a pieno titolo i due centri tra i possedimenti dell’Ordine, legandoli inscindibilmente alla storia dei Cavalieri Giovanniti che lottavano per liberare il Santo Sepolcro, ma avevano come missione anche la cura dei malati, l’assistenza ai poveri e l’aiuto ai pellegrini. Dai possedimenti più lontani dalle vie di comunicazione per Gerusalemme traevano derrate alimentari e rendite che servivano a finanziare la loro opera e la guerra santa. E questo doveva essere il ruolo anche di Rodio, la cui denominazione richiama l’isola di Rodi, sede dell’ordine, e S. Mauro La Bruca, il cui stemma comunale è identico a quello dei cavalieri di Malta. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 32 scriveva pure che: “La crisi dell’Ordine Benedettino causò la decadenza di molti monasteri e borghi nati intorno ad essi: successe, inoltre, in molti casi che parte di questi possedimenti passarono all’Ordine giovannita (5). La politica papale di recupero dei grandi insediamenti benedettini segnato da un profondo stato di crisi e, sovente di abbandono, portò la Santa Sede ad optare per il passaggio di alcuni monasteri agli Ospedalieri, operazione che, al tempo stesso, forniva nuova linfa finanziaria all’Ordine di San Giovanni.”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Pellettieri, I Giovanniti nell’Italia Meridionale, cit., pp. 67-91”. Nel testo citato, Maria Rosaria Salerno (….), a p. 21, in proposito scriveva che: “Il territorio dell’odierna Campania ospitò un cospicuo numero di fondazioni o, in generale, possedimenti, gravitanti e dipendenti dalla sede priorale di Capua, uno dei due priorati – l’altro di Barletta del Mezzogiorno d’Italia peninsulare (2). Stando alla documentazione finora reperita, anche il montuoso e poco abitato territorio del Cilento e Vallo di Diano fu sede di un discreto numero di ‘domus’ e possedimenti dell’Ordine (3).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Sul territorio oggetto di studio si veda ‘Storia del Vallo di Diano: età medievale’, a cura di Nicola Cilento, Salerno, 1982; Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 1979.”. La Salerno, a p. 21, scriveva pure che: “Il nostro punto di partenza, per illustrare quanto sinora documentato, è l’inchiesta sul patrimonio degli Ospedalieri voluta da papa Gregorio XI nel 1373 al fine di riformare l’Ordine e per valutare un suo possibile contributo alla crociata che intendeva organizzare (4).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il papa intendeva conoscere l’entità dei possedimenti giovanniti attraverso processi verbali condotti dai vescovi, ognuno nella propria diocesi, ma sono pervenuto soltanto sessantaquattro inchieste; Cfr. A. LUTTRELL, Introduction général, in Lenquete pontifical de 1373 sur l’hordre des Hospitaliers de Saint-Jean de Jérusalem, vol. I, ecc..”.

Nel 1110, la Commenda di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Paula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II,  a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Ebner citava anche il testo di Costantino Gatta (….), ed il suo “Lucania illustrata”, p. 72. Leggendo il testo di Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Dunque, come faceva nota l’Ebner, il Gatta scriveva che nel 1723, “la chiesa di S. Giovanni Battista” era stata famosa “Commenda dei Cavalieri Gerosolomitani”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava ecc…”.

Nel 1101 o nel 1110 (?), le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa. Riguardo S. Giovanni in Fonte, Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 25, in proposito scriveva che: “Il riferimento alla SS. Trinità merita qualche approfondimento, poichè l’abbazia benedettina, che fu incorporata all’Ospedale da papa Bonifacio VIII il 22 settembre 1297 (26) insieme a tutti i suoi possedimenti, deteneva diversi beni tra Cilento e Vallo di Diano, e a quanto pare continuò a possederli anche sotto i Giovanniti, ma probabilmente dopo il 1330-35 avvenne lo smembramento e per motivi di redistribuzione del patrimonio alcuni beni vennero attribuiti al priorato di Barletta, altri a quello di Capua: per tali motivi ritroviamo la Cappella di S. Giovanni in Fonte in qualità di Commenda e poi forse tra le pertinenze della precettoria di Sala; ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426, parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”.

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 68, in proposito scriveva che: “Del battistero non si hanno notizie per sei secoli; torna alla ribalta soltanto in età normanna, quando, a giudizio di Paolo Eterni (73), viene donato da Ruggiero II, re di Sicilia, insieme al territorio circostante all’Ordine dei Cavalieri Templari, nell’ambito di un piano generale di recupero del territorio (74).”. Medici, a p. 68, nella nota (74) postillava: “(74) Ruggiero II, avendo ereditato la Sicilia dal padre e l’Italia meridionale dallo zio Roberto il Guiscardo, si trovò a regnare in un Regno del Sud per la prima volta unificato (1130-1154).”. Medici, a p. 68, nella nota (73) postillava: “(73) Vittorio Bracco, La descrizione seicentesca della ‘Valle di Diana’ di Paolo Eterni, Napoli, 1982. L’assunto riguardante i templari a S. Giovanni in Fonte si trova alle pagg. 74-76. Il manoscritto originale del dotto sacerdote di San Rufo è custodito nell’Archivio privato della famiglia Carrano di Teggiano.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 69, in proposito scriveva che: “La donazione normanna e l’equivoco templare. Per quanto riguarda l’insediamento templare di cui parla Paolo Eterni va sottolineato che, all’epoca di re Ruggero II, l’Ordine del Tempio (75) era una istituzione a carattere religioso e militare insieme, sorta nel 1119 in Terrasanta, per difendere il Regno crociato di Gerusalemme; stava conquistando larga fama e popolarità per l’efficienza del suo esercito e per le capacità organizzative dei monaci. Tutto ciò accadeva in Oriente e solo più tardi a questa fase di affermazione in Terrasanta seguì, nella seconda metà del secolo, ad una trentina d’anni dalla sua fondazione, una fase di espansione verso l’Europa…..La presenza templare nell’antica Marcellianum, in quanto situata a due passi dalla via Annia (76), l’arteria che da Capua scendeva fino a Reggio, introducendo ai porti siciliani, come Siracusa, da dove si salpava verso l’Oriente. Tuttavia, sorprende la precocità di tale insediamento che, se è da riferirsi, come dice l’Eterni, agli anni di Ruggero, deve essere compreso tra il 1130 e il 1154; ciò significa che è contemporaneo o addirittura anteriore alle prime importanti dipendenze templari di Trani e di Molfetta datate intorno agli anni 40-50 del secolo. Va poi osservato che quella dell’Eterni è l’unica voce relativa alla presenza templare nel Vallo di Diano, sulla quale si baseranno autori posteriori”. Medici, a p. 69, nella nota (76) postillava: “(76) La via Annia fu realizzata nel II secolo a.C. dal console Tito Annio Lusco. Ne è testimonianza un’epigrafe del tempo, conservata a Polla davanti alla Taverna del Passo.”. Tuttavia devo segnalare che la Medici, sulla scorta della Alaggio scriveva che fu Ruggero II a donare il battistero di S. Giovanni in Fonte ai Cavalieri Templari ma, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Secondo il Laudisio, non fu Ruggero II a donare S. Giovanni in Fonte, ma si tratta di “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto” ovvero si tratta di Ruggero Borsa che era figlio a Roberto il Guiscardo. 

Nel 1111, le donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, tra cui il Monastero di San Pietro al Thimusso, sua grangia a Montesano

Le prime notizie circa alcuni monasteri italo-greci appartenenti all’ordine di San Basilio possono farsi risalire alle prime donazioni documentate che nei primi decenni del 1111, fece re Ruggero Borsa. In particolare si tratta di alcuni privilegi concessi dal figlio di Roberto il Guiscardo alla chiesa Salernitana, alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che ne accrebbe notevolvente il suo patrimonio e alla chiesa di Rofrano. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero Borsa d’Altavilla, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, ecc….Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116……tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata. Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5). Ecc..”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La Passigli, inoltre, a p. 380. scriveva che: “L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3).”. La Passigli dunque, a p. 380, nella sua nota (3), riguardo questi antichi privilegi, sulla scorta della Follieri (…) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, ecc..ecc….La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Dunque, vediamo cosa scriveva Enrica Follieri (…) sulla questione dei privilegi concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. Intanto vi è da dire che quando la Passigli scrive Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato, si riferisce al privilegio del 1116 concesso da re Guglielmo I° d’Altavilla e non da Ruggero Borsa. La Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461, riguardo i precedenti privilegi concessi alla chiesa da Ruggero Borsa e da Guglielmo I° in proposito scriveva che: “Re Ruggero, ecc…concede ecc.., la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro (16), con tutti i suoi diritti, grange  pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo (17). Aggiunge, per precisare l’estensine del feudo, un dettagliato περιορισμος (restrizione) dei terreni ecc…”. La Follieri, a p. 437, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Si tratta di Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111, e di suo figlio Guglielmo, duca di Puglia, morto nel 1127.”. Sempre la Follieri parlando del Leonzio citato nel documento greco del 1131, in proposito a p. 446 scriveva che: “A lui, presentatosi a Ruggero II in Palermo, sarebbe stata concessa la chiesa di S. Maria di Rofrano, con la conferma di tutte le donazioni già fatte in suo favore, alcuni decenni prima, da Ruggero Borsa e da Guglielmo duca di Puglia (75).”. La Follieri, a p. 446 nella sua nota (75) postillava che: “(75) Dello stesso parere è il P. G. Giovannelli, ‘Il monastero di S. Nazario’, pp. 71-72.”. Infatti lo ieromonaco Germano Giovanelli (…) nel suo ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), citato dalla Follieri, a p. 97 in proposito scriveva che: “Ruggero con lo stesso diploma dato a Palermo nel 1131…., conferma pure e dona all’Abbate di Grottaferrata tutti i beni che alla detta chiesa di Rofrano avevano prima di lui donato i suoi cugini Ruggero, Duca di Calabria, figlio di Roberto Guiscardo (+ 1085) e suo figlio Guglielmo….”nostro aurei sigilli Privilegio corroboramus firmamusque Sanctae praefatae Ecclesiae eius que Praesidi honorando Abbati omnia et quaecumque a Nostro felicis recordationis Consobrino Rogerio necnon eius filio Duce Guglielmo ei data et dicata vel quovis modo attribuita sunt ab ilis et a Nobis…” etc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, in proposito scriveva che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (…), scriveva: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. La Falcone (…), a p. 151, op. cit., nella sua nota (199) postillava che: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, confermava precedenti donazioni e privilegi concessi alla chiesa del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Ruggero Borsa, i benedettini di Cava e Pietro Pappacarbone

Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, nel suo vol. II, a pp. 61 e sgg., riportava alcuni privilegi concessi da Ruggero Borsa alla Chiesa Salernitana. Questi documenti o atti di donazione sono tratti dall’Archivio Diocesano di Salerno e di Cava de Tirreni ed in parte sono stati pubblicati anche dal Pennacchini (…). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del feudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia, ecc…. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postillava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Pietro Ebner (…), dunque, a p….., parlando del monaco cavense Pietro Pappacarbone, in proposito alle antiche e munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa del nostro territorio, in proposito scriveva che: Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. “. Del ” cavense C 25″, citato da Ebner (…), secondo cui viene elencato il riassunto delle 27 donazioni, diplomi e privilegi elargiti da Ruggero Borsa all’Abate Pietro Pappacarbone dell’abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. L’Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), citava una  queste bolle o donazioni di Ruggero Borsa, che fu pubblicata dal Balducci (…), e postillando scriveva che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Ebner (…), cita il Balducci (…), ovvero ‘L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano’. Ma, riguardo le antiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Cavense, Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Riguardo le 27 donazioni e privilegi concessi a Pietro Pappacarbone da Ruggero Borsa e, secondo l’Ebner sono contenute nel “cavense C 25”, il D. L. Mattei-Cerasoli (…), nel suo ‘Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava’, a p. 12, riferendosi alla Sala Diplomatica dell’Archivio Cavense, in proposto scriveva che: “Intorno alla sala sono poi 200 cassette o arche, segnate con numeri romani fino a CLIV, in ognuna di esse sono 120 pergamene latine arrotolate, divise in fasci da 20 ciascuno, e sul dorso di ognuna vi è il sunto, la data e la collocazione. Il catalogo o ‘Indice cronologico’, redatto in latino, si compone di otto volumi in folio, uno per le bolle e diplomi, gli altri per i documenti privati. In essi dopo il numero progressivo del documento è segnato l’anno, il mese, il giorno, se c’è nel documento, l’anno del principe, l’indicazione, se vi è il sigillo, poi viene il transunto seguito dalla inidicazione A. V. (‘arca vetus’) che richiama l’antica collocazione, e A.N. (‘arca nova’) numero della posizione attuale.”.

Nel luglio dell’anno 1100, Ruggero Borsa confermava le donazioni di suo padre Roberto il Guiscardo al monastero di S. Maria della Matina

Nell’antichissimo documento, figurano e sono citati due monasteri di monaci basiliani, i monasteri di ‘Santo Pietro de Marcanito’ e quello di ‘San Nicola dell’abate Clemente’. Nell’anno 1065 (?) o 1066, Roberto il Guiscardo e la sua seconda moglie, la principessa Longobarda Sichelgaita, donavano “et in Valle que Mercuri nuncupatur, abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito, ecc…”, al monastero benedettino di nuova fondazione Santa Maria della Matina in Calabria.

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Una semiconferma delle ipotesi di Pietro Ebner (…), circa l’origine di alcuni monasteri nel basso Cilento, è suffragata anche dallo studioso Silvano Borsari che nel cap. II ‘La diffusione del monachesimo bizantino’, nel suo ‘Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne’, del 1963, prima che avesse scritto l’Ebner (…), a pp. 69-70, scriveva in proposito: “Non vi è nessuna fonte diplomatica anteriore alla metà dell’XI secolo che ricordi i monasteri greci della zona del Mercurion; ma, derogando ai limiti cronologici precedentemente stabiliti, si deve citare un documento del 1065, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente”, che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna (183).”. Silvano Borsari (…), nella sua nota (183) di p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. La citazione del Borsari (…), circa l’antichissimo documento dell’anno 1065, che, come scrive egli stesso “…che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna”, è di notevole importanza per le nostre terre, sia per il periodo storico a cui esso si riferisce, forse il più antico documento mai rinvenuto, e sia perchè in esso vengono citati alcuni monasteri, sorti precedentemente nella nostra zona ma sconosciuti e di cui ora non resta nulla. Mi riferisco in particolare al Monastero di Santo Pietro di Marcaneto, probabilmente sorto a Scario, presso la località Marcaneto. Nel 1967, André Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblicò 4 atti o documenti greci provenienti dagli archivi della nobile famiglia Aldobrandini, non pubblicati nel 1958 dal Pratesi (…). Il Guillou (…), nel 1967, dopo 10 anni dalla pubblicazione del Pratesi (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ecc..’, nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 4, parlando proprio dell’atto di donazione dell’anno 1065, scriveva che: “L’acte peut etre date du 31 mars 1065, mais semble plus suspect, tout comme le privilege, tres voisin par sa teneur, qui aurait ete delivre au monastere par le duc Robert Guiscard, lui-meme (3), et confirme par son fils en juillet 1100 (4). On ignore donc, faute de pouvoir reconstituer la naissance de ces falsifications, quand Saint-Nicolas de Donnoso est entrè dans les domaines de l’abbaye benedictine, mais on aura observe la coincidence entre la date du premier privilege normand (1065). On ne doit pas en dire plus.” che, tradotto significa che: L’atto può essere datato 31 marzo 1065, ma sembra più sospetto, come il privilegio, molto simile nel contenuto, che sarebbe stato rilasciato al monastero dal duca Roberto il Guiscardo stesso (3), e confermato dal suo figlio nel luglio del 1100 (4). Non è quindi chiaro, dal momento che la nascita di queste falsificazioni non può essere ricostruita, quando l’abbazia di San Nicola de Donnoso entrò nei domini dell’abbazia benedettina (di Santa Maria della Matina), ma la coincidenza sarà stata osservata tra la data del primo privilegio normanno (1065). Non dobbiamo dire altro.”. Il Guillou, dunque, a p. 4, nella sua nota (3), postillava che: “(3) A. Pratesi, op. cit., p. 9.”. Il Guillou, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. Pratesi, op. cit., p. 19.” . Infatti, Alessandro Pratesi (…), nel 1958, nel suo Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, a p. 18 e ssg, pubblicava l’altra antichisima pergamena datata “1100 luglio”, (documento n. 5), dove nel luglio dell’anno 1100, Ruggero Borsa confermava le donazioni di suo padre Roberto il Guiscardo al monastero di S. Maria della Matina, e dove si citava di nuovo il Monastero di S. Pietro di Marcaneto, di cui non si conosce bene l’esatta ubicazione e che io segnalo essere un monastero sorto in epoca Longobarda ai piedi del Monte Bulgheria, nell’omonima contrada detta di “Marcaneto” a Scario (SA), una frazione di San Giovanni a Piro, dove sorgeva il celebre cenobio basiliano di S. Giovanni. Dunque, il Pratesi (…), a p. 18, in proposito scriveva che: “5. ROGGERII DUCIS I DIPLOMA – 1100 luglio. Ruggero duca, figlio di Roberto duca, avendo i genitori acquistato da Lorenzo di Malvito il terreno ove è sorto l’edificio di S. Maria della Matina, da loro medesimi offerto alla Chiesa Romana e ad Alessandro (II) papa, conferma al monastero, di cui è abate Tommaso, tutti i possessi e i diritti e concede i casali di S. Maria della Matina, di S. Venera e del Turboli, la popolazione rurale del casale P r a t u m, varie chiese elencate, nonchè immunità e diritti.”. Ma come possiamo vedere nell’antica pergamena si concede e si conferma la cessione del Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Il Pratesi, per questo documento cita “Cfr. Holtzmann, ‘Das Privileg Alexanders II., pp. 81, 86.”.

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(Figg….) Documento n. 5, tratto da Alessandro Pratesi (…), pp. 18-19-20-21,

Il Pratesi (…), sempre riguardo questo documento, a p. 18, postillava che: “Circa l’era del ducato pugliese di Ruggero Borsa, decorrente dal settembre 1085, cfr. Chalandon, ‘Histoir de la domination normande, I, p. 287. Non credo sufficiente a ritenere sospetto il documento la circostanza che lo scrittore sia sconosciuto, ancorchè nei diplomi di Ruggero Borsa riferentesi a questo periodo l’ufficio di ‘notarius ducis’ risulti costantemente ricoperto da Grimoaldo: la perdita dell’originale e la mancanza di uno studio adeguato sulla diplomatica ducale normanna rendono peraltro impossibile un giudizio definitivo. Quanto al contenuto cf. docc. nn. 2 sg., per il primo dei quali fu utilizzato il testo del presente diploma, da cui dipende il doc. n. 7.”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script.,2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

Dopo il 3 maggio 1052 (assassinio di Guaimario V), morto Pandolfo di Capaccio e la successione nei suoi feudi ai suoi figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 116, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (39 e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli concesse a Guido la contea di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Dunque, dopo la congiura di Palazzo dove fu ucciso Guaimario IV (V), fratello di Pandolfo di Capaccio, e dove egli stesso pare fosse stato ucciso, i figli di Pandolfo vennero riconfermati nei loro feudi e nella contea di Capaccio. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Mantenutisi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4). Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio, ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7). Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”.mIl Cantalupo, a p. 133, nella nota (3) postillava che: “(3) Il viceconte Landone (‘Landone Vicecomiti’), menzionato in un doc. del 1087 redatto a Capaccio (ABC, XIV, 71), era molto probabilmente un funzionario della curia locale”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

De Blasi

Nel 1109, il conte GLORIOSO, figlio di Pandolfo di Capaccio (fratello del conte Mansone) e nipoti del conte Leone

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì….etc..”. Devo segnalare che evidentemente vi è un errore di stampa perchè il documento non è del 1009 ma è del 1109. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Dunque, Ebner parlando sempre di Tresino scrive che nell’anno 1009 si ebbe una vertenza o processo tra l’Abbazia della SS. Trinità di Cava e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Secondo Ebner, il conte Mansone (il probabile gastaldo del 1014) era un fratello del principe e conte di Capaccio, Pandolfo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) “Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, CCV, 55); per la data della sua morte cfr. TALAMO ATENOLFI, op. cit., p. 21 (trascritta però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Ebner ci parla di “Glorioso”, uno dei figli del conte Pandolfo. E’ forse dalla contea di Capaccio che dobbiamo quindi partire per spiegare chi fossero il principe Riccardo ed il principe Giordano. Sul “conte Mansone” e le sue parentele, leggiamo da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Dunque, da questo processo, secondo Ebner si evince che il “conte Mansone” fosse il fratello di “Pandolfo di Capaccio, il quale, nell’anno 1009, suo figlio “Glorioso” promosse questo processo contro la Badia della SS. Trinità di Cava. Dunque, questo “Glorioso” era figlio del conte Pandolfo (forse di Capaccio) e quindi era nipote del conte Mansone. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Su questo “Glorioso”, figlio di Pandolfo di Capaccio ha scritto Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178, nel suo “I documenti esaminati consentono di riportare la fondazione della cappella almeno ai primi anni dell’XI secolo e, considerata l’appartenenza delle quote-parte della chiesa, prima della confisca normanna, di riferirla al programma delle fondazioni private nobiliari. Etc…”. La Visentin,  a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monasteor di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c). Fuvvi al tempo stesso l’altra Chiesa di S. Angelo con Monastero sotto titolo di Priorato nella serra del Monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il Conte Riccardo cognominato Senescalco figliuolo del quondam Drogone inclito Conte con altri beni nè Casali di Trisino, Staino, e Licosa, ‘et per alia loca de ipsis Lucanis finibus’, ch’erano stati di Trippoaldo Conte del Palazzo (d), altra Ruggiero Sanseverino figliuolo di Torgisio il vecchio Normanno ne diede all’Abbate S. Pietro nel 1094, e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e); altra con altri beni ne concesse nel 1098 Alferada e Geltrude figlie del quondam Giovanni Conte del Palazzo (f), ch’era stata di Matrona di lui consorte; e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (d) postillava: “(d) Arm. I. H. n. 28. Arca 62. n. 402”. Il Ventimiglia a p. 91, nella nota (e) postillava che: “(e) Arca 62. n. 404”. E’ il documento della donazione che citava Pietro Ebner. Dunque, il Ventimiglia, parlando del monastero di S. Angelo a Tresino scriveva che alcuni beni erano già stati donati e provenivano dai beni del conte Leone. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, ecc…”. Dunque, questo “Glorioso” era, come dice pure l’Ebner, uno dei figli del conte Pandolfo. Ma se Pandolfo era “fratello di Guaimario V” anche il conte Mansone era fratello del principe Guaimario V. Che Pandolfo fosse “Pandolfo, fratello del conte Mansone”, lo dice Pietro Ebner. Riguardo questo gastaldo Mansone, padre del conte Leone, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 16 parlando degli “Actus” o circoscrizioni amministrativi come quello di “Cilento”, nella sua nota (32) postillava che: “(32)….Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128. Nei documenti si tende sempre di più a chiarire l’ubicazione territoriale: i notai all’actus lucanie fanno seguire notarius acti Cienti, al finibus Lucanie il finibus caputaquis etc…”. Ritornando al “Pandolfo di Capaccio“, che dovrebbe essere, secondo quanto scriveva Ebner, fratello del gastaldo Mansone, mi chiedo se fosse stato possibile che un fratello di Pandolfo di Capaccio fosse un Mansone ? E’ possibile che Mansone fosse un figlio del principe longobardo Guaimario III di Salerno ?. A chi si riferiva l’Ebner, quando, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Ebner voleva intendere che nell’anno 1009 fosse “fratello del Conte Mansone” “Pandolfo” o “Glorioso” ?. Il Cantalupo, a p. 133 scriveva che: “La contea di Capaccio,…..quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Etc…”. Pandolfo conte di Capaccio morirà nel 1052, in occasione della congiura di Palazzo in cui venne ucciso Guaimario V. Sempre su “Glorioso”, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel gennaio del 1143 Itta e Sighelgaita, figliuole del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, sposate ai fratelli Pietro e Marino Cacapece, essendosi sciolto il matrimonio di quest’ultimo che aveva indossato l’abito monastico, vendettero (16) alla Badia la proprietà da esse possedute in Lucania e loro pervenuta dal fu fratello Sico, dalla madre Ermelina e dalla sorella Magalda, moglie di Marino Caraciuli.”. Ebner, a p. 681, vol. II, nella nota (16) postillava che: “(16) I, ABC, XXV 55, gennaio a. 1143, VII, Salerno: “ipse sorores etc…”.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone, ed Ermelina, figlia del fu Ma…, marito e moglie, donarono (9) al monastero cavense la “integram quartam etc…beati zacarie”, già spettante alla Badia. Nel 1109 il medesimo Glorioso “ad faciendum finem inter se de causationibus”, che una volta alla presenza di Ruggiero “abuerant de rebus” che furono del conte Mansone, fratello di Pandolfo, a Licosa, Tresino e Staino compresa la quarta parte di S. Zaccaria ….., riconobbe (10) tali beni di proprietà del monastero cavense e per esso all’abate Pietro da Salerno.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1109 nel monastero cavense, alla presenza del giudice Pietro, Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo, decise di porre fine alla vertenza con il monastero circa “rebus stabilibus” che erano state del conte Mansone, fratello dello stesso Pandolfo (8). Beni ubicati a Licosa, Tresino e a S. Zaccaria e tutti nel territorio di Cilento a li Lauri. Il conte Glorioso riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo avevano offerto all’abate Pietro la quarta parte del monastero di S. Zaccaria. Il Ventimiglia (9) ricorda poi che Glorioso, figlio del conte Pandolfo, durante la sua ultima infermità dispose (a. 1112) che alla sua morte il figlio Simone, nel provvedere a farlo tumulare nel monastero cavense, donasse, al suddetto monastero la terza parte del monte Licosa oppure cento soldi. Con una successiva donazione (a. 1113) anche le altre tre parti del monte vennero donate al monastero compresa anche la parte di Ermiliana, moglie del predetto conte Glorioso.”.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436,in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Dunque, il Pontieri scriveva che Simone, conte di Policastro era il figlio di Enrico del Vasto o Enrico Paternò-Butera. Pontieri scriveva pure che Simone, conte di Policastro aveva un figlio illegittimo chiamato Ruggero Schiavo. Il Pontieri però parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”.

Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro in una donazione di “Adalatia” (Adelasia), madre di Guglielmo II di Puglia, reggente del Ducato di Puglia e di Calabria

La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

la cui traduzione dovrebbe essere che: Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 542 e ssg. pubblicò la stessa notizia:

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Ughelli, vol. VII, p. 560

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”

Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini, parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Dopo un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la chiesa di santa Maria della Roccella. Il sacerdote Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone il 17 febbraio 1110, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli,  è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

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(Fig…..)  Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), Annali ecc…, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)

Il Cappelletti (8), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?.  L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia del feudo etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101. Alcuni ritengono che la chiesa “chiesa di santa Maria della Roccella”, a cui si riferisce la donazione di Adelasia (la madre di Simone e di Ruggero II), fosse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, in una frazione di Roccagloriosa. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa).

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati.

Nell’IX secolo, il Santuario di S. Michele Arcangelo a Caselle in Pittari, l’Ordine degli Ospitalieri ed i monasteri Benedettini

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari.

Nel 1101 o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Dal 1107 al 1128, Guglielmo (II) d’Altavilla, conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160).”. Dunque, vorrei soffemarmi su Guglielmo (II) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1107 al 1128. Guglielmo (II) era figlio di Roberto d’Altavilla e nipote di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato da cui discendeva. Piero Cantalupo (….), a p. 125 parlando dei possedimenti conquistati dai normanni ed erosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ra del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Dunque, a differenza del Cantalupo, Pietro Ebner sosteneva che il Guglielmo che aveva partecipato alla congiura contro Maione era il Guglielmo II d’Altavilla conte del Principato mentre il Cantalupo sostiene essere suo figlio Guglielmo (III).

Dal 1114 al 1127, Guglielmo d’Altavilla (Guglielmo II di Puglia), duca di Puglia e di Calabria

Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta di Enrica Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. La data della nascita di Guglielmo può essere stabilita soltanto approssimativamente: secondo Romualdo Guarna, arcivescovo di Salerno, Guglielmo aveva al momento della morte, il 28 luglio 1127, più di trent’anni (“maior triginta annis”, p. 206); egli deve essere quindi nato prima del 28 luglio 1097. L’attendibilità dell’indicazione di Romualdo viene suffragata dal fatto che Guglielmo al momento della morte del padre, nel febbraio 1111, era ancora minorenne e che egli ottenne l’investitura nel Ducato soltanto durante il sinodo di Ceprano dell’ottobre 1114. Dato che tutto lascia pensare che nel Mezzogiorno normanno si diventasse maggiorenni dopo il compimento del sedicesimo anno di età (si pensi per es. a Ruggero II d’Altavilla, nato probabilmente alla fine del 1095 e diventato maggiorenne nel 1112), sembra verosimile che Guglielmo fosse nato nel 1096 o all’inizio del 1097. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Guglielmo, successe al padre Ruggero Borsa, come duca nel 1111, ma fino al 1114 fu sotto la reggenza della madre Ada. Guglielmo doveva quindi avere, al momento dell’investitura a duca di Puglia da parte di papa Pasquale II, già diciassette o diciotto anni. L’investitura può essere stata ritardata a causa del fatto che Pasquale II nel 1111 era stato fatto prigioniero dall’imperatore Enrico V e che egli dopo aver tenuto, in seguito alla sua liberazione, nel marzo 1112 un sinodo a Roma, soltanto nell’ottobre 1114 tenne un sinodo a Ceprano, in cui ci fu l’occasione per l’investitura del duca. Guglielmo ereditò una situazione difficile: suo padre non era stato in grado di esercitare il dominio sulla Puglia con la stessa forza di Roberto il Guiscardo e di contenere le aspirazioni a una maggiore autonomia da parte della nobiltà e delle città. Perciò aveva dovuto ricorrere più volte all’aiuto di suo zio, Ruggero I conte di Sicilia (morto nel 1101), il quale, benché fosse in teoria un suo vassallo, si rivelò in pratica più forte di lui. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. La reggenza di Adela era stata poi probabilmente un’altra occasione per un rafforzamento delle forze particolaristiche. A Bari, per esempio, nel 1114 i “milites” della città imprigionarono la madre di Roberto conte di Conversano e, affidata la guida all’arcivescovo Risone, avevano iniziato a opporsi al conte Roberto. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114.

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”.

Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.

Nel 1112, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia.

Nel 1112, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). Ecc…”. Il Cataldo proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Chi era questo “Simone” a cui si riferiva il Cataldo ?. A chi era figlio questo “Simone” ?. Però il Cataldo ci parla di un “Simone” figlio illeggittimo. Ma chi era questo conte di Policastro chiamato Simone ?. Ruggero Borsa non ebbe figli chiamati “Simone”. Per la figura di questo “Simone”, è bene ricordare un passaggio di Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre Ruggero ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Fin dal 1091, Ruggero Borsa aveva rinunciato alla parte di Roberto Guiscardo nella conquista di Palermo (1072) in cambio dell’intervento di suo zio, Ruggero Granconte, contro Cosenza ribellata. Dunque, il Ducato di Puglia e di Calabria a Ruggero Borsa e la Sicilia allo zio Ruggero I d’Altavilla. Simone, fratello del futuro re Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, morì nel 1113 (Ebner) mentre Wikipidia dice che morì nel 1105 e fino al 1112 resse la madre Adelaide del Vasto. Dunque, la Contea di Policastro donata a Simone fu retta da Adelaide del Vasto fino al 1112. Alla morte di Ruggero Borsa, i due figli dello zio Ruggero I di Sicilia, Simone di Sicilia e Ruggero II mirarono alla conquista del Ducato di Puglia e di Calabria che spettavano per successione al figlio di Ruggero Borsa Guglielmo II di Puglia. Come ho già scritto, questo Simone (figlio legittimo e primogenito di Ruggero I d’Altavilla di Sicilia), suo cugino Guglielmo II di Puglia, era venuto ben presto in conflitto con suo fratello, il futuro Ruggero II d’Altavilla, con il quale si era scontrato più volte e, nel 1121, papa Callisto II riuscì a pacificare. Da Wikipidia leggiamo che Guglielmo II di Puglia e Ruggero II d’Altavilla, nel 1121 giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria.

Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era suo cugino e figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa.  Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Guglielmo muore in luglio 1127, senza eredi. Dunque, si potrebbe pensare che Simone, fratello di Ruggero II passasse a Policastro nel 1123, quando alcune città perdono autonomia e Guglielmo II di Puglia si trovava in grosse difficoltà con suo cugino, ma non è così. Simone morì nel 1113 e dunque la contea di Policastro fu retta da Simone molti anni prima. Infatti, questa notizia dovrebbe riportarci all’anno 1110. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29, in proposito scriveva che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Sul Vescovo Arnaldo ho scritto in un altro mio scritto. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Dal punto di vista storiografico e bibliografico, la prima citazione in assoluto di un Simone, figlio illegittimo di un “re Ruggero” e Conte di Policastro è dell’Ughelli (…). Nel 1659, Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), a p. 758 (vedi Fig…), scriveva: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”. Nel 1747, il sacerdote Troyli (….), nella sua “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. III, a p. 136, nella sua nota (f) postillava di Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Per questo periodo, il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Riguardo questo “Simone” ha scritto pure il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che a p. 417 in proposito scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede.”, e poi aggiunge che riguardo a questo ‘Conte Ruggieri’, dice che l’Ughelli (…), ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta.”.

Antonini, p. 417

Scrive sempre l’Antonini che in questa carta troppo lunga pubblicata per intero dall’Ughelli, si può notare che: Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. L’Antonini, scrive che il ‘Conte Ruggieri’, aveva due figli. L’Antonini, scrive che nella lunga carta trascritta dall’Ughelli, si può dedurre che il ‘Conte Ruggieri’, aveva: “di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”. Quindi l’Antonini, scrive che secondo la carta pubblicata dall’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva due figli con il nome di ‘Simeone’ (Simone), “legittimo uno e bastardo l’altro”. Quindi, secondo l’Ughelli, il ‘Conte Ruggieri’ aveva avuto due figli chiamati entrambi Simone. Un Simone era il figlio legittimo e l’altro Simone non era figlio legittimo del ‘Conte Ruggieri’. Dunque, l’Antonini (…), sulla scorta del ‘Marchese della Giarratana’ (…) e di Alessandro Telesino (…), dice chiaramente che Ruggero I d’Altavilla ebbe due figli con lo stesso nome, “legittimo uno e bastardo l’altro”. L’Antonini (…), scrive che di uno dei due figli chiamati Simone, anzi di quello che fu il primogenito”, ovvero del figlio primogenito chiamato Simone:se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’”, e poi aggiunge che se ne fa memoria anche dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), postillava che la notizia tratta dall’Ughelli (…), prima e dell’Antonini dopo, proveniva dal cronista del tempo Alessandro Telesino (…) (“Alessandro Telesino: I, 3″). L’Abbate di Telese è un cronista dell’epoca Normanna chiamato Alessandro Telesino (…). Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino (…), citato sia dall’Antonini che dal Cataldo, nel suo Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, una biografia accurata di Ruggero II di Sicilia, egli ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla, pubblicata dal Del Re (…). La chronaca del Telesino (…), la biografia di re Ruggero II d’Altavilla, scritta da Alessandro di Telese, copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Ciò che scriveva l’Antonini e poi in seguito il Cataldo, è riportato nel Telesino (…), pubblicato dal Del Re (…), ivi, ma non nel Cap. III del Libro I come ci dice il Cataldo (…), bensì nel Cap. II, del Libro suo I, che ci parla dell’indole di Ruggero II d’Altavilla. Come si può leggere nell’immagine ivi, il Telesino (…), del suo Cap. II, a p. 90 del Del Re (…), ci parla di Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello maggiore del futuro re Ruggero II d’Altavilla. L’Antonini scrive che di questo ‘Simone’ se ne è lasciata memoria nel Telesino (…), nella parte I del suo“nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria ecc..”. Sicuramente l’Abate di Telese (…), parla di un solo Simone, figlio legittimo e primogenito di re Ruggero I, il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. L’Antonini dice che l’‘Abbate Telesino’, a proposito del figlio primogenito di re Ruggero I, scriveva: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”, che ivi pubblichiamo. Secondo l’Antonini (…), Ruggero I d’Altavilla, oltre ad avere avuto Simone, primo suo figlio primogenito con il matrimonio della terza moglie Adelaide del Vasto, ebbe anche un altro suo figlio chiamato Simone, ‘bastardo’. L’Abate di Telese (…), come possiamo leggere nella traduzione del testo che ha pubblicato il Del Re (…), ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale, legittimo e primogenito di re Ruggero I d’Altavilla. L’Abate Telesino (…), non parla di due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’ come scrive l’Antonini. Il cronista Alessandro di Telese, nel suo Cap. II, parlando dell”Indole di Ruggiero II d’Altavilla’, diceva: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), il quale egli, secondochè è costume dè fanciulli, giocando a danaro provocava a battaglia. Perciocchè questo trastullo più di tutti gli altri gli andava a grado. Combattendo, dunque, l’uno e l’altro ecc..”.

Alessandro di Telese, p. 90

Del Re, su Simone, p. 90.JPG

(Fig….) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (…), p. 90

Il Telesino (…), nel suo Cap. II e Cap. III, non dice affatto che re Ruggero I, avesse due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’, come sosteneva l’Antonini. Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino, dice chiaramente di re Ruggero II d’Altavilla: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), ecc..”. Quindi il cronista dell’epoca Alessandro di Telese (…), ci riferisce con le sue parole che, l’altro figlio di Re Ruggero I d’Altavilla (detto il ‘Gran Conte’), fosse chiamato ‘Simonem’ (Simone) “un fratello unico primogenito per nome Simone”, ovvero che, Simone e re Ruggero II di Sicilia, erano entrambi fratelli e figli legittimi di re Ruggero I (il Gran Conte di Sicilia). L’Abate di Telese, citato dall’Antonini, parla di un altro Simone. Il cronista Abate di Telese, parla del Simone, figlio naturale o illegittimo di re Ruggero II, ma ci parla dell’altro Simone,  figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla.  Il Telesino (…), non parla di un Simone figlio naturale (e ‘Bastardo’, quindi illegittimo) di re Ruggero II d’Altavilla. La notizia, citata dall’Ughelli e poi dall’Antonini, era stata riportata dal ‘Marchese della Giarratana’, che esamineremo.

Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ”A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo).

Nel 1110-1111, il conte normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula, padre del conte Manso o Mansone

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, mons. Laudisio cita il conte normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Su questo personaggio, conte normanno parente di Roberto il Guiscardo, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, secondo un documento del 1094, Ruggero figlio di Troisio il normanno donò parte del monastero di Sant’Angelo di Tresino, sul monte Tresino. Il monastero di S. Angelo era proprietà del conte normanno Leone, figlio del conte Castaldo. Sempre secondo questo documento del 1094, il monastero di Sant’Angelo a Tresino era stato donato a Leone dal principe “Riccardo”, figlio del principe normanno Giordano. Ebner aggiunge pure che trovandosi il detto monastero a picco sul mare apparteneva ai feudatari. Dunque, il conte normanno “Leone” (padre del conte di Roccagloriosa Manso), era figlio del conte normanno “Castaldo”. Su questo “Ruggero” del documento del 1094, ha scritto Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 130, in proposito ai Normanni scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta all’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (19, dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Inoltre, sempre l’Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì……Nel 1014 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli di Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Di questi tre personaggi normanni, Landolfo, Guido e Alessandro, ne parlerò in seguito in quanto essi confermeranno il lascito del conte Mansone al monastero di Roccagloriosa. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”.

Nel 1110, Manso o Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ecc…”. Il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso  o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”Sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Dunque, il sacerdote Romaniello parlando di Roccagloriosa scriveva che signore di Roccagloriosa era il conte Manso, che era successo al padre Leo. Manso o Mansone, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Sulla figura di Manso o Mansone, conte di Roccagloriosa (“Signore del luogo”) e di Padula, ha scritto pure Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”. Il Barra, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), sulla scorta dell’Antonini, in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, il Barra, sulla scorta dell’Antonini scriveva che il feudatario di Roccagloriosa era “Manso Leone Signor de luogo”, ovvero scriveva che Manso e Leone erano la stessa persona a differenza del Romaniello che distingueva la figura del padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo con quella del figlio Manso o Mansone, fratello (?) o padre (?) di Altrude, diventata badessa del rinato Monastero femminile benedettino di S. Mercurio. Infatti, sempre il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Anche in questa sua postilla, il Barra lo chiamava “Manso Leone signor de luogo”, ribadendo che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa fosse stato fondato dal fratello della badessa Altruda, “Manso Leone signor de luogo”. Di Manso o Mansone si è visto per le donazioni fatte nel suo testamento del 1130. Mansone, figlio di Leone, continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude. La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Come ho già scritto in precedenza il conte Manso era figlio del conte Normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo ed aveva un fratello chiamato Landolfo e la sorella chiamata Altrude che prenderà i voti nel Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Manso o Mansone, “Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, ecc..”. Dunque, il conte Mansone aveva due nipoti figli di Gisulfo.

Nel 1112, Ruggero d’Altavilla, detto Ruggero del Principato, principe di Antiochia, figlio di Riccardo del Principato

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Salerno detto anche Ruggero del Principato o Ruggero d’Antiochia (… – Sarmada, 28 giugno 1119) è stato un cavaliere medievale normanno, reggente del Principato di Antiochia dal 1112 alla sua morte. Figlio di Riccardo di Salerno (reggente della Contea di Edessa) e lontano parente di Tancredi di Galilea, divenne reggente del Principato di Antiochia, quando Tancredi morì nel 1112, mentre il principe ereditario, Boemondo II d’Antiochia era ancora fanciullo. Così come era toccato a Tancredi prima di lui, anche Ruggero dovette trascorrere gran parte della sua reggenza difendendo il principato dai continui attacchi dei vicini stati musulmani, in particolar modo di Aleppo. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, parlando degli eredi di Guglielmo di Principato, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195)……Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati.”.

Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, secondo un documento del 1094, Ruggero figlio di Troisio il normanno donò parte del monastero di Sant’Angelo di Tresino, sul monte Tresino. Su questo “Ruggero” del documento del 1094, ha scritto Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 130, in proposito ai Normanni scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta all’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (19, dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Inoltre, sempre l’Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì..”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”.

Dal 1107 al 1128, Guglielmo (II) d’Altavilla, figlio di Roberto di Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160). Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, ora vorrei soffemarmi su Guglielmo (II) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1107 al 1128. Guglielmo (II) era figlio di Roberto d’Altavilla e nipote di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato da cui discendeva. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II ed in proposito scriveva che: “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160. Ecc..”.

ITTA E SIGHELGAITA, figlie di GLORIOSO

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) “Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, CCV, 55); per la data della sua morte cfr. TALAMO ATENOLFI, op. cit., p. 21 (trascritta però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Il Cantalupo, a p. 134, nel suo specchietto sulla “Contea di Capaccio” scriveva che “GLORIOSO conte (1110-1112)”, naquero due figle “ITTA (a. 1143)” e “SICHELGAITA (a. 1143).”.

ITTA DI CAPACCIO e RUGGERO I SANSEVERINO

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Purtroppo non riesco a vedere la nota (107) del Cuozzo dove probabilmente spiegava di Ruggero I Sanseverino, egli scrive “figlio di Turgisio di S. Severino”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Si tratta del testo di Michele De Santi (….), ‘Memorie delle Famiglie nocerine’, vol. II, dove, secondo il Cuozzo (….), a p. 408 si parla del matrimonio fra Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II di S. Severino e Itta, “esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia”. Su “Itta”, ha scritto Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”. Il Cantalupo, a p. 134, pubblicava uno schema in cui è scritto che da “PANDOLFO, conte di Capaccio (1034 ? – 1052)”, tra i suoi figli, in particolare “GLORIOSO, conte (1110-1112)”, vi è “ITTA (a. 1143)”. Dunque, secondo il Cantalupo, Itta era figlia di Glorioso, conte (1110-1112). Secondo il Cantalupo, Itta era sorella di una “SICHELGAITA, (a. 1143)”. Itta e Sichelgaita erano nipoti del conte di Capaccio, Pandolfo. Secondo il Cuozzo, Itta aveva sposato Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Nel 1114, RUGGERO I SANSEVERINO, figlio di Turgisio II Sanseverino o Torgisio Jr.

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Turgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I Sanseverino, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I Sanseverino era figlio di Turgisio Jr. (Turgisio II) e sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino. Ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117 parlando di Ruggero I Sanseverino racconta che: A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II sposò Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario principe di Salerno e conte di Capaccio. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Cantalupo, a p. 130 scriveva che Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II Sanseverino sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio e, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135”. Il Cantalupo riguardo questo luogo non si riferisce a Castel Ruggiero vicino Policastro ma si riferisce a Castellabate. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino figlio di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in Wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II”, fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema, nella successione temporale ai feudatari del Cilento, dopo Ruggero Sanseverino, pone il figlio primogenito di Turgisio II Sanseverino, ovvero Ruggero I Sanseverino tra l’anno 1114 e l’anno 1121. Dunque, Ruggero I Sanseverino fu signore di Sanseverino e di Cilento all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicò ‘Memorie Istoriche sulla Lucania’, opera postuma del padre Costantino Gatta (….), che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte di Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito: “………………Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Oltre a queste notizie su Ruggero I Sanseverino conosciamo anche un’altra interessante notizia che riguarda una donazione del 1086, di Ruggero I Sanseverino all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387) parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini (…) distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della stessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi a Pietro Pappacarbone ed ad un suo  miracolo, in proposito scriveva che: “DISCORSO TERZO, p. 279. Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini cita il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini il miracolo avvenne prima dell’anno 1079. L’Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino. Ai fatti raccontati dall’Antonini si ricollega anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294″. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo – Annali, vol. 9°, pag. 278″. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato da Emilia Anna Gemma Ruocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo e della vita di S. Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (31).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (31) e riferendosi al Venusino postillava che: “(31) Narra il Venusino che,……Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 386 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Ebner, a p. 386, nella nota (34) postillava che: “(34) P. Agostino Venereo, nato a Napoli nel 1573, pronunziò i voti il 12 settembre 1595. Nel ‘Codice’, n. 29 (f 313) è detto etc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Si tratta del testo di Michele De Santi (….), ‘Memorie delle Famiglie nocerine’, vol. II, dove, seondo il Cuozzo, a p. 408 si parla del matrimonio fra Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II di S. Severino e Itta, “esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia”.    

La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in Anglo Norman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”.Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto.

Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.

I dissidi col cugino Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia

Guglielmo (Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa), ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo, secondo cui il conte di Sicilia procurava al cugino uno squadrone di cavalieri con i quali reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano; in cambio, Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con dominio su Amalfi e Gaeta, su parte di Napoli, su Taranto, Capua e Abruzzi. Guglielmo, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Un ritratto di Guglielmo viene fornito dal cronista Romualdo, arcivescovo di Salerno, che gli era grato per i favori accordati alle istituzioni ecclesiastiche: secondo Romualdo, il duca, nonostante fosse di corporatura gracile, sarebbe stato un forte e audace cavaliere, generoso, affabile, pio e buono con tutti, amatissimo dai suoi uomini, molto impegnato a favore della Chiesa e dei suoi ministri. Precedentemente però il cronista non aveva tralasciato di sottolineare che il duca proprio per il suo carattere fosse disprezzato da alcuni. Ne emerge quindi l’immagine di un personaggio mite, molto legato alla Chiesa, che non riuscì a imporsi sui propri vassalli e a evitare che il Mezzogiorno peninsulare cadesse in uno stato di anarchia, a cui fu posto fine soltanto quando Ruggero II di Sicilia se ne impossessò. La crescente anarchia in Puglia, dovuta alla debolezza di Guglielmo, nell’agosto 1115 dava al papa l’occasione per rinforzare il suo ruolo imponendo a Troia una pace di Dio: i conti Roberto di Loritello e Giordano di Ariano nonché tutti i baroni della Puglia giurarono di osservare questa pace per tre anni, ma l’impegno fu presto disatteso. Le lotte interne nella città di Bari sfociarono nel 1117 nell’uccisione dell’arcivescovo Risone, mentre il signore della città, Grimoaldo Alferanite, si proclamò nel 1118 principe e stipulò alcuni anni più tardi, nel 1122, un trattato con Venezia. L’esiguità del potere esercitato dal duca di Puglia divenne evidente quando, nel 1120, dovette intervenire il papa per costringere Alessandro, conte di Matera, a rimettere in libertà Costanza, la vedova dello zio paterno di Guglielmo, Boemondo (I) di Taranto, principe di Antiochia. Guglielmo intervenne soltanto tardivamente in aiuto di Costanza con una spedizione militare che sembra non aver avuto nessun effetto. In questi anni Guglielmo non era in grado di dare un sostegno al suo signore feudale, il papa, che poté contare soltanto sull’appoggio di Roberto principe di Capua. Guglielmo prestò il giuramento di fedeltà nel 1118 al papa Gelasio II e nel 1120 al suo successore, Callisto II. Quest’ultimo, immediatamente dopo aver concesso l’investitura a Guglielmo, nell’ottobre 1120, si recò a Troia per cercare di imporre una tregua di Dio e poi cercò di ristabilire la pace anche a Bari, dove ottenne la liberazione di Costanza. A Troia il papa aveva costretto Guglielmo a restituire alcune terre al monastero di S. Nicola di Troia. Si tratta di un ulteriore indizio della debolezza di Guglielmo, avvalorato anche dal fatto che una serie di vassalli del duca di Puglia entrarono in un rapporto di diretta dipendenza feudale dal papa. Nel frattempo in Sicilia era succeduto a Ruggero I il figlio Ruggero II, che riuscì ad aumentare il già alto prestigio conquistato dal padre. Nel febbraio 1122 Guglielmo si recò a Messina per chiedere a Ruggero II di aiutarlo contro il conte Giordano di Ariano. Secondo il cronista Falcone di Benevento Guglielmo avrebbe chiesto al conte di Sicilia un sostegno sia in uomini, sia in denaro. Per convincere Ruggero Guglielmo gli avrebbe riferito le minacce e umiliazioni da lui subite per opera di Giordano. Ruggero II non rifiutò l’aiuto a Guglielmo, suo signore feudale oltre che nipote, ma se lo fece ben ricompensare. Mise a disposizione di Guglielmo sei o settecento cavalieri nonché il denaro necessario e ottenne in cambio che il duca, ufficialmente come i suoi predecessori duca di Puglia, Calabria e Sicilia, rinunciasse alla metà di Palermo, Messina e della Calabria, che erano in suo possesso. Di conseguenza, Calabria e Sicilia erano ora per intero nelle mani di Ruggero. Con l’aiuto datogli da Ruggero Guglielmo attaccò subito Giordano strappandogli il castello di Roseto e altri possedimenti, conquistando e saccheggiando il castello di Montegiove per poi assediare il castello di Apice, residenza del conte di Aversa; grazie al sostegno dei Beneventani Guglielmo riuscì poi a espugnarla e a ottenere la sottomissione di Giordano. Successivamente il duca fece riconoscere il suo dominio ad Ariano e in tutta la contea. Poi assediò e conquistò il castello di Montecorvino, vicino Salerno. Infine punì con severità a Montevico l’uccisione di un barone normanno, Guarino di Ollia, da parte dei suoi villani. In queste azioni Guglielmo appare come un energico uomo di azione, ma dal racconto di Falcone (…) si apprende che i suoi successi erano dovuti ai cavalieri messigli a disposizione dal conte di Sicilia. Quando questi se ne tornarono in Sicilia, il duca fu costretto a chiedere aiuto a Giordano (II), dal 1120 principe di Capua, e ai Beneventani. Alla fine del 1122 Guglielmo si recò a Salerno, dove restò fino al giorno della sua morte. Falcone sottolinea al riguardo che il Ducato di Guglielmo conobbe in seguito un periodo di pace e quiete; in verità il duca era riuscito a imporre il suo dominio soltanto in alcune parti della Campania, ma non in Puglia e Basilicata. Questo spiega l’intervento di Ruggero II di Sicilia, il quale nel 1124 fece una spedizione militare a Montescaglioso, ai confini tra Basilicata e Puglia, per impossessarsi dell’eredità della sorella Emma, vedova di Radolfo (Raoul) signore di Montescaglioso, morta intorno al 1120. L’azione di Ruggero ignorava, oltre ai diritti di Guglielmo, anche quelli della già ricordata Costanza, reggente per il figlio Boemondo (II); Costanza nell’aprile 1121 aveva conquistato un castello sul Basento, nel territorio della signoria di Montescaglioso, ufficialmente con l’aiuto di Guglielmo e di Tancredi di Conversano, ma più probabilmente soltanto quest’ultimo era intervenuto con efficacia. Sappiamo poco sugli ultimi anni di Guglielmo. Il giorno della morte indicato da Romualdo Guarna (Romualdo Salernitano) in quello della festa di S. Nazario, cioè il 28 luglio (mentre Falcone lo colloca al 1° agosto) è lo stesso ricordato dai necrologi di S. Matteo di Salerno, di Montecassino e della Ss. Trinità di Venosa. Falcone racconta che la moglie di Guglielmo, alla sua morte, si sarebbe tagliata i capelli e si sarebbe gettata sul cadavere piangendo e gridando disperatamente. Altrettanto dolore avrebbe manifestato la popolazione di Salerno che si recò nel palazzo ducale per piangere il duca sul letto di morte, mentre l’arcivescovo salernitano avrebbe organizzato un funerale particolarmente solenne. Dopo le esequie celebrate nella cattedrale il duca, sempre secondo Falcone, fu sepolto in una tomba preziosamente ornata; Romualdo Guarna parla invece di una sepoltura nella cattedrale nello stesso sacello del padre. Il sarcofago in cui fu inumato G. si è conservato nell’atrio della stessa cattedrale. Si tratta di un sarcofago “di Meleagro” appoggiato alla facciata della chiesa con rielaborazioni medievali sulle facce laterali del coperchio (Herklotz, p. 76). Guglielmo non lasciò figli e, per quanto riguarda la successione nel Ducato, sembra che egli avesse fatto promesse da ogni parte.

Nel 1123, Pietro Pappacarbone ed il miracolo del figlio di Ruggero I Sanseverino

L’Antonini (…) a p. 348, dopo aver parlato del borgo di San Severino ci parla del luogo “vicino”, il luogo detto “le Celle” e su questo luogo ci da una serie di notizie interessantissime, che riguardano Ruggero Sanseverino, uno dei primi della nobile famiglia dei ‘Sanseverino’, di S. Pietro Pappacarbone, ed alcuni monasteri italo-greci sorti nell’area antichissimi, come quello di Sant’Arcangelo. Queste notizie dell’Antonini sono interessantissime in quanto come lui stesso scrive (“fan chiaro un comune abbaglio”) riguardano le poche notizie intorno alle origini della nobile famiglia dei Sanseverino (uno dei suoi tanti rami), oltre che dei luoghi medesimi. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio, preso da tutti coloro, che della famiglia Sanseverino parlato hanno; poichè non avendo avuto notizia di questo Sanseverino; o lor parendo un picciol ignobil luogo, per aver potuto dare il nome ad una sì chiara, illustre antica Famiglia, glielo attribuirono da quel Sanseverino, ch’è vicino Salerno. Dalla dissertazione da noi fatta, su questo particolare, ognuno si potrà ricredere, che dal nostro, e non da quello l’accennata Famiglia prese il nome. Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, ecc… “. A questo proposito l’Antonini cita un antico privilegio del 1086. E’ sempre l’Antonini che scrivendo a p. 276 che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”, voleva che l’antico Monastero italo-greco di S. Arcangelo, dove si ritirò S. Pietro Pappacarbone, non fosse un monastero a Perdifumo ma fosse nel nostro territorio e precisamente nel luogo chiamato “le Celle”. A questo proposito e, a quanto scriveva l’Antonini, riguardo il racconto di Ugo da Venosa, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I a p. 704, nella nota (5), riferendosi all’Antonini postillava che: “Sul termine “cellae”, v. p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Arcangelo di Perdifumo con quello “presso al terrotorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta all’Archivio stesso della Cava”. Pertanto ubica un questo cenobio il miracolo di cui nella ‘Vita’ del terzo santo abate di Cava. In nota, però, il nipote Mazzarella Farao corregge l’errore dell’Antonini ubicando il monastero di Sant’Arcangelo a Perdifumo.”. Dunque, secondo l’Ebner, il racconto di cui sto per parlare, riferendosi a ciò che scrive l’Antonini egli scrive che non è corretto. Ebner afferma che il nipote dell’Antonini, Mazzarella Farao, nella II edizione del 1795 della “Lucania” dell’Antonini, era sbagliato e dice che il Mazzarella corregge lo zio che credeva che il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino non fosse accaduto nel monastero di benedettini di Sant’Arcangelo vicino “le Celle” ma nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo. Secondo il nipote dell’Antonini, vicino il luogo chiamato “le Celle” non vi era alcun monastero di Sant’Arcangelo di cui era Abate il monaco Pietro Pappacarbone ma questo monastero fosse quello di Perdifumo. La notizia riportata dall’Antonini, a mio avviso, andrebbe ulteriormente indagata. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi ad un miracolo di Pietro Pappacarbone che nel 1079 verrà nominato Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che:

“DISCORSO TERZO, p. 279. Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini cita il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”. Infatti, l’Antonini, a p. 287, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Questo anno vi sta posto erroneamente. Siccome è notissimo, era già fuori del Principato fin da cinque anni addietro, o niuna parte vi ebbe Gisulfo; o se, ve l’ebbe fu quando era stato cacciato dai suoi Stati da Roberto il Guiscardo”. Dunque, secondo l’Antonini il miracolo avvenne prima dell’anno 1079 e comunque scrive che riguardava il periodo in cui Salerno ed il Principato erano stati conquistati dal Guiscardo. Ai fatti raccontati dall’Antonini si ricollega anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato da Emilia Anna Gemma Ruocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91.

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., pp. 90-91

Paul Guillaume (…), nell’opera citata, tradotta nel 2018 dalla Ruocco (…), a pp. 90-91, sulla scorta del racconto del chronicon di Ugo da Venosa detto ‘il Venusino’ (…), “Vite S. Petri ecc.., fol. 19” ci parla dell’episodio del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Nella ristampa della Ruocco (…), a pp. 99-100, si legge che: “Tra i religiosi che, sotto l’abate Constabile presero l’abito di S. Benedetto nel monastero di Cava, citeremo il celebre ‘Ruggero Sanseverino’, figlio del normanno ‘Turgisio’, signore di ‘Sanseverino’, di Montorio’, di S. Giorgio’ di ‘Montemileto’, ecc.., il quale è generalmente considerato come il capo della nobile famiglia napoletana dei Sanseverino. (30). Questo signore, nelle fortune dell’abbazia di Cava, è tanto famoso per le sue donazioni quanto per le sue meschinerie. Ecco, tra molti altri, un esempio che ci farà conoscere ‘Ruggero Sanseverino’ e i costumi della sua epoca:”. Qui il Guillaume racconta il racconto del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino ad opera di Pietro Pappacarbone, che lui dice essere in quel momento “Abate del monastero di S. Arcangelo a Monte corace”. Il Guillaume continua scrivendo che: “Sembrerebe che da quel giorno colui che era bramoso dei beni del monastero di Cava cambiasse radicalmente, da diventare uno dei suoi più generosi benefattori. Un gran numero di diplomi ce lo attestano ancora. Ed è così che Ruggero, nel 1081, ecc..ecc…Per non parlare del suo ultimo diploma, quello del Giugno 1121, dove fa dono all’abate Pietro di sei vaste terre e della chiesa di S. Lucia; il tutto situato a ‘Montorio (32). E’ sempre allora, o poco dopo nel 1122, come ha ritenuto il ‘De Blasi’, che il vecchio Ruggero pensò infine di far penitenza delle sue cattiverie e dei suoi crimini (33).”. Questo passo del Guillaume è importante perche cita il De Blasi. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi. Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. Dunque, il Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che il Guillaume si riferiva più volte nelle sue note. Perchè il Guillaume cita il testo “Chronicon‘ del De Blasi ?. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi (…) utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Proprio in riferimento al Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I, nella sua nota (30) e riferendosi al Venusino postillava che: “(30) Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 385 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Dunque anche l’Ebner cita l’opera dell’abate di Cava, Domenico Agostino Veniero (o Veneno o Venereo), un manoscritto VI, a p. 73, che a p. 73 parlava di Ruggiero Sanseverino. Il Di Blasi (…) condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Innanzitutto il testo in latino dell’antico manoscritto di Ugo da Venosa conservato negli Archivi dell’Abazia di Cava dè Tirreni parla di “Erac tunc Cilenti in prefato monasterio sancti Michahelis arcangeli”. Dunque Ugone Venusino lo chiama monastero di S. Michele Arcangelo. Dunque, il Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Sul miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 295. Il Di Meo (…), nel tomo 9° (vol. IX), a p. 295, riferendosi all’anno 1123 ci parla di S. Pietro Pappacarbone ed in proposito scriveva che:

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

Di Meo, vol. IX, p. 294
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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, pp. 294-295, scrive sul miracolo di San Pietro Pappacarbone.

Sul miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino ha scritto pure Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (30).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (30) e riferendosi al Venusino postillava che: “(30) Narra il Venusino che, in una delle sue periodiche visite al monastero di Sant’Arcangelo, il santo abate apprese che Ruggiero di San Severino continuava a molestare i contadini dipendenti dal monastero. Anzi, che negli ultimi tempi aveva addirittura infierito contro di essi. Ad apprendere le malefatte di Ruggiero, l’abate si accese d’ira così viva da rivolgersi al santo protettore del monastero con la memorabile invettiva: “Elia, sanctae mihahel archangeli sic nos protegis?…ecc..”. Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 385 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”.

Nel 1125, ENRICO I “Arrigo” di SANSEVERINO, la Baronia del Cilento, si fa monaco a Cava

Da Wikipedia leggiamo che il capostipite Turgisio morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote di Guaimario IV di Salerno; rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Dei successori del primo si ricordano il nipote Ruggero Sanseverino, conte di Tricarico, che nel 1188 diede un numero considerevole di uomini e cavalieri per la terza crociata e Riccardo Sanseverino (1220-1267), conte di Caserta e vicario imperiale di Federico II. Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia; Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato; Ruggero Sanseverino (1235c.- † Marsico, 1285); partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento (1266) che vide l’avvento degli Angioini; Capitano Generale del re Carlo I d’Angiò nel 1285. Sposò Teododra d’Aquino dei signori di Roccasecca, sorella di san Tommaso d’Aquino; ecc…..Da Wikipedia leggiamo che da Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Su “Ruggero, figlio di Toisio” del documento del 1094, ha scritto Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 130, in proposito ai Normanni scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta all’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”.

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno. Seguendo le tradizioni paterne donò nel febbraio del 1125 al monastero di San Giorgio della Lucania, che era della Badia di Cava, molti beni, salva la fedeltà del duca Guglielmo e del principe Giordano (4). Confermò inoltre alla badia quanto ad essa apparteneva dal fiume Sele fino all’acqua detta dei due fiumi, con tutti gli uomini ed i monasteri che le spettavano. VIII. La sede della baronia era nel castello di Rocca che, a mio credere, esisteva già fin dai tempi dei principi longobardi di Salerno. Questo dovette sorgere quando essi presero a concedere terre ai loro figliuoli in tutta la provincia: quindi la sua origine deve risalire al secolo IX. Successivamente quando il gastaldato della Lucania fu, per gli abusi dei conti e dei gastaldi, diviso in varie contee, tra cui la contea del Cilento, il castello divenne sede di questa e prese il nome di ‘Castello del Cilento’. Esso trovasi ripetutamente indicato in un istrumento del dicembre 1063 stipulato nel palazzo del principe di Salerno alla presenza della principessa Gemma, col quale atto Abalsamo abate del monastero di S. Mango ed un tale Golferio abitante del Cilento, delimitarono alcuni loro possedimenti (1). Nel castello……”. Il Mazziotti, a p. 117, nella nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano, secondo scrive il De Meo nell’opera citata vol. 9, pag. 312, era principe di Capua.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II,………sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2). Enrico I Sanseverino è ricordato nel 1125 per una donazione al monastero di S.. Giorgio di Duoflumina (3) e, nel 1140, per un istrumento a favore del convento di S. Biagio di Aversa (4). Sembra che sotto la sua signoria si formò, entro il limiti conservati anche in seguito, la BARONIA DI CILENTO, in cui si fusero le terre dell’Actus Cilenti con gran parte di quelle poste lungo il corso destro dell’Alento, appartenenti alla contea di Capaccio (5). Queste ultime, con ogni probabilità, erano state portate in dote da Sica e trasmesse in linea ereditaria alla sua morte, avvenuta prima del 1121, al figlio Enrico, come dimostra la summenzionata donazione di S. Giorgio (6).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 135”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I di Sanseverino e sua moglie Sica ebbero Enrico I di Sanseverino “che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento”. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino fratello di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Guillaume, ibidem, p. 90”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ego Henricus filius q. Rugerij, et Sicae, qui sum Dominus de illo Castro, qui nuncupatur Snctus Severinus…..(a. 1140; Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, 1752, p. 219).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. carta geogr. II.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Nella zona di Duoflumina altri discendenti di Pandolfo, I conte di Capaccio, rimasero possessori di beni isolati, che successivamente vennero donati alla Badia di Cava.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – Uomini e vicende”, ed. Reggiani, Salerno, sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (15). Non si può tuttavia escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento., d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (16).”. L’Infante, a p. 37, nella sua nota (15) postillava: “(15) Portanova, Il castello di Sanseverino, pag. 7 ss.”. L’Infante, a p. 37, nella nota (16) postillava che: “(16) Ventimiglia, Memorie storiche dei Casali ecc..”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 383, in proposito scriveva che: A Torgisio successero l’un dopo l’altro, durante il periodo Normanno, Ruggiero, Arrigo e Guglielmo, il quale ultimo visse nel turbinoso passaggio del Reame dalla dominazione normanna alla sveva. Il castello di Rocca Cilento era la sede della baronia, di cui facevan parte Porcile, etc…, di cui i nomi ora o poco prima cominciano ad apparire nei documenti del tempo.”.

Nel 1127, RUGGERO DELL’ORIA, figlio di Ugone dell’Oria e di Altruda e, la contea dell’Oria

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall’Almanacco Calabrese del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Normanni….., Ugone dienne signore di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa, Apice, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che dal ramo degli Oria che passò in Calabria, “originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, ecc…”. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non gli riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128). A Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Rileggendo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. I due studiosi scrivevano pure che: “Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. I due studiosi, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62). In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63), offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti. Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65). Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum(…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96. (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen. -Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), Real Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Balducci Antonio, L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei ‘Gesta Roberti Wiscardi’. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese (longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’Impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(…) John Julius Norwich, I Normanni nel Sud: 1016-1130. Mursia, Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

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(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (199), la Falcone scrive: “BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito da T. vonSickel, Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma, in ‘Studi e documenti di storia e diritto, a. VII (1886), fasc. 2, pp. 105-109.”. Per la nota (200), la Falcone, scrive: “Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, ‘Bullarium Cryptense’. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”.

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1973 (Achivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg.

(…) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2

(…) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

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(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(…) Chalandon Ferdinand, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’.

(….) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(…) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(…) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica’, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, R’omualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(…) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(…) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed. per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio)

(…) Garufi Carlo Alberto, Necrologio del “Liber Confratrum” di San Matteo di Salerno, (Fonti per la storia d’Italia, 56), Roma 1922, p. 100.

(…) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930, è citato dal Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. DOI : 10.2307/626810. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato Orientalia Christiana Analecta, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (92) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (93), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino.

(…) Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli (Archivio Storico Attanasio)

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Vera von Falkenhausen, I Longobardi Meridionali, stà in AA.VV., Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, ed. UTET, Torino, 1983 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tramontana Salvatore, La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AA.VV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, Torino, 1983 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno[1]. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058[2]. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) L”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf KöpkeUn esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847[3], dall’accurata esegesi di Pertz e KöpkePratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), col nome di “Chronicon Cavense ineditum cum notis Franc. M. Pratilli”, a p. 381. Il Pratilli, nella seconda sua edizione del 1643, mescolò nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, ‘Chornicon Salernitanum’, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionaleÉcole française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Si veda Ulla Westerbergh, ‘Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language’ Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani‘, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense‘, costruito (dicono) dal Pratilli. Riguardo il “Chronicon Salernitanum”, lo studioso Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, p. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

Le carte latine provenienti da alcuni fondi dell’archivio della famiglia Aldobrandini

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

Nel 1958, Alessandro Pratesi (…), pubblicò le carte greco-latine dell’archivio della nobile famiglia romana Aldobrandini (…). Si tratta di 190 carte, provenienti da alcuni monasteri della Calabria, alcune delle quali confermavano alcune interessanti ipotesi circa l’origine di alcuni antichissimi cenobi e monasteri basiliani del basso Cilento, come ad esempio quello di cui stiamo parlando nel nostro saggio. I documenti sono stati scritti in Calabria di età normanno-sveva, sono quelli pubblicati nel 1958 da Alessandro Pratesi nella collana Studi e testi della Biblioteca Apostolica Vaticana (…). Si tratta di 190 carte, le più antiche tra quelle latine provenienti dall’Archivio della casa dei principi Aldobrandini, e sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano e nella Biblioteca Apostolica. Si riferiscono tutte alle tre abbazie calabresi di S. Maria della Matina, di S. Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, riferendosi alle carte greche scoperte , riordinate e pubblicate dal Pratesi nel 1958, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli (…), a p. 267, scriveva sulle carte scoperte dal Pratesi (…), che “Proprio perciò mi sembra che opportunamente il Pratesi abbia isolate dal complesso dell’Archivio Aldobrandini queste carte calabresi, che vi si erano confuse con altre provenienti e da Benevento e da altrove (si veda l”Introduzione’ alle pp. XV-XII), senza una qualsiasi organicità e solo perchè le vicende dei vari organismi, di cui le carte erano espressione, avevano messo capo alla famiglia Aldobrandini. Ricondotti infatti alla loro originaria provenienza, i documenti pubblicati dal Pratesi acquistano una portata ed un respiro maggiore, che non disseminati insieme ad altri di altre località, anzi di altre regioni.”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.”, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni errori del Marchese. Il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito all’opera del Marchese (…), che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

(…) Ménager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in rivista di ‘Storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Ménager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la Puglia, Documenti e monografie).

(…) AA.VV., “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Iorio R. , La duchessa Sikelgaita, una longobarda romanizzata, stà in “Quaderni medievali”, n. 41 (1996)

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) Il fondo delle carte greche del Fondo della Famiglia Aldobrandini. Riguardo l’Archivio della nobile Famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana. L’archivio, dichiarato di notevole interesse storico il 10 luglio 1967, nella sua attuale connotazione risente della vicende familiari e dei relativi spostamenti delle carte. Nella seconda metà del sec. XIX fu redatto da Francesco Antonio Vannarelli un inventario con indice, che descrive analiticamente il contenuto di unità denominate “Tomi”. Non esistendo un ordinamento, la famiglia incaricò, all’inizio del sec. XX, Francesco Comparetti di schedare e riordinare l’archivio. Il Comparetti effettuò una schedatura analitica di quasi tutti i documenti descritti dal Vannarelli, ricostituendo artificiosamente delle serie per materia e riordinando cronologicamente la documentazione all’interno delle serie. Nel 1997 Paola Giannini della Soprintendenza archivistica per il Lazio ha proceduto ad un riscontro dello schedario con la documentazione esistente redigendo un inventario. Si veda: Vignodelli Rubrichi R., Il fondo Aldobrandini dell’Archivio Doria Landi Pamphilj, in “Archivio della Società romana di storia patria“, 1969 (92), ser. 3, vol. 23, pp. 15-40; Menager L.R., ‘Les documents calabrais du fonds Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux Xie – XIIe siècles’, in “Rivista di Storia della Chiesa in Italia”, 1959 (13), pp. 55-70; Vignodelli Rubrichi R., Il fondo detto “L’Archiviolo” dell’archivio Doria Landi Pamphilj in Roma, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1972 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXII). Gastone Breccia (…), a p. 31, scriveva che: “Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56) relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”.

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(…) Guillou A., Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

R. POUPARDIN , Les institutions politiques et administratives des principautés lombardes de l’Italie méridionale ( IX – XI siècles )

(….) Loré Vito, Monasteri, principi, aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, 2008

Monachesimo e monasteri italo-greci nel basso Cilento ed alle falde del monte Bulgheria

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la diffusione dell’anacoretismo, del monachesimo italo-greco, i primi Cenobi e monasteri bizantini o basiliani sorti sulle nostre terre. In questo saggio parlo del monachesimo che sin dai primi secoli VI-VII penetrò e si stabilì sul nostro territorio, come ad esempio l’eremo e le grotte sul monte Pittari, non lonatano dal villaggio di Caselle in Pittari (SA).

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

ASCETERI E LAURE IN EPOCA BIZANTINA

Nel VI secolo d.C., i monaci d’Oriente, le persecuzioni Iconoclaste e le origini delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ e del basso Cilento

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(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania (ai confini Calabro-Lucani)

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(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio Attanasio)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

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Cattura 7

(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

A Sicilì è venerato il corpo di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Scarse le notizie sui feudatari locali che alla fine del ‘700 erano i de Stefano che possedevano anche Morigerati (vedi). L’Antonini dice a lungo dei Siculi che vuole abitassero colà (1). Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.

San Demetrio venerato a Morigerati

Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 123, in proposito scriveva che: “La figura di sinistra è forse San Demetrio, il quale può essere identificato, dal momento che l’iscrizione che accompagna l’immagine è pressocché illegibile, dai capelli accorciati nel modo che gli è particolare, corti e raccolti a casco intorno al capo (352), dalla χλαμυς (khlamnihjis: il ‘mantello militare’), la quale sembra potersi riconoscere nel dipinto e che lo distingue come Santo guerriero – e tra i santi guerrieri S. Demetrio gode di “una fama considerevole che ha l’uguale solo in quella di S. Nicola di Mira (353) in tutto il mondo di cultura bizantina e in modo singolare nell’Italia meridionale, particolarmente nelle nostre contrade dov’è tuttora avvertita la devozione che s’irradia dal Santuario di Morigerati, nel Cilento meridionale -, dagli stivaletti che gli calzano il piede. L’anello che il personaggio stringe nella sinistra probabilmente è da mettere in relazione con uno degli attributi taumaturgici del Martire di Tessalònica: “anche l’anello del santo produceva dei miracoli”(354); ma pure potrebbe essere una traccia di croce egizia, uno dei primi simboli del martirio. Ai lati di ‘San Demetrio’ sono due figure più piccole, dedicanti o devoti, un uomo e una donna. Etc..”. Tortorella, a p. 131, nella nota (352) postillava: “(352) Per l’iconografia di San Demetrio, cfr. Maria Chiara Celletti, in ‘Bibliotheca Sanctorum’, IV, coll. 564-565.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale.”.

FUGENTI (Laurito), villaggio scomparso, uno dei tanti possedimenti del monastero di S. Maria di Rofrano ma già sede di un antico monastero

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388 parlando delle origini di Rofrano Nuovo (egli la distingue da Rofrano Vetere), in proposito scriveva che: “Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Il barone Antonini è scritto: “Dall’altra banda si trova un luogo chiamato ‘Fulgente’, ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Riguardo “Fugenti”, è interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 106 parlando del casale di Laurito, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (30)…..Nel luogo detto Fulgente, il Giustiniani afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche.”. Ebner, a p. 106, nella nota (30) postillava che: “(30) Giustiniani, cit., V. Napoli, 1802, p. 293”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano che: “Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Nel luogo detto “Fulgente” il Giustiniani (…), sulla scorta dell’Antonini (…), afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano (nuovo), in proposito scriveva che: “Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13 scriveva che: “..,e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato ‘Fugento’ in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania).”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 33 parlando di Forìa, in proposito scriveva che: “L’Antonini (2), dopo aver accennato al luogo detto Fulgente (parte opposta dell’Antilia) con le rovine di un castello e alcune grotte “indizio che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare”, dice di Forìa etc…”. Ebner, a p. 33, nella nota (2) postillava che: “(2) Antonini, cit., I, p. 347”.  Infatti, l’Antonini, a p. 347, in proposito scriveva che: “Sorge fra Laurito, e Montana una ben alta montagna, chiamata Antilia: ove alcune abitazioni furono un tempo: oggi di essa appena picciolissime vestigia si vedono, e dal citato Berardino Rota, vien così ricordata: “Teque etiam Antilie passis, te moesta capillis, Quam Pan erudiit, susceptam Molphide Nynpha”. Dall’altra banda si trova un altro luogo chiamato Fulgente; ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che ne’ rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare. Da Laurito, ritornando a Mezzogiorno, sulle colline a manca del Rubicante, o sia Melphi, e camminando quattro miglia trovasi la Foria, etc…”. Il Ronsini (…), sulla scorta dell’Antonini (…), cita un vecchio centro chiamato ‘Fugenti’. Nella descrizione dei luoghi, il Ronsini, scrive che il Monte Rotondo – posto a Nord-ovest di Rofrano nuovo è quel monte che segue il monte Pedale (che è la base dell’alto e nevoso Monte Cervato), e che “presenta un lato a cilindro brullo di vegetazione, e di roccia ove bianca, ove rossastra. Il Rotondo si abbassa in una gola detta ‘Vesoli’ (Vae soli!) per cui s’immette il ponente maestro da noi chiamato Salernitano.”. Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 197, in proposito scrivevano che: “Laurito. Nella zona oggi detta Fulgente e sulle pendici del Monte Centaurino (m. 1432) si scorgono ancora molte grotte che oggi fungono da riparo notturno ai piccoli greggi. Queste furono le “laure” dei monaci greci che tra il IX e il X secolo risalirono il corso del Mingardo in cerca di luoghi appartati, per pregare. Il loro centro era l’icòna di S. Filippo. Più tardi in epoca longobarda vi fu costruito un castello, del quale la prima notizia risale al 947 (1). Esso segnò l’inizio di un centro abitato che venne indicato col nome di “Castellum Lauretum”. Questo toponimo racchiude le due caratteristiche del luogo, cioè di un gruppo di “laure” e di centro fortificato. In seguito a calamità naturali, i pochi abitanti del Castello si rifugiarono poco più a Levante, dove ricostruirono le case. Quivi sorse anche la chiesa di San Filippo nella quale ancora si possono ammirare affreschi del XIV secolo. I Lauretani ancora oggi sono molto devoti a questo Santo e legati all’antica cappella.”. L’anticihissimo centro detto ‘Fugento’, oggi scomparso fu espressamente citato nell’antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. Sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), dicono che Fugenti è citato nel ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (documento A, pubblicato dal Ronsini). Il documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”, che tradotto dal latino in italiano significa: “Ha detto Monaco vengo sul campo del ‘Castagneto’ campo, che ha chiamato il Pissotanis, da lì proseguire dritto, e colpisce il timpa chiamato dal Laurita, saliva per la stessa timp, che è vicino al ‘fatto la loro dalla posizione di Fugen, in parte, con la quale l’acqua scendeva, e scorre verso il basso attraverso la spina dorsale, per quanto riguarda, per migliorare la sua Fugen ‘Lavandaram‘, e salì sul ~ cantare la Lavandaram al timpa, che è di cifre del ‘Serra Nigella’, e fuori di essa erano al Serra NigellaPenton‘, da cui procede attraverso un Rupis piedi della Beata Vergine Maria, ha poi avanzato dritto fino a Decollescastaneola‘..

Intestazione Crisobollo del Minniti

(Fig….) Crisobollo di re Ruggero – intestazione – copia del Menniti

Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della Civiltà Greco-Bizantina”, a p. 8 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “La zona montuosa si può descrivere con queste righe, del 1881, di Cosimo De Giorgi: “Ad oriente sorge il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone che più a valle si denomina “del Mingardo”, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici etc…”. Sempre il Barra, a p. 15, in proposito scriveva che: “Proprio in quel periodo, intorno a quel cenobio, fedeli, lavoratori e pastori, provenienti da Rofrano Vetere e da Fugento, un paese posto tra Laurino e Rofrano Vetere, iniziarono ad aggregarsi.”. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel 1881, nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 167 e ssg., a proposito della Valle del Mingardo, scriveva: “Una bella escursione volli fare da Montano al Monte Antilia ch’è a ridosso del paese…….Un picco bizzarro, a mò di piramide, è denominato il ‘Campanaro delle Giungole’, e rizza il suo bianco pinnacolo a circa 40 m. di altezza su questo altipiano Ad oriente sorge invece il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese oggi distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone tributaria di quella del Mingardo, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici grige e azzurrognole. Il Monte Bulgheria di quassù domina tutto, dalla ‘gola della Dragara’ fino alla ‘marina di Scari’ ed allo sbcco del Bussento. Riguardo alle origini di Montano si vuole dagli eruditi che sia surto dopo la distruzione di Velia; origine che vien pretesa da quasi tutti i paesi di questo circondario. Bernardino Rota nel primo libro delle sue Metamorfosi così cantava di Montano “Deflevit longum calamis Montana paternis”. Da Montano, la via piega verso Laurito, …..attraversai questi luoghi il 19 maggio 1881 tra Montano e Laurito non vi era che una via mulattiera, e correva su frane molto pericolose. Fra le altre ricordo quella della ‘contrada Cammarana’ che mi fece venire i brividi”. Questa contrada è citata nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II. Il De Giorgi (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito, scriveva: “Il monte Fulgenti, lo ripara dalla tramontana. Il paese resta 260 m. più basso di Montano. La tradizione vorrebbe che gli abitanti di Velia, abbandonando la città distrutta, si fossero sparsi nelle valli del fiume Lambro e del Mingardo. Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Questi due paesi nei tempi di mezzo conservarono giurisdizione diversa: quella superiore ebbe una chiesa propria e di rito latino; e l’inferiore la sua di rito greco. Della prima non si ha più traccia; la seconda si conserva ancora sebbene in gran parte distrutta e rinnovata. Riguardo la feudalità, dopo la Congiura dei Baroni, alla quale i Lauritani presero parte, e dopo che furono giustiziati, ….fu concessa ai Monforte. In questo paese fu adottata la prima casa della dottrina cristiana nel 1618 da Filippo Romanelli e Tommaso Monforte. L’edificio resta in un luogo amenissimo, fuori Laurito, lungo la via di Rofrano, alla salita del Carmine. Dopo la soppressione del 1867, i PP. Dottrinari furno espulsi dal Convento.”

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”.

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.

Nel 535 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore d’Oriente Giustiniano I, il generale Belisario e la riconquista dell’Italia: le guerre Gotiche di Belisario contro Teodato e poi contro Vitige

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Teodato, uomo di pochi scrupoli e ambizioso, che s’atteggiava filosofo, è il capo della corrente dei goti intransigenti e nazionalisti. Egli rivelò presto i suoi intenti. Fece relegare Amalasunta in un’isola del lago di Bolsena, dove nel giugno del 535 venne strangolata. Fu il pretesto colto dall’imperatore di Bisanzio, Giustiniano, per intervenire in Italia. Il comando delle truppe bizantine fu affidato a Belisario, carico di trionfi contro i vandali in Africa e contro i persiani. Nell’estate del 535 Belisario sbarca in Sicilia, risale rapidamente la Calabria, conquista Napoli, che fu saccheggiata. La caduta di Napoli provocò il cedimento di tutto il fronte gotico nell’Italia meridionale. A questo punto, i goti, sdegnati per l’incapacità di Teodato, si ribellarono e lo uccisero, insediando al suo posto Vitige, prode guerriero, di nascita plebea, che aveva già combattuto contro i Bulgari e Franchi. Non fu facile per Belisario, pur godendo dell’appoggio dei romani, di avere ragione di Vitige, il quale cinse di assedio Roma, assedio che durò un anno, dal marzo del 537 al marzo 538. Intanti i franchi, passati dalla parte dei bizantini, scesero in Italia, devastando e saccheggiando l’Italia settentrionale…..Dal ‘Liber pontificalis’ allo storico Procopio è tutta una voce sulle condizioni tristissime dell’Italia durante la guerra greco-gotica, funestata tra l’altro da un susseguirsi di pestilenze e di carestie.”. Giustiniano fu l’ultimo imperatore di costumi e lingua latini di Bisanzio e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell’imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L’aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana a un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l’ecumene cristiana sia con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l’ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, sia da quello culturale». L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciare gli Ostrogoti inviò in Italia il generale Belisario. Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all’ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l’unità dell’Impero romano (renovatio imperii). L’esilio e l’assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l’Italia. Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto Giustiniano l’Impero bizantino raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (395-1453). Per assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell’imminente guerra contro gli Ostrogoti. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i Bizantini riuscirono a riconquistare le province dell’Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l’intera Italia. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito  di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quindicenio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia un suo generale, Belisario, con un piccolo esercito di cavalieri per riconquistare l’intera penisola. Costui, dopo essere sbarcato a Reggio di Calabria, facilmente ebbe ragione dei presidi gotici e, dopo cinque anni, riconquistata tutta l’Italia, se ne tornò in Oriente.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Tuttavia, lo stesso Mazziotti, parlando delle origini di Agropoli scrive che la notizia di una fortezza bizantina sorta ad Agropoli ad opera degli eserciti di Belisario e poi di Narsete non è suffragata da testimonianze e documentazione certa. Della Campania abbiamo certezza del passaggio di Belisario solo riguardo le vicende della presa di Cuma, di Napoli e delle aree limitrofe. Delle nostre contrade vi sono solo congetture in quanto sicuramente i Bizantini dell’Imperatore Giustiniano I e poi di Giustino I, occuperanno solidamente alcuni avamposti del litorale nostro. Della presenza dei bizantini sul nostro territorio ha scritto Carlo Carucci (….), che nel 1923, nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη-fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ –  ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc.. di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.

Nel 540, Cassiodoro Senatore

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Cassiodoro (Squillace 490 – Vivario 583 circa) fu il maggiore e più convinto sostenitore della politica teodoriciana di pacifica convivenza fra goti e romani, anche dopo la morte del suo re. La sua ‘Historia gothica’ (di cui ci è giunto un compendio ad opera di Giordane) doveva servire a questo scopo. Visse alla corte di Ravenna, fu questore, poi console, ‘magister officiorum’ cui faceva capo tutta l’ammnistrazione del rgno, anche dopo la morte di Teodorico. Nei dodici libri delle ‘Variae’ è documentata tutta la sua complessa attività di amministratore, fornito ancora di un alto senso del diritto romano e nutrito di cultura classica. Le sue direttive ai funzionari che si recavano nei paesi popolati da barbari rivelano l’alta coscienza ch’egli aveva della missione civilizzatrice di Roma. Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che: Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Riguardo la sua opera “Historia gothica” ci è giunto un compendio nell’opera di Giordane (….): ” i Getica”. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni.

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”.

Felice Fusco (….), nel suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992, a p. 199, nella nota (130) postillava: “(130) La lingua scritta fu il greco bizantino, probabilmente non capito dalla gente comune dei vari casali in quanto si era già formato il volgare dialettale. La toponomastica ad ogni modo ne è chiara testimonianza: si va dai microtoponimi dei casali (Policastro < πολις + καστρον = città fortificata; Morigerati < Muriceràto < μυρικη = ginestréto; Scario < εσκαριον = porto; Praia < πλαγια = spiaggia; Montano Antilia < αντηλιον = esposto a sud; Sicilì < συκη +  υλη = selva di fichi; Poderia < ποδηρης = ai piedi del monte) agli idronomi (Sciarapotamo < ξηρος + ποταμος = fiume secco), dagli oronomi etc…Documenti importantissimi in greco-bizantino sono le oltre cento pergamene contenute nell’Archivio dell’Abbazia di Cava (si tratta di donazioni, atti giudiziari etc…”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta del generale bizantino Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro

Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: …poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”.

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescobo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Le origini di alcuni centri del basso Cilento dopo la sconfitta dei Goti  

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (…). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento (Buxentum – ovvero l’attuale Policastro): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (2-3). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (…), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (…). Dice il Barni in proposito (…): Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (…). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (…).  Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (7). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (…), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (8-14). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 16 aprile 556 (VI sec. d.C.), papa Pelagio I

Papa Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione. Sulle origini del monachesimo nelle nostre terre, ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), ecc..”. Il Campagna (…), nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Dunque, il Campagna (…), a p. 75, sulla scorta di Francesco Russo (…), scriveva che il monachesimo nelle nostre terre era molto diffuso al tempo di papa Pelagio I. Pelagio I, è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Dunque, durante il pontificato di papa Pelagio I, a metà del secolo VI, secondo il Russo (…), il monachesimo era molto diffuso. Il Campagna (…), scriveva pure che dopo il pontificato di Pelagio I (dopo l’anno 556), il monachesimo che, nelle nostre terre, in occasione della calata del longobardo Zotone, al tempo di papa Gregorio Magno subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. A parlarci degli anni di papa Pelagio I, è il Duchesne (…) che dice che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.”. Dunque, il Duchesne (…), ci infoma che le tre Diocesi di Paestum, Velia e Buxentum, sono menzionate nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Papa Pelagio I, verso l’anno 560, scrisse una serie di epistole (lettere), indirizzate ad alcuni vescovi. Il 17 dicembre 546 Totila riuscì ad entrare nella città, Pelagio lo incontrò in San Pietro e lo convinse a risparmiare la vita della popolazione, benché la città venne sistematicamente saccheggiata.

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Il barone Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II°. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

Nel 571 (VI sec. d.C.), i monasteri italo-greci o basiliani nel basso Cilento

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (…) (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583. Re Autari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”.

Di Luccia, p. 11

Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li Istromenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc.., aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), le munifiche donazioni dei Principi Longobardi alla chiesa del Cilento, iniziarono sin dall’anno 501. Ma veniamo alla donazione citata dal Gatta (…), che si riferiva ad un Monastero fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, proposta da Beltrano e poi dal Gatta, nutriamo dei dubbi. Vediamo chi fosse il principe longobardo Guaimario III. Chi era il principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta (…), segnalatoci dal Fusco e dal Guzzo? Il Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per li storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci C., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonego ome in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.

La grotta e la cappella rupestre di S. Biagio a Camerota in contrada San Vito

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

La cappella votiva in una grotta a Camerota.PNG

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”.

Il battistero di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Le fonti: In una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

Nel 667 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, duca del ducato Longobardo di Benevento ed i Bulgari di Altzek

Giacomo Racioppi nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, ci parla dei Bulgari di Altzek che si recarono da Grimoaldo I. Riguardo Grimoaldo I, duca del ducato longobardo di Benevento e dei Bulgari di Altzek ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baronie popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 31, in proposito scriveva che: “Ciò a conferma che il vasto patrimonio della santa sede esistente in quella regione non era stato avocato dai duchi di Benevento (63).”. In questo passaggio l’Ebner ci parla dei Longobardi del ducato di Benevento ai tempi di Arechi II e poi di Grimoaldo, suo figlio, che iniziano ad ammorbidire la loro politica verso la chiesa. Ebner, a p. 31, nella sua nota (63) postillava che: “(63) Notevole in quei tempi la carenza demografica se il duca Grimoaldo I (647-671) fu costretto a consentire l’immigrazione di colonie di Bulgari nel beneventano e nella pianura pestana, da cui, poi, s’irradiarono fino al lontano monte Bulgheria; Ebner, Economia e Società, I, p. 28; cfr. P. Dicono cit., V., 29: “In quel tempo 667 il duca dei Bulgari, Altzek, non so perchè uscito dalla sua patria, entra pacificamente in Italia e si presenta con tutta la sua gente del suo ducato da re Grimoaldo mettendosi al suo servizio e chiedendogli di stabilirsi nel suo regno. Egli l’invitò a recarsi a Benevento presso il proprio figlio Romualdo, al quale ordinò di assegnare al duca località dove potersi stanziare insieme col suo popolo. Romualdo li accolse benignamente e l’insediò in vasti terreni rimasti fin allora deserti, cioè Sepiano (Sepino), Boviano (Bovino), Isernia ed altre città coi loro territori” ordinando ad Altzek che, deposto il titolo di duca, si chiamasse gastaldo. Ai tempi di Paolo Diacono gli abitanti di quei luoghi non avevano dimenticato la propria lingua.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche.

Nel VII sec. d.C., il culto di San Michele alle falde del Monte Bulgheria e nel Vallo di Diano

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi. Caselle in Pittari è situato sulla dorsale del Monte Pittari anche noto come “San Michele” per la presenza di una grotta consacrata all’Arcangelo. Dal paese un agevole sentiero conduce alla sommità del monte e in breve tempo si raggiunge il luogo dedicato al culto del Santo. La popolazione locale celebra la ricorrenza del suo santo patrono in due momenti dell’anno: l’8 Maggio e il 29 Settembre. In entrambi i casi ci si reca in devoto pellegrinaggio alla grotta e i festeggiamenti proseguono con la processione che attraversa il centro abitato. Culminano l’8 Maggio i festeggiamenti in onore dell’Arcangelo Michele a Caselle in Pittari. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I  parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica ecc…”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”.

Gatta, p. 69

Cattura...........

(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Statua di S. Michele

(Fig….) S. Michele Arcangelo – statuina a Caselle in Pittari di probabile epoca Aragonese

Caselle in Pittari

(Fig…) Caselle in Pittari – S. Michele Arcangelo – scultura in pietra d’epoca medievale

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(Fig…) Caselle in Pittari – agiografia dipinta ad afresco in una delle due grotte di Caselle in Pittari (SA)

Il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo del popolo germanico, avvenuta dopo il loro stanziamento in Italia (568) e completata durante il regno di Cuniperto (688-700). I Longobardi riservarono una particolare venerazione all’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino. All’arcangelo i Longobardi dedicarono diversi edifici religiosi in tutta Italia; in particolare, nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla loro conquista del Gargano (VII secolo). La devozione all’arcangelo rimase tra le più sentite durante l’intero regno longobardo, accanto a quelle di Giovanni Battista, del Salvatore e, in misura minore, di un altro santo “guerriero”, san Giorgio. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo dall’arianesimo e dal paganesimo che professavano al momento del loro ingresso in Italia fu un processo graduale, che occupò tutto il VII secolo e che si accompagnò a divisioni politiche e ideali all’interno della gens Langobardorum. L’opera di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda (589-626) e si appoggiò all’opera del missionario irlandese Colombano di Bobbio. Il culto micaelico si sviluppò quindi entro un contesto di religiosità arcaica, presso la quale trovava terreno particolarmente fertile la venerazione dei santi, percepiti come affini alle divinità di ascendenza norrena della tradizione più antica del popolo. In Michele, l’angelo che difende spada in pugno la fede in Dio contro le orde di Satana, i Longobardi riconobbero in particolare le virtù di Odino, dio della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri avvertito come particolarmente vicino ai Longobardi fin dal loro mito delle origini. Epicentro del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo; l’arcangelo guerriero fu presto considerato il santo patrono dell’intero popolo. Dall’epicentro garganico il culto micaelico fu diffuso nella parte settentrionale del regno (Langobardia Maior) da re Grimoaldo (662-671) che, pur essendo originario del ducato del Friuli, nel 651 era divenuto duca di Benevento. L’Historia Langobardorum annota una visione nella quale l’arcangelo, insieme a san Giovanni Battista e a san Pietro, apparve a un eremita al quale si era rivolto l’imperatore bizantino Costante II, che era sbarcato in Italia con l’intenzione di ristrapparla ai Longobardi. La profezia, ideata all’interno della tradizione agiografica beneventana (VIII secolo) e recepita da Paolo Diacono, consigliava l’imperatore di desistere dal suo tentativo, poiché la grande devozione manifestata dai Longobardi garantiva loro l’appoggio divino; Costante era stato infatti sconfitto da Grimoaldo nel 663. Il santuario di San Michele Arcangelo fu oggetto del mecenatismo monumentale sia dei duchi di Benevento, sia dei re installati a Pavia, che promossero numerosi interventi di ristrutturazione per facilitare l’accesso alla grotta dove, secondo la tradizione, l’arcangelo era apparso la prima volta (V secolo) e per alloggiare i pellegrini. San Michele Arcangelo divenne così una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa della Via Francigena; dopo la caduta del regno longobardo (774) il santuario, divenuto il principale centro del culto micaelico dell’Occidente, conservò la propria importante funzione all’interno della Langobardia Minor, sempre nell’ambito del ducato del Benevento che in quello stesso 774 si elevò, per iniziativa di Arechi II, al rango di principato; quando anche Benevento cadde, nel corso dell’XI secolo, di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini, che si legarono a loro volta al culto micaelico e intervennero ulteriormente sulla struttura del santuario, modificandone la parte superiore e arricchendolo di nuovi apparati decorativi. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 14 parlando della conquista Longobarda, in proposito scriveva che: Con le sue schiere, permeate del paganesimo nordico di Wotan (Odino)(24) e delle Walkirie e armate di lunghe scuri (‘barde’), Zottone passava (571-591) anche per questi paesi completamente privi di difesa (25). Non incontrando resistenza, il duca poteva raggiungere con una certa speditezza la Valle del Crati, ovunque infierendo ecc…”. Ebner a p. 14 nella sua nota (24) postillava che: “(24) I Longobardi identificarono poi il loro Wotan nel guerriero arcangelo Michele, al quale elevarono chiese sui colli per “dissacrare” i luoghi del culto pagano. V. N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9.”. Si tratta di Nicola Cilento (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 30-31, vol. I  parlando dei Longobardi nel Ducato di Benevento, in proposito scriveva che: “Il più antico documento cavense, che i compilatori del ‘Codex’ fanno risalire al 792 e Scandone al 651, attesta comunque che i longobardi fin verso la metà del VII secolo erano comunque idolatri. Lo sculdascio Loperto infatti faceva precedere alla sua firma, attestante lo svolgersi ‘ope legis’ delle varie fasi della stipula, il simbolo pagano del triangolo. Il vescovo di Benevento S. Barbato (668-683), fece estirpare dai recessi del locale ‘palatium’ la vipera d’oro adorata dai longobardi e il culto votivo dell'”albero sacro” a Wotan, venerato fuori le mura della città. In questa opera missionaria il vescovo fu aiutato da Teodorada (64), di origine friulana e moglie del duca Romualdo I (671-687), con il cui contributo avviò anche la costruzione del santuario di S. Michele sul Gargano, assimilato dai longobardi al loro Wotan e perciò assai venerato.”. L’Ebner a p. ….., nella sua nota (….) postillava che: “(….) “. Stessa notizia ci dava l’Ebner nel suo “Economia e Società nel Cilento Medioevale”, a p. 28 e, nella sua nota (122) postillava che: “(124) Anche Romolado (647-662) insediò una colonia di bulgari tra Isernia e Bovino”, richiamadosi anche alla presenza dei Bulgari nella nostra regione. Adriano Caffaro (….), nel suo “Eremitismo e monachesimo nl Salernitano”, a p. 19 è molto più esplicito scrivendo che: “3) Un altro elemento da tener presente è il culto angelico (11) vivo nella tradizione storica popolare e ricondotto alle grotte. Soprattutto, ma non soltanto, a quelle che penetrano nelle profondità della terra ed evocano superstiziosi timori di demoni o altri esseri infernali, che possono minacciare la comunità. In genere le grotte ed i santuari rupestri sono dedicati a S. Michele, con una santificazione dell’arcangelo che com’è noto sconfisse il diavolo. Insediamenti micaelici in grotte sono diffusi in Italia meridionale, ma risultano molto frequenti proprio in Campania. Tra gli esempi di grotte connesse al culto angelico e dedicati a S. Michele Arcangelo, il caso più importante quello di Olevano sul Tusciano, meta di pellegrinaggi già nell’867-70, quando il monaco Bernardo, di ritorno dalla Terra Santa, vi si recò attirato dalla fama di santità del luogo. Il culto dell’Angelo doveva essere particolarmente diffuso a livello popolare e verosimilmente era accettato e probabilmente incoraggiato dalle autorità ecclesiastiche e dalle comunità conventuali……nei casi di S. Michele alle Grottelle e di S. Angelo a Fasanella ecc..”. Caffaro a p. 19-20, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Di buon rilievo fu l’intervento di C.D. Fonseca al Convegno tenuto a Monte Sant’Angelo il 18 (18-21) novembre 1992 sul ‘Culto micaelico ed insediamenti rupestri nell’Italia Meridionale’. La relazione non è stata pubblicata, ma per questo problema v. gli Atti del Convegno, ‘Culto e insediamenti micaelici nell’Italia Meridionale fra anichità e medioevo, a cura di C. Carletti e G. Otranto, Bari, 1994.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5). A Caselle questo culto venne praticato sul monte San Michele o Pìttari o Pietroso, in due grotte distanti qualche metro l’una dall’altra: quella di San Michele, più grande, e quella dell’Angelo, più piccola, ambedue inoltrantisi nelle viscere della montagna per lacune decine di metri, tra cunicoli, gallerie e pozze d’acqua. Il complesso criptologico di San Michele offrì sicuro rifugio a schiere di monaci italo-greci, i quali rafforzarono, nelle popolazioni, la devozione all’Arcangelo Michele, che diventò la divinità tutelare del luogo, dominatore assoluto delle forze della natura (6).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (6), postillava che: “(6) B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963”Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…) parlando di Caselle in Pittari e della Baronia “ecclesiastica” di Rofrano, da cui questo piccolo centro dipendeva in epoca medioevale, in proposito scriveva che: “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 249 dopo aver detto di Praja a Mare e di S. Venere parlando di Maratea, scriveva che: “Il santuario della dea, posto a 622 metri sul livello del mare, e le abitazioni annesse per i sacerdoti addetti ai “sacra” costituirono certamente organizzazione religiosa avanzata, la quale da molto tempo aveva sostituito forme primordiali di feticismo autoctono, praticato nella Grotta di S. Angelo. E le grotte, di S. Angelo o di S. Michele, quelle di S. Vito sotto il Carpineto (21), offrirono sicuro riparo ai monaci basiliani, la cui diaspora verso l’Occidente bizantino fu determinata dalle invasioni persiane di Cosroe II, sotto l’Impero di Eraclio, 610-640.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Abatemarco, le cui rovine si ergono sulla sommità di una rupe ad 82 metri sul livello del mare, sulla destra del fiume omonimo, è noto nella zona anche col nome di “Casalini di S. Michele”. Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna a p. 83, nlla sua nota (16) postillava: “(16) Dall’arcangelo Michele traggono il toponimo Serra Bonangelo, torrente S. Angelo e contrada S. Angelo di Grisolia.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trascorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel VII sec., il Monotelismo

Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità.

Nel 717, l’Imperatore di bisanzio Leone III Isaurico

Leone III Isaurico (in greco Λέων Γ΄ ό Ίσαυρος; Germanicea, 675 circa – 18 giugno 741) fu Basileus dei Romei (Imperatore d’Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L’appellativo “Isaurico” allude alla sua regione di provenienza (l’informazione è peraltro controversa, come esposto in prosieguo). Leone III Isaurico (in greco medievale Λέων Γ΄ ὁ Ἴσαυρος; Germanicea, 675 circa – 18 giugno 741) fu Basileus dei Romei (Imperatore d’Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L’appellativo “Isaurico” allude alla sua regione di provenienza (l’informazione è peraltro controversa, come esposto in prosieguo). Per quanto riguarda i rapporti con le massime autorità religiose, l’Imperatore si mosse con prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l’iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l’ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l’appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell’Esarcato, che si rivoltarono all’autorità imperiale. Gli abitanti dell’Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l’Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po’ perché sperava che l’Imperatore si ravvedesse, un po’ perché contava sull’aiuto dell’Imperatore per respingere i Longobardi. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane (…), traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Nel 726 l’imperatore Leone III l’Isaurico pubblicò un editto che vietava l’uso delle immagini nella Chiesa. Di conseguenza, i suoi soldati rimossero le immagini dalle chiese di tutto l’impero bizantino. Germanos, il patriarca di Costantinopoli, protestò contro l’editto. Scrisse una lettera appellandosi a papa Gregorio II a Roma nel 729. L’imperatore Leone depose Germanos come patriarca poco dopo. Papa Gregorio si oppose a Leone e lo esortò a ritirare l’editto, cosa che Leone si rifiutò di fare.

Nel 726 (VIII sec. d.C.), la venuta dei monaci fuggiaschi dall’Oriente nel basso Cilento per le persecuzioni iconoclaste dell’Imperatore bizantino Leone III Isaurico

L’VIII secolo fu dominato dalla controversia sull’iconoclastia. Le icone vennero bandite dall’Imperatore Leone III, portando alla rivolta gli iconoduli dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo regno, quando in numero stragante i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini !. Ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (28), postillava in proposito che: “(28) Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tomo 2, saec. 8, pag. 339 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psallmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas). ”. Il Laudisio citava il testo di Bartolomeo Bernino (….), ‘Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711′. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Dunque, il Laudisio (….), sulla scorta del Bernino (….), scriveva che: “Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a p. 34, in proposito scriveva che: Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico nella lotta da questi ingaggiata contro le immagini (a. 726), influenzata dal monoteismo islamico e dall’opposizione della Chiesa primitiva contro ogni raffigurazione religiosa. Epifanio stracciò una tendina d’altare con la riproduzione dell’immagine di Cristo (69). I religiosi continuarono ad affluire nel territorio per effetto di questi movimenti iconoclastici specialmente dalle bizantine Calabria, Terra d’Otranto e Sicilia disperdendosi fra i monti. A questa prima fase ascetica (70), che tanto doveva colpire le rare popolazioni sparse tra monti e colline, seguì la fase lauritica. La pace serena di quei luoghi continuò ad essere meta di religiosi provenienti dalla Calabria, dalla Sicilia e dai Balcani, incalzati dalle orde saraceniche che avevano sconvolto tra l’altro le correnti commerciali. Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che costellano il territorio (li Lauri, aureana, Laurino, ecc..) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Ecc…”. Ebner, a p. 34, del vol. I, nella sua nota (69) postillava del monachesimo. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 ritorna a Narsete e parlando di Velia in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete. Ecc..”. Inoltre, Ebner proseguendo il suo racconto dopo aver detto della guerra Gota fa un salto e va all’anno 726, in cui dominavano i Longobardi, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) ecc….”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria ed Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta nell’anno ‘726. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…).

Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Nel 726 (VIII sec. d.C.), la venuta di monaci fuggiaschi dall’Oriente nel basso Cilento per le persecuzioni iconoclaste

Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 ritorna a Narsete e parlando di Velia in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete. Ecc..”. Inoltre, Ebner proseguendo il suo racconto dopo aver detto della guerra Gota fa un salto e va all’anno 726, in cui dominavano i Longobardi, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) ecc….”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria ed Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta nell’anno ‘726. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. Dunque, il Laudisio scriveva che i monaci provenienti dall’Oriente, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste giunsero nel basso Cilento (egli dice nella Diocesi di Bussento) e qui fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e anche l’abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che i monasteri (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Era l’VIII secolo, nel periodo della lettera del vescovo Felice di Agropoli. Papa Paolo I, si adoperò quindi nel sostegno dei perseguitati, accogliendone molti a Roma; mise inoltre a disposizione dei monaci greci esiliati da Costantino V il monastero dei Santi Stefano e Silvestro. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, sopprimento antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste.

Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Tancredi (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e anche del Cappelli (…), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239 parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne da sempre scelto e preferito per le diverse operazioni belliche finalizzate alla conquista delle terre dell’Italia meridionale. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi di Policastro, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli.  Questo determinò, almeno nel Cilento e soprattutto nel ‘basso Cilento‘, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del ‘Mercurion’ , del ‘Latinianon’ e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. I monaci giunsero nel ‘basso Cilento’ dall’Epiro (a Piro) e da alcuni paesi orientali come la Bulgheria (Monte Bulgheria) a più riprese. I monaci giunsero nel Cilento a più riprese, o per via mare approdando ai Porti Velini o per via terra dalla Calabria e dalla Terra d’Otranto, risalendo il corso del Lao e penetrando nelle zone montuose del Gelbison e dell’Antilia, per ridiscendere, poi, verso la costa lungo i corsi del Mingardo e del Lambro. La migrazione più numerosa fu quella del 726, anno della persecuzione iconoclasta da parte di Leone III Isaurico. Nel periodo medioevale, in seguito alla sconfitta gota, i greci-bizantini, occuparono queste terre, come dimostrano alcuni toponimi greci ancora in uso nella terminologia dialettale di queste popolazioni, che però rimasero sempre longobarde sino alla conquista Normanna. La presenza di monaci basiliani che scelsero queste terre solitarie, è testimoniata dalle numerose chiese, lauree, cenobi e monasteri da essi fondati. Uno di questi ultimi si trovava a S. Giovanni a Piro, dove visse il famoso umanista Teodoro Gaza e dove forse passò un periodo della sua vita S. Nilo. Molti storici hanno voluto individuare in questo territorio il nucleo del ‘Mercurion ” (…). E’ nel periodo iconoclasta che, si deve fare attribuire la formazione delle cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del Mercurion e di Monte Bulgheria. Nel Cilento, come altrove, il monachesimo conobbe diverse fasi di sviluppo: quella “eremitica”, vissuta appunto negli eremi, per lo più grotte inaccessibili, cavità naturali o umili capanne in cui il monaco era appagato del suo rapporto con Dio in perfetta solitudine e completo ascetismo. Seguì la fase “lauritica”, vissuta in comunità, chiamate appunto laure, formate da modeste capanne, grotte rupestri, raccolte per lo più intorno ad una chiesa, dove i monaci si riunivano per pregare. La preghiera in comune e le funzioni religiose costituivano l’unico momento socializzante per gli eremiti, che per il resto del giorno e della notte vivevano in totale solitudine, impegnati, nelle loro celle naturali, nella preghiera e nella meditazione. Alla fase lauritica seguì quella “cenobitica”, vissuta appunto nel cenobio, luogo creato per la vita comunitaria dei frati, che era ancora scandita dalla preghiera e dalla meditazione, ma che si arricchiva anche del lavoro e delle attività della manualità in generale. E’ il periodo in cui la comunità monastica si apre all’esterno e diventa punto di riferimento per i centri abitati, come ad esempio il Cenobio basiliano di San Giovanni a Piro in Provincia di Salerno (…). Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (…) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…), sebbene il Porfirio sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (…) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“ (…). Dunque non sarà azzardato affermare che queste terre iniziarono ad essere penetrate dal Monachesimo Italo-greco (….) già molto prima del IX secolo e pensiamo – e non vi sono motivi per dubitarlo – che la zona sia da identificarsi nel ‘Mercurion’ (…). Sulla penetrazione del monachesimo italo-greco, si sa che il primo influsso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e Narsete contro i Goti Ariani”, e i monaci che affluirono dalla penisola balcanica sconvolta alla fine del VI secolo, dall’invasione araba (Avara); altri dal Medio Oriente e l’Egitto e altri in fuga dalla politica religiosa dell’Imperatore Eraclio fautore dell’eresia monotelita. Altri vennero nella prima metà del secolo VIII per la politica religiosa bizantina, conseguenza delle lotte iconoclastiche (…). Il ‘Mercurion’ (…), fu la prima propaggine del Monachesimo basiliano in occidente, elevandosi nei secoli X-XI a potente veicolo di penetrazione del misticismo e della cultura dell’Oriente nel mondo latino. Il problema dell’ubicazione del ‘Mercurion’, presentatosi al Gay (…), tuttora controverso ha indotto il Cappelli (…) a ritenere che la sede del ‘Mercurion’ era posta al di là della media e bassa Valle del fiume Lao, la zona di Tortora fino a Scalea: “Questa zona, in cui la Calabria, la Basilicata e la Campania vengono a saldarsi in un paesaggio dall’aspetto rude e vergine che secondava l’ascesi e la meditazione mistica, il Mercurion, disseminò le sue filiazioni nella Basilicata e nel Cilento”.

Nel 731, Leone III Isaurico annette la Calabria e la Sicilia al patriarcato di Costantinopoli

Nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente.

Nel 741 (VIII sec.), l’Imperatore di Bisanzio Costantino V copronimo successo al padre Leone III

Nel 741 Leone III perì; gli succedette il figlio Costantino V, che nel 742 dovette però affrontare una seria usurpazione: Artavasde, suo cognato, infatti, diffuse la voce che Costantino V fosse stato ucciso in battaglia dagli Arabi; il Patriarca Anastasio, credendogli, pare abbia accolto la notizia con gioia e abbia anatemizzato Costantino V, per poi incoronare imperatore Artavasde; l’anno successivo (743) Anastasio incoronò imperatore anche il figlio di Artavasde, Niceforo. Costantino V, in realtà, era ancora vivo e, con il supporto di alcuni temi, riuscì a sconfiggere l’usurpatore e a rientrare nella capitale; Anastasio fu punito abbastanza duramente dall’Imperatore per l’appoggio dato all’usurpatore: fu picchiato e umiliato, costretto a passare per il Dihippion all’indietro a dorso di un asino, ma mantenne comunque la carica perché sostenitore della politica iconoclasta dell’Imperatore. Secondo Teofane (ma probabilmente è una distorsione storica), Anastasio sarebbe stato costretto da Costantino V a giurare sulla reliquia della Vera Croce che avrebbe rifiutato l’idea secondo cui Gesù Cristo, figlio di Maria, era figlio di Dio. Il 6 giugno 751 incoronò il figlio di Costantino V, Leone, imperatore il giorno di Pentecoste. Il Laudisio si riferiva ai due Esarca o Imperatori d’Oriente (bizantini) di Leone III Isaurico e del figlio Costantino Capronimo e del patriarca greco Anastasio. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). Ferdinando Palazzo (….), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, ecc…. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Ecc…”.

Nell’VIII secolo, Anastasio I, patriarca di Costantinopoli

Anastasio (… – gennaio 754) è stato un arcivescovo bizantino, patriarca di Costantinopoli dal 730 al 754. Il 22 gennaio 730, in seguito alle dimissioni del patriarca Germano I per non aver voluto accettare la politica iconoclasta dell’Imperatore, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli; poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio III, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). Lo stesso papa lo anatemizzò. Secondo la Vita di Stefano, fu durante il patriarcato di Anastasio che avvenne la rimozione della Chalke; secondo Teofane, ciò avvenne invece nel 726, durante il patriarcato di Germano I. In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, sopprimendo antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca.

Nell’VIII secolo, il patriarca bizantino Anastasio I, patriarca di Costantinopoli ed i monasteri italo-greci nel basso Cilento

Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. L’VIII secolo fu dominato dalla controversia sull’iconoclastia. Le icone vennero bandite dall’Imperatore Leone III, portando alla rivolta gli iconoduli dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo regno, quando in numero stragante i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini !. Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, e così e ancora oggi chiamato il paese che a poco a poco incominciò allora a sorgere attorno all’abbazia, la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”. Dunque, il Laudisio citava Leone III Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo. Scrive il Laudisio che a quel tempo, nell’VIII secolo, Anastasio I, patriarca di Costantinopoli, “forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione!”. Dunque, il Laudisio scriveva che i monaci provenienti dall’Oriente, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste giunsero nel basso Cilento (egli dice nella Diocesi di Bussento) e qui fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e anche l’abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che i monasteri (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (28), postillava in proposito che: “(28) Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tomo 2, saec. 8, pag. 339 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psallmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas). ”. Il Laudisio citava il testo di Bartolomeo Bernino (….), ‘Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711′. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Dunque, il Laudisio (….), sulla scorta del Bernino (….), scriveva che: “Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico.

Bernino, p. 188

(Fig…) Domenico Bernino (…), p. 188 e s.

Gaetano Porfirio (…), nel 1848, nel suo “Policastro” a p. 538, nel suo saggio ‘Diocesi di Policastro’, sulla scorta dell’Ughelli e forse del Laudisio parlando della chiesa di Policastro,  così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ scriveva che: “Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (3) (3- Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla divozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetuo soggette. Ecc...

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Anastasii Bibliotecarii in papa Paulo, apud Bernino, historia haer., tomo 2, seculo 8, pag. 399 (…), ovvero “Anastasi Bibliotecario” che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo  ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709, tomo II, secolo VIII, p. 399, storia di “papa Paolo I°”, si veda p. 188 e s. (si veda p. 191). Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Gaetano Porfirio (…), sulla scorta del Bernino (…), riporta notizie di quegli anni circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre. Secondo il Porfirio (…), negli anni 751, gli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo, costrinsero alla fuga molti monaci iconoduli. In seguito, negli anni ……..(VIII secolo), il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, aggregò alla chiesa ortodossa greco-bizantina parecchie chiese della Lucania. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (…), sulla stregua del Di Luccia (…) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.”. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Alla nota (63) che corrisponde alla nostra nota (23), i due studiosi postillano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituitadi ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Lo storico contemporaneo Ravegnani (…), dice in proposito: “...la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logoteta dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).

Dall’anno ‘827 (IX sec.) fino al X secolo, l’invasione Araba della Sicilia e la migrazione di famiglie di monaci dalla Sicilia in Calabria

Già a partire dal VII sec. la Sicilia subì diversi tentativi di conquista da parte degli Arabi. Posta nel cuore del Mediterraneo, l’isola costituiva una piazzaforte strategica di fondamentale importanza per il controllo delle rotte mediterranee e l’impero musulmano si trovava agli inizi di quella straordinaria fase di espansione che ne avrebbe esteso il dominio su tutte le coste settentrionali dell’Africa e su gran parte della penisola iberica. L’ennesima invasione araba ebbe inizio ufficialmente nell’827 con lo sbarco presso Mazara del Vallo delle truppe berbere guidate dal grande giurisperito di origini persiane, Asad ibn al-Furat. Nell’831 cadde Palermo nuova capitale del dominio arabo sull’isola. Caddero quindi Messina e Ragusa, mentre Castrogiovanni, l’attuale Enna, fu conquistata soltanto nell’859. Ci vollero oltre dieci anni per sottomettere le popolazioni di Val di Mazzara e di Val Demone, ultimo territorio a cadere in mano musulmana. Siracusa fu presa ancora più tardi, nell’878, mentre l’assedio di Taormina iniziò nel 902. Rometta fu l’ultima roccaforte a cedere all’assalto musulmano nel 965. La conquista della Sicilia e le continue incursioni arabe sulla terraferma innescarono un consistente flusso migratorio che si sviluppò progressivamente lungo tutto l’arco del X sec. fino oltre la prima metà del secolo successivo. In una prima fase furono interessate tutta la Calabria e la Basilicata sud-occidentale. In seguito la presenza di comunità greche si estenderà anche all’interno dei domini longobardi, dove le attività di contadini, artigiani, preti e monaci greci sono ben attestate dalla documentazione d’archivio di molti importanti enti benedettini, soprattutto quelli di Montecassino, Cava dei Tirreni e Montevergine. Le vicende di questi personaggi, originari per la maggior parte della Sicilia orientale, ci offrono una testimonianza vivida e suggestiva di questo momento storico. Ma quest’ondata migratoria è descritta anche da un’altra fonte, quella dell’agiografia monastica, ovvero il racconto delle vite di alcuni santi monaci in fuga. Le agiografie tramandano frammenti di una storia comune, di cui i santi monaci sono protagonisti, ma non unici attori. Cristoforo che raggiunge la Calabria con i figli e la moglie; Fantino che invita i genitori e fratelli a raggiungerlo nella “spopolata Lucania”. Luca di Demenna che invita la sorella e nipoti a raggiungerlo nella Valle dell’Agri per fondare un nuovo monastero. Saba, figlio di Cristoforo, che, dopo aver lasciato a suo fratello Macario la guida dei monasteri da lui fondati alle pendici del Pollino, raggiunge Luca di Demenna che è in fin di vita, e si prende cura della sua sepoltura. Vitale da Castronuovo che decide di raggiungere la Valle dell’Agri per praticare l’ascesi in una grotta non lontano dal monastero fondato ad Armento dallo stesso Luca. Nilo da Rossano che lascia spesso il suo eremo per raggiungere Fantino suo maestro e guida, e lo stesso Fantino che si reca in visita presso la grotta dove Nilo pratica l’ascesi. Nei racconti di queste Vite straordinarie traspare la vicenda corale della migrazione, il processo di ricostruzione dei legami familiari spezzati dalla fuga, e la sapiente ricucitura di una rete di solidarietà che ancora oggi caratterizza le comunità di emigrati nelle terre d’arrivo. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. La conquista islamica della Sicilia avvenne tra l’827 con lo sbarco a Mazara del Vallo, e il 902, anche se l’ultima città bizantina del thema di Sikelia a cadere fu, il 5 maggio 965, Rometta, che aveva continuato a resistere da sola. Malgrado la Sicilia avesse subito incursioni da parte dei musulmani fin dalla metà del VII secolo, esse erano finalizzate al saccheggio e non minacciarono mai il controllo bizantino. L’opportunità per gli emiri aghlabidi di Ifriqiya giunse nell’827, quando il comandante della flotta bizantina isolana, Eufemio, si rivoltò. Sconfitto dalle forze lealiste e cacciato dall’isola, Eufemio cercò l’aiuto degli Aghlabidi, che inviarono un esercito a invadere la Sicilia con il pretesto di aiutarlo. Eufemio venne tuttavia prontamente messo da parte. Un assalto iniziale alla capitale Siracusa, fallì, ma i musulmani furono in grado di respingere il conseguente contrattacco bizantino e a impadronirsi di alcune fortezze. Con l’arrivo di rinforzi dall’Africa e da al-Andalus, nell’831 espugnarono Palermo, che divenne la capitale della nuova provincia musulmana. Il governo bizantino inviò alcune spedizioni per respingere gli invasori, ma impegnato nel conflitto contro gli Abbasidi sulla frontiera orientale e contro i Saraceni di Creta nel Mar Egeo, fu incapace di trovare forze sufficienti per scacciare i musulmani, i quali per i successivi tre decenni saccheggiarono i possedimenti bizantini trovando un’opposizione quasi nulla. La fortezza di Enna al centro dell’isola fu il principale baluardo bizantino contro l’invasione musulmana, fino alla sua caduta nell’859. I musulmani aumentarono poi la loro pressione sulla parte orientale dell’isola, e, dopo un lungo assedio, espugnarono Siracusa nell’878. I Bizantini mantennero il controllo di alcune fortezze nel quadrante nordorientale ancora per qualche decennio, e i loro tentativi di riconquista continuarono fino all’XI secolo, anche se furono incapaci di sfidare seriamente il controllo musulmano. Lo stesso periodo, 885–886, vide inoltre i notevoli successi conseguiti in Italia meridionale contro i musulmani dal generale bizantino Niceforo Foca il vecchio. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “……………………………….”.

Nell’823 d. C., troviamo un “Aliprando del Bussentio”

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano o Chronicon Cavense del Pratilli

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

Nell”830 (VIII sec. d.C.), i monaci d’Oriente e le popolazioni Bulgare nel basso Cilento

Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania”, sulla scorta del Pellegrino (….) parlando e riferendosi ad alcuni Bulgari, in proposito scriveva che: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumu-s”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (10), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”.Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Marai su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…”.

Nell ‘855 (IX sec. d.C.), il generale bizantino Niceforo Foca ed i monaci fuggiaschi dall’Oriente

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Si tenga presente che solo tra l’855/6 Niceforo Foca restituì a Bisanzio i territori calabri ancora in possesso dei Longobardi.”. Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Alla morte di Basilio I (886), fu richiamato in patria dal nuovo imperatore Leone VI il Saggio e inviato dapprima in Macedonia, contro i Bulgari di Simeone I, e successivamente in Siria contro i Musulmani. La popolarità di Niceforo Foca nell’Italia meridionale è rimasta alta per molti secoli. Michele Amari lo definì “uomo d’alto stato e di grandissimo animo (…) savio e forte”, un eroe magnanimo che avrebbe beffato i propri soldati pur di salvaguardare la libertà delle popolazioni sconfitte. Alcune diocesi dell’Italia meridionale, per esempio Santa Severina e Nicastro o le soppresse diocesi di Amantea e Belcastro, fanno risalire tradizionalmente la loro fondazione al generale bizantino e alla sua strategia tesa a rafforzare i legami dei territori riconquistati con l’Impero d’Oriente.

Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Ecc…”. Ferdinando Palazzo (….), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, ecc…. Ferdinando Palazzo (…), sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…), riferendosi ai monaci d’Oriente, in proposito scriveva che: come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino e riferendosi pure ai villaggi di S. Giovanni a Piro e Camerota, in proposito scriveva che: A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…. Ebner, nel suo vol. II, a p. 332, nella sua nota (16) posillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, stà in “Gli studi in Italia”, V, 1882, p. 366 sgg.”. Infatti, riguardo questa notizia il Gaetani (….), a p. 22, in proposito scriveva che: “Conoscendosi intanto che il Bussento risorse per opera dei Normanni, ne deploriamo una distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino ad Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente la cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale divenuta orribile covo Saracinesco finì per mai più non risorgere. Gli stessi gemiti potremo emettere sulle chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII e nel IX e nel X secolo della chiesa Bussentina. Ecc…”. Ebner, a p. 332, vol. II, continuando a scrivere su Policastro diceva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “invocati da Guaimario, intervennero i Bizantini, allora vittoriosi sugli Arabi in Calabria, che recarono ai Salernitani soccorsi e viveri, denari e milizie; le forze congiunte dei Greci e dei Longobardi riuscirono temporaneamente a ricacciare i Saraceni nel ribat di Agropoli ai principi dell’884. Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari in Calabria, dove il generale bizantno Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. Nel tentativo, appunto, di liberare quest’ultima città dalla stretta in cui l’aveva chiusa Foca, i nuovi arrivati furono tutti sterminati: “…..nutu Dei, a quo omne bonum procedit, quemdam agarenum de Africa evocans, regia de stirpe procreatum, Agropolim, inde ad Garelianum, in quo praesidebant, ad moenia israelitica misit atque illorum mentem accendens hortatu, universos Saracenos tam de Gareliano quam de Agropoli, communiter collecti, in Calabriam, ubi residebat Graecorum exercitus super Saracenos in Sancta Severina commorantes, properarunt ibique omnes Graecorum gladiis extincti sunt (1).”. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Erchemperto, op. cit., c. 56”. Dunque, il Cantalupo, trae il passo in latino da Erchemperto. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista bizantina, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano della Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, dipendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima a coesistere una Lucania Occidentale longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania Orientale bizantina (2). Questa comprendeva le regioni di Latiniano (3) e del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”.

Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885–886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato longobardo di Salerno e il ducato longobardo di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Alcune diocesi dell’Italia meridionale, per esempio Santa Severina e Nicastro o le soppresse diocesi di Amantea e Belcastro, fanno risalire tradizionalmente la loro fondazione al generale bizantino e alla sua strategia tesa a rafforzare i legami dei territori riconquistati con l’Impero d’Oriente.

Nell’884-886 (IX sec. d.C.), i Bizantini riconquistarono la Calabria fino a Bussento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 89, in proposito scriveva che: “I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse policastro (2), tutta la puglia fino a Manfredonia e la Lucania orientale, tra le valli dei fiumi Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatosi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani ecc….”. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Su Acerenza, il Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Acerenza era nel 968 sicuramente bizantina, come ci attesta la ‘Relatio de legatione costantinopolitana’, del vescovo di Cremona (in: LIUTPRANDI, Opera, ed. Dummler, Hannoverae, 1877, pp. 187 sgg.)”.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro 

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

Nell’anno 887 (VIII sec. d.C.), Leone IV detto il ‘Sapiente’

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Il passaggio del Laudisio (…) è interessante. Il Laudisio scriveva che: Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (29), postillava in proposito che: “(29) Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21.”. Dunque, la citazione del Laudisio del Cardinale De Luca riguardava la notizia che nel secolo precedente, dunque nel VIII secolo (secolo precedente all’887), le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (29), postillava in proposito che: “(29) Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21.”. Dunque, la citazione del Laudisio del Cardinale De Luca riguardava la notizia che nel secolo precedente, dunque nel VIII secolo (secolo precedente all’887). Il Laudisio cita Leone detto il ‘Sapiente’ e l’anno ‘887, in cui l’Imperatore d’Oriente Leone VI (noto con l’epiteto il Saggio dal greco Sophós) (Costantinopoli, 19 settembre 866 – Costantinopoli, 11 maggio 912) è stato un imperatore bizantino, formalmente Basileus dei Romei dal 886 alla sua morte. Detto il “Sapiente”avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Cosa significa questo passaggio del Laudisio. Il Laudisio vuole dire che le chiese che nell’VIII secolo erano erano state strappate all’autorità di Roma ovvero le chiese che in precedenza erano sorte come prime diocesi d’Italia, come ad esempio quella di Velia e quella di Bussento, o erano vacanti cioè non erano retti da un Vescovo oppure erano state trasformate in calogerati. Negli anni 887 (IX secolo), l’Imperatore bizantino Leone IV (detto il “Sapiente”), confermò gli atti di violenza perpretati nell’VIII secolo da Anastasio I, patriarca di Costantinopoli. Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. Dopo la morte del padre nell’886, avvenuta durante una battuta di caccia, Leone VI gli succedette al trono ricevendo in eredità quello che era l’Impero Romano d’Oriente più esteso sin dai tempi di Giustiniano I. Tra i suoi primi atti, fece deporre il Patriarca Fozio I di Costantinopoli (come già aveva fatto il padre Basilio) per sostituirlo con suo fratello, Stefano, atto che fu duramente criticato da Papa Stefano V, che scomunicò l’omonimo neo-patriarca, anche se poco dopo dovette accettarlo e ritirare la scomunica. Durante il suo regno, l’impero bizantino perse però i territori della Sicilia e di Reggio Calabria ad opera dei musulmani, e i Balcani a causa della guerra con Simeone Khan dei Bulgari, nell’894, quando questi invasero il territorio bizantino sconfiggendo l’esercito imperiale. Nel 907 Costantinopoli venne posta sotto assedio e l’Impero dovette pagare un tributo annuo allo scopo di riscattare i numerosi prigionieri di guerra e ristabilire la pace. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa ed all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argoento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”.

Il culto di S. Sofia

S. Sofia

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.. Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc….E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Nel IX sec. d.C., il monachesimo basiliano nel basso Cilento

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).”. Il Natella e Peduto, a p. 508, nella loro nota (61) ppostillavano: “(61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, Venezia, Antonelli, 1886, XX, pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62) postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, 1950-51, p. 2. Su S. Giovanni a Piro e la sua famosa Badia v. P. M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma, Chracas, 1700.”. Dunque, secondo i due studiosi, è nel IX secolo che nel golfo di Policastro e nel suo entroterra incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Pietro Marcellino Di Luccia (….), anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel cap. 5.”. Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che: “…..il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.“. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Si veda p…… e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, ‘Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti e, nel suo Cap. VI, p. 351, in proposito scriveva che: “Nel Principato citra di Salerno li moasterij si San Gio: à Piro, e di San Pietro di Cammerota..”. Apollinare Agresta (…), però a p. 352, dopo aver parlato di Rossano Calabro, cita il Monastero di: “Il Cenobio di San Gio:, hoggi volgarmente detto S. Janni, dove soleva di continuo orare quel gran Padre di oratione, e penitenza San Nilo”. Controlleremo cosa scrive il Rodotà (…), che riportò integralmente gli elenchi di Agresta. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agresta (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Era questo il riferimento del Di Luccia (…), al padre Agresta, quando citava il cap. V. L’Agresta (…), a p. 342 e, poi il Rodotà (…), sulla scorta del Baronio (…), cita il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata (vicino l’attuale Frascati), che aveva tra i suoi beni il monastero di Rofrano, concesso, come è stato dimostrato da eminenti studiosi, da donazioni Longobarde e poi in seguito confermate nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla, di cui ivi abbiamo dedicato un nostro saggio. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da alcuni studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”.

La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”.

Nell’IX secolo, le munifiche donazioni dei Principi Longobardi alla chiesa

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. 8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc..Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Dunque, facciamo il punto di ciò che diceva l’Ebner. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” :

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta dello Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″ (…), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Il Fusco (…), nella sua nota (71), postillava dei documenti della ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e degli incartamenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli su Caselle in Pittari, di cui parlerò. Il Fusco, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Ebner P., Economia e Società, etc., p. 33.”, di cui parlerò in seguito. Felice Fusco (…), che a p. 40, scriveva che: “………..agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), ……e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava dei documenti della ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e degli incartamenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli su Caselle in Pittari. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava che: “(71) ASN, Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 “Consulta dell’anno 1753 per insino ad agosto 1756”, Inc (artamento) n. 2, passim: “osservasi nell’anno 1523 (…) dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671….che Guaimario P.pe (= Principe) di Salerno avesse edificato il mon.ro (= monastero) o sia la Badia di S. Angelo in Pittari ritenendone il Ius Patronato….”. Non vorrei sbagliarmi ma, il documento della Real Camera della Sommaria Vicereale Spagnola, del 1596, redatto dall’Ingegnere Onofrio Tonca, citato dal Fusco (…), sia stato citato dal Pasanisi (…), in uno dei suoi studi sulle Torri costiere vicereali. Tuttavia, ad oggi, non vi è traccia del documento o dell’Atto di donazione del Principe longobardo Guaimario III che faceva alla chiesa di Caselle in Pittari. L’Ebner (…), nel suo “Economia ecc..”, dopo aver parlato di un antico documento Normanno dell’anno 1131, la cui copia fu pubblicata per la prima volta dal Ronsini (…), e da lui stesso ripubblicato a p. 498 e s. e poi in seguito ripubblicato anche dalla Follieri (…), a cui peraltro abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, nella sua nota (2), vol. I., a p. 496, in proposito ai possedimenti concessi, scriveva: “..la Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Io credo che tra gli antichi possedimenti della chiesa di Rofrano, e dunque della “Terra” di Caselle, vi fossero anche quelli della vasta tenuta del Centaurino, rivendicata dai Carafa e dalla chiesa di Policastro, nelle liti che sorsero nel secolo XVIII, proprio a causa dei vasti possedimenti donati tra il VII ed il XI secolo dai principi Longobardi alle maggiori stazioni basiliane, poi in seguito benedettine dell’area, come ad esempio la chiesa o il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente ho rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli (…), che, attraverso le Relazioni scritte per le vertenze giudiziarie sorte tra i Comuni e la Diocesi, fa luce sui passaggi storici che hanno caratterizzato questo anticihissimo possedimento. Nella Relazione di De Micco (… – Fig….), riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), si scrive a p. 1 e s., che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.” (Fig. …).Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine:

IMG_5666 - Copia

(Fig….) Copia della conferma del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco (…), scriveva in proposito a p. 6 che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, che oggi pretendesi rivendicare da questo Comune. La detta tenuta di Cannamaria, come appresso dimostreremo, è precisamente quella che ora viene appellata ‘Centaurino’, della quale si contende….Questo latifondo ‘Cannamaria’ era allodiale, cioè scevro e libero da qualsivoglia servitù e vincolo feudale. Lo prova il fatto di averne il Conte Mansone disposto come di cosa propria….”. Il De Micco, prosegue il suo racconto nella predetta Relazione (…), scrivendo: “Laonde è dal 1130, ossia ‘otto secoli’ circa, che le monache di S. Mercurio incominciarono a godere ‘legittimamente’ e ‘pacificamente’ la ‘vasta tenuta’ Cannamaria, a titolo di ‘proprietà assoluta’, sia fittandola e riscuotendone la decima parte del prodotto dai coloni che la coltivavano, e sia concedendola ‘in enfiteusi’ a piccole sezioni ed esigendo il canone; e questo dominio o possesso fu pienamente riconosciuto dal Comune di Roccagloriosa e Comuni viciniori. Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”.

La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”. Le notizie intorno a questa chiesa ed al titolo, ovvero la sua dedicazione di “San Giovanni de lo Colazone” potrebbero derivare da uno dei tre santi Uomini, i tre monaci che si trovavano nel monastero del Mercurion (di cui parla la Vita di S. Nilo, opera agiografica), ovvero Giovanni, Zaccaria e Fantino. Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara) parlando della Tebaide in Calabria e nel basso Cilento, in proposito scriveva che: “La Calabria è stata definita dal Barrio e dall’Ughelli come una Tebaide, per il numero stragande di monasteri e di monaci, che l’hanno popolata per tutto il Medio-Evo…….“eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. Etc…”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.

Nel ‘908, le chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae” (ovvero dipendenze), nelle nostre terre

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, ecc…….queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.

Antonini, p. 342

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chimata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”.

Nell’anno 915 (X sec. d.C.), distruzione di Policastro e le incursioni dei Saraceni

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Questa citazione è tratta dal Laudisio (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Volpi (…) che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….). I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (…), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – io direi piuttosto copiato. Qui il Volpi (…), scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e allUniversità di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino e dei villaggi del basso Cilento, in proposito scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche……ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “……………………………………………

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro e distrutta nel 915, si rifugiarono in un antichissimo castello longobardo a Rivello e quì vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”

Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara), in proposito scriveva che: “La Calabria è stata definita dal Barrio e dall’Ughelli come una Tebaide, per il numero stragande di monasteri e di monaci, che l’hanno popolata per tutto il Medio-Evo. Dal secolo VII fino all’avvento dei Normanni (1054) abbiamo in Calabria solo monaci greci e bizantini, impropriamente detti Basiliani, i quali abitarono in tutte le sue valli, nei recessi più impervi, nei monti e nelle grotte, sicché tutta la regione ne fu sovraccarica. Un notevole impulso al monachismo locale fu dato dall’immigrazione di monaci orientali che, sotto l’incalzare degli Arabi nel secolo VII e sotto i colpi dell’iconoclastia nel secolo seguente, preferirono lasciare l’Oriente per cercare climi più ospitali in Occidente. Essi sbarcarono in grandissimo numero in Sicilia ed in Calabria, dove trovano un terreno particolarmente adatto alla loro forma di vita e vi prosperarono favorevolmente. Nel secolo IX incominciarono le invasioni arabe della Sicilia. Per questo, quei monaci, abbandonano l’isola e cercano asilo nella vicina Calabria, rifugiandosi prima nella zona di Reggio, teatro delle gesta dei due S. Elia di Enna e di Reggio. Poiché anche quella zona divenne meta delle razzie saracene, essi cercano u asilo più sicuro verso la Calabria settentrionale, nella zona di Rossano, famosissima in tutto il mondo bizantino e specialmente nella zona più famosa “eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. Ma accanto a queste due zoe monastiche, di Rossano e del Mercurion, noi ne troviamo un’altra meno nota, ma non meno importante, che gravita intorno a Cerchiara. Essa è compresa tra i confini orientali del Mercurion, i monti di Cassano e il mare Jonio. L’agiografia della fine del secolo X ci fa sapere che questa zona era percorsa dai Santi italo-greci non meno di quella del Mercurion. Sappiamo infatti che S. Fantino, uno dei maestri di S. Nilo, con molta probabilità era di Cassano, come sostiene il Mattei-Cerasoli (8), o quanto meno nelle sue vicinanze.”. Il Russo, a p. 27, nella nota (8) postillava che: “(8) In Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, IX, 316.”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

Il monastero di S. ELIA SPELEOTA (Profeta) presso la Grotta di Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 227, in proposito scriveva che: Fra la metà del X e i primi dell’XI secolo, “nel castello delle Tortore” (142) avvennero delle guarigioni, grazie ad un indumento di S. Elia Speleota. Difatti con dell’acqua in cui era stata immersa la pianella sinistra del Santo, conservata da Saba di Collesano nel monastero dei Siracusani (143) – la destra era stata portata nel monastero di Malvito dal monaco Hilarione -, fu guarita una “donna lunatica”, figlia di Giovanni, “molto venerabile e celebre sacerdote” de castello. Lo stesso infuso diede la parola ad una donna muta dalla nascita, il sonno ad un’altra che non dormiva da diciotto giorni. Stupiti da questi miracoli, “l’habitatori di questo castello deliberarono tenersi per forza appresso loro la santificata, e benedetta pianella”. Ci vollero minacce di anatemi, perchè lo stesso sacerdote Giovanni riportasse la reliquia al mnastero di provenienza (144).”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Il Campagna, a p. 227, nella nota (143) postillava che: “(143) Monastero basiliano della “Regione mercuriana”, in J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit.; B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano, etc., cit.”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (144) postillava: “(143) Vita di S. Elia Speleota, etc., cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Sul monastero di S. Elia, il Cappelli, a p. 407, nell’Indice, alla voce “S. Elia profeta (mn) presso Praia a Mare, p. 208”, ovvero il monastero di S. Elia profeta (speleota) presso Praia a Mare. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “Certo può corrispondere più a questo che a quella chiesa di S. Zaccaria ugualmente passata, per la munificenza di Normanno di Aieta, al monastero cavense tra il sec. XI ed il seguente e sita sulla marina di Aieta; e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di n cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”.  Il Cappelli, a p. 214, nella nota (33) postillava che: “(33) Vedi in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”.”. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Dunque, Francesco Trinchera, nel 1865, pubblicò circa 15 carte manoscritte in greco tutte provenienti da Aieta. Queste carte erano conservate nel Grande Archivio di Napoli, le cui carte, nel 1943, in occasione di una deliberata incursione bellica dei Tedeschi nel sito di Belsito, dove erano state trasportate, andarono perdute. E’ grazie all’archivista Francesco Trinchera che ancora oggi ne manteniamo la loro memoria. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”.  Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”. Sempre secondo il Cappelli ed il Trinchera (….), nel 1198, Giovanni Scullando, signore di Aieta, donò  alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta” che era sito ad Aieta. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. eTC…”. Sempre il Cappelli, a p. 220 riferendosi a GIOVANNI SCULLANDO aggiungeva pure che:  “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958. Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, a p. 16, in proposito scriveva che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un antichissimo monistero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine. Nel 1500 poco stante dall’abitato di Ajeta si costrusse un convento di Francescani che fu soppresso sotto l’Occupazione Militare……Ajeta era primamente di rito greco ed aveva per patrono S. Nicola di Bari. Non si conosce l’epoca, in cui divenne di rito latino.”. Sul monastero di S. Elia Speleota Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Si tratta di Vincenzo Saletta che pubblicò nella rivista “Studi Meridionali”, anno V (1975) un resoconto sul bios di S. Elia Speleota. Il Saletta, a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 940, S. NICODEMO e S. FILARETE

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 188-189-190, dopo aver parlato di due S. Fantino che figurano nelle agiografie dei santi, in proposito scriveva che: “I grandi santi monaci di Calabria e di Sicilia, che si recavano alla ‘eparchia’ del Mercurion, ancora avvolta nella leggenda, più che apparire chiara nella sua ascetica realtà, affluivano a questa matrice di idee e pietà bizantine più o meno nello stesso tempo: intorno cioè al 940. Ed è interessante notare che le agiografie di questi grandi santi, benchè per la maggior parte redatte pochi anni dopo la loro morte da autori che spesso li avevano conosciuti di persona e ne avevano udito i racconti, non riferiscono mai che essi si siano conosciuti tra loro. Se questo vuole spiegarsi in certo modo con il fatto che quegli asceti trascorrevano una vita eremitica in zone topograficamente assai difficili e quindi isolate tra loro, ciò non è del tutto convincente: per il motivo che parecchi di quei santi, nel tempo che non si rinchiudevano in penitenza nei loro eremi, erano dei tenaci itineranti, e perchè poi la regione del Mercurion non era vastissima. Quanto ora ho detto si riscontra con evidenza nel caso di cui ci si occupa: e cioè che i capi delle comunità che accoglievano Nicola (S. Nilo) nei loro monasteri erano esattamente gli stessi che ricevevano S. Nicodemo. La Vita di quest’ultimo, che rimane nel codice 30 della Biblioteca dell’Università di Messina, è stata dettata da un monaco Nilo (27), che scrisse anche una vita di S. Filarete di Palermo. Da questa Vita, conservata nel codice messinese 29 del 1307 (28) copiato insieme al precedente da Daniele, sceuofilace, cioè sagrestano, del monastero del SS. Salvatore di Messina (29), veniamo a sapere che il monaco Nilo aveva conosciuto di persona S. Filarete, allorchè questi con i suoi parenti dopo la battaglia di Dragina passava dalla Sicilia nella zona di Reggio e quindi a Sinopoli: conoscenza che gli fece nascere l’idea e gli inspirò l’ardore di darsi anch’egli ad una vita di perfezione. Poichè questo fatto d’arme ebbe luogo nel 1040, e poichè la conoscenza del giovane Filippo, nome di battesimo di S. Filarete, con colui che fu poi il monaco Nilo, avvenne poco dopo, è facile dedurre come quest’ultimo fiorisse nella seconda metà del secolo XII e probabilmente anche nei primi decenni del secolo seguente. Mentre il fatto stesso che il biografo all’epoca dell’incontro non era ancora monaco e viveva quindi nel suo proprio mondo, denota che egli era nativo di quegli stessi luoghi e per ciò non identificabile con altri monaci omonimi vissuti nel medesimo periodo di tempo e dei quali conosciamo la patria. Ma il biografo di questi due campioni dell’ascetismo, uno del suo tempo, l’altro contemporaneo del grande santo Rossano, di cui egli stesso portava il nome, non lo nomina affatto nella trattazione di S. Nicodemo, che pure visse in un primo momento nei luoghi resi insigni dalla pietà di S. Nilo. E sì che la sua narrazione è anche modellata sulla magistrale agiografia che di quest’ultimo aveva scritto S. Bartolomeo di Rossano e che è da credere si fosse assai presto divulgata tra i chiostri del monachesimo bizantino. Tutto ciò fa parte di quella norma di silenzio cui ho accennato circa le relazioni tra i santi monaci; a meno che, all’arrivo al Mercurion di S. Nilo, che sembra più giovene di circa un decennio di S. Nicodemo, questi non si trovasse più nella zona perchè già ritiratosi a vita eremitica. Non sembrerebbe però così se il passo dela Vita di S. Nicodemo (30) in cui è narrato il viaggio fatto verso il Mercurion in compagnia di altri suoi concittadini di Cirò etc…In tutti i modi S. Nicodemo trovava al Mercurion gli stessi igumeni ricordati dalla Vita di S. Nilo: Giovanni, Zaccaria, Fantino con il fratello Luca. Dopo vari anni di permanenza nel monastero di questi due ultimi, il nuovo asceta, come tutti i più fervidi assertori di pietà religiosa, sentiva il bisogno di vivere in solitudine. E si ritirava così sul deserto ed inospitale monte Cellerano tra un folto ed aspro intrico di boschi e di rovi. Questa località è stata identificata con il monte Celleriti presso Palmi (33) e che la collina Celano nei dintorni di Mammola (34): proposta la prima ubicazione perchè fino a non molti anni fa si credeva che l’eparchia del Mercurion fosse sita nei dintorni di Seminara; l’altra per una certa concordanza tra la denominazione del monte e della collina; ma inesatte ambedue.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (27) postillava che: “(27) G. Mercati, op. cit., p. 273; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677; D. Martire, Op. cit., I, pp. 271 ss.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Erhard, Op. cit., pp. 446 ss.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (29) postillava che: “(29) G. Mercati, op. cit., pp. 55 n. 1 e 271;  O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp 296 ss”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (30) postillava che: “(30) D. Martire, Op. cit., I, p. 272”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (33) postillava che: “(33) D. Martire, Op. cit., I, p. 272”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (34) postillava che: “(34) V. Zavaglia, S. Nicodemo abate basiliano etc., Polistena, 1947, p. 159, n. 2”.

Il Cappelli, a p. 191 prosegue spiegando il perchè riteneva inesatte le due ubicazioni del monte Cellerano in Calabria.  Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Ritengo invece che, come S. Nilo agli inizi della sua vita ascetica era avviato dai monasteri del Mercurion alla parte meridionale del Cilento, folta di eremi e cenobi il cui ricordo in parte rimane ancora oggi in molte memorie, nonchè in numerosi toponimi derivati dal greco bizantino, e quivi si imbatteva in masnade musulmane  e donava le prime prove della sua vita perfetta, così anche S. Nicodemo passasse in questi luoghi dove incorreva in simili avventure, mostrando ugualmente il suo desiderio di perfezione. Località che poi sono quelle stesse in cui si rifugiò S. Fantino allontanandosi dalla regione mercuriense.”.

Nel……., S. Nicodemo, secondo il suo Bios, fu fatto prigioniero dai Saraceni e portato su una spiaggia del Tirreno, forse la spiaggia di Palinuro

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192 parlando del “monte Cellerano”, in proposito scriveva che: Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (38) postillava che:  “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, Op. cit., I, pp. 273 e 274”

Nel 940, il monte ‘Cellerano’ (Monte Bulgheria secondo il Cappelli), il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro, la ‘Gola del Diavolo’, mito e leggenda

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è la Cappella di S. Maria Laurentana, un tempo dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., che, sulla scorta di Biagio Cappelli (….) parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Franesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39). Ricercando la probabile ubicazione del monte Cellerano, in base alla particolarità del luogo celebrato dal mito, mi sembra siano da escludere e la foce del Lao e la regione intorno a punta licosa. La prima perchè essa si allarga in una ammirevole pianura spalleggiata da monti, che restano però a notevole distanza; la seconda perchè rimane un pò troppo lontana dal punto di partenza di S. Nicodemo. Per tale ragione, per quanto in quest’ultima zona esista attualmente il toponimo Cellara, la denominazione di Cellerano mi sembra possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare. Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra. Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di Messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47). Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48). Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome della prima di esse, perfettamente appropriato a quello di un “sito intorno a cui il vento turbina”, come è stato giustamente proposto per spiegare il toponimo Palinuro (49), è proprio pronunziato nel dialetto di Orsomarso ‘Palinuro’. E ciò perchè i dialetti meridionali in genere, così come in quello calabrese, e non soltanto di parecchi paesi della zona silana (50) ma anche di vari borghi della parte settentrionale della regione, appare il fenomeno per cui la d in posizione iniziale ed intervocalica prende il suono di r. Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione. Interpretazione questa di fatti e dati offerti dall’agiografia monastica che vuole essere un altro contributo alla conoscenza di alcuni santi calabresi vissuti nel rigido clima dell’ascetismo bizantino”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…). Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s..

Filippo Bulgarella (34) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’,  citato dalla Falcone a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. La Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Il Bulgarella a p. 40, in proposito a S. Nilo scriveva che: “Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) che una simile tendenza si concreta nella piena disponibilità a collegarsi organicamente con i centri di potere esterni alla sfera politica di Bisanzio. Il suo stesso itinerario che dalla Calabria lo porta a Roma attraverso i territori longobardi è scandito da una serie i fondazioni (Vallelucio, Serperi) che sono indicative di momenti di intesa con le corti di Salerno e di Capua. E’ un itinerario finalizzato al superiore disegno di far convergere il monachesimo italo-greco su Roma, ancor più che su Bisanzio, in cui significativamente San Nilo si rifiutò di andare (119). La conquista normanna scolvolse un simile intreccio di esperienze e di civiltà. Tuttavia il monachesimo potè ulteriormente svilupparsi sotto l’egida dei grandi cenobi, come quello di dei Santi Elia ed Anastasio di Carbone (120). Ed è stata avanzata l’ipotesi che la conquista abbia provocato il riflusso dell’elemento greco della Campania, dal Cilento, dal Vallo di Diano, dal Latinianon e dal Merkurion (121). Certo è che essa introduceva un’egemonia latina che, a lungo andare, si rivelò lesiva dell’ellenismo culturale e cultuale.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Paolo Lamma, a p. 249 in proposito a S. Nilo scriveva che: “E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme, si posti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Quando l’agiografo dice che Nilo fu onorato come nessun altro al mondo “non solo dei fedeli imperatori e arconti, dai patriarchi e dai vescovi della stessa stirpe, ma anche da quelli che non appartenevano alla stessa lingua, e persino dai tiranni infedeli, voglio dire dai signori delle tribù saracene” (285), ci presenta veramente una sintesi del mondo meridionale, dove imperatori fedeli, ecc…Ma la splendida accoglienza che fu fatta a Nilo in terra latina, l’incontro con i monaci di S. Benedetto, con Pandolfo, con Aloara, con Ottone III dimostrano che quella non fu una scelta fatta solo per umiltà, ma per un consapevole orientamento verso un mondo che l’attraeva ecc….Ottone III è detto ‘basileus’ e a Nilo fa la …………………, ma in un punto, quasi per inciso, è chiamato ancora …………………..(287).”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (285) postillava che: “(285) ‘Vita Nili’, 14, “…………………………………”.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (286) postillava che: “(286) Ib., 72 “……………………………………………..”.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (287) postillava che: “(287) Ib., 80: “………… (Landolfo II)……………………………….”, ma (ib, 89-90) Ottone viene chiamato ‘basileus’ e si dice espressamente (90): “…………………………………..” l’imperatore e il papa, chiamato, con espressione caratteristica di un modo di pensare, patriarca.”.

Nel ….., il Codice “Codex Rossanensis”

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Mi riferisco al manoscritto oggi noto alla scienza come ‘Codex Rossanensis’, e di cui MM. Oscar von Gebhardt e Adolf Harnack sono stati i primi a segnalarne l’esistenza di recente. Si tratta di un magnifico volume, composto da 188 fogli di pergamena tinti di porpora, alti un piede, in cui è scritto a grandi lettere d’argento di forma onciale arrotondata il testo greco delle Evangelie di San Matteo e San Marco. Questo manoscritto ha una grande analogia con quello che, tra le rare copie dei Vangeli risalenti ai primi secoli del cristianesimo, Tischendorf ha designato con la lettera N, e le cui carte, anch’esse di pergamena purpurea, scritte in lettere d’argento, sono disperso tra Patmos, Roma, Vienna e Londra. I due studiosi tedeschi che hanno dato notizia di quello di Rossano lo attribuiscono al VI secolo, e accetto volentieri questa data, a patto che si intenda la fine del secolo e non l’inizio. Infatti vi sono parti, sicuramente scritte dalla stessa mano del resto del manoscritto, in cui lo scibe usava un carattere tipografico allungato e stretto, che non può essere anteriore a questo periodo. Ma ciò che soprattutto fa l’interesse del primo ordine del Vangelo greco di Rossano, sono le dodici grandi miniature che vi esistono ancora, ultimo avanzo di un’illustrazione molto più ricca, la maggior parte delle quali purtroppo è andata distrutta. Ognuna di queste miniature occupa un’intera pagina, divisa in due registri: in alto, un soggetto del racconto evangelico; in basso quattro figure a mezzo busto dei Profeti che annunciarono questo fatto, ciascuno accompagnato dal testo del suo oracolo. I dipinti sono certamente coevi alla stesura del manoscritto, vale a dire del VI secolo. L’esecuzione è molto notevole, il disegno serrato, le composizioni semplici, nobili e chiare, il giro superbo e lo stile ancora del tutto antico. Etc…”.

Nel ……., una Fonte: il Bios (la Vita), opera agiografica sulla ‘Vita’ di S. Nilo il giovane di Rossano, il codice Cryptense B II scritto da S. Bartolomeo il giovane

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 37 e ss., in proposito scriveva che: “Uno dei momenti della vita di S. Nilo di Rossano…..è possibile cogliere nelle amorose pagine del biografo discepolo e concittadino (1) S. Bartolomeo di Rossano che nelle lunghe veglie monastiche ascolta, riponendole nella sua mente, le avventure del beato dalla viva voce di questi e le integra con quanto già narrano le tradizioni patrie.”. Cappelli, a p. 51, nella nota (1) postillava che: “(1) Circa la patria di S. Bartolomeo il giovane, così si è sempre ritenuto: ma V. ora: P.F. HALKIN, S. Barthlemy de Grottaferrata. Notes critiques, in “Analecta Bollandiana”, LXI, pp. 202-13 e la risposta di G. Giovanelli, La patria di S. Bartolomeo abate di Grottaferrata, in “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata”, n.s., I (19479, pp. 242 ss.; lo stesso, Sull’autore della Vita di S. Nilo’, in “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, n.s., III, (1949), pp. 162 ss.; lo stesso “Ancora sull’autore della Vita di S. Nilo”, in Bollettino, cit., n.s., V, (1951), pp. 111 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (2) postillava che: “(2) L. De Rosis, Cenno storico della città di Rossano, etc., Napoli, 1938, p. 194 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (3) postillava che: “(3) Vita di S. Nilo Abate etc., (trad. di A. Rocchi), Roma, 1904, pp. 5-6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., (edidit etc.., I. Cozza-Luzi), Romae, 1893, pp. 14-15, 82-83; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “S. Nilo si ritira a vita solitaria nella grotta di San Michele Arcangelo – Il programma della sua laboriosa giornata (943)”, a p. 18 e ss., in proposito scriveva che: Purtroppo nulla sapremo, se provvidenzialmente, in seguito, il suo prediletto discepolo Bartolomeo, con la sua santa astuzia, non li avesse carpiti dalla bocca stessa del santo suo Maestro, con cui convisse per più di dieci anni, e non ce li avesse tramandati per iscritto nel mirabile Bios (Vita)(3).”. Il Giovanelli, a p. 19, nella nota (3) postillava che: “(3) Di questo BIOS è stata da me pubblicata la fedele “Versione italiana”, con abbondanti note religiose, storiche, sociali e politiche, (Grottaferrata, 1966), e nel 1972 è stato pure da me pubblicato il “Testo originale greco”, con “Studio introduttivo” ed “Appendice: Il Matrimonio di S. Nilo” (Grottaferrata, 1972).”. Il titolo del testo greco del bios è Bios di S. Nilo Juniore. Testo originale greco e Studio introduttivo a cura di P. Germano Giovanelli, Badia di Grottaferrata 1972. Il testo della Vita di S. Nilo, fu scritto in greco ed è contenuto nel codice cryptense B II. Il Giovanelli (….), a p. 19, nella nota (4) postillava che: “(4) Sui codici autografici scritti da S. Nilo e sui caratteri da lui usati cfr. Sofronio Gassisi, I Manoscritti Autografi di S. Nilo Iuniore….Estratto dall’Oriens Christianus, Fasc. IV, Roma, 1905, pagine 22 ss.”. Da Wikipedia, alla voce “Bartolomeo il giovane” (S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo) leggiamo che egli fu un abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: La sua biografia, scritta in greco dal suo discepolo Beato Bartolomeo, anch’egli nativo della stessa città, che fu il suo secondo successore come abate del convento greco intorno a Roma, è l’unico documento che ci porta nella vita delle province meridionali…”. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (…), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo“. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (…), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo, fol. 73 e 7” (…), cita un episodio su S. Nilo, accaduto nei pressi del Monte Bulgheria. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 parlando del casale di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “….il Monastero di S. Mercurio,…..Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; etc….L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Etc…Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”. Dunque, l’Antonini parlando del casale e del monastero o convento di S. Mercurio a Roccagloriosa cita l’“Anonimo Greco della vita di S. Nilo”. L’Antonini dovendo riferire alcune notizie sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e del passaggio di S. Nilo citava il suo Bios, ovvero l’opera agiografica del Santo che egli scrive essere scritta dall’“Anonimo Greco”. Chi fosse l’“Anonimo Greco della vita di S. Nilo” così chiamato a p. 386 ?. Sempre l’Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: etc..”. Dunque, l’Antonini si riferisce all’“Anonimo Greco della Vita di S. Nilo” e a volte scrive “l’Autore Greco nella Vita d S. Nilo”. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’ riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Etc…”. Dunque, l’Antonini si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (….) ed al suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, etc…”, scrivendo che così: “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Etc..”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. L’Antonini si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), “Historia Carbone Monasterii”, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: “Autore Greco della vita di S. Nilo”. Si tratta del testo di Paolo Emilio Santorio Casertano (13), “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, che pubblicò a Roma nel 1601 (Roma per i tipi di Guglielmo Faciotto). Infatti, Paolo Emilio Santorio (….), sulla scorta dell’autore che l’Antonini chiama “Autore Greco della Vita di S. Nilo”, opera agiografica e “Bios” di S. Nilo, che come si è visto fu scritta dal suo discepolo S. Bartolomeo. Dalla Treccani on-line leggiamo che nella Storia della letteratura italiana Girolamo Tiraboschi scrisse che, dopo Baronio, tra gli scrittori di martirologi e vite dei santi poche penne erano sfuggite all’agiografia: una era quella di Santoro. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il De antiquitate et situ Calabriae di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. nel suo “Paolo Emilio Santoro Arcivescovo di Urbino – Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio annotata e continuata da Marcello Spena”, pubblicato nel 1859, ricalcava il testo del Santoro (…). Anche in questo testo non è chiaro l’autore dell’opera agiografica della vita di S. Nilo ma labili riferimenti ad un certo: “Ma il greco autore della vita di S. Luca” e poi ancora “(4) da un autor greco manoscritto” (p. 8 ). Lo Spena scrive che l’opera del Santoro, unica edizione del 1601 diventò così rara che: “si mantiene nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo in Napoli, donde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Sulle origini di S. Nilo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) etc…”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Dunque, Ebner, riguardo le origini di S. Nilo scriveva che l’opera agiografica del Santo, “capolavoro dell’agiografia Calabrese”: “Vita di S. Nilo Juniore” (il Bios), fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Ebner postillava di padre Giovannelli (…) che scriveva Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Dunque, S. Nilo il Sinaista ?. Riguardo la vita di Nicola da Rossano (il S. Nilo), Ebner scrive sulla scorta del racconto che ne fa il Pontieri (….). Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) etc..”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Dice la sua biografia, scritta dal prediletto discepolo Bartolomeo (capolavoro delle produzioni agiografiche calabresi del tempo e importante fonte storica), che tutta la giornata egli trascorreva in occupazioni continue. Infatti la regola di Nilo, benchè ispirata al più rigoroso ascetismo, ingiungeva ai seguaci di associare alla preghiera e al canto liturgico l’esercizio quotidiano del lavoro, che si esplicava nella coltivazione dei campi, nello studio delle Sacre scritture, nella raccolta dei libri, nella copia dei manoscritti (23). Si nota pertanto in essa un dinamismo ignoto alle regole monastiche basiliane in uso nei chiostri della Calabria bizantina; e lo si vede all’influsso – cosa non rilevata finora – della Regola di S. Benedetto, che Nilo non mancava occasione di additare come esempio di perfezione cenobitica ai suoi confratelli, e in onore del quale egli compose e modulò ben otto inni liturgici (24). Ed oltre che poeta, teologo e scrittore, soprattutto epistolografo (benchè delle sue lettere una sola ci rimanga, riferita dal biografo Bartolomeo e diretta ad un capo di Saraceni invasori della Calabria), Nilo fu calligrafo e mastro nell’arte dello scrivere ai suoi monaci (25). Per loro seppe formare una biblioteca non trascurabile, nella quale rimangono preziosi codici, conservati, in parte, nella superstite badia basiliana di Grottaferrata. Etc..”Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Etc..”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (21) postillava che: “(21) Orsi, La chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone, nel volume ‘Le chiese basiliane della Calabria’, cit., p. 197 ss.; cfr. anche J. Gay, ‘Saint Adrien de Calabre: le monastèere basilien et le collège des Albanais’, nel volume ‘Mélanges pubbl. à l’occasion du jubilée épiscopale de Mrs. De Cabrieres (Paris, 1899), pp. 291 ss.”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (22) postillava che: “(22) Vita S. Nili, cit., p. 306.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Il Minasi, nel suo lavoro su ‘S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890), dà una traduzione ed un commento dell’agiografia di Nilo, la quale, oltre che dai Bollandisti, fu edita anche dal Migne in ‘Patrologia greca-latina’, t. LXI p. 508 e ss. Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berlin, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Il Pontieri, a p. 100, nella nota (24) postillava che: “(24) Cozza-Luzi, in op. cit., num. XXXIV (in “Rivista Storica Calabrese”, cit., p. 70).”. Il Pontieri, a p. 100, nella nota (25) postillava che: “(25) da un codice di Grottaferrata, su cui cfr. Cozza-Luzi, in op. cit., ibid., p. 73, e Vita Nili, cit., p. 419; R. De Vreesse, Les manuscrits grecs de l’Italie méridionale (Histoire, classement, paléographie), Città del Vaticano, 1955 (vol. 193 della Collana Studi e Testi), pp. 27.”. Dunque, il Pontieri nella nota (20) postillava “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304;, poi nella nota (22) postillava pure della “Vita S. Nili”: il Bios di S. Nilo. Sempre il Pontieri, a p…., nella nota (23) postillava che il Minasi (….), nel suo “S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890)”, ha tradotto e ha commentato l’opera agiografica, il Bios di S. Nilo, scritto da S. Bartolomeo Juniore (S. Bartolomeo il giovane) che, scrive sempre il Pontieri (….), oltre ai Bollandisti fu pubblicata anche dal Migne (….) nella sua “Patrologia greca-latina”, tomo LXI, p. 508. Dalla Treccani on-line leggiamo che la Vita di S. Nilo”, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Sempre il Pontieri, nella nota (23) postillava: “(23) Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berli, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Sempre riguardo la vita di S. Nilo calabrese, Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica…..(1).”. Dunque, l’opera che contiene il Bios di S. Nilo scritta da S. Bartolomeo Jiuniore è “Acta Sanctorum” dei Bollandisti. Un altro contributo alla vita ed alla storia di Nicola da Rossano viene da Ernesto Pontieri (….) che, nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “…..riferita dal biografo Bartolomeo e diretta ad un capo di Saraceni invasori della Calabria), Nilo fu calligrafo e mastro nell’arte dello scrivere ai suoi monaci (25).”. Dunque, il Pontieri scrive che il Bios (la Vita) di S. Nilo fu scritta dal suo biografo Bartolomeo. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Sul monastero di S. Nazario cfr. Cappelli, S. Nilo e il cenobio di S. Nazario, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, pp. 35-53.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Il Minasi, nel suo lavoro su ‘S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890), dà una traduzione ed un commento dell’agiografia di Nilo, la quale, oltre che dai Bollandisti, fu edita anche dal Migne in ‘Patrologia greca-latina’, t. LXI p. 508 e ss. Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berli, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Sempre sul “Bios” di S. Nilo, il Pontieri, a p. 100, nella nota (25) postillava che: “(25) da un codice di Grottaferrata, su cui cfr. Cozza-Luzi, in op. cit., ibid., p. 73, e Vita Nili, cit., p. 419; R. De Vreesse, Les manuscrits grecs de l’Italie méridionale (Histoire, classement, paléographie), Città del Vaticano, 1955 (vol. 193 della Collana Studi e Testi), pp. 27.”. Riguardo il Bios di S. Nilo scritto da S. Bartolomeo Juniore, la studiosa e apaleografa Enrica Follieri (….), in “Byzantina et Italograeca”, a p. 340, nella nota (10) postillava che: “(10) F. Halkin, Bibliotecha Hagiographica Greca, II Bruxelles, 1957 (Subsidia hagiographica, 8a), p. 152 num. 1370. All’edizione pubblicata, con versione latina, nel 1624 da Giovanni Matteo Cariofilo, vescovo di Iconio (Roma, Zanetti, 1624) e riprodotta sia negli ‘Acta Sanctorum’ (Acta SS. Sept., VII, 1760, PP. 282-342) sia nella Patrologia Greca del Migne (P. G. 120, col. 15-165) è oggi da preferire quella edita, sulla base del Codice Cryptense B δ II, del secolo XII, dallo ieromonaco criptense Germano Giovannelli (Bios ………………………….., a cura di p. G. Giovannelli, Badia di Grottaferrata, 1972). Lo stesso autore aveva precedentemente pubblicato una nuova versione italiana del Bios (G. Giovannelli, Vita di S. Nilo fondatore e patrono di Grottaferrata, Badia di Grottaferrata, 1966).”. Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica e con freschezza sincera espone condizioni di vita religiosa, e di esaltazione fanatica, inconcepibili ala nostra mentalità moderna, e pur degne, nonché di rispetto, di amirazione (1) Etc…”. Paolo Orsi, a p. 177, nella nota (1) postillava che: “(1) Su S. Nilo e i suoi tempi, veggansi le pagine come sempre vivide del Lenormant, Grande Grèce, I, pp. 349 sgg. In tempi recenti la sua vita è stata scritta dal Canonico G. Miniasi, San Nilo di Calabria, monaco basiliano del secolo X, Napoli, 1892, ma con carattere accentuatamente ascetico piuttosto che storico-critico. Sono molto limpide e ben altrimenti apprezzabili le poche pagine che al santo illustre ha dedicato il Gay, L’Italie meridionale et l’Empire byzantin cit., pp. 268-86. Idem in compendio Schlumberger, Un empereur byzantin au X° siecle; Nicephore Phocas, p. 674. Etc..”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo storico corre così ordinato, dopo un breve proemio e un cenno sulla Patria del Santo, dalla nascita alla morte e deposizione delle sue reliquie; ché, sebbene la biografia non sia divisa in capitoli, procede con tal affilatura di discorso, che direi averci il pio scrittore ritrattata nel suo lavoro l’ordinatezza stessa della santa anima sua. Narrati i fatti della puerizia e gioventù di Nilo nel secolo, ci descrive il periodo del suo monacato tra i cenobiti, indi la penitentissima sua solitudine dentro la spelonca di un monte. Quinci com’egli cominciò ad avere discepoli: sul quale proposito disgredisce a parlarci di tre discepoli più segnalati per santità, cioè il b. Stefano da Rossano, il b. Giorgio suo concittadino e il b. Proclo da Bisignano: disgressione ben giusta e a lode del Santo che perciò si riconosce anche dai preferiti suoi allievi (I). Dopo ciò prosiegue egli a dire come il Santo per le incursioni dei Saraceni nell’estrema Calabria si ritirò indietro più verso settentrione, ove stabilì la sua comuunità presso Sant’Adriano a un dieci miglia sotto Rossano, nelle vicinanze di San Demetrio-Corone. Sotto questo periodo di circa trent’anni (951-980) si svolgono molti fatti posti con un cert’ordine così riguardo al governo dei monaci, come all’esercizio di sue virtù e al dono di celesti carismi. Etc…Trascorso questo periodo narra con tutto il filo storico come Nilo lasciato in tutto le Calabrie riparò nella Campania, ove ebbe monastero prima a Vallelucio, indi in Gaeta, e ciò con tutti gli eventi che in ciascuna dimora si verificarono. Finchè lo storico ci conduce il Santo a Tuscolo. Qui preso lui stanza in un monasteor detto ‘Sant’Agata’, si compie con la morte la sua vita, coronata con l’apertura dell’ultima Badia, della vera stabile dimora dei suoi figli di Grottaferrata, che doveva essere il deposito delle sue reliquie, e l’eredità secolare della sua lunga posterità. La cronologia in conseguenza, se non è parlante con date, che non fu in uso presso gli antichi, è pur troppo viva e appariscente; di guisa che non guari studio si tesserebbe di questa vita la intera cronostassi. Lo stile, vestito di una lingua bizantina anche buona, e spoglia quasi in tutto di neologismi, è semplice, e sente di quel di san Luca nell’Evangelo e negli Atti. E’ molto conciso, per un grand’uso di participii; etc…”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. V, riferendosi all’opera agiografica della vita di S. Nilo il giovane, nella nota (I) postillava che: “(I) Tre versioni latine son fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal ‘Mtius ep. Thermul.’ di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc., Tomo VI, Paris, 1729) la terza del ‘Caryophilus archiep. Iconien. da lui stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il ch. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo X e di erudite annotazioni in fine.”. Il Rocchi, a p. VI, in proposito all’opera agiografica su S. Nilo scriveva che: “…il codice membranaceo, forse il codice più antico che se ne conservi, il quale rimonta al secolo XII, prefige in un foglio innanzi al principio del testo un’imagine a penna, di San Bartolomeo in abito sacerdotale greco, con un libro nella mano sinistra ed una piccola croce nella destra porta verso il petto. Orizzontalmente al collo di una figura in linea, diviso vi è scritto ‘O αγ Βαρτολομεο δ υεος, cioè ‘San Bartolomeo il giovane’, detto così per distinguerlo dall’Apostolo di quel nome, siccome anche S. Nilo è detto il giovane a distinzione dal Sinaita del V secolo e discepolo di San Giovanni Crisostomo. Il Cariofilo etc…(1)”. Il Rocchi postillava: “Vita S. P. Nili iunior latinitate donata, Interpr. Io Matth. Caryophilo Archiep. Iconien, Romae, 1624”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1)……Anzi è tradizione in Rossano (De Notis, op. cit.), che Nilo fosse della illustre famiglia dei MALENA, di cui unico discendente oggi superstite, mi si dice, è un qualificatissimo cittadino.”. Il Rocchi citava “De Notis Paolo” ma, credo sia un errore di stampa perchè egli voleva intendere Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884 (che possiedoinsieme al Rocchi). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp, 30-31, nel capitolo 4: “S. Nilo si riduce a vita solitaria. Sua asprissima penitenza, e tentazioni dai demoni”, in proposito scriveva che: “Non aveva egli nè letto, nè seggiola, nè arca, nè casa, nè borsa, nè bisaccia, anzi neppur un calamaio, egli che pur tanto scriveva; ma in quella vece spalmata della cera entro un pezzo di legno, con questo egli portò a luce e bene questo gran numero di libri (I).”. Il Rocchi, a p. 31, nella nota (I) postillava che: “(I) Questa espressione ci induce a pensare che molti scritti di lui si possedessero, quando, il biografo scriveva. Da noi tre soli volumi si conservano, opera del S. Padre, riconosciuti autentici da valenti periti, e degni da tenersi in conto di preziosa reliquia. Vedi la nostra “Badia”, Roma, 1904, cap. VII, Gli studi monastici. In uno dei quali è questa data storica: “L’anno 6473 del mondo (di C. 965) l’esercito di Manuel patrizio ebbe una rotta presso Rametta (in Sicilia); e la stessa Rametta venne presa, e fu un grande eccidio. E per mano di Nilo monaco fu scritto il libro di S. Doroteo”. Codesta disfatta con più la morte del medesimo patrizio è confermata da storici bizantini (Rocchi, Codd. Crypten., p. 104).”. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 101, nella nota (1) postillava che: “(1) Leoni, op. cit., vol. II, c. VII”. Il De Salvo, a p. 101, nella nota (2) postillava che: “(2) Fiore, Della Calabria illustrata, tom. II, p. 63”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”Da Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 940 (?), SAN FANTINO IL GIOVANE, dalla sua Calabria viene a vivere nei monasteri del basso Cilento

Da Wikipedia leggiamo che  Fantino il Giovane, anche conosciuto come San Fantino il Confessore (Taureana, 927 – Tessalonica, 1000 circa) è stato un monaco calabrese ortodosso vissuto nel X secolo. Nato in Calabria nel 927, in una località che viene descritta come “molto vicina alla Sicilia” (probabilmente nella Vallis salinoroum nell’attuale provincia di Reggio Calabria) era figlio di Giorgio e Vriena, due ricchi possidenti molto pii, e fu consacrato a Dio durante la sua infanzia, entrando in monastero all’età di otto anni; la sua educazione fu curata da Sant’Elia Speleota. Divenne monaco all’età di tredici anni, dimostrandosi pieno di fervore e di virtù, ed ebbe gli incarichi di cuoco e di portinaio. A trentatré anni si diede all’eremitaggio nella regione del Mercurion dedicandosi alla preghiera e alla penitenza e lottando contro le tentazioni del Diavolo (2). Ritornato alla vita cenobitica creò molti monasteri, tra cui almeno uno femminile, che accolsero i suoi genitori, i fratelli Luca e Cosma e la sorella Caterina. Volendo ritornare alla vita eremitica lasciò la carica di abate del monastero più importante al fratello Luca. Anche se viveva tra i boschi selvaggi ritornava tra la gente sia per insegnare ai suoi discepoli, tra cui si trovavano Nilo da Rossano e Nicodemo da Cirò, che per trascrivere dei manoscritti (2). Il santo ebbe spesso delle visioni del Paradiso e dell’Inferno e compì vari miracoli (3). Fantino visse sia come eremita che come monaco e abate. Pur essendo un eremita ritornava dai boschi per essere guida e insegnante spirituale dei suoi discepoli, tra i quali vi furono Nilo da Rossano e Nicodemo da Mammola (1). All’età di sessant’anni, dopo che il monastero da lui fondato fu distrutto durante una scorreria saracena, si trasferì nel Peloponneso con i suoi discepoli Vitalio e Niceforo. Durante la traversata la nave su cui si trovava rimase senza acqua potabile; per questo motivo Fantino trasformò l’acqua di mare contenuta in alcuni contenitori facendo su di essi il segno della croce (1). Visse quindi per un certo tempo a Corinto passando poi ad Atene dove visitò il tempio della Madre di Dio e recandosi a Larissa dove sostò presso la tomba del santo martire Achille operando vari miracoli in tutte e tre le località. In ultimo si recò a Tessalonica, dove visse quattro mesi in un monastero dedicato a San Mena spostandosi in seguito fuori le mura della città. A Tessalonica egli guarì molte persone e causò il pentimento di un giudice corrotto; gli fu anche riconosciuto il merito di aver impedito la conquista della città da parte dei Bulgari. Secondo la tradizione morì il 30 agosto dell’anno 1000 dopo otto anni di predicazione. Su S. Fantino ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 131 e ss. Il Martire (…) a p. 131, in proposito scriveva che: “N. 5 – S. Fantino di Tauriano. La città di Tauriano, mentre stesse in piedi, fu ella sempremai produttrice di uomini illustri e prodi della milizia cristiana. In quella nacque Fantino (1) da Giovanni e Tedibia, (2) molti secoli dopo (3) all’altro dello stesso nome, che fu secolare, non Monaco, come fu il punto, di cui si discorre ed ebbe per fratello S. Luca (4) altresì Monaco Abate. Egli lasciato il mondo portossi (5) al monastero di S. Mercurio sopra alla città di Seminara succeduta alla suddetta di Tauriano. Ivi con gran fama di santità, menavano la vita i monaci di S. Basilio etc…Succeduta poi la morte di quell’Abate etc…Amicissimo di S. Nilo di Rossano (6): perchè fatta costui la sua professione nel Monastero di S. Nazario, (poi chiamato di S. Filareto), passò a quello di Mercurio, e s’affezzionarono tanto tra loro, che non è credibile etc…Ritirossi poscia S. Nilo nella solitudine, in cui era l’Altare di S. Michele Arcangelo: e tutto che stassero di corpo assenti, eano di affetto congiuntissimi, e legati in sant’amore, visitandosi l’un con l’altro etc… E se bene lo consolasse S. Nilo ad esortarlo a tornare nel suo monastero, egli tuttavia volle passare in luoghi più deserti e solitari, dove alla fine fu chiamato dal Signore all’altra vita, à 24 di Luglio (8) circa l’anno 965 (9) ed indi in poi il Monastero del Mercurio cambiò il nome in quello di S. Fantino.”. Il Martire, a p. 134, nella nota (1) postillava: “(1) Il presente ristretto si è cavato dalla leggenda scritta da un patriota di S. Fantino, che in carta pergamena si conserva nel Monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, a S. Eufemia di Sinopoli; ed anche in lingua italiana trovasi nell’Archivio Basiliano di Roma, da cui io ne ebbi una copia dal rev. P. Abate Generale Menniti, che conservo. Si è medesimamente cavato cose in più dalla leggenda di S. Nilo di Rossano. Ne parlano brevemente Barrio, lib. 2, fol. 168 e Marafioti, lb. 1° cap. 35, fol. 74; sebbene il confondano con quel S. Fantino, preteso di Siracusa, ma che fu dello stesso Tauriano, come fu detto sopra nella Vita di lui…..etc…(1) la tradizione comune volle che fosse della città di Tauriano: e così anche confermano i sopracitati Barrio, Marafioti, Gualtieri nei manoscritti, e l’Abate Generale Agresti nella ‘Vita di S. Basilio’, part. 5, cap. 11, folio 411.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (4) postillava: “(4) S. Luca – Nella Vita di S. Nilo narrasi, che fosse fratello di detto S. Fantino, ed a lui succeduto Abbate, dopo morto, come anche dice il detto Marafioti.  Altri vogliono, che S. Luca fosse abbate del Monastero di Carbone in Basilicata, coe sarà narrato nella seguente Leggenda. E per concordare questa diversità non vi sarà altro da dire che, S. Luca dopo il governo del Monasterio del Mercurio, fosse passato a quello di Carbone: altrimenti cadrebbero in fondo quanto si pretende, che detto S. Luca fosse di Siracusa, e non di Tauriano, o pure bisognerebbe dire che fossero stati due S. Luca di Tauriano, ambedue fratelli di S. Fantino, l’uno Abbate succeduto nel Mercurio, l’altro in Carbone, e così l’uno maggiore e l’altro minore, e si ripeterà cotale difficoltà nella seguente Vita di S. Luca.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Nel Monastero di S. Mercurio – E’ antichissimo detto Monastero, dove son vissuti tanti Santi dell’Ordine di S. Basilio, come si cmprende in detta Leggenda. E dopo la morte di S. Fantino, cambiò il nome del Mercurio in quello di S. Fantino. Marafioti sopra citato, fol. 74 in margine ne parla, come pure l’Abbate Agresti nella Vita di S. Basilio.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (9) postillava: “(9) Circa gli anni 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fsse dal Mercurio ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

Biagio Cappelli (…), a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 186-187, in proposito scriveva che: “Intanto, dopo la perdita della Sicilia, i Bizantini organizzarono nell’Italia meridionale continentale una difesa contro i Musulmani, impossessandosi per questo scopo anche di una parte dei territori pertinenti ai Longobardi di Benevento e di Capua, fino a che poi si giunse alla grande comune azione che sul Garigliano trovò concordi il papa, i Bizantini ed i Longobardi (15). Non appena i monaci poterono notare, in seguito a questo avvenimento, che almeno per allora l’avanzata araba sulla penisola era resa difficile, preferirono affluire in questa regione per la sua vicinanza e anche perchè in essa sussisteva ovunque e nei più vari settori la più completa bizantinità (16). E’ in questo tempo che prese grande incremento l’importante centro monastico del Mercurion, che, sorto qualche secolo prima, era sito, secondo un’autorevolissima testimonianza degli inizi del secolo XI (17), ai confini di Calabria e Longobardia, cioè lungo la media valle dell’attuale fiue Mercure-Lao. Proprio a questo momento appartiene il terzo S. Fantino, che particolarmente ci interessa nella presente ricerca. E proprio al Mercurion esplicava egli la sua attività, come veniamo a conoscere da alcune mirabili pagine della Vita di S. Nilo juniore, dettate da S. Bartolomeo di Rossano (18).”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (16) postillava che: “(16) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin etc., Paris, 1904, pp. 168 ss.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (17) postillava che: “(17) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia etc., edidit. I. Cozza-Luzi, Romae, MDCCCXCIII, p. 14. Per il Mercurion e la sua ubicazione rinvio al mio scritto: L’arte medioevale in Calabria, in “Paolo Orsi”, Roma, MCMXXXV, pp. 204 ss. e l’altro ‘Il Mercurion’ che ha trovato anch’esso posto in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (18) postillava che: “(18) Migne, P. G., vol. CXX, coll. 21 ss.; e la trad. di A. Rocchi, Roma, 1904, pp. 6 ss.”. Sempre il Cappelli, a pp. 186-187 scriveva pure: “Sulla fine del secolo XVII una vita di S. Fantino, redatta da un conterraneo del santo, si conservava in un codice pergamenaceo del monastero di S. Bartolomeo di Trigona a Sinopoli vecchio (19), il quale, però, nel 1575, secondo un elenco dei libri di questo cenobio che ne rimane, ma che è da presumere tutt’altro che completo ed esatto, appariva sprovvisto di codici agiografici (20). Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’altra si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella Vita di S. Nilo, dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (20) postillava che: “(20) P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano etc., Paris, 1891, p. 44; G. Mercati, Op. cit., pp. 113, 304-05”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (21) postillava che: “(21) Domenico Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I, pp. 78 ss.”. Sempre il Cappelli, a p. 187 aggiungeva che: “Uno dei principali meriti di S. Fantino, celebre per la sua pietà religiosa e la bontà del suo cuore, è quello di avere accolto al Mercurion, intorno al 939-40, insieme con i suoi compagni di pertinenza Giovanni ‘il grande’ e Zaccaria ‘l’angelico’, Nicola di Rossano; e, quando questi, dopo quaranta giorni, ritornava al suo monastero da quello di S. Nazario nel Cilento meridionale, dove era stato tonsurato monaco (22), di considerarlo sempre suo figlio spirituale, amarlo, confortarlo, consigliarlo, avendone riconosciuto la grandezza. Etc..”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (22) postillava che: “(22) Per i primi atti della vita ascetica di S. Nilo rimando al mio saggio ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario’ in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 188 continua e scriveva che: “Un decennio dopo, trascorsi alcuni anni di relativa pace, si preparavano nuove sciagure, in diendenza della richiesta dell’emiro Hasan-ibn-Ali allo stratega di Calabria ed altre città cristiane della Sicilia di voler pagare l’antico tributo non più versato dal 934 (23). Alle prime confuse e terrificanti dicerie di apprestamenti guerreschi e di invasioni, S. Fantino subiva un profondo turbamento psichico. Piangendo la sorte delle chiese e dei monasteri e dei fratelli della regione, che stava per essere calpestata e corsa in tutti i sensi, e la decadenza della pietà religiosa, egli vagava solitario per i luoghi più aspri dell’arduo e selvatico Mercurion, fino a che spariva improvvisamente come se fosse stato avvolto dalla notte (24). Si era avviato per morirvi verso l’altro focolare ascetico, che ardeva tra gli aggrovigliati monti del Cilento meridionale, la longobarda ‘regione superiore’ della vita di S. Nilo (25), con la quale i monasteri del mercurion avevano intensi scambi spirituali. In questa regione, dalla quale sempre monaci venivano ed andavano, S. Fantino avrebbe vissuto vari anni ancora se può prestarsi fede alla predetta sua data di morte. Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (23) postillava che: “(23) Cfr.: J. Gay, Op. cit., pp. 190 ss.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (24) postillava che: “(24) Migne, P. G., cit., coll. 21 ss. e trad. A. Rocchi, cit., pp. 6 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp. 131 ss.; Biblioteca hagiographica graeca (2), Bruxelles, 1909, p. 211.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (25) postillava che: “(25) V. il mio cit. ‘S. Nilo e il monastero di S. Nazario’.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (26) postillava che: “(26) F. Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss.: ivi riferimenti bibliografici; E. Miraglia, Le Antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnuovo, Milano, 1954, p. 57; e in questo volume: S. Basilio de Chraterete e S. Basile.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani”, parlando del monastero di S. Basilio Craterete e della corolla dei monti Mula, ecc…., a pp. 322-323, in proposito scriveva che: “…il monastero di S. Basile invece deve le sue origini ad un diverso filone ascetico, e precisamente ad ua derivazione locale da quella corrente ascetica che aveva risalite le marine ioniche e si era quindi attestata nei dintorni di Cassano e di Cerchiara. Me lo fa credere un insieme di fatti etc….Come punto di partenza possiamo prendere il titolo di una perduta chiesetta che esisteva in una contrada rupestre, produttrice di ottimo vino, detta Li Murgi, non lontana dal monastero di S. Basilio, e che era dedicata a S. Infantino (15). Questo santo è indubbiamente lo stesso S. Fantino al quale era dedicato un monastero sito nei pressi di Cerchiara cui furono donati vari beni terrieri in contrada Petrosa nel territorio di Castrovillari (16). In quella zona cioè etc….La venerazione di S. Fantino era poi viva in tutto il territorio circostante: Castrovillari, dove il suo culto è attestato ancora nel 1460 anno in cui, in una nicchia prossima all’altare maggiore della chiesa del monastero di S. Maria di Scala Coeli, la nobildonna Eugenia Calà faceva dipingere un’immagine del santo con il suo ritratto di offerente: ad Acquaformosa, nella cui chiesa del monastero cistercense di S. Maria si riconoscevano alcune reliquie dello stesso santo (18).”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Miraglia, Le antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnovo, Milano, 1954, p. 57”Il Cappelli, a p. 344, nella nota (16) postillava che: “(16) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum etc., Neapolis, 1865, pp. 276; 282; D. L. Mattei-Cerasoli, La badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, IX, (1939), pp. 315 ss.”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (17) postillava che: “(17) Appendice Documenti, III, n. 10; E. Miraglia, Curiosità storiche castrovillaresi, in “La Vedetta”, Castrovillari, XVII, (1935), n. 4; E. Miraglia, Le antichità di Castrovillari etc., cit., p. 41″. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (18) postillava che: “(18) C. Calà, Historia de’ Svevi etc., Napoli, 1660, pp. 346 s.; G. Barrii, De antiquitate de situ Calabriae etc., Romae, MDCCXXXVII, p. 57”. Sempre il Cappelli, a p. 322 scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense. Anche quivi, infatti, il suo culto è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chieetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alla predetta chiese di S. Fantino ed un’altra di S. Ciriaca.”. Di questa interessantissima notizia ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Il Cappelli, a p. 323 concludeva dicendo che: “In base a quanto esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di recarsi nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale. Se tutto si svolse secondo questa mia congettura, il monastero di S. Basilio, per i suoi nessi vari, potrebbe nel suo nucleo primitivo riferirsi direttamente a S. Fantino oppure all’insegnamento svolto da questi nella zona. Così ragionando, l’origine di tal monastero dovrebbe essere posta intorno al secolo X dal momento che nel 940 circa S. Fantino riceveva S. Nilo nella regione mercuriense; etc…”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (19) postillava che: “(19) V. il mio saggio in questo volume: S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo.”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (20) postillava che: “(20) P. M. Di Luccia, op. cit., p. 8; 3.”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (21) postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (22) postillava che: “(22) Paleocastren Dioceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc., Neapoli, 1931, pp. 34 s.; v. in questo volume Il monachesimo basiliano e la grecità medioevale etc.”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 191 e ss., in proposito scriveva che: Ritengo invece che, come S. Nilo agli inizi della sua vita ascetica era avviato dai monasteri del Mercurion alla parte meridionale del Cilento, folta di eremi e cenobi il cui ricordo in parte rimane ancora oggi in molte memorie, nonchè in numerosi toponimi derivati dal greco bizantino, e quivi si imbatteva in masnade musulmane  e donava le prime prove della sua vita perfetta, così anche S. Nicodemo passasse in questi luoghi dove incorreva in simili avventure, mostrando ugualmente il suo desiderio di perfezione. Località che poi sono quelle stesse in cui si rifugiò S. Fantino allontanandosi dalla regione mercuriense.”. Sempre il Cappelli, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del Mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione. Interpretazione questa di fatti e dati offerti dall’agiografia monastica che vuole essere un altro contributo alla conoscenza di alcuni santi calabresi vissuti nel rigido clima dell’ascetismo bizantino”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s…..Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Ricercando il monte Cellerano ecc….sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Sempre Biagio Cappelli, a proposito di S. Nilo scriveva pure che: Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Sempre il Cappelli continuando il suo racconto sul toponimo del Monte Cellerano, in proposito scriveva che: La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Ma giunto infine ai monasteri della regione di Mercurio (2), al rimirare quei celesti e divini personaggi, vuò dire, il gran Giovanni, il celebre Fantino e l’angelico Zaccaria con gli altri monaci etc…”. Il Rocchi (….), a p. 6, nella nota (2) postillava che: “(2) Questi monasteri sebbene stessero nella provincia di Rossano, erano dissiti assai dal capo-luogo; e se Nilo fece tutto il viaggio a piedi, vi ebbe ad impiegare parecchi giorni per arrivarvi. Essi erano nella ‘Calabria ulteriore prima’; e la regione, dice il ch. Ant. De Salvo (Metauria e Tauriana, Napoli, 1886, p. 99, nota) è fra le contrade di Sidaro e di Prato, e con esse fra le città di Gioia-Tauro, e di Palmi, sorte o aumentate dopo la prima metà del sec. X dalle ruine dell’antica Tauriana (Palmi, Seminara, e Gioia-Tauro, op. cit., dello stesso ch. autore. Palmi, 1899, pp. 1-50). E qui rendiamo pubbliche grazie al gentile scrittore per averci donate le dotte ed erudite sue opere.”. Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara), in proposito scriveva che: “…..nella zona più famosa “eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. L’agiografia della fine del secolo X ci fa sapere che questa zona era percorsa dai Santi italo-greci non meno di quella del Mercurion. Sappiamo infatti che S. Fantino, uno dei maestri di S. Nilo, con molta probabilità era di Cassano, come sostiene il Mattei-Cerasoli (8), o quanto meno nelle sue vicinanze.”. Il Russo, a p. 27, nella nota (8) postillava che: “(8) In Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, IX, 316.”Infatti, Leone Mattei-Cerasoli, nel suo saggio “S. Nicola di Nuda e S. Fantino di Cerchiara”, (in Appendice del A.S.C.L., IX, fas. 1), a p. ….., in proposito scriveva che:  “S. Fantino, chiamato quasi sempre nei documenti col nome di ‘padre nostro’ fu un monaco calabrese della fine del secolo IX, nato a Cassano e vissuto nella Calabria per sessanta anni, anche dopo avvenute le irruzioni dei Saraceni; ormai vecchio con alcuni discepoli partì per Tessalonica (Salonicco) dove morì verso la metà del secolo X. Il suo ricordo si perpetuò in due monasteri, uno a Pretoriato in Provincia di Reggio, l’altro, il suddetto presso Cerchiara. Dove questo propriamente fosse non è dato dai documenti ricavarlo, perchè i confini segnati negli atti mai accennano a vicinanze del monastero, né la toponomastica locale lo ricorda in alcun modo. Il più antico documento a suo riguardo è latino etc….”.

NEL ‘938 (sec. X), NICOLA di Rossano (in seguito detto SAN NILO il giovane), giovane patrizio di Rossano in Calabria, si reca nel monastero del “Mercurion” in Calabria per farsi monaco

Nilo da Rossano, battezzato con il nome di Nicola, è detto anche Nilo il Giovane (Rossano, 910 – Tusculum, 26 Settembre 1004), è stato monaco basiliano, eremita, abate, amanuense e fondatore dell’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Il Cappelli (…), ci ha riferito di un antichissimo Codice miniato (…),  copiato nel XI secolo dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero o Cenobio Italo-greco (basiliano) di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, e appartenuto nel XIII secolo a S. Nilo da Rossano. S. Nilo da Rossano, prima di andare a fondare l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, si fermò per alcuni anni in alcuni monasteri italo-greci del basso Cilento, come quelli di S. Nazario a Cuccaro Vetere e quello di S. Giovanni a Piro (…). La presenza di S. Nilo nella nostra zona e che egli avesse posseduto il codice (…), citato dal Cappelli (…), è attestato da alcune evidenze storiche, come ad esempio il fatto che egli sia vissuto nove anni a Gaeta, dove oggi si trova conservata una bellissima Stauroteca (…), già prima al Monastero di S. Giovanni a Piro (…). Lipinsky (…), dimostrò che la ‘Stauroteca’ di Gaeta, proveniva proprio da S. Giovanni a Piro ed è quindi probabile – come afferma il Cappelli (…), che S. Nilo da Rossano, visse e conobbe i monasteri italo-greci della nostra area. Il Cappelli (…), è stato uno dei maggiori fautori della tesi del passaggio di S. Nilo (…) da queste parti e che le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’, dovessero identificarsi proprio nelle nostre zone. Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Il commercio del X secolo è anche l’epoca che vide nascere il più illustre dei figli di Roscianum o Rossano, San Nilo, fondatore del monastero dei Basiliani di Tuscolo. La sua biografia, scritta in greco dal suo discepolo Beato Bartolomeo, anch’egli nativo della stessa città, che fu il suo secondo successore come abate del convento greco intorno a Roma, è l’unico documento che ci porta nella vita delle province meridionali. L’Italia al tempo della dominazione bizantina e delle incursioni dei Saraceni. Ha quindi un’importanza di prim’ordine per la storia, ed è per questo che mi soffermo qui ad analizzarla. Il santo apparteneva ad una delle prime famiglie greche rossanesi. Nato nel 940, ricevette al battesimo il nome di Nicola. Fin dall’infanzia mostrò molto fervore e ricevette nella sua città natale la più attenta educazione. Pur sotto il colpo di continue devastazioni da parte dei loro vicini musulmani, i Greci delle città calabresi parteciparono al movimento intellettuale e letterario di Costantinopoli; Non voglio altra prova di ciò che l’ottima grecità del libro in cui il beato Bartolomeo racconta la vita del suo maestro. Quest’ultimo avvertì presto una spiccata propensione per la vita monastica; eppure rimase per la prima volta nel mondo, sposato e nemmeno un marito fedele. Come molti altri grandi santi, ebbe il suo periodo di peregrinazioni. Ma la morte della moglie lo fece tornare in clausura all’età di trent’anni. Etc….Fu durante un periodo di pace che Nicola di Rossano decise di abbracciare la vita monastica. La città di Rossano possedeva nella sua cattedrale una famosa immagine miracolosa della Vergine, della categoria che i Greci chiamano archeiropoietoi, affermando che non erano state dipinte da mano di uomini, ma discese dal cielo stesso. Si diceva che fosse stato inviato da Costantinopoli, nel 586, dall’imperatore Maurizio. Fu davanti a questa sacra icona che Nicolas fece voto di rinunciare al mondo. Il Duomo di Rossano si vanta di possederla ancora, e continua ad essere oggetto di estrema venerazione da parte dei fedeli. Rossano possiede, inoltre, negli archivi della sua cattedrale, uno dei monumenti più preziosi e indiscutibili dell’arte bizantina nel periodo anteriore agli iconoclasti e probabilmente nel secolo di Giustiniano. Mi riferisco al manoscritto oggi noto alla scienza come ‘Codex Rossanensis’, e di cui MM. Oscar von Gebhardt e Adolf Harnack etc……..Entrare nella professione monastica non è stato facile per Nicola. Era uno dei decurioni del comune di Rossano, e come tale responsabile delle imposte sulla sua persona e sui suoi beni. L’onore del decurionato era una dura forma di schiavitù, alla quale non si poteva sfuggire, e le autorità imperiali non solo non ne lasciavano abbandonare, ma non mancavano neppure di catturare chiunque cercasse di scapparvi, anche per rivestire l’abito ecclesiastico e reintegrarlo con la forza nel suo ufficio (1). Etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “Orbene, anche tacendo di molti altri, questi religiosi prepararono il campo d’azione a Nilo da Rossano, che non fu soltanto un cenobita e un fondatore di monasteri, ma anche un illuminato organizzatore della vita monastica basiliana, la quale esercitò il maggior influsso nella bizantinizzazione del paese. E’ la sua figura che segna la seconda fase del monachesimo bizantino in Calabria, lo purifica e lo eleva in pieno secolo X. Nato verso il 909 o il 910 (19) nell’aristocratica Rossano, la città più bizantina della Calabria, Nilo, o Nicola – come si chiamava prima di farsi monaco – rivelò sin dagli anni giovanili un’intelligenza acutissima, associata al più vivo amore per lo studio. Ma ad un certo momento sente il fastidio di vivere spensierato e mondano e, abandonati gli agi, gli amori e il mondo, si ritira in una dimenticata ‘laura’ eremitica, dove lo spinge il pressante bisogno di domare le passioni per elevarsi a Dio. Non gli fu però facile porre in atto la sua vocazione, specialmente quando, deciso a lasciare la vita eremitica, pensò di tonsurarsi e di entrare in un cenobio basiliano. Egli apparteneva agli αρΧοντες della sua città, per cui, essendo nobile, non poteva monacarsi senza uno speciale consenso del governo, consenso che gli fu negato. Non solo, ma il rappresentante imperiale a Rossano minacciò il taglio della mano a chi avesse osato di tonsurarlo e la confisca dei beni al monastero che lo avesse accolto. Etc…”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (19) postillava che: “(19) Cozza-Luzi, Lettere calabresi, num. XXXIII, in “Rivista Storica Calabrese”, 1902, p. 16.”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 186-187 parlando di S. Fantino, in proposito scriveva che: “Uno dei principali meriti di S. Fantino, celebre per la sua pietà religiosa e la bontà del suo cuore, è quello di avere accolto al Mercurion, intorno al 939-40, insieme con i suoi compagni di pertinenza Giovanni ‘il grande’ e Zaccaria ‘l’angelico’, Nicola di Rossano; e, quando questi, dopo quaranta giorni, ritornava al suo monastero da quello di S. Nazario nel Cilento meridionale, dove era stato tonsurato monaco (22), di considerarlo sempre suo figlio spirituale, amarlo, confortarlo, consigliarlo, avendone riconosciuto la grandezza. Etc..”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (22) postillava che: “(22) Per i primi atti della vita ascetica di S. Nilo rimando al mio saggio ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario’ in questo volume.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 57-58 e ss., in proposito scriveva che: “Dalla conoscenza della data di morte di S. Nilo di Rossano, posta in rapporto a qualche altra notizia fornita dalla sua Vita, si può ricavare una cronologia abbastanza precisa dei principali avvenimenti della sua esistenza. Poichè il beato si spense il 26 settembre del 1004 a novantacinque anni, veniamo a poter fissare la sua nascita nel 909. Ed in conseguenza, dato che all’epoca della sua vocazione monastica contava circa trenta anni, possiamo conoscere che questo suo primo impegnativo passo venne compiuto il 939 oppure il 940…Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981……..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco.. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: “Nell’anno 906, san Luca di Corlione, monaco basiliano, ed un tal Cristoforo, abbate del cenobio di Mula, vennero nel territorio ‘Mercuriense’ presso Taurina, ed in sette anni vi fondarono un monastero (2), il quale, dal nome del territorio, prese la denominazione di ‘Mercurio o San Mercurio (b), e vi si conservava il rito greco dell’ordine di S. Benedetto, ma che ben presto poi comparisce dell’ordine di S. Basilio. In questo monastero fu ricevuto san Fantino (figliolo di Giorgio e di Brienna da Tauriana) essendo ancora giovinetto; e per le sue virtù, ne fu dopo poco tempo elevato ad abbate (1). In questo istesso monastero, che già era tenuto in grande venerazione per la dimora di questo san Fantino, di Luca suo fratello, del beato Giovanni, dell’angelico Zacheria, di san Nicodemo (2) e di altri venerandi monaci basiliani; venne pure san Nilo di Rossano, nell’anno 938, a prendere l’abito monacale, e ritirarsi così dal mondo, ritraendosi da una pratica peccaminosa con una giovine, dalla quale aveva avuto una figliuola. Etc..”. Il De Salvo, a p. 99, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Meo, Annali Critico-Diplomatici, vol. V, n.° 3, anno 906”. Il De Salvo, a p. 100, nella nota (1) postillava che: “(1)  ……………

Il De Salvo, a p. 101, nella nota (1) postillava che: “(1) Leoni, op. cit., vol. II, c. VII”. Il De Salvo, a p. 101, nella nota (2) postillava che: “(2) Fiore, Della Calabria illustrata, tom. II, p. 63”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”.

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Nicola non poteva quindi pronunciare i suoi voti in uno dei conventi dell’ordine di San Basilio che possedeva la sua città natale. Dovette recarsi al monastero di San Mercurio, vicino a Palma, sul Mar Tirreno, monastero che il secondo san Fantino diresse come egumeno. Ma anche qui si trovava sui domini imperiali, e dare l’abito a un decurione senza l’autorizzazione del governatore della provincia avrebbe significato compromettere seriamente il convento. Fantino lo inviò quindi poco lontano, ma nelle terre del principe longobardo di Salerno, a pronunciare i suoi voti nel monastero basiliano di San Nazario, presso Seminara. Etc…”Il Pontieri (….), nella nota (23), a p. 99 postillava che: “(23) F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss.”. Da Wikipedia leggiamo che secondo lo storico Lenormant, Nicola si sposò prima di intraprendere la vita da monaco, affascinato dalla bellezza di una ragazza di più umili origini; ebbe una figlia, ma il matrimonio non durò molto. Fece in modo che moglie e figlia non avessero problemi economici e quindi si ritirò nell’eparchia del Mercurion, lungo il corso del fiume Lao nei pressi dell’odierna Orsomarso (un’area ai confini fra Lucania e Calabria così detta perché nei pressi del fiume che era stato dedicato al dio pagano si erano insediati monasteri ed eremi, costituendo una vera e propria “Tebaide”.) Nel Mercurion nel periodo del X-XI sec. studiarono personalità che successivamente saranno venerate come santi, tra di esse: San Nilo, San Fantino, San Nicodemo, San Luca, San Macario, San Zaccaria e San Saba e tanti altri.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 37 e ss., in proposito scriveva che: “Uno dei momenti della vita di S. Nilo di Rossano più controversi, perchè anche uno dei più oscuri e delicati, è quello che si riferisce al suo primo affacciarsi alla disciplina monastica. E cioè quando egli viene ostacolato in questo desiderio dall’autorità civile della sua città natale ed in conseguenza deve allontanarsi dalla sua regione affinché quello che è oramai il suo insostenibile anelito possa divenire una realtà……è possibile cogliere nelle amorose pagine del biografo discepolo e concittadino (1) S. Bartolomeo di Rossano che nelle lunghe veglie monastiche ascolta, riponendole nella sua mente, le avventure del beato dalla viva voce di questi e le integra con quanto già narrano le tradizioni patrie. Nel 939-940 a Rossano, Nicola, cui tarde ed incontrollabili fonti danno il cognome Malena, subisce una profonda crisi spirituale. Questo lo porta dalla comune vita di ogni giorno, trascorsa con la moglie, detta in assai posteriori testimonianze (2) Damira, ed una bambina, tra gli agi e le occupazioni della sua decorosa condizione, al desiderio della solitudine: intesa questa da lui come madre di ogni perfezione. Così in compagnia di un monaco a nome Gregorio, che gli è guida nel viaggio, Nicola abbandona Rossano e si avvia ai cenobi già celebri per la loro fama di pietà religiosa e per il numero dei penitenti della regione del Mercurion che proprio in quel torno di tempo richiamato numerosi asceti dalla Calabria e dalla Sicilia (3). Regione questa, completamente ammantata di boschi e posta ai confini dei themi di Calabria e Lombardia (4); dei possedimenti cioè dell’impero bizantino e dei principati longobardi; del mondo orientale e di quello occientale. In termini geografici e più precisi lungo la media valle del fiume Mercure-Lao che spesso nel tempo segna la linea di confine tra le regioni contermini (5). Dopo alcuni giorni però una notizia probabilmente inaspettata, e per questo tanto più paurosa, viene a turbare la pace che già incomincia a scendere sull’anima di Nicola e la tranquillità degli igumeni Giovanni, Fantino e Zaccaria. Capi questi di alcuni cenobi vicini tra loro e siti nelle contrade Bonangelo e Mercuri sulla sinistra del Mercure-Lao e a nord dell’odierna Orsomarso, che hanno accolto con la più viva e fraterna gioia il nuovo asceta. L’imperiale rappresentante della fortezza di Rossano scrive minacciando il taglio delle mani e la confisca dei beni del monastero a quell’igumeno che osa ammettere alla vita monastica il fuggiasco (6) che abbandonando la sua città si è rifugiato nella cittadella dell’ideale ascetico bizantino. Noi probabilmente non arriveremo mai a conoscere con sicurezza la ragione di quest’ordine, perchè il biografo di S. Nilo tace completamente al riguardo. Di fronte a tale silenzio, assai probabilmente voluto, si sono fatte però varie congetture per tentare di diradare il velo che avvolge l’episodio. La prima, e forse la più seguita (7), vuole vedere nel divieto fatto dal tumarca di Rossano ai capi delle comunità monastiche, la conseguenza di una denuncia sporta dall’abbandonata moglie di Nicola. Un simile motivo troverebbe, è vero, rispondenza negli scritti di quasi tutti gli scrittori cristiani a cominciare dagli Apostoli fino a S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo, S. Gregorio Magno ed i seguito ai canonisti (8). Tutti questi infatti prescrivono come indispensabile il consenso di ambedue i coniugi per lo scioglimento del matrimonio anche quando uno solo di essi desidera darsi alla vita monastica. Ma non può invece la stessa norma essere applicata dal governatore di Rossano, che è un’autorità esclusivamente civile e che quindi questo diritto etc…”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (1) postillava che: “(1) Circa la patria di S. Bartolomeo il giovane, così si è sempre ritenuto: ma V. ora: P.F. HALKIN, S. Barthlemy de Grottaferrata. Notes critiques, in “Analecta Bollandiana”, LXI, pp. 202-13 e la risposta di G. Giovanelli, La patria di S. Bartolomeo abate di Grottaferrata, in “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata”, n.s., I (19479, pp. 242 ss.; lo stesso, Sull’autore della Vita di S. Nilo’, in “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, n.s., III, (1949), pp. 162 ss.; lo stesso “Ancora sull’autore della Vita di S. Nilo”, in Bollettino, cit., n.s., V, (1951), pp. 111 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (2) postillava che: “(2) L. De Rosis, Cenno storico della città di Rossano, etc., Napoli, 1938, p. 194 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (3) postillava che: “(3) Vita di S. Nilo Abate etc., (trad. di A. Rocchi), Roma, 1904, pp. 5-6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., (edidit etc.., I. Cozza-Luzi), Romae, 1893, pp. 14-15, 82-83; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (4) postillava che: “(4) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., p. 14.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (5) postillava che: “(5) V. in questo volume il saggio ‘Il Mercurion'”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (6) postillava che: “(6) Vita di S. Nilo Abate etc., p. 7”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (7) postillava che: “(7) G. Minasi, S. Nilo di Calabria monaco basiliano nel decimo secolo con annotazioni storiche, Napoli, 1892, p. 280”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (8) postillava che: “(8) A. Marongiu, La Famiglia nell’Italia meridionale (sec. VIII-XIII), Milano 1944, pp. 74-75: ivi bibl.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (9) postillava che: “(9) Corpus Iuris Civilis (ed. Krueger – Mommsen – Schoell, Berlin, 1895), C I. 3, 52, 15; id. id., 54, 2-3; Nov. 123, c. 35.”. Il Cappelli, a p. 40 proseguendo il racconto concludeva che: “La presecuzione e l’ordine del tumarca di Rossano mi sembrano però spiegabili, come si è accennato (14), se si suppone che Nicola appartiene al ceto dirigente della sua città: cioè alla classe dei c u r i a l e s. Essi, che hanno su di loro tutti i pesi dell’amministrazione cittadina, compreso quello assai gravoso dell’esazione delle imposte della quale sono garanti personalmente con le loro sostanze, e che sono amministratori forzati etc….”.  Il Cappelli, a p. 51, nella nota (14) postillava che: “(14) E. Pontieri, I primordi della feudalità calabrese, in “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, Napoli, 1948, p. 54 che cita: F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bzantina nell’Italia meridionale, in “Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli”, Bologna, 1931, I, p. 76″

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18). Etc…”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”.

Nel 940, il capitolo dei monaci del monastero di S. Mercurio, insieme al monaco Fantino decide e consiglia al giovane patrizio Nicola di Rossano di andare a tonsurarsi e farsi monaco nel monastero di S. Nazario nel basso Cilento

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 7-8, nel capitolo 2: “S. Nilo, per volere de’ Superiori, si porta a far la professione nel monastero di S. Nazario. Primi fervori, e sua prima profezia.”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Ma non era trascorso gran tempo dall’arrivo di lui colà, quando ecco giungere nei monasteri lettere fulminanti da parte dell’autorità prefettizia della provincia, piene di minaccie contro chi avesse osato ammettere alla professione quel chierico: chi ciò facesse ne riporterebbe senza meno il taglio della mano, e al monastero verrebbero confiscati tutti i beni. Atterriti perciò i capi dei monasteri (I), deliberarono di mandarlo in un’altra provincia, con che e quegli potrebbe indossare il santo abito religioso, ed essi si terrebbero sicuri contro le ire del prefetto (I). Pertanto l’uomo di Dio prende la risoluzione di recarsi ad un tal monastero, detto di S. Nazario (2), dove potrà mettere ad effetto secondo il suo desiderio la fatta promessa.”. Il Rocchi, a p. 7, nella nota (I) postillava: “(I) Eran questi i soprannominati Giovanni, Zaccaria e Fantino; ma Nilo dimorava presso quest’ultimo.”. Dunque, il trentenne Nicola di Rossano si era recato presso il monastero retto da S. Fantino. A questo proposito, il Rocchi, a p. 6, nella nota (2) postillava che: “(2) Questi monasteri sebbene stessero nella provincia di Rossano, erano dissiti assai dal capo-luogo; e se Nilo fece tutto il viaggio a piedi, vi ebbe ad impiegare parecchi giorni per arrivarvi. Essi erano nella ‘Calabria ulteriore prima’; e la regione, dice il ch. Ant. De Salvo (Metauria e Tauriana, Napoli, 1886, p. 99, nota) è fra le contrade di Sidaro e di Prato, e con esse fra le città di Gioia-Tauro, e di Palmi, sorte o aumentate dopo la prima metà del sec. X dalle ruine dell’antica Tauriana (Palmi, Seminara, e Gioia-Tauro, op. cit., dello stesso ch. autore. Palmi, 1899, pp. 1-50). E qui rendiamo pubbliche grazie al gentile scrittore per averci donate le dotte ed erudite sue opere.”. Il Rocchi, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “(2) Il sig. De Salvo, accennato a cotesto incidente occorso a S. Nilo, così lo sviluppa: “Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestir l’abito monacale in un luogo che era fuori del dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di ‘Nazzario’, detto poi di S. Filareto (Fiore, Calabria illustrata, p. 371; Di Meo, Anno critico-diplomatico, vol. VI, an. 1070) che trovasi distante un miglio da Seminara ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno” (Metaura e Tauriana cit., p. 102). Infatti il Sinissario Greco direbbe: “Si fece monaco nelle parti dipendenti dai principi, nel monastero del gran martire S. Nazario”. Riguardo il sig. De Salvo, il Rocchi si riferiva a Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg.”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Si tratta di un lavoro del padre Germano Giovanelli (….). Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: “Nel ‘Bios’ di S. Nilo (909-26 settembre 1004), infatti, (231) l’agiografo riporta un brano delle “lettere fulmianti” del governatore di tutta la regione” (Rossano), agl’igumeni di Mercurion su “chiunque avesse osato impor la mano (tonsurare) quel chierico (Nicola da Rossano) gli sarebbe stata tagliata la mano e il suo monastero sarebbe passato al fisco”. Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica ‘chora’ di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da quelli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.. Ebner, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) Bios, I, 4. Nel 939-940 Nicola da Rossano giunse nell’eparchia monastica del Mercurion (Valle del Lao) e di là a S. Nazario (Bios, I, 5). Cfr. pure Historia et Laudes cit., cit., 14, 29,401 e Bios, di S. Nilo cit., p. 128 ssg. (ed. padre Giovanelli). Il Lenormant (cit., I, p. 315) ricorda che Nicola era uno dei decurioni della città di Rossano e perciò responsabile delle imposte sulla sua persona e beni. Il Lenormant (p. 316) fa indossare l’abito monastico a S. Nilo “nel monastero basiliano di S. Nazario vicino a Seminara” (ma cfr. il Gay cit.). Etc..”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Per la biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a pp. 66, nella nota (233) postilla che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”.  Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 67, nella nota (235) postillava che: “(235) Per il vivente toponimo “Santo Fantino”, ampio oliveto a sud-ovest dell’odierno abitato di Santa Barbara”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che In conseguenza Nilo dovette rinunziare al desiderio di monacarsi nei monasteri della regione di Mercurio e passare nel limitrofo territorio del principato di Salerno, dirigendosi al monastero di S. Nazario, ove ricevette l’abito sospirato (20). Etc…”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Sul monastero di S. Nazario cfr. Cappelli, S. Nilo e il cenobio di S. Nazario, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, pp. 35-53.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18).”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Ma il Pretore della provincia, essendo venuto in conoscenza di ciò, perchè Nilo era stato da questa donna accusato per averla abbandonata, mandò lettera a questo monastero, inibendo ai monaci di vestire Nilo del loro abito, con la minaccia di far troncare le mani a chi avrebbe osato trasgredire il suo ordie, e di aggiudicare al fisco il monastero medesimo. Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestire l’abito monacale in un luogo, che era fuori dal dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di San Nazzario, detto poi di ‘San Filareto’ (1), che trovavasi distante un miglio da Seminara, ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno. Etc…”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”.

Nel 940, il viaggio di Nicola di Rossano, dal monastero del Mercurion in Calabria, insieme ad altri compagni suoi paesani, per recarsi al monastero di S. Nazario nel Cilento per essere fatto monaco

Sul viaggio che Nicola di Rossano, prima di essere tonsurato e fatto monaco intraprese per recarsi al monastero di S. Nazario, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. Etc…”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre.  Dunque, il Lenormant (….), sebbene fosse il primo a segnalare la vicenda di S. Nilo, scrisse che il monastero di S. Nazario, dove il suo bios diceva si fosse recato per tonsurarsi e farsi monaco, lo ubicava presso Palmi o Seminara. L’esatta ubicazione del monastero di S. Nazario è stata la “vessata questio” di moltissimi storici. Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200 proseguendo nel suo racconto sul viaggio che Nicola da Rossano intraprese per recarsi dal monastero del Mercurion al monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) Bios, I, 4. Nel 939-940 Nicola da Rossano giunse nell’eparchia monastica del Mercurion (Valle del Lao) e di là a S. Nazario (Bios, I, 5). Cfr.pre Historia et Laudes cit., cit., 14, 29,401 e Bios, di S. Nilo cit., p. 128 ssg. (ed. padre Giovanelli)……Padre Giovanelli riporta a p. 137 la ricostruzione dell’itinerario Mercurio-Lao e passando per Papasidero, giunse alla spiaggia di Scalea. Da qui, costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. Lasciando poi il mare a alla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro la Bruca e infine il monastero di S. Nazario. Cfr. Cappelli cit., p. 44 sg.”. Pietro Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Si tratta di un lavoro del padre Germano Giovanelli (….). Ebner, a pp. 66, nella nota (233) postilla che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 67 e ss., in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), e cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera. Il periodo coincide con la nota esplosione demografica che indusse sovrani, chiese e nobili a concedere terre da dissodare etc…”. Ebner, a pp. 67, nella nota (236) postilla che: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato v. Bios, I, 6.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. Etc…”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di fare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che verosimilmente il nuovo asceta Nicola, in compagnia di qualche monaco esperto dei luoghi, ha percorso dal Mercurion al cenobio di S. Nazario. Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praja Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo avere con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro a Levante e Trecchina e Rivello a ponente, anche per rinfrancarsi del faticoso cammino in qualcuna delle tante laure monastiche che sono ivi documentate e ricordate dall’odierna toponomastica, il viaggiatore muta la sua direttrice di marcia. Volge cioè a ponente per raggiungere lungo qualche inpervio e dirupato sentiero corente tra il terreno fortemente accidentato, l’ambio e luminoso golfo di Policastro. Solo ammettendo un itinerario di questo genere si può spiegare un particolare del racconto del suo biografo. E cioè che Nicola quasi soltanto al termine del suo viaggio (32) arriva in vista del mare. Che avrebbe invece sempre costeggiato fin dalla sua partenza dal Mercurion, e cioè dalle foci del Mercure-Lao, se avesse seguito fin da principio la via più agevole e breve del litorale. Ma ora risalendo in direzione nord, forse sui resti della romana via Traiana, il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), avviene per Nicola l’incontro che egli ha cercato fino ad ora di evitare. Così mentre alla sua sinistra appare il mare ed un tratto di spiaggia coperto da piccole navi tirate a secco, dall’altro lato trova un pacifico gruppo di marinai Musulmani (34) che riposano tra gli alberi ed i cespugli del terrazzamento costiero. Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico del Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., passim e specialmente p. 92; quelli del monte Raparo e del Volture, tra altri, dal Bios di S. Vitale, in A.A. S.S. mensis martii, II, (19 mart.). V. anche in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del mercurion e di Latinianon e la riforma studitiana’.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (29) postillava che: “(29) Vita di S. Nilo, op. cit., p. 38”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (30) postillava che: “(30) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 42”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (32) postillava che: “(32) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 8-9”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. 8, in proposito scriveva che: “Pertanto l’uomo di Dio prende la risoluzione di recarsi ad un tal monastero, detto di S. Nazario (2), dove potrà mettere ad effetto secondo il suo desiderio la fatta promessa.”. Il Rocchi, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “(2) Il sig. De Salvo, accennato a cotesto incidente occorso a S. Nilo, così lo sviluppa: “Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestir l’abito monacale in un luogo che era fuori del dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di ‘Nazzario’, detto poi di S. Filareto (Fiore, Calabria illustrata, p. 371; Di Meo, Anno critico-diplomatico, vol. VI, an. 1070) che trovasi distante un miglio da Seminara ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno” (Metaura e Tauriana cit., p. 102). Infatti il Sinissario Greco direbbe: “Si fece monaco nelle parti dipendenti dai principi, nel monastero del gran martire S. Nazario”. Riguardo il citato De Salvo (….), il Rocchi si riferiva a Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Ma il Pretore della provincia, essendo venuto in conoscenza di ciò, perchè Nilo era stato da questa donna accusato per averla abbandonata, mandò lettera a questo monastero, inibendo ai monaci di vestire Nilo del loro abito, con la minaccia di far troncare le mani a chi avrebbe osato trasgredire il suo ordie, e di aggiudicare al fisco il monastero medesimo. Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestire l’abito monacale in un luogo, che era fuori dal dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di San Nazzario, detto poi di ‘San Filareto’ (1), che trovavasi distante un miglio da Seminara, ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno. Nilo giunto in questo monastero, in cui osservavasi parimenti l’ordine di S. Basilio, dall’egumeno gli fu dato l’abito dell’ordine; ed egli trovavasi allora nel trentesimo anno di sua vita. Etc…”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovanelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovanelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovanelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Giovanelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).“. Il Giovanelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovanelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovanelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovanelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto disserta sul “viaggio e la meta del nuovo Asceta” e scrive sulla migrazione ascetica anche del Lagonegrese, di cui ho parlato in un altro mio saggio, a pp. 42-43, ed in proposito scriveva pure che: “La corrente migratoria ascetica etc….La prima va verso levante nella regione di Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Volture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste Joniche; la seconda avanza settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè siano posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a questa montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno. Così unicamente a questa regione va riferita l’espressione “parti di sopra” usata dal biografo di S. Nilo in rapporto in rapporto alla posizione geografica del Mercurion che con queste parti appare in diretti e frequenti contatti. Come lo prova il fatto che da esse vengono spesso dei monaci nei cenobi del Mercurion (29); e tra questi quel fratello valente nel canto che forse già il beato Nilo aveva conosciuto ed apprezzato durante la sua permanenza a S. Nazario. E come lo prova l’altro dato che verso le stesse parti si avvia nel suo turbamento di spirito il beato Fantino quando, per timore dei mali che egli prevede avverranno, abbandona il cenobio mercuriense di cui è capo (30).”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico del Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., passim e specialmente p. 92; quelli del monte Raparo e del Volture, tra altri, dal Bios di S. Vitale, in A.A. S.S. mensis martii, II, (19 mart.). V. ance in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del mercurion e di Latinianon e la riforma studitiana’.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (29) postillava che: “(29) Vita di S. Nilo, op. cit., p. 38”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (30) postillava che: “(30) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 42”.

Nel 940, Nicola di Rossano,  nel viaggio che compie per ragiungere il monastero di S. Nazario incontra un Arabo che lo rifocilla

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Mentre se ne andava, seguendo da solo a piedi la riva del mare, vide, con suo grande sgomento, un arabo emergere dal sottobosco, seguito da parecchi negri; era l’equipaggio di una barca che si era fermata nel vuoto. L’arabo chiese al viaggiatore dove stesse andando, gli disse che era molto sciocco a rinunciare al mondo prima di aver raggiunto la vecchiaia, e infine, non avendo potuto scuotere la sua decisione, gli diede disposizioni per continuare il suo viaggio. Questo caritatevole musulmano era un commerciante onesto, che mise in pratica una delle opere di misericordia ordinate dal Corano. Ma i Calabresi allora consideravano tutto Sarrazin tanto un demone incarnato, che il nostro santo vedeva un miracolo nell’assistenza che aveva ricevuto da lui. Etc…”. Il Pontieri (….), nella nota (23), a p. 99 postillava che: “(23) F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) L’arabo, continua il Lenormant (gli elargì delle provvigioni per continuare la via. Questo caritatevole musulmano era un onesto mercante che poneva in pratica una delle opere di misericordia ordinate dal Corano”.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Ma ora risalendo in direzione nord, forse sui resti della romana via Traiana, il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), avviene per Nicola l’incontro che egli ha cercato fino ad ora di evitare. Così mentre alla sua sinistra appare il mare ed un tratto di spiaggia coperto da piccole navi tirate a secco, dall’altro lato trova un pacifico gruppo di marinai Musulmani (34) che riposano tra gli alberi ed i cespugli del terrazzamento costiero. Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. Etc…”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (33) postillava che: “(33) Cfr., Carlo Pesce, Storia della Città di Lagonegro, Napoli, 1914, pp. 189-90”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (34) postillava che: “(34) Vita di S. Nilo, etc., p. 9”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 193, in proposito scriveva che: “…..massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197 postillava che: “(40) P. Zancani- Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Arc. Stor. per la Calabria e la Lucania”, XVIII, (1949), pp. 15 s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 189”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio citato saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Riguardo il testo di Carlo Pesce (….), “Storia della città di Lagonegro”, a p. 189, in proposito scriveva che: “…………….

Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, pubblicato nel 1966 (nuova ediz. del 73), non dice nulla sull’episodio raccontato nel Bios del santo.  Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Stava Nilo infatti per toccare la meta del viaggio; e già con inni, salmi e affettuose preghiere tutto assorto in Dio, prossimo alla spiaggia era per godere della vista del mare, quando ecco d’improvviso saltar fuori dalla boscaglia un barbaro, il quale, come già la vipera fece a Paolo, afferrato per la mano lo trascinò seco fuori strada. Nè ha fatti molti passi che s’incontra a man destra in una turba di Saraceni, sdraiati all’ombra degli alberi, che alle nere faccie, agli occhi torbidi, ai truci sguardi rassomigliavano tanti demonii. Dall’altra parte vedevasi gran numero di navi tratte all’asciutto, che naturalmente aspettavano vento favorevole per rimettersi in mare. Alla vista di quegli orribili ceffi, di quelle strane fogge di vestire, il beato Nilo pure non si commosse menomamente, nè mutò aspetto, o si mostrò imbarazzato nel parlare ma tranquillo recandosi la mano al petto armavasi col segno della croce (I), e franco ed animoso rispondeva alle domande che gli facevano. Evidentemente quel Dio che tutto governa teneva quasi per incanto tutti immobili e come a dire imbrigliati quei barbari al loro posto, mentre intanto quegli che lo aveva preso per mano lo veniva interrogando: Chi egli si fosse ? donde venisse ? dove andasse ? – Ma, in quella che Nilo lo veniva soddisfacendo punto per punto di sua patria e condizione ed anche sullo scopo del viaggio, il barbaro stava assorto ammirando quel fiore di giovinezza (che non avea pertanto ompito i trent’anni)(2), e l’eleganza del vestiario, usando egli tuttavia gli abiti da secolare, e molto più restava sorpreso della profonda intelligenza che ne traspariva dalle risposte per cui se gli fece a dire: “Ma a che andarti a intisichire colà dentro e metterti al travaglio dei frati, ancora così giovane ? Quando mai, già vicino a invecchiare, allorchè non sarai più al caso di far del male, allora si potresti andar da loro, se proprio volessi assoggettarti a codesto martirio”. Al che il giudizioso Nilo rispose: “Eh ! mio caro, Dio non ci vuol santi per forza, vale a dire, quando noi non potremmo più esser cattivi; nè un vecchio può dare tanto piacere a Dio, come neppure a te gradirebbe un genero impotente, nè a un re un soldato vigliacco. Ed io per questo voglio adesso servire a Dio nella mia gioventù, per essere poi da lui glorificato nella vecchiaia”. Questa risposta finì con destare a venerazione  verso la virtù di un tant’uomo l’animo dell’infedele Saraceno: se pure non fu ciò piuttosto un tratto di provvidenza divina; perocchè quegli all’istante mutato nel cuore lo lasciò andar libero, anzi gl’insegnò anche la via che gli rimanea a percorrere: e senza dargli più noia nè con fatti nè con parola, gli fece tanti auguri, esortandolo caldamente alla virtù. Separatosi l’uno dall’altro, ciascuno per la sua via, il Signore volle bentosto far conoscere al suo Servo che la sua provvidenza lo aveva fin là difeso; essa era stata il suo presidio, e lo aveva preservato, quasi dentro un ardente fornace o in una fossa coi leoni o in mezzo a serpenti e scorpioni, contro tutta la potenza dell’inimico. Affinchè dunque conoscesse anch’egli la debolezza della natura e l’unsufficienza delle forze dell’uomo, gli sottrasse alcun poco il consueto suo aiuto. E di presente un panico con un forte tremore lo assale; egli rabbrividisce pensando all’incorso pericolo ed i nquanti e quali lacci fosse incorso. Ora lo sgomento fu tale e siffatto che,  non potendo più muover passo nè procedere oltre, tutto sbigottito si volgeva e rivolgeva indietro, aspettandosi da un momento all’altro che un colpo di spada a tradimento, come soglion fare quei barbari, lo finisse. In questo il Saraceno che si era avveduto che Nilo non avea seco neppure un pane, nonchè borsa di danaro, nonchè pure un gocciol di vino, tolti seco dei pani raffermi, ma pure assai mondi, si diè a corrergli dietro gridando: fratello, fratello; perchè si fermasse. Ma queste voci non servivano che ad accrescere il timore al povero giovane e ridurlo alle strette, sicuro ormai di ricevere quel già seco andava imaginando. Intanto raggiuntolo il Saraceno e vedendolo così spaventato e tutto pallido in volto che sembrava un cadavere, lo cominciò a sgridare e rimproverargli codesta sua codardia, e soggiunse: “Vedi, a noi rincresce di non avere nulla di meglio da offrire alla tua onorata persona, e tu all’incontro pensi così male di noi! Prendi questo piccolo soccorso che Dio ti manda, e prosegui in pace il tuo cammino”.

Nel 940, Nicola di Rossano e l’antico cenobio basiliano, poi monastero di S. Nazario, che l’Antonini vuole essere stato fondato dal monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa 

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre.  Dunque, il Lenormant (….), sebbene fosse il primo a segnalare la vicenda di S. Nilo, scrisse che il monastero di S. Nazario, dove il suo bios diceva si fosse recato per tonsurarsi e farsi monaco, lo ubicava presso Palmi o Seminara. L’esatta ubicazione del monastero di S. Nazario è stata la “vessata questio” di moltissimi storici. Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200 proseguendo nel suo racconto sul viaggio che Nicola da Rossano intraprese per recarsi dal monastero del Mercurion al monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “L’Antonini (I, p. 336) …..A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico. A Laurito vi è tuttora la chiesa di S. Filippo d’Agira con pregevoli affreschi. Nel territorio di Laurino vi era la chiesa S. Maria di Vita, grancia del monastero di S. Pietro al Tomusso di Montesano, il quale possedeva a Sanza la chiesa di S. Maria di Siripi. A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, mentre a Policastro vi era certamente anche quella di S. Matteo. Etc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. etc…etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 334, secondo il Di Stefano, nella nota (1) postillava che: l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV., che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 385-386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) etc…”. Dunque, è in questo passaggio che l’Antonini parlando del chronicon di S. Mercurio e del monastero di S. Mercurio scriveva pure del passaggio di S. Nilo. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Sul viaggio di Nicola di Rossano e sul cenobio di S. Nazario, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18). Non tenendo conto di tutti i dati che è possibile ricavare dalla biografia del beato, e dalla geografia storica, buona parte degli scrittori che in un modo o nell’altro si sono occupati dell’argomento, identificano il cenobio di S. Nazario con quello di San Filarete posto nei dintorni di Seminara. Solo qualcuno lo ubica in modo diverso e si incomincia a pensare che esso deve ricercarsi ai confini della Calabria settentrionale e della Basilicata (19). In seguito poi mentre si avvertono i molti toponimi greco-bizantini della regione del Cilento meridionale (20), si ritiene che il cenobio di S. Nazario dovrebbe ritrovarsi quivi (21), e, più precisamente nei pressi di monte Bulgheria (22). La chiara espressione usata dal biografo di S. Nilo che situa il cenobio di S. Nazario fuori della provincia di Calabria e l’altra che traspare dal racconto dello stesso autore che questo asceterio pone in un luogo relativamente non distante dalla eparchia del Mercure-Lao. Cioè nel thema di Longobardia, che in parte dal corso di questo fiume è separato dalla Calabria. A questo punto però sorge un’altra questione. Il thema di Longobardia, ovvero la provincia istituita da Basilio il Macedone (867-886), riorganizzando i suoi possedimenti d’Italia e così detta perchè le istituzioni longobarde vi sono assai forti, è vastissimo. Infatti esso comprende la Terra d’Otranto, la Lucania meridionale e parte della puglia con confini incertissimi a ponente ed a settentrione per gli sconfinamenti dei Longobardi di Salerno e di Benevento; i quali due principati, inoltre, così come quello di Capua, sono sempre nominalmente considerati facenti parte dell’Impero bizantino e quindi rientranti nel thema stesso (24). Dato dunque tutto ciò bisognerebe ricercare il cenobio di S. Nazario per tutta la varia ed ampia zona. Per fortuna però viene ora in aiuto un altro importante documento che, per quanto del secolo XIV e quindi alquanto più tardi dell’epoca in cui è redatta la Vita di S. Nilo, ha sempre un grande valore. Il codice B.B. II della badia greca di Grottaferrata, riportando quanto si riferisce alla memoria del grande santo di Rossano, contiene infatti tra l’altro anche un συναςαριον (Sinissarion) che si recita durante la sua festa. A questo testo prezioso in due passi specifica che il santo è iniziato alla vita ascetica nel predetto cenobio “del santo grande martire Nazario” che si trova precisamente “nelle regioni dei Principi” (25). La notizia taglia corto ad ogni altra supposizione  e limita quindi la ricerca alle regioni dominate dai principi longobardi, ed anzi per essere più vicina ed ai confini del Mercurion e quindi della Calabria, alla zona che costituisce il principato di Salerno. Tutto ciò è a sua volta avvalorato dalle notizie che si hanno della diffusione del monachesimo bizantino nel mezzogiorno d’Italia e degli stessi indizi che la biografia niliana ci fornisce.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (19) postillava che: “(19) G. Minasi, S. Nilo di Calabria etc., cit., pp. 282 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (20) postillava che: “(20) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, II, p. 102.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (21) postillava che: “(21) I. Gay, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino etc., (trad. it.), Firenze, 1917, p. 253; E. Pontieri, op. cit., p. 54”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Caffi, Santi e guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze, (1929), p. 295.”. Andrea Caffi (…), nel 1929 aveva curato per l’editore Vallecchi di Firenze un’appendice al volume di P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, dal titolo Santi e guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 7-8; 12.”Il Cappelli, a p. 52, nella nota (24) postillava che: “(24) G. Salvioli, op. cit., p. 72; A. Caffi, op. cit., p. 279”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (25) postillava che: “(25) Codex Cryptensis, B. B. II, f. 175. Questa parte del testo è edita da S. Gassisi, I manoscritti autografi di S. Nilo juniore fondatore del Monastero di S. M. di Grottaferrata, Roma, 1905, p. 23 n.”. Il testo del Gassisi (…) è stato pubblicato sulla rivista “Oriens Christianus”, 1904, vol. 4, fasc. 2, pp. 308-370. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto disserta sul “viaggio e la meta del nuovo Asceta” e scrive sulla migrazione ascetica anche del Lagonegrese, di cui ho parlato in un altro mio saggio, a pp. 42-43, ed in proposito scriveva pure che: “…..l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno. Così unicamente a questa regione va riferita l’espressione “parti di sopra” usata dal biografo di S. Nilo in rapporto in rapporto alla posizione geografica del Mercurion che con queste parti appare in diretti e frequenti contatti. Etc…”.

Vincenzo Saletta (….), a pp. 71-72-73, nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di agiografia bizantina” (estratto dal “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata” vol. XIV-XV, 1960-61), dove in proposito scriveva che: “Così pure il Cappelli, dopo avere stabilito un’immediata vicinanza tra il Monte Mula e il Mercurio e tra questi ed il monastero di S. Nazario, pose quest’ultimo in una imprecisata località del Cilento, etc…” e, poi a p. 73, dopo aver elencato altri (come vedremo) che ubicavano il monastero di S. Nazario nel basso Cilento scriveva pure che: “A parte ogni altra considerazione polemica, lo scrittore non avrebbe dovuto ignorare che questo suo monastero non è stato citato in nessuna fonte e in nessuna elencazione. Ci fu sì in quelle località un monastero di S. Nazario, ma esso fu costruito soltanto nel 1039 dal prete e monaco Nantaro, che ne fece priore il nipote Giovanni (39).”. Il Saletta (….), a p. 73, nella nota (39) postillava che:  “(39) Si tratta di un monastero costruito l’anno 1039 in contrada Piperuzzo, di cui dà notizie il Di Meo, op. cit.,, Tomo V, N. 7, ano 1086.”. Il Saletta si riferiva al testo di Alessandro Di Meo (….), “Annali della mezzana età”,  vol. VIII, anno 1086, n. 7, in proposito scriveva che: “Pietro Diacono ancora scrive che questo Conte Giovanni Aden……veniens ad hoc Monasterium ferri sel jussit, ……… diede all’Abbate il ‘Castel Cardaro’, e si prese in Venafro la Chiesa di San Benedetto Pizzolo, S. Maria in Sala, S. Nazario di Piperozzi e S. Benedetto dentro la stessa Città. Etc..”. Ancora sul monastero di S. Nazario, Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”.  Il Di Meo, nel suo “Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc..”, vol. VIII, a p. 95 e ssg., per l’anno 1070, n° 2, ci parla di S. Filareto e scriveva che: “2. Morì verso quest’anno S. Filareto, Monaco Basiliano di ‘Aulinas’, o ‘Salinas’, poscia S. Elia in Calabria. Appresso i Bollandisti a 6. dell’Aprile se ne legge la Vita, scritta infelicemente a modo di panegirico da ‘Nilo’ monaco contemporaneo. Nacque il Santo in Sicilia etc…”. Sempre il Di Meo, a p. 96, in proposito scriveva al punto 4: “4. Scrive il Ciarlanti, che in quest’anno Giovanni d’Isernia donò a M. Cassino il Monistero di etc….e che Marino conte di Venafro donò a M. Casino le Chiese di ‘S. Nazzario’ di Piperozzo’, S. Pietro di Sesto, S. Barbato di Ravenola e S. Martino di Forca. Se voleva esser creduto, avrebbe apportato i documenti.”.  Dunque, il Di Meo, sulla scorta del Ciarlanti (….), scrive che nel 1086, il conte di Venafro, Marino, donò all’Abbazia di Montecassino la chiesa di “S. Nazario di Piperozzo”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizione del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi pasato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575 parlando del casale di S. Nazarioin proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), etc…Sia dell’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XIV secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio )(8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente per il diffondersi dell’istituto della commenda. Etc…”. 

Nel 940, il giovane patrizio Nicola di Rossano, da Rossano in Calabria, dopo un lungo viaggio arriva nel monastero di S. Nazario, nel basso Cilento, viene tonsurato e fatto monaco

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente giunto al convento di San Nazario, vi prese l’abito e adottò entrando in religione, in onore del grande discepolo di san Giovanni Crisostomo, monaco del Sinai dopo essere stato prefetto di Costantinopoli, il nome di Nilo, sotto il quale egli stesso è iscritto nel catalogo dei santi. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico.”Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg.”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 12 e ssg., in proposito scriveva che: “Con questi sentimenti aveva ormai compito il restante del viaggio,  già si appressava al monastero, che di sopra dicemmo, quando gli si fa innanzi sotto forma di cavaliere l’inimico dei giusti, che così gli dice: “Dove vai, o chierico ? Forse a cotesto convento per farti frate ? Ma perchè illuderti così balordamente ? Non sarebbe assai meglio salvarti l’anima etc….”……Così facendo entrò tutto lieto in quel santo monastero. Or ivi giunto, prostratosi dinanzi l’Abate e gli altri fratelli, gli scongiurò a porgere per lui preghiere al Signore: i quali di ricambio lo accolsero con ogni riguardo come fosse un figlio e un diletto lor confratello. Che anzi vedendolo spossato dal viaggio, gli vollero di presente usare ogni maggior carità, e gli presentarono del pane e del pesce ed anche del vino ed ogni altro ristoro (I)…..Così appena rifocillatosi, espone all’Abate quanto gli accade, ed il motivo della sua venuta, supplicandolo che lo vesta dell’abito monastico; a patto sì veramente che non si tratterebbe in monastero più di quaranta giorni: passati i quali,, pregava che con suo beneplacito e benedizione gli fosse permesso di tornare a què santi suoi padri, cui dapprima si era affigliato, e dai quali aveva avuto il preliminare indirizzo nelle cose dell’anima. L’Abate ciò nonostante dentro di sè faceva pensiero, non appena ‘consecratolo’  colla professione (I), di costituirlo superiore in un altro suo monastero. Un tal discorso parve al sant’uomo, come appena l’ebbe udito, oltremodo gravoso e men conveniente all’esser suo; sicchè di presente promise a Dio che d’allora innanzi non accetterebbe mai dignità di sorta, quando pure si volesse crearlo patriarca (2). Per lui sarebbe più che bastante piacere a Dio nello stato di semplice monaco, etc….(p. 14) Ora per tutti i quaranta giorni che dimorò nel monastero del gran martire S. Nazario, dove appunto si vestì monaco, egli non gustò nè pane etc…”.  

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Situo così il monastero negli immediati pressi o sullo stesso luogo dell’odierno villaggio di S. Nazario che evidentemente deve le sue origini al cenobio bizantino del quale ora, solo, conserva la memoria, ma assai alterata, nella chiesa costruita di recente, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia Sanseverino (39), così anche al tempo di Nicola è fondato su terre dipendenti dallo stesso castello, al quale quasi sicuramente appartiene come governatore quel “piccolo despota detto in quei luoghi c o n t e” (40) umiliato dall’asceta. Particolare questo che ci conferma ancora una volta come l’asceterio di S. Nazario si trova in territorio longobardo. Perchè se pure il titolo di c o n t e non è ignoto all’amministrazione bizantina (41), nel caso attuale lo spirito dell’espressione del biografo di S. Nilo allude a paesi ed istituzioni diversi da quelli imperiali. Per cui in essa possiamo vedere una delle prime fasi attraverso le quali i funzionari longobardi si allontanano a poco a poco dall’autorità centrale dalla quale dipendono per usurpare titoli e diritti signorili. Germi cioè del feudalesimo che nel mezzogiorno d’Italia appariscono appunto primamente nei territori dei principi longobardi (42). Senza contare che proprio nel Cilento appariscono nel primo decennio della seconda metà del sec. X dei piccoli feudatari di nomina sovrana. Quali Guaimario e Landenolfo creati dal cugino Gisulfo I Principe di Salerno, rispettivamente c o n t i di Marsico e Laurino dove poi nel 971 succede Landolfo (43). La permanenza di Nicola al cenobio di S. Nazario è di grande importanza per la sua formazione spirituale. In questo asceterio, infatti, chiuso tra la varia vegetazione di una verde valletta frequente di acque quasi in un mondo a sè, tra le alture incobenti, si manifestano già i primi segni ed i motivi essenziali che caratterizzeranno poi sempre la sua lunga esistenza. L’illuminazione religiosa attuatasi in lui ad un tratto e che lo sospinge ai cenobi del Mercurion prima e quindi a quello di S. Nazario, lo porta ad un altissimo desiderio di perfezione. E consistendo questo in un supremo atto di volontà che, influenzato dalla grazia, aspra di continuuo al progresso dello spirito, il quale si ottine soltanto assoggettando la materia, Nicola sa immediatamente dimenticare la vita di agi goduta sino a pochissimo tempo prima nella sua città. Per modo che appena giunto, stanchissimo, rifiutando ogni conforto offertogli di vino e di cibo, si vota ad inumani esercizi e pratiche di ascetismo; i quali, per tutta la sua permanenza, da un lato lo portano ad alimentarsi in modo appena sufficiente con verdura cruda e frutta, dall’altro gli fanno trascorrere insonni le notti nella preghiera vocale alternata al canto dei salmi: solo interrotti questo e quella da molte e frequenti genuflessioni.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolfhs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (38) postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione, P. N. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385. L’autore però erra nel dire che il cenobio di S. Nazario è una probabile fondazione benedettina.”. L’autore non è Baumund ma è Backmund Norbert (….), autore del testo “Monasticon Praemonstratense: id est historia circariarum atque canoniarum candidi et canonici ordinis Praemonstratensis”, I-III, Straubing 1952-1960 (I, Berlin 19832). Infatti, Norbert Backmund (….) ci parla del monastero e Abbazia di S. Pietro di Licusati, scrivendo la voce “Camerota”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (39) postillava che: “(39) Carta del 21 settembre 1459 rilasciata da Alfonso d’Aragona a Francesco San Severino, trascritta in “Raccolta di documenti di varia età per la storia di Mormanno”, ms. conservato dall’avv. G. La Greca di Mormanno, I, fol. 4f-4v.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (40) postillava che: “(40) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 17”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (41) postillava che: “(41)B. Cappelli, Note su un sigillo diplomatico bizantino, in “Arch. Stor. per la Cal. e la Luc.”, XV (1946), pp. 141 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (42) postillava che: “(42) A. Rinaldi, Dei primi feudi nell’Italia meridionale, Napoli, 1886, pp. 111-12; G. Salvioli, op. cit., p. 70; E. Pontieri, op. cit., pp. 75-76”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (43) postillava che: “(43) P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770 ss., II, pp. 83-84; I. Gay, op. cit., pp. 220, 318 dove però erroneamente è segnata Lauria invece di Laurino; M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, p. 118”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: La permanenza di Nicola al cenobio di S. Nazario è di grande importanza per la sua formazione spirituale. In questo asceterio, infatti, chiuso tra la varia vegetazione di una verde valletta frequente di acque quasi in un mondo a sè, tra le alture incobenti, si manifestano già i primi segni ed i motivi essenziali che caratterizzeranno poi sempre la sua lunga esistenza. L’illuminazione religiosa attuatasi in lui ad un tratto e che lo sospinge ai cenobi del Mercurion prima e quindi a quello di S. Nazario, lo porta ad un altissimo desiderio di perfezione. E consistendo questo in un supremo atto di volontà che, influenzato dalla grazia, aspra di continuo al progresso dello spirito, il quale si ottine soltanto assoggettando la materia, Nicola sa immediatamente dimenticare la vita di agi goduta sino a pochissimo tempo prima nella sua città. Per modo che appena giunto, stanchissimo, rifiutando ogni conforto offertogli di vino e di cibo, si vota ad inumani esercizi e pratiche di ascetismo; i quali, per tutta la sua permanenza, da un lato lo portano ad alimentarsi in modo appena sufficiente con verdura cruda e frutta, dall’altro gli fanno trascorrere insonni le notti nella preghiera vocale alternata al canto dei salmi: solo interrotti questo e quella da molte e frequenti genuflessioni.”. Sempre sul primo periodo di permanenza di S. Nilo nel basso Cilento, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “La cultura di S. Nilo”, a pp. 139-140 e ss., in proposito scriveva che: “E se appena giunto ai monasteri del Mercurion allieta l’anima dei monaci per la dolcezza e l’arte con cui legge i libri sacri, in appresso continua ad esercitare la sua voce nella solitudine dell’eremo di S. Michele e nei suoi vari cenobi. Non solo, ma predilegendo tra i monaci coloro che hanno disposizione al canto, come quel religioso conosciuto ed apprezzato nel monastero di S. Nazario, diventa anche il paziente maestro dei suoi fratelli in questa arte…..Questo primo “kondakion” è dettato in onore di S. Nilo Sinaita ed appartiene con certezza quasi assoluta a quei giorni del 939 o 940 in cui, ospite al monastero di S. Nazario nel Cilento, Nicola è stato già tonsurato monaco e quindi, a scopo propriziatorio, esalta il santo del quale ora porta il nome. Esso si compone di 93 versi raggruppati in sette strofe: in un numero quindi minore di quello canonico.”Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 7-8, nel capitolo 2: “S. Nilo, per volere de’ Superiori, si porta a far la professione nel monastero di S. Nazario. Primi fervori, e sua prima profezia.”, a pp. 14-15-16, in proposito scriveva che: “Ora per tutti i quaranta giorni che dimorò nel monastero del gran martire S. Nazario, dove appunto si vestì monaco, egli non gustò nè pane, nè vino, nè vivanda cotta al fuoco, ma viveva di sola frutta campestri e di erbaggi. Ed in ciò naturalmente ebbe molto a soffrire per essere passato di un salto ad una maniera di vita sì austera, dopo una precedente piuttosto comoda e deliziosa….Un giorno venne a visitarlo qui in S. Nazario uno degli antichi suoi domestici, il quale lo lodava sì per la buona condotta tenuta nel secolo in servizio di Dio (I) e sì per la presente vita monastica; e perciò lo diceva beato; perchè ‘avesse scelta la parte migliore che non gli verrebbe mai tolta’. Al che egli rispose: “Ma se è pur buono, o fratello, quel che tu lodi, perchè non l’abbracci ?”. – “Perchè, rispose colui, mi manca il mantello e la tonaca di lana, che avete voi monaci”. Non aveva terminato di così dire, che Nilo, levatosi in piedi, e toltosi il suo tanto caro mantello nuovo che portava in dosso, perchè quegli mendicava pretesti, glielo diede dicendogli: “Prendi per ora questo, o fratello, onde per tanto poco non abbi a rimanere privo di sì gran bene: quanto a me, suo vilissimo servo, Dio provvederà”.”.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”.

Anche lo studioso calabrese Orazio Campagna (….), ci ha parlato di S. Nilo, prima e dopo essersi tonsurato monaco. Il Campagna, però, sosteneva la tesi secondo cui Nicola da Rossano si recò verso la Regione Mercuriense che egli ubicava verso Abatemarco in Calabria. Le tesi di Campagna sono suffragate da un non ben identificato “Bios” di cui egli non sa dare precisi riferimenti. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, nel capitolo VII: “Tra Abatemarco e Lao”, a p. 86, in proposito scriveva che: “Nel Bios di S. Fantino Confessore è esplicita l’affermazione che monasteri di etc….Il Bios di Antonio e La Storia Lausiaca del Palladio accennano ad un diffuso monachesimo di rito latino (4).”. Il Campagna, a p. 82, nella nota (3) postillava che: “(3) Codex Vatic. Graec., sec. XI-XII, n. 1989 (Basil. XXVIII)”. Il Campagna, a p. 82, nella nota (4) postillava che: “(4) “Vita di Antonio”, cit.; Palladio, La storia Lausiaca, op. cit.”. Sempre il Campagna, nello stesso capitolo si Abatemarco e Lao, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “RegioneMercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lascaire la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22).”. Il Campagna, a p. 86, nella nota (22) postillava che: “(22) J. Cozza – Luzi, ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, Roma, 1893.”. Questi testi citava il Campagna e sulla scorta della quale riteneva che la spelonca di S. Michele Arcangelo fosse ubicata nei pressi del fiume Abatemarco in Calabria, come dirò in seguito. Sebbene il Campagna ubichi i luoghi di S. Macario, S. Saba e S. Nilo nella Regione Mercuriense, e non alle falde del Monte Bulgheria come io credo, ripropongo alcuni passi del suo discorso su S. Nilo. Lo studioso calabrese Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna aggiunge pure che: Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico.. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, proseguendo il suo discorso scriveva pure che: Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava etc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Dunque, il Campagna ubicava la grotta di S. Michele Arcangelo verso il “fiume Abbatemarco”, “fra i Casalini di Santo Michele”, “sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abbatemarco”. Sulla locazione della grotta di S. Michele Arcangelo che ne fa il Campagna parlerò in seguito, in quanto non mi trova per niente daccordo. Secondo il Campagna, S. Nilo, nella grotta di S. Michele Arcangelo oggi di Caselle in Pittari “Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Campagna scriveva pure che: “La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trascorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, che per economia di lavoro non possiamo qui ricostruire, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) S. Nilo vi nacque intorno al 910. Rossano, “città che presiede ai confini della Calabria” (Bios, 5), era diventata “la più bizantina della Calabria” (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) perhé sede dello stratega di quel tema dopo la conquista di Reggio (Emiro Hasan, a. 923/4).”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Ebner, a p. 574, in proposito scriveva pure che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata. (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (6) postillava che: “(6) Bios, 26: “l’egùmeno aveva fatto il disegno di costituirlo Nilo, subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione, egùmeno di un altro suo monastero” e cioè di S. Nicola o di S. Maria di Cuccaro.”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero del 1131, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Dunque, secondo l’Ebner, il giovane patrizio Nicola di Rossano, proveniente dalla sua Calabria, si era recato presso il monastero o cenobio di S. Nazario.

Infatti, Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica e con freschezza sincera espone condizioni di vita religiosa, e di esaltazione fanatica, inconcepibili alla nostra mentalità moderna, e pur degne, nonché di rispetto, di amirazione (1)…..Verso il 955 S. Nilo fonda un monastero al piede del Monte Santo, dove esistevano già le rovine di una vetusta chiesetta, dedicata ai santi asiatici Adriano e Natalia; e vi dimora circa 25 anni……Nel terzo del quarto del sec. X chiesa e monastero vengono distrutti in una delle tante incursioni arabe, che in quel tempo funestarono la Calabria. Verso il 980 un altro basiliano, S. Vitale da Castronovo, fa risorgere chiesa e monastero dalle ruine; il monastero sale presto a tanta fama etc…”. Paolo Orsi, a p. 177, nella nota (1) postillava che: “(1) Su S. Nilo e i suoi tempi, veggansi le pagine come sempre vivide del Lenormant, Grande Grèce, I, pp. 349 sgg. In tempi recenti la sua vita è stata scritta dal Canonico G. Miniasi, San Nilo di Calabria, monaco basiliano del secolo X, Napoli, 1892, ma con carattere accentuatamente ascetico piuttosto che storico-critico. Sono molto limpide e ben altrimenti apprezzabili le poche pagine che al santo illustre ha dedicato il Gay, L’Italie meridionale et l’Empire byzantin cit., pp. 268-86. Idem in compendio Schlumberger, Un empereur byzantin au X° siecle; Nicephore Phocas, p. 674. Etc..”. Dunque, già nel 980 S. Nilo non era più a S. Adriano. Paolo Orsi scriveva che S. Nilo aveva rinvigorito il monastero di S. Adriano nel 955 e vi era rimasto 25 anni, dunque S. Nilo avrebbe lasciato il monastero di S. Mercurio e S. Nazario nel 955 per recarsi verso la valle del Crati e fondare il monastero di S. Adriano. S, Nilo dovette di nuovo partire da S. Adriano nel 980, prima che arrivasse il nuovo monaco S. Vitale da Castronuovo che lo farà rinforzare.

Nel 940, il monastero di S. Mercurio, di cui era abate il monaco Fantino, non era in Calabria ma è quello di Roccagloriosa ?

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., in proposito scriveva che: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. La seconda che si svolse durante lunghi anni densi di avvenimenti di diverso genere, nell’ambiente familiare che si stendeva intorno a quello che prima era l’asceterio e dopo divenne il cenobio di S. Adriano, alle porte dell’odierno abitato di S. Demetrio Corone. Di fronte al silenzio del biografo si può però tentare di ritrovare, con molta approssimazione e che per mezzo di altre notizie concomitanti, la data che segnò il passaggio del beato dalla sua prima fase di vita monastica puramente contemplativa a quell’altra in cui egli per la prima volta appare a capo di un cenobio e nello stesso tempo si mostra interessato ad avvenimenti politici di grande importanza….Etc..”. E’ proprio in questo breve passaggi che Biagio Cappelli dichiara le sue perplessità circa il periodo del primo quarantennio di vita del monaco Nicola di Rossano e dell’assenza di sicure notizie nell’opera agiografica del Santo che riguardano questo periodo della sua vita. Il Cappelli, a p. 59 scrive chiaramente: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Il Cappelli, a p. 60 aggiunge che:  “Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato. Una che comprene tutto il corso della sua vera formazione spirituale e l’altra che abbraccia la sua prima attività effettivamente cenobitica in cui cioè egli diviene capo efettivo di una comunità.”, dunque, proprio il periodo, forse un trentennio, in cui il trentenne Nicola di Rossano inizia a farsi vedere nei monasteri basiliani del basso Cilento. I dubbi che nutriva il Cappella li facciamo propri e facciamo propria l’espressione del Cappelli quando dice:  Di fronte al silenzio del biografo….”. E’ vera questa espressione ed è corretta in quanto è proprio a causa dell’assenza di alcuni riferimenti storici il primo periodo di Nicola nel basso Cilento non è ancora del tutto chiaro. Gli stessi studi su Nilo e sulle sue vicenda, molti dei quali di alcuni storici Calabri, hanno posto il luoghi frequentati da Nilo e Fantino nella Calabria settentrionale. Mi chiedo se le cose sin quì scritte sono corrette. Il Cappelli fu il primo a chiedersi tutto questo. Alcuni autori antichi che hanno scritto sulla faccenda hanno posto il monastero di S. Mercurio molto vicino al cenobio di S. Nazario, ovvero quello di Roccagloriosa.  Addirittura, l’Antonini scriveva che il cenobio di S. Nazario dipendesse dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Nilo e Fantino si frequentavano spesso e non potevano stare uno nel basso Cilento e l’altro in Calabria. Lo stesso eremo o spelonca di cui parla l’opera agiografica del santo che cita una piccola cappella dedicata all’Arcangelo Michele potrebbe essere quella posta sul “monte Pittari”, un tempo detto “monte Pitraro” non molto distante dal piccolo paese Caselle in Pittari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’ riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a pp. 385-386 riferendosi al monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Etc…”. L’Antonini, a p. 385, nella nota (I) postillava che: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit, dice Santorio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Dunque, l’Antonini postilla e cita la frase  “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”, il cui significato è “(S. Nilo) andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”, che secondo l’Antonini è riportata da Paolo Emilio Santorio (13) nel suo testo Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, a p. 29.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Dunque, l’Antonini postillava che secondo Paolo Emilio Santoro (13), S. Nilo  andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”. Antonini, sulla scorta del Santorio e riferendosi al fatto che il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa fosse stato sempre considerato un monastero femminile e non Benedettino come lui credeva, scrive pure che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Santorio (13) scriveva che S. Nilo (il manaco Nicola di Rossano) si recò presso il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e da li poi andò in una spelonca “in una roccia”., che dovrebbe essere quella del “monte Pitraro” a Caselle in Pittari. L’Antonini, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Il citato ‘Anonimo Greco della Vita di S. Nilo’, al fol. 7 fa menzione di tre Santi Uomini, che furono in questo Monistero al tempo di S. Nilo e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato di Basiliani , altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”. In questo passaggio, l’Antonini scrive che nella “Vita di S. Nilo” tradotta dal Santorio è scritto che il trentenne Nicola di Rossano in Calabria si reca e fugge nel monastero di Mercurio dove vi erano già “tre Santi Uomini” che nomina:  “Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, etc…, ovvero dei monaci Giovanni, Fantino (I) e Zaccaria. L’Antonini, a p. 386, nella nota (I) postillava che:  “(I) Fu questo Fantino in cotanta buona opinione, che a dilui onore i vicini paesani di S. Gio: a Piro gli edificarono nel di loro paese una Chiesa”. Dunque, in questo monastero di S. Mercurio vi erano già da tempo alcuni monaci famosi per la loro santità: Giovanni, Fantino e Zaccaria. Era questo il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ?. Inoltre, l’Antonini, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia dice pure di “Fantino” che i vicini paesani di S. Giovani a Piro gli edificarono una “Chiesa”. Infatti, a S. Giovanni a Piro esiste una cappella dedicata a S. Fantino Juoniore. Credo che l’ultima postilla dell’Antonini sia dovuta a notizie tratte da Pietro Marcellino di Luccia (…). Tuttavia in questi passagggi che riguardano il monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, l’Antonini sia stato netto e tassativo. In questo monastero che era quello di Fantino, era passato Nicola di Rossano prima e dopo essersi fatto tonsurare e monaco presso il vicino monastero o cenobio basiliano di S. Nazario. Sempre riguardo le notizie storiche tratte dal Santorio (13), l’Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “Richerio (I) Abate di Montecassino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV, e morì nel MLIV. Egli fondò questo Casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia, ch’ oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche nel vicino Casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon, nel lib. 57 degli ‘Annali Benedettini’ scrive, che prima era una Cella fondata già dal Monaco Nantaro, il quale la donò all’Abate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

Dunque, l’Antonini, anche in questo caso accenna al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa e, riferendosi all’Abbazia non più esistente di S. Nazario dice che: Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Etc..”. Dunque, le interessanti notizie riportate dall’Antonini sulla scorta di Paolo Emilio Santorio (….). L’Antonini scriveva che il trentenne Nicola di Rossano prima arriva e si rifugia nel monastero di S. Mercurio (di Roccagloriosa e non in Calabria e poi in seguito viene inviato da Fantino e dal capitolo di quel monastero al vicino, o comunque non lontano monastero di S. Nazario. Infatti, l’Antonini aggiunge una sua personale considerazione a giustifica che l’Abbazia benedettina di S. Nazario fosse molto più antica e scrive che:  “Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. Etc…”. L’Antonini, a p. 334 aggiunge pure che: “L’Autore Greco’ nella ‘Vita’ di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Etc…”, ovvero egli scrive che secondo la pag. 8 della “Vita di S. Nilo” scritta dall'”Autore Greco” (forse S. Bartolomeo il giovane, discepolo di S. Nilo) e pubblicata dal Santoro, il trentenne Nicola di Rossano dopo essere arrivato nel monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito” ed aggiunge la frase del Santorio che diceva: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”, e che “secondo la traduzione, che ci va accanto”, è scritto: “Lesse che non doveva rimanere più di quaranta giorni in quella Convenzione; ma quando i suoi beni sono perdonati, e con una benedizione, può essere permesso di tornare ai Padri, ai quali era dapprima legato”. Rilegendo però il “fol. 15” del Santorio (…..) è scritto: “Monachorum parentis: huic fe B. Lucas in disciplinam tradens omni studio, ac diligentia magistrum imitari, & mores ad animum transmittere nitebatur: nihil in illo tumidum, nihil arrogans, nihil libidinorum, demissione merifica, placidis morib, ingenio mitissimo, charitate eximia; aderant in commilitio sanctissimi et alij Monachi, Phatinus, Zaccharias, et Philaretus, de virtute, et castimonia, demissione, et pietate certamen erat, fummi athletae semper in arena, etc..”, ovvero che: “Il padre dei monaci: a questa fede B. Luca, insegnando in ogni diligenza e diligenza, si sforzò di imitare il maestro e di trasmettere le buone maniere alla mente: niente di gonfio in lui, niente di arrogante, niente di lussurioso, morì di uno sconforto meraviglioso, placido, con un intelletto molto mansueto, una carità straordinaria; Fatino, Zaccaria e Filareto erano presenti alla battaglia del santissimo e degli altri monaci, dove si disputava il valore, la castità, l’umiltà e la pietà. Etc…”.   

L’Antonini aggiunge un’altra sua considerazione sul monastero di S. Nazario e scrive che: “Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, che pubblicò a Roma nel 1601. Infatti, Paolo Emilio Santorio (….), forse anche sulla scorta dell’autore che l’Antonini chiama “Autore Greco della Vita di S. Nilo”, opera agiografica e “Bios” di S. Nilo, che come si è visto fu scritta dal suo discepolo S. Bartolomeo, a pp. 28-29-30, in proposito scriveva che: “Offert se nunc beatissimus Nilus Rossani in Calabria natus non umili loco, diuturnus Carbonensis coenobij praefectus, à germana, post parentum fatum, pie educatus, clarissimum fine dubio ordinis Sancti Basilij lumen, dmirabili ingenio, praecellentiquedisciplinarum gloria, sed Christiana charitate esseruetissimus; adoloscenses delibata virguncula, proleque suscepta, facti poenitentia mire cruciatus, distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelsa delegit, dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: inde strepente barbarico classico ferrumque in pios acuente Sarraceno, Italici solito vastatore etc…”.  

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: Ora si offre il beatissimo Nilo di Rossano, nato in Calabria, non in umile luogo, prefetto di lunga data del convento carbonese, di Germana, dopo la sorte dei suoi genitori, piamente educato, la luce più luminosa dell’ordine indubbio di san Basilio, mirabile ingegno, gloria di preminenti discipline, ma diligentissimo nella carità cristiana; Quando era giovane, si prese cura delle vergini e ne accolse la prole. Dopo aver fatto penitenza, fu molto tormentato, e dopo aver distribuito la sua fortuna ai bisognosi, si rifugiò nel convento di San Mercurio, il più vigile e di cibo, sempre in preparazione, sempre nel campo, al riparo con le armi della religione, della pietà, della carità e dell’umiltà per combattere col nemico del genere umano, da non pensare, da lontano, nutrire da vicino, con il piede attaccato, e con il becco della fede terribile da strappare o a riposo, è colpito da lui è battuto, afflitto dal nemico, o minacciato dal terrore, né lui stesso soccombe al suo letto, a piedi nudi, con la testa coperto, feroce, grande; cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione: di là fu rumoroso il barbaro classico e la spada affilata nei pii Saraceni, soliti distruttori degli Italiani etc…”. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Dunque, il Santorio (….), sulla scorta del Bios agiografico di S. Nilo scritto da S. Bartolomeo (….), scriveva che, Nicola da Rossano lasciò la sua Rossano in Calabria e si recò “si rifugiò nel convento di San Mercurio”, un convento di monache clarisse che sorgeva da tempi immemorabili presso Roccagloriosa e di cui ho parlato in un altro mio saggio). Scrive il Santorio che dopo essersi “rifugiato nel convento di San Mercurio”, il giovane Nicola rientrò subito nel monastero di San Nazario” perchè Nicola da Rossano, fattosi tonsurare nel monastero di San Nazario nutrito dagli urgenti messaggi minacciosi del governatore della provincia, per paura di essere iscritto nell’elenco dei monaci”. Il Santorio scrive che il monaco Nilo, nel monastero di San Nazario, “lì deposta la sua cintura, cominciò a servire come soldato per Cristo, molto vigile e ben pasciuto, sempre pronto nell’accampamento… in spirito soccombe lui stesso al letto, piedi nudi, capo coperto, feroce, magnanimo;”. Il Santorio scrive pure che S. Nilo, “cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione”. La versione del Santorio verrà confermata in seguito, nel 1745 dal barone Giuseppe Antonini, come vedremo in seguito. Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

I monaci italo-greci o basiliani, i Bulgari e S. Nilo

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 384-385, in proposito scriveva che: “Avvalora la mia opinione il fatto, che si legge presso l’autore Greco della Vita di S. Nilo, al fol. 73. Scrive egli che quest’umil servo di Dio entrato in un certo luogo in Lucania con una pelle di volpe avvolta al capo, e col mantello nel bastone, per non farsi conoscere, la gente il credette Bulgaro, ed i ragazzi gli correan dietro gridando: ‘Hues Bulgare Calogere, beus Bugare Calogere’. Se allora i Bulgari fossero stati affatto ignoti, o poco conosciuti, non l’avrebbero i ragazzi chiamato ed avuto per Bulgaro.”. 

Antonini, p. 384

(Fig….) Antonini (…), Discorso VIII, pp. 384 e ss.

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 62-63, nel capitolo 8: “S. Nilo, recatosi a Rossano dopo il gran terremoto, rivede un suo antico maestro, cui predice misera fine. Colà riapre un monastero di sacre vergini. Con un atto di singolare obbedienza pruova la suggestione dei suoi monaci”, in proposito scriveva che: “Trovava per caso gettata in mezzo alla strada una pelle di volpe, e legatalasi intorno al capo, e messosi in spalla il bastone da cui pendeva il mantello, in tal guisa appunto fece il giro di tutta la città senza essere da nessuno riconosciuto. Sebbene i fanciulli vedendolo andare in quella foggia, gli andavano dietro e lanciandogli sassi gridavano: “Oh il monaco Bulgaro!” mentre poi altri lo chiamavano Franco, ed altri Armeno. Ma egli senza dir parola, sibbene osservando ogni cosa, come si fu fatto sera, si avviò alla grande chiesa, e toltasi di capo la pelle di volpe, e gettatosi sulle spalle il povero mantello, entra con spirito di fervore e di compunzione ad ossequiare l’Immacolata Madre di Dio, la sua perpetua condottiera e protettrice. Ma vedutolo il Mansionario, di nome Canisca, stato già suo maestro, ed alcuni altri sacerdoti che lo riconobbero per il gran Padre, vennero a prostarglisi ai piedi.”. L’episodio viene ricordato anche dal Racioppi (….). Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Nel ‘940, Nicola di Rossano fattosi monaco col nome di “Nilo” nel monastero di S. Nazario nel Cilento e la sua prima profezia: quella del “tirannello”

Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a p. 17, in proposito scriveva che: “Era in quella contrada un tal tirannello, che colà chiamano ‘Conte’, uomo oltre ogni dire aspro e inumano, il quale viveva dimentico affatto della propria salute: e da despota arrogante suo pari erasi, come a dire, impadronito e fatta sua schiava la povera anima della sua moglie di uno degli addetti al monastero, dove allora Nilo abitava. Un giorno pertanto quell’insolente s’introdusse nel recinto del monastero a scopo di soddisfare alle ree voglie della sua passione, non già per verun altro motivo salutevole all’anima sua. Or essendo quegli in sull’uscire, il Sueperiore che per una certa suggezione verso lo svergognato arrogante non si era peritato di dirgli niente, chiamato a sè il beato Nilo, che era già conosciuto un portento per il suo franco parlare, lo pregò che accostandosi con libertà al temibile principe, lo persuadesse a lasciare libera di sè quell’anima che iniquamente teneva a sua posta. Allora Nilo, quasi ne avesse ricevuto comando da Dio, sentendosi armato di una vivissima fede, investì l’audace, e con esempi e con parole tolte da ogni argomento lo ammonì, secondo l’avviso avutone dall’Abate, a dover recedere da codesto suo mal fare. Ma quegli arditamente rispose che per nessuna ragione al mondo si arrenderebbe ad ubbidire, neppure se discendesse un angelo dal cielo. Allora il Santo prese a ricordargli in breve che, ‘stimulus peccati mors’ (I): il peccato spesso affretta la morte, e che quegli anni di vita che noi per ventura ci aspettiamo, possono appena essere giorni. Pensava egli che tale reminescenza avrebbe scossa anche un’anima di pietra. Ma per l’infelice fu cme niente. Perocchè non ammollito per questo nè punto nè poco anzi direbbesi, vieppiù indurito, con arroganza così rispose: “Mah va via di qua, o calogero! I giorni…..che a me restano di vita son ben dieci anni: per otto dè quali soddisfarò ancora a tutte le brame dell’anima mia, e mi porrò sotto i piedi tutti i miei avversari; negli ultimi due mi ridurrò a penitenza; e quel Dio che aspetto già l’adultera ed il ladrone, aspetterà anche me”. Disse: ma l’abate (2) Nilo investito dallo Spirito Santo, per tutta risposta: “Bada a te, miserabile, gli soggiunse, dacchè i dieci anni che ti lusinghi ancora di vivere, per soddisfare a tutte le voglie del tuo cuore, non sono più che dieci giorni. E non ti volere illudere coll’andare ingannevolmente dietro ai sogni e alle divinazioni”. Dette con franchezza queste parole, rientrò in monastero, e si recò dall’Abate ad annunziargli la subitanea e pessima fine farebbe quello sciagurato. Ed infatti l’insolente fu all’improvviso sorpreso lì per lì da violenta febbre a freddo, che seguitò a tormentarlo senza tregua per nove giorni continui. Al decimo giorno intanto, mossisi a ribellione contro di lui gli abitanti del luogo, congiuratisi tutti per ucciderlo, egli non sì tosto ne ebbe avuto avviso da quella furia della concubina, che, con grand’ardire impugnata la spada, al solo apparire tutti li disperse. Ma sovrappreso da ulteriore spavento, e in fine avvilito, mentre voleva salvarsi con la fuga, impacciato dal peso delle stesse sue armi, caduto in terra cessò di vivere. Corsi in quella sopra il cadavere i già oppressi suoi sudditi gli recisero il capo e tutto gettarono ai cani. Così rimase appuntino avverata la profezia del Santo, che cioè non prima nè dopo, ma nel medesimo giorno (cioè nel decimo) colui sarebbe morto.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “La profezia del tirannello”, a p. 16 e ss., in proposito scriveva che: “V’era in quella contrada un tirannello, che colà chiamano conte, uomo oltre ogni dire crudele ed inumano, il quale viveva dimentico della propria salute eterna. Costui abusando del suo potere arrogante, si era resa schiava l’anima di una povera donna addetta ai servizi del monastero, dove allora Nilo dimorava. Un giorno costui, per soddisfare le sue inique voglie, si era introdotto nel recinto del monastero. Sul punto di uscire, il superiore della casa che, per timore della tracotanza ed impudenza del tirannello, non aveva osato dirgli nulla, chiamato a sè il beato Nilo, che gia si era fatto notare per il frante, lo persuadesse a lasciare libera quell’anima, da lui iniquamente tenuta schiava. E Nilo, come se ne avesse ricevuto comando da Dio stesso, si studiò con tutti i modi, soavi e forti, di convincere quel miserabile. Ma il disgraziato non si arrese affatto né a preghiere, né ammonimenti del Santo, il quale, alla fine, con ultimo tentativo, gli aveva messo davanti agli occhi il terribile spettro della morte e degli eterni castighi riservati agli empi. Ché anzi, costui fatto ancora più arrogante con rabbia gli disse: “Vattene via, Calogero (2)”, il tempo di vita che mi resta sono ancora dieci anni. Con questo, per otto anni ancora,  soddisfarò a tutte le voglie del mio cuore e mi porrò sotto i piedi tutti i miei avversari, come io voglio; negli ultimi due anni mi ridurrò a penitenza, e Dio mi aspetterà, come già fece con la peccatrice e con il ladrone”. Allora il padre Nilo, ispirato dallo Spirito Santo, gli disse: “Uomo miserabile, bada bene a quel che dici; perché i dieci anni, che ancora ti lusinghi di avere per soddisfare le tue voglie, non sono più che dici giorni. Non l’illudere, dunque, andando ingannevolmente indietro ai sogni e alle divinazioni.”. Dettogli queste parole con francheza e rientrato nel monastero, si recò dall’egumeno ad  annunziargli la prossima misera fine dello sciagurato. Infatti quell’insolente fu sorpreso subito da una febbre a freddo, che lo tormentò per nove giorni senza tregua; al decimo giorno, essendo insorti contro di lui gli abitanti del luogo, congiuratisi per ucciderlo, egli sorpreso dallo spavento, mentre cervava scampo nella fuga, impacciato dal peso delle stesse armi, cadde in terra e cessò di vivere. Ed i suoi sudditi, da lui molte volte angariati, gli recisero il capo e lo gettarono in pasto ai cani. E così si adempì a puntino la profezia del santo che “né prima, né dopo, ma entro il decimo giorno colui sarebbe morto”. Sul “Tirannello” del Bios di S. Nilo ha scritto pure Vincenzo Saletta (….) e Antonio Tortorella. Nel 1960-61, Vincenzo Saletta (….), nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di Agiografia bizantina” (estratto dal Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – vol. XIV-XV), a pp. 62-63 parlando del monastero di S. Nazario e di S. Nilo, in proposito scriveva che: “Si spiega così come mai in epoca niliana si trovi a pochi chilometri dal mare un’organizzazione politico-amministrativa di tipo feudale con Gastaldi e Conti, uno dei quali appare nel Bios del Santo come il tiranno della popolazione abitante attorno al monastero di S. Nazario (66), e si spiega così il pomposo titolo di stratega di Calabria e di Longobardia assunto dai governatori bizantini, a cui corrispondeva soltanto un generico atto di vassallaggio dei superstiti principi longobardi, ed un dominio territoriale che non andava al di là delle città costiere. Dall’esame del ‘Syllabus Membranarum Graecarum’ del Trinchera (Regesta Petri Diaconi), si desume, infatti, che i possedimenti dei principi longobardi erano situati nel tema di Longobardia (Reg. Petri Diaconi, fol. LXVII, n. 149) ed in quello di Calabria (fol. LXV, n. 137) frammisti a quelli bizantini, mentre al foglio LXIX n. 153, per l’anno 956, si legge che Stratega di Calabria e di Langobardia era il patrizio Mariano ed una ‘Membrana Cassinese’ riportata dal Trinchera alla pag. 22, si legge il nome di ‘Leo Spatharocandidatus iudex Langobardiae et Clabriae” (67).”. Questo passaggio del Saletta è interessante perchè citava Francesco Trinchera ed il suo “Syllabus Membranarum Graecarum”. Il Saletta, a p. 62, nella nota (66) postillava che: “(66) Vedi Bios di S. Nilo cap. 9, lett. E. pag. 289. Per il 1097 abbiamo un ‘Codex Membranacaeus’ dell’Archivio Napoletano N. 8 di cui il Trinchera (op. cit. pag. 81) riporta un atto con cui Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese.”. Sempre il Saletta, a p. 63, nella nota (67) postillava che: “(67) F. Trinchera, Syllabus Membranarum Graecarum, Napoli, 1845”. Il Saletta (….) citava il testo di Francesco Trinchera (…..), “Syllabus Membranarum Graecarum”,  dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo come ad es. il “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino. In primo luogo devo subito precisare che il Saletta citando il documento in questione ci parla di una donazione a Scido in Calabria, egli scrive Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese”, dando al toponimo citato nel documento membranaceo del 1097 il luogo del territorio taurianese in Calabria, ma dall’esame che si è fatto dell’antico documento del 1097 questo luogo corrisponde a Sapri ed ad una grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, di cui parlò anche Biagio Cappelli, come pure ho scritto ivi in un mio saggio. La citazione del Saletta, però è interessante perchè citando l’antico documento membranaceo del 1097 (pubblicato dal Trinchera) ci parla di “Odo Marchese” e scriveva Oddone Marchese Longobardo”. Il Saletta ci parla di patentati Longobardi che, per “l’intesa-politico-militare-amministrativa” che all’epoca i nuovi Bizantini stipularono con la chiesa e con i superstiti principi e conti Longobardi, i “Patrizi”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, a p…… cita l’antico documento del 1097 che molti anni fa segnalai ivi in un altro mio saggio. Egli, nel capitolo primo: “Un breve profilo storico”, a p. 20, in proposito scriveva che:  “Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo Flumina’ – , riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati’, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, (non un generale, non un codardo, non un generale), mnhjite stratighòs mnhjite viskòmnhjis mnhjite turmàrkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. Ecco che il Tortorella cita lo stesso documento membranaceo e greco del 1097 pubblicato da Francesco Trinchera nel suo “Syllabus Membranarum Graecarum” per dire che, il territorio del Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo”, riceveva il controllo giuridico bizantino.

Nel ‘941, il monaco Nilo, dopo quaranta giorni ritorna dall’abate Fantino in un monastero del Mercurion in Calabria (?) (o nel nel monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa come voleva l’Antonini), dove sarà suo ospite

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 19-20, nel capitolo 3: “S. Nilo, torna al monastero di S. Fantino. Sua edificante conversazione col medesimo e con l’ab. Giovanni”, in proposito scriveva che: “Decorso il tempo stabilito, il santo padre Nilo fece ritorno ai suoi Superiori nel monastero di Mercurio, tutto pieno di Spirito Santo e di fece; ….a lvenerabile padre Fantino. E questi alla sua volta dimostrava a Nilo una uguale, se non maggiore, benevolenza; sicchè vedevasi rinnovata fra loro quella indivisibile unione di animi che fu già tra Pietro e Paolo, tra Basilio e Gregorio (I).”. Rileggendo l’opera agiografica di S. Bartolomeo il giovane tradotta dal Rocchi, non mi sembra raccogliere altri elementi utili per il prosieguo.

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Qualche tempo dopo tornò al convento di San Mercurio vive sotto la direzione di Fantino. Lì portò a un grado così alto di perfezione l’obbedienza, l’umiltà, la mortificazione dei sensi e la contemplazione, che fu chiamato un altro Paolo, dando a Fantino il nome del nuovo Pietro. Ma ben presto i segni di una rottura tra Bizantini e Arabi di Sicilia fecero presagire che le invasioni sarebbero ricominciate. Agrigento, in rivolta contro il califfo, aveva ottenuto l’aiuto di Romain Lecapene, e quando bella la più compromessa trovò asilo nei possedimenti italiani dell’imperatore. L’egumeno Fantino, non volendo essere preso in giro dagli infedeli, a questa notizia lasciò la Calabria e si ritirò con altri monaci a Tessalonica, dove trascorse la fine della sua vita e morì, circondato da un’aureola di santità. Nilo rifiutò di succedergli e ottenne persino dai suoi nuovi superiori il permesso di andare a vivere da solo nella vicina foresta sul fianco della montagna, vicino a una piccola cappella di San Michele. Due compagni vennero successivamente a raggiungerlo lì; uno si chiamava Etienne e l’altro Giorgio. Quest’ultimo era ancora decurione di Rossano, e la Chiesa lo annovera tra i beati. Nilo viveva nel suo eremo con questi due compagni, quando scoppiò con furia la tempesta che minacciava la Calabria da alcuni anni. Nel 951 un numeroso esercito musulmano, comandato da Hassan, emiro di Sicilia, e dal rinnegato slavo Faradj-Mohammed, uno dei più famosi generali del Califfo di Kairoàn, sbarcò a Reggio, che trovò abbandonata dai suoi abitanti, rancorosi Gerace e venne a portare il suo campo a Rossano e Casano, che costrinse a riscattarsi per denaro. Etc…. Nelle devastazioni dell’uno o dell’altro di questi anni la vita originaria non lo specifica, il monastero di San Mercurio fu distrutto dai musulmani. Un gruppo di corridori si arrampicò fino all’eremo di Nilo, che fuggì nel più fitto dei boschi con i suoi compagni. Quando si accorse, dalla grotta dove si era nascosto, che gli erano stati tolti tutti i miserabili vestiti, anche il cilicio. Ma uno dei suoi compagni, che in fuga si era separato da lui, non ricomparve. Lo credeva prigioniero e si mise a cercarlo. Aveva appena aspettato la strada quando vide arrivare un drappello di dieci cavalieri armati, che portavano sulla testa kuffieh fluttuanti dal volto arabo. Quale fu il suo stupore quando questi cavalieri, che prese per saraceni, si fermarono e, smontati, si inginocchiarono davanti a lui. Erano persone di un vicino castello che correvano travestite per le campagne, per raccogliere i fuggiaschi e condurli in un rifugio sicuro. Nilo apprese da loro, con grande gioia, che il compagno che credeva perduto era stato raccolto nel castello. In seguito a questi avvenimenti Nilo decise di tornare a Rossano ecc…”.  Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo III: “S. Nilo torna al Mercurion – Intimità con San Fantino (941)”, a p. 17 e ss., in proposito scriveva che: “Passati i quaranta giorni nel monastero di San Nazario, chiesta la benedizione all’egumeno, Nilo fece ritorno al Mercurion, nel monastero di San Fantino. Questi lo accolse con la dimostrazione del più grande affetto, mentre Nilo lo ricambiava con altrettanta venerazione e fiducia. Le autorità civili, visto inutile ogni sforzo di ricondurlo nel ceto clericale, e perdutolo ormai di vista, insieme con i superiori ecclesiastici si erano rasegnate al fatto compiuto; e ciò tanto più in quanto la legge civile e canonica erano in favore di Nilo. Tra Fantino e Nilo parve rinnovarsi quella indivisibile amicizia ed unione di animi che fu già tra San Basilio e San Gregorio Nazianzeno. In questo tempo volle Nilo far visita al santo egumeno Giovanni, il quale volendo far prova della virtù di lui, ordinò che gli fosse dato un grosso bicchiere di vino. Nilo, etc…”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 88, in proposito a S. Fantino scriveva che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tratto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”. Dunque, sebbene il Campagna voleva ubicare il monastero di Fantino, nella regione eparchica della Calabria settentrionale o quella ai confini con la Lucania interna, rileggendo il bios di S. Nilo, opera agiografica di S. Bartolomeo, si nutrono dei dubbi sull’esatta sua ubicazione. Certo doveva essere un monastero non molto distante dal monastero di S. Nazario ed io credo si trattasse di un monastero della stessa regione dei principi di Salerno. Roccagloriosa o S, Giovanni a Piro. Potrebbe trattarsi dell’antico monastero di Roccagloriosa come vuole l’Antonini, che dice dipendesse in parte dal monastero di S. Giovanni a Piro. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Passati colà quaranta giorni, se ne tornò dopo al Monastero di San Mercurio, da dove poi si allontanò per ritirarsi in una spelonca poco lontana, la quale era fra dirupi, e conteneva una cappella, dedicata a san Michele Arcangelo, e quivi incominciò a fare penitenza (2). Verso l’anno 944 (forse molto prima), il Di Meo (1), ritraendone le notizie evidentemente dalla narrazione della Vita di san Fantino abbate e di quella di san Nilo, dice che “l’abbate basiliano S. Fantino, essendo andato a visitare S. Nilo, il trovò gravemente infermo nella spelonca, e il condusse al monistero, ove si ristabilì con la rottura di un accesso, ed in fretta tornò alla sua spelonca”. Susseguentemente, il Marafioti (2), che ne ricava le notizie dalle medesime fonti, narra: “Di questo S. Fantino scrive san Bartolomeo monaco, che illustrato di novella luce, quasi un altro Jeremia sovra l’infelicissima Jerusalemme, piangendo cominciò profetare non solo la sensibile distruzione, quale doveva patire la Calabria, e i miserabili assalti, quali dovva ricevere dagli Agareni; ma eziando la vera distruzione delle virtù, e la dechinazione, quale dovevano fare i monaci del suo ordine alla vita volgare, e camminava il giorno con gli occhi pieni di lacrime pangendo le chiese, monisteri e libri, dicendo che dovea venire un giorno, quando le chiese sarebbero piene d’asini e cavalli, e i sacri libri dati al fuoco. Quando vedeva alcun monaco del suo monistero, lo piangeva come morto, dicendo: Io, figliuol mio, t’ho ucciso; e molte altre cose simili diceva. Mentre stava in questi dolori il santo, non voleva mangiare, nè riposarsi sotto il letto, ma andava per i deserti e si pasceva d’erbe. Per queste cose ed altre simili si doleva molto il beato Nilo monaco, suo amicissimo, ……e molte volte andò presso il beato Fantino a persuaderlo che volesse far ritorno al monistero; ma lui piangendo rispondeva: Non voglio ritornare, o padre, perchè questi del monasterio non sono miei monaci, perchè se fossero miei, piangerebbero meco; ma eglino mi chiamano stolto e pazzo, e perciò sappi, o mio caro padre, che prestissimo andrò nel paese supremo, e più non farò ritorno al mio monastero, ecc..” Ed il Di Meo (1) riferisce ancora che San Fantino “non poté più ridursi a tornare in monistero, ma andò nell’Oriente, ove poi santamente morì (in Tessalonica). Quindi i monaci di esso S. Fantino pregarono S. Nilo ad andar da essi per eleggere un nuovo abbate; ed essendo quivi giunto Luca, fratello germano di S. Fantino, buttandosegli ai piedi, lo scongiurò per ‘S. Trinitatem’ a voler’ essere lo egumeno: ma S. Nilo la vinse, e fece abbate lo stesso S. Luca. Era costui meno dotto e prudente. Essendo S. Nilo tornato alla spelonca, segli diede per discepolo e compagno S. Stefano.” In questi tempi sant’Elia Speleota, nativo di Reggio, venne al monastero di S. Elia Juniore delle Saline o Salinas, e da qui, dopo qualche tempo, si recò in una spelonca etc…”Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”.

Nel 943, il monaco Nilo, con il permesso dei padri e di Fantino si ritira nella spelonca  di San Michele Arcangelo (dico io un luogo ed una spelonca non lontana da Caselle in Pittari)

Ancora oggi su Wikipedia si legge che Nilo, nel Mercurion nel periodo del X-XI sec. studiarono personalità che successivamente saranno venerate come santi, tra di esse: San Nilo, San Fantino, San Nicodemo, San Luca, San Macario, San Zaccaria e San Saba e tanti altri. Qui fu allievo di San Fantino e si dedicò alla vita contemplativa e alla carità; raccolse e copiò numerosi codici. Essendo alla ricerca continua di una maggiore perfezione di spirito si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo vicino Mercurion. Io non sarei così sicuro da porre lo speco o la spelonca descritta nell’opera agiografica di S. Nilo fosse un luogo vicino al Mercurion. Come pure i luoghi frequentati da S. Nicodemo, S. Nilo e S. Fantino non fossero quelli descritti dai filologi bizantini che sino ad oggi si sono occupati della loro Vita ed imprese. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp, 24-25, nel capitolo 4: “S. Nilo si riduce a vita solitaria. Sua asprissima penitenza, e tentazioni dai demoni”, in proposito scriveva che: “Ma il nostro santo padre Nilo ogni di più crescendo e avanzando nei gradi della divina perfezione si accese di un grande amore per la vita solitaria, mare di tutte le virtù, anelando di acquistar per quel mezzo ricchezze ognor maggiori e più alta sapienza. Esposto questo suo divisamento a quei Padri, per fare ogni cosa dietro il loro parere, venne di comune consenso approvato, facendone anche essi orazione a Dio. E’ non guari distante dai monasteri una spelonca, incavata nell’alto di una rupe, ed entro un altare dedicato al nome dell’Arcangelo san Michele; luogo quindi quanto mai acconci al ritiro per chi vi è chiamato (I). Ora in codesta spelonca sen venne tutto allegro e risoluto quel generoso, armato dello zelo di Elia, della forza di Eliseo e della pazienza di altri Santi. Quivi stavasi tutto solo, non ammettendo seco altri che Dio, anzi tenendosi di continuo alla sua presenza ome se lo vedesse, sebbene invisibile.”. Il Rocchi, a p. 25, nella nota (I) postillava che:  “(1) Il ch. dott. De Salvo contro alcuni (Marafioti, Minasi) che vorrebbero la spelonca, dedicata al sant’Arcangelo, fosse a metà del monte Aulinas, oggi S. Elia, sostiene essere ben altra, atteso la distanza di Monte S. Elia dalla regione Mercuriense, mentre qui si dice che lo speco ‘non era guari distante dal monastero’ (V. Metaur. Taur., cit. 100-101, nota). E non si chiama questo nè Monte, che pure quello è di notevole altezza, nè di S. Elia, nome già celebre; nè si accenna che vi avessero monaci, quali almen certo vi erano in quel tempo, come indica anche il ch. Nic. Oliva nei Cenni Storici, preliminari alla sua ‘Cantica, il monte Aulinas’ (Palmi, 1890, pp. 9-10). E qui al nostro vate rendiamo pubbliche grazie del poema già mandatoci in dono, congratulandoci per la sua fervida vena. Che poi in quella vicinanza del S. Elia il luogo sia detto ‘Sambicele’, ecc…, non è ragione ferma per identificare in una le due località, potendosi avere il culto del S. Arcangelo anche in altri posti che non ne abbiano il nome. Ma storicamente, infine, non apparisce monasteo sul monte, a cui Nilo per diverse bisogni urgenti vi si sarebbe diretto, il che pure non vi si accenna aver egli fatto mai. Quindi la roccia con la caverna e l’oratorio di S. Michele potè trovarsi, come indicherebbe il De Salvo, tra i due valloncelli di Sidaro e di Prato (l.c.).”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “S. Nilo si ritira a vita solitaria nella grotta di San Michele Arcangelo – Il programma della sua laboriosa giornata (943)”, a p. 18 e ss., in proposito scriveva che: “Non molto distante dal monastero v’era una spelonca incavata nella roccia; un altare dedicato a San Michele Arcangelo ne faceva quasi un santuario. In questa spelonca il fervoroso asceta pose la sua dimora. Quale era il tenore della sua vita? Quali le penitenze, cui si diede? Quali i suoi esercizi di pietà e di preghiera? Purtroppo nulla sapremo, se provvidenzialmente, in seguito, il suo prediletto discepolo Bartolomeo, con la sua santa astuzia, non li avesse carpiti dalla bocca stessa del santo suo Maestro, con cui convisse per più di dieci anni, e non ce li avesse tramandati per iscritto nel mirabile Bios (Vita)(3).”. Il Giovanelli, a p. 19, nella nota (3) postillava che: “(3) Di questo BIOS è stata da me pubblicata la fedele “Versione italiana”, con abbondanti note religiose, storiche, sociali e politiche, (Grottaferrata, 1966), e nel 1972 è stato pure da me pubblicato il “Testo originale greco”, con “Studio introduttivo” ed “Appendice: Il Matrimonio di S. Nilo” (Grottaferrata, 1972).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Quaranta giorni dopo egli faceva ritorno alla regione Mercuriana, dove, sempre severo verso se stesso e amabile verso i suoi simili, visse alcuni anni nella sempre crescente venerazione dei confratelli. Abbandonò quelle laure nel 951, allorchè le incursioni saraceniche tornarono a spargere all’intorno, e segnatamente nelle zone monastiche, desolazione, terrore e morte. Etc…”. Il dott. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Passati colà quaranta giorni, se ne tornò dopo al Monastero di San Mercurio, da dove poi si allontanò per ritirarsi in una spelonca poco lontana, la quale era fra dirupi, e conteneva una cappella, dedicata a san Michele Arcangelo, e quivi incominciò a fare penitenza (2). Verso l’anno 944 (forse molto prima), il Di Meo (1), ritraendone le notizie evidentemente dalla narrazione della Vita di san Fantino abbate e di quella di san Nilo, dice che “l’abbate basiliano S. Fantino, essendo andato a visitare S. Nilo, il trovò gravemente infermo nella spelonca, e il condusse al monistero, ove si ristabilì con la rottura di un accesso, ed in fretta tornò alla sua spelonca”. Susseguentemente, il Marafioti (2), che ne ricava le notizie dalle medesime fonti, narra: “Di questo S. Fantino scrive san Bartolomeo monaco, che illustrato di novella luce, quasi un altro Jeremia sovra l’infelicissima Jerusalemme, piangendo cominciò profetare non solo la sensibile distruzione, quale doveva patire la Calabria, e i miserabili assalti, quali dovva ricevere dagli Agareni; ma eziando la vera distruzione delle virtù, e la dechinazione, quale dovevano fare i monaci del suo ordine alla vita volgare, e camminava il giorno con gli occhi pieni di lacrime pangendo le chiese, monisteri e libri, dicendo che dovea venire un giorno, quando le chiese sarebbero piene d’asini e cavalli, e i sacri libri dati al fuoco. Quando vedeva alcun monaco del suo monistero, lo piangeva come morto, dicendo: Io, figliuol mio, t’ho ucciso; e molte altre cose simili diceva. Mentre stava in questi dolori il santo, non voleva mangiare, nè riposarsi sotto il letto, ma andava per i deserti e si pasceva d’erbe. Per queste cose ed altre simili si doleva molto il beato Nilo monaco, suo amicissimo, ……e molte volte andò presso il beato Fantino a persuaderlo che volesse far ritorno al monistero; ma lui piangendo rispondeva: Non voglio ritornare, o padre, perchè questi del monasterio non sono miei monaci, perchè se fossero miei, piangerebbero meco; ma eglino mi chiamano stolto e pazzo, e perciò sappi, o mio caro padre, che prestissimo andrò nel paese supremo, e più non farò ritorno al mio monastero, ecc..” Ed il Di Meo (1) riferisce ancora che San Fantino “non poté più ridursi a tornare in monistero, ma andò nell’Oriente, ove poi santamente morì (in Tessalonica). Quindi i monaci di esso S. Fantino pregarono S. Nilo ad andar da essi per eleggere un nuovo abbate; ed essendo quivi giunto Luca, fratello germano di S. Fantino, buttandosegli ai piedi, lo scongiurò per ‘S. Trinitatem’ a voler’ essere lo egumeno: ma S. Nilo la vinse, e fece abbate lo stesso S. Luca. Era costui meno dotto e prudente. Essendo S. Nilo tornato alla spelonca, segli diede per discepolo e compagno S. Stefano.” In questi tempi sant’Elia Speleota, nativo di Reggio, venne al monastero di S. Elia Juniore delle Saline o Salinas, e da qui, dopo qualche tempo, si recò in una spelonca etc…” Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”.

Nel 940, il monastero di S. Fantino, forse il “Castellaro” di Capitello ?

Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 36-37, nel capitolo 5, in proposito scriveva che: “Ora il Padre presale scese al vicino cenobio di Castello (I)….”. Il Rocchi a p. 36, nella nota (I) postillava: “(I) Il ‘Cenobio di Castello’ è nominato due volte nella biografia, ed è anche una volta distintamente la città di ‘Castello’ nella cui cinta stava il monastero. Il Minasi (op. cit., annot. 12) e il De Salvo (Palmi, Seminara e Gioia, p. 10) la identificano con la presente ‘Seminara’: e Mons. TACCONE GALLUCCI, Monografie di storia calabrese, p. 139), l’appella “L’antica brezia città di Tauriana” perchè fondata dagli abitanti di Tauriana (Vedi anche nel medesimo autore: Monografia della città e diocesi di Mileto, Napoli, 1881, p. 174).”. Sempre il Rocchi (….), a p. 37, in proposito scriveva pure che: “Intanto non guari dopo questo incidente venne a visitarlo il santissimo Fantino; poichè di sovente essi si ritrovavano insieme, quasi due candelabri per illuminarsi a vicenda: ed anche perchè come Fantino avea con replicate insistenze persuaso Nilo a ricevere da sè settimanalmente il pane (I), così in ricambio questi lo ricompensava con lavori di sue mani (2). Vedutolo pertanto in così fatta tribolazione, non senza molte preghiere lo potè condurre seco con ogni sollecitudine in monastero; dove anche assai pregava Dio per la sua salute…..(p. 38 Rocchi) Ora trovavasi a caso in monastero uno dei fratelli venuto dalle parti di sopra (3), al quale egli portava una speciale affezione per essere cantore assai valente e fornito di bella voce. Etc..”. Il Rocchi a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) Cioè meridionali più verso Rossano”. Io però dubito che si trovasse li il monastero di S. Fantino. Riguardo il monastero di S. Fantino, nella “Vita di S. Nilo” pubblicata dal Rocchi (…), a pp. 42-43 leggiamo che: “In questa i Padri del monastero di S. Fantino vennero a lui pregandolo di occuparsi di loro, ed eleggere un abate, quel che alla santità sua piacesse di scegliere etc…E tenutogli tutti dietro, terminata che fu la preghiera, Luca, fratello germano del beatissimo Fantino, etc…(I).”. Il Rocchi, a p. 43, nel cap. 6°, nella nota (I) postillava che: “(I) Questo sant’uomo fu quegli che morì in Vallelucio (dove, vedremo in seguito, Nilo uscendo dalle Calabrie riparò coi suoi) il 21 novembre del 991; e che vien detto ‘abate del monasteor del S. P. Zaccaria in Mercurio ?’ (Cd. ms. Cryptofer. B. a. IV). Non si può in tutto assicurare.”. Sempre il Rocchi nella Vita di S. Nilo, a p. 53, in proposito scriveva che: “Venuta in questa la domenica, in cui quelli che stanno nei monasteri, sogliono dare qualche conforto al loro corpo, il Padre preso seco Giorgio lo condusse al monastero cosiddetto del ‘Castellano’, nel quale etc…”. Il capitolo ed i passi citati riguardano la Vita di S. Nilo prima che lasciasse la spelonca e si recasse verso S.Demetrio-Corone dove fondò il monastero di S. Adraino (vedi cap. 7). Dunque, è del tutto plausibile che il biografo di Nilo parlasse di luoghi che non corrispondono affatto a quelli individuati dal Rocchi, dal Minasi e da altri che pensavano più ai luoghi del Mercurion e non al basso Cilento. Stessa cosa dicasi per i luoghi frequentati dal beato Fantino. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del Mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52).”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s….Infatti, rileggendo Antonio Rocchi (….) in “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata”, a pp. 42 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, nella nota (2) postillava che: “E noi vedremo ciò più avanti; onde anche Nilo fu ostretto prima a trasferirsi in detta regione superiore (nel Rossanese) quinci a passar nella Camapania.”. Ciò che scrive il Cappelli: La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro”, ci induce a pensare che S. Fantino si sposta nella “Regione superiore”, ovvero la regione dei Principi di Salerno, nel Cilento, nel basso Cilento. Il Cappelli (….), aggiunge pure che nella: “La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”.

Nel 951, il monaco Nilo lascia la spelonca del Sant’Arcangelo Michele e va a vivere nel monastero di S. Adriano in Calabria

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 56 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, in proposito scriveva che: “Ora poi di tempo in tempo invadendo quei luoghi gli empi Saraceni, e non potendo perciò i santi padri omai abitare nella spelonca, dacchè per colà si accampavano gli eserciti, parve bene al gran Padre di dover abbandonare la contrada. Quindi direttosi per le adiacenze di sua patria (I), si stabilì in una sua proprietà, nella quale era già stato costruito un piccolo oratorio ad onore di S. Adriano, riputando egli che i pagani non sarebbero per salire fin là, per essere luogo poco accessibile e fuori di mano (2)…..Con ciò in breve tempo si furono riuniti ben più di dodici, e con l’aiuto di Dio il luogo fu costituito in monastero; etc…”. Il Rocchi, a p. 56, nella nota (I) postillava che: “(I) Rossano”. Il Rocchi, a p. 56, nella nota (2) postillava che: “(2) A brevissima distanza da S. Demetrio-Corone, a cinque miglia da Bisignano e dieci da Rossano era il Cenobio. Oggi è residenza del Collegio italo-greco e del vescovo greco ordinante. Quivi presso è una grotta, ove è tradizione che S. Nilo si riducesse a pregare. Per ricordo di quella chiesa i nostri monaci qui in Grottaferrata dedicarono ai Ss. Adriano e Natalia un oratorio, ove, passato a cappella dei Ss. Fondatori, in loro memoria posero due medaglioni dipinti dal Domenichino.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. La seconda che si svolse durante lunghi anni densi di avvenimenti di diverso genere, nell’ambiente familiare che si stendeva intorno a quello che prima era l’asceterio e dopo divenne il cenobio di S. Adriano, alle porte dell’odierno abitato di S. Demetrio Corone. Di fronte al silenzio del biografo si può però tentare di ritrovare, con molta approssimazione e che per mezzo di altre notizie concomitanti, la data che segnò il passaggio del beato dalla sua prima fase di vita monastica puramente contemplativa a quell’altra in cui egli per la prima volta appare a capo di un cenobio e nello stesso tempo si mostra interessato ad avvenimenti politici di grande importanza…..Si è soliti ammettere che il lamento di S. Fantino sulla triste sorte che incombeva sulle chiese, i monasteri ed i libri della regione mercuriense e dei quali prevedeva la distruzione totale, vada messo in relazione con la invasione mussulmana del 951-52. Incursione che guidata da Abu-Kasem-Ibn-Alì si abattè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che rinnovatasi nella primavera dell’anno seguente portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio Malakenos. La morte del comandante dell’esercito bizantino di terra produsse una profonda costernazione e disperati allarmi, di cui sono vivi gli echi nella Vita di S. Saba di Collesano, anche nell’ambiente dei monaci bizantini viventi nel Mercurion. Tra quelli che nell’ora paurosa ed angosciosa si allontanarono, come S. Saba ed i suoi familiari ed evidentemente altri nuclei monastici, della regione mercuriense, non pare però sia da includere anche S. Nilo. Lo fa almeno supporre il fatto che la sua biografia accenna ad un lungo periodo di continui timori e pericoli, ad un anno intero, trascorso nel terrore dei mulsulmani. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musilmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Sembra così che la data tradizionale del 955, assegnata all’allontanamento del beato da quei selvosi e montani luoghi, dove soltanto il palpito delle stelle e l’allungarsi ed il decrescere delle ombre etc…..All’età dunque di circa quarantacinque anni, dopo un quindicennio di permanenza nella cittadella del monachesimo bizantino-calabrese, il beato nel suo pieno vigore fisico ed intellettuale sentiva il bisogno ed il desiderio di ritornare alle sue prossime e care contrade.”. Il Cappelli, a p. 60 scriveva pure che: “E così in condizioni spirituali ben diverse da quelle in cui insieme con il monaco Gregorio, aveva passato il Crati anni prima, ritornò a traversare il fiume assai probabilmente con la sola compagnia dei fedeli concittadini Stefano e Giorgio per trasferirsi in un luogo di sua proprietà, non molto distante da Rossano ed allora come ora appartato e lontano dai rumori del mondo. Località dove già era un oratorio intitolato a S. Adriano, sita in una zona boscosa da cui si comprende dall’alto con lo sguardo quello stesso indimenticabile scenario di monti, etc….., che strappava al Lenormant parole colme di entusiasmo. Nello stesso tempo però che metteva mano alla fondazione del suo monastero, il grande amatore della solitudine non rinunziava definitivamente a questa, come non l’abbandonarono mai completamente alcuni altri grandi monaci e capi di comunità del Mercurion suoi contemporanei: quali S. Leon-Luca di Corleone e S. Saba di Collesano.”.  Il Cappelli, a p. 53, nella nota (44) postillava che: “(44) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 99 ss.; E. Antichkoff, S. Nilo e i principi longobardi, in “La Badia Greca di Grottaferrata nel VII cent.”, Roma (1930), pp. 19-23; E. Pontieri, op. cit. p. 56. Nei colloqui tra S. Nilo ed i monaci di Montecassino il biografo dice che il santo parla in “lingua roana” (trad. A. Rocchi, cit., p. 102). Poiché in qualche testo del sec. X (v. anche Monteverdi, Introduzione allo studio della filologia romanza, Roma, (1943), pp. 4-7) questa espressione va intesa nel senso di “lingua romanza”, si potrebbe forse pensare che S. Nilo usi con i monaci, e la sua supposizione potrebbe essere avvalorata dal fatto che si tratta di una lunga conversazione quella nascente lingua italiana documentata proprio in quel periodo di tempo nelle vicinanze di Montecassino dalle formule testimoniali campane (v. A. Monteverdi, op. cit., pp. 172-73 e ‘Antiquitates romanicae’, Milano, 1942, n. 2). V. in questo volume il saggio: La cultura di S. Nilo.”.

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 188, in proposito scriveva che: “Un decennio dopo, trascorsi alcuni anni di relativa pace, si preparavano nuove sciagure, in dipendenza della richiesta dell’emiro Hasan-ibn-Ali allo stratega di Calabria ed altre città cristiane della Sicilia di voler pagare l’antico tributo non più versato dal 934 (23). Alle prime confuse e terrificanti dicerie di apprestamenti guerreschi e di invasioni, S. Fantino subiva un profondo turbamento psichico. Piangendo la sorte delle chiese e dei monasteri e dei fratelli della regione, che stava per essere calpestata e corsa in tutti i sensi, e la decadenza della pietà religiosa, egli vagava solitario per i luoghi più aspri dell’arduo e selvatico Mercurion, fino a che spariva improvvisamente come se fosse stato avvolto dalla notte (24). Si era avviato per morirvi verso l’altro focolare ascetico, che ardeva tra gli aggrovigliati monti del Cilento meridionale, la longobarda ‘regione superiore’ della vita di S. Nilo (25), con la quale i monasteri del Mercurion avevano intensi scambi spirituali. In questa regione, dalla quale sempre monaci venivano ed andavano, S. Fantino avrebbe vissuto vari anni ancora se può prestarsi fede alla predetta sua data di morte. Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (23) postillava che: “(23) Cfr.: J. Gay, Op. cit., pp. 190 ss.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (24) postillava che: “(24) Migne, P. G., cit., coll. 21 ss. e trad. A. Rocchi, cit., pp. 6 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp. 131 ss.; Biblioteca hagiographica graeca (2), Bruxelles, 1909, p. 211.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (25) postillava che: “(25) V. il mio cit. ‘S. Nilo e il monastero di S. Nazario’.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (26) postillava che: “(26) F. Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss.: ivi riferimenti bibliografici; E. Miraglia, Le Antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnuovo, Milano, 1954, p. 57; e in questo volume: S. Basilio de Chraterete e S. Basile.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, a p. 247, nella sua nota (1) postillava: “(1) C. KOROLEWSKIJ, Basiliens italo-grecs et espagnols, in “Dictionann. d’Histor. et de Géogr. Eccles.”, VI, col. 1202; etc…”.

Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 131 e ss. Il Martire (…) a p. 131, in proposito scriveva che: “N. 5 – S. Fantino di Tauriano.”,  a p. 136, nella nota (9) postillava: “(9) Circa gli anni 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Abbandonò quelle laure nel 951, allorchè le incursioni saraceniche tornarono a spargere all’intorno, e segnatamente nelle zone monastiche, desolazione, terrore e morte. Rifugiatosi allora nei boschi che rivestivano, come per lunghi tratti rivestono ancora oggi i colli cingenti la destra del Crati, fondò presso l’odierna S. Demetrio Corone là ove il paesaggio si apre sullo Jonio in un panorama di rude bellezza, un modesto oratorio, destinato ad avere fama ben oltre i confini della sua cerchia monastica: il celebre S. Adriano (21), e di questo cenobio, piegandosi al volere dei monaci dovette finalmente assumere il governo, pur rifiutando per umiltà il titolo di ‘egumeno’. Da tutte le parti accorrono a Nilo visitatori d’ogni condizione sociale, venuti per rasserenarsi in se stessi e pacificarsi con la vita attraverso la parola pacata e il giudizio limpido dell’anacoreta sulle più sottili questioni teologiche o per prender consiglio sui loro affari più gravi (22)…..Per venticinque anni Nilo rimase a S. Adriano, donde il suo apostolato religioso s’irradiò per tutta la valle del Crati, attirando a lui popolazioni e autorità, presso le quali la sua reputazione era grandissima. Etc…”Il Pontieri, a p. 98, nella nota (21) postillava che: “(21) P. Orsi, La chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone, nel volume ‘Le chiese basiliane della Calabria’, cit., p. 197 ss.; cfr. anche J. Gay, ‘Saint Adrien de Calabre: le monastèere basilien et le collège des Albanais’, nel volume ‘Mélanges pubbl. à l’occasion du jubilée épiscopale de Mrs. De Cabrieres (Paris, 1899), pp. 291 ss.”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (22) postillava che: “(22) Vita S. Nili, cit., p. 306.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Cappelli, Gl’inizi del cenobio di S. Adriano; Interpretazione della chiesa del cenobio di S. Adriano’, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit., pp. 55-99; F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss. Etc…”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.

Nel X secolo, egumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea

Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovanelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovanelli, ‘S. Nilo di Rossano’, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovanelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovanelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovanelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovanelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Giuseppe Cozza – Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’:

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), era quello di Siris, come è ricordato nel canto di Archiloco (30), è certo che esso in età ellenistica prese la denominazione di Sinis (31) per essere poi, in età roana, ricordato nella Tabula Peuntingeriana nella stazione stradale Ad Semnum (32); da cui poi derivano la forma medioevale già incontrata e l’attuale. Etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (28) postillava: “(28) Strab., V., 264; L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggiero” compilato da Edrisi, cit., p. 74.”. In questo caso il Cappelli si riferisce al testo del geografo arabo Edrisi ed a Michele Amari. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (30) postillava: “(30) Cfr. i versi di Archiloco in P. Zancani Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Archivio Storico per la Cal. e la Luc.”, XVIII, (1949), p. 1, n. 1.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (31) postillava: “(31) E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, testo, traduzione e note, Catania, 1901, v. 982.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (32) postillava: “(32) F. Lenormant, La Grande Grèce, Paris, 1881, I, 201.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”.

Nel 950, Gisulfo I e Giovanni, vescovo della diocesi Pestana ed abate del monastero di San Benedetto di Salerno, confessore dei Principi Longobardi e la cappella “subarce” di S. Matteo a Capaccio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. L’Atenolfi si riferisce alla cappella “subarce” di Capaccio quando scrive:  “…e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 131, in proposito scriveva che:

Nel 951-952, le incursioni dei Saraceni sulle nostre coste

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Si è soliti ammettere che il lamento di S. Fantino sulla triste sorte che incombeva sulle chiese, i monasteri ed i libri della regione mercuriense e dei quali prevedeva la distruzione totale, vada messo in relazione con la invasione mussulmana del 951-52. Incursione che guidata da Abu-Kasem-Ibn-Alì si abattè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che rinnovatasi nella primavera dell’anno seguente portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio Malakenos. La morte del comandante dell’esercito bizantino di terra produsse una profonda costernazione e disperati allarmi, di cui sono vivi gli echi nella Vita di S. Saba di Collesano, anche nell’ambiente dei monaci bizantini viventi nel Mercurion. Tra quelli che nell’ora paurosa ed angosciosa si allontanarono, come S. Saba ed i suoi familiari ed evidentemente altri nuclei monastici, della regione mercuriense, non pare però sia da includere anche S. Nilo. Lo fa almeno supporre il fatto che la sua biografia accenna ad un lungo periodo di continui timori e pericoli, ad un anno intero, trascorso nel terrore dei mulsulmani……..E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musilmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss., in proposito scriveva che: “…..il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), etc…”.  Il Cappelli, a p. 52, nella nota (33) postillava che: “(33) Cfr., Carlo Pesce, Storia della Città di Lagonegro, Napoli, 1914, pp. 189-90”. Sempre il Cappelli, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 193, in proposito scriveva che: “…..massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197 postillava che: “(40) P. Zancani- Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Arc. Stor. per la Calabria e la Lucania”, XVIII, (1949), pp. 15 s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 189”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio citato saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Riguardo il testo di Carlo Pesce (….), “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: Nessuna traccia o memoria, che ci riguardi particolarmente, troviamo dei Saraceni, i quali, venuti dall’Africa e dalla Sicilia, spesso assalivano e distrussero città e villaggi del golfo di Policastro e di queste regioni, e vi si accasarono fondando qua e là castelli e paesi, che da essi presero il nome.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta Calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio e il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva per la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni”. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che apparteneva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche” (50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni e la mietitura; il raccolto marcì nei campi, ecc….Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste ecc…Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p…, riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Il Gaetani parlando di Policastro Bussentino e della sua Diocesi ci dice del culto di S. Sofia, di un Aliprando de Bussentio e accenna alla venuta dei monaci nell’VIII secolo. Ma non dice nulla riguardo Niceforo Foca. Infatti, riguardo questa notizia il Gaetani (….), a p. 22, in proposito scriveva che: “Conoscendosi intanto che il Bussento risorse per opera dei Normanni, ne deploriamo una distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino ad Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente la cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale divenuta orribile covo Saracinesco finì per mai più non risorgere. Gli stessi gemiti potremo emettere sulle chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII e nel IX e nel X secolo della chiesa Bussentina. Ecc…”.

Nel 955-956, la terribile invasione dei Saraceni in Calabria

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss., riferendosi al beato S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

SAN CRISTOFORO, SAN SABA, SAN MACARIO

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia e la fondazione di monasteri nel basso Cilento, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion aveva portato tutto un corredo di norme e di insegnamenti derivati dalla riforma di S. Teodoro Studita. Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Per opera di S. Saba nacque pure l’istituzione delle confederazioni monastiche. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Da Wikipedia leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro. In tutta questa zona la diffusione del monachesimo era stata accompagnata da una parallela diffusione di altre forme di dialetti locali (108), l’architettura religiosa e la pittura, i cui modesti, sparsi documenti, mostrano come la tradizione artistica di questi paesi risentisse direttamente l’inflenza calabrese, e , tramite questa, della grande arte orientale (109). In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 47, nella sua nota (105) postillava che: “(105) S. G. Mercati, S. Mercurio e il Mercurion, in ‘Archivio storico per le Calabrie e la Lucania, VII (1937), pp. 295-296. Si veda anche l’etimologia, in verità alquanto macchinosa, proposta da Cappelli, ‘Il Mercurion’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 232-233.”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a quest’ultima montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc….Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana’.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Per il Caffi, il Cappelli intendeva: Caffi A., ‘Santi e guerrieri di Bisanzo nell’Italia meridionale’. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”

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(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334.Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Lamma (…), infatti a p….., in proposito scriveva che: “…………………….”.

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Su S. Saba ed i suoi monasteri nel Lagonegrese ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.. Il Martire (…) a p. 313 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “Succeduta la morte del figlio di detto sacerdote, Saba risuscitollo con ungerlo dell’olio delle lampadi di quell’Oratorio. Trattennesi ivi per qualche tempo in servizio di quei monaci; morti i quali, passò ad abitare nel paese di Lagonegro (15), là dove edificò un Oratorio in onor di S. Filippo Apostolo.”. Il Martire a pp. 324-325, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Lagonegro – E’ terra della Lucania, chiamata un tempo Nerula”.

Martire, p. 319

(Fig….) Martire Domenico (…), ‘Calabria sacra e profana’, p. 319

Nel ……., una Fonte: il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”.

NEL 968,  NICEFORO FOCA, Imperatore bizantino conquista la Calabria

Nel 968 (X sec. d.C.), l’Imperatore bizantino Niceforo Foca assoggettò i territori longobardi della Calabria

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Alla frontiera settentrionale cominciò nel 967 una guerra contro i Bulgari, ai quali i Bizantini dovevano un tributo. L’imperatore decise quindi di rivolgersi ai Rus’ di Kiev sotto il comando di Sviatoslav I, affinché in sua vece, e dietro un cospicuo pagamento in oro, fossero loro a muovere guerra contro i Bulgari. Niceforo II ebbe meno fortuna con le sue guerre occidentali. Dopo aver rinunciato al suo tributo all’Imam-Califfo dei Fatimidi, inviò una spedizione in Sicilia sotto il comando di Nicetas (964-965), ma fu costretto a evacuare completamente l’isola a causa delle sconfitte riportate, culminate nella Battaglia dello Stretto di Messina. Nel 967 fece pace con i musulmani fatimidi e decise di ricostruire Taranto, distrutta quarant’anni prima dai musulmani stessi. Nello stesso anno cominciò a difendersi dall’imperatore Ottone I, che aveva attaccato il patrimonio bizantino dell’Italia meridionale, ma dopo alcuni successi iniziali i suoi generali furono sconfitti e respinti verso le coste meridionali. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..”.

Nel 968 (X sec. d.C.), Niceforo Foca, attraverso il patriarca Anastasio costituì i calogerati di S. Cono e di S. Pietro di Camerota (di Licusati) e quello di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “….; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino. (29).. Il Laudisio (….) a p. 10 (vedi versione a cura del Visconti), nela sua nota (29) postillava che: Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.“. Nella nota (1), il Laudisio (…), cita il Cardinale De Luca (…) che l’aveva tratta dal Volpi (…) che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Infatti, stessa citazione fa Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Queste notizie furono tratte dal testo di Giuseppe Volpi (….). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “….mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e allUniversità di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, l’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Riguardo poi a Niceforo Foca il Laudisio, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche ecc…. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Ecc….”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. Ecc…. Dunque, il Platina (…) citato dal Laudisio che scrisse di Policastro, scriveva dell’Imperatore d’Oriente (bizantino) Niceforo Foca che per un breve periodo assoggettò i Longobardi del Ducato di Benevento e cercò di imporre il rito greco nelle nostre zone a mezzo del patriarca Anastasio. Alcune notizie sui calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro, il Laudisio le aveva tratte dal testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Infatti, Ferdinando Palazzo (….), sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…..), in proposito scriveva che: “Detti Frati Basiliani,……, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio: “Pixus-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani,provenienti dall’Epiro, in proposito scriveva che: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.”I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc).

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner, a p. 332, vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe…….Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta….”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner, anche sulla scorta del Laudisio (….) scriveva nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”.

Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. Dunque Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno.”. Dunque, secondo Orazio Campagna, i territori del basso Cilento non dovevano essere interessati dalla conquista di Niceforo Foca. Il Campagna scrive di S. Nilo che fuggì dai temi della Calabria natia e si rifugiò nel monastero italo-greco di S. Nazario, di cui scrive sempre il Campagna che era un territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc., Paris, 1904.”. Dunque, riguardo quel preciso periodo storico il Campagna cita il testo di “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna cita anche il testo di Giulio Gay (….). Riguardo quel periodo storico, anche Biagio Cappelli (…), riguardo la questione dell’invasione araba della Sicilia e la loro risalita verso le Calabrie, citava Julius Gay (…) che nel suo ‘L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200, in proposito scriveva che: “………………….

Riguardo la citazione del Gay (…), la Treccani parla di J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”.

Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…) sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario di Oreste citato prima, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Inoltre devo pure segnalare una notizia sulla eparchia di Rivello. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro.

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale.

L’antica Diocesi di Talao (Scalea)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio (…), continuando il suo racconto sulle ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Benedetto Alfano I’, in proposito scriveva che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I°’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio Gabriele (….), ‘De Antiquitate et situ Calabriae’, p. 83

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Secondo il Campagna (…), a p. 91 in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…), che a p….., riguardo la Diocesi di Cassano Ionio scriveva che: “……………………….”. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058.

LE ORIGINI DEL CONTE LEONE E DI MANSONE, VISCONTE DI ROCCAGLORIOSA E PADULA

Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.

Dal 977 al 978, Pandolfo I Testa di Ferro, ed il figlio Landolfo (IV di Benevento), principi del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Landolfo IV di Benevento (955 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo che governò, in co-reggenza con il padre Pandolfo Testadiferro, i principati di Benevento e Capua (come Landolfo VI) dal 968 e di Salerno pure in co-reggenza con il padre dal 977 o 978. Nel 968, la morte dello zio Landolfo III fu l’occasione per la sua ascesa, Testadiferro estromise il nipote e figlio di Landolfo II, Pandolfo, e associò al governo il suo proprio figlio. Nel 969, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino e assediò Capua e poi Benevento. La madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini. Landolfo era fratello di Pandolfo II di Salerno (altro figlio di Pandolfo I Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo.

Nel 981, il monaco Nilo di Rossano si trasferisce nei possedimenti di Pandolfo Testa di Ferro a Capua e l’abate Aligerno di Montecassino gli assegna il “monastero di S. Angelo di Vallelucio”, sua dipendenza

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “S. Nilo lascia la Calabria e viene nella Campania, ove ottiene dall’abate di Monte Cassino il monastero di Vallelucio. Visite del Santo al gran Cenobio e sue conferenze con quei monaci” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 99 e ssg., in proposito scriveva che: “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicchè si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sè l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il sano Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa etc….venne nuovamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto ‘Vallelucio’, dedicato all’arcangelo San Michele (I).”. Il Rocchi, a p. 101, nella nota (I) postillava: “(I) Codesta località è presso il comune di S. Elia al (fiume) Rapido”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Senonché di dedicarsi ad un più vasto e fecondo apostolato lo indusse, maturo di anni, ad emigrare dalla sua regione. Allontanatosi dalla Calabria, incominciava per Nilo una nuova fase della sua vita. Ortodossia romana e cultura bizantina si erano nella sua anima congiunte in un solo ideale, da cui era rimasta compenetrata tutta l’azione religiosa da lui svolta nella terra nativa. Questo ideale, lungi dall’affievolirsi, acquistò più vivo risalto dopo che Nilo emigrò in territori completamente latini e vi si pose a diffondere il monachesimo basiliano, fondando monasteri a Gaeta, a Valleluce e gettando, alle porte di Roma, le fondamenta di quello di Grottaferrata, che sarebbe diventato il più celebre tra tutti. Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, nonchè con amichevoli rapporti con papa Gregorio V, con Ottone III, col ‘basileus’ orientale: la sua anima, squisitamente religiosa, sapeva elevarsi al di sopra dei grandi contrasti politici o dottrinali, che allora dividevano Roma e Bisanzio. La morte lo colse a ‘Tusculum’, novantacinquenne, ma sempre alacre e alla vigilia di nuovi disegni.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi a S. Nilo, ed al suo arrivo nel monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “…..giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981.”. Dunque, Pandolfo Testa di Ferro morì poco dopo l’arrivo di S. Nilo nel monastero campano di Valleluce, in Campania. Il Cappelli, nell’indice scrive: “S. Angelo (mn) a Vallelucio 66, 71, 132, 215”.  Dunque, il Cappelli, nell’indice lo chiama monastero di “S. Angelo in Vallelucio”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, etc…”.

Dal 981 al 982, Pandolfo II di Salerno, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo II di Salerno (957 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 981 al 982. Fu il secondo della stirpe dei principi di Capua. Succedette al padre Pandolfo Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo. Testadiferro aveva riunificato tutti i territori dell’antica Langobardia Minor, assumendo nella sua persona la sovranità sui principati di Benevento, Capua e Salerno. Le sue disposizioni testamentarie stabilirono che al figlio maggiore, Landolfo, fossero assegnati Benevento e Capua, mentre al minore Pandolfo il Principato di Salerno. Pandolfo II fu immediatamente osteggiato dal duca Mansone I di Amalfi, che già nel 981 riuscì a rimuoverlo dal trono e ad ottenere il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Pandolfo raggiunse il fratello, che nel frattempo aveva perduto il dominio beneventano rimanendo sovrano della sola Capua, ed entrambi si unirono all’esercito imperiale di Ottone II in Calabria. I due fratelli morirono nella battaglia di Capo Colonna, contro i saraceni il 13 luglio 982. Bruno Ruggiero (….), nel suo “Principi, nobiltà e Chiesa nel Mezzogiorno Longobardo”, a p. 60 e ssg., in proposito scriveva che: E’ ben noto che la morte di Gisulfo I (977) – nato dalle nozze, le seconde, di Guaimario (II) con Gaitelgrima, figlia di Atenolfo (II) di Capua – si era estinta la discendenza di Guaiferio, il principe fondatore di s. Massimo. Per assicurarsi un successore Gisulfo aveva dovuto adottare Pandolfo (I), figlio del potente omonimo principe di Capua e Benevento e duca di Spoleto e di Camerino (100). A nessuno, altresì, è ignoto che l’ambizioso Capo-diferro di lì a poco incorporò nei suoi domini anche il principato salernitano proclamandosi collega del proprio figlio Pandolfo (maggio 978) e inviando a Salerno – secondo un’attendibile ipotesi dello Schipa (101) – come conte di Palazzo lo spoletino Giovanni di Lamberto. Il vasto organismo politico-territoriale creato dal principe di Capua-Benevento si dissolse alla sua morte (981) e Salerno rimase nelle deboli mani di Pandolfo I, che non seppe difenderla – nelle oscure vicende che avevano seguito la scomparsa del padre – dal duca amalfitano Mansone che vi si fece acclamare principe insieme con il figlio Giovanni (I)(981), ottenendo l’anno appresso la sanzione della sua usurpazione dall’Imperatore Ottone II (102). Ma sconfitto quest’ultimo nella sfortunata spedizione in Calabria, i Salernitani si ribellarono al duca Mansone ed a suo figlio, proclamando Principe quel Conte di Palazzo Giovanni di Lamberto – che abbiamo già incontrato accanto a Pandolfo I – e suo figlio Guido (103). Nonostante che una sollevazione lo avesse portato a capo del principato, Giovanni (II) rimaneva pur sempre estraneo alla società Salernitana, senza legami profondi con essa a parte quelli creatisi nella contingenza della sollevazione contro gli usurpatori amalfitani.”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (100) postillava che:  “(100) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 170”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (101) postillava che:  “(101) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 171”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (102) postillava che:  “(102) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 171”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (103) postillava che:  “(103) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 173; L.M. Hartmann, Geschichte Italiens, cit., IV/1, pp. 80 sg. e p. 123”

Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.

Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”.

Nel 981-982, il viaggio di S. Saba da Ottone II a Roma per conto di Romano, catepano del tema bizantino di Puglia

Pare che Romano successe nel 985 al Catepano Calociro Calofinas che era stato impiccato. Secondo il ‘Codice diplomatico bareseLupo, 56′,  Romano è nominato catapano d’Italia tra l’autunno 984 e la primavera dell’anno successivo durante il regno dell’Impero Bizantino di Basilio II. Per Lupo si intente Lupo Protospada (…). Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; un successivo viaggio a Roma egli dovette compiere, verso il 982, inviatovi dal catepano Romano (112), perchè trattasse la pace con Ottone II, ma l’intervento dei Musulmani gli impedì di compiere la sua missione, ed egli dovette ritirarsi in una spelonca presso Amalfi, ad Atrani (113). Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro. Ma qui accadde quanto era già accaduto, all’estremità opposta della Calabria, ad Elia lo Speleota; la fama della sua virtù fece accorrere presso di lui molti monaci, per cui intorno a S. Filippo si formò un monastero, che accolse ben presto sessanta religiosi.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Romano è indicato nel testo (‘Vita Sabae, v. XXII, p. 37) ecc..”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il testo edito ha: il testo in greco ecc..che il Cozza-Luzi traduce: “Beatus autem Sabas, ad Amalphim secedens, in abdito specu, hominum rebus sublimior, queti sacrae vacabat” (‘Vita Sabae’, v. XXII, p. 38.”. Infatti anche la studiosa Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio contenuto in “Calabria Bizantina’, aspetti sociali ed economici’ ed. Parallelo 38, a p. 54, in proposito scriveva che: “La Vita di San Saba racconta che il Santo, sfuggendo i Saraceni, affidò il tesoro del suo monastero a un amico di Amalfi (74).”. La Falkenhausen (…) a p. 54 nella sua nota (74) postillava che: “(74) ‘Historia et laudes S. Sabae et Macarii etc, op. cit., c. 36, p. 50.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, minacciato da una ribellione delle popolazioni che si rivolgevano per aiuto al ‘rex’, non sa ricorrere a miglior partito che all’intervento del santo monaco, il quale, per la fama della sua virtù, è in grado di recarsi a Roma e di compiere la sua missione di pace, mentre gli agareni minacciavano l’intera Calabria. Non importa molto se il nome del patrizio non è esatto e se invece che di Romano si debba parlare di Delfino Caloceos, quello che importa è che, nell’imminenza della spedizione di Ottone II, un monaco greco potesse presentarsi come mediatore tra il patrizio ‘basileus’ e lo sposo di Teofano, che, proprio alla vigilia della spedizione nell’Italia meridionale, aveva insistito nell’adoperare il titolo di ‘imperator Romanorum Augustus’. Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, ecc..”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Bulgarella a p. 40 parla degli inizi del X secolo quando Sant’Elia di Enna, a causa dell’espugnazione aglabita di Taormina e dell’intera Sicilia dap arte degli Arabi fu costretto a lasciare la Sicilia e si rifugiò ad Amalfi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: “Perciò non sorprende affatto che, in quelle circostanze, gli interlocutori della corte ottoniana siano stati personaggi di grande rilievo, come San Saba e San Nilo, San Gregorio di Cassano e Giovanni Filogato. Se è vero, infatti che nel 981 il catepano Romano, se non lo stesso ‘basileus’, inviò a San Saba in missione diplomatica a Roma perchè dissuadesse Ottone II dall’imminente spedizione nell’Italia meridionale e lo convincesse a rispettare la pace con Bisanzio, vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ediz. a cura di G. Cozza-Luzi, Romae, 1893, c. 22, pp. 37 s. Cfr. J. Gay, ‘L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, cit., pp. 326 ss.; V. Von Falkenhausen, ‘La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 86, 183.”

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”.

Nel 985-86, Mansone succede all’Abate Aligerno e, viene eletto abate dell’Abbazia di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Mansone era membro della dinastia capuana in quanto consobrinus, cioè cugino per parte materna, del principe di Capua Pandolfo (I), alla morte dell’abate Aligerno, avvenuta secondo la tradizione il 23 nov. 986 ma, più probabilmente, nell’anno precedente (Hoffmann, 1967, pp. 295 s.), fu imposto da Aloara, vedova di Pandolfo e reggente per il giovane figlio Landenolfo (II), alla guida della comunità monastica di Montecassino. L’inizio del suo abbaziato è da porsi fra il novembre del 985 e il maggio del 986 e si protrasse fino al 996. Per il periodo anteriore al 985, l’unica notizia relativa a Mansone è che quella di Montecassino non fu la sua prima nomina ad abate, avendo già rivestito in precedenza tale carica a S. Magno, monastero nel territorio di Fondi che all’epoca non rientrava fra i possedimenti cassinesi. Anche Leone Ostiense stigmatizza la condotta di Mansone, che descrive come amante della vita di corte e del lusso principesco. Significativo in tal senso fu il viaggio presso la corte germanica dell’ottobre del 992 in occasione della solenne cerimonia di consacrazione della chiesa di Alberstadt, cui Mansone partecipò accompagnato da una fitta scorta di servitori vestiti con ricchi abiti di seta. La condotta spregiudicata di Mansone e l’invidia per il potere di cui godeva gli attirarono nel volgere di pochi anni numerosi e potenti nemici. Nel 996 il vescovo dei Marsi Alberico – secondo alcune fonti istigato da Laidolfo – corruppe alcuni monaci cassinesi affinché lo aiutassero a prendere il posto di Mansone, il quale fu attirato con l’inganno a S. Benedetto di Capua e accecato dai confratelli dietro la promessa di 100 libbre pavesi. I monaci traditori non riuscirono però a incassare per intero la somma pattuita, dal momento che Alberico morì prima di aver ricevuto in consegna, come da accordi, gli occhi del nemico. Mansone morì l’8 marzo del 996, a causa delle ferite riportate nell’agguato di Capua.

Nel 986, Mansone, abate di Montecassino citato nel Bios di S. Nilo 

Dalla Treccani on-line leggiamo pure che ancora più critica è la descrizione che di Mansone si ricava dalla Vita di s. Nilo. Secondo il biografo, s. Bartolomeo, l’asceta – che dai tempi dell’abate Aligerno era ospite del monastero cassinese presso l’antica cella di S. Angelo in Valleluce – fuggì inorridito dalle terre di proprietà del cenobio in seguito a un episodio avvenuto presumibilmente verso la fine del 995. Desideroso di far visita a Mansone, Nilo si recò a S. Germano, cenobio ai piedi del monte, e qui apprese che l’abate non poteva riceverlo perché impegnato in un banchetto. Decise allora di attenderlo in chiesa ma, mentre pregava, udì che dal refettorio giungeva della musica. Inorridito, chiamò a raccolta i confratelli e abbandonò Valleluce, prima che il pessimo esempio contagiasse anche i monaci della sua comunità.  Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: Dopo la morte dell’illustre Aligerno, il quale da saggio e da santo diresse il monastero di S. Benedetto, sorse a quel comando un abate che al tutto ignorava chi fosse san Nilo, per non dire, che ignorasse anche Dio, come dimostrerà ciò che son per dire, quantunque in breve (2).”. Il Rocchi (….), a pp. 108-109, nella nota (2) postillava che: “(2) Di questo abate così scrive Leone Ostiense, ‘ Chron. Cassin. ad anno 986: Hoc anno defunctus est D. Aligernus Ven. abbas, id est indict. XIV et Manso in loco eius constitutus est abbates (sic) nobis invitis ad Aloara principissa cum filio suo, adhuc puer princeps’, n. 334. Al tempo dell’abate Mansone che governò a M. Cassino dal 986 al 996 si riferisce l’importante aneddoto della storia di san Nilo, che mancandoci nella sua biografia, desumiamo dalla ‘Vita di Adalberto di Praga’, il quale ne fu il soggetto. Adunque questo santo vescovo, rinunciato alla sua sede, e compiuto un pellegrinaggio a Gerusalemme, quindi passò a M. Cassino per compiere la sua vita da monaco. Ma quivi deplorata la rilassatezza del monastero sotto l’abate Mansone, ad onta di brillanti proposte fattegli da quei Priori etc…”. Il Rocchi, a p. 117, nella nota (2), continuando a postillare scriveva pure che: “(Acta Sanctorum, Ord. S. Benedetto, t. VII)”. Dunque, l’episodio di cui parla il Bios di S. Nilo che cita l’abate di Montecassino, Mansone che lo diventò nel 986, è meglio desunto dal Rocchi (….), scrive lui, da Leone Ostiense e nell’opera agiografica (il Bios) di Adalberto da Praga.  Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “L’infelice fine di Mansone, Abate di Monte Cassino”, a p. 46 e ss., in proposito scriveva che: “Dopo la morte del santo Abate Aligerno (986), il quale santamente e saggiamente aveva governato il monastero di M. Cassino, gli successe nell’Abbaziato un abate indegno, ignaro di vita ascetica, imposto a quel monastero dai Principi di Capua, di cui era parente. Costui, in poco tempo aveva distrutto in quel santo cenobio lo spirito religioso, tanto che molti dei migliori monaci se n’erano partiti, andando a dimorare in monasteri, dove fioriva lo spirito ascetico. S. Nilo dimorando in un monastero di proprietà di quel cenobio, si credette in dovere di recarsi a fargli visita ed ossequiarlo. Lo trovò, per caso, nel monastero di sotto, in S. Germano, che stava mangiando in compagnia dei monaci dignitari. Mentre il Padre lo attendeva in chiesa, in preghiera, ad un tratto sentì suoni d’un chitarrista, entrato in refettorio a suonare. Allora il beato Nilo disse a quelli che erano con lui: “Ricordatevi, o fratelli, di queste mie parole: non tarderà l’ira di Dio a piombare su di costoro”. Non trascorse molto tempo che l’abate, fatto prigioniero dal Principe di Capua, cui egli, con le sue congiure, cercava di spodestare per prenderne il potere, ebbe strappati gli occhi e venne poi relegato nella chiesa di S. Martino, al Volturno, dove, non molto dopo, l’8 marzo del 997, se ne morì.”.

Nel 990, l’altro viaggio di S. Saba di Collesano a Roma da Ottone II per conto di Giovanni I Principe di Salerno e del duca Mansone di Amalfi

Il periodo preducale ebbe termine nel 954, quando Mastalo II s’intitolò duca al raggiungimento della maggiore età, ma morì nel 958. Il nuovo duca, Sergio I, fondò quindi una nuova dinastia, destinata a regnare ininterrottamente per i successivi 115 anni, tranne nel periodo 1039–1052, quando il Principe di Salerno conquistò il Ducato di Amalfi. Nel 991 Mansone I d’Amalfi dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di S. Saba e della sua notevole influenza alla corte Sassone di Ottone II e di sua madre Teofano, ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: …..vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41). Prova ne sia che il mancato compimento della missione non precluse affatto le sue vie di accesso a quella corte, a cui infatti si rivolse circa dieci anni dopo (990), nel corso di due nuove ambascerie a Roma per conto del principe Giovanni di Salerno e del duca Mansone di Amalfi, ottenendo la liberazione dei loro figli, tenuti in ostaggio dai tedeschi, grazie alla benevolenza di Teofano nei suoi confronti ed ai buoni uffici del vescovo Giovanni, il potente ministro identificabile con Giovanni Filogato (42).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (42) postillava che: “(42) ‘Historia et laudes et SS. Sabae et Macarii’, ediz. cit., cc. 46 ss. pp. 63 ss. Cfr. J.B. Pitra, Analecta sacra’, I, Paris, 1876, pp. 306 ss.; U. Schwarz, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ecc…Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, come attesta in un altro punto la vita di s. Saba, quando parla di un secondo intervento del santo presso Ottone per salvare il figlio del principe di Salerno, che era ostaggio dell’imperatore diffidente verso l’atteggiamento di Mansone di Amalfi, che aveva conquistato lo stato di Salerno (283). E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme,, si sposti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Ecc... Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (283) postillava che: “(283)Vita, cit., 22. un cenno a Ottone II col titolo di ‘basileus’ è nel codice parigino supplementare 920, a. 6490.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Riguardo ciò che postillava il Bulgarella, ovvero a U. Schawarz (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. II, a p. 132, nella sua nota (185) postillava che: “A proposito delle pergamene Amalfitane va segnalato che, …..cfr. M. Camera (‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, II, Salerno, 1876, 1881, p. 80) e riedito da U. Schwarz (‘Alle origini della nobiltà amalfitana’, Atti “Amalfi nel Medioevo”, Salerno 1977, pp. 369 e 375). Cfr. pure il documento del 977 (‘Codice diplomatico amalfitano’ , I, doc. X, p. 16), ecc…”. Dunque questa notizia è tratta anche dal Camera (…) che fu ripubblicato da Ulrich Schwarz (…). Da Wikipedia, riferendosi a S. Saba dopo il 984, dopo aver liberato Armento leggiamo che: In seguito si trasferì ancora, vivendo da solo in una grotta nei dintorni di Salerno. In questo periodo il figlio di Giovanni I, principe di Salerno, era ostaggio presso la corte dell’imperatore Ottone II; cedendo alle preghiere di Giovanni e di suo padre Mansone, Saba si recò nuovamente a Roma come ambasciatore ottenendo, anche grazie all’intercessione dell’imperatrice Teofano, la sua liberazione.”. Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Alla morte del padre ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Bulgarella (…) si sa che San Saba partì da Lagonegro e si recò in missione dall’Imperatore Ottone II a Roma per conto del Principe di Salerno. Dalla Treccani on-line, in riferimento a S. Saba da Collesano leggiamo ancora che: “Saba da Collesano, santo. – Quando era ormai in età avanzata, infatti, sia il principe di Salerno sia il duca di Amalfi Mansone chiesero la sua intercessione presso la corte di Ottone III e di sua madre Teofano per ottenere la liberazione dei loro figli, presi in ostaggio da Ottone II durante la precedente campagna. A questo scopo Saba si recò due volte a Roma, dove il giovane imperatore si era trasferito, per conto dei due regnanti, conseguendo in ambedue i casi la liberazione degli ostaggi, grazie all’aiuto del vescovo di Piacenza Giovanni Filagato, anch’egli di origine italogreca (Canetti, 2000). Nel corso della seconda missione, tuttavia, Saba morì a Roma, nel monastero di S. Cesario. Attorno alle sue spoglie si produssero numerosi miracoli e la stessa imperatrice Teofano si recò a venerarle. La data del suo trapasso deve essere fissata a giovedì 6 febbraio 991 (Caruso, 1999, p. 573)”. Qui wikipedia cita Canetti edito nel 2000 (…). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: Come già nel 982, anche negli ultimi anni della sua vita Saba dovette recarsi a Roma per ottenere dall’Imperatore Ottone III (114) prima la liberazione del figlio del principe di Salerno, che era tenuto come ostaggio da Ottone, poi quella del figlio del patrizio di Amalfi; e in quest’ultimo viaggio morì a Roma, nel monastero di S. Cesario (115), lasciando il governo dei monasteri da lui fondati al fratello Macario, che gli sopravvisse di dieci anni, e che, quando morì a Salerno (116), nominò igumeno Luca.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (114) postillava che: “(114) In verità la ‘Vita Sabae’, v. XLVI, p. 63, confonde Ottone III con Ottone II, ma si tratta di una confusione facilmente spiegabile. Del resto la citazione, della narrazione di questo episodio, del vescovo Giovanni Piacenza, il futuro antipapa Giovanni XVI (v. XLVIII, p. 66), elimina ogni dubbio.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Sul monastero greco di S. Cesario cgr. F. Dvornick, Les légendes de Costantin et éthode vues de Byzance, ecc.., Praga, 1933, p. 287.”. Il Borsari a p. 50, nella sua nota (116) postillava che: “(116) Il nome di Salerno si ricava dal moneo di Macario, edito in Cozza-Luzi, op. cit., pp. 97-106: segue testo in greco tratto da Cozza-Luzi.”. Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV. Nel 991 Mansone dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Si veda Vera von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, Bari 1978, pp. 37 s., oppure V. von Falkenhausen, Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni, in Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello Stato medievale amalfitano. Atti del Congresso… 1981, Amalfi 1986, p. 18. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

D'Engenio, p. 46

Il Martire (…..), sulla scorta del d’Engenio Caracciolo (…..) dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

Engenio, p. 56

(Fig…) Cesare D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 54

Il Martire (…), nella sua nota (26) postillava e citava l’opera di Rocco Pirro (…) che nella sua ‘Sicilia Sacra etc…‘, nel 1733, tomo I del suo “Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore”, e il Martire dice, tomo I, fol. (pag.) 108, nota ai 5 di dicembre 884, quando il Pirro parla della Chiesa di Catania. Infatti il Pirro (…) a pp……in proposito scriveva che: “………………………….

Nel 996, Adalberto da Praga e S. Nilo

Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “L’infelice fine di Mansone, Abate di Monte Cassino”, a p. 46 e ss., in proposito scriveva che: Durante la dimora a Vallelucio S. Nilo ebbe la visita d’un santo ed eccezionale personaggio, S. Adalberto, vescovo di Praga. Sfiduciato dalla infrottuosità delle diuturne fatiche evangeliche sostenute presso i popoli Ceki, si portò a Roma, e dal papa Giovanni XV ottenne il permesso di rendersi monaco a M. Cassino. Qui dimorò alcun tempo, e cioè, sino alla santa morte del pio abate Aligerno. Ma succedutogli nell’abbaziato Mansone, che viveva da principe e non da monaco, Adalberto fuggì dal monastero e venne ai piedi del grande Nilo dimorante poco lontano, pregandolo di accoglierlo tra i suoi discepoli. Il Santo lo accolse con tutta benevolenza, leggendogli nel volto la bellezza dell’anima; ma lo dissuase a restare con lui, perché, essendo egli di rito greco e greco di nascita, difficilmente avrebbe potuto adattarsi al nuovo rito ed al nuovo regime di vita. Inoltre, poichè il Cenobio di M. Cassino era vicino, quell’abate, con i suoi monaci, non l’avrebbero lasciato in pace; anzi, facilmente per vendicarsi avrebbero estromesso anche lui Nilo, essendo il suo monastero di loro proprietà. Pertanto con sua lettera lo mandò al suo amico Giovanni, egumeno del monastero dei SS. Alessio e Bonifacio, sull’Aventino, in Roma, il quale ben volentieri l’accolse tra i suoi monaci. Adalberto rimase colà per alcuni anni, finché il papa Gregorio V, nel 996, non lo rimandò nella Prussia Orientale, , dove Adalberto subì il martirio da parte di quei popoli pagani, che egli aveva cercato di evangelizzare e convertire alla fede, nella città di Tenkitten, il 23 aprile del 996. Ottone III, suo grande amico, ne fece trasferire le sacre Spoglie a Roma e deporre nella chiesa di S. Bartolomeo ll’Isola Tiberina.. Da Wikipedia leggiamo che Adalberto (in polacco Wojciech, in ceco Vojtěch, in tedesco Adalbert; Libice, 956 circa – Tenkitten, 23 aprile 997) è stato il secondo vescovo di Praga, alla fine del X secolo, ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo considera patrono di Boemia, Polonia, Ungheria e Prussia. Fratellastro di Gaudenzio, fu ucciso mentre tentava di convertire le tribù baltiche della Prussia al Cristianesimo. La memoria liturgica è celebrata il 23 aprile. Nel 995 Boleslao, attraverso la decimazione della famiglia di Adalberto, riuscì a completare la conquista della Boemia e venne nuovamente costretto a fuggire da Praga per una sommossa dei nobili e a accompagnò Ottone III nel suo Romzug, residendo poi a Roma sull’Aventino, sotto la protezione dell’amico imperatore Ottone III. Qui maturò il progetto di evangelizzare le terre ancora pagane dei Prussi, essendo impossibilitato a tornare nella propria diocesi, e, dopo un viaggio-pellegrinaggio sulle tombe dei grandi santi del passato, nel dicembre 996, assieme al fratello Gaudenzio e ad un giovane monaco, andò verso la Vistola in terra pagana. Qui il santo e i suoi due compagni vennero arrestati il 17 aprile 997 ed espulsi, con la minaccia di morte se fossero ritornati.

Nel 991, Aloara di Capua, detta pure Abara, vedova di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua

Da Wikipedia leggiamo che la madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini.  Aloara di Capua (… – 992) vedova di Pandolfo Testadiferro, principe di Capua e Benevento, governò i suoi domini con grande abilità . Nel 969 suo marito, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino dai bizantini. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino ed assediò Capua e poi Benevento. Aloara con l’Arcivescovo di Benevento Landolfo I, governarono la città per difenderla dai bizantini. Suo marito morì a Capua nel 981 lasciando Aloara con cinque figli tra cui Landolfo IV, ereditò dal padre il titolo di principe di Capua e Benevento e Pandolfo, principe di Salerno. Cesare Baronio racconta che San Nilo da Rossano profetizzò ad Aloara che, come punizione per l’assassinio dei nipoti di suo marito (che lei aveva messo a morte per paura che potessero interferire con i diritti dei suoi figli) la sua progenie non avrebbe regnato su Capua; una profezia che fu confermata dagli eventi. Dunque, Pandolfo Capodiferro, sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, a p. 48 e ss., nel capitolo “La principessa Abara, vedova di Capodiferro, brama una visita del Santo – Tremenda profezia di lui sulla famiglia principesca (991)”, in proposito scriveva che: “Dopo la morte di Pandolfo 1° Capodiferro, principe di Capua, sua moglie Abara, donna ambiziosa e senza scrupoli, per sete di dominio e per invidia aveva fatto assassinare a tradimento dai suoi figli uno dei Conti, suo cugino, il quale era più accetto per reggere il principato, e tenuto in stima ed onore da tutti. Rosa dai rimorsi della coscienza aveva cercato di soffocarne la voce, confessando il suo peccato ai Vescovi, i quali, compiacentemente, l’avevano assolta, dandole per penitenza di recitare il salterio tre volte la settimana e fare elemosine. Tuttavia i rimorsi la rodevano ancora etc….Appena otto anni dopo, nel 999, scomparve l’ultimo rampollo diretto di Capodiferro, Laidolfo, deportato in Germania da Ottone III, sotto l’accusa di aver ucciso, o fatto uccidere, il fratello Landenolfo.”.

Nel 994 (XI sec. d.C.), Guaimario III, Principe del Principato Longobardo di Salerno

Felice Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci A., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Ma veniamo alla donazione citata dal Gatta (…), che si riferiva ad un Monastero fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, proposta da Beltrano e poi dal Gatta, nutriamo dei dubbi. Vediamo chi fosse il principe longobardo Guaimario III. Chi era il principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta ? Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030–31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. Guaimario e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.

NEL 1018, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio (1). Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). In Wikipedia, nella nota (1) postilla: “(1) Andrea Bedina, Guaimario [III], Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60 (Rome: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003)”. In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest (Routledge, 2000), p. 117.”. Infatti, Andrea Bedina, nella Treccani on-line, alla voce “Guaimario III”, in proposito scriveva che: “Nel settembre del 1015 G. cooptò al potere il figlio Giovanni (III), avuto dalla prima moglie; scomparso prematuramente Giovanni, fu scelto quale suo successore, nel 1018, Guaimario (IV), avuto da Gaitelgrima, da cui ebbe anche Guido, futuro gastaldo-conte di Conza e duca di Sorrento e Paldolfo, divenuto, per la prematura morte del primogenito, dominus di Capaccio.”. Dunque, secondo il Bedina, nel 1018, Pandolfo, a causa della prematura morte del primogenito divenne ‘dominus’ di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 134, nella nota (3) pubblicava lo schema con la discendenza di Pandolfo in cui è scritto che da “PANDOLFO, conte di Capaccio (1034 ? – 1052)”, tra i suoi figli, in particolare “SICHELGAITA, sposa di Asclettino di Sicignano (a. 1086)”. Michele Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

Nel 1021, un rogito del notaio Masiello di Roberto e la Cappella di S. Maria della Neve sul monte Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”.

Nel X e XI secolo, i Guaimario e la politica di difesa e di tutela dei monasteri italo-greci e benedettini

Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Sui Guaimario, principi longobardi di Salerno, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, (I edizione del 1745), nel “Discorso VI – De’ luoghi che sono intorn al fiume Melpi”, a p. 336, nella nota (2) postillava: “(2) Difficil cosa è a dire questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da Camillo Pellegrino, e ne ‘Diplomi Cavensi’ fatta menzione, circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo, e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo del CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e questo Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II, e fratello del Principe Gisulfo, così come le riporta il citato ‘Pellegrino in Stemm. Princ. Long. Saler.’. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principeto da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, prima che si facesse Monaco, e similmente si fece benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dell’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abbate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II, ma niuno di costoro ha veduto l’istrumento della fondazione già accennato, che era del MXXII.. Sui Guaimario, principi longobardi di Salerno ha scritto nella II edizione della “La Lucania – Discorsi”, dell’Antonini ormai defunto e pubblicata dal nipote Mazzarella Farao nel 1795, il Mazzarella, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2) Difficil cosa di questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da ‘Camillo Pellegrino’, e nè Diplomi Cavensi fatta menzione circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I. Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo nel CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e quello Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II e fratello del Principe Gisulfo I, così come li riporta il citato Pellegrino in ‘Stemm. Princ. Langob. Salern. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta, o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principato da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro, figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, ma prima che si facesse Monaco e similmente si fece Benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dall’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI. fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II. ma niuno di costoro ha veduto l’Istromento della fondazione già accennato, che era del MXXII. (*).”.

Nel 1021, Guaimario III, Principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da una Memoria manoscritta del XVIII secolo dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106, ma questa che parla dell’anno 1020 mi è nuova. Una notizia che riguarda l’anno 1020 riguarda S. Nilo in quanto pare che un antico codice compilato da S. Nilo nell’antico cenobio di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro fosse proprio dell’anno 1020. Anche di questo ho ivi scritto in un mio saggio sui codici miniati di Scuola Niliana di copisteria. La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Su queso antichissimo codice miniato greco forse della scuola di copisteria Niliana di S. Giovanni a Piro, ho ivi scritto un mio saggio a cui rimando per gli oopportuni approfondimenti.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. La Treccani, in merito all’encomio o laude, pubblicato dal Mai a p. 530 a p. 530,  dice però che non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 1022, il cenobio basiliano di “S. Cecilia ad Eremiti” di Castinatelli (frazione di Futani), poi abbazia benedettina

Da Wikipedia leggiamo che L’abbazia di Santa Cecilia è una chiesa situata nella frazione Castinatelli del comune di Futani, in provincia di Salerno, Campania. L’abbazia di Santa Cecilia si trova nel Parco Nazionale del Cilento e venne costruita nel 1022 da un longobardo di nome Guaimaro. Fu abitata dai monaci benedettini fino al XV secolo, quando tutti i beni vennero confiscati ai monaci e la chiesa abbandonata divenne un rudere. Documenti storici attestano che divenne centro di culto e di preghiera, ma anche mercato settimanale, scuola e farmacia. Per lungo tempo questo luogo fu abbandonato. Il vescovo Favale si è reso disponibile, anche grazie all’intervento del parroco, don Mario Gagliotta, alla realizzazione dei lavori. Oltre al recupero architettonico dell’abbazia, ad opera dell’architetto Raffaele Rammauro, sono stati compiuti dei lavori di ripristino dello spazio intorno alla struttura. Questa chiesa si compone di una navata unica absidata ed è posizionata secondo il classico orientamento est-ovest (abside verso est e ingresso a ovest). Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, (I edizione del 1745), nel “Discorso VI – De’ luoghi che sono intorn al fiume Melpi”, a pp. 333 e ssg, ci parla di questi monasteri. L’Antonini, a p. 336, in proposito scriveva che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monisterio di Benedettini col titolo di Santa Cecilia (I), oggi soppresso, e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de’ Ponteficali. Fu questa Badia, o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo fondato Guaimario (2). Il  suo Diploma in greco fu più volte da me veduto, quando non ancor aveva pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che n’era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser neppur nominato) disse; che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monastero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, o dopo fosse fondato il luogo chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vuò credere che abbia piuttosto avuto suoi principj dagli Abati successori, i quali, e per essi il Commendatario hanno il dritto nei terreni stessi di esigere da’ cittadini o coltivatori di quelli, la quinta parte di tutti i frutti, che vi nascono, purchè non siano con altre condizioni conceduti. Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto Casale degli Eremiti, esposto a Tramontana……All’incontro questi due luoghi, in bella prospettiva,  e di perfettissima aria stà l’antica Terra di Cuccaro, che verso Mezzogiorno forma una figura piramidale.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia’ del padre Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata notizia delle ‘Badie d’Italia’ di P. Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dirvi Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. In questa nota l’Antonini cita padre Lubin (….), il quale scriveva che nella “Camera Taxae”, il monastero è detto ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’, ovvero di Cuccaro, ma ciò accade perchè Castinatelli ricade nello Stato di Cuccaro. L’Antonini continuando il suo racconto scriveva che: “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo diploma in greco fu da me più volte veduto, quando ancora non avevo pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse; che non sapea più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse stato fondato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Etc…”. In primo luogo Antonini pone il cenobio basiliano a Castinatelli e non ad Eremiti che dice essere molto vicino. Infatti, a p. 337 scriveva che: “Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto casale degli Eremiti, esposto a Tramontana ed in luogo dove da per tutto sono sorgive di acqua chiara. Donde così sia stato il luogo nominato, non è facile indovinare, ma forse fu detto, o perchè sul suo principio era solitario, e romito, siccome ancora oggi è poco abitato, o perchè fosse stato fondato, e tenuto da uomini liberi; chiamati Eremitani da Ottone Imperatore etc…”. Inoltre, per il cenobio basiliano di S. Cecilia, l’Antonini scriveva che “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2).”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (2) postillava: “(2) Difficil cosa è a dire questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da Camillo Pellegrino, e ne ‘Diplomi Cavensi’ fatta menzione, circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo, e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo del CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e questo Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II, e fratello del Principe Gisulfo, così come le riporta il citato ‘Pellegrino in Stemm. Princ. Long. Saler.’. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principeto da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, prima che si facesse Monaco, e similmente si fece benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dell’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abbate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II, ma niuno di costoro ha veduto l’istrumento della fondazione già accennato, che era del MXXII.. Nella II edizione della “La Lucania – Discorsi”, dell’Antonini ormai defunto e pubblicata dal nipote Mazzarella Farao nel 1795, il Mazzarella, a pp. 337-338, in proposito che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monistero di Benedettini col titolo di S. Cecilia (I), oggi soppresso e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de Ponteficali. Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimaro (2). Il suo Diploma in greco fu da me più volte veduto, quando non ancor aveva pensiero di scriver queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse, che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti.”. L’Antonini, anzi il Mazzarella Farao, nella II edizione, a pp. 337-338, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia del P. Lubin’ viene questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciline de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. Il Mazzarella, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2) Difficil cosa di questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da ‘Camillo Pellegrino’, e nè Diplomi Cavensi fatta menzione circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I. Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo nel CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e quello Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II e fratello del Principe Gisulfo I, così come li riporta il citato Pellegrino in ‘Stemm. Princ. Langob. Salern. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta, o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principato da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro, figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, ma prima che si facesse Monaco e similmente si fece Benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dall’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI. fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II. ma niuno di costoro ha veduto l’Istromento della fondazione già accennato, che era del MXXII. (*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c.”.  Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 542 parlando del piccolo casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “La vicinanza con Cuccaro, oltre a confermare l’origine greco-bizantina di quel toponimo, ci rassicura su quella da ‘Kastanon’ (1) di Castinatelli, che occhieggia tuttora tra il folto di uno dei più bei boschi di castagni del territorio. E’ incerto perciò se il casale prescindesse alla fondazione della badia di S. Cecilia (a. 1022). Si ritiene (2) che esso sia sorto ad opera degli stessi abati, i cui successori (anche i commendatari) vantavano il diritto di esigere, da chiunque (“cittadini o coltivatori”) detenesse i terreni circostanti, la quinta parte “di tutti i frutti che vi nascono, purché non siano con altre condizioni concedute”. Ad evitare inutili ripetizioni si rinvia a quanto sul casale si è detto nella prima parte del volume e gli altri casali che facevano parte della “Terra di Cuccaro” (3). ……Il Giustiniani dice: “Inoggi è abitato da poche afflitte e sconsolate anime, addette solo al lavorio della terra, e si appartiene all’Abbadia di S. Cecilia” Badia che ai tempi del Volpi era retta dall’abate di “Castinatelli nella stessa Valle (di Novi) D. Nicola Giliberti di Cuccaro (….) Pronipote per sorella del famoso Dottore Pietro Fusco Regio Consigliero” (5).”. Ebner, a p. 542, nella nota ((2) postillava che: “(2) Antonini, cit., p. 308 “Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse fondato il luogo, chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vò credere, che abbia più tosto avuto suoi principi dagli Abati successori”. Ebner, a p. 542, nella nota (4) postillava che: “(4) Giustiniani, cit. I, Napoli, 1787, p. 377 sg. “Ella è una di quelle miserabili terricciuole che veggonsi disseminate per lo Cilento”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: “Heremiti (li remiti), Eremiti etc…Università autonoma fino all’aggregazione a Futani etc…I circostanti toponimi confermano l’esistenza nel luogo di asceteri di monaci italo-greci. Anzi, forse proprio qui, meglio che altrove, è lecito supporre l’esistenza di una laura, anche perchè ancora nel secolo scorso la località continuava a essere nota dalla santa, S. Cecilia, che gli asceti veneravano nell’edicola che li vedeva riuniti nella preghiera (S. Cecilia degli Eremiti). L’Antonini (1) ubica il villaggio a “un miglio ad Occidente (di Castinatelli) alle falde della montagna della Cavallara (…) esposto a tramontana, ed in luogo dove per tutto sono sorgive di chiare acque”. Il Giustiniani (2) aggiunge che “vi passa un torrente, che si unisce con il fiume di Cuccaro chiamato Fiume Rosso, e coll’altro di Montano detto del Lampo che va a imboccarsi alla marina della Molpa”. Gli acquisti di terreni da parte di cittadini di Chieti, nel Principato e specialmente nell’ambito della baronia, si spiegano col fatto che vescovo di quella città era stato designato il dissoluto D. Alfonso, figlio bastardo di re Ferrante, il quale aveva ottenuto in dono dal padre la commenda delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano. Etc…”. Sempre l’Ebner, a p. 547, in proposito scriveva che: “Abbazia di S. Cecilia. Non rientra nell’economia di questa indagine, la individuazione dei dati storici relativi alla penetrazione nel luogo del culto della fanciulla romana vissuta ai tempi di Urbano I ( 222-230). Secondo una pia leggenda (16), Cecilia avrebbe convertito la sera stessa delle nozze, lo sposo Valeriano che rispettò il suo voto di verginità cui si era segretamente consacrata. Sembra che sia stata decapitata assieme ai martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo (17). Etc…”. Ebner, a p. 547, nella nota (17) postillava che: “(17) Del suo martirio manca ogni notizia nei documenti del III e IV secolo. Comunque, i suoi resti furono traslati da papa Pasquale I (IX secolo) nella basilica di S. Cecilia in Trastevere (ricognizione del 1595). Il cenno negli ‘Atti’ che il giorno delle nozze “mentre risuonava la musica Cecilia in cuor suo cantava la sua preghiera” originò il sentimento popolare che fece della santa la patrona dei musicisti. Festa il 22 novembre.”. Sul Diploma di fondazione “l’Istromento” di cui parla l’Antonini, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: La intestazione della abbazia a S. Cecilia sembra documentata nell’atto di fondazione che l’Antonini (18) assicura di avere personalmente consultato nell’originale testo greco che non gli fu concesso di trascrivere. Nella seconda edizione de ‘La Lucania’, curata da F. Mazzarella Farao, una nota di quest’ultimo informa che la traduzione del documento originale (19) era contenuta negli atti di un processo relativo al diritto di patronato dell’abbazia, conservati nell’Archivio dell’Arcivescovado di Napoli. Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’aribia di un grecista qual’era il Mazzarella.”. Ebner, a p. 547, nella nota (18) postillava che: “(18) Antonini, cit., p. 336”. Ebner, a p. 547, nella nota (19) postillava che: “(19) L’atto di fondazione riguarda il cenobio e fu tradotto da un collegio digrecisti napoletani scelti dal Tribunale ecclesiastico. “In nome de lo Padre, de lo Figli, de lo Spirito Santo. In tempo de magnifico Guaymario de la Rotonda lo quale signoriava Cuccaro. Io magnifico Guaymario edifico e creo lo Monasterio de S. Cecilia…..scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocito, a li giorni 19 de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9 alla età de 6700 anni indizione prima”. E cioè nel 1022.”. Ebner, a p. 548, continuando scriveva che: “Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’acribia di un grecista qual’era il Mazzarella. Del documento originale quest’ultimo trascrive la sola invocazione divina, il titolo e la parte finale in una curiosa traduzione settecentesca riflettente troppo il singolare e conciso formulario dell’estensore greco.”. Infatti, nell’edizione del 1795 del Mazzarella Farao, a pp. 336-337, in proposito è scritto che: “Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo Diploma in greco etc..Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti.”. Il Farao, a pp. 336-337, nella nota (2) postillava: “(2)….(*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c….”. Vedi Antonini, nota (2) p. 337. Il Mazzarella Farao, nella seconda edizione della “Lucania”, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2)….“I pubblici Notaj che si veggono aver assistito alla formazione di più carte di tal affare, come dal fol. 299. sono un tal Montelletto de Farao e Masello de Farao, e Francesco de Antolino che dal 1416 fino al 1482. testifican pure essere stato il dritto della nomina sull’Abbadia di S. Cecilia antico della casa de’ Sanseverini & c. si fa pure menzione di un tal magnifico Notar Gilberto come ‘Judice’, e vi si cita poscia lungo catalogo di nomi di Preti Greci assistenti a tale interpretazione, e lettura a certi illustri testimonj, fra qual Ettore Bruno Judice, Bartolomeo, e Luca Barbato, e ‘l Alberio Similia. Si rileva pure che l’Istrumento originale ‘greco già come si è detto, fu scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocifero a li giorni 19. de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9. a la età de 6700. anni indizione prima’: lo che è ripeuto nell’altro processo della Curia del Cappellano Maggiore del 1771, fol. 209. che ha per titolo ‘Pro illustre Principe Centulae Super Surreptus Abbatiarum S. Ceciliae, & S. Nazarii Terrae de Cuccari &c.’, nel quale si sono industriati gli attori di far vedere, che un tal Benefizio fu ne’ tempi antichi sempre in collazione Regia, per averlo sempre conferito, o di aver almeno nominato per Beneficiato i Padroni di Cuccaro pro tempore que’ che loro più fosser graditi: che prima del 1498 appartenendo detta Terra a Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, ad Antonello Sanseverino, ed ai Principi di Rossano della famiglia Marzano, quando a costoro furon tolti i Feudi, come felloni del Re Federico d’Aragona, furono dati a Berlingieri Carafa, suo Maggiordomo, e Consigliere, coll’appressa clausola: “cum castris fortilitiis juribus patronatus ad Baronem spectantibus……Beneficiis insuper Cappellaniarum & juribus patronatus, si quae sunt in serris, & casalibus, & corum, discritibus ipsarum collationibus, & praesentationibus nobis, dictisque heredibus, & successoribus nostris in hoc Regno nostri Siciliae specialiter, & expresse reservatis’. Ci pote poscia mano la Corte di Roma al suo solito, circa il 1564, si vede fra gli altri Pio IV averne disposto a suo talento, cosa che ha durato fino ai giorni nostri, giacchè il famoso e dottissimo D. Nicola Giliberti morto nel 1771, in Napoli cogli onori dei Ponteficali, mitra, pastorale & c., fu l’ultimo Abbate di tal luogo, che fu dichiarato Episcopio ‘nullius’ che val quanto dire ‘Soggetto immediatamente alla Santa Sede. Or in morte del Gilberti trovò tal rappresaglia della Curia Romana delle opposizioni dalla parte de’ Duchi di Monteleone, e del Principe di Centola allora Pappacoda, specialmente per una denuncia d’un Prete Calabrese detto D. Antonio Carlucci nel 1772 per cui non si è più provveduta, tal Abbadia, e il Vescovo di Capaccio se la gode come Delegato nè ci tiene ch’ un miserabile Pretonzolo in figura di Parroco, colla rovina di tutte quelle rendite dissipate e lasciate usurpare al più forte e più destro occupante.”. Su questo documento del 1022, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “Nella vicina Eremiti vi era la nota abbazia di S. Cecilia del 1022. L’Antonini (I, p. 336) afferma di averne consultata l’originale pergamena di fondazione scritta in greco. Ai piedi della semidiruta facciata sono ancora visibili i grossi occhi di bue, attraverso i quali penetravano nella chiesa coloro che vi cercavano asilo.”. Sempre l’Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi passato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154 riferendosi al monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Dunque Ebner scriveva che il monastero di S. Pietro di Licusati aveva la giurisdizione spirituale, cioè alcuni monasteri dipendevano da esso, di alcuni monasteri del basso Cilento, tra cui quello di S. Nazario. Pietro Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali.”. Ebner, vol. I, a p. 154, nella nota (12) postillava della Platea dei beni del 1613: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1613, nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro di Licusati, alla voce alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario etc…” (3).”, sono elencati i beni dell’Abbazia di S. Cecilia di Castinatelli, che si trovava circa un tratto di balestra” (3).”, ovvero questi due monasteri erano molto vicini. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Sul viaggio di Nicola di Rossano e sul cenobio di Eremiti di Castinatelli, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”.

Nell’XI secolo, Guaimario III, principe di Salerno donò l’Abbazia di Sant’Angelo a Caselle in Pittari ai monaci Benedettini

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Interessante è la citazione del Guzzo (…), che a p. 207, scriveva che: “Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7).”, e che in proposito nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”.

Gatta, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Dunque, il Guzzo (…), citava Felice Fusco (…) che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò….un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Nel 1027, il principe longobardo Guaimario III fondò l’Abbazia di S. Angelo in Pittari sul monte Pitraro verso Caselle

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”. Il Pesce, si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (…), del 1601, e del suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, tra Molpa e Pisciotta (località “Pantana”), vicino Caprioli

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una Relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpzioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

NEL 1034, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Pandolfo era figlio del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

Nel X sec., il cenobio basiliano di San Nazario sorto vicino il casale di S. Nazario, vicino il casale di S. Mauro la Bruca, e la congregazione Niliana  

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio. Il Giustiniani, rifacendosi all’Antonini, afferma che la Badia fu “edificata in luogo basso su un fiumicello, ove non respirasi aria molto salubre, e gli abitanti (16) ascendono a circa 600 tutti addetti alla sola agricoltura (….).”. Ebner, a p. 575, nella nota (16) postillava: “(16) Nel censimento dl 1532 il casale risultava abitato da 22 famiglie (=ab. 132), nel 1545 etc…”. Infatti, l’Antonini, nel Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Avate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “Calando verso Tramontana, in basso luogo vidi il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi etc….Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Roccagloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il casale di S. Nazario si trovasse nella Valle di novi Velia, Casale di Cuccaro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 573 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, che per economia di lavoro non possiamo qui ricostruire, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) S. Nilo vi nacque intorno al 910. Rossano, “città che presiede ai confini della Calabria” (Bios, 5), era diventata “la più bizantina della Calabria” (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) perhé sede dello stratega di quel tema dopo la conquista di Reggio (Emiro Hasan, a. 923/4).”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Ebner, a p. 574, in proposito scriveva pure che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata. (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (6) postillava che: “(6) Bios, 26: “l’egùmeno aveva fatto il disegno di costituirlo Nilo, subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione, egùmeno di un altro suo monastero” e cioè di S. Nicola o di S. Maria di Cuccaro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monatero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (km. 12), ove la tradizione vuole etc…(7). Nei pressi del cenobio al di là del “fiume della Badia”, sorge il casale.”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero del 1131, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, “Dei Luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, a pp. 333-334 scriveva che: “Il fiume Melpi, detto altrimenti Rubicante, ha la maggior prima sorgiva in una montagna due miglia sopra Cuccaro, chiamata Lagorosso, cosiddetta dall’esser la terra, e le pietre focaie, che in copia vi sono, rosseggianti;  ond’è che in tempo di pioggia mischiandosi coll’altr’ acque, fa divenir rosseggiante tutto il fiume; e quindi penso, che sicuramente il nome di Rubicante li sia venuto. S’accresce dall’altre, che calando dalle montagne di Montano copiose, se li uniscono sotto li Massicelle. Riceve ancora altri fiumicelli, che dalla dritta calano dale colline degli Eremiti, e parte da quelli di S. Nazario: etc….”. Dunque, l’Antonini parlando del fiume Mingardo, che egli chiama “Rubicante” scriveva di “Cuccaro”, delle montagne di Montano Antilia, di Massicelle, di Eremiti e di S. Nazario, tutti casali. L’Antonini, a p. 333 continuando il suo racconto scriveva che: “Calando verso tramontana in basso luogo verso un fiumicello, viene il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi e in verno si fa abbondantissima caccia di tordi, e di merli, che pasciuti fra quei mirteti, sono di un soavissimo sapore, e stranamente grassi.”. Dunque, l’Antonini scriveva che dalle colline di Eremiti e di S. Nazario, “Calando verso tramontana in basso luogo verso un fiumicello, viene il Casale di S. Nazario.”, aggiungendo che:  “…..questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV.”. Dunque, l’Antonini aggiunge che il casale di S. Nazario non era molto distante dall’Abbazia benedettina di Eremiti commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, ovvero la vicina Abbazia di S. Cecilia ad Eremiti di Castinatelli. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc..”. L’Antonini, sempre a p. 333 (prima edizione) scriveva pure che: “Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Sul testo citato del Santorio (….), l’Antonini, a p…… parlando di Roccagloriosa scriveva pure che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), “…al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto.”. Dunque, l’Antonini, nel parlare del casale e del monastero (che dice essere stato abbandonato) di S. Nazario, cita Paolo Emilio Santorio (….), ed il suo “Storia Carbonense”, al f. 29. L’Antonini si riferisce al testo intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, a p. 335 riferendosi sempre al “bios” di S. Nilo (a cui si rifaceva il testo del Santorio (….), del 1601) aggiungeva che: “Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Ebner, a p. 574, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, LXII, 68, Cucli (Cuccaro) a. 1303 novembris II, edito in RSS 1967, p. 123 sg.: “revendi patris et Domini Johannis dei gratia Caputaquensis episcopi” ordina la consegna di “vaccas vigintas” a “frater Paulis abbas monasterii ecclesie Sancti Nazarii de Cuclo”. Giurisdizione confermata dalle ‘Rationes decimarum Italiae cit., f. 311. 2 “6609. Monasterium S. Nazari debet tar. XV” e al n. 5535 “S. Nazari valet unc. XII solvit tar. XXI”. Ebner, a p. 574, nella nota (9) postillava che: “(9) R Q, f 140.”. Ebner, a p. 574, nella nota (10) postillava che: “(10) “Quiquidem Casalia Sancti Nazarii et Eremitorum tenet magn. Joan. Alexand. De Loffredo de dicta Terra”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizione del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Su questo passo però devo segnalare che lo stesso Ebner, a p. 548 parlando del casale di Eremiti, in proposito scriveva che: “Pio IV con una bolla del 1654 assegnò le abbazie di S. Cecilia e di S. Nazario al Capitolo della basilica di S. Pietro di Roma che esercitava la giurisdizione spirituale anche sui casali a mezzo di abati locali.”. Ebner, a p. 575 dice che la bolla di papa Pio IV era del 1564 e a p. 548 dice che essa era del 1654. E’ corretta la data del 1564 in quanto Pio IV morì nel 1565. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154 riferendosi al monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Dunque Ebner scriveva che il monastero di S. Pietro di Licusati aveva la giurisdizione spirituale, cioè alcuni monasteri dipendevano da esso, di alcuni monasteri del basso Cilento, tra cui quello di S. Nazario. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a p. 68, in proposito scriveva che: “….tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236),…”  e, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, parlando del casale di “S. Mauro La Bruca”, a pp. 566, in proposito scriveva che: “Capoluogo dell’omonimo Comune (km. 18.93, con la frazione S. Nazario ab. 1196)…”. Dunque, Ebner scrive che S. Nazario era frazione del Comune di S. Mauro la Bruca. Ebner, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Anche questo casale, come altri vicini, è da presumere abbia preso nome dal santo venerato nell’edicola sorta a mezzo costa della boscosa dorsale del monte (m. 797) dei Monaci. Ed è forse proprio questo toponimo che invita, anche per la breve distanza (km. 2) che separa quella di S. Nazario dalla chiesa di S. Mauro, a supporre che quest’ultima possa essere stata elevata dagli stessi religiosi esuli dal Mercurion fondatori della culla della congragazione niliana.”. Dunque, Ebner scriveva che dal toponimo di “Monte dei Monaci”, non molto distante dal casale di S. Nazario (2 km.) dal casale di S. Mauro oggi la Bruca), “che invita a supporre  che quest’ultima possa essere stata elevata dagli stessi religiosi esuli dal mercurion fondatori della culla della congragazione niliana”, ovvero invita a supporre che anche il casale di S. Mauro possa avere avuto origine dagli stessi monaci, provenienti dal Mercurion calabro abbiano fondato la “congregazione Niliana” del Monte Bulgheria. Ebner, a p. 566 scriveva pure di S. Mauro che: “Nessun documento finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione”.”. Ebner, a p. 566, nella nota (I) postillava: “(I) ABC, D, 47, a. 1104, Novi, v. Appendice: documenti.”. In questo passaggio Ebner cita un documento del 1104, una donazione fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava di cui, Ebner ci parla meglio a p. 338 e che pubblica in “Appendice – Documenti” del suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Originale edito in RSS 1967 – ABC, D, 1104, novembris, XIII, Novae. In Nomine Domini (…) Anno ab incarnationes eius (….) Nos Guilielmus, grazia dei domino castelli qui Nove dicitur, filius quondam Guilielmi qui dictus est de Magnia, et Altruda etc…”. Sempre Pietro Ebner, a p. 522 parlando dello “Stato di Cuccaro” e di Cuccaro (Vetere), in proposito scriveva pure che: “Nell’anzidetto documento cavense è forse un indizio sull’esistenza nel luogo di antiche fortificazioni. “Intus castra de Cuccoli”, infatti, nell’ottobre del 1108, Altruda, figlia del conte Giovanni diTeano e vedova del secondo signore di Novi Guglielmo de Magnia, donò al decano e al priore del cilentano monastero di S. Michele Arcangelo “una petia de terra que est in finibus castelli qui se dicitur de velle (Acquavella), ubi proprio dicitur juncta” (pressi dell’Alento). Tale documento è assai importante, non solo perché indirettamente ci informa del passaggio della signoria di Novi, priva di erdi legittimi, a Guglielmo, figliuolo di Pandolfo di Capaccio e Corneto e nipote di Altruda e del defunto marito, etc…”. Dunque, Ebner, a p. 566, scriveva che questo documento del 1104 (vi sarà quello simile anche nel 1118), perché inquesta donazione del 1104 veniva citata anche la donazione di “dell’omonimo complesso monastico di S. Mauro”. A p. 338, nel documento è detto: “…beata martiris Barbare (…) tota ecclesia Sancti Mauri quae edificata est in pertinentia predicti nostri castelli (….) Et taliter tibi Richardo nus pestanus episcopus me etc…”. Da Wikipedia, alla voce “S. Mauro la Bruca” leggiamo che sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. Intorno al monastero, com’è accaduto sovente anche altrove, si sviluppò l’antico centro abitato, che dall’Abbazia prese sia il nome che il culto in onore del Santo. Per quanto riguarda le vicende storiche dell’abitato, c’è da dire che la maggior parte delle notizie in merito sono state raccolte dal parroco don Pasquale Allegro, deceduto nel novembre 1994. Secondo la sua ricostruzione storica, il vecchio abitato si trovava, in tempi molto antichi, in contrada “Santa Maria”, un chilometro a sud dell’attuale centro abitato; nella stessa zona, come già si accennava sopra, si trovava l’Abbazia benedettina dedicata a San Mauro. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a p. 25 parlando di Caprioli opinava che: “….va precisato che ….la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17).”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, riferendosi alla cappella di S. Caterina a Caprioli, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.   

Nel 1038 (?), “Richerio”, abate dei Monasteri di S. Pietro ad Aquara e di S. Nazario a S. Nazario

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “….riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV…Etc..”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333)…….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino etc..”. In qualche modo la notizia di un Abbate Richerio è anche legata alla notizia secondo cui a Centola alcuni autori hanno riferito del corpo di S. Richerio sepolto presso la chiesa dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini.

Nel 1038, Richerio, abate di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

Nel….., S. Richerio, abate della chiesa di S. Maria in Centulis in Francia o di Centola nel Cilento ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”. Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Il Chronicon Cavense

L’opera pubblicata dal Pratilli in un testo di Pellegrino (….) fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbzia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”.

Nel 981, il giovane patrizio calabrese Basilio di Rossano, poi in seguito monaco Bartolomeo e poi “S. Bartolomeo il giovane” o di Rossano o di Grottaferrata

Da Wikipedia leggiamo che gli Acta Sanctorum (in italiano Atti dei santi) costituiscono una raccolta di documenti relativi ai santi della Chiesa avviata, nel suo nucleo primigenio, dall’erudito belga Jean Bolland (1596-1665) S.J. e poi proseguita da altri padri gesuiti, che ne composero l’originaria struttura (per la loro opera sono stati chiamati bollandisti). La raccolta rappresenta una vasta collezione di fonti sui santi articolate in base al calendario liturgico. Da Wikipedia leggiamo che morì nel 1004 durante il pellegrinaggio a Roma nei pressi di Tusculum. Di san Nilo si occupò il suo discepolo prediletto San Bartolomeo abate, che ebbe di lui grande stima. Bartolomeo il Giovane (detto anche o Bartolomeo di Rossano o Bartolomeo di Grottaferrata; Rossano, 981 – Grottaferrata, 1055) è stato un monaco cristiano italiano. Manifestò fin da piccolo grande interesse per la vita monastica tanto che i nobili genitori decisero di affidarlo, all’età di sette anni, ai monaci bizantini del monastero di San Giovanni Calibyta in Caloveto. Recatosi a dodici anni al monastero di Montecassino, ove viveva San Nilo il Giovane, rimase attratto dalla sua personalità e si fermò lì, seguendolo poi (994) a Serperi, ove visse di preghiera e digiuni per sei anni. Nell’anno 1000 accompagnò Nilo a Roma per implorare pietà per il compaesano Giovanni Filagato, autoproclamatosi Papa con il nome di Giovanni XVI, presso l’imperatore Ottone III attraverso la mediazione di Papa Gregorio V. Durante il viaggio, presso l’attuale Grottaferrata, comparve ai due monaci la Madonna che chiese loro di erigere sul luogo un tempio ed un monastero. Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. San Bartolomeo fu inumato accanto a San Nilo nel monastero di Grottaferrata, ma delle loro spoglie si sono perse le tracce. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non da nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocco (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.

Nel ……, il monaco Lucà, settimo abate di Grottaferrata e biografo di Bartolomeo da Rossano

Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. La studiosa Giovanna Falcone (….), sulla scorta della Follieri (….), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo:

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

La politica della “tutio” sovrana dei Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di neutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Nel ……, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”.

Guaimario IV (comunemente detto Guaimario V), principe del Principato Longobardo di Salerno

Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Il Breccia (…), sulla scorta di Ebner e di Acocella (…), a proposito del principe longobardo Guaimario IV, scriveva che: “Con i primi decenni del nuovo millennio si può intravvedere qualcosa di più preciso della vita delle fondazioni monastiche greche nel Cilento, che vengono favorite dal principe salernitano Guaimario V: in particolare S. Maria di Pattano, “cuore della spiritualità bizantina nella regione”, ma anche centri minori, e tra questi forse Rofrano – che proprio in quell’epoca, secondo l’Ebner, verrebbe sottoposto a Grottaferrata. E’ un periodo di ostilità continue tra i principati longobardi e il catepanato bizantino: ostilità che potrebbero aver fornito a Guaimario V anche un motivo pratico per la donazione del Monastero di Rofrano a Grottaferrata, vale a dire attrarre il primo nell’area della latinità, sciogliendone gli eventuali legami con la zona controllata da Costantinopoli  (verso cui poteva spingerlo anche la sua collocazione geografica, al confine meridionale del principato di Salerno), e portandolo invece a gravitare anche economicamente verso settentrione.”.  Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Atenolfo di Aquino, questi, ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche che si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quel di tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno, ebbe la sovranità su d’un altro dominio.” (25). Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…quasi a creare un contrappeso locale con la vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86),”. L’Ebner (…), nella sua nota (85), postillava: ………………………………..e, nella sua nota (86), postillava: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Ebner (…), continua il suo racconto e scrive: “che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Nel 1034, il monastero di S. Maria di Pattano e le concessioni di Guaimario IV

Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 31-32 , scriveva in proposito: Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…Intanto, favoriva, quasi a creare un contrappeso locale alla vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86), etc….”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “(86)…..CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV. Fedele (…) che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo e Richerio, abate di Montecassino

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di Guaimario che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1047 però, quella che era stata per Guaimario di Salerno l’impresa di una vita, fu completamente annullata: l’imperatore Enrico III, giunto nel sud Italia a chiedere atto di sottomissione a tutti i principi locali, restituì Capua a Pandolfo e pose sotto la sua diretta giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi. Infine, privò Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione di sovranità così scomoda per la corona imperiale. Nel 1048 Pandolfo, riconfermato di nuovo come principe di Capua, fu ancora una volta in guerra con Guaimario. Tutto nacque dalla necessità di assicurare una reggenza all’infante Ermanno, figlio e successore di Rainulfo II Trincanotte, morto in quell’anno. Dopo il fallimento del primo reggente, tale Bellebouch (Bellabocca), la questione si complicò, poiché non erano disponibili parenti diretti del principe minorenne. L’unico fra questi, Riccardo Drengot, cugino di Ermanno, era all’epoca prigioniero a Melfi per aver ingaggiato battaglia contro Drogone. Guaimario intervenne nella vicenda: negoziò il rilascio di Riccardo e lo condusse personalmente ad Aversa, dove questi fu insediato come reggente e poco dopo come vero e proprio conte. In questo modo, il principe Guaimario aveva recuperato l’alleanza della contea di Aversa.

Nel 1045, la visita di S. Bartolomeo di Grottaferrata al principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V)

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno stati dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel bios (23) è detto conte ( κωμης ), che aveva la signoria in quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo e castigo delle sue malefatte. Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Giovanelli prosegendo il suo racconto si chiedeva: “Di fronte alla narrazione di questo fatto sorge spontanea una domanda: perchè ricorrere all’aiuto di un Santo, che viveva così lontano (specie per quei tempi!) dai luoghi, ove si erano svolti gli avvenimenti ? Si è perchè la Badia di Grottaferrata aveva allora con quel Principato Longobardo vincoli di amicizia e di sudditanza, in seguito all’esistenza in esso del monastero di S. Nazario e dei beni con questo annessi e connessi, dipendenti da quei Principi. E da chi sa che il feudo di Rofrano, col relativo titolo baronale, non siano stati connessi a S. Bartolomeo proprio in quella circostanza, venendo confermati in seguito e stabiliti giuridicamente dai successori Principi Normanni ? Infatti, appena pochi anni dopo la morte del Santo, essi fanno la loro apparizione giuridica.”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo, abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  Bartolomeo si dedicò anche alla composizione di liti fra potenti, fra le quali la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner scriveva che il principe longobardo Guaimario V sollecitato dallo zio Pandolfo di Capaccio e da sua moglie Teodora di Tuscolo, che proveniva proprio da quella famiglia presso cui il principe era stato allevato da piccolo, concesse “all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner scriveva che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Inoltre, l’Ebner, a p. 33 riferendosi al principe longobardo Guaimario V, in proposito aggiungeva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). Etc…”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, sulla scorta del padre Germano Giovanelli (….) riportava la notizia interessantissima che riguarda Rofrano e, riferendosi alla visita di S. Bartolomeo al principe longobardo Guaimario V, in proposito scriveva che: E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. Dunque, Ebner, sulla scorta di padre Giovanelli (….) che a sua volta scriveva sulla scorta di P. Fedele (….), riportava la notizia che l’antichissima e preesistente Abazia di S. Maria di Rofrano, cenobio italo-greco dove secondo il Bios si era fatto tonsurare monaco Nicola da Rossano (S. Nilo), era stata concessa all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, l’Abbazia fondata da S. Nilo e poi nel 1045 retta da S. Bartolomeo il Giovane, suo discepolo e suo biografo. Riguardo l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano (….), fondata intorno all’anno mille da S. Nilo, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”.”. Infatti, dal Bios di S. Nilo si evince che il Santo prima di morire fondò l’Abbazia italo-greca di S. Maria a Gottaferrata grazie alle donazioni e concessioni del padre di Teodora di Tuscolo, Gregorio I detto “il Conte dei Romani”, nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner, a p. 33 scriveva che: “….Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI etc…”. Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376 riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…), che scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.” e, poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…) scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando del principe Longobardo Guaimario V citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1052, l’assassinio del principe longobardo Guaimario V

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, dedica un’intero capitolo alla “VIII. La Conquista Normanna”. Il Cantalupo, a p. 116, spiega che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figlii dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375,nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, …….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nl 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “.

Nel 1052, Gisulfo II, il nuovo principe longobardo di Salerno

Guaimario IV spesso indicato come Guaimario V (1013 circa – Salerno, 3 giugno 1052), fu principe di Salerno (dal 1027) e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento (dal 1040) e duca di Puglia e Calabria (1043-1047). Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiornoe l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Guimario V (o IV), aveva un fratello Guido di Sorrento e Conte di Conza, che era lo zio del Guido di Policastro di cui parlerò. Guaimario V, ebbe anche figli maschi: Gisulfo (che ereditò il Principato col titolo di Gisulfo II e Guido (il Guido Conte di Policastro) e Landulfo. La ricostruzione storica dei fatti e di alcuni episodi che hanno determinato o contribuito alla caduta del vecchio gastaldato longobardo “bricia” e di Gisulfo II, ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno, come ad esempio la caduta della vasta contea Longobarda di Policastro, prima, e poi di Salerno, conquistato dal normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, può essere affidato a pochi documenti storici dell’epoca e alla cronaca scritta da Amato di Montecassino (…), un cronista dell’epoca, che nella sua chronica ‘Storia dè Normanni’, scriveva del conte Guido “così morì la luce di tutti i Longobardi”. Scrive in proposito Vito Lo Curto (…), nella sua introduzione: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Intanto il Principe Longobardo Gisulfo II, vedendosi accerchiato dai Normanni in casa propria, decise di rivolgersi al Papa che non li vedeva di buon occhio e nel 1058, l’Arcivescovo di Salerno Alfano I, nominò nuovi vescovi di sedi vescovili vacanti tra cui quella di Policastro, nominando il monaco benedettino Pietro Pappacarbone. Nell’anno 1067, Pietro di Salerno (Pietro Pappacarbone), lasciò la sede episcopale di Policastro per recarsi a Perdifumo dove nel Cenobio di Sant’Arcangelo, sperimentò per la prima volta nella storia d’Italia, la ‘Riforma di Cluny’, ovvero, alcuni monaci benedettini divenivano ‘cluniacensi’ che trasformava i Cenobi e le Lauree greche (diffuse anche nel nostro territorio), diventavano Abbazie (Badie) con a capo un Abate, il quale era a capo di altri Monasteri minori con a capo un Priore. La nuova regola cluniacense sostituirà quella benedettina che diffonderà il rito latino a quella diffusa nel mezzogiorno della regola di S. Basilio, tipicamente bizantina che vedeva solo il rito greco.

Nel 1052, il conte longobardo Guido, fratello del principe Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II, pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25,26,27).”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Della figura di Teodora di Capaccio ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel 1058, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

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(Fig. 3) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (39), p. 124, donatoci dall’autore.

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Il Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), a p. 72 (si veda versione del Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Ecc..”. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta “Bolla di Alfano I” e, nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico.

Nel 1063, una donazione Longobarda a Lustra nel Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. IX, a p. 176 e s., ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…) e, a p. 182, in proposito scriveva che: “E l’elenco di queste donazioni aumenta verso la fine del secolo XI e nel secolo seguente, ed aumentano ancora le vendite fatte agli stessi monasteri e chiese. Più importanti sono le donazioni fatte alle chiese e ai monasteri di Salerno.”. Sempre il Carucci (…), a p. 184, riferendosi alla fine del X secolo, scriveva in proposito che:“Ed intanto, essendo stati distrutti dai Saraceni (5) e poi dai Normanni molti monasteri e chiese nel tratto dal fra la valle del Sele e quella del Bussento, i principi di Salerno ne concessero la giurisdizione all’abbazia di Cava, alla quale nel 1053, fu ceduto anche un monastero in Calabria, di recente distrutto dai Normanni, detto di S. Andrea (6). E anche nel Cilento e nella Calabria cominciavano le donazioni della gente del luogo (1), e tutto l’antico gastaldato del Cilento passava in potere del cenobio cavese (2), ecc..”. Il Carucci, a p. 185, nella sua nota (5), riguardo le incursioni di Saraceni, postillava che: “(5) Paesano, op. cit., pag. 46, 59; Guillaume, nei primi capitoli.”. Nella sua nota (5), il Carucci si riferisce a Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana’, p. 46, 59, della parte II. Il Carucci (…), nella sua nota (6), di pag. 184, postillava che: “(6) In un diploma tradotto dal greco e riportato dal Guillaume, op. cit., pag. 32, è detto: “monasterium habemus et locum quoddam ex paterna nostra hereditate in pertinentiis Calabriae, quod derelictum hisce francorum diebus, possidemus immune et liberum, et omnino delectum et exustum, et prorsus desertum atque vastatum.”. Il Carucci, a p. 185, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Nel 1063 un tal Golferio e il padre Radoaldo donarono dei mulini nel territorio di Lustra al monastero di S. Magno nel Cilento, dipendente dalla Trinità di Cava. V. Guillaume, op. cit., ecc..”. Sempre il Carucci (…), a p. 185, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Nel 1072 il principe Gisolfo donò all’abate Leone il territorio di Monte Giulia, dove poi sorse Castellabate, nel 1073 concesse e confermò i territori ai monasteri di Serramezzana, di Casacastra, ecc..Cfr. Muratori, Ant. Italiae, V, col. 790; Guillaume, p. 36.”. Pietro  Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Sempre il Carucci, a p. 185, in proposito scrive che: “Nè le donazioni dei principi e dei privati cittadini eran fatte solo alle chiese di Salerno e di Amalfi o all’Abbazia di Cava, ma anche alle chiese che erano nelle altre parti del principato; e quantunque non per tutte ci restino documenti, l’origine del patrimonio ecclesiastico fu lo stesso per tutte le chiese, e si verificò nei tempi di cui ora ci occupiamo, cioè durante la dominazione longobarda. E, per le terre del Cilento, è pure opportuno qualche ricordo. Gisulfo I concesse ad un monastero fondato nel Cilento da un tal Giovanni abate “terras sacri nostri palatii” site lungo il fiume Alento ecc..”. Il fondatore dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni, benedettina, fu S. Alferio Pappacarbone, nobile salernitano già familiare ed ambasciatore del principe di Salerno Guaimario III, che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta “Arsicia” per menarvi vita eremitica. Ma non rimase solo: presto la sua santità attrasse in quel luogo molti discepoli tanto da indurlo ad erigere una chiesa di notevoli dimensioni ed un piccolo monastero. L’ Abbazia di Cava de’ Tirreni sorge in collina, a circa 400 metri sul livello del mare, a tre chilometri dal centro dalla città ed a poca distanza dalla costiera amalfitana e dall’agro nocerino. Nel Medioevo fu uno dei centri religiosi e culturali piu’ vivi e potenti dell’Italia Meridionale. Nel 1092 il papa Urbano II visitò l’ Abbazia e la consacrò basilica. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. Nel 1025 Alferio aveva da poco terminata la chiesa, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio donarono alla nuova comunità la zona boschiva e le terre coltivate tutte intorno alla grotta Arsicia e fu conferito alla comunità monastica anche il privilegio di esenzione dalle imposte sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. I monaci inoltre gestivano ospizi e ospedali, che venivano generosamente destinati alle necessità dei bisognosi ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti, le chiese venivano affidate dagli abati a sacerdoti di loro fiducia.

Nel 1079, la ricostruzione della Diocesi di Policastro nella ‘Bolla di Alfano I’

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “………………..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, nella sua nota (187), postillava che: “(187) Nel 1067 fu consacrato vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, cavense; nel 1079, avvenuta la restaurazione della territorio diocesano, furono aggregate a Policastro, sulla costa meridionale, le parrocchie di Porto (Sapri), Marathia, Castrocucco, Turtura, Laeta, Didascalea, Languenum (Laino), Avena, Mercuri, Abatemarco, da Bolla di Alfano, arcivescovo di Salerno, copia notarile del 1737, da cui copia manoscritta dalla Curia di Policastro, autenticata dal vescovo A. De Robertis e controfirmata dal cancelliere di Lauria, M. Lombardo, in data 20 gennaio 1745. Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Ma, come vedremo, la nota ‘Bolla di Alfano I°’ oltre a riportare 15 località (le ultime) che oggi non fanno parte della Diocesi di Policastro-Teggiano e che come vedremo furono in seguito aggregate alla Diocesi di Cassano Ionico, non riporta alcune località che pure già esistevano sul territorio dell’entroterra del Golfo di Policastro. C’è da chiedersi come mai la lettera pastorale del primate Salernitano nel delimitare i confini della ricostruita diocesi di Policastro (ex diocesi dell’antica Bussento), non nominava località come Bonati, Sicilì, Morigerati, Casaletto, Battaglia. Forse che questi centri ricadevano in un’altra diocesi ?. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (36), postillava che: “(36) ………………………”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Anche per quanto riguarda la latinizzazione di chiese, grangie ed asceteri della costa il mandato pontificio fu devoluto all’episcopato di Salerno e alla Badia di Cava. Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”.

Patetta 11

(Fig. 15) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I. L’immagine illustra un particolare della pagina 30v., tratta dal “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, contenuta nel manoscritto Patetta 1621 (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai e arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…). L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (3), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 69 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. L’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I° trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc….Sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrumcome scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I” conservata all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano.

ROBERTO IL GUISCARDO PRIMO DUCA NORMANNO

Nel X secolo, le migrazioni di popolazioni Calabresi verso alcuni paesi come Vibonati chiamatevi da igumeni (monaci) dei monasteri italo-greci preesistenti sul nostro territorio

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (anno 847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini (…) dice che esisteva nell’Archivio Diocesano di Policastro e, poi citato anche dal Racioppi (…), sulla scorta del Pellegrino (…), di Ammirato (…) e, di Porfirogenneta (…), l’Antonini scriveva che si parla di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”.

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, all’epoca di Roberto il Guiscardo, alcune famiglie Calabresi, ripopolarono alcuni centri come Vibonati e Morigerati. La notizia riferitaci da Biagio Cappelli (…), proviene dal Laudisio (…), che la traeva da Bartolomeo Platina (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli (…), a p. 23, riferiva la notizia storica  secondo cui alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (al tempo della penetrazione Normanna di Roberto il Guiscardo sul Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II), sarebbero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Cappelli, traeva l’interessantissima notizia dal Laudisio (…)(vedi nota (40) a p. 33). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, una volta sede Vescovile, ecc…. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 17, nella sua nota (48), postillava in proposito che: “(48) Bar., Ant. Lucan., part. 1, pag. 139.”. Dunque, il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo ‘De Antiquitate et situ Calabriae’, parte 1°, P. 139. A me pare che sia la Parte II a p. 139 dove il Barrio parla della città calabrese di Neocastro.

bARRIO, P. 139

(Fig….) Barrio Gabriele, De Antiquitate et situ Calabriae, parte II, p. 139

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “….ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) ….I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc., Paris, 1904.”. Il Campagna cita anche il testo di Giulio Gay (….). Riguardo quel periodo storico, anche Biagio Cappelli (…), riguardo la questione dell’invasione araba della Sicilia e la loro risalita verso le Calabrie, citava Julius Gay (…) che nel suo ‘L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200, in proposito scriveva che: “………………….

Riguardo la citazione del Gay (…), la Treccani parla di J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380.

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”. Pietro Ebner, scriveva che il Calogerato di S. Cono a Camerota, doveva essere assimilato a quello della Badia di S. Pietro di Licusati. Ma si tratta degli stessi Monasteri ?. Non credo che si tratta degli stessi monasteri, ma credo si tratti di due distinti e diversi monasteri. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Dunque, l’Ebner, qui, lo chiamava monastero di San Conore e nella sua nota (49), a p. 587, postillava che: “(49) Sinax. Costantinopol. (Delahaye), col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Ebner (…), si riferiva al Capitolo V del vol. I “Monasteri e Chiese ricettizie”, a p. 149, dove per certi versi si riferisce al Rodotà (…). Ebner (…), a pp. 162-163, sul monastero di S. Cono, in proposito scriveva che: “A Camerota vi era un monastero dedicato a S. Conore, comunemente detto di S. Cono, da non confondere con il benedettino morto a Diano, il cui corpo, rinvenuto nel monastero di Cadossa nel 1261, venne traslato e tumulato nella chiesa di S. Maria Maggiore di Diano. S. Conore era un santo orientale dichiarato protettore da parte dei monaci bizantini anche di molti paesi calabri.. Ebner (…), forse sulla scorta del Minisci (…), postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di M. Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (…), scriveva che a Camerota vi era una chiesa che localmente era detta S. Iconio. Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. La notizia di cui parlava il Laudisio (…), tratta dal Bartolomeo Platina (…), riguardava la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, ai tempi di Niceforo Foca (…) e, del Patriarca greco Athanasio. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Il Laudisio (…), però, ci dava anche notizie sull’Abbazia di San Cono di Camerota, scrivendo che, i moltissimi monaci, cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo (a. Mille) “…giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Dunque, secondo il Laudisio (…), l’Abbazia di S. Cono di Camerota, insieme a quella di S. Giovanni a Piro, furono fondate dai monaci basiliani che si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), postillava che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti o Sirleto (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla SS. Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). ecc..”. Il Laudisio (…), a p. 46, nella sua nota (156), postillava che: “(156) Ex bull. XII Kalend. Iul. an. 1564.”Il Laudisio (…), prima parla dell’Abazia di S. Cono di Camerota e poi dice che sempre a Camerota e a Rivello, vi erano due Abazie minori di basiliani, distinguendole nettamente. Il Laudisio, scrive che una delle due Abbazie minori di basiliani che si trovava a Camerota si chiamava l’Abbazia di S. Pietro, forse proprio l’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui abbiamo già scritto e, che il Laudisio dice essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma.”. Dunque, il Laudisio (…), distingue chiaramente i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Pietro di Licusati.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Il Porfirio (…), a p. 538, riferiva la stessa notizia riportata dal Laudisio (…), ma da “moltissimi monaci orientali (come appunto scriveva il Laudisio), modificava in una gran moltitudine di famiglie greche”, ed è forse proprio per questo motivo che il Cappelli (…), anche alla luce dei documenti citati, scriveva che alcuni centri come Morigerati, Battaglia e Vibonati, erano stati:  costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Porfirio (…), a p. 538, col. ds, nella sua nota (3), postilla del Cardinale Guglielmo Sirleti e cita un codice in Biblioteca Vaticana: il Vat. Lat. 2101, dove, presumo, vengono raccolti documenti papalini che attestano il divieto del rito greco nelle nostre chiese. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), segnalava ciò che scriveva il Racioppi (…), nel 1888, un paio di anni dopo la pubblicazione della ‘Synopsis’ del Laudisio (…). Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, vol. II, a pp. 99-100, parlando dei grecismi nella nostra terra, nella sua nota (2) di p. 99 (e poi continua a p. 100), postillava che: “Qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Dunque, da quanto leggiamo dal Racioppi (…), egli traduce in modo differente cio che aveva scritto il Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Synopsis” del Laudisio (…). Il Racioppi, come anche il Porfirio (…) e, il Cappelli (…), ci parla di “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro. Erano di quelle greche famiglie ecc... Il Racioppi, non traduce il Laudisio, parlando di “moltissimi monaci orientali,..”, ma scrive: “Erano di greche famiglie…”, espulse dalla Calabria e dalla Puglia dal Guiscardo. Avendo letto il Racioppi (…), ora siamo certi dell’origine della notizia riferitaci dal Cappelli e dal Porfirio, ovvero che il Guiscardo, indusse alcune famiglie calabresi ad emigrare in alcuni nostri centri. Siamo certi anche che l’origine della notizia proviene dal Laudisio (…), che ne scrisse nella sua ‘Synopsis’, ma non conosciamo da dove il Laudisio l’avesse tratta. Il Visconti, che cura l’edizione recente della ‘Synopsis’, postillava che la notizia fosse tratta dal Platina (…), ma abbiamo visto che il Platina (…), ci parla di Roberto il Guiscardo ma, non dice nulla sull’origine dei piccoli centri di Vibonati, Morigerati e Battaglia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Biagio Cappelli (…), a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a pp. 17-18 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 18 in proposito scriveva che: Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p….., nella sua nota (39) postillava che: “(39) ……………………

Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “………………………………”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Guglielmo Colombero, recentemente ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche.. Il Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». La notizia di famiglie calabresi che ripopolarono o costituirono l’origine di alcuni paesi delle nostre terre coma Vibonati, Morigerati e Battaglia (e forse anche Sicilì), può trovare un riscontro anche nella tradizione popolare secondo la quale Tortorella fu fondata da esuli di Tortora che, come scrissero il Di Rienzo e La Greca (…), a p. 250: “Secondo la tradizione fu fondata dagli esuli di Tortora (Cosenza) intorno al 950, quivi rifugiatisi per difendersi dalle incursioni dei pirati. La prima notizia dei documenti di un borgo detto “Turturella” risale al 1166 (1).“.  Nella nota (1), si postillava “(1) Ebner, Chiesa, ecc.., p. 591.”. Andrebbe ulteriormente indagata una notizia citata da Ebner (…), tratta dal Tancredi (…). Pietro Ebner, a p. 591, non parla di Tortorella ma parla di Sapri e di Torraca, quali centri elencati nella Bolla di Alfano I del 1079 (Ebner fa risalire il documento all’anno 1066-67). Pietro Ebner (…), a p. 678, dove parla ancora di Tortorella, apprendiamo che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi Casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del Palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, ecc…”. Ebner (…), nella sua nota (20), postillava che: “(20) Tancredi L., Il Golfo, cit.,  p. 72 sgg.”, mentre nella sua nota (21), postillava che: “(21) Casaletto Spartano ecc..ecc..”. La notizia citata da Ebner (…), nella sua nota (20), di p. 678, vol. II, era tratta da un testo del sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, scrisse ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’. Il Tancredi (…), come vedremo, non parla di Tortorella ne di Casaletto Spartano ma, a p. 72, nel suo capitolo “Il Porto di Vibona”, parlando di Vibona e del suo porto (Sapri), sulla scorta della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981 (…, v. Fig…..), credeva che l’antica città scomparsa di Vibona, di cui parlava Livio (…), fosse stata costruita sulle colline di Sapri e, scriveva che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi.”. Il Tancredi (…), a p. 72, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36.”. Il Tancredi, nella sua nota (6), si riferiva al testo di Filippo Cirelli (…), che nel 1853, scrisse ‘Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria’. Riguardo la carta in questione (…), citata da Ebner (…), sulla scorta del Tancredi (…), possiamo aggiungere che il sacerdote Luigi Tancredi (…), a p. 63, nalla sua nota (13), postillava sulla bibliografia di questa carta e scriveva che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sebbene il Tancredi (…), abbia citato la nostra carta corografica (…) (Fig….) ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, egli, riporta i suoi riferimenti bibliografici totalmente errati. Inoltre, riguardo le notizie tratte da Filippo Cirelli (…), riguardo all’incursione dei Saraceni nei primi decenni del secolo X, ma possiamo dire che di questo evento ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, e ne ha parlato il Volpe (…), sulla scorta del Malaterra (…) e, del manoscritto di Luca Mannelli (…). Della feroce incursione dei Saraceni sulle nostre terre, ne parlò anche il Vassalluzzo (…) e l’Ebner (…), sulla scorta di una cronaca del Gatta (…), che parlando di Camerota, si rifaceva al manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine originali, sono ivi pubblicate in una altro nostro saggio. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo, prosegue il suo racconto e dice che quando il Guiscardo pretese da suo cognato il principe Gisulfo II tutti i castelli del Cilento, aggiunge anche quello di Vibonati, e lo fa sulla scorta di Michele Schipa (…), che invece a pp. 211-240, nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia’, non cita Vibonati, ma parla dei castelli della Valle di S. Severino, donati da Gisulfo II, al fratello Guido, insieme alla vasta contea di Policastro, che doveva comprendere anche le terre di Vibonati. Tuttavia, la notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. A questo proposito, ci corre l’obbligo di citare una notizia citata dal barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘Lucania’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. Il Cataldo (…), riguardo il periodo storico trattato dal Laudisio (…), ovvero riguardo gli anni del pontificato di papa Stefano IX, scriveva che: “Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di Stefano IX (Federico di Lorena). L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto la facoltà di nominare e di eleggere 10 Vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrese un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, Vescovo di Policastro. Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della sede.”. Poi il Cataldo (…), aggiunge: “Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale.”. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”.

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato, il Vallo di Diano e la Contea di Marsico

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie.

Nel ……, la Contea di Marsico e Rainaldo Malconvenienza

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a pp. 92-93 così si esprimeva: “3.3. La contea di Marsico. L’atteggiamento di ‘Rainaldus Malaconvenientia’ nei confronti dei patentati locali longobardi non dovette differire dai comportamenti tenuti da Guglielmo di Principato o da Asclettino di Sicignano. Il ceppo dinastico dei ‘Malconvenientia’ è da identificare, secondo quanto sosteneva il Ménager, con lo stesso cui apparteneva un ‘Radulfus Malconvenant’ che nel 1084 figura in qualità di teste in un diploma emesso da Roger d’Aubigny a favore della Trinità di Sainte-Opportune (52). La presenza di questa famiglia normanna nell’Italia meridionale è documentata a partire proprio dalla fine dell’XI sec. Uno ‘Stephanus Malaconventio’ è menzionato in un diploma di Ruggero I, un ‘Robertus Malus Conventus’ è tra i fondatori di Santa Maria in Valle di Giosafat a Messina, mentre ‘Robertus Maleconventio’ sottoscrive un diploma reale del 1157 (53). Altri membri della stessa famiglia compaiono nelle carte di S. Maria Nuova di Monreale: etc…Ad un ramo peninsulare della stessa famiglia sembrano invece appartenere i personaggi che compaiono nella documentazione superstite dalla S.ma Trinità di Venosa. Risale al 1075 la prima attestazione dell’esistenza di ‘Raynaldus Malaconvenientia’, menzionato in un elenco di ‘testes’ insieme al figlio Roberto e ad altri personaggi: un ‘Goffredus filius Aidardi’ e un ‘Robertus Grammaticus filius Ursi’ (55). Questo stesso personaggio fu identificato dal Ménager ……………”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far riferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”.

Nel 1089, i Normanni ed i privilegi all’abbazia benedettina di Cava de Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125″. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 407, in proposito scriveva che: “Ma già nel 1085, con la morte del duca Roberto a Cefalonia e di Gregorio VII a Salerno, le cose subivano un’evoluzione diversa, su cui non potè sostanzialmente influire Vittore III, il cassinese anche monaco a Cava, eletto dopo un anno di incertezze (a. 1086), anche perché troppo impegnato dai suoi oppositori, i rigidi seguaci del defunto ponteice. L’orizzonte cominciò sempre più a schiarirsi dopo la morte del papa e l’elezione, dopo sei mesi (a. 1088), di un allievo di Cluny, Urbano II, il papa della prima crovciata. Infatti, il pontefice, con la nota bolla “Cum universis”, esentò la Badia da ogni ingerenza ecclesiastica della chiesa salernitana, per cui le rimostranze di quell’arcivescovo (Alfano II), come della pestana, per cui il vivo malontento del vescovo Maraldo che vedeva sottratti alla sua giurisdizione diverse chiese e villaggi (95). Con la medesima bolla il papa concesse alla Badia di versare a Roma la decima di soli tre soldi d’oro annui, confermandole “apostolicae, auctoritate (….) in cilento monte”, oltre i sei anzideti monisteri, ognumo “cum cellis suis”, anche quelli di S. Giorgio (96), S. Nicola di Serramezzana etc…”. Ebner, a p. 407, nell nota (95) postillava: “(95) ABC, C 21, a. 1089, XIII, Venosa. Guillaume (Append., p. XX) data il documento 21 settembre. Oltre l’enumerazione di tutti i beni dell’Abbazia il pontefice chiarisce: ‘De cellis etc..”. Ebner, vol. I, a p. 408, aggiunge che: “Con un altra bolla, pure del settembre 1089 (98), e con l’autorità del Concilio di Melfi, il papa stabiliva definitivamente, superando il malumore del vescovo pestano Maraldo, la giurisdizione della Badia cavense su chiese e monasteri “in cilento territorio posita”, riservando al vescovo pestano la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei monaci locali e il versamento di decime se l’Abbazia “parochianos (e cioè battesimali) ecclesie pestane possiderint”. Proprio in questo periodo, e per la particolare devozione del duca Ruggiero per l’abate Pietro, che l’Abbazia emerge nel Mezzogiorno per prestigio spirituale consolidando la sua potenza economica.”. Ebner, a p. 408, nella nota (98) postillava: “(98) E’ la bolla “Notum vobis” trascritta dal Dizionario del Venereo, I, f 314 sg. che il Guillaume cit., riporta in Append., p. XXII sg.”. Queste due bolle, il Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava etc..”, a p. XX dell’appendice scrive che: “Appendice, F (pag. 59), I. Bulle inédite d’Urbain II à l’abbé Pierre I*, Venusie, 21 Septembre 1089 (Arc. Mag. C 21)” e, l’altra a p. XII, in proposito scriveva: “II. Urbain II, au Concilie de Melfi, malgré les reclamations de l’eveque de Paestum,  confirme les dependances du Cilento, Melfi, settembre 1089 (Vener. Dict. I, 314-315).”. Ebner, a p. 409, scriveva pure che: “Il Ventimiglia che in Appendice riporta l’importante ‘charta iudicati’ del 1083, a dimostrare la dipendenza dalla Badia dei non pochi casali enumerati, argomenta specialmente dalla bolla di Urbano II del 1092 (103), etc…”. Ebner, a p. 409, nella nota (103) postillava: “(103) Del 15 settembre edita dal Senatore, in Append., p. XX, doc. III. Nell’ABC, oltre il C 35 (transunto de lata sententia di Urbano II nel Concilio di Melfi del processo in contradictorio tra l’abate di Cava e i vescovi di Salerno e Pestum circa privilegi e possessi di chiese anche nel distretto di Cilento), vi sono il C 36 (transunto della bolla 19 febbraio 1093 “Ad hoc nos” che conferma antichi privilegi), il C 37 e i due originali falsi dell'”Ad hoc nos” trascritti, il primo nel XIII e il secondo tra il XIII e il XIV secolo.”.

Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano’.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

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(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Mattei-Cerasoli, p. 176

Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77 parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

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(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Nel 1089, il monastero benedettino di S. Maria di Cadossa verso Montesano sulla Marcellana

Da Wikipedia leggiamo che L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa è un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Venne definitivamente soppressa nel 1866. Fu il luogo dove San Cono da Teggiano trascorse la sua vita come monaco. Secondo alcune fonti l’abbazia nel 1086 divenne un possedimento della Badia di Cava de’ Tirreni, ma recenti studi affermano che il monastero non fu donato all’abate cavense Pietro Pappacarbone. Nei primi anni essa era soggetta all’autorità della Badia di Venosa. Al territorio dell’abbazia appartenevano il Casale di Cadossa, i cui abitanti erano soggetti alla diretta autorità dell’abate e Casalnuovo (Casalbuono), dove l’abate esercitava il proprio potere sui vassalli locali. Nel 1272 il monastero subì l’occupazione di Onorato Fornerio, signore locale, che ne rivendicò i territori, e i monaci si affidarono a Carlo I d’Angiò che ripristinò la proprietà. Fu attorno alla fine del XII secolo che l’abate Costa accolse nel monastero Cono da Diano, che si avviava al noviziato: secondo la tradizione San Cono si rifugiò nel forno del monastero, per nascondersi dai propri genitori che volevano riportarlo a casa, ma nonostante il fuoco acceso, rimase illeso. Il 27 settembre 1261, alla morte, il corpo venne traslato dall’abbazia alla città natale con un carro trainato da buoi. Costruito tra il X e l’XI secolo, il complesso nel 1086 divenne un possedimento della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni. Agli inizi del ‘200 vi dimorò il mistico Cono, originario di Diano (oggi Teggiano), trovandovi la morte in giovane età. Col passare del tempo, nel 1594 divenne un possedimento della Certosa di San Lorenzo a Padula. Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta. Alla struttura venne annesso anche un ospedale che rimase distrutto in un terremoto del 1688. Attorno al 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo, nella vicina Padula, che ne ottenne il controllo con la bolla papale di Leone X del 17 novembre 1514: il monastero fu definitivamente convertito in grancia, nel 1519. I certosini fecero rinnovare l’edificio, in grande degrado, facendo costruire una nuova chiesa nel 1578, e adibendo quella vecchia ad alloggio. Vittorio Bracco, nel suo, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, nel Cap. 4, a pp. 105 e ssg., in proposito scriveva che:  “L’edificio dell’Abbazia di Santa Maria di Cadossa occupa un’area afferente all’attuale divisione amministrativa del Comune di Montesano sulla Marcellana; posto a circa 3 Km. a S. E del centro abitato, ad un’altezza di 707 m slm., il monastero sorge su un pianoro dominante la circostante fascia pedemontana, compresa tra il torrente ‘porcile’ ed il torrente ‘Brignacolo’ e degradante da E a O verso il Calore-Tanagro: etc…”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure: “A confermare, inoltre, l’importanza assegnata a questa parte del Vallo di Diano come snodo viario, è la notizia dell’esistenza, agli inizi del XIV sec., di una contrada denominata ‘Trivii Tumussii’, ubicata proprio in corrispondenza delle pendici meridionali di Padula (6). Il sito dell’Abbazia di Santa Maria si trova in una posizione premiente rispetto a questi itinerari ed era a sua volta capolinea di un antico percorso che, seguendo parallelamente l’arteria dell’Annia-Popilia, conduceva da Cadossa a Casalbuono; si tratta di quella “via publica qua itur Cadossam ad Casalenovum” ricordata in una platea dello stesso monastero nell’anno 1372 (7). Due corsi d’acqua circondano l’edificio del monastero: il primo, che lambisce il prospetto d’accesso, alimentava il mulino dell’Abbazia e confluiva quindi nel torrente ‘Porcile’; il secondo, alimentato come il primo dalle sorgenti del Tomariello, ad Est di Cadossa, etc…La struttura che attualmente identifica il monastero cadossano non è che il risultato delle profonde modifiche subite dall’impianto originario, a partire dalla seconda metà del XVI sec., quando l’Abbazia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di Padula.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 128, in proposito cosi scriveva: “Quando agli inizi del secolo scorso un sacerdote del Vallo, Antonio Saco, decise di ricostruire le vicende della Certosa di Padula considerò opportuno dedicare parte del suo lavoro anche alla storia di alcune delle sue dipendenze più importanti. Tra queste particolare attenzione ritenne dovesse meritare proprio l’Abbazia di Cadossa, diventata grancia certosina nel 1519 (47). Molti dei documenti esaminati per questa fondazione vennero trascritti dallo studioso al termine di ogni sezione della sua opera, una scelta che ha consentito la conservazione dei contenuti di molti documenti trascritti nei Registri Angioini, andati distrutti, come è noto, durante la seconda guerra mondiale. Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (47) postillava: “(47) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, lib. VI, pp. 81 ss. e 131 ss. Il libro VI è quasi per intero dedicato all’abbazia di Cadossa, compresa parte dell’appendice documentaria posta al suo termine. In realtà il cenobio cadossano fu ceduto alla Certosa di Padula in due momenti distinti: etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807”. La Alaggio, a p. 131, in proposito aggiungeva: “L’assenza di ogni riferimento all’Abbazia di Cadossa nella produzione documentaria della S.ma Trinità non costituisce un fatto casuale. ues’evidenza contribuisce piuttosto a demolire la base su cui poggia tutta la ricostruzione del Sacco, ovvero la convinzione che Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili in un’unica realtà. Ad un esame più approfondito delle fonti risulta evidente, invece, una netta distinzione tra le due fondazioni. Una platea di San Michele Arcangelo di Padula, redatta nel 1604, rimanda all’esistenza di una “contrada de Sancto Simeone” nel territorio di Montesano, e ancora di una via che “va da Sancto Simeone”, testimoniando come ancora nel XVII sec. esistesse un’ecclesia recante quest’intitolazione. Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nononstante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 137 così si esprimeva: “E’ verosimile che anche Cadossa fosse stata donata alla Trinità di Venosa tra la fine dell’XI sec. e la prima metà del secolo successivo. L’assenza di un riferimento esplicito al monastero cadossano nei manoscritti eruditi seicenteschi può avere un’importanza relativa considerata la frammentarietà del materiale raccolto e la frequente imprecisione con cui vennero riportati i contenuti delle carte consultate. Cadossa poteva essere tra quelle “alias ecclesias in terra Marsici” donate nel 1077 dal conte ‘Rainaldus Malaconvenientia’ (72); oppure potrebbe essere identificata con l’ecclesia Sancta Marie donata dallo stesso personaggio insieme a San Giovanni in Fonte nello stesso anno (73); o ancora la “Sancta Maria delle Fontane edificata nella valle di Diano” e confermata nel 1177 alla Trinità di Venosa dal conte Guglielmo di Marsico (74). Quello che risulta importante sottolineare sono le forti analogie tra le vicende storiche di questa fondazione e quelle delle altre dipendenze della Trinità di Venosa nel Vallo di Diano, analogie che non lasciano dubbi sull’originaria appartenenza della fondazione cadossana al patrimonio del cenobio venosino.”. A questo proposito vorrei però aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, che, nel vol. I, a p. 421 parlando dei “Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in proposito scriveva che: “8….All’abate Simeone concesse privilegi anche il duca Guglielmo, cui successe Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale del 1130. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla Badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi. All’abate Simeone successe il monaco Falcone (1141-1146) etc..”. Queste parole disconoscono in parte ciò che scriveva la Alaggio, in quanto come scrive l’Ebner, l’Abbazia della S.ma Trinità di Venosa era si abbazia benedettina e da cui dipendeva l’Abbazia di Santa Maria di Cadossa ma a sua volta, entrambe, all’epoca dell’abate di Cava “Venusino”, esse, entrambe erano dipendenti da Cava. Da Wikipedia leggiamo che Leone da Lucca (Lucca, … – Cava de’ Tirreni, 12 luglio 1079) è ricordato come 2º abate della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nei primi anni del suo governo abbaziale, Leone, originario di Lucca, ebbe vita difficile. Sant’Alferio Pappacarbone, in forza dei privilegi che gli erano stati conferiti dai principi longobardi di Salerno, lo designò suo successore, in contrasto con la tradizione che considerava i beni dei monasteri come proprietà della famiglia del fondatore. Poco dopo la morte di sant’Alferio, un quidam, turbine secularium fultus, probabilmente appartenente proprio alla famiglia Pappacarbone, irruppe nel monastero e scacciò l’abate Leone, ma poi si allontanò restituendo la carica che aveva usurpato. Tale episodio spiegherebbe l’iniziale diffidenza che l’abate Leone ebbe verso Pietro Pappacarbone, nipote di Alferio, quando questi bussò al monastero cavense per indossare il saio benedettino. Sempre a proposito delle origini benedettine di San Simeone e del monastero di Cadossa, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 564, in proposito scriveva che: “CADOSSA. Cadoxa, castri Cadose, Cadossa. Università autonoma fino alla scomparsa del villaggio sito tra Montesano e Casalbuono. Il Sacco (1) afferma che la locale badia era coeva a quella di S. Maria di Pisticci. Nel novembr del 1086 (2) Ugo di Avena, la moglie Emma e il figlio Ugo donarono all’abate cavense Pietro tre monasteri: S. Giovanni di lorita, S. Simeone di Montesano e S. Nicola di Padula. Non si sa quando il monastero di S. Simeone prese il nuovo titolo di S. Maria di Cadossa (3). I documenti che riguardano l’abitato, il monastero di Cadossa e il suo feudo di Casalnuovo sono del XIII e XIV secolo. Ebner, a p. 564, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, cit., pp. 70-72.”. Ebner, a p. 564, nella nota (3) postillava: “(3) Giustiniani, cit., VI, Napoli, 1797, p. 125.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 567 , in proposito scriveva che: “La badia era sita al sud di Montesano. Essa possedeva nella chiesa calici d’argento e paramenti. “Innanzi alle porte della badia passa un fiume d’acqua corrente. Le fabbriche son tutte circondate da mura e da pomerio”. Ancora nel ‘600 possedeva un mulino. Il villaggio “propre ipsum monasterium” aveva 100 vassalli. Dell’antico villaggio erano scomparse anche le rovine tra il XIV e il XVI secolo. La badia era posta nel comprensorio della “Sigotta” (ora Siotta). Da un inventario del 1372 si apprende delle vaste proprietà possedute dalla badia (22). Oltre la chiesa della badia, vi erano a Cadossa le chiese del Salvatore, di . Matteo, S. Biagio, S. Nicola della Valle, S. Michele e S. Venere, già in rovina quando Cadossa passò alla Certosa. Anche del monastero non vi è più traccia. (p. 568). Va ricordato che Cadossa era ‘sedis nullius’, l’abate aveva diritto all’uso dei pontificali con mitra e pastorale e giurisdizione spirituale su Cadossa e Casalnuvo, feudo dipendente. Il priore di S. Lorenzo poteva nominare suoi rappresentanti a Cadossa (in genere etc…)”. Ebner, a p. 567, nella nota (22) postillava: “(22) La compilazione dei beni di S. Maria di Cadossa durò 28 mesi per la sostituzione del Commissario (Sacco, p. 93) etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, a p. 127, in proposito cosi scriveva: “In quanto sede Nullius l’Abbazia esercitava inoltre la sua giurisdizione spirituale su tutte le chiese edificate all’interno dei suoi confini patrimoniali e, in funzione della sua preminenza, recepiva parte dei diritti di sepoltura (45), riveva ogni Pasqua dai presbiteri di Casalnuovo etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. etc….e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona un privilegio all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei cercare di fare il punto su alcune notizie tratte dall’Antonini e, questa volta, sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, bnchè abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, parlando di Celle di Bulgheria, a p…….., cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Forse il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Sui privilegi rilasciati da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Non sono riuscito a trovare queste due simili o una donazione anche perchè nel primo caso l’Antonini cita solo Erasmo Gattola (…), che la citava. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola (in entrambi i casi lasciati nell’anno 1086) leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Il Cappelli, a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo Codice scritto dagli Abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Vitolo cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. Dunque, il Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che il Guillaume si riferiva più volte nelle sue note. Perchè il Guillaume cita il testo “Chronicon‘ del De Blasi ?. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, il Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nl suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”.

Nel 1093, il monastero benedettino di S. Simeone non lontano da Laurino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 85-86 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel 700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Syneonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno del 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava:  “(41) Guillaume cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di u terreno “ubi proprio  a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9). Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu GLorioso del fu cote Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava:  “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”.

RUGGERO BORSA

Nel XII secolo, le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”

Nel XII secolo, le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Nel 1111, le donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, tra cui il Monastero di San Pietro al Thimusso, sua grangia a Montesano

Le prime notizie circa alcuni monasteri italo-greci appartenenti all’ordine di San Basilio possono farsi risalire alle prime donazioni documentate che nei primi decenni del 1111, fece re Ruggero Borsa. In particolare si tratta di alcuni privilegi concessi dal figlio di Roberto il Guiscardo alla chiesa Salernitana, alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che ne accrebbe notevolvente il suo patrimonio e alla chiesa di Rofrano. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero Borsa d’Altavilla, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I° d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tomusso, ecc….Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116……tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata. Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5). Ecc..”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La Passigli, inoltre, a p. 380. scriveva che: “L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3).”. La Passigli dunque, a p. 380, nella sua nota (3), riguardo questi antichi privilegi, sulla scorta della Follieri (…) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, ecc..ecc….La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Dunque, vediamo cosa scriveva Enrica Follieri (…) sulla questione dei privilegi concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. Intanto vi è da dire che quando la Passigli scrive Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato, si riferisce al privilegio del 1116 concesso da re Guglielmo I° d’Altavilla e non da Ruggero Borsa. La Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461, riguardo i precedenti privilegi concessi alla chiesa da Ruggero Borsa e da Guglielmo I° in proposito scriveva che: “Re Ruggero, ecc…concede ecc.., la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro (16), con tutti i suoi diritti, grange  pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo (17). Aggiunge, per precisare l’estensine del feudo, un dettagliato περιορισμος (restrizione) dei terreni ecc…”. La Follieri, a p. 437, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Si tratta di Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111, e di suo figlio Guglielmo, duca di Puglia, morto nel 1127.”. Sempre la Follieri parlando del Leonzio citato nel documento greco del 1131, in proposito a p. 446 scriveva che: “A lui, presentatosi a Ruggero II in Palermo, sarebbe stata concessa la chiesa di S. Maria di Rofrano, con la conferma di tutte le donazioni già fatte in suo favore, alcuni decenni prima, da Ruggero Borsa e da Guglielmo duca di Puglia (75).”. La Follieri, a p. 446 nella sua nota (75) postillava che: “(75) Dello stesso parere è il P. G. Giovannelli, ‘Il monastero di S. Nazario’, pp. 71-72.”. Infatti lo ieromonaco Germano Giovanelli (…) nel suo ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), citato dalla Follieri, a p. 97 in proposito scriveva che: “Ruggero con lo stesso diploma dato a Palermo nel 1131…., conferma pure e dona all’Abbate di Grottaferrata tutti i beni che alla detta chiesa di Rofrano avevano prima di lui donato i suoi cugini Ruggero, Duca di Calabria, figlio di Roberto Guiscardo (+ 1085) e suo figlio Guglielmo….”nostro aurei sigilli Privilegio corroboramus firmamusque Sanctae praefatae Ecclesiae eius que Praesidi honorando Abbati omnia et quaecumque a Nostro felicis recordationis Consobrino Rogerio necnon eius filio Duce Guglielmo ei data et dicata vel quovis modo attribuita sunt ab ilis et a Nobis…” etc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, in proposito scriveva che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Breccia (…) in Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III° del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

I BENEDETTINI DELL’ABBAZIA DELLA SS. TRINITA’ DI CAVA DEI TIRRENI

Nell’XI sec., i benedettini di Cava e l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello di Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel XII secolo, Ruggero Borsa ed i Benedettini di Cava nelle nostre terre

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30). Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. Im onaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa. Tuttavia questa decrescente loro presenza nel Cilento in età normanna non implica che il monachesimo greco si sia limitato, nel luogo, alla sola fase ascetica come si è sempre affermato. Affiorano sempre nuovi e più convincenti indizi di un’attiva loro diffusione per alcune forre e boschi della regione intorno all’anno Mille, come si è visto. Del resto, se questi cenobi non fossero stati ancora numerosi e il ricordo della pietà e laboriosità attiva di quei monaci non fosse stata largamente diffusa nella regione, non si spiegherebbe l’arivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del faudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postilava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (334), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postilava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postilava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postilava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”.

Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

GUGLIELMO D’ALTAVILLA DUCA DI PUGLIA

Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.

Nel 1116, Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, conferma i beni e privilegi concessi dal padre alla chiesa di Rofrano

Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Vi è da dire però che su questo secondo privilegio di Guglielmo II di Puglia, morto nel 1127 e figlio di Ruggero Borsa. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Sulla questione ha scritto anche la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo “Il Crisobollo di re Ruggero II etc…” che stà in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’ pubblicato insieme ad Aromando, nel 2007 per i tipi di Zaccara, che, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131.. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero d’Altavilla detto ‘Borsa’, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, ed il figlio di Ruggero, Guglielmo II di Puglia, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…) a p….., riguardo il privilegio di re Ruggero II° d’Altavilla detto dalla Follieri (…), “Crisobollo”, a p….., in proposito nella sua nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal  P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione sei soldati, e quindici servienti.”. Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “…..Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Sull’argomento ivi ho dedicato un mio saggio dal titolo: “Dal 1114 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo II° di Puglia”, dove scrivevo di questo secondo privilegio concesso da Guglielmo II di Puglia alla chiesa di Rofrano che confermava le precedenti concessioni del padre Ruggero Borsa. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone”. Dopo la morte di Ruggero Borsa, nel 1111, successe il figlio Guglielmo II di Puglia a cui dovette provvedere la madre per la reggenza del Regno di Sicilia. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Carlo Carucci (…), scriveva che con il duca Guglielmo II di Puglia, ovvero il figlio di Ruggero Borsa, che prese le redini dell’ex Principato Longobardo di Salerno alla morte di suo padre Ruggero, furono continue le donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava ed in parte confemarono quei lasciti e privilegi consessi dal padre Ruggero Borsa. Infatti, il Carucci (…), parlando sempre di Guglielmo, in seguito alla successione dopo la morte del padre, in proposito scriveva che: “Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro Villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”.

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

RUGGERO II D’ALTAVILLA

Nel 1131, con il “Crisobollo” (Atto di donazione o privilegio), re Ruggero II d’Altavilla concede a Leonzio Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo alcuni monasteri tra cui quello di S. Maria di Rofrano da cui dipendevano anche S. Pietro di Licusati e S. Iconio di Camerota e la Terra di Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. La notizia andrebbe certamente ed ulteriormente indagata ed approfondita. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Cerchiamo di capire la seconda questione che è quella secondo cui il Laudisio scriveva che il Monastero o Abbazia minore di basiliani di S. Pietro di Camerota (così lo chiama il Laudisio) fosse passato alla giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata. La notizia è quella secondo cui, agli albori della dominazione Normanna e la costituzione del Regno di Sicilia con Ruggero II d’Altavilla, molti monasteri dell’area, già in precedenza grangie o controllati direttamente o erano alle dipendenze della più vasta baronia dell’abbazia di S. Maria di Rofrano. L’antichissimo monastero italo-greco di San Pietro a Licusati ed il suo vasto territorio doveva appartenere alla Baronia di Rofrano che era costituita dall’antichissima Abbazia di S. Maria a Rofrano. Secondo alcuni studiosi, come abbiamo già in precedenza visto, nel 1045, il monaco Benedetto, coofondatore assieme a S. Nilo dell’Abbazai di S. Maria di Grottaferrata nl Tuscolano si recò in visita dal Principe Longobardo Guaimario V il quale concesse l’annessione di tutti i beni dell’Abbazia di S. Maria di Rofrano a quella Tuscolana. Non esistono donazioni o documenti che attestino queste donazioni però l’ipotesi è suffragata da ciò che è scritto in un’altra donazione, quella del 1131 di re Ruggero II d’Altavilla chiamato “Crisobollo”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. Dunque, su queste donazioni ho già scritto per l’anno 1045 ecc…Sull’antico documento del 1131, il cosidetto “Crisobollo” di re Ruggero II non vi è espressamente citato il territorio o la grangia del monastero di S. Pietro di Licusati perchè come vedremo vengono elencati i possedimenti principali dipendenti dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Rofrano. Si deve però precisare che l’antichissima abbazia di S. Maria di Rofrano ebbe territori vastissimi donati già precedentemente dai principi Longobardi del Ducato di Benevento. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. L’antichissima Abbazia di S. Maria di Rofrano che insieme a quella di S. Nazario a Cuccaro Vetere e di S. Giovanni a Piro costituirono nel basso Cilento delle vere e proprie Baronie indipendenti dal potere Regio ed Ecclesiastico, nell’anno 1131, con Ruggero II d’Altavilla, passarono alle dirette dipendenze della più giovane e vasta Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma che fu fondata proprio da S. Nilo che aveva soggiornato nelle nostre abbazie. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Il Crisobollo o bulla aurea o “nonnula iura monimenta” è un privilegio o concessione fatta da un re.  La ‘Crisobolla’, o ‘Bolla d’Oro’ (in latino: Bulla Aurea, in greco: Κρυσοβυλλὸς, leggi crysobyllòs), cioè “sigillo aureo”, era un particolare tipo di documento ufficiale in uso presso la Cancelleria Imperiale presso la corte Bizantina di Costantinopoli e adottato poi nel Medioevo anche presso le corti occidentali. Il termine deriva dal greco antico χρυσός (chrysos), cioè “oro”, e dal latino bulla, cioè “oggetto rotondo”, con riferimento al sigillo impresso in calce ai documenti ufficiali: dal sigillo stesso il termine passò ad indicare per estensione l’intero documento. Caratteristica della bolla aurea era l’impressione del sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza dell’editto. Dalla tradizione bizantina l’uso della bolla si estese nel Medioevo in Europa occidentale con le Bolle pontificie, le Bolle imperiali e quelle emanate dagli altri sovrani occidentali. La maggior rarità con cui si ricorse all’uso dell’oro nell’emanazione delle Bolle in Occidente, fece sì che le Bolle d’Oro finissero per risultare collegate a documenti di particolare importanza. Questo privilegio, con cui re Ruggero II ratificava i possedimenti già concessi dai predecessori venne poi in seguito rinnovato anche dai successivi re come come Guglielmo I e Guglielmo II. Al tempo dei Florio di Camerota, non sappiamo se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano, come invece risulta dal ‘Catalogus Baronum’. La carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, ………………….Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro a Licusati. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citato “…………………………………………”.

Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Maria Teresa Caciorgna, ‘Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda’, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. 8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc..Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Dunque, facciamo il punto di ciò che diceva l’Ebner. Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Ecc..”. Pietro Ebner aggiunse pure che questi lasciti o donazioni del principe Longobardo Guaimario V che annetteva la chiesa di Rofrano e la donava nell’anno 1045 all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano vicino Frascati furono, poi in seguito confermati dal cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II d’Altavilla datato anno 1131 e da altri principi come Ruggero Borsa. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. Su questo documento Ebner scriveva che: “Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89).” e, a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino

Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, nella nota (47) postillava che: “(88)…..S. M. di Grottaferrata a Rofrano, …….Chiesa, questa, che era assai fiorente con le sue 11 grancie, tra cui la chiesa di S. Maria de Vita in località S. Vito di Fogna (Villa Littorio).”. Sempre Ebner, a p. 84, in proposito scriveva pure che: “Lo “stato” di Laurino, costituitosi con l’assenso di re Ladislao,…..Esso constava di Laurino e di cinque casali, e cioè Laurino Piaggine, etc…Fogna o Fonga, e di due casali scomparsi: Zedalampe, nei pressi del vallone Ripeti (37), e Vito, grancia sempre della tuscolana Badia italo-greca di Grottaferrata, ma dipendente prima dalla badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi del cenobio di S. Pietro al Tumusso di Montesano (v.). Di ambedue questi abitati erano visibili ancora le rovine nella seconda metà del ‘700.”. Dunque, il casale di Vito a Fogna, dice Ebner era a Villa Littorio. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Maggiori notizie sulla badia di S. Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di S. Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di S. Maria è già notizia nel diploma in greco (v. la trascrizione in latino Cap. V, 4) di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 6639 = 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di S. Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata (“In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini”). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula (v.). Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria de Siripi (Sanctae Mariae de Seripti) a Sanza, grangia o metochio del monastero di S. Maria di Hodegitria a Rofrano, donata da re Ruggero II all’abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata vicino Frascati

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia fi S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (…), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…).. Dunque, re Ruggero II d’Altavilla, nel privilegio regio del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero”, confermò a Leonzio anche il monastero di Santa Maria di Siripi di Sanza. Ho già detto che re Ruggero II donava a Leonzio e confermava le già precedenti donazioni di Guaimario e di Ruggero Borsa fatte in precedenza alla chiesa di Rofrano, di cui ho già parlato nei miei precedenti saggi. Dunque, questi beni esistevano da molto prima del 1131. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano,……Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116.”. Il documento del 1131, detto “Crisobollo” è una conferma dell’esistenza di questi beni e monasteri. Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, il monastero di S. Maria di Sirippi di Sanza con celle e dipendenze. Ebner, scriveva: “il re non poteva negare al prestigioso abate di Grottaferrata di riconoscergli le 11 dipendenze che la celebre abbazia possedeva nei luoghi. (p. 431 ‘Chiesa Baroni e popolo nel Cilento’). Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri”, le sue “granciis, villis et pertinentiis suis”, e cioè i cenobi di S. Arcangelo di Campora, di S. Maria di Vita (3) di Fonga o Fogna (odierna Villa Littorio), di S. Zacaria di Sassano (4), di S. Pietro al Tomusso di Montesano  di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, Ebner scriveva del “Crisobollo” e diceva che una delle dipendenze o grange di S. Maria di Rofrano, nel 1131, fosse la grangia  “…..di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II, a p….., nel saggio “Gli Statuti di Sanza”, in proposito scriveva: “Gli statuti vennero pubblicati da G. Ghiriatti in “Archivio storico della provincia di Salerno”, fasc. II e III 1934, pp. 152-178, da un ms. cartaceo di 24 ff (22 x 15) ben conservato e datato 1761. Etc…” ma, sul monastero non dice nulla. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, nel saggio “Gli Statuti di Rofrano”, a p. 496, in proposito scriveva: “Prime notizie sicure del diploma di re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè nel 1131, IX indiz (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava all’abate Leonzio etc…., le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2)……, il riconoscimento delle sue undici dipendenze (3).”. Ebner, a p. 496, nella nota (1) postillava: “(1) Il diploma venne pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano, Salerno, 1873, p. 69 sgg.”. Ebner, a p. 496, nella nota (2) postillava: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del locale seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner, a p. 496, nella nota (3) postillava: “(3) Grancia di S. Maria de Vita a Laurino, grancia di S. Zaccaria a Diano (in effetti a Sassano che faceva parte dello “stato” di Diano), grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, etc…., e la grancia di S. Maria di Siripi a Sanza.”. Ebner, a p. 497, vol. I, in proposito scriveva pure che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Etc…”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, pubblicato da un Anonimo nel 1819, (uso la ristampa dell’edizione di Salerno del 1873), ristampa di Forni editore, dove a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Inoltre dal Diploma di Ruggiero si rileva, come ho accennato, che amplissima era la giurisdizione del Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel modo seguente: ……11. La Grancia di S. Maria de Siripi nel territorio di Sansa. La contrada detiene l’antico nome.”. Dunque, il Ronsini elencando le dipendenze di Rofrano scriveva che “Siripi” è l’antico toponimo dell’antica contrada. Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “I beni elencati nel privilegio di re Ruggero II, consistevano nella chiesa di S. Mariadi Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava ad indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo ecc…Esse erano site nelle diocesi di Policastro e di Capaccio nel Cilento ricco di fondazioni bizantine…”Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri, grangia Sanctae Mariae de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sancti Zacchariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Archangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territori Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancti Nicolai de Siracusa in territorio ville Didascalie, grangia Sancti Nicolai de Benevento, grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che, nel 1877 riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); ecc..”Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S Arcangelo nel territorio di Canpora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola. 9 S. Nicola di Benevento. 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto di Policastro. 13. S. Nicola a Sapri..

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Dunque, lo chiamano 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza.”. Di questo monastero, il Martire scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: etc..”. Dunque, di questi monasteri, grange di Rofrano e donate da re Ruggero II a Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati, il Martire  scrive che se ne parlava nel “Bios” di S. Nilo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Loredana Pera (…), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di …..Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). Etc…”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Susanna Passigli (….), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; etc…”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, nella nota (25) postillava che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, stranamente non dice nulla sul casale di “Sansa” e, non dice nulla sull’antico monastero di S. Maria di Sirippi. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “La presenza italo-greca a Sanza è documentata dall’inizio dell’età normanna (1077-1194) ed è connessa alla Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (64), una delle dipendenze più importanti, seppure la più lontana, della potente (e omònima) Badia tuscolana (Gripta Ferrata de Urbe) fondata da S. Nilo all’inizio del Millennio. La badia rofranese possedeva ben 9 grange (65), tra cui quella di ‘S. Maria de Siripi in territorio Sansae’, verosimilmente già per donazione longobarda (66), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (66) postillava: “(66) E’ probabile che il principe longobardo di Salerno Guaimario V (1027-1052), che nel 1045 accolse benevolmente il cofondatore della Badia di Grottaferrata, Bartolomeo, sia stato il primo a donare la chiesa rofranese coi suoi beni al cenobio tuscolano.”. Fusco, a p. 56 continuando il suo racconto scriveva pure che: “….poi normanna coi duchi Ruggero Borsa e il figlio Guglielmo (67) e, nel 1131, del neore del Regno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (68). In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di Sansa, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72). “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) Etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) …..etc…”. Fusco, a p. 213, nella nota (89) postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano”, a pp. 44-51, in proposito scriveva che: “Un’altra fondazione italo-greca, Santa Maria di Rofrano, nel Cilento meridionale, era dotata di un patrimonio vastissimo che comprendeva anche la giurisdizione su alcuni insediamenti di una certa importanza. La descrizione in dettaglio di tutti i suoi possedimenti si trova in un diploma di Ruggero II del 1131 (10). L’atto costituisce l’attestazione più antica dell’esistenza del monastero, anche se l’estensione e la varietà del patrimonio descritto rimanda ad un’epoca di molto anteriore alla stesura del diploma ruggeriano. Nel primo trentennio del XII sec. S. Maria di Rofrano, che risulta essere, a quell’epoca, una dipendenza di Grottaferrata, possedeva metochi a Laurino, a Sassano, Sanza e nei dintorni di Montesano, a Policastro, a Rivello, a Benevento e in Calabria; mentre a Salerno etc…”. Alaggio, a p. 51, in proposito scriveva pure: “A molte delle sue dipendenze, specie quelle ubicate nel Vallo di Diano, può essere attribuito un ruolo propulsore nella genesi dei nuclei originari degli attuali insediamenti o, quanto meno, un’azione promotrice del loro sviluppo; come dovette accadere per San Zaccaria di Sassano, o per Santa Maria di Siripi a Sanza, per S. Pietro al Tumusso in territorio di Montesano, oltre che per la stessa Rofrano (11).”. Alaggio, a p. 44, nella nota (10) postillava: “(10) Per la trascrizioe del documento, la cui copia è custodita nell’Archivio dell’abbazia di Grottaferrata, si veda P. Ebner, Chiesa Baroni e popolo nel Cilento, (Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris Aev, XII, 6), vol. 2, Roma, 1982, vol. I, pp. 158-160.”. Alaggio, a p. 51, nella nota (11) postillava: “(11) Ibidem, p. 159: “Granciae vero huius presentis monasterii hae sunt. In primis grancia Sanctae Marie de Vito, que est in tenimento seu territorio Laurini, et grancia Sancti Zachariae que est in territorio Diani, et grancia S. Petri de Tumusso quae est in territorio Montissani”. Alaggio, a pp. 83-84, in proposito scriveva pure: “La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di rilatinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22)….Tale politica di promozione è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI sec., di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano, e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di San Lorenzo di Padula (24).”. Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(22) Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I monasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in Il passaggio del dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonseca, Taranto 1977, pp. 197-219.”. Loredana Pera (….), nel saggio Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 158, in proposito scriveva che: “c. 64r   In tenimento Sanse (25)   Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Santa Maria de Sarippi, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus, possessionibus et pertinentiis suis.”, che tradotto è: Del suddetto monastero hanno i beni sottoscritti, cioè il monastero o grancia detta di Santa Maria de Sarippi, dell’ordine di San Basilio, con tutti i suoi diritti, possedimenti e pertinenze”. Vittorio Bracco (….), nel suo: “La descrizione seicentesca della “Valle di Diani” di Paolo Eterni”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dopo un miglio sopra un eminente collina sono le rovine della Villa Calvanello, che fu di Costanzi di Diano, edificata con la Sala, Padula, Montesano, Casalnuovo, e Sanza dal nominato Silla nella sua legazione della Guerra Sociale con Lucani dopo la distruzione di Stabia, e pompei di Campagna felice, ed edificazione di Roma anni 786 (46).”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), tesi di Laurea in dottorato col Prof. Francesco Barra, anno Accademico 2013-2014, le cui notizie specialmente riguardo la ricostruzione storiografica sul monastero di S. Pietro al Tomusso, e non solo, vanno considerate con cautela a causa delle notevoli omissioni ed imprecisioni. Solo per citarne una, il Bellotta, a p. 131 parlando delle caratteristiche del territorio del Vallo di Diano scriveva che: “Il Vallo di Diano, come indica il nome, è una vallata circondata e protetta da nuerose montagne: il monte Cervati è il rilievo montuoso più significativo, posto a una altezza di 1899 metri sul livello del mare, nei pressi di Sanza, sulla cui cima è stato eretto un santuario dedicato alla Madonna della Neve…..(p. 132) per es. sul monte Gelbison e sul Cervati, rispettivamente al Santuario della Madonna di Novi Velia e a quello della Madonna della Neve a Sanza.”. Bellotta, a p. 137, nella nota (12) postillava: “(12) S. Maria di Siripi a Sanza, etc…”. Bellotta, a p. 138, in proposito scriveva che: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dall’archimandrita Athanasios Chalkéopoulos, che si recò invece, negli altri cenobi campani (S. Giovanni Batista a San Giovanni a Piro, S. Cono a Camerota, S. Maria a Centola e S. Maria a Pattano). Nei primi anni del Settecento, il “Procuratore” di San Pietro al Tumusso, don Nilo Marangi, scrisse ai suoi superiori di Grottaferrata, chiedendo che venisse compilata una nuova platea dei beni per far fronte alle continue usurpazioni che venivano fatte ai danni dei possedimenti dell’ente….La vendita di San Pietro al Tumusso ai certosini di Padula avvenne qualche anno dopo, precisamente il 31 maggio 1726, e segnò il punto di non ritorno dell’esperienza dei monaci italo-greci nel vallo di Diano, poichè i padri basiliani lasciarono definitivamente il cenobio (14).”. Bellotta, a p. 138, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo di Padula”, busta 5615 etc…”. Bellotta, a p. 144, in proposito scriveva pure che: “….il monastero aveva “molte possessioni nelli suoi feudi”, concentrate nei feudi di S. Pietro di Montesano, di S. Zaccaria di Sassano, di S. Maria di Vico di Fogna e in alcuni territori di S. Rufo, San Giacomo (monte San Giacomo), Casalnuovo (Casalbuono), Diano (Teggiano), Buonabitacolo, Padula, Sanza e Policastro.”. Bellotta, a p. 144, nella nota (5) postillava: “(5) Archivio Diocesano di Vallo della Lucania, Platea censuum intritum, bonorum stablium, et actionum Grancie S. Petri dicti del Tamusso prope Montesanum Ordinis S. Basilii Magni pertinentium ad insigne Cryptae Ferratae confecta in anno 1710, f. 1r.”. Bellotta, a p. 145, in proposito scriveva: “La struttura della platea del monastero di San Pietro al Tumusso è unitaria, ma per comodità di chi si accinge a studiarne e analizzarne il contenuto la si può suddividere in cinque sezioni, corrispondenti ai feudi, ……S. Maria di Sirippi a Sanza (ff. 75v. – 76r.) – nei quali si trovano beni di carattere immobiliare di proprietà dell’ente ecclesiastico.”. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a p. 65, in proposito scriveva che: “Sorto probabilmente in età normanna quando l’Ordo Cavensis si consolitò nel Cilento e nel Vallo di Diano (137), il Monasterium S. Petri forse fu benedettino e con quello basiliano di Sirippi sopravvisse, con fasi alterne, sin verso la metà del XIX sec. Non se ne sa molto, se i non i nomi di alcuni abati e qualche particolare: Abate Angelo, nel 1352 (138); etc…”.

Nel 1131, la contrada di “Seripti” o “Sirippi”, non lontana dal Centaurino, tra Sanza e Rofrano

Come abbiamo visto, Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”Dunque, già dal 1116 vi era una contrada chiamata “Siripi” o “Sirippi” con un monastero, celle e dipendenze, e forse anche un molino. Ma dove si trovava di preciso questa tenuta che, molto probabilmente fu donata ai monaci di Rofrano dal principe longobardo Guaimario V ?. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “….10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11.”. ovvero nel 1131, secondo il documento detto “Crisobollo” la tenuta o grangia di Rofrano si trovava “in territorio di Sanza”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), parlando dei “beni extra-territoriali” o “extra moenia”, del monastero di S. Pietro al Tumusso, a p. 164, in proposito scriveva che: “Due terreni si trovavano in terra buonabitacolese, mentre a Sanza sappiamo solo che l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi, senza che venissero specificati i nomi dei coloni e il censo che annualmente erano tenuti a versare, oppure la qualità, l’estensione e la locazione del bene posseduto.”. Dunque, il Bellotta scriveva che dalla platea del 1710 di Marangi risulta che “…l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi”.

Bellotta, p. 164

(Fig…) Bellota Carlo, op. cit., pp. 163-164

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “…il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di ‘Sansa’, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72).”. Dunque, il Fusco scriveva che la “contrada Sirippi” si trovava  nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71).”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, a p. 84, nella nota (74) postillava: “(74) Oggi della Chiesa di S. Maria de Siripi (o, come pure dicevano i contadini della zona, di S. Maria di Sirino, per cui cfr. I, n. 29), della grancia e del casale non resta altro se non il geotoponimo.”. Fusco diceva che la grancia di S. Maria di Sirippi veniva detta dai contadini del luogo “Santa Maria di Sirino”. Fusco scriveva che oggi della grancia di S. Maria di Sirippi non resta più nulla. Resta il geotoponimo del luogo. Fusco continuando il suo racconto scriveva pure che:  “La vox populi riferisce di una grande frana scesa dalla montagna soprastante (Colle del Pero) che avrebbe sepolto tutto.”. Dunque, per localizzare il luogo, questo passaggio del Fusco è interessante perchè egli, sulla scorta della tradizione orale del luogo scriveva che la tenuta di Sirippi scomparve a causa di una frana che cadde dalla montagna del Cervati, e precisamente dal “soprastante Colle del Pero”, ovvero un colle sul monte Cervati dove oggi si può vedere anche un rifugio di alta quota. Dunque, la tenuta di “Sirippi” si trovava ad una quota molto più bassa rispetto al “Colle del Pero”. Infatti, guardando la geomappa satellitale di “Google maps” si può vedere che a metà strada della statale provinciale SS. 18b che da Sanza va a Rofrano troviamo la “tenuta Sirippi”, un piccolo agglomerato di case rustiche. Il luogo detto “tenuta Sirippi” si trova quasi alla quota della statale provinciale, il cui tracciato stradale ricalca più o meno le pendici del monte Cervati o della tenuta del Centaurino e corre da Sanza al cosiddetto “Piano della Croce” per arrivare al casale di Rofrano. Oggi il cosiddetto “Piano della Croce” è un crocevia di sentieri pedemontani posto nel comune di Rofrano, ai piedi del monte Cervati. Fusco riferisce una notizia di G. Laveglia (….), e scriveva pure che: “L’insegnante G. Laveglia (Itinerari turistici a Sanza, cit., p. 21 sg.) scrive che all’inizio del Novecento giovani sanzesi dilettanti scavarono sul posto (in proprietà Barzelloni, che nella prima metà dell’Ottocento comprarono da Felice Laveglia) rinvenendo oggetti in terracotta, candelieri e un sarcofago; tali reperti, portati in Chiesa Madre, andarono poi smarriti.”. Infatti, percorrendo la ss. 18b, prima di arrivare alla tenuta Sirippi si vede l’insegna che la tenuta è di “Barzelloni Giulia”, erede della famiglia che comprò il luogo da Felice Laveglia. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che: Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”, in quanto ritengo che la contrada “Siripi” sia si lungo la cosiddetta “via del sale” che portava ai porti di Palinuro e della Molpa, ma il “valico” ed il “nodo viario per la biforcazione” di cui parlava Ebner si trova lungo l’antico tracciato pedemontano e carovaniero che oggi ricalca più o meno la statale SS. 18b, che collega Sanza a Rofrano, e che da Rofrano scende verso la valle del Mingardo da cui si raggiungono i porti Velini di Molpa e Palinuro. Forse questa tenuta faceva parte della vasta tenuta del Centaurino, anch’essa donata dai principi longobardi ai monaci di Rofrano. Fusco, a p. 57, in proposito continuava scrivendo che “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Verosimilmente furono eseguite opere di terrazzamento e di canalizzazione (le acque della sorgente Fèstola, di numerosi ruscelli che scendevano dal Centaurino e del Bussento permettevano non solo l’irrigazione ma anche la nascita di ‘molèndina’, mulini, ecc.., ampi pascoli (pedìa) per …(l’allevamento brado dei suini avveniva sul Centaurino e quello bovino sul Cervato” (73). Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) che, con quello sorto più tardi nella non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro, costituì un segno importante sul territorio dell’evoluzione delle forme abitative in epoca normanna, le quali per la prima volta dopo l’età tardo – antica riproponevano il modello dell’insediamento sparso (75).”. In questo passaggio Fusco ci parla di alcuni toponimi come “le acque della sorgente Fèstola”, oppure del toponimo: non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, nel cap. I, a pp. 4-5 scriveva: “in località Santo Stefano si incontravano, in un trivio di fondamentale importanza, le tre carovaniere (o Vie del Sale) pìù vitali dell’area: quella proveniente da Pissunte, da mezzogiorno, quella che saliva da Palinuro, da occidente; quella infine che arrivava da oriente, dal sud del Vallo di Diano. Lasciato il Vallo nella sua parte meridionale e superato prima il Calore- Tanagro e poi il Peglio (16); si procedeva ecc…Ad ovest del colle il percorso si biforcava: per Molpa – Palinuro procedeva dritto attraverso i campi, le contrade Valleraia (18), Sirippi (19), Cornitello, fino a salire alla Croce di Rofrano (a nordovest del Centaurino)(20). per poi scendere lungo il percorso del Faraone – Mingardo, far tappa sul costone del Capitenali (tra Castelruggero e Roccagloriosa) ecc..”. Fusco, a pp. 13-14, nella nota (18) postillava: “(18) Percorrendo la rotabile per Rofrano si possono notare sulla destra, dove inizia il tratto sterrato che porta alla sorgente di Monte Mezzano nella gola della Zàccana, i ruderi dela Cappella di S. Silvestro. Lì finisce la contrada Valleraia (nei documenti pure Valle Raja, dove ‘raja’ sta per “illuminata e riscaldata dai raggi del sole)” etcc..”. Fusco, a p. 14, nella nota (19) postillava: “(19) Sulle suggestioni e sui collegamenti richiamati dal toponimo (Siris, colonia greca sorta sullo Ionio etc…, Sirino; Lago Sirino) congetturiamo nelle pagine 183 e 184 del nostro ‘Quando la storia tace, ecc.., cit., forse la stessa carovaniera in quel tratto era detta Siripide. Cfr. n. 29”. Fusco, a p. 14, nella nota (20) postillava: “(20) La Croce di Rofrano (per i Rofranesi è la Croce di Sanza) dagli studiosi è detta pure passo Beta, che va inteso come Passo dell’Abete, etc…”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204.”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204”. Fusco si riferisce al suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992. Fusco, nel 1992, a p. 204, in proposito scriveva che: “…, quindi probabilmente anche la grancia di Sansa, la quale così risale quantomeno alla seconda metà del secolo XI. Nell’alta Valle del Bussento, sulla sponda destra del fiume, i Basiliani diedero così vita ad una grancia fiorente, raccolta intorno alla cappella di ‘Santa Maria de Siripi’ o, come dicono ancora i contadini della zona, di ‘Sirino’. Non è chiaro il rapporto tra la Madonna della Grotta sul Cervato e ‘Santa Maria de Siripi’, ma è probabile che un gruppo di monaci, dopo la prima fase lauritica sulla montagna sacra (la contrada ‘Sirippi’ si estende alle falde del monte) dove molte grotte potevano offrire ricetto agli anacoreti (grotta della ‘Votàreva’, di ‘Schiena d’Asino’, del ‘Tròccano’, di ‘Varco del Risico’, degli ‘Speràli’, di ‘Varco la Peta’, del ‘Fanciullo’, di ‘Cianni Barretta’, delle ‘Fontanelle’) e al loro simulacro, abbia poi dato vita, dietro la spinta espansionistica dei religiosi di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, alla fase cenobitica di ‘Siripi’. La contrada, che degrada verso il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina, di cerri e di castagne, prima brulla e coperta di cespugli etc…L’esistenza di questo agglomerato medioevale sembra si possa arguire dallo stesso ‘Privilegio’ di Ruggiero laddove, elencandosi i confini territoriali della grancia di Rofrano, è detto che essi scendono ‘ad viam de Vallibona…..et in spelungam cornitelli…et in Cruce, quae dicitur Sansae’: quest’ultima contrada ancora oggi presente nella toponomastica della zona (‘Croce di Rofrano’ per i Sanzesi che vanno a Rofrano, ‘Croce di Sanza’ per i rofranesi che vengono a Sanza), sembra coincida appunto con quella di ‘Sippi’, non certo con la groppa la quale sorge l’abitato attuale, molto più a est (5-6 chilometri). Della grancia e della annessa cappella di ‘Santa Maria de Siripi’, nonchè del casale di ‘Sansa’ altomedioevale, non è rimasta traccia veruna: una lunga tradizione orale parla d’una grande frana scesa dalla montagna che avrebbe seppellito tutto (158). Una collinetta in detta contrada di ‘Sirippi’, proprio sotto la montagna, ha tutta l’aria di essere quanto resta del cumulo di massi e di detriti scesi dalla montagna. La scomparsa della grancia di ‘Siripi’ non segnò però la fine dei culti introdotti dai Basiliani: santi come Santa Sofia (160), San Nicola etc…”. Fusco, a p. 14, nella nota (21) postillava: “(21) Ancora nel XV sec. il collegamento Vallo di Diano – Sansa – Rufranum risultava vitale per il traffico delle merci (cfr. R. Moscati: Il Registro 2903 della Cancelleria Neapoli dell’Archivio della Corona d’Aragona, in Studi in onore di Riccardo Filangieri, Napoli, 1959, I, CV, p. 522 sg.) e della rinomata pietra del Centaurino che raggiungeva – pare – addirittura Salerno e Napoli (cfr. C. Vultaggio: La Viabilità in AA.VV.: Storia del Vallo di Diano, cit., II, p. 88.”. Fusco, a p. 84, nella nota (72) postillava che: “(72) ……Della grancia di Sirippi resta ancora traccia in una platea del 1576 redatta dal notaio sassanese Ferdinando Romanello (grance di Sassano e Sansa); in un altra del 1710 ordinata dal procuratore di S. Pietro al Tomusso Nilo Marangi (per l’occasione furono incaricati della ricognizione dei beni sanzesi gli esperti Tommaso Angelo Camporese e Antonio Cozzi); in una verifica del 1823 ordinata dal consigliere d’Intendenza Gabriello Giuliani risultò che a Sirippi la Badia rofranese possedeva ormai solo 4 appezzamenti di terreno che rendevano 27,40 ducati annui.”.

Felice Fusco (….), nel suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992, a p. 185, in proposito scriveva che: “..; d’altra parte a Laurelli si può opervenire facilmente dall’agro di Sanza valicando il Centaurino al passo non elevato della ‘Recoddàta’ (Decollata) e attraversando l’odierna frazione della Caporra. Questa seconda via per passare nell’agro di Caselle dovette tornare particolarmente utile agli abitanti di ‘Siripi’ che, disceso il corso del Bussento fino all’altezza del Ponte dell’Abate, risalivano facilmente il Centaurino fino al valico della Decollata, abbreviando notevolmente il percorso oggi segnato per lo più dalla statale 517. Anzi vien fatto di credere che chi risalisse le balze di Caselle a partire dalla confluenza dello Sciarapotamo ( ξηροποταμος = fiume secco) e di Vallone Grande del Bussento risorto sotto Morigerati, etc…”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. La rilevante diffusione di insediamenti benedettini nel Cilento e nel Vallo di Diano è stata sempre interpretata come strettamente legata all’insediamento normanno. È da escludere, però, che la promozione da parte dei nuovi signori dell’espansione dell’Ordine benedettino sia da collegare ad una politica religiosa decisa a rilatinizzare una regione fortemente interessata dalla presenza di fondazioni e comunità greche. È opinione ormai largamente condivisa che la conquista normanna abbia comportato l’annessione delle piccole realtà monastiche diffuse nei loro domini, ai grandi cenobi sia greci che latini, e questo per ovvie opportunità politiche legate al controllo del territorio e all’allargamento della base del consenso tra le popolazioni locali. Non si spiegherebbe altrimenti il grande favore di cui godettero le grandi abazie bizantine di Sicilia o alcune del Mezzogiorno peninsulare, come il monastero di S. Elia e S. Anastasio di Carbone, diventata grazie all’intervento di re Guglielmo sede archimandritale, San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole in Puglia, la cui fondazione fu voluta proprio da Boemondo principe di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo. Anche nel processo di consolidamento del potere, nell’ampia regione posta a Sud del Sele, i signori normanni assunsero un comportamento mirato sostanzialmente ad un controllo capillare del territorio, libero da posizioni ideologiche o da presunti programmi di rilatinizzazione dettati dalla loro alleanza con il Papato. La prova è nel fatto che nonostante la penetrazione dell’Ordine benedettino in questi territori sia stata veramente importante, l’abbazia greca di Santa Maria di Rofrano sopravvisse, insieme ai suoi metochi di Montesano, di Sassano, di Sanza e Buonabitacolo, per essere poi sottomessa da re Ruggero a quella che sarebbe diventata la più importante abbazia greca d’Italia, il monastero fondato da s. Nilo a Grottaferrata. La presenza benedettina consolidò quel processo di sviluppo demografico e di messa a coltura inaugurato dal monachesimo italo-greco in questa parte del salernitano, certamente ne consolidò gli esiti sulla lunga durata rispondendo, la sua logica, alle stesse misure di sfruttamento razionale delle risorse naturali e di progressiva crescita dell’ambito rurale. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicolas, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fede “” Egli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Caselle e l’Abazia di “S. Angelo di Pitraro”, dipendenza dell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata

Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”.

Gatta, p. 69

Analizzando le parole del Gatta (…), che scrisse nel 1723, e poi il figlio Giuseppe, che pubblicò le “Memorie” del padre nel 1743, quando egli scrive che: vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica”, io credo che la donazione fatta dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario III, a cui si riferisce il Gatta, si riferisca ad una donazione fatta alla chiesa di Rofrano e non specificamente a quella di Caselle. Le notizie da cui attinse il Gatta, le notizie storiche tratte da Tommaso Maria Alfani (…), facevano riferimento alle munifiche donazioni che alcune chiese e monasteri del basso Cilento ricevettero dai principi Longobardi del Ducato di Benevento prima e del Principato di Salerno dopo. E’ lo stesso Felice Fusco (…), che lo dice sulla scorta di Nicola Acocella e di Pietro Ebner (…), che trattarono la questione. Io stesso ivi ho pubblicato un mio saggio dal titolo: “Nel 501, le donazioni Longobarde ai monasteri del basso Cilento”. Il Gatta (…), citando l’antica donazione del Principe longobardo Guaimario III, scriveva che: ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi”, ovvero il Gatta, sulla base dell’Alfani, scriveva che nel XI secolo, Guaimario III, eresse o fece costruire un monastero di Benedettini. Il Gatta, aggiunge che al suo tempo, ovvero verso la metà del secolo XVIII, il monastero benedettino fatto costruire da Guaimario III, era chiamato qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Dunque, il Gatta, scriveva che al suo tempo, nel secolo XVIII, il monastero a Caselle era chiamato Badia, dunque si trattava di un monastero o abazia di benedettini e che essa (“al presente”), apparteneva alla “ragione Apostolica”. Costantino Gatta (…), nel suo “La Lucania illustrata”, che pubblicò nel 1723 per i tipi di Abrì e, dove riportò moltissime notizie tratte da un ‘Chronicon’ inedito scritto da frate Luca Mannelli (…), a cui ho ivi dedicato un mio saggio e pubblicato le pagine originali ed inedite. Il Gatta, ne scrive nelle pagine pp. 68-69-70: “…quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa per pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa.”. Anche Pietro Ebner (…), a p. 648 del vol. I, scriveva la stessa cosa: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Dunque, anche Ebner (…), sulla scorta del Gatta, scriveva che l’antico Cenobio di Caselle, fatto costruire dal principe longobardo, era alle dipendenze della Sede Apostolica. Cos’è la Sede Apostolica e cosa voleva dire Ebner ?. Il Fusco, nella sua nota (70), segnalava che stessa cosa aveva scritto il Beltrano (…). Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis’, pubblicato nel 1671, dunque prima del Gatta e dell’Alfani (…), a p. 135, in proposito alla Terra di Caselle, scriveva che, nella: “….Terra di Casella…vi è ‘Ius Patronato’ istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dunque, Ottavio Beltrano, nel 1671, scriveva che la “Terra di Caselle”, vi era stato istituito lo “Ius Patronato” dal principe longobardo Guaimario III e che esso (lo ‘Ius Patronato‘) si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Quando scriveva Beltrano, nel 1671, la “Terra” di Caselle (come pure quella di Morigerati), appartenevano alla Baronia di Rofrano che a sua volta era alle dipendenze della Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, dipendente a sua volta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, dipendente a sua volta dalla Santa Sede Apostolica. Riguardo la Sede Apostolica da cui dipendeva il monastero benedettino o l’Abazia benedetina di Sant’Angelo a Caselle, cito ciò che scriveva nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, a p. 173, parlando della chiesa di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (…), in proposito scriveva che: “Il paese nuovo prese il nome dell’antico e si raggruppò intorno ad un cenobio di Basiliani situato presso la chiesa di Grottaferrata là dove ora torreggia il palazzo Baronale. E quivi accorsero pure gli abitanti di Fugento. Ruggero, primo Re di Sicilia, concesse la badia e il feudo di Rofrano a Leonzio abate basiliano nel 1131; ma il cenobio esisteva fin dalla seconda metà dell’XI secolo. Ma come ben dice il Ronzini, l’orma del sandalo basiliano impressa sul suolo di Rofrano fu cancellata dal tempo: ed oggi un mistero avvolge come la generazione così tutte le origini. La badia fu poi data in commenda al cardinal Gio. Colonna; ma ciò produsse la rovina dei commendati. Il feudo di Rofrano passò nel XV secolo ad Arcamone conte di Fondi, e poi a Gio. Carafa conte di Policasto, il quale spulse gli ultimi basiliani e fè costruire il Palazzo Baronale ecc..ecc…”. Dunque, il De Giorgi (…), sulla scorta del Ronsini (…), parlando di Rofrano, ci dice delle donazioni Normanne alla chiesa di Rofrano. Infatti, l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Caselle, era alle dipendenze dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano.

Reg.bess.4

(Fig…) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In castro Rofarani”.

Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”Il Fusco, nella sua nota (76), postillava che: “(76) La pergamena (in Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’Indizione, è databile con buona approssimazione in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5), datate 1198.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484”.

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Forse è la stessa pergamena greca citata dal Fusco (…), Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Trinchera F., Syllabus etc., p. 250

Le Grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio saprese (il “Portus”)

Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicipato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

martire-d-p-150.png

(Fig…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150

Martire D., p. 151

(Fig…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 151

Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”.

S. Fantino 1

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca.

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi qui pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”.

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG

Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia dei Palamolla a Torraca. Dunque la Grangia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (4) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini) (…) – di cui peraltro quì abbiamo pubblicato uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”.

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

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(Fig….) Il Cenobio basiliano a San Giovanni a Piro (SA).

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(Fig….) Stauroteca – croce con figure e smalti, oggi a Gaeta (…).

Il Laudisio (22), dopo aver parlato dei lutti dovuti ai Longobardi, citati da Papa Gregorio Magno – si veda la lettera al Vescovo Felice di Agropoli – traendo la notizia da sua nota (28): “Anhast. Bibli. in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tom. 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, Historia di tutte le eresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psalmodiam esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas)”,  e poi nota (29) su Niceforo Foca: “Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid. , disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21″,  scriveva in proposito: “..nell’ottavo (secolo) in questo regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo, infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole imopunemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, e così e ancora oggi chiamato il paese che a poco a poco incominciò allora a sorgere attorno all’abbazia, la chiesa di Bussento, perchè ancora affidata alla reggenza del Vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma. Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un nome greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli ecc..Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino.”. Il Guzzo (40), ed il Palazzo (24), sulla scorta del Borsari (4) e del Cappelli (5), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (4), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (23) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (15) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (41)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona non è stato sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (6): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Non concordiamo del tutto sulla tesi di Natella e Peduto (6) che sulla scorta del Porfirio (10), affermavano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo e, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli. Pertanto queste terre rivestono una importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26). Il Tancredi (33), cita poi l’Ughelli e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli, e il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano (34):  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice in questione, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale.

Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig. 8) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Per quanto riguarda l’antico codice Cryptense Z D 12 o Z D XII, si consiglia di vedere Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae (…). Per quanto riguarda l’inventario fatto dal Batiffol (…), si veda G. Crocenti (a cura di), ‘L’Abbazia di Rossano. Contributo alla storia della Vaticana’ (trad. it. di P. Batiffol, L’abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris 1891), Longobardi 1986 D’Agostino 1981 E. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Gassisi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale.

I Codici miniati copiati nei monasteri del ‘Mercurion’ del nostro entroterra

Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini. Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”La studiosa Vera von Falkenhausen (…), trando questa interessante notizia dalla ‘Storia Lausiaca’ di Palladius Helenopolitanus (…), sosteneva che “S. Nilo copiava manoscritti”. Infatti, Palladio, (…), scriveva che S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”. S. Nilo, quando si recò nel Monastero di S. Nazario – che il Cappelli (…), aveva individuato in un monastero a Cuccaro Vetere –  e fu tonsurato monaco: “si applicò a scrivere versi, componendo il Kondakion in onore di S. Nilo Sinaita, e alla traduzione di codici. Per il cui continuo esercizio poi nelle verdi solitudini del Mercurion, si riforniva a Rossano, dove solo poteva trovarli, della pergamena e dell’altro materiale necessario al suo lavoro (48). Notizia questa preziosa in quanto ci fornisce una ulteriore conferma che in questa città l’arte calligrafica era nel medioevo assai coltivata.. S. Nilo, aveva iniziato da giovane l’attività di copiatore amanuense calligrafo a Rossano Calabro, dove questa attività era fiorente nei primi del medioevo e poi l’ha proseguita nei monasteri del Cilento dove si fermò dopo essere stato tonsurato monaco. Riguardo la scuola calligrafa nata a S. Giovanni a Piro, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “I Codici miniati dell’anno 1000 copiati nel Monastero di S. Giovanni a Piro”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Gli studiosi – tra cui il Batiffol (…), il Devreesse (…), il Mercati (…), il Borsari (…) ed il Cappelli (…), fanno risalire l’origine di alcuni codici greci, conservati nelle maggiori Biblioteche  d’Italia, scritti proprio dell’Abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro. Si tratta di codici amanuensi, manoscritti e miniati di grande interesse in quanto essi risalgono ad una scuola calligrafica ed amanuense datata all’anno 1000. Gli studi intorno a questi antichissimi codici, se confermati, attesterebbero ed avvalorerebbe l’ipotesi, di una scuola amanuense di Codici miniati a S. Giovanni a Piro che doveva avere nell’X e XI secolo, una fiorente comunità religiosa. Le cittadelle ascetiche e monastiche di origine Italo-greca, erano delle comunità religiose che vivevano in Monasteri o Cenobi (basiliani) che in seguito, nel XI secolo, con l’avvento dei Normanni, si ingrandirono e divennero sempre più prosperi, dando un valido contributo alla povera economia dei luoghi. Considerato il numero e la fattura, questi antichissimi codici miniati, risalenti all’anno 1000, avvalorerebbero la tesi che, nel XI secolo, e forse ancora prima, a S. Giovanni a Piro – forse proprio S. Nilo – aveva dato vita ad una scuola calligrafica di monaci amanuensi che copiavano antichissimi codici greci.

Il Codice Laurenziano XI, 9

Il Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc..“.  Il Cappelli (5), citando un antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il Laurenziano XI, 9, scriveva che fu “copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρονe poi aggiungeva la notazione: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (43) annotava he il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente, che sicuramente deriva dalle varie forme volgari di a Pera, ad Piram, de Piro, a Piro, è proprio da identificare con quello ricco e noto di S. Giovanni a Piro (…). Il quale con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”. Il Cappelli (5), annotava (vedi nota 44 a p. 312), in proposito: “Avevo scritto questa parte del lavoro allorchè ho potuto vedere che anche Devreesse R., op. cit., p. 32, n. 6, ricollega il monastero cui apparteneva questo codice con l’odierno abitato di S. Giovanni a Piro. Devreesse R., op. cit., p. 11, non è però rigorosamente esatto allorchè oltre ad avvicinare cronologicamente il codice Laurenziano XI, 9, al vaticano greco 2030 (v. G. Mercati, op. cit. , pp. 209 ess.) anch’esso scritto nel 1020 da un monaco Marco chierico del monastero di S. Sozonte, nei pressi dell’attuale S. Sosti, pone questo nella medesima S. Giovanni a Piro. S. Giovanni a Piro, ora in Campania rientrava, all’epoca in cui furono scritti i codici, nei territori longobardi, S Sosti in Calabria, invece, in quelli bizantini. Su S. Sozonte v. anche ecc…”.  

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig….) Codice Innocenziano XI, 9, dell’anno 1001, copiato dal monaco Luca per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Un’altro codice greco scritto dal monaco Lucà, sulle omelie di S. Giovanni Crisostomo e che pare sia appartenuto a S. Nilo e forse uscito dalla scuola di Codici miniati che dovveva esistere nei primi anni dell’anno mille nel monastero basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, è il Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000). Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000, la cui scheda bibliografica dice in proposito: itazioni bibliografiche: Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001.” (38).

Il codice da me rintracciato alla Biblioteca dell’Arciginnasio di Bologna

Da una ricerca effettuata, abbiamo rintracciato il codice illustrato nelle immagini di Figg. 5, che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32).  L’antico codice conservato a Bologna (32), è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, leggiamo: Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo.”. (32). Non sappiamo se il Cappelli si riferisse a questo codice quando parlava di un codice dell’anno 1020, copiato per l’igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro, ma di sicuro questo antico codice, conservato a Bologna ed il codice ‘Innocenziano XI, 9’, citato dal Cappelli, dovranno essere ulteriormente indagati.

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(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

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(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

Nel 1575, il Codice Casanatense, n. 1249, del monaco Luca Felice del monastero di S. Pietro di Montesano al Tumusso

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 43, in proposito scriveva che: All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127), ……rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128).”. Il Tortorella, a p. 58, nella nota (128) postillava che: “(128)…A Montesano i Padri di San Basilio continuarono la tradizione di cultura e d’attività spirituale, dal momento che nella seconda metà del Cinquecento l’Archimandrita di Grottaferrata scrisse per i religiosi del ‘Tumusso’ un compendio del ‘Tipicòn’ della casa madre: “Quoniam vero ad hanc bibliothecam reversi sumus, ad manuscripta bombycina recentiora nos gradum facientes in ea Catalogum codicum nostrorum a Luca Felici an. MDLXXV confectum adservari conspeximus sub n. 42 Reginensium Pii II; in bibl. Casanatensi Typici nostri compendium, ab eodem Luca Felici conscriptum ad ursum monachorum Montis-Sani, nunc not. G.4. 14” (A. Rocchi, op. cit., pp. 281-282). Etc…”, che tradotto è: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti cotoni più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici anno 1575 abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Bibbia Il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montesano, non è ormai noto. G.4. 14.”. Il Tortorella, a p. 59, nella nota (128) che: “Il codice, manoscritto numero 1249 della Casanatense, di 156 fogli, elegante esempio di scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Συναξαρια (Sinaxaria), relativi alle feste liturgiche da celebrarsi nel cenobio montesanese. E’ un “Typicon exscriptum ex alio antiquissimo in Carta membranacea quod asservatur in monasterio S. Maria Crypteferratae Ordinis S. Basilii Magni”, come si legge sul primo frontespizio latino. Del redattore è impresso, su un foglio seguente, lo stemma abbadiale e la dicitura, in maiuscola ornata, TOY KYPOY ΛOYKA ΦΗΛΙΚΟC TYBOYPTINOY CHMEION (tu kjiru Luca Filhjikos tivurtinu simnhjio: ‘stemma del signor Luca Felice di Tivoli’). Lo scriba, fedele a un antichissimo uso, al termine della prima parte del lavoro annota una raccomandazione di pietà cristiana per il lettore: Δοτε δοξαν τω θεω τη αγια θεοτοκω και etc…(dhote dhòxa tò Theò, ti Ajia Theotòko kjè aì Parthèno Maria kjè makariotato Patri imon kjè tòn ieròn tàxeon Protopatriarkhji Vasilhjio tò Mnhjeghalo: ‘rendete onore a Dio, alla Santa Madre Schiere di Dio e sempre Vergine Maria e al beatissimo Padre nostro e primo Patriarca delle Sacre Schiere Basilio il Grande’).”. Dunque, il Tortorella, sulla scorta del Rocchi scriveva che il “codice manoscritto numero 1249 della biblioteca Casanatensi”, un codice greco e menbranaceo, elegante con 156 fogli in pergamena, e con una scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Sinissari relativi alle feste liturgiche che si celebravano nell’antico cenobio di Montesano, che a quel tempo apparteneva all’Ordine di San Basilio e quindi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, Abbazia nel Tuscolano fondata da S. Nilo e da S. Bartolomeo Juniore. Dunque, il salmo basiliano riportato dal Tortorella è citato nel testo di A. Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi, Tuscoli, 1893, pp. 281-282.  Questo testo si trova conservato nella biblioteca Casanatense che si trova nell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Il compendio che scrisse l’Archimandrita di Grottaferrata per il monastero di S. Pietro de Tumusso è il seguente: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti cotoni più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici an. Abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Bibbia Il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montis-Sani, non è ormai noto. G.4. 14.”. La Biblioteca Casanatense è da sempre conosciuta come una delle sedi di conservazione e ricerca privilegiate grazie, in particolare, al prezioso fondo dei manoscritti, nato solo in piccolissima parte dall’eredità del cardinale Casanate e formatosi soprattutto per opera di una illuminata e accorta politica degli acquisti dei domenicani specie nell’arco del secolo XVIII. Il fondo abbraccia un arco cronologico che va dal secolo VIII al XX e consta di 6300 volumi circa, dai diversi formati. I suoi contenuti, che ne rendono la connotazione “universale”, rispecchiano fedelmente le 27 classi materie, adottate per la collocazione dei volumi a stampa conservati nel Salone monumentale della Biblioteca. Tra i cimeli noti in tutto il mondo si ricordano: exultet, tacuina sanitatis codici liturgici, testi medico-scientifici, codici orientali ed ebraici, autografi famosi. Sinassario (in greco antico: Συναξάριον?, synaxarion, da συνάγω, synagein, «riunire») è il nome dato dal cristianesimo orientale (Chiesa ortodossa, Chiese ortodosse orientali e Chiese cattoliche orientali) a una collezione di agiografie, assimilabile al menologio della stessa tradizione e al martirologio della Chiesa latina. L’esatta accezione del nome è cambiata nel corso del tempo. In principio era utilizzato per l’indice del lezionario e, in questo senso, corrisponde ai latini capitulare e comes. In seguito il sinassario è stato integrato dell’intero testo delle pericopi da leggere in chiesa. Per come era concepita la Divina liturgia, si riduceva ai libri del Nuovo Testamento. «Sinassario» rimase il titolo per l’indice di altri lezionari. Senza cambiare nome, fu arricchito dai testi completi di questi lezionari, il cui indice è in genere chiamato menologion heortastikon – un libro ormai difficilmente utilizzato, in quanto superato dal Typikon. Alcuni calendari medievali erano chiamati sinassari. Sono descritti, per esempio, quelli redatti da Cristoforo di Mitilene (XI secolo) e Teodoro Prodromo (XII secolo).

Nel 1341, i beni delle Badie minori di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni assegnati alla chiesa di Rivello

Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, in proposito, scriveva che: Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono………Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”Il Laudisio (…), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (50), postillava che:“(50) Ughelli, cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit.,  tomus VII, p. 542:…”. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dipese dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Porfirio (…), a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa citazione del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).“. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”.

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Nel 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

-Mesa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.

  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”.

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Dunque Biagio Cappelli (…), riguardo il monastero di S. Cono di Camerota, scriveva che fu toccato dalla visita Apostolica di Athanasio Calkeopulos, che esso era prossimo a quello di S. Giovanni a Piro, chiamandolo S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), a p. 305, sulla scorta del Minisci (…) e, del Batiffol (…), scriveva che riguardo il monastero di S. Cono a Camerota, vi era una chiesa triabsidata (a tre absidi) e che localmente veniva detta S. Iconio.

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(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149:

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (frontespizio) conservato alla BSMN

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (…), indice dei monasteri visitati

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

Nel 1455, la tassa pagata

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

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(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati, ma anche in questo caso crediamo che le note dell’Ebner siano errate. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Cono de Camerota’. Il Lubin (…), nella sua nota (…), scrive che l’Ughelli (…), parla dell’Abbazia di S. Cono di Camerota, nel suo vol. VII, a p. 940. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Nel 1579, l’“Inventarium bonorum” e la“Tabula generalis omnium rendentium” conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli N. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930 (Archivio Attanasio)

(…) Schlumberger G., L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)

(…) Giannini Paolo Arch., Il Monachesimo basiliano in Italia, stà in ‘AA.VV., Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio)

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

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(…) Borsari Silvano, Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanna, a cura di Biagio Cappelli,  Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, 1963, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, ”L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio); la notizia sul codice Laurenziano XI, 9, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII, pubblicata dal padre Antonio Rocchi.

(…) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

(…) Vera Von Falkenhausen, Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna’, che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (Archivio Attanasio); si veda pure: V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; si veda pure dello stesso autore: Vera Von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 161 ss.

(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974; si veda pure dello stesso autore:  Pertusi Agostino, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2

(…) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(…) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, 1905, pp. 39 e ss.

(…) Rocchi Antonio, La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(…) Agatangelo Romaniello. – Falco D., Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, Napoli, ed. Jannone, 1986

(…) De Montfaucon B., Paleographia graeca, Paris, 1708, si veda p. 431 (Archivio Attanasio)

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (…), si veda p. 19, nota 71

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Pirro Rocco, Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore, Palermo, ed. Mongitore, 1733, vedi vol. I (Archivio digitale Attanasio)

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

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(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

Cozza-Luzi

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio)

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…)(Archivio Storico Attanasio)

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) (Figg….) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg….

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

Gaetani - frontespizio-001

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Rohlfs Gerald, Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII

(…) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915 (Archivio Attanasio)

(….) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295

(…)(Figg…..) Codice Laurenziano XI, 9, illustrato nell’immagine e, citato da Biagio Cappelli, nel suo saggio: “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, che stà in ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957 e, nel saggio op. cit., p……(5), pp. 295 e s.; in particolare il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43). Recentemente, abbiamo chiesto alla Biblioteca Medicea-Laurenziana e Palatina di Firenze ed abbiamo avuto risposta dalla Dr. Scipioni, che ha scritto: “il codice di cui lei parla è in effetti un manoscritto facente parte delle raccolte della Laurenziana: la corretta segnatura è Plut.11.9.”. Collegandoci al sito della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, i codici greci in questione sono quelli del Fondo Plutei. La loro corretta segnatura è Plut. XI. 09, e ve ne sono tantissimi digitalizzati e quindi consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, solo alcuni riguardano alcune omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di Matteo Apostolo. Ad esempio, il Plut. XI.09, datato anno 1001 e 1010, ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro).”. Fra le citazioni bibliografiche, segnaliamo: “Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante ; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi , Spoleto , Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo , 2012 (Studi e ricerche ; 5) , p. 551-605 e 3 cc. di tavv. (FI 100 C. 606 (5))”. Esso è consultabile e scaricabile, collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613558&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up. Si veda pure: Flecchia Mario, La traduzione di Burgundio Pisano delle omelie di S. Giovanni Crisostomo sopra Matteo, ed. Università Cattolica del Sacro Cuore, 1952. 

(Fig….) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (…).

(…) (Fig….) Da una ricerca effettuata, abbiamo rintracciato il codice illustrato nelle immagini di Figg…., che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. L’antico codice conservato a Bologna, , è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda leggiamo: “I titoli e le lettere iniziali delle omelie sono ornati e coloriti in oro, rosso e altri colori. Al testo è premesso un indice di argomenti. Allo scritto furono apposte in vari punti annotazioni in lingua latina del secolo XV e XVI e sul margine superiore della c. 70 alcune parole in lingua ebraica. Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo; reca l’ex libris Cornaro e pervenne in biblioteca attraverso il lascito dell’abate Antonio Magnani. ‘Inventario dei manoscritti della biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna’ (serie A), a cura di Carlo Lucchesi, I, Firenze, Leo S. Olschki, 1924 (Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, a cura di Albano Sorbelli, 1930), p. 9-10. Collocazione: A 1″. L’Abate Antonio Magnani, nel 1811, fece un lascito testamentario al Municipio di Bologna, e quindi alla Biblioteca dell’Arciginnasio che oggi conseerva l’importante Fondo di libri e scritti e materiali di lavoro dell’abate Antonio Magnani, collezionista e bibliofilo, ex gesuita ed ex bibliotecario dell’Istituto delle Scienze di Bologna. Si tratta in particolare di: componimenti in poesia e in prosa (di argomento sacro e profano), appunti di storia, geografia, scienze, fisica, storia dell’arte, prediche, orazioni e conferenze, elogi, traduzioni di opere di Antonio Gallonio, Cicerone e Tertulliano, manoscritti con riflessioni sulla tragedia e sulla commedia, traduzioni di tragedie di Euripide e Sofocle. Sono inoltre presenti carte relative alla Biblioteca comunitativa Magnani, assimilabili a quelle conservate nell’archivio della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (sezione I), con cataloghi di manoscritti e codici, note di spese per lavori al palazzo dell’Archiginnasio, elenchi di libri, avvisi manoscritti e stampati, ed infine scritti in prosa e in versi di Lodovico Tanari databili agli anni 1716-1717. Il codice può essere consultato e catturato, collegandosi al sito:  http://badigit.comune.bologna.it/books/A01/scorri.asp?direction=first.

Codice

(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1.

(….) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(…) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo Mario, Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(…) Sulla vita di S. Nilo, si veda Rocchi Antonio, La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(….) Sul Codice Vaticano greco 2000, si veda pure: Breccia, Gastone, 1962- Dalla “regina delle città”. I manoscritti della donazione di Alessio Comneno a Bartolomeo da Simeri, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 1997 e, Breccia, Gastone, 1962- Alle origini del Patir. Ancora sul viaggio di Bartolomeo da Simeri a Costantinopoli, In Rivista di studi bizantini e neoellenici 1998, ecc…

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli (Archivio Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

Caselle in Pittari ed il monastero di ‘Sant’ Angelo di Pitraro’, dipendenza di Rofrano

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. In questo mio saggio mi occupo del monachesimo che sin dai primi secoli VI-VII, penetrò e si stabilì sul nostro territorio, come ad esempio l’eremo e le grotte sul Monte Pittari.

Incipit

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi.

Cattura........... (Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Costantino Gatta (…), a p. 302 e s, dopo aver parlato di Montesano e Buonabitacolo, scriveva in proposito: “Scorre giù di detta Terra per una profonda Valle un Fiume le cui chiare e abbondevoli acque sgorgando dalle balze del Monte Centaurino (celebre per le miniere di durissimi Macigni) a guisa delle acque del Timauro o dell’Oronte nella Siria, strepitosamente precipitandosi s’ingojano da una sotterranea Spelonca nel territorio della Terra di Casella, e di nuovo sgorgone nelle valli, ….,vanno a butarsi a Mare vicino l’antica Policastro.”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Casella de’ Stefani, Rofrano di Farni, etc….

Centaurino 2 (Fig….) Particolare della tenuta del Centaurino (…) in una carta inedita d’epoca Aragonese

Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA. Non si deve tacere la Terra di Casella Diocesi di Policastro nella Provincia di Principato citra per molta cose curiose, tra le quali del Fiume Busento, che scaturisce dalla Montagna di Sanza, e scorrendo da due miglia in circa scoverto, si racchiude sotto un monte, sopra del quale v’è un gran piano assai fruttuoso in coltura di vitovaglie, e pascoli d’animali, e così racchiuso trascorre per spatio di sei miglia, e poscia abbondantemente si reca nel Tirreno Golfo, che di Policastro ha il nome, nel qual fiume v’è grande abbondanza di Trotte, e nel territorio caccia selvaggina di Cigniali, e Caprijde ed ogni sorte di volatili, & in particolare di Pernici, rendendo in abbondanza grani, orgi, vini, lini, e tutte forti di frutti, stà dentro terra sei miglia discosto dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivi si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299. lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Rè cò titolo di Nobilis vit, e di Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima; oltre che il detto Pietro era assai caro, e fedele al suo Re. Di più nel 1306. lit. B. fol. 40 Bertrando di Stefano Signor di Lambisco, ricevè dal mentovato Re Roberto nel 1310.lit.B.fol.21 Gutio di Stefano Consigliere, Ciambellano, e similmente familiare del Re, e poscia ecc… 

D'Engenio, p. 134, su Caselle D'Engenio, p. 135

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

LA NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9)F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11)Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C.

Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-busentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…..Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Si tratta di Alberto Busignani. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.

Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca a Roccagloriosa

Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.

SANNITI e LUCANI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38.

LAURELLI a Caselle in Pittari

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da  Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea  si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59. “. Da Wikipedia leggiamo che a Caselle in Pittari, le indagini archeologiche compiute negli ultimi decenni documentano che il territorio fu abitato sin dall’età preistorica; infatti nella Grotta di San Michele si è rinvenuta ceramica appartenente all’orizzonte preistorico. Altri rinvenimenti, riferiti all’età del Bronzo Finale (1150 – 900 a.C.), si sono rinvenuti in località Laurelli. Reperti, databili all’età del Ferro (fine VII sec. a.C.), sono stati rinvenuti sul Colle Serra. Nel V secolo a.C. i Lucani, provenienti dalle aree interne, si insediano in località Laurelli luogo in cui impiantano un abitato prolifico sino al III secolo a.C. epoca in cui il territorio fu conquistato dai Romani. Da un sito del Ministero della Cultura si evinche che: l’insediamento lucano di Caselle in Pittari, piccolo comune cilentano affacciato sul golfo di Policastro, si estende in località Laurelli su un ampio pianoro, delimitato da due corsi d’acqua, in una posizione direttamente connessa con l’itinerario che collegava il Vallo di Diano alla fascia costiera, attraverso le valli del Bussento e del Mingardo. Il pianoro è circondato, da un lato, dalle colline che si saldano alla dorsale montuosa del Cervati e, dall’altro, dalle creste dei Capitenali e del monte Bulgheria. Le indagini sistematiche nel sito hanno preso il via nel 1990, in occasione di un intervento di emergenza dovuto all’espianto di un uliveto secolare che allora occupava l’intero pianoro. Da allora la Soprintendenza Archeologica di Salerno ha condotto a Laurelli diverse campagne di scavo e acquisito al demanio dello Stato l’area dell’insediamento, determinando così la tutela anche di un uno straordinario contesto paesaggistico. Attualmente sono in corso indagini archeologiche da parte del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’università di Salerno. L’area dell’abitato antico è caratterizzata da un impianto stradale regolare con almeno un asse viario principale, intersecato perpendicolarmente da strade minori. Qui sono state messe in luce alcune abitazioni di notevole estensione, organizzate intorno a un cortile centrale su cui si aprivano ambienti di diverse dimensioni. Questi edifici, per distribuzione dello spazio e tecniche costruttive, ricordano alcune strutture di uguale destinazione rinvenute in altri centri lucani limitrofi. Associato a questa fase di vita dell’insediamento è un piccolo nucleo di sepolture, rinvenuto poco distante dall’abitato e databile alla fine del IV sec. a.C. L’area archeologica di Laurelli rappresenta un tassello fondamentale per ricostruire le dinamiche dei rapporti e degli scambi che, in epoca lucana, videro protagoniste le genti stanziate in quest’area. In un altro sito sulla rete troviamo che: l’insediamento rinvenuto a Caselle in Pittari sorge in località Lovito su un vasto pianoro, che presenta un’estensione di 13 ettari, lambito da due torrenti (Vallone Grande e Vallone Piccolo) che, confluendo nello Sciarapotamo, conferiscono al territorio l’aspetto di un triangolo isoscele con il vertice volto verso il Golfo di Policastro. Il pianoro era occupato da un uliveto secolare il cui espianto, mettendo in luce strutture murarie e materiali ceramici antichi, ha indotto l’intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. Le diverse campagne di scavo condotte hanno permesso di portare alla luce varie abitazioni che costituiscono la prova della presenza di un abitato lucano sul pianoro che va a costituire, probabilmente, un centro territoriale. I Lucani occupano il pianoro nel corso del V secolo a.C. come documentano i rinvenimenti sia di un’antefissa a protome femminile di età classica che di una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture di IV secolo a.C., che presentano segni di anathyrosis. Nel corso del IV secolo a.C. sul pianoro si impiantano, probabilmente al di sopra di preesistenti edifici, tre complessi abitativi che si denomineranno Complesso A, edificio costruito in tecnica pseudo – velina, Complesso B, edificio in cui si sono rinvenute 18 monete greche d’argento, e Complesso C, di cui si sono individuate solo alcune tracce. Il Complesso A, posto nella parte centrale del pianoro, presenta orientamento NOSE ed è aperto su un’asse stradale posto ad occidente versante in cui si è rinvenuto l’ingresso dell’abitazione. L’edificio è costruito in tecnica pseudo – velina, vale a dire in una tecnica molto simile a quella utilizzata per l’edificazione dei complessi presenti a Velia e definita comunemente a scacchiera. Tale tecnica consiste nel disporre due lastre di arenaria distanziate tra loro, in modo da lasciare un riquadro libero nel quale sono inseriti blocchi di dimensioni minori. L’abitazione presenta una serie di ambienti disposti sia a nord che a sud dell’ingresso posto sul versante occidentale. Nel versante settentrionale, infatti, si sono riportati alla luce tre ambienti uno dei quali, precisamente l’ambiente centrale, misura 7 x 5 m. Nel versante meridionale si sono rinvenuti ambienti di dimensioni minori che potrebbero costituire, viste le esigue dimensioni, vani residenziali. Sul lato sud – occidentale del Complesso A, separato da questo da un grosso muro in pietra non squadrata, si è rinvenuto il Complesso C di cui si sono documentati soltanto due ambienti divisi da un muro interno: il primo, posto all’estremità occidentale, è caratterizzato dalla presenza di un piano pavimentale basolato; il secondo, posto all’estremità orientale, presenta al centro un riquadro regolare che ha permesso di ipotizzare la presenza di un piano pavimentale in tegole o basoli di arenaria successivamente spoliato. Un altro nucleo insediativo sembra essere localizzato in corrispondenza dell’attuale accesso al pianoro; infatti in tale area si sono rinvenute, durante la campagna di scavo del 2000, strutture murarie che documentano la presenza di un complesso abitativo. Il Complesso B è posto a valle del Complesso A ad una distanza di circa 300 m. Tale edificio è a pianta rettangolare allungata e presenta orientamento E – O. L’edificio presenta sul versante settentrionale un muro di terrazzamento separato dal muro perimetrale del complesso da un corridoio largo circa 1 m. Lungo il muro perimetrale si sono individuati almeno tre ambienti di cui uno destinato a cucina, considerato il rinvenimento di un banco di pietra con tracce di bruciato. In questo edificio, come si è già accennato, sono state rinvenute 18 monete d’argento di zecca magno – greca, databili tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C.. L’abitato fu abbandonato nel III secolo a.C., epoca in cui tutto il territorio ricadente nel Golfo di Policastro fu conquistato dai Romani. Probabilmente nei pressi dell’abitato lucano si impiantano ville rustiche ma tale ipotesi va documentata attraverso un’ approfondita indagine archeologica. La necropoli. Sul versante nord – ovest dell’abitato, in località Citera, si è rinvenuta parte della probabile necropoli del centro indigeno. In tale località si è riportata alla luce una tomba a camera al cui interno si è rinvenuto parte del corredo costituito da frammenti di vasi a vernice nera e da un balsamario che permettono di datarla tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.

Nel ‘356 a.C., i Bretti conquistarono Terina e di Skidros

Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Infatti, il Pais, a p. 598, riguardo i Bruzi, in proposito scriveva che: “Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Sempre riguardo i Bretti, o Bruzii, il Pais, a p. 598 scriveva pure che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il  passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Ecco, non sappiamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 282, nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale;……la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros.

Nel VII sec. d.C., il culto di San Michele alle falde del Monte Bulgheria e nel Vallo di Diano

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi. Caselle in Pittari è situato sulla dorsale del Monte Pittari anche noto come “San Michele” per la presenza di una grotta consacrata all’Arcangelo. Dal paese un agevole sentiero conduce alla sommità del monte e in breve tempo si raggiunge il luogo dedicato al culto del Santo. La popolazione locale celebra la ricorrenza del suo santo patrono in due momenti dell’anno: l’8 Maggio e il 29 Settembre. In entrambi i casi ci si reca in devoto pellegrinaggio alla grotta e i festeggiamenti proseguono con la processione che attraversa il centro abitato. Culminano l’8 Maggio i festeggiamenti in onore dell’Arcangelo Michele a Caselle in Pittari. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I  parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica ecc…”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124)“. Sempre il Campagna, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel vol. I, a p. 646 ci parla di Caselle e a p. 647 ci parla di Caselle in Pittari. Ebner a p. 648 scriveva che: “Il Gatta colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”.

Il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo del popolo germanico, avvenuta dopo il loro stanziamento in Italia (568) e completata durante il regno di Cuniperto (688-700). I Longobardi riservarono una particolare venerazione all’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino. All’arcangelo i Longobardi dedicarono diversi edifici religiosi in tutta Italia; in particolare, nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla loro conquista del Gargano (VII secolo). La devozione all’arcangelo rimase tra le più sentite durante l’intero regno longobardo, accanto a quelle di Giovanni Battista, del Salvatore e, in misura minore, di un altro santo “guerriero”, san Giorgio. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo dall’arianesimo e dal paganesimo che professavano al momento del loro ingresso in Italia fu un processo graduale, che occupò tutto il VII secolo e che si accompagnò a divisioni politiche e ideali all’interno della gens Langobardorum. L’opera di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda (589-626) e si appoggiò all’opera del missionario irlandese Colombano di Bobbio. Il culto micaelico si sviluppò quindi entro un contesto di religiosità arcaica, presso la quale trovava terreno particolarmente fertile la venerazione dei santi, percepiti come affini alle divinità di ascendenza norrena della tradizione più antica del popolo. In Michele, l’angelo che difende spada in pugno la fede in Dio contro le orde di Satana, i Longobardi riconobbero in particolare le virtù di Odino, dio della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri avvertito come particolarmente vicino ai Longobardi fin dal loro mito delle origini. Epicentro del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo; l’arcangelo guerriero fu presto considerato il santo patrono dell’intero popolo. Dall’epicentro garganico il culto micaelico fu diffuso nella parte settentrionale del regno (Langobardia Maior) da re Grimoaldo (662-671) che, pur essendo originario del ducato del Friuli, nel 651 era divenuto duca di Benevento. L’Historia Langobardorum annota una visione nella quale l’arcangelo, insieme a san Giovanni Battista e a san Pietro, apparve a un eremita al quale si era rivolto l’imperatore bizantino Costante II, che era sbarcato in Italia con l’intenzione di ristrapparla ai Longobardi. La profezia, ideata all’interno della tradizione agiografica beneventana (VIII secolo) e recepita da Paolo Diacono, consigliava l’imperatore di desistere dal suo tentativo, poiché la grande devozione manifestata dai Longobardi garantiva loro l’appoggio divino; Costante era stato infatti sconfitto da Grimoaldo nel 663. Il santuario di San Michele Arcangelo fu oggetto del mecenatismo monumentale sia dei duchi di Benevento, sia dei re installati a Pavia, che promossero numerosi interventi di ristrutturazione per facilitare l’accesso alla grotta dove, secondo la tradizione, l’arcangelo era apparso la prima volta (V secolo) e per alloggiare i pellegrini. San Michele Arcangelo divenne così una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa della Via Francigena; dopo la caduta del regno longobardo (774) il santuario, divenuto il principale centro del culto micaelico dell’Occidente, conservò la propria importante funzione all’interno della Langobardia Minor, sempre nell’ambito del ducato del Benevento che in quello stesso 774 si elevò, per iniziativa di Arechi II, al rango di principato; quando anche Benevento cadde, nel corso dell’XI secolo, di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini, che si legarono a loro volta al culto micaelico e intervennero ulteriormente sulla struttura del santuario, modificandone la parte superiore e arricchendolo di nuovi apparati decorativi. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 14 parlando della conquista Longobarda, in proposito scriveva che: Con le sue schiere, permeate del paganesimo nordico di Wotan (Odino)(24) e delle Walkirie e armate di lunghe scuri (‘barde’), Zottone passava (571-591) anche per questi paesi completamente privi di difesa (25). Non incontrando resistenza, il duca poteva raggiungere con una certa speditezza la Valle del Crati, ovunque infierendo ecc…”. Ebner a p. 14 nella sua nota (24) postillava che: “(24) I Longobardi identificarono poi il loro Wotan nel guerriero arcangelo Michele, al quale elevarono chiese sui colli per “dissacrare” i luoghi del culto pagano. V. N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9.”. Si tratta di Nicola Cilento (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 30-31, vol. I  parlando dei Longobardi nel Ducato di Benevento, in proposito scriveva che: “Il più antico documento cavense, che i compilatori del ‘Codex’ fanno risalire al 792 e Scandone al 651, attesta comunque che i longobardi fin verso la metà del VII secolo erano comunque idolatri. Lo sculdascio Loperto infatti faceva precedere alla sua firma, attestante lo svolgersi ‘ope legis’ delle varie fasi della stipula, il simbolo pagano del triangolo. Il vescovo di Benevento S. Barbato (668-683), fece estirpare dai recessi del locale ‘palatium’ la vipera d’oro adorata dai longobardi e il culto votivo dell'”albero sacro” a Wotan, venerato fuori le mura della città. In questa opera missionaria il vescovo fu aiutato da Teodorada (64), di origine friulana e moglie del duca Romualdo I (671-687), con il cui contributo avviò anche la costruzione del santuario di S. Michele sul Gargano, assimilato dai longobardi al loro Wotan e perciò assai venerato.”. L’Ebner a p. ….., nella sua nota (….) postillava che: “(….) “. Stessa notizia ci dava l’Ebner nel suo “Economia e Società nel Cilento Medioevale”, a p. 28 e, nella sua nota (122) postillava che: “(124) Anche Romolado (647-662) insediò una colonia di bulgari tra Isernia e Bovino”, richiamadosi anche alla presenza dei Bulgari nella nostra regione. Adriano Caffaro (….), nel suo “Eremitismo e monachesimo nl Salernitano”, a p. 19 è molto più esplicito scrivendo che: “3) Un altro elemento da tener presente è il culto angelico (11) vivo nella tradizione storica popolare e ricondotto alle grotte. Soprattutto, ma non soltanto, a quelle che penetrano nelle profondità della terra ed evocano superstiziosi timori di demoni o altri esseri infernali, che possono minacciare la comunità. In genere le grotte ed i santuari rupestri sono dedicati a S. Michele, con una santificazione dell’arcangelo che com’è noto sconfisse il diavolo. Insediamenti micaelici in grotte sono diffusi in Italia meridionale, ma risultano molto frequenti proprio in Campania. Tra gli esempi di grotte connesse al culto angelico e dedicati a S. Michele Arcangelo, il caso più importante quello di Olevano sul Tusciano, meta di pellegrinaggi già nell’867-70, quando il monaco Bernardo, di ritorno dalla Terra Santa, vi si recò attirato dalla fama di santità del luogo. Il culto dell’Angelo doveva essere particolarmente diffuso a livello popolare e verosimilmente era accettato e probabilmente incoraggiato dalle autorità ecclesiastiche e dalle comunità conventuali……nei casi di S. Michele alle Grottelle e di S. Angelo a Fasanella ecc..”. Caffaro a p. 19-20, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Di buon rilievo fu l’intervento di C.D. Fonseca al Convegno tenuto a Monte Sant’Angelo il 18 (18-21) novembre 1992 sul ‘Culto micaelico ed insediamenti rupestri nell’Italia Meridionale’. La relazione non è stata pubblicata, ma per questo problema v. gli Atti del Convegno, ‘Culto e insediamenti micaelici nell’Italia Meridionale fra anichità e medioevo, a cura di C. Carletti e G. Otranto, Bari, 1994.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5). A Caselle questo culto venne praticato sul monte San Michele o Pìttari o Pietroso, in due grotte distanti qualche metro l’una dall’altra: quella di San Michele, più grande, e quella dell’Angelo, più piccola, ambedue inoltrantisi nelle viscere della montagna per lacune decine di metri, tra cunicoli, gallerie e pozze d’acqua. Il complesso criptologico di San Michele offrì sicuro rifugio a schiere di monaci italo-greci, i quali rafforzarono, nelle popolazioni, la devozione all’Arcangelo Michele, che diventò la divinità tutelare del luogo, dominatore assoluto delle forze della natura (6).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (6), postillava che: “(6) B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963”Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…) parlando di Caselle in Pittari e della Baronia “ecclesiastica” di Rofrano, da cui questo piccolo centro dipendeva in epoca medioevale, in proposito scriveva che: “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 249 dopo aver detto di Praja a Mare e di S. Venere parlando di Maratea, scriveva che: “Il santuario della dea, posto a 622 metri sul livello del mare, e le abitazioni annesse per i sacerdoti addetti ai “sacra” costituirono certamente organizzazione religiosa avanzata, la quale da molto tempo aveva sostituito forme primordiali di feticismo autoctono, praticato nella Grotta di S. Angelo. E le grotte, di S. Angelo o di S. Michele, quelle di S. Vito sotto il Carpineto (21), offrirono sicuro riparo ai monaci basiliani, la cui diaspora verso l’Occidente bizantino fu determinata dalle invasioni persiane di Cosroe II, sotto l’Impero di Eraclio, 610-640.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Abatemarco, le cui rovine si ergono sulla sommità di una rupe ad 82 metri sul livello del mare, sulla destra del fiume omonimo, è noto nella zona anche col nome di “Casalini di S. Michele”. Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna a p. 83, nlla sua nota (16) postillava: “(16) Dall’arcangelo Michele traggono il toponimo Serra Bonangelo, torrente S. Angelo e contrada S. Angelo di Grisolia.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”,  vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.

Una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano parla di Lagonegro: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) ‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Giuseppe Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I- I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

Nel VII sec. d.C., il culto dell’Arcangelo Michele nel basso Cilento Statua di S. Michele (Fig….) S. Michele Arcangelo – statuina a Caselle in Pittari di probabile epoca Aragonese Caselle in Pittari (Fig…) Caselle in Pittari – S. Michele Arcangelo – scultura in pietra d’epoca medievale 20140202232700 (Fig…) Caselle in Pittari – agiografia dipinta ad afresco in una delle due grotte

I Principati Longobardi di Salerno, i Ducati di Puglia e di Calabria, i Saraceni, i Bizantini

Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tmpo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Poi il Bozza accenna per l’anno 1016 accenna all’episodio dei pellegrini Normanni che liberarono Salerno dall’assedio dei Saraceni. Era questa l’epoca di Guaimario III° Principe Longobardo di Salerno. Dunque alla fine del X e inizi del XI secolo (anno 1000). Il Bozza, continuando il suo racconto a p. 355, vol. I, per gli anni dopo il 1021 cita Guaimario IV°, Principe Longobardo di Salerno che assolda i Normanni Guglielmo, Drogone ed Umfredo (i tre figli di Tancredi d’Altavilla) e con il loro aiuto conquista Amalfi e gran parte della Calabria assumendone il titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Gli stessi fratelli d’Altavilla, vengono assoldati dall’Impero Greco, sotto gli ordini del Catapano Giorgio Maniace, e riportano grandi vittorie contro i Saraceni.

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi).

Guaimario III, Principe longobardo di Salerno

Costantino Gatta (…), riferiva di un Monastero a Caselle in Pittari fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, fu proposta dal Beltrano e poi dal Gatta. Ma sulla notizia di una fondazione e di una donazione fatta dal Pincipe Guaimario III nel 1106 sussistono dei dubbi in quanto questo Principe di Salerno morì nel 1027. Chi era il principe longobardo Guaimario III. Chi era il Principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta (…) ?. Era un Principe Longobardo di Salerno. Da Wikipidia leggiamo che Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Durante il suo regno, Salerno entrò in una fase di grande splendore, testimoniato dall’iscrizione Opulenta Salernum incisa sulle monete del tempo. A lui si deve la riduzione a vassalli del Principato di Salerno delle città di Amalfi, Gaeta e Sorrento e l’annessione di molti dei possedimenti bizantini in Puglia e Calabria. Figlio secondogenito di Giovanni II, associato al trono dal padre nel 989 dopo la morte del primogenito Guido, già co-reggente con Giovanni II dal 984 al 988. Nel 994 (secondo alcuni nel 998 o 999) il principe Giovanni morì e Guaimario assurse al rango di unico sovrano. Nel 999, durante una sosta nel porto di Salerno di una banda di pellegrini normanni di ritorno da Gerusalemme, la città fu attaccata dai pirati saraceni. I Salernitani, spaventati, non diedero battaglia agli invasori, mentre i normanni si lanciarono spavaldamente contro il nemico. Il loro coraggio fu da sprone ai Salernitani, che si unirono alla battaglia e sventarono la minaccia musulmana. Guaimario offrì subito numerosi incentivi ai normanni affinché restassero a Salerno, ma questi rifiutarono e fecero ritorno in Francia, promettendo di diffondere la voce che il sud Italia aveva necessità di uomini pronti a combattere contro i saraceni. Come capo di un dominio longobardo indipendente nel Mezzogiorno, Guaimario appoggiò le lotte d’indipendenza del longobardo Melo di Bari, che riparò presso di lui dopo la sconfitta subita nel 1011. Nominalmente, Guaimario era vassallo dell’imperatore Enrico II, ma dopo la sconfitta subita dagli insorti baresi a Canne nel 1018 passò segretamente dalla parte dell’imperatore bizantino Basilio II. Alla morte di Enrico, nel 1024, Guaimario inviò un’ambasciata presso il nuovo imperatore Corrado II per implorare la liberazione del cognato Pandolfo IV di Capua, il Lupo degli Abruzzi. Corrado, mostrando tutta la sua ingenuità, acconsentì. Il Lupo pose immediatamente d’assedio la sua antica capitale, Capua, di cui un tempo era stato principe. Un’impresa nella quale ottenne il supporto di Guaimario e dei normanni guidati da Rainulfo Drengot e il catapano d’Italia. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Poi il Bozza accenna per l’anno 1016 accenna all’episodio dei pellegrini Normanni che liberarono Salerno dall’assedio dei Saraceni. Era questa l’epoca di Guaimario III Principe Longobardo di Salerno. Dunque alla fine del X e inizi del XI secolo (anno 1000). Il Bozza, continuando il suo racconto a p. 355, vol. I, per gli anni dopo il 1021 cita Guaimario IV, Principe Longobardo di Salerno che assolda i Normanni Guglielmo, Drogone ed Umfredo (i tre figli di Tancredi d’Altavilla) e con il loro aiuto conquista Amalfi e gran parte della Calabria assumendone il titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Gli stessi fratelli d’Altavilla, vengono assoldati dall’Impero Greco, sotto gli ordini del Catapano Giorgio Maniace, e riportano grandi vittorie contro i Saraceni. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Fusco (…), in proposito ai Principi di Salerno della stirpe Longobarda dei Guaimario, in proposito a p….. continuava a scrivere che: “E’ risaputo infatti che i Guaimario del ‘Sacrum Palatiumsalernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde  presenti nel territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74).”. Il Fusco a p. 88, nella sua nota (72) postillava che: “(72) P. Ebner, Economia e società, vol. I, p. 33”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. Cesare D’Engenio Caracciolo (…), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive Domenico Martire (…), quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

D'Engenio, p. 46

Il Martire sulla scorta dell’Engenio dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

Engenio, p. 56

(Fig….) Cesare D’Engenio Caracciolo (…), op. cit., p. 56

La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nel 1045, le concessioni del principe longobardo Guaimario IV (V) alla chiesa di Rofrano

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Giovanna Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Esaminiamo ciò che scrive la Falcone. La studiosa, cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal prinicipe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  La notizia della concessione del principe Guaimario V, viene da Pietro Ebner (…). L’Ebner (…), scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (….). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò da Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b. (Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. Mai A., p. 530 (Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533 Nel 1067, ‘Caselle’ nella ‘Bolla di Alfano I

La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

IMG_5763 - Copia

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I°, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I° conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I° ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I° ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I° questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

IMG_4628 - Copia (Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178 (Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”. Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando. Il Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 220, in proposito a Matteo Scullando scriveva che: “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella ecc..ecc…Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Secondo il Cappelli (…), nell’antica pergamena è scritto che Matteo Scullando fece retaurare la chiesa di S. Michele Arcangelo e vi aggiunse uno spizio. Ma il Cappelli (…), non si riferiva ad una chiesa sopra il monte di Caselle ma sopra il monte di Aieta. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco però non parla di Matteo Scullando, forse non aveva letto il Cappelli. Matteo Scullando era senza dubbio un personaggio Normanno. Su Matteo e gli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220 scriveva che: “Il monte su cui sorgeva la primitiva Ajeta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia ………………………. appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine Calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Sempre sugli Scullando ad Aieta ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere“. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina“, op. cit.”. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..”. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130. Quest’Ordine religioso-militare si è coperto di gloria nei secoli XII e XIII nelle lotte contro i Turchi. Costretto a lasciare Gerusalemme, ricaduta nelle mani dei Musulmani, si trasferì a Rodi, da dove partecipò alla difesa dei luoghi santi, rimasti a Malta, dove stette fino a che non fu sloggiato da Napoleone Bonaparte. Di qui il nome odierno di ‘Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta’, subentrato a quello primitivo medievale di ‘Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano’. Nel Medioevo essao ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende, Priorati, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’, o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”. Sui cavalieri Giovanniti ha scritto Antonella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri – San Mauro la Bruca e Rodio”. Da Wikipedia leggiamo che il nome del capoluogo San Mauro La Bruca deriva da quello del suo Santo protettore, l’abate Mauro che visse al tempo di San Benedetto e fu suo discepolo a Subiaco. Sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. S. Mauro La Bruca e Rodio dal 1200 erano possedimenti dell’Ordine Giovannita, detto poi di Malta, e proprio grazie alla presenza stabile dei Cavalieri i due nuclei rurali si aggregarono fino a diventare città. La scoperta è di una ricercatrice del Cnr di Roma che ha rinvenuto nella National Library of Malta un manoscritto del 1626 e, all’interno di esso, due carte sciolte (acquerelli) datate al 1660 che raffigurano con dovizia di particolari i due paesi del Cilento. I risultati del lavoro di ricerca, che per la prima volta include nell’elenco ufficiale dei possedimenti dell’Ordine questi due centri, sono confluiti nel volume Le città dei cavalieri della dottoressa Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca di storia medievale del Cnr e responsabile del progetto internazionale “Territorio e insediamento in Europa e nel Mediterraneo” (in cui rientra lo studio dedicato agli ordini cavallereschi). La scoperta della dottoressa Antonella Pellettieri include a pieno titolo i due centri tra i possedimenti dell’Ordine, legandoli inscindibilmente alla storia dei Cavalieri Giovanniti che lottavano per liberare il Santo Sepolcro, ma avevano come missione anche la cura dei malati, l’assistenza ai poveri e l’aiuto ai pellegrini. Dai possedimenti più lontani dalle vie di comunicazione per Gerusalemme traevano derrate alimentari e rendite che servivano a finanziare la loro opera e la guerra santa. E questo doveva essere il ruolo anche di Rodio, la cui denominazione richiama l’isola di Rodi, sede dell’ordine, e S. Mauro La Bruca, il cui stemma comunale è identico a quello dei cavalieri di Malta. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 32 scriveva pure che: “La crisi dell’Ordine Benedettino causò la decadenza di molti monasteri e borghi nati intorno ad essi: successe, inoltre, in molti casi che parte di questi possedimenti passarono all’Ordine giovannita (5). La politica papale di recupero dei grandi insediamenti benedettini segnato da un profondo stato di crisi e, sovente di abbandono, portò la Santa Sede ad optare per il passaggio di alcuni monasteri agli Ospedalieri, operazione che, al tempo stesso, forniva nuova linfa finanziaria all’Ordine di San Giovanni.”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Pellettieri, I Giovanniti nell’Italia Meridionale, cit., pp. 67-91”. Nel testo citato, Maria Rosaria Salerno (….), a p. 21, in proposito scriveva che: “Il territorio dell’odierna Campania ospitò un cospicuo numero di fondazioni o, in generale, possedimenti, gravitanti e dipendenti dalla sede priorale di Capua, uno dei due priorati – l’altro di Barletta del Mezzogiorno d’Italia peninsulare (2). Stando alla documentazione finora reperita, anche il montuoso e poco abitato territorio del Cilento e Vallo di Diano fu sede di un discreto numero di ‘domus’ e possedimenti dell’Ordine (3).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Sul territorio oggetto di studio si veda ‘Storia del Vallo di Diano: età medievale’, a cura di Nicola Cilento, Salerno, 1982; Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 1979.”. La Salerno, a p. 21, scriveva pure che: “Il nostro punto di partenza, per illustrare quanto sinora documentato, è l’inchiesta sul patrimonio degli Ospedalieri voluta da papa Gregorio XI nel 1373 al fine di riformare l’Ordine e per valutare un suo possibile contributo alla crociata che intendeva organizzare (4).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il papa intendeva conoscere l’entità dei possedimenti giovanniti attraverso processi verbali condotti dai vescovi, ognuno nella propria diocesi, ma sono pervenuto soltanto sessantaquattro inchieste; Cfr. A. LUTTRELL, Introduction général, in Lenquete pontifical de 1373 sur l’hordre des Hospitaliers de Saint-Jean de Jérusalem, vol. I, ecc..”.

Nell’IX secolo, Guaimario III e la grotta dell’Arcangelo San Michele a Caselle in Pittari

Caselle in Pittari

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..l’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante.”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato, delle quali sacre spelonche, per far cosa grata al leggitore, volentieri prendo la briga di farne parola, e darò principio a favellare pria della sacra Grotta di Caselle per esser da quì non guari discosta. Ergesi tra le Terre di Casella, è Morgerati nella Diocesi di Policastro, un monte d’uno miglio in circa d’altezza, chiamato dal volgo Pittari, over Pietraro, nome veramente adequato poichè non conserva altro di fregio, che orribilissime balze e Rupi, all’intutto inaccessibili, dove solo l’arte industriosa, hà potuto vincere l’asprezza della natura, coll’intagliarvi a forza d’Iscalpelli, qualche picciol sentiero; nel mezzo dunque di questo monte, verso oriente, vedesi una spelonca, che senza mensogna può stimarsi una delle meraviglie di questo Regno, e forse di tutt’Italia concavandosi il monte più di mezzo miglio al di dentro, con artificio tale prodotto ivi dalla natura, che distinta si vede, in Chiesa, in Choro, & in Sala, & in inestricabili laberinti, e non essendo la persona più che prattica e con quantità d’accesi doppieri, non potervi senza evidente rischio di rimanervi intrigato camminarvi sicuro. Ivi fonti di freschissime e limpidissime acque si veggono, s’odono passaggi di rapidissimi fiumi, che echeggiando per quelle oscure Caverne apportano un certo divoto orrore, e non sò di che meraviglioso spavento. In questa grotta dicesi per accettata tradizione esservi apparso il glorioso Arcangelo S. Michele, al di cui onore consagrata scernesi non men la grotta che un decente altare sopra del quale vedesi collocata dentro una cassa di legno la Statua del sudetto Campione del Paradiso scolpita all’antica, e di fattura più dozzinale che altro, accanto della suddetta cassa nel corno destro dell’Altare, vedesi in una pietra alta da palmi trè in circa, e larga da palmi due, effigiata à basso rilievo, l’immagine del medesimo Principe, intorno della quale sgorgonsi alcuni Caratteri greci, indizii manifesti della dilei antichità. Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Nel 1101 o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.

Nel 1111, le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127.

Nel 1111, le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa (Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Nel 1106, il principe longobardo Guaimario III istituì un ‘Ius patronato’ e fondò il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Sant’Angelo di Pitraro”

Andrebbe ulteriormente indagata l’interessante notizia secondo cui agli inizi dell’XI secolo (anno 1106 secondo il Gatta), il Principe longobardo Guaimario III donò “l’Abbazia di Sant’Angelo” a Caselle in Pittari, oggi diruta, ai monaci benedettini, forse dei monaci dipendenti dall’Abbazia benedettina “Cassinese” della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA……..vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; ….Ecc…”. Dunque, il primo a darci la notizia è Cesare D’Engenio Caracciolo. Egli scrive che nel 1106, il Principe Longobardo di Salerno Guaimario istituì a Caselle in Pittari un Ius patronato sotto il titolo di “S. Angelo di Pitraro”. Il D’Engenio, scriveva pure che in questo posto era tradizione fosse apparso l’Arcangelo Michele venerato nel Gargano. Egli scrive pure che “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135 (Fig…) D’Engenio Caracciolo Eugenio e Beltrano, pp. 134-135 e s.

Nel 1644, poco prima del D’Engenio, Ottavio Beltrano (….), nel suo “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie”, Napoli, per Roberto Mollo, 2, a p. 158, in proposito di Caselle aveva scritto che:

Beltrano, caselle, p. 158

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 158 (I edizione del 1644)

“dalla marina di Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymano nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Dunque, il Beltrano, parlando di Caselle riporta la stessa notizia (commettendo l’errore nella sua prima edizione di scrivere anno 1406, poi in seguito corretto nella sua seconda edizione in anno 1106). Beltrano riportava la stessa notizia del D’Engenio Caracciolo. La notizia era che nell’anno 1106, il Principe longobardo di Salerno Guaimario (poi dal Gatta specificato in Guaimario III) avesse istituito a Caselle un vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymario nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; ecc…”. Beltrano scriveva pure che: “la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Più tardi, nel 17…. sarà Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania” scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, nel ………, Parte III, Cap. VI, a pp. 309-310 e s. che, corregge alcune cose scritte dal padre Costantino e dice che: Confina con detta Terra di ‘Sanza’, ‘Casella’ popolazione fabbricata su l’erto di un Colle, che s’innalza dalla profondità di una Valle circondata di Monti e Poggi, colme di Mirteti e di altre Selve: Ella benchè sia picciola Terra, può nondimeno competere cò migliori Paesi di questa Provincia, o se riguardasi la clemenza dell’aria, o la bontà dè Vini e saporiti Frutti, ecc…Ma qualch’è più ragguardevole in detta Contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III. Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della Sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento in circa, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata (a). Ecc…”. Giuseppe Gatta (…), nella sua nota (a) di p. 309, parte III, cap. VI postillava che: “(a) Viene rapportata parimenti dall’eruditissimo F. Tommaso-Maria Alfani ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo nella Par. III. Cap. I di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX.”.

Gatta, Memorie, p. 309, su Caselle

Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, nel ………, Parte III, Cap. VI, a pp. 309, in proposito scriveva che: “…..come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata (a). Ecc…”. Infatti, Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a p. 69, in proposito scriveva che: “Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Gatta, Lucania illus, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Giuseppe Gatta (…), nella sua nota (a) di p. 309, parte III, cap. VI postillava che: “(a) Viene rapportata parimenti dall’eruditissimo F. Tommaso-Maria Alfani ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo nella Par. III. Cap. I di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX.”. Dunque, il figlio di Costantino Gatta, Giuseppe citava Tommaso Maria Alfani (….) ed il suo ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo“. Egli scrive che ha fatto parola di questo testo nella Parte III, Cap. I del suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania”. Giuseppe Gatta (…), nelle sue “Memorie etc…” postillava e citava il testo di Tommaso Maria Alfani (…), nel suo “Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che si trova nella Parte III, Cap. I e scrive di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX”. Dunque vediamo cosa scriveva Giuseppe Gatta nel suo Cap. IX, Parte I delle sue “Memorie etc..”.  Giuseppe Gatta, nella parte I, cap. IX, in proposito al testo di Tommaso Maria Alfani (…), scriveva a p. 74 che: “Di tal Santuario di S. Michele se ne fa parimenti onorata memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce’. Dove con nuovo argomento si fa vedere e l’Essere e la Potenza di questo S. Arcangiolo: e l’Autore è il Reverendissimo P. F. ‘Tommaso-Maria Alfani’ dè Predicatori Teologo di S.M.C. e C., che ecc…Di questo celebre Padre se ne farà parola nella Parte III. di questo libro, nelle ‘memorie della Città di Salerno’.”. A molta somiglianza a questo Sacro Eremo il Santuario eretto sul monte Gauro, pure consacrato alle Glorie di S. Michele, ecc…”. Dunque Giuseppe Gatta dice di parlare di Tommaso Maria Alfani quando parla della città di Salerno nel suo cap. III. Sul sito della Treccani on line leggiamo che Tommaso Maria Alfani (…), a Napoli nel 1731, diede alle stampe il testo “Il celeste principato di san Michele arcangelo come signifero della croce, potente in tutte le nostre occorrenze, con un’appendice de’ varî modi di venerarlo contro il tremuoto e le tempeste”, di cui purtroppo non sono riuscito a trovare la copia digitalizzata. Tommaso Maria Alfani (….) era del SS. Ordine dei PP. Predicatori e teologo. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Sulla notizia riportata dal Gatta che poneva la fondazione donazione dell’Abbazia benedettina a Caselle in Pittari da parte del Principe Longobardo Guaimario III, ovvero all’anno 1106, a cui il Gatta fa risalire, il Fusco pone dei seri dubbi sul fatto che si trattasse di Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “(70) …..Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata in quanto fa osservare che non poteva essere stata fatta nell’anno 1106 come scriveva Costantino Gatta (…), nella sua “La Lucania illustrata”, p. 69, ma il Fusco scrive che “verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’:”, ovvero il Fusco riporta il passo delle “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, dove nella Parte III, cap. VI, a p. 309 scriveva che: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel vol. I, a p. 646 ci parla di Caselle e a p. 647 ci parla di Caselle in Pittari. Ebner a p. 648 scriveva che: “Il Gatta colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”. Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. L’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità d’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Felice Fusco (….), nel 1966, nel suo Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 88 nella sua nota (70) fa notare che il Gatta: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Sulla notizia riportata dal Gatta che poneva la fondazione donazione dell’Abbazia benedettina a Caselle in Pittari da parte del Principe Longobardo Guaimario III°, ovvero all’anno 1106, a cui il Gatta fa risalire, il Fusco pone dei seri dubbi sul fatto che si trattasse di Guaimario III°. Il Fusco (…), nella sua nota (70), scriveva che: “(70) …..Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata in quanto fa osservare che non poteva essere stata fatta nell’anno 1106 come scriveva Costantino Gatta (…), nella sua “La Lucania illustrata”, p. 69, ma il Fusco scrive che “verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’:”, ovvero il Fusco riporta il passo delle “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, dove a p. 308 scriveva che: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”. Il Fusco notava l’evidente errore di Costantino Gatta a causa di un altro scrittore da cui il Gatta aveva tratto la notizia su Caselle, Ottavio Beltrano. Secondo il Fusco, l’atto di fondazione dell’Abbazia di Caselle donata dal Principe Guaimario, non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta).

Nel 1106, Guaimario III fondò l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Pitraro

Oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro, a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. L’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità d’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Il Fusco (…), sulla scorta di Giuseppe figlio di Costantino Gatta (…) nella sua nota (70), scriveva che: “…..ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70) Ecc…”. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966)…………..la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Il Fusco citava Ottavio Beltrano (…), da cui trasse alcune notizie il Gatta. Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Ecc…”. L’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pitraro di cui ancora il Beltrano nel 1671 vedeva i ruderi. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Infatti, Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a p. 69, in proposito scriveva che: “Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Gatta, Lucania illus, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Il figlio di Costantino, Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Aragonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo….era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Araonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo…era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza.

Nel 1116, le donazioni di Guglielmo I d’Altavilla (duca di Puglia), figlio di Ruggero Borsa

Il Duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.

Nel 1131, la grangia dell’Abbazia di Sant’Angelo a Caselle in Pittari era una delle tanti dipendenze dell’Abbazia di Rofrano, poi diventata dipendenza dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “…..sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Grazie alle concessioni di Ruggero II, dal 1131 in poi, questa badia era diventata un grande feudo, con il diritto di amministrare anche la giustizia. Il riconoscimento ufficiale non è l’atto di nascita del cenobio, ma è un attestato pubblico di autorità da parte dei Normanni. Quella dell’abbate di Rofrano arrivava all’incirca alle soglie di Policastro, dove possedeva una grancia detta di S. Matteo, comprendeva una parte del territorio che oggi ricade in comune di Morigerati e la grotta, famosa, di S. Michele dove alcuni storici sostengono che sia vissuto il grande S. Nilo di Rossano, un’altra parte del territorio comunale ricadeva invece sotto la giurisdizione di Policastro. Ecc..”. La grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.  Felice Fusco (….) a p. 45, in proposito scriveva che: “La dipendenza  della Terra’ di ‘Caselladall’………………..(egùmenos, abate) del cenobio e della Chiesa di Santa Maria ‘Odhijitria’ (che guida il cammino; poi di Grottaferrata) di ‘Rofranum’ doveva durare ormai da vari decenni se si pensa che col ‘Diploma (100 = del 1131 Ruggero II (primo re Normanno del ‘Regnum Siciliae’) confermava possedimenti (ben undici ‘grance (101) sparse nel vallo di Diano e nel Cilento meridionale) e privilegi (libertà di pascolo, esenzione della giustizia) ià assicurati precedentemente dal cugino (102) e dal figlio di questi, Guglielmo (103). Non solo. Forse la dipendenza dal cenobio rofranese era la conseguenza d’un legame antico: un vincolo non precisabile che un tempo aveva unitto i monaci italo-greci fondatori, nell’Alto Medioevo, del cenobio di Rofrano Vetere (104) e gli anacoreti del complesso criptologico del San Michele. Dunque, secondo il Fusco, la ‘Terra di ‘Casella’ doveva dipendere dalla Baronia Ecclesiastica della Chiesa di Rofrano e dal suo Abate già da molto tempo anzi, il Fusco aggiunge che forse era ancora più antica. Secondo il Fusco, la dipendenza della terra di Casella alla chiesa di Rofrano, risaliva ai tempi delle unioni di monasteri italogreci ai tempi di San Saba e San Nilo. Felice Fusco, a p…., nella sua nota (101) postillava che: “(101) In questa nota, il Fusco elenca tutti i possedimenti elencati nel privilegio di re Ruggero II del 1131”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc... Dunque, anche Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Ma come possiamo vedere dal documento stesso da me pubblicato per la prima volta, il possedimento o la grangia di Casella non figura. Lo dice anche Gastone Breccia (….). Il Breccia (…), nel suo …………………………………….in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. La terra di Casella figura solo molto più tardi nel ‘Catalogus Baronum’, e dunque, non si può affermare che una grangia o la stessa Terra di ‘Casella’ dipendesse dalla Baronia ecclesiastica di Rofrano. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, ce si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè dela vicina Terra di ‘Nechinaàni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Pertanto è del tutto da indagare l’ipotesi che la ‘Terra’ di ‘Casella’ dipendesse dalla chiesa di Rofrano e che questa ipotesi fosse legata alla donazione o fondazione di un monastero da parte di un Guaimario III o da successive donazioni fatte alla chiesa Rofranese da Guaimario IV o V o da Ruggero Borsa, di cui ho parlato in precedenza. Nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Costantino Gatta (…), nel suo “La Lucania illustrata”, che pubblicò nel 1723 per i tipi di Abrì e, dove riportò moltissime notizie tratte da un ‘Chronicon’ inedito scritto da frate Luca Mannelli (…), a cui ho ivi dedicato un mio saggio e pubblicato le pagine originali ed inedite. Il Gatta, ne scrive nelle pagine pp. 68-69-70: “Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa per pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa.”. Anche Pietro Ebner (…), a p. 648 del vol. I, scriveva la stessa cosa: “Il Gatta (3) colloca “Casella” colloca………..ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Dunque, anche Ebner (…), sulla scorta del Gatta, scriveva che l’antico Cenobio di Caselle, fatto costruire dal principe longobardo, era alle dipendenze della Sede Apostolica. Cos’è la Sede Apostolica e cosa voleva dire Ebner ?. Il Fusco, nella sua nota (70), segnalava che stessa cosa aveva scritto il Beltrano (…). Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis’, pubblicato nel 1671, dunque prima del Gatta e dell’Alfani (…), a p. 135, in proposito alla Terra di Caselle, scriveva che, nella: “….Terra di Casella…vi è ‘Ius Patronato’ istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dunque, Ottavio Beltrano, nel 1671, scriveva che la “Terra di Caselle”, vi era stato istituito lo “Ius Patronato” dal principe longobardo Guaimario III e che esso (lo ‘Ius Patronato‘) si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Quando scriveva Beltrano, nel 1671, la “Terra” di Caselle (come pure quella di Morigerati), appartenevano alla Baronia di Rofrano che a sua volta era alle dipendenze della Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, dipendente a sua volta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, dipendente a sua volta dalla Santa Sede Apostolica. Riguardo la Sede Apostolica da cui dipendeva il monastero benedettino o l’Abazia benedetina di Sant’Angelo a Caselle, cito ciò che scriveva nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, a p. 173, parlando della chiesa di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (…), in proposito scriveva che: “Il paese nuovo prese il nome dell’antico e si raggruppò intorno ad un cenobio di Basiliani situato presso la chiesa di Grottaferrata là dove ora torreggia il palazzo Baronale. E quivi accorsero pure gli abitanti di Fugento. Ruggero, primo Re di Sicilia, concesse la badia e il feudo di Rofrano a Leonzio abate basiliano nel 1131; ma il cenobio esisteva fin dalla seconda metà dell’XI secolo. Ma come ben dice il Ronzini, l’orma del sandalo basiliano impressa sul suolo di Rofrano fu cancellata dal tempo: ed oggi un mistero avvolge come la generazione così tutte le origini. La badia fu poi data in commenda al cardinal Gio. Colonna; ma ciò produsse la rovina dei commendati. Il feudo di Rofrano passò nel XV secolo ad Arcamone conte di Fondi, e poi a Gio. Carafa conte di Policasto, il quale spulse gli ultimi basiliani e fè costruire il Palazzo Baronale ecc..ecc…”. Dunque, il De Giorgi (…), sulla scorta del Ronsini (…), parlando di Rofrano, ci dice delle donazioni Normanne alla chiesa di Rofrano. Infatti, l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Caselle, era alle dipendenze dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano.

Reg.bess.4

(Fig…) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In castro Rofarani”.

Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

                                                       IN TENIMENTO MONTISSANI in tenimento Montisani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII (pagina c. 60r) conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia di Grottaferrata in “In tenimento Montissani”

Nel 1137 (?) o 1185 (?) Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

Elenco

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento a Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo saggio “L’Archivio e la ‘Grancia’ di S. Pietro de Tumusso (1131-1728)” (stà in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica”, pubblicato nel 2017 a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone), a p. 153, sulla scorta di Pietro Ebner (…), aggiungeva pure che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. La Falcone, a p. 153, nella sua nota (207) postillava che: “(207) P. Ebner, Economia e Società, cit., p. 227”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, come scriveva Ebner ed in seguito la Falcone “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185.”. La Falcone scriveva che Caselle in Pittari era una dipendenza dell’Abate-Barone di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano dipendente a sua volta dall’Abbazia del Tuscolano. L’Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Antonini, p. 388.PNG

Qui riporto ciò che scriveva Carmine Fimiani (….), nel suo ‘In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani’, pubblicato a Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150, dove parla del ‘Catalogus Baronum’ ed in particolare per i feudi o le Baronie del basso Cilento:

Fimiani Carmine

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.

Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..” Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) alle dirette dipendenze del Vescovo-Barone di Capaccio

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino

Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, il La Greca scriveva che il santuario (la grotta) di S. Michele Arcangelo e l’annesso “cenobio” a Caselle in Pittari, prima dell’anno 1142 era stato ceduto in possesso al Vescovo Barone della Diocesi di Capaccio e che, nel 1142, il cenobio posto sotto la grotta di S. Michele a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Già in passato ne aveva scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ecc…”. Ebner proseguendo, a p. 647 scriveva in proposito che: “Se il “castrum Caselle” menzionato nel ‘Liber inquisitionum’ (cit. p. 276) non è da riferire all’abitato (v.) sito nel distretto di Cilento, di cui è menzione nel documento del vescovo pestano del 1142, la prima notizia di Caselle è da cercare ecc…”. Dunque, in questo secondo passaggio, Ebner scrive chiaramente che, attraverso un documento del 1142 del vescovo “pestano” della Diocesi di Capaccio, si ha notizia del “castrum Caselle”, dove il Vescovo di Capaccio ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ebner citando il documento del vescovo di Capaccio scriveva che nel documento è detto che: “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”, ovvero che: “che è stato edificato nella diocesi del nostro vescovo nella foresta nera nel territorio in cui è chiamato. Ma, Pietro Ebner (…) scriveva che la notizia che nell’anno 1142 Caselle in Pittari fosse passato al Vescovo di Capaccio, non riguardava il casale di Caselle in Pittari. Pietro Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Ebner, a p. 646, nella nota (1) si riferiva a Domenico Antonio Ventimiglia. Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’, riportava il documento rappresentato. Il Ventimiglia scriveva in proposito che: “Il P. di Meo accennando una tal concessione fatta all’Abbate Simone, che governava il Monastero della Cava, non saprei come mai abbia potuto dire, che Enrico l’abbia indirizzata al ‘Monistero di S. Giorgio nella Lucania soggetto a’ Cavesi’ (b). Certo che di esso nella carta non è fatto alcun cenno, e solo ivi si parla di beni in S. Giorgio vicino S. Severino, che furono del Monastero della Cava egualmente cogli altri conceduti. Vi era poi in Acquavella la Chiesa di S. Michele Arcangelo, e questa, ‘et alias Ecclesias destructas de ipso loco Acquabelle cum omnibus ad eas pertinentibus’ furono donate da Gregorio figlio di Pandolfo figliuolo di Guaimario Principe, Signore di Capaccio, e da sua moglie Maria nel 1092 al Monastero di S. Nicola di Capaccio dipendente da quello della Cava allora governato dall’Abbate S. Pietro (c).”.

Ventimiglia, p. 35

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35

Il Ventimiglia, a p. 35, nella sua nota (c)(quella citata da Ebner) postillava che: “(C) Per un’ideo del Monastero di S. Nicola di Capaccio basterà accennare che oltre alle chiese di Acquabella ebbe al tempo stesso degli stessi donanti concedute la Chiesa di …..e di S. Maria delle Caselle ecc…”Infatti, vi è da dire però riguardo l’antico documento citato da Ebner che egli aggiunge pure che:  “E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Dunque, ciò che scriveva Amedeo La Greca, parlando delle Baronie Vescovili nel territorio: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“, potrebbe non avere alcuna pertinenza e correlazione con la chiesa di Caselle in Pittari. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III:  “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi  in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casale di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari.  Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. Il Fusco cita Pietro Ebner (….), e la sua “P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”. Infatti, Pietro Ebner (….), a p. 352, vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando della “Serie dei Vescovi” (di Capaccio), in Appendice I del vol. I, a p. 352 parla del Vescovo Giovanni “15. Giovanni a. 1142, 1144 e 1146” e cita il documento in cui “Iohanes” vescovo Pestano “dona all’abbazia Cavense il monastero e la chiesa di S. Angelo de Silva nigra, e firma “+Ego, Iphannes, pestanus episcopus, congedo et confirmo”. Nel documento cavense XXV 56, edito in RSS 1968-1969, redatto ad Agropoli ecc…”. Dunque, siccome in questo documento si parla di “Serra Nigella” il Fusco ha argomentato quanto sopra. L’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano.

Nel 1145, Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia

La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come “comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I° di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e  lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II°) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II°), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III°) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Cuozzo, n. 586

Nel 1145, il feudatario normanno ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Caselle in Pittari e Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”.

Nel 1145, il milite normanno ‘Rogerius de Casella’ nel ‘Catalogus Baronum’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum‘, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”Felice Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Sempre nel ‘Catalogus’ è riportato il nome del subfeudatario che in pratica reggeva il ‘feudum’ di ‘Casella’ in nome e per conto di ‘Gisulfo’: ‘Rogerius de Casella sicut dixit tenet de eo (scil.: per conto di Gisulfo) ‘feudum ‘ (scil.: ‘Casella’) unius militis et cum augmènto òbtulit mìlites duos’ (108). La prestazione di un solo ‘miles’ (due con l’augumentum) rendeva la ‘Terra di ‘Casella feudum integrum’, tale cioè da assicurare almeno una rendita annua di circa venti once d’oro (109): abbastanza, in pratica, perchè non fosse classificata come ‘feudum paupèrrimum’ (feudo molto povero).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (109) postillava che: “(109) B. Capasso, Sul ‘Catalogo’ etc., p. 51. L’oncia con valore monetario fu coniata per la prima volta da Ruggero II ecc..”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”.

Caselle

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di ‘Rogerius de Casella’, n. 602

L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. Addirittura Felice Fusco (….), a p. 99, nella sua nota (108) postillava a riguardo che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di Sansa e di ‘Loria’ (ivi, par. 600 e 601). I ‘milites’ assicurati al re dal feudatario erano cavalieri forniti di armi e cavalli (‘armis et equis’) e seguiti da un dato numero di ‘servientes’, armigeri che procedevano a piedi.”. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro: Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani”.

IMG_5831 (Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580 Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria (Fig….) Enrico Cuozzo (…), op. cit., p. 162

Nel 1145 ‘GIBEL DE LAURIA’ (padre di Riccardo di Lauria e nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria) vassallo di Gisulfo di Padula

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra la contea di Lauria e Gisulfo di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro Guarna dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipendevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Dunque, il personaggio di cui parlerò è Gibel di Lauria che figura nel ‘Catalogus Baronum’. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. Pietro Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

IMG_5831 (Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, vol. I a pp. 238-239, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, …..Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 601, figura “Gibel di Loria”. La notizia del personaggio di Gibel dovrebbe ssere ulteriormente indagato sull’antico testo del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato per esempio da Carlo Borrelli (…), come il ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, dove per es. a pp. 58-59, per “Policastro” leggiamo “Gibel Loriae villanos III” e, anche a p. 59 per “De Marsico”, sotto “Guglielmo II Rege” leggiamo che: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II. militem. & cum augumento obtulit milites IV.”, che poi troveremo riportato anche nel testo della Evelin Jamison.

Borelli, p. 58 Borrelli, p. 59

Infatti,  la Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria (Fig….) Cuozzo E., op. cit., p. 162

Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…)

Robinson Gertrude

Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. 

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85 Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII, Robinson, pp. 33-34, Robinson, 36-37 Robinson, pp. 38-39 Robinson, pp. 40-41 Robinson, p. 41 (Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula, Gibel di Lauria, ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. Detto questo, devo aggiungere un’altra notizia riferita dal Mallamaci (…) che parlando di Torraca e di Totorella scriveva che l’ammiraglio Ruggero di Lauria aveva origini nella famiglia Sanseverino. Secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…). Devo però aggiungere che ciò che scriveva il Mallamaci fa riflettere sulle origini dei feudatari della Contea di Lauria. Giovan Battista Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato.

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”.

Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Augurio e Musella, a p. 23 scrivono che: “Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio.Riguardo il GIBEL ed i riferimenti suoi nel Catalogus Baronum, Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177. (71) Catalogus, p. 74. (72) Memorie genealogiche, p. 12: «V. Ultimo figlio di Ruggiero conte dell’Oria è Gibel, di cui è memoria nel citato Catalogo de’ Baroni, del quale si dice: Gibel de Loria sicut dicit Guerrerius tenet feudum I [sic] militis et cum augmento obtulit milites II [sic]. Idem Gibel tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II [sic] militum, et cum augmento obtulit milites IV [sic]. Idem Gibel Loriae de Policastro tenet villanos III [sic]. Il primo de’cennati (sic) feudi era in Montefusco – in Paduli il secondo – ed in Policastro il terzo. Ignorasi chi fosse la moglie di Gibel; ma se ne sanno con tutta precisione i figli – e di essi si parlerà nell’altro capitolo». (73) La Platea di Luca arcivescovo di Cosenza (1203-1227), a cura di E. CUOZZO, Avellino, Elio Sellino Editore, 2007. Sull’arcivescovo Luca, originario di Campagna, parte del Lazio meridionale (cfr. La Platea di Luca, p. XLVII) ed appartenente all’ordine cistercense, insignito poi della dignità arcivescovile della diocesi di Cosenza nel 1202 (o agli inizi del 1203) e stante, nella carica, fino al 1227, si veda N. KAMP, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien. I. Prosopographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1166. 2. Apulien und Kalabrien, München, Wilhelm Fink Verlag, 1975, pp. 833-839.”.

Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.

Nel 1198, MATTEO SCULLANDO, signore di Aieta e l’Ospizio annesso alla chiesa di S. Michele Arcangelo

Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 272, in proposito scriveva che: “Aieta aveva un ‘Ospizio’, presso la chiesa di S. Michele, costruito dalla munificenza di Matteo Scullando nei primi del secolo XI (10). A Scalea è da segnalare l”Ospedale’ annesso alla chiesa della SS. Annunziata, che è di evidente origine normanna ecc…”. Il Russo, a p. 272, nella sua nota (10) postillava che: “(10) B. Cappelli, Una carta di Aieta del sec. XI, in A.S.C.L., XII, 212.”. Infatti, Biagio Cappelli, nel suo “Una carta di Aieta del sec. XI”, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, anno XII, 1945, p. 212, in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…ecc…”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi……(3). Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. Dell’origine bibliografica del documento, il Cappelli lo dice a p. 219 scrivendo che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta). Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi…..Matteo ecc..”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) dove postilava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli ci parla di p. 250 ma il documento è stato pubblicato alle pp. 545 e ssg. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; ecc…”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Il Trinchera (….), a pp. 545-546-547 pubblicava in “Appendice” il documento greco “VII. – Matthaeus dominus castri Aetae instaurat templum et hospitium S. Michaelis.”, non datato ma, presumibilmente del 1198 che, il Trinchera diceva, a p. 547 essere “ex membrana Archivi Neapolitani, n° 401” :

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Dunque, l’antico documento del 1198 scritto in greco e pubblicato dal Trinchera, nel 1865 faceva parte della raccolta conservata nel Grande Archivio di Napoli poi in seguito denominato Archivio di Stato. Purtroppo questo documento come la maggior parte dei documenti greci ivi conservati andarono persi nel rogo causato dai Nazisti nella ritirata dell’ultimo conflitto mondiale. Il Cappelli, ci parla di Matteo Scullando ed in proposito scriveva che: Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…(4) ecc…”. Nel documento si parla di Matteo Scullando, Signore di Aieta, in Calabria, che fece costruire un ‘Ospizio’ annesso la chiesa di San Michele Arcangelo ad Aieta. Pare che, l’antico documento greco, oltre che ad Aieta, sia riferibile anche all’eremo ed all’antro di S. Michele a Caselle in Pittari. E’ un’ipotesi di uno studioso locale. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III, a pp. 41-42 parlando della storia di Caselle in Pittari in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 scriveva pure che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ…κυριοσ και δεσποτησ καστελλον αετον), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (προσ φνχηκην σωτηριαν και ζωην την αιωνιαν), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (του αγιον αρχιστρατηγον μηχαηλ) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) Απορισ / αποριον (Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài despòtes castèllu aetu (….) pròs psychechèn soterian cài zoèn tèn aionian (…) tòn naòn tu aghiu archistrategu mechaèl àno èis to òros (….) tòn apòrin pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa antichissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di “Pittari”. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa (presumibilmente nel 1198, se si guarda la datazione di due altri simili documenti) fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Dunque, è proprio attraverso questo documento che Felice Fusco (….) avanza l’ipotesi di un “Pittari” e che, l’eremo di S. Michele Arcangelo a Caselle in Pittari fosse quello di cui si parla nell’antico documento pubblicato dal Trinchera (….), a p. 545, ovvero che, la “chiesa di San Michele Arcangelo e l’annesso Ospizio” fatto costruire da Matteo Scullando, signore di Aieta fosse quello di Caselle in Pittari, di cui peraltro esiste un altro documento che riguarda un’antichissima donazione del Longobardo Guaimario III. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”. Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo documento di Aieta datato 1198 scrive che con buona approssimazione anche l’altro documento n. VII pubblicato dal Trinchera potrebbe essere un documento del 1198. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei- Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta poi vedremo. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa antichissima famiglia Normanna: gli Scullando. Sugli Scullando, Signori di Aieta, un piccolo borgo della Calabria, il Cappelli ha scritto che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei-Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa anticihissima famiglia Normanna: gli Scullando. In questo documento del 1198, intitolato dal Trinchera: “CCXLVI. 1198 – Mense Dicembre 10 – Indict. II – Aetae”, si parla del “Testamentum domini Ioannes Scullandi domini Aetae”.

Caselle nel periodo Svevo e Federiciano

Riguardo al periodo successivo Normanno-Svevo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..’ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significato è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel ‘Liber Inquisitionum Caroli Primi” dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio. Riguardo al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ è interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775 (Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Più tardi, scrive il Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Il Montesano scriveva pure che secondo l’Abate Pacichelli (…) “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Dunque, il Montesano (…), anche sulla scorta dell’Ebner (…), ci faceva notare il collegamento che vi era con i feudatari della nostra terra all’epoca della stesura del ‘Catalogus Baronum’ con l’epoca successiva (periodo Normanno-Svevo con Federico II) che vedeva Caselle in Pittari ed altri piccoli centri fortificati dipendenti con la Contea di Lauria. Io credo che il collegamento storico sia “Gibel di Lauria”, vassallo di Gisulfo di Padula (vassallo del Conte di Marsico al tempo del ‘Catalogus’) che all’epoca del ‘Catalogus’ aveva …………………….

Nel 1239, i Morra e Caselle

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento -dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Il castello Normanno e poi Angioino di Caselle in Pittari

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Delle mura, innalzate sulla nuda roccia e interrotte soltanto dalle porte d’accesso al ‘castrum’, non v’è traccia; del castello invece ancora sfida il tempo e le intemperie una torre cilindrica (125) in parte diruta, forse l’antico ‘maschio’ della fabbrica difensiva. Elevato probabilmente in epoca normanna e ampliato in quella sveva, soltanto con gli Angioini il castello dovette assumere l’aspetto di vera e propria fortificazione in concomitanza con la funesta guerra del Vespro. In via Indipendenza, nella parte orientale dell’abitato, si aprono nella muraglia ampie cavità denominate ‘u Carcere’, probabilmente gli antichi punti delle prigioni del castello. Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126)”.

Caselle torre medievale (Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale

Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118)Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (124) postillava che: “(124) Ancora oggi la parte più elevata dell’abitato è detta ‘o Castiedo (il Castello). Il Castello raffigurato sullo stemma comunale è quello marchionale (non l’antico) turrito e merlato alla guelfa (su antiche carte dell’Archivio Diocesano di Policastro è riprodotto anche un altro stemma, ma più antico, costituito da una plama e dall’effige di San Michele.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (125) postillava che: “(125) Alta 13 m., è l’unico indizio che farebbe pensare ad una fabbrica angioina: “Le torri cilindriche sono una caratteristica ed una costante negli interventi architettonici angioini” (A. La Greca, I beni culturali etc., p. 43). Torri cilindriche “angioine” sopravvivono ancora a Padula (torri di casa Tepedino, in via Nicotera, e di casa Marsicovetere in Piazza Trieste e Trento: cfr. AA.VV., Padula – Prima e durante la Certosa – I luoghi, i monumenti e le vicende della sua storia, a cura dell’Associazione Amici del Càssaro, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 1995, p. 38 e 120), a Castelcivita, a Capaccio Vecchia, a Velia (cfr. A. D’Angelo, Velia e il Cilento – il Cilento sulle orme degli Eleati percorrendo gli scavi di Velia, Ascea, Marina, Paolino Editore, 1991, p. 109): sono costruzioni possenti, altre, con scarpinata di sostegno alla base, coronate di beccatelli. Cfr. P. Peduto, Archeologia medievale in Campania, in AA.VV., Cultura materiale, arte e territorio in Campania, a cura della ‘Voce della Campania’, Napoli, 1978 – 9, pp. 247-262.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia e la ‘Congiura di Capaccio’

La ‘Congiura di Capaccio’, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “Guglielmo Sanseverino, che possedette anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II (…). Costui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa (…). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno. Egli durante la sua vita trasmise la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (…). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento all’Imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico. L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Lo storico locale Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Un passo tormentato del ‘Liber Inquisitiòrum (110) pare colleghi la ‘Terra’ di ‘Casella’ con la Congiura di Capaccio del 1245. Con gli Svevi (1189-1266), che mutarono il ‘servitium personàrum’ rigidamente attuato dai Normanni in ‘servitium pecuniàrum’ (i ‘feuda’ non dovevano assicurare più ‘milites’ e servientes’ bensì somme di denaro proporzionate alla loro consistenza economica), si “ruppe per sempre il cordone ombelicale che legava il Sovrano con i singoli esponenti della feudalità” (111), in particolare con i titolari dei ‘feuda in capite de dòmino Rege’. I quali, visto limitato il loro strapotere della politica accentratrice di Federico II, ordirono quella che poi è passata alla storia come Congiura di Capaccio. Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Scoperta la congiura, i primi due furono uccisi e ‘Rogerius’ accecato e privato dei suoi ‘feuda’, fra cui il ‘castrum Caselle’, che potè riavere soltanto con l’avvento degli Angioini (1266): ….”Hericus de Morra…habuit tres filios, Godfridum, Jacòbum et Rogerius fuit cecatus, et dicte terre (scil.: castrum Morre et castrum Caselle et baronia Corbellum et feuda in Cilento) fuèrunt concesse a principe Manfrido dom. (ino) Philippo Tornello; et post adventum Regis (scil.: Carlo d’Angiò) fuerunt restituite dicto Rogerio cecato (113).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (110) postillava che: “(110) Liber Inquisitionum regis Caroli Primi pro feudatariis regni (= vol. II del Registro della Cancelleria Angioina, Napoli, 1951).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (111) postillava che: “(111) E. Cuozzo, La nobiltà etc., p. 164.”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Il Fusco, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra e di Caselle, la baronia di Corbella e feudi a Cilento – dal principe Manfredi furono concesse a Filippo Tornello; poi, dopo il ritorno del re, furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p…… parlano del “Monasterium……………”, e in proposito scrivevano che: “…………………….”. I due studiosi a pp……….. del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il “…………………..”, a p….. troviamo pure il documento n° “……………………………..”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio (?), Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “………………………………………………………….”.

IMG_2009 Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola,

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola).. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, riferendosi alla Baronia di Sanseverino, Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.

Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”.

Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti. Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 69, in proposito scriveva che: “In carte del XVIII e XIX sec. c’è menzione di un Diploma (non noto) del 1405 di re Ladislao che avrebbe ridisegnato i confini delle Terre pedemontane del Cervato sottratte ai Sanseverino (170).”. Fusco, a p. 101, nella nota (170) postillava: “(170) Il Diploma di re Ladislao fu addotto come prova delle proprie tesi da parte di Piaggine Soprane nella vertenza coi comuni di Sanza e Monte S. Giacomo (relativa alla esatta individuazione dei confini dei rispettivi territori sul Cervato) nel 1879. Dell’importante documento si avvalsero pure – come diremo – la Commissione Feudale nel 1809 e il commissario Giampaolo nel 1811. Cfr. ACS (= Archivio Com.le di Sanza), Cart. (= cartella) 85 B, c.s. non n.; F. Fusco: Il Cervato conteso, cit., p. 177, n. 53, p. 179, n. 65.”.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1408, Caterina di Monticchio moglie di Michele Arrabito, fa testamento

Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”.

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

di-luccia-p-761.png Di Luccia, p. 77 (Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s. Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

1435 –  muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

Tutini, p. 80

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati).”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino.”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo.  Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”.

Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino 

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle,  a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.

Nel 20 novembre 1441, Americo Sanseverino ed il Privilegio sulle terre del Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il problema fu ripreso da Americo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di ‘Sansa’ (171), il quale, essendo di nuovo cambiate le cose, in un Privilegio del 1441 ridefinì in pratica i confini sul Cervato delle singole quote delle Universitates della fascia pedemontana (172). Nell’importante documento in latino medievale ci sono tutti quei geotoponimi ancora presenti nella parlata locale: ‘Crux Vallis Bonae (Croce re Vaddivona), etc…., e così via; e, per la prima volta, la forma ‘Santia’ al posto di ‘Sansa (173).”. Fusco, a p. 101, nella nota (173) postillava: “(173) Il Privilegium di Americo Sanseverino, comes Caputatii, fu trascritto (non sappiamo con quanta precisione) da Pietro Ebner (1902-88) da un ms. ottocentesco negli anni Settanta del Novecento e pubblicato nel saggio ‘Economia e Società etc..’, Roma, cit., II, pp. 212-220. Va precisato che il Privilegium, datum in castro nostro Padulae sub a.d. (= anno Domini) MCDXLI (= 1441), è soprattutto una conferma dei territori e delle concessioni e privilegi fatti ‘hominibus Universitatis Terrae Laurini. Nel nostro archivio comunale (cfr. n. 170) si conservano stralci di copie settecentesche (1704) del Privilegium che sembrano più accurate nella trascrizione effettuata da Ebner. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II parlando degli Statuti di Laurino, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 novembre 1441 Americo riconobbe tutti i diritti della popolazione su alcuni terreni di Laurino elargendone altri (v. oltre).”. Ebner, a p. 211, in proposito scriveva pure: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante iedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’Archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole sia perchè informa dei confini delle terre di quella baronia possedute dall’università e casali, sia per i cenni su antichi diritti vantati da quelle popolazioni e su locali consuetudini, che per le ampiezze delle concessioni costituiscono un presupposto indispensabile di quanto venne poi codificato negli statuti. La prima copia (1) è incompleta, ma identica alla seconda, perchè anch’essa manca della descrizione dei confini della locale baronia. La seconda (2) ha una datazione diversa (15 novembre 1446, X indizione), manca di qualche frase etc…”. Ebner, a p. 211, vol. II, nella nota 81) postillava: “(1) Copia ms. del privilegio di “Americus de Sancto Severino” su un solo f (cartiera M D C e segno, in filigrana) con pp. scritte etc…”. Ebner, a p. 212, in proposito scriveva che: “Americs de Sancto Severino, comes Caputatij ac Baronia Laurini et Terrae Padulae Dominus etc. Tenore presentis Indulti Privilegij etc…”.

Nel 1444, Caselle, Morigerati e Sicilì all’epoca Aragonese (Americo Sanseverino e poi il figlio Guglielmo (III) Sanseverino)

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. Ecc…”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni  attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”.

Nel 1471, Ferrante d’Aragona reclutava maestri d’ascia calabresi per il legname di Rofrano

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 71, in proposito scriveva che: “Centro notevole di smercio dei prodotti del Vallo, attivo sin dal 1443, appare Rofrano (202), raggiungibile solo per il valico di Sanza e da lì attraverso l’antica carovaniera che saliva la Croce di Rofrano (203). Per il passo di Polla – lo abbiamo detto (204) – transitava verso la capitale il legname calabrese per le esigenze della cantieristica navale e per l’edilizia (nel 1471 Ferrante d’Aragona (205) reclutò maestri d’ascia calabresi per la costruzione di navi contro i Turchi)(206), ma, pensiamo, pure dei boschi (Centaurino e Cervato) di Sansa; non solo: anche pietre da costruzione, provenienti, scrive Pontano, e Lucania, dalla Lucania (207); forse dalle cave di pietra di Sansa decantate da Antonini (208) ancora nel Settecento ? Etc…”. Fusco, a p. 105, nella nota (202) postillava: “(202) R. Moscati: Il registro “2903” della Cancelleria di Neapoli” ecc…, cit., n. CV, pp. 522-3.”. Fusco a p. 105, nella nota (203) postillava: “(203) Cfr. cap. I, n. 20”. Fusco, a p. 105, nella nota (204) postillava: “(204) Cfr. n. 180”. Fusco, a p. 105, nella nota (205) postillava: “(205) Cfr. n. 184”. Fusco, a p. 105, nella nota (206) postillava: “(206) N. Barone: Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504, in Archivio Stor. per le Prov. Nap., IX, 1884, p. 231.”.

Nel 1483, la peste (“ayro pestifero”) che colpì le Valli del Mingardo e del Bussento

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra’ di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento. Infatti prima della peste (ayro pestifero) degli ultimi decenni del XV secolo, che dovette colpire con particolare virulenza le Valli del Mingardo e del Bussento (141), i fuochi, che nel 1445 erano – lo si è detto – 107, nel 1461 erano saliti a 140 (142). Non solo: una certa ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (141) postillava che: “(141) Infatti dalla ‘rilevazione dei fuochi’ del 1483 risultò che per causa de male ayro pestifero’ ben venti nuclei familiari erano scomparsi a Laurito ed otto ad Alfano. Pur mancando dati per ‘Casella’, il morbo ad ogni modo dovette farsi sentire anche nella contigua Valle del Bussento (ASN, Sommaria Partium, vol. 21, c. 182; A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (142) postillava che: “(142) S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, G.B. Cappello, 1601, p. 85 ……L. Giustiniani, Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, V, Manfredi, 1797, III, p. 235.”. Sono entrambi scaricabili e consultabili su lsito di Gooogle libri.

Nel 1485, la Congiura dei Baroni, Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di Sansa e, Giulio de Luca

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 71, in proposito scriveva che: “Pur gratificato dalle concessioni di Alfonso I d’Aragona (210), il ceto baronale, sostanzialmente ancora filoangioino ordì etc…Tra gli artefici, ancora una volta, i Sanseverino (213), tra cui Guglielmo, conte di Capaccio e Signore di Sansa (214), che secondo l’erudito dell’Ottocento Domenicantonio Ronsini amava soggiornare a Rofrano per dilettarsi di caccia sul Centaurino nelle fasi di stasi della congiura antiaragonese; e nella Terra di Rofrano aveva come governatore una persona di fiducia, il sanzese Giulio de Luca, che, forte di 100 fanti ben armati, spadroneggiava e teneva a bada i filoaragonesi della Valle del Faraone – Mingardo (215). Guglielmo, per fellonia, perse i suoi feudi, e Sansa nel 1494 fu affidata con altre Terre al miles Valerio Gizzio di Chieti (216).”. Fusco, a p. 107, nella nota (213) postillava: “(213) P. Natella, Ascesa e apogeo dei Sanseverino di Marsico. 1067 – Salerno, Laveglia, 2006, pp. 56-58.”. Fusco, a p. 107, nella nota (214) postillava: “(214) Cfr. n. 171”. Fusco, a p. 101, nella nota (171) postillava: “(171) Americo Sanseverino (1415 c. – 1452) sposò Margherita Sanseverino (figlia di Luca Sanseverino conte di Tricarico) da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468), Antonello (morto nel 1476) e Guglielmo (morto nel 1504). Non è chiaro se Americo riottenne la Contea di Capaccio e altre Terre tra cui Sansa da Giovanna II (1414-35) nel 1433 o da Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo (1442-58) nel 1443.”. Fusco, a p. 107, nella nota (215) postillava: “(215) D.A. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, 1873, ristampa 2004, p. 22.”. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano etc…”, a p. 22 parlando dei Sanseverino e della disfatta di Antonello a Diano (Teggiano), in proposito scriveva che: “Ora un episodio di si lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie – Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca da Sansa per Governatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone; aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col bracio de’ quali pose a sacco, e fuoco la casa di Notar Guglielmo ‘D’Alessio, come parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte, al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minaccie che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li compose, cioè, multò in ducati 400, di cui imborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo ! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro.”. Fusco, a p. 107, nella nota (216) postillava: “(216) Cfr. J. Mazzoleni: Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, L’Arte tipografica, 1951, p. 123, Valerio Gizzio (De Gizzis, De Egiptiis, Gicciis) diventò ‘capitaneus’ pure di Casolla (Caselle in Pittari), Padula, Montesano, Casalnuovo, Roccagloriosa, ecc..(ivi). Ferdinando I d’Aragona (Ferrante) come già Federico II fu spietato coi congiurati etc…”.

Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno  un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.

Nel 27 aprile e nel 7 maggio 1506, ROBERTO II SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO ebbe reintegrati i suoi beni da Ferdinando il Cattolico

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi a Roberto II di Sanseverino scriveva che: In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (31) postillava a riguardo che: “(31) Gatta, ………  Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”

Nel ……..San Pietro al Tumusso a Montesano

Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.

Nel 1523, una ‘Platea dei beni e delle Rendite’ della Badia di Caselle in Pittari

Felice Fusco (…), riguardo sempre l’atto di fondazione dell’antico monastero che ai tempi del Gatta (…), anno 1700 circa, veniva chiamata “a bbadia”, fondata dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III°, a p. 40 scriveva pure che questo si poteva desumere dalle carte e dagli Atti di una lite, di un processo: trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito al Principe Guaimario III, a p. 40 riferendosi alle “Carte del Fondo della Cappellania Maggiore dell’Archivio di Stato di Napoli” scriveva che: “….da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di Sant’Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per sè il ‘jus patronato (71). Ecc..”. Il Fusco, nella sua nota (71), precisava quali fossero i documenti da cui si ricava che il Monastero e la Chiesa annessa di Sant’Angelo a Caselle in Pittari fossero stati fondati dal Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, scrivendo che sono i documenti contenuti nel fondo “Cappellania Maggiore” conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, non andati distrutti nel rogo del 1943. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava che: “(71) ASN, Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 “Consulta dell’anno 1753 per insino ad agosto 1756”, Inc (artamento) n. 2, passim: “osservasi nell’anno 1523 (…) dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671….che Guaimario P.pe (= Principe) di Salerno avesse edificato il mon.ro (= monastero) o sia la Badia di S. Angelo in Pittari ritenendone il Ius Patronato….”. Il Fusco, nella sua nota (71) scriveva che fra questi documenti degli Atti del 1523 vi fosse la ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e “dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671”. Non vorrei sbagliarmi ma, il documento della Real Camera della Sommaria Vicereale Spagnola, del 1596, redatto dall’Ingegnere Onofrio Tonca, citato dal Fusco (…), sia stato citato dal Pasanisi (…), in uno dei suoi studi sulle Torri costiere vicereali.

Nel 1636, la Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistò Montesano

Giuseppe Alliegro (…), nel suo ‘La Reggia del Silenzio, cenni storici ed artistici della Certosa di S. Lorenzo in Padula, pubblicato nel 1941, a p. 56, in proposito alla Certosa di Padula scriveva che: “Dopo l’Istituzione della Grancia di Taranto, i Monaci, riuniti in Capitolo, nell’anno 1635, sotto il priore Giovan Battista Manducci, decretarono la compra di Montesano da tempo vagheggiata. Detta compra fu effettuata, nell’anno seguente, con atto notarile, in cui si diceva “essere stato venduto Montesano dal barone Fulvio Ambrosino in persona di Tommaso Novellino al procuratore di questi Giovan Giacomo Tassone per ducati 52.500″. Il priore di S. Lorenzo divenne barone di Montesano, ma la baronia fu esercitata dal compratore nominale Tommaso Novellino e dai suoi eredi fino all’anno 1770. L’acquisto di Montesano, che si erge su di un caratteristico cocuzzolo e che dista pochi chilometri da Padula, tornò molto utile alla Certosa ecc..”. Tutti questi nuovi possedimenti furono confermati dal re Ferdinando il Cattolico e dal suo successore Carlo V. Fino al 1500 i monaci (sacerdoti e laici) erano in numero di trenta. Dopo la compra di Montesano, secondo alcuni cronisti del tempo, la comunità salì alla rispettabile cifra di ottantacinque Monaci.”.

Nel 1646 (secondo il Beltrano), la ‘Badia benedettina di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, grangia dipendente dalla Certosa di S. Lorenzo di Padula

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia tratta dal Beltrano (…) secondo cui alla sua epoca a Caselle in Pittari vi era un’Abbazia benedettina che dipendeva dai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che, nel 1728 acquistarono il feudo di Montesano con la grancia criptense del monastero di S. Pietro al Tumusso da cui a sua volta dipendevano diverse grancie tra cui quella di Caselle in Pittari. A Caselle in Pittari, verso la metà del ‘600, oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Lo scriveva nel 1644, poco prima del D’Engenio, Ottavio Beltrano (….), nel suo “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie”, Napoli, per Roberto Mollo, 2, a p. 158, in proposito di Caselle aveva scritto che:

Beltrano, caselle, p. 158

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 158 (I edizione del 1644)

“dalla marina di Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymario nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Dunque, il Beltrano, parlando di Caselle riporta la notizia che, ai suoi tempi (anno 1644), l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari: “la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Beltrano scriveva che ai suoi tempi (anno 1644), a Caselle in Pittari vi era la chiesa e l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari che erano una delle tante grancie dell’Abbazia cartusiana (ex benedettini) di S. Lorenzo di Padula. Ottavio Beltrano, distingueva nettamente la “Chiesa e il Monasterio stà sopra un’altissimo monte”, con una grangia sempre a Caselle in Pittari scrivendo che: “Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima.. Dunque, il Beltrano (…) anche nella sua prima edizione del 1646 riferiva che a Caselle in Pittari vi era una “grangia di S. Lorenzo della Padula dè padri Certosini”. Mi chiedo come fosse possibile che il Beltrano nel 1646 riferisse della notizia la dipendenza di una Badia cassinese a Caselle in Pittari, distinta dall’antico cenobio basiliano di Sant’Angelo a Pitraro dai padri certosini di S. Lorenzo di Padula, se i Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistarono i beni di Montesano e di S. Pietro al Tumusso solo nel 1728 ?. Sul web troviamo che: Nel 1709 padre Nicola Maranci, procuratore del monastero di San Pietro di Montesano dei padri basiliani chiese alla Regia Camera di consentire I’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di San Pietro, tra i quali la grancia di Santa Maria di Vito di Fogna.”. Anche nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro al Tumusso che nel 1710 redasse l’Abate don Nilo Morangi, di cui ho parlato in un altro mio saggio, non figurava nessuna grangia di Caselle in Pittari. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, riferendosi a subito dopo la redazione nel 1710 della “Platea dei Beni”, redatta da D. Nicola Morangi dei beni della Grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, dove si rifugiarono i monaci di Rofrano dopo la vendita all’Arcamone ed il successivo passaggio dei beni di Rofrano al Carafa, in proposito scriveva che: Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abate di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ecc….”Come citava il Ronsini, Costantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta (…), nel suo Cap. X, a pp. 129-130-131 in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula scriveva che: “Possiede questo Monistero le Baronie non solo di detta Terra di ‘Padula’, ma di ‘Buonabitacolo’, e ‘Montesano’ col feudo rustico di ‘S. Basilio’, e lo dilui Priore gode la giurisdizione spirituale nella Terra di ‘Casalnuovo’, coll’uso della Mitra e Pastorale come Abate di S. Maria di Cadossa. E’ ricca altresì questa Certosa per lo possedimento di molte Grancie, ch’ella gode non solo sulle rive del Mare Jonio e Tirreno, ma in molte Mediterranee di questa Provincia ancora, donde cava buone rendite per lo mantenimento dè Religiosi, e per latri dispendj.. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. All’epoca del Beltrano (a. 1646) vi era sicuramente una dipendenza di una grancia a Caselle dal monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano perchè dipendenza criptense ma a me pare improbabile che la dipendenza dai Certosini risalga al 1646 a prima dell’acquisto che fece la Certosa di Padula. Felice Fusco (…) a tal proposito però a p. 88 nella sua nota (70) fa notare che il Beltrano a p. 135 parlando di “Casella” scriveva che: “(70) “….Terra di Casella….vi è il Ius Patronato istituito dal principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”.”. Dunque ai tempi di Ottavio Beltrano, nel 1671, a Caselle vi erano i ruderi dell’antico cenobio basiliano e poi ancora funzionante la Badia benedettina, una ex grangia alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi passata alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Ma questa grancia di una “Badia” benedettina quando passò  alle dipendenze della Certosa di S. Lorenzo di Padula ?. Forse solo dopo l’acquisto che essi fecero di S. Pietro al Tumusso di Montesano, da cui dipendeva anche la grancia di Caselle. I Certosini di Padula, nel 1728 acquistarono tutte le dipendenze della chiesa di Montesano.  Dunque, il Beltrano (…), nel 1671, scriveva che a Caselle in Pittari vi era pure una grangia del monastero di San Lorenzo dei padri Certosini a Padula. La Badia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di S. Lorenzo di Padula, dei Certosini di Padula che acquistarono il feudo e la chiesa di Montesano, ed alcune dipendenze che erano state dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e poi in seguito con la concessione di Ruggero II d’Altavilla del 1131 passate alle dipendenze di Grottaferrata. In seguito alla vendita di questi beni all’Arcamone, alcune dipendenze di Grottaferrata come il Monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano furono poi ceduti ai Certosini di S. Lorenzo di Padula. Dunque, Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie etc….”, pubblicate postume dal figlio Giuseppe e ancor prima nella sua “Lucania sconosciuta”, scriveva del passaggio del monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano ed il feudo stesso di Montesano alla Certosa di S. Lorenzo di Padula. Con questo acquisto, i certosini di Padula arricchirono il loro già vasto patrimonio immobiliare con latifondi e grancie con i beni ed il patrimonio immobiliare fino ad allora posseduto dal feudo di Montesano che a sua volta era posseduto dal monastero di S. Pietro al Tumusso che amministrava le pingue grancie che appartenevano al patrimonio immobiliare dei monaci di Grottaferrata nel Tuscolano che prima della vendita di Rofrano al Carafa, erano tutte dipendenti dalla ricchissima chiesa di Rofrano. Nel 1710, l’Abate di S. Pietro al Tumusso don Nilo Morangi, che come abbiamo scritto comprendeva una serie di beni extraterritoriali. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tamusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Sull’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tamusso da parte dei Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula, che l’acquistò dall’Abbazia Cryptense tuscolana, ci illumina anche la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., parlando della copia o transunto del “Crisobollo di re Ruggero”, inserita del Codice Bessarione “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata,  e della Platea dei Beni che fece redigere, in proposito scriveva che: A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Enrica Follieri (…), nel suo “Byzantina Italograeca” a p. 451 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Sul passaggio di Montesano ai Certosini si veda la nota con la data 1728 in calce alla copia del privilegio di Ruggero II nel Crypt. Z.δ.XII, f. 90, citata sopra, nota (4); sulle drammatiche vicende che accompagnarono questo trasferimento cf. Ronsini, op. cit., pp. 23-24 (narrazione peraltro contestata in Rocchi A., De Coenobio…,p. 163). Pochi anni prima della vendita ai Certosini fu redatta la Platea dei beni di Montesano (a. 1710), ultima testimonianza dell’estensione del feudo Criptense in ‘Regno Neapolitano’ (oggi all’Archivio di Stato di Salerno, segnatura: ‘Corporazioni religiose’ 15). Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, op. cit., pp. 19-36, Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso, è atualmente in restauro (com. del Rev. Don Pasquale Allegro, parroco di Rofrano)..Della vendita di S. Pietro al Tumusso di montesano ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula ho parlato ivi in un altro mio saggio. La Follieri scriveva pure che Pietro Menniti, Abate Generale dei Basiliani, fornì la copia del ‘Crisobollo’ da lui redatta, nel 1728 ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che servì a redigere l’atto di compravendita dei Beni da loro acquistati. Alla Sezione “Corporazioni religiose, 15”, dell’Archivio di Stato di Salerno, si trova la documentazione degli enti religiosi degli altri comuni della provincia: oltre a quella della famosa Certosa di Padula, peraltro consistente in soli quattro pezzi di atti di natura contabile, si segnala quella della badia di San Pietro e della chiesa parrocchiale di San Nicola di Aquara, del monastero di Santo Spirito e del convento di Sant’Antonio di Laurino, del conservatorio di Santa Maria di Loreto di Roccadaspide, dei conventi di San Francesco, Sant’Agostino e San Benedetto di Diano (oggi Teggiano), del convento di Sant’Andrea di Auletta, della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Atena, del monastero di Santa Maria di Grottaferrata, che possedeva beni in numerosi comuni del Vallo di Diano.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Ecc..”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli……Al 1710 risale l’ultima testimonianza dell’estensione del feudo criptense, consistente in una ulteriore ‘Platea’, attualmente conservata presso l’Archivio della diocesi di Vallo della Lucania e in copia fotostatica presso l’Abbazia di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il Cardinale Giovanni Colonna. Il monastero a quanto pare, dovette rientrare di nuovo in possesso dell’abbazia tuscolana, dato che nel 1710 si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio. E cioè il cenobio di S. Pietro al Tomusso, le anzidette chiese, il feudo rustico della Rossa di Buonabitacolo, le terre di Padula, Casalnuovo, Diano, S. Giacomo, S. Rufo e Policastro. Nella Platea non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora. E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tomusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Dunque, Pietro Ebner in questo passo, parlando di S. Pietro al Tumusso di montesano è molto chiaro. Ebner scrive che il monastero di S. Pietro al Tumusso doveva essere rientrato nei beni dell’abbazia Criptense nel tuscolano, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, dato che nel 1710 “si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio“. Poi però l’Ebner aggiunge che tra i beni elencati nella Platea del 1710 redatta da Nilo Morangi “non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora.”. E’ dunque forse, secondo quanto scrive l’Ebner, se nel 1710 i beni di Montesano rientrarono nei beni dell’Abbazia criptense, anche quelli di Caselle dipesero da quell’Abbazia. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1700, il Catasto Onciario di Caselle conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Petrucci A., Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel”, Paris, 1971 – vol. III, pag. 343

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(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996, p. 41; si veda pure dello stesso autore: Fusco F., ‘Quando la Storia tace: dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’ medievale’, stà in ‘Eurosis’, ed. Licelo Classico, Sala Consilina, vol. VIII, 1992, da p. 181 e s. (Archivio Attanasio)

(…) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Mattei-Cerasoli D. L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); si veda pure: Mattei Cerasoli, ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(….) D’Engenio Caraccolo Cesare, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671 (Archivio digitale Attanasio), vedi pp. 134 e s. su Casella

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Borsari Silvano, Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio)

Jamison, The norman etc.PNG

(…) Jamison Evelin M., ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 , in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata, 1962 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Capasso Bartolomeo, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, pp……..

(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001 Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (…). IMG_4055

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pixous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

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(…) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro). Il De Micco, parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio digitale Attanasio)

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)

Martire Domenico (…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s. (…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Laveglia Pietro, Le carte dell’Archivio della Certosa di Padula, ed. Centro studi e ricerche del Vallo di Diano, ed. Laveglia-Carlone, Salerno, 2009 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Sacco Antonio, La Certosa di Padula, ed…

(…) Carlone Carmine, I regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), ed. Carlone, Fonti per la Storia del Mezzogiorno medievale 13, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Lovisi Vincenzo- Rivello M., Caselle un paese nella storia, ed. Amm.ne Comunale,

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. G. e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.

(…) Lomonaco Vincenzo, ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)

(…) Scaduto M., Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947

(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

(…) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(…) Capasso B., Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

(…) L’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto ‘Catalogus Baronum’, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076. Lampo, esponente della nobiltà longobarda, nell’ottobre del 1134 si diceva figlio del quondam Guaiferii comitis de Fasanella, e marito di Emma, figlia di Giovanni, figlio di Pandolfo, figlio del principe longobardo Guaimario di Salerno. Fedelissimo dei conti di Principato, partecipò nel 1155 con il suo senior, il conte Guglielmo III, alla ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla, capeggiata dal cugino del re, il conte Roberto III di Loritello. Fu per questo motivo privato della sua carica di connestabile regio e dei suoi feudi di S. Angelo di Fasanella, Pantoliano, Castelcivita, Sicignano degli Alburni. Su Lampo di Fasanella ha scritto Mario Caravale (…), nel suo ‘Il Regno Normanno di Sicilia’, pubblicato nel 1966, a p. 162, parlando dei Giustizieri del Regno di Sicilia, in proposito scriveva che: “La corte, infatti, riunita per giudicare Riccardo di Mandria presentava tra i suoi componenti “Florius Camerotensis, iudex quoque Tarentinus et Abdenago Hannibalis filius, qui magistri erant iusticiari” (246).”. Il Caravale, a p. 163, nella sua nota (246), postillava che: “(246) Ugo Falcando, ‘Liber de regno Sicilie’, cit. op. p. 140 s.”. Sempre il Caravale, a p. 225, scriveva che: “Sotto Ruggero II troviamo quali giustizieri a Salerno nel 1143 l’arcivescovo della città Guglielmo e Lampo di Fasanella (22) e nel 1151 lo stesso Lampo insieme con Florio di Camerata e Guaimario (23).”. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Originale in Archivio di Cava dei Tirreni XXV, 3, 38, 40, riportato da C.H. Haskins, England and Sicily, p. 643, n. 643, n. 112. la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, cit., X, p. 168 s. e E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 231, in proposito scriveva che: “…e a Salerno nel 1151 Lampo di Fasanella, Florio di Camerota e Guaimario risolvono a favore del vescovo salernitano Guglielmo la causa da lui promossa contro il conte Landolfo per i diritti che quest’ultimo pretendeva di avere sopra alcune chiese del vescovado (56).”. Il Caravale, a p. 231, nella sua nota (56), postillava che: “(56) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc, op. cit., X., pp. 168 s. e A. Jamison, The Norman administration, cit.,  Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Il Caravale a p. 233, in proposito scriveva che: “Ad una precedente sentenza, invece, fa riferimento il giudizio espresso a Salerno nell’ottobre del 1151 da Lampo di Fasanella, Florio di Camerata e Guaimario: la vertenza in esame era infatti già stata risolta a Terracina, di cui aveva fatto parte lo stesso re Ruggero II e della quale i primi due giustizieri avevano fatto parte. Nel 1151 non si ha, però, il giudizio di appello contro la sentenza del re ecc..”. Sempre il Caravale a p. 237, in proposito scriveva che: “Nel 1151 il camerario Alfano è a Salerno insieme ai giustizieri Lampo di Fasanella e Florio di Cammerata (92) e nel 1152 presso Cava (93).”. Il Caravale, a p. 237, nella sua nota (92), postillava che: “(92) A. Di Meo, Annali etc, op. cit. X, p. 168 e Jamison E., op. cit., Appendix n. 9., pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 238, scriveva che: “Nell’ottobre del 1151 il camerario Alfano insieme (e sullo stesso piano) con i giustizieri Lampo di Fasanella, Florio e Guaimario giudica la sentenza tra l’arcivescovo di Salerno e il conte Landolfo figlio di Ademaro (101). Nel febbraio del 1146 il camerario Atenolfo aveva deciso insieme con i giudici di Salerno la lite tra la chiesa di S. Maria ‘de Domno’ in Salerno e il monastero di S. Maria e S. Benedetto della stessa città.”. Il Caravale, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”. La Evelyn M. Jamison, nel 1913, pubblicò: ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987. Tuttavia la Jamison (…), non pubblica nulla di nuovo di quano avesse già detto il Di Meo (…). Dunque, nel 1966, lo storico Mario Caravale (…), ha citato più volte Florio di Camerota, basandosi principalmente sul Di Meo (…) e, sui documenti tratti dal ‘Catalogus Baronum’ che pubblicò la storica Evelyn M. Jamison (…). La Jamison (…), nel 1913, pubblicò “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.”, di cui in seguito Errico Cuozzo (…), nel 1984 pubblicò il commentario del ‘Catalogus Baronum’.

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio digitale Attanasio)

Robinson Gertrude

(….) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

Il culto di San Vito martire

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Il 15 Giugno di ogni anno, le parrocchie e la chiesa di Sapri, festeggia San Vito martire, suo patrono, a cui dedico questo mio breve saggio, nella data del suo martirio: il 15 Giugno. Dedico questo mio saggio a mio nipote Francesco, figlio di mio fratello Vito.

A Sapri San Vito martire è il patrono della cittadina

Nella Chiesa Madre dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Pisciotta, si venera una insigne reliquia del sangue di San Vito, custodito in un’ampolla di vetro. Detto sangue si liquefa ogni anno in occasione della festività del martire, solitamente durante la processione in suo onore. Secondo la tradizione la reliquia proverrebbe dalla chiesa abbaziale di Taranto e sarebbe stata traslata per opera del vescovo di Lecce mons. Luigi Pappacoda, nativo di Pisciotta. Infatti sul reliquiario che custodisce il sangue di San Vito è inciso lo stemma della famiglia Pappaccoda, marchesi di Pisciotta. I Pappacoda, è stata anche una famiglia che aveva come feudo quello di Torraca, ed è questo forse uno dei motivi della venerazione di S. Vito a Sapri. Io credo vi sia un legame tra il culto di S. Vito martire, Capaccio, Pisciotta, i Pappacoda, i Palamolla e Sapri. Pisciotta, apparteneva alla Diocesi di Capaccio e a Capaccio S. Vito martire pure viene venerato.Se non mi sbaglio, i Pappacoda erano imparentati con i Palamolla di Torraca e di Scalea. A Sapri, ogni anno, i festeggiamenti iniziano il 6 giugno e per 9 giorni viene celebrata la santa novena in onore del patrono san Vito. Durante questi giorni di novena vengono celebrate benedizioni ai bambini, alle auto e alle spighe (che ricordano uno dei miracoli del Santo) ; e vengono celebrati sacramenti come la riconciliazione, l’unzione degli infermi e l’eucaristia. Durante i giorni 14-15-16 giugno per le vie circostanti la Chiesa Madre, è festa cittadina: ci sono bancarelle e giostre, vengono accese le luminarie, la banda musicale suona per il paese e a sera viene ospitato una figura celebre. Il giorno 15 giugno avviene la processione con la statua del Santo Patrono, con tappa principale il pozzo a lui dedicato dove si narra che San Vito fece uno dei suoi miracoli, riportando l’acqua potabile ai cittadini.

Nel 1820, l’Arciprete di Sapri don Giovanni Eboli ottenne da papa Pio VII le reliquie di S. Biagio e di S. Vito

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 63, parlando della chiesa parrocchiale di Sapri dell’ “Immacolata concezione”, in Piazza del Plebiscito, in proposito a S. Vito, scriveva che: “In chiesa si custodiscono due reliquie di Santi: una di San Biagio, ottenuta da Papa Pio VII nel 1820, tramite il parroco Don Giovanni Eboli, l’altra di San Vito ottenuta precedentemente.”. Inoltre, il Tancredi, cita l’iscrizione sull’Atare di S. Vito, in detta chiesa: “Salvatore Sollazzo e Raffaella La Corte 1881.”. Scrive il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” che, l’altro mio avo, Don Giovanni Eboli – successore del primo Parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli – nel 1820, ottenne da Papa Pio VII, due reliquie di Santi che sono oggi conservate dentro la Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione, di cui l’Eboli era parroco. Si tratta della reliquia di S. Biagio che l’Eboli ottenne dal Papa nel 1820, mentre l’altra – che era stata ottenuta precedentemente-  è la reliquia di S. Vito, patrono di Sapri. Secondo il Tancredi (…), il mio avo l’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”“D. Giovanni Eboli 1819-1834”.

S. Vito

(Fig….) S. Vito nella Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione in Piazza del Plebiscito a Sapri

Il culto di San Vito martire

Il 15 giugno si celebra la Festa di San Vito, conosciuto anche come San Vito Martire o San Vito di Lucania, patrono di Capaccio Paese, di Eboli, di Sapri e Sanza. Ma venerato e festeggiato anche in molte altre località italiane ed europee. Secondo una leggenda, le ossa del Santo, dopo il martirio, furono gettate nel fiume Sele. Ma è più probabile, come confermerebbero alcuni ritrovamenti, che le sue ossa siano state seppellite accanto alla Chiesa di San Vito al Sele. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su S. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella. Bisogna dire che delle reliquie di san Vito, è piena l’Europa; circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli. Nella città ritenuta suo luogo di nascita, san Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione, che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. Il “fistinu” in onore del santo patrono, ricorda la traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino, con il trasporto della statua d’argento del santo, posta sul Carro trionfale, trainato a braccia dai pescatori, fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano. Una seconda processione è quella celebre storica-ideale a quadri viventi, è una serie di carri, su cui sono rappresentate da fedeli con gli abiti dell’epoca, scene della sua vita e del suo martirio, chiude la processione il già citato carro trionfale. “U fistinu” si conclude nell’ultima domenica d’agosto, con un’ultima processione del carro trionfale diretto al porto-canale e da lì il simulacro di s. Vito, viene issato su uno dei pescherecci e seguito da un centinaio di altri pescherecci e barche, giunge fino all’altezza della Chiesetta di S. Vito al Mare, per ritornare infine al porto. A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove in un affresco oltre il giovanetto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo. Nell’area germanica S. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto. Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”; nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di S. Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio Scalo, è sorta un’altra chiesa parrocchiale dedicata anch’essa a S. Vito; la diocesi di questi Comuni in cui il culto di S. Vito è così forte, perché qui morì con i suoi compagni di martirio, si chiama tuttora Vallo della Lucania, pur essendo in provincia di Salerno. Il santo è anche patrono di Recanati e di Mascalucia (CT) e nella sola Italia, ben 11 Comuni portano il suo nome. Lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”. Sempre lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 236, parlando di Tortora, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “le cappelle di S. Vito martire, ecc…, costituiscono, anche se con con differenze cronolocighe enormi, testimonianze del mondo basiliano” che poi, come scrive sempre il Campagna, a p. 243 “i frati minori assorbirono le ultime reliquie del monachesimo basiliano, S. Vito, ecc..ecc..”. Sempre il Campagna (…), a p. 249, parlando di Maratea, ci informa che: “A queste diaspore si deve il ripopolamento di Maratea-Castello, l’insediamento eremitico nella grotta di S. Michele, la successiva costruzione della chiesa di S. Basilio, demolita nel 1836 (24), l’insediamento delle grotte di S. Vito”. Il Campagna, a p. 249, nella sua nota (24), postillava che: “(24) D. Damiano, Maratea nella storia, etc, op. cit., p. 131.”. Sempre Orazio Campagna, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”, di cui parlerò in seguito. Il culto per S. Vito è attestato dalla fine del V secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono lucano, ma la ‘Passio’ leggendaria del VII secolo, lo dice siciliano; nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo in una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. San Vito, venerato anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara, III secoloLucania, 15 giugno 303), fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è da ricordare nei giorni 15 giugno e 20 marzo. Quasi al centro della Piana del Sele, nella contrada S. Cecilia, sorge la chiesa di S. Vito, ricordata tra le più antiche del territorio. Essa venne edificata per raccogliere, custodire e venerare le spoglie mortali dei Santi Vito, Modesto e Crescenza, martirizzati a Roma sotto Diocleziano. La notizia più antica sulla chiesa di S. Vito al Sele è del 1042 ove è riportata tra i beni della Chiesa Salernitana. Nel 1067, Guglielmo d’Altavilla, usurpatore dei beni della Chiesa Salernitana, già scomunicato da Papa Alessandro II, dovette sottomettersi al Pontefice, di passaggio per Salerno, restituendo all’Arcivescovo di Salerno, insieme ad altri beni, anche la Chiesa ed i beni di S. Vito al Sele. Nel 1080, Roberto il Guiscardo, principe di Salerno, per intercessione della moglie Sichelgaita, confermò all’Arcivescovo Alfano i beni che la chiesa Salernitana possedeva in territorio di Eboli: “ecclesiam S. Viti de Silare cum corte et silvis et pertinentiis ipsorum. Nel 1090 è menzionata dal Paesano (…) “…cum curte sua et teri in eadem loco (fluvio Syleris esistentibus); nel 1168 risulta nella Bolla “Licet nobis” di Papa Alessandro III; nell’anno 1221, Federico II di Svevia emanò un privilegio a favore della Chiesa Salernitana, col quale confermò tutte le concessioni che i principi suoi predecessori avevano fatto. In tale privilegio sono compresi territori siti nella terra d’Eboli e nel 1255 Alessandro IV conferma la sua appartenenza alla Chiesa Salernitana. Vi era una cappella dedicata a San Vito Martire anche a Felitto, un casale del Cilento, ed era situata ai confini tra il territorio di Felitto e quello di Bellosguardo, nei pressi del fiume Pietra molto probabilmente per ricordare il luogo del martirio, ricompensa per avere liberato il figlio dell’imperatore Diocleziano dal demonio, che alcuni individuato alla foce del Sele. L’originaria cappella non esiste più perché fu distrutta da una inondazione, quella che possiamo vedere oggi risale al 1850 ed è stata edificata grazie all’aiuto di una signora Italo-americana. Il Cataldo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Presso il fiume Sele sorge un’antica chiesa dedicata al santo, nel luogo dove fu sepolto presso Eboli. Ancora oggi, presso il luogo del martirio indicato dalla tradizione, sorge la chiesa di San Vito al Sele. Molti comuni della Valle del Sele (Caposele, Calabritto, Quaglietta, Senerchia, Oliveto Citra, Colliano, ecc.) hanno, in memoria del martire, o conservano toponimi e luoghi di culto dedicati a san Vito, testimonianza del primitivo culto che Vito ebbe in queste zone e che poi si diffuse in tutta la Cristianità. A Capaccio Scalo in provincia di Salerno, si svolgono annualmente i “Solenni Festeggiamenti in onore di San Vito Martire” nella Chiesa madre del paese, a lui dedicata. La tradizione narra che proprio quel luogo sia stato fondamentale nella predicazione del martire. I riti iniziano la sera del 14 giugno con i solenni “primi vespri” per concludersi ai “secondi vespri” con la Grande concelebrazione Eucaristica e la grandiosa processione alla presenza di numerose autorità civili e religiose. Lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”.

Il martirio che subì “Vitus Lucanus” il 15 giugno del 304 d.C.

Aveva sui sette anni, quando cominciò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano, la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito era già molto noto nella zona di Mazara. Il padre non riuscendo a farlo abiurare, si crede che fosse ormai un’adolescente, lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo; che un padre convinto pagano, facesse arrestare un suo figlio o figlia divenuto cristiano, pur sapendo delle torture e morte a cui sarebbe andato incontro, è figura molto comune nei Martirologi dell’età delle persecuzioni, che come si sa, sotto vari titoli furono scritti secoli dopo e con l’enfasi della leggenda eroica. Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di farlo abiurare, anche con l’aiuto degli accorati appelli del padre, ma senza riuscirci; il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro Modesto, anche loro arrestati. Visto l’inutilità dell’arresto, il preside lo rimandò a casa, allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice. Durante il viaggio per mare, un’aquila portò loro acqua e cibo, finché sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata, ripristinato anche dal 1932 al 1945). Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. La leggenda racconta che Vito, da bambino, abbia guarito il figlio dell’Imperatore romano Diocleziano, suo coetaneo, ammalato di epilessia. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su S. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza, presso il fiume Sele, assieme ai compagni: ecc.. Il più noto è S. Vito. Di origine siciliana, era già cristiano ed operava molti miracoli, quando fu carcerato e torturato dal preside Valeriano. Liberato da un Angelo, si recò in Lucania con i suoi educatori, Modesto e Crescenza. Conosciuto da Diocleziano per far liberare il proprio figlio dal demonio, fu fatto torturare, perché si era rifiutato di sacrificare agli dei. Liberato di nuovo dall’angelo, ritornò presso il fiume Sele, in Campania, dove subì il martirio il 15 giugno del 304, e qualche giorno dopo i suoi compagni. Una pia donna, Florenza, seppellì i loro corpi nel luogo detto “Mariano” (78).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (78), postillava che:  “(78) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16; si veda pure: ‘Acta Sanctorum’, Venezia, 1742, p. 1015”. Infatti, sul martirio di San Vito, il ragazzo siciliano, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 17, scriveva che: “Tuttavia va ricordato che le vessazioni contro i cristiani si protrassero ancora dopo il 313 (Milano: decreto di tolleranza di Costantino) e fino al 375, quando Graziano, primo tra gli imperatori, rifiutò il titolo di pontefice massimo.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305 con i suoi istruttori Modesto e Crescenzia, i cui corpi vennero raccolti secondo la tradizione da una pia donna (“Florentia”) mentre passeggiava lungo il fiume. Sepolti “in loco qui dicitur Marianus” (79), ivi fu eretta una cappella di cui tutt’ora esistono i resti in un’abside a doppia struttura esterna (preromanica) dedicata appunto a San Vito sul Sele, poi protettore di Capaccio.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Pietro Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Venezia, 1742, p. 319.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Diverse le trascrizioni, ‘Malianus, Marianus, Cfr. Natella, cit. p. 12 anche per la cappella preromanica.”. Riguardo alla nota (77) di Ebner in cui citava il Lanzoni (…): “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319″, devo citare anche lo studioso Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”, di cui parlerò in seguito.

San Vito martire o S. Vito “Lucano”

Non si conosce la sua origine, anche se secondo una “Passio” nacque in Sicilia da padre pagano e fu incarcerato a sette anni, su denuncia del genitore, perché cristiano. L’unica notizia attendibile su di lui si trova nel Martirologio Gerominiano (…), da cui risulta che Vito visse in Lucania. Popolarissimo nel medioevo, egli fu inserito nel gruppo degli Ausiliatori, i santi la cui intercessione veniva considerata molto efficace in particolare occasioni e per sanare determinate malattie. È invocato per scongiurare la lettargia, il morso di bestie velenose o idrofobe e il “ballo di San Vito”. San Vito, protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità. Gli altri tredici Ausiliatori sono: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita, Pantaleone. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Per secoli la figura di san Vito ha alimentato ed esaltato la fede popolare: si pensi per esempio alla protezione per la quale veniva invocato, in modo particolare nella speranza di ottenere guarigione da patologie quali la Corea di Sydenham, una forma di encefalite nota come ballo di San Vito (in quanto può presentare postumi come tic, tremori, etc.), dall’idrofobia, da malattie degli occhi (in slavo la parola Vid = vista fu associata al suo nome, e in quelle terre il culto di san Vito pare avesse sostituito l’antico culto di Svetovit), dalla letargia. Tuttavia la nascita del suo culto e la relativa tradizione agiografica non sono stati ancora studiati in maniera ampia e approfondita.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Attanasio)

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa ed all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argoento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Infatti, sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando sempre di Sapri e del suo “Portus”, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire), op. cit., vol. I, p. 151, ecc... Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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(Fig…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150

Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”.

S. Fantino 1

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca.

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi qui pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”.

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG

Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia dei Palamolla a Torraca. Dunque la Grangia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (4) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le grangie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini) (…) – di cui peraltro quì abbiamo pubblicato uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”. Per quanto riguarda il periodo a cui si riferiva il Campagna, quando parla del “Portus” di Sapri, lo studioso Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323, ci parla di Sapri. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).” Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C.215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato.

Per Lanzoni, l’ubicazione di Blanda Iulia, nel Porto di Sapri ?

Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

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(Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

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Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”.

Nel X secolo, igumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47 che, nel 1986, parlando del “Latinianon”, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovannelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati (…), il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio).

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Attanasio)

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze (Archivio Attanasio)

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’Opac, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi,  ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

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(2) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 34 (Archivio Attanasio)

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istiituto di Studi Romani, Roma, 1917, vol. I-II (Archivio Attanasio)

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395

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d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(…) Delahaye H., Les origines du culle des martyrs, Bruxelles, 1933 (Archivio Attanasio)

(…) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, Calabria sacra e profana, Cosenza, ed. Tipografia Migliaccio, 1877, si vedano, vol. I, pp. 150-151 (Archivio Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Loppel S., Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Attanasio).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Attanasio)

(…) Tutini Camillo, Cronache, regole ed origine della Regione cartusiana,

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella