Caselle in Pittari ed il monastero di ‘Sant’ Angelo di Pitraro’, dipendenza di Rofrano

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. In questo mio saggio mi occupo del monachesimo che sin dai primi secoli VI-VII, penetrò e si stabilì sul nostro territorio, come ad esempio l’eremo e le grotte sul Monte Pittari.

Incipit

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi.

Cattura........... (Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Costantino Gatta (…), a p. 302 e s, dopo aver parlato di Montesano e Buonabitacolo, scriveva in proposito: “Scorre giù di detta Terra per una profonda Valle un Fiume le cui chiare e abbondevoli acque sgorgando dalle balze del Monte Centaurino (celebre per le miniere di durissimi Macigni) a guisa delle acque del Timauro o dell’Oronte nella Siria, strepitosamente precipitandosi s’ingojano da una sotterranea Spelonca nel territorio della Terra di Casella, e di nuovo sgorgone nelle valli, ….,vanno a butarsi a Mare vicino l’antica Policastro.”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Casella de’ Stefani, Rofrano di Farni, etc….

Centaurino 2 (Fig….) Particolare della tenuta del Centaurino (…) in una carta inedita d’epoca Aragonese

Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA. Non si deve tacere la Terra di Casella Diocesi di Policastro nella Provincia di Principato citra per molta cose curiose, tra le quali del Fiume Busento, che scaturisce dalla Montagna di Sanza, e scorrendo da due miglia in circa scoverto, si racchiude sotto un monte, sopra del quale v’è un gran piano assai fruttuoso in coltura di vitovaglie, e pascoli d’animali, e così racchiuso trascorre per spatio di sei miglia, e poscia abbondantemente si reca nel Tirreno Golfo, che di Policastro ha il nome, nel qual fiume v’è grande abbondanza di Trotte, e nel territorio caccia selvaggina di Cigniali, e Caprijde ed ogni sorte di volatili, & in particolare di Pernici, rendendo in abbondanza grani, orgi, vini, lini, e tutte forti di frutti, stà dentro terra sei miglia discosto dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivi si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299. lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Rè cò titolo di Nobilis vit, e di Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima; oltre che il detto Pietro era assai caro, e fedele al suo Re. Di più nel 1306. lit. B. fol. 40 Bertrando di Stefano Signor di Lambisco, ricevè dal mentovato Re Roberto nel 1310.lit.B.fol.21 Gutio di Stefano Consigliere, Ciambellano, e similmente familiare del Re, e poscia ecc… 

D'Engenio, p. 134, su Caselle D'Engenio, p. 135

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

LA NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9)F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11)Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C.

Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-busentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…..Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Si tratta di Alberto Busignani. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.

Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca a Roccagloriosa

Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.

SANNITI e LUCANI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38.

LAURELLI a Caselle in Pittari

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da  Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea  si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59. “. Da Wikipedia leggiamo che a Caselle in Pittari, le indagini archeologiche compiute negli ultimi decenni documentano che il territorio fu abitato sin dall’età preistorica; infatti nella Grotta di San Michele si è rinvenuta ceramica appartenente all’orizzonte preistorico. Altri rinvenimenti, riferiti all’età del Bronzo Finale (1150 – 900 a.C.), si sono rinvenuti in località Laurelli. Reperti, databili all’età del Ferro (fine VII sec. a.C.), sono stati rinvenuti sul Colle Serra. Nel V secolo a.C. i Lucani, provenienti dalle aree interne, si insediano in località Laurelli luogo in cui impiantano un abitato prolifico sino al III secolo a.C. epoca in cui il territorio fu conquistato dai Romani. Da un sito del Ministero della Cultura si evinche che: l’insediamento lucano di Caselle in Pittari, piccolo comune cilentano affacciato sul golfo di Policastro, si estende in località Laurelli su un ampio pianoro, delimitato da due corsi d’acqua, in una posizione direttamente connessa con l’itinerario che collegava il Vallo di Diano alla fascia costiera, attraverso le valli del Bussento e del Mingardo. Il pianoro è circondato, da un lato, dalle colline che si saldano alla dorsale montuosa del Cervati e, dall’altro, dalle creste dei Capitenali e del monte Bulgheria. Le indagini sistematiche nel sito hanno preso il via nel 1990, in occasione di un intervento di emergenza dovuto all’espianto di un uliveto secolare che allora occupava l’intero pianoro. Da allora la Soprintendenza Archeologica di Salerno ha condotto a Laurelli diverse campagne di scavo e acquisito al demanio dello Stato l’area dell’insediamento, determinando così la tutela anche di un uno straordinario contesto paesaggistico. Attualmente sono in corso indagini archeologiche da parte del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’università di Salerno. L’area dell’abitato antico è caratterizzata da un impianto stradale regolare con almeno un asse viario principale, intersecato perpendicolarmente da strade minori. Qui sono state messe in luce alcune abitazioni di notevole estensione, organizzate intorno a un cortile centrale su cui si aprivano ambienti di diverse dimensioni. Questi edifici, per distribuzione dello spazio e tecniche costruttive, ricordano alcune strutture di uguale destinazione rinvenute in altri centri lucani limitrofi. Associato a questa fase di vita dell’insediamento è un piccolo nucleo di sepolture, rinvenuto poco distante dall’abitato e databile alla fine del IV sec. a.C. L’area archeologica di Laurelli rappresenta un tassello fondamentale per ricostruire le dinamiche dei rapporti e degli scambi che, in epoca lucana, videro protagoniste le genti stanziate in quest’area. In un altro sito sulla rete troviamo che: l’insediamento rinvenuto a Caselle in Pittari sorge in località Lovito su un vasto pianoro, che presenta un’estensione di 13 ettari, lambito da due torrenti (Vallone Grande e Vallone Piccolo) che, confluendo nello Sciarapotamo, conferiscono al territorio l’aspetto di un triangolo isoscele con il vertice volto verso il Golfo di Policastro. Il pianoro era occupato da un uliveto secolare il cui espianto, mettendo in luce strutture murarie e materiali ceramici antichi, ha indotto l’intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. Le diverse campagne di scavo condotte hanno permesso di portare alla luce varie abitazioni che costituiscono la prova della presenza di un abitato lucano sul pianoro che va a costituire, probabilmente, un centro territoriale. I Lucani occupano il pianoro nel corso del V secolo a.C. come documentano i rinvenimenti sia di un’antefissa a protome femminile di età classica che di una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture di IV secolo a.C., che presentano segni di anathyrosis. Nel corso del IV secolo a.C. sul pianoro si impiantano, probabilmente al di sopra di preesistenti edifici, tre complessi abitativi che si denomineranno Complesso A, edificio costruito in tecnica pseudo – velina, Complesso B, edificio in cui si sono rinvenute 18 monete greche d’argento, e Complesso C, di cui si sono individuate solo alcune tracce. Il Complesso A, posto nella parte centrale del pianoro, presenta orientamento NOSE ed è aperto su un’asse stradale posto ad occidente versante in cui si è rinvenuto l’ingresso dell’abitazione. L’edificio è costruito in tecnica pseudo – velina, vale a dire in una tecnica molto simile a quella utilizzata per l’edificazione dei complessi presenti a Velia e definita comunemente a scacchiera. Tale tecnica consiste nel disporre due lastre di arenaria distanziate tra loro, in modo da lasciare un riquadro libero nel quale sono inseriti blocchi di dimensioni minori. L’abitazione presenta una serie di ambienti disposti sia a nord che a sud dell’ingresso posto sul versante occidentale. Nel versante settentrionale, infatti, si sono riportati alla luce tre ambienti uno dei quali, precisamente l’ambiente centrale, misura 7 x 5 m. Nel versante meridionale si sono rinvenuti ambienti di dimensioni minori che potrebbero costituire, viste le esigue dimensioni, vani residenziali. Sul lato sud – occidentale del Complesso A, separato da questo da un grosso muro in pietra non squadrata, si è rinvenuto il Complesso C di cui si sono documentati soltanto due ambienti divisi da un muro interno: il primo, posto all’estremità occidentale, è caratterizzato dalla presenza di un piano pavimentale basolato; il secondo, posto all’estremità orientale, presenta al centro un riquadro regolare che ha permesso di ipotizzare la presenza di un piano pavimentale in tegole o basoli di arenaria successivamente spoliato. Un altro nucleo insediativo sembra essere localizzato in corrispondenza dell’attuale accesso al pianoro; infatti in tale area si sono rinvenute, durante la campagna di scavo del 2000, strutture murarie che documentano la presenza di un complesso abitativo. Il Complesso B è posto a valle del Complesso A ad una distanza di circa 300 m. Tale edificio è a pianta rettangolare allungata e presenta orientamento E – O. L’edificio presenta sul versante settentrionale un muro di terrazzamento separato dal muro perimetrale del complesso da un corridoio largo circa 1 m. Lungo il muro perimetrale si sono individuati almeno tre ambienti di cui uno destinato a cucina, considerato il rinvenimento di un banco di pietra con tracce di bruciato. In questo edificio, come si è già accennato, sono state rinvenute 18 monete d’argento di zecca magno – greca, databili tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C.. L’abitato fu abbandonato nel III secolo a.C., epoca in cui tutto il territorio ricadente nel Golfo di Policastro fu conquistato dai Romani. Probabilmente nei pressi dell’abitato lucano si impiantano ville rustiche ma tale ipotesi va documentata attraverso un’ approfondita indagine archeologica. La necropoli. Sul versante nord – ovest dell’abitato, in località Citera, si è rinvenuta parte della probabile necropoli del centro indigeno. In tale località si è riportata alla luce una tomba a camera al cui interno si è rinvenuto parte del corredo costituito da frammenti di vasi a vernice nera e da un balsamario che permettono di datarla tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.

Nel ‘356 a.C., i Bretti conquistarono Terina e di Skidros

Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Infatti, il Pais, a p. 598, riguardo i Bruzi, in proposito scriveva che: “Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Sempre riguardo i Bretti, o Bruzii, il Pais, a p. 598 scriveva pure che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il  passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Ecco, non sappiamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 282, nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale;……la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros.

Nel VII sec. d.C., il culto di San Michele alle falde del Monte Bulgheria e nel Vallo di Diano

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi. Caselle in Pittari è situato sulla dorsale del Monte Pittari anche noto come “San Michele” per la presenza di una grotta consacrata all’Arcangelo. Dal paese un agevole sentiero conduce alla sommità del monte e in breve tempo si raggiunge il luogo dedicato al culto del Santo. La popolazione locale celebra la ricorrenza del suo santo patrono in due momenti dell’anno: l’8 Maggio e il 29 Settembre. In entrambi i casi ci si reca in devoto pellegrinaggio alla grotta e i festeggiamenti proseguono con la processione che attraversa il centro abitato. Culminano l’8 Maggio i festeggiamenti in onore dell’Arcangelo Michele a Caselle in Pittari. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I  parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica ecc…”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124)“. Sempre il Campagna, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel vol. I, a p. 646 ci parla di Caselle e a p. 647 ci parla di Caselle in Pittari. Ebner a p. 648 scriveva che: “Il Gatta colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”.

Il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo del popolo germanico, avvenuta dopo il loro stanziamento in Italia (568) e completata durante il regno di Cuniperto (688-700). I Longobardi riservarono una particolare venerazione all’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino. All’arcangelo i Longobardi dedicarono diversi edifici religiosi in tutta Italia; in particolare, nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla loro conquista del Gargano (VII secolo). La devozione all’arcangelo rimase tra le più sentite durante l’intero regno longobardo, accanto a quelle di Giovanni Battista, del Salvatore e, in misura minore, di un altro santo “guerriero”, san Giorgio. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo dall’arianesimo e dal paganesimo che professavano al momento del loro ingresso in Italia fu un processo graduale, che occupò tutto il VII secolo e che si accompagnò a divisioni politiche e ideali all’interno della gens Langobardorum. L’opera di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda (589-626) e si appoggiò all’opera del missionario irlandese Colombano di Bobbio. Il culto micaelico si sviluppò quindi entro un contesto di religiosità arcaica, presso la quale trovava terreno particolarmente fertile la venerazione dei santi, percepiti come affini alle divinità di ascendenza norrena della tradizione più antica del popolo. In Michele, l’angelo che difende spada in pugno la fede in Dio contro le orde di Satana, i Longobardi riconobbero in particolare le virtù di Odino, dio della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri avvertito come particolarmente vicino ai Longobardi fin dal loro mito delle origini. Epicentro del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo; l’arcangelo guerriero fu presto considerato il santo patrono dell’intero popolo. Dall’epicentro garganico il culto micaelico fu diffuso nella parte settentrionale del regno (Langobardia Maior) da re Grimoaldo (662-671) che, pur essendo originario del ducato del Friuli, nel 651 era divenuto duca di Benevento. L’Historia Langobardorum annota una visione nella quale l’arcangelo, insieme a san Giovanni Battista e a san Pietro, apparve a un eremita al quale si era rivolto l’imperatore bizantino Costante II, che era sbarcato in Italia con l’intenzione di ristrapparla ai Longobardi. La profezia, ideata all’interno della tradizione agiografica beneventana (VIII secolo) e recepita da Paolo Diacono, consigliava l’imperatore di desistere dal suo tentativo, poiché la grande devozione manifestata dai Longobardi garantiva loro l’appoggio divino; Costante era stato infatti sconfitto da Grimoaldo nel 663. Il santuario di San Michele Arcangelo fu oggetto del mecenatismo monumentale sia dei duchi di Benevento, sia dei re installati a Pavia, che promossero numerosi interventi di ristrutturazione per facilitare l’accesso alla grotta dove, secondo la tradizione, l’arcangelo era apparso la prima volta (V secolo) e per alloggiare i pellegrini. San Michele Arcangelo divenne così una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa della Via Francigena; dopo la caduta del regno longobardo (774) il santuario, divenuto il principale centro del culto micaelico dell’Occidente, conservò la propria importante funzione all’interno della Langobardia Minor, sempre nell’ambito del ducato del Benevento che in quello stesso 774 si elevò, per iniziativa di Arechi II, al rango di principato; quando anche Benevento cadde, nel corso dell’XI secolo, di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini, che si legarono a loro volta al culto micaelico e intervennero ulteriormente sulla struttura del santuario, modificandone la parte superiore e arricchendolo di nuovi apparati decorativi. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 14 parlando della conquista Longobarda, in proposito scriveva che: Con le sue schiere, permeate del paganesimo nordico di Wotan (Odino)(24) e delle Walkirie e armate di lunghe scuri (‘barde’), Zottone passava (571-591) anche per questi paesi completamente privi di difesa (25). Non incontrando resistenza, il duca poteva raggiungere con una certa speditezza la Valle del Crati, ovunque infierendo ecc…”. Ebner a p. 14 nella sua nota (24) postillava che: “(24) I Longobardi identificarono poi il loro Wotan nel guerriero arcangelo Michele, al quale elevarono chiese sui colli per “dissacrare” i luoghi del culto pagano. V. N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9.”. Si tratta di Nicola Cilento (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 30-31, vol. I  parlando dei Longobardi nel Ducato di Benevento, in proposito scriveva che: “Il più antico documento cavense, che i compilatori del ‘Codex’ fanno risalire al 792 e Scandone al 651, attesta comunque che i longobardi fin verso la metà del VII secolo erano comunque idolatri. Lo sculdascio Loperto infatti faceva precedere alla sua firma, attestante lo svolgersi ‘ope legis’ delle varie fasi della stipula, il simbolo pagano del triangolo. Il vescovo di Benevento S. Barbato (668-683), fece estirpare dai recessi del locale ‘palatium’ la vipera d’oro adorata dai longobardi e il culto votivo dell'”albero sacro” a Wotan, venerato fuori le mura della città. In questa opera missionaria il vescovo fu aiutato da Teodorada (64), di origine friulana e moglie del duca Romualdo I (671-687), con il cui contributo avviò anche la costruzione del santuario di S. Michele sul Gargano, assimilato dai longobardi al loro Wotan e perciò assai venerato.”. L’Ebner a p. ….., nella sua nota (….) postillava che: “(….) “. Stessa notizia ci dava l’Ebner nel suo “Economia e Società nel Cilento Medioevale”, a p. 28 e, nella sua nota (122) postillava che: “(124) Anche Romolado (647-662) insediò una colonia di bulgari tra Isernia e Bovino”, richiamadosi anche alla presenza dei Bulgari nella nostra regione. Adriano Caffaro (….), nel suo “Eremitismo e monachesimo nl Salernitano”, a p. 19 è molto più esplicito scrivendo che: “3) Un altro elemento da tener presente è il culto angelico (11) vivo nella tradizione storica popolare e ricondotto alle grotte. Soprattutto, ma non soltanto, a quelle che penetrano nelle profondità della terra ed evocano superstiziosi timori di demoni o altri esseri infernali, che possono minacciare la comunità. In genere le grotte ed i santuari rupestri sono dedicati a S. Michele, con una santificazione dell’arcangelo che com’è noto sconfisse il diavolo. Insediamenti micaelici in grotte sono diffusi in Italia meridionale, ma risultano molto frequenti proprio in Campania. Tra gli esempi di grotte connesse al culto angelico e dedicati a S. Michele Arcangelo, il caso più importante quello di Olevano sul Tusciano, meta di pellegrinaggi già nell’867-70, quando il monaco Bernardo, di ritorno dalla Terra Santa, vi si recò attirato dalla fama di santità del luogo. Il culto dell’Angelo doveva essere particolarmente diffuso a livello popolare e verosimilmente era accettato e probabilmente incoraggiato dalle autorità ecclesiastiche e dalle comunità conventuali……nei casi di S. Michele alle Grottelle e di S. Angelo a Fasanella ecc..”. Caffaro a p. 19-20, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Di buon rilievo fu l’intervento di C.D. Fonseca al Convegno tenuto a Monte Sant’Angelo il 18 (18-21) novembre 1992 sul ‘Culto micaelico ed insediamenti rupestri nell’Italia Meridionale’. La relazione non è stata pubblicata, ma per questo problema v. gli Atti del Convegno, ‘Culto e insediamenti micaelici nell’Italia Meridionale fra anichità e medioevo, a cura di C. Carletti e G. Otranto, Bari, 1994.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5). A Caselle questo culto venne praticato sul monte San Michele o Pìttari o Pietroso, in due grotte distanti qualche metro l’una dall’altra: quella di San Michele, più grande, e quella dell’Angelo, più piccola, ambedue inoltrantisi nelle viscere della montagna per lacune decine di metri, tra cunicoli, gallerie e pozze d’acqua. Il complesso criptologico di San Michele offrì sicuro rifugio a schiere di monaci italo-greci, i quali rafforzarono, nelle popolazioni, la devozione all’Arcangelo Michele, che diventò la divinità tutelare del luogo, dominatore assoluto delle forze della natura (6).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (6), postillava che: “(6) B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963”Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…) parlando di Caselle in Pittari e della Baronia “ecclesiastica” di Rofrano, da cui questo piccolo centro dipendeva in epoca medioevale, in proposito scriveva che: “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 249 dopo aver detto di Praja a Mare e di S. Venere parlando di Maratea, scriveva che: “Il santuario della dea, posto a 622 metri sul livello del mare, e le abitazioni annesse per i sacerdoti addetti ai “sacra” costituirono certamente organizzazione religiosa avanzata, la quale da molto tempo aveva sostituito forme primordiali di feticismo autoctono, praticato nella Grotta di S. Angelo. E le grotte, di S. Angelo o di S. Michele, quelle di S. Vito sotto il Carpineto (21), offrirono sicuro riparo ai monaci basiliani, la cui diaspora verso l’Occidente bizantino fu determinata dalle invasioni persiane di Cosroe II, sotto l’Impero di Eraclio, 610-640.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Abatemarco, le cui rovine si ergono sulla sommità di una rupe ad 82 metri sul livello del mare, sulla destra del fiume omonimo, è noto nella zona anche col nome di “Casalini di S. Michele”. Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna a p. 83, nlla sua nota (16) postillava: “(16) Dall’arcangelo Michele traggono il toponimo Serra Bonangelo, torrente S. Angelo e contrada S. Angelo di Grisolia.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”,  vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.

Una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano parla di Lagonegro: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) ‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Giuseppe Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I- I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

Nel VII sec. d.C., il culto dell’Arcangelo Michele nel basso Cilento Statua di S. Michele (Fig….) S. Michele Arcangelo – statuina a Caselle in Pittari di probabile epoca Aragonese Caselle in Pittari (Fig…) Caselle in Pittari – S. Michele Arcangelo – scultura in pietra d’epoca medievale 20140202232700 (Fig…) Caselle in Pittari – agiografia dipinta ad afresco in una delle due grotte

I Principati Longobardi di Salerno, i Ducati di Puglia e di Calabria, i Saraceni, i Bizantini

Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tmpo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Poi il Bozza accenna per l’anno 1016 accenna all’episodio dei pellegrini Normanni che liberarono Salerno dall’assedio dei Saraceni. Era questa l’epoca di Guaimario III° Principe Longobardo di Salerno. Dunque alla fine del X e inizi del XI secolo (anno 1000). Il Bozza, continuando il suo racconto a p. 355, vol. I, per gli anni dopo il 1021 cita Guaimario IV°, Principe Longobardo di Salerno che assolda i Normanni Guglielmo, Drogone ed Umfredo (i tre figli di Tancredi d’Altavilla) e con il loro aiuto conquista Amalfi e gran parte della Calabria assumendone il titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Gli stessi fratelli d’Altavilla, vengono assoldati dall’Impero Greco, sotto gli ordini del Catapano Giorgio Maniace, e riportano grandi vittorie contro i Saraceni.

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi).

Guaimario III, Principe longobardo di Salerno

Costantino Gatta (…), riferiva di un Monastero a Caselle in Pittari fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, fu proposta dal Beltrano e poi dal Gatta. Ma sulla notizia di una fondazione e di una donazione fatta dal Pincipe Guaimario III nel 1106 sussistono dei dubbi in quanto questo Principe di Salerno morì nel 1027. Chi era il principe longobardo Guaimario III. Chi era il Principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta (…) ?. Era un Principe Longobardo di Salerno. Da Wikipidia leggiamo che Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Durante il suo regno, Salerno entrò in una fase di grande splendore, testimoniato dall’iscrizione Opulenta Salernum incisa sulle monete del tempo. A lui si deve la riduzione a vassalli del Principato di Salerno delle città di Amalfi, Gaeta e Sorrento e l’annessione di molti dei possedimenti bizantini in Puglia e Calabria. Figlio secondogenito di Giovanni II, associato al trono dal padre nel 989 dopo la morte del primogenito Guido, già co-reggente con Giovanni II dal 984 al 988. Nel 994 (secondo alcuni nel 998 o 999) il principe Giovanni morì e Guaimario assurse al rango di unico sovrano. Nel 999, durante una sosta nel porto di Salerno di una banda di pellegrini normanni di ritorno da Gerusalemme, la città fu attaccata dai pirati saraceni. I Salernitani, spaventati, non diedero battaglia agli invasori, mentre i normanni si lanciarono spavaldamente contro il nemico. Il loro coraggio fu da sprone ai Salernitani, che si unirono alla battaglia e sventarono la minaccia musulmana. Guaimario offrì subito numerosi incentivi ai normanni affinché restassero a Salerno, ma questi rifiutarono e fecero ritorno in Francia, promettendo di diffondere la voce che il sud Italia aveva necessità di uomini pronti a combattere contro i saraceni. Come capo di un dominio longobardo indipendente nel Mezzogiorno, Guaimario appoggiò le lotte d’indipendenza del longobardo Melo di Bari, che riparò presso di lui dopo la sconfitta subita nel 1011. Nominalmente, Guaimario era vassallo dell’imperatore Enrico II, ma dopo la sconfitta subita dagli insorti baresi a Canne nel 1018 passò segretamente dalla parte dell’imperatore bizantino Basilio II. Alla morte di Enrico, nel 1024, Guaimario inviò un’ambasciata presso il nuovo imperatore Corrado II per implorare la liberazione del cognato Pandolfo IV di Capua, il Lupo degli Abruzzi. Corrado, mostrando tutta la sua ingenuità, acconsentì. Il Lupo pose immediatamente d’assedio la sua antica capitale, Capua, di cui un tempo era stato principe. Un’impresa nella quale ottenne il supporto di Guaimario e dei normanni guidati da Rainulfo Drengot e il catapano d’Italia. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Poi il Bozza accenna per l’anno 1016 accenna all’episodio dei pellegrini Normanni che liberarono Salerno dall’assedio dei Saraceni. Era questa l’epoca di Guaimario III Principe Longobardo di Salerno. Dunque alla fine del X e inizi del XI secolo (anno 1000). Il Bozza, continuando il suo racconto a p. 355, vol. I, per gli anni dopo il 1021 cita Guaimario IV, Principe Longobardo di Salerno che assolda i Normanni Guglielmo, Drogone ed Umfredo (i tre figli di Tancredi d’Altavilla) e con il loro aiuto conquista Amalfi e gran parte della Calabria assumendone il titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Gli stessi fratelli d’Altavilla, vengono assoldati dall’Impero Greco, sotto gli ordini del Catapano Giorgio Maniace, e riportano grandi vittorie contro i Saraceni. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Fusco (…), in proposito ai Principi di Salerno della stirpe Longobarda dei Guaimario, in proposito a p….. continuava a scrivere che: “E’ risaputo infatti che i Guaimario del ‘Sacrum Palatiumsalernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde  presenti nel territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74).”. Il Fusco a p. 88, nella sua nota (72) postillava che: “(72) P. Ebner, Economia e società, vol. I, p. 33”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. Cesare D’Engenio Caracciolo (…), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive Domenico Martire (…), quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

D'Engenio, p. 46

Il Martire sulla scorta dell’Engenio dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

Engenio, p. 56

(Fig….) Cesare D’Engenio Caracciolo (…), op. cit., p. 56

La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nel 1045, le concessioni del principe longobardo Guaimario IV (V) alla chiesa di Rofrano

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Giovanna Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Esaminiamo ciò che scrive la Falcone. La studiosa, cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal prinicipe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  La notizia della concessione del principe Guaimario V, viene da Pietro Ebner (…). L’Ebner (…), scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (….). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò da Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b. (Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. Mai A., p. 530 (Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533 Nel 1067, ‘Caselle’ nella ‘Bolla di Alfano I

La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

IMG_5763 - Copia

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I°, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I° conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I° ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I° ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I° questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

IMG_4278

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

IMG_4628 - Copia (Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178 (Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”. Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando. Il Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 220, in proposito a Matteo Scullando scriveva che: “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella ecc..ecc…Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Secondo il Cappelli (…), nell’antica pergamena è scritto che Matteo Scullando fece retaurare la chiesa di S. Michele Arcangelo e vi aggiunse uno spizio. Ma il Cappelli (…), non si riferiva ad una chiesa sopra il monte di Caselle ma sopra il monte di Aieta. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco però non parla di Matteo Scullando, forse non aveva letto il Cappelli. Matteo Scullando era senza dubbio un personaggio Normanno. Su Matteo e gli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220 scriveva che: “Il monte su cui sorgeva la primitiva Ajeta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia ………………………. appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine Calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Sempre sugli Scullando ad Aieta ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere“. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina“, op. cit.”. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..”. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130. Quest’Ordine religioso-militare si è coperto di gloria nei secoli XII e XIII nelle lotte contro i Turchi. Costretto a lasciare Gerusalemme, ricaduta nelle mani dei Musulmani, si trasferì a Rodi, da dove partecipò alla difesa dei luoghi santi, rimasti a Malta, dove stette fino a che non fu sloggiato da Napoleone Bonaparte. Di qui il nome odierno di ‘Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta’, subentrato a quello primitivo medievale di ‘Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano’. Nel Medioevo essao ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende, Priorati, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’, o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”. Sui cavalieri Giovanniti ha scritto Antonella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri – San Mauro la Bruca e Rodio”. Da Wikipedia leggiamo che il nome del capoluogo San Mauro La Bruca deriva da quello del suo Santo protettore, l’abate Mauro che visse al tempo di San Benedetto e fu suo discepolo a Subiaco. Sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. S. Mauro La Bruca e Rodio dal 1200 erano possedimenti dell’Ordine Giovannita, detto poi di Malta, e proprio grazie alla presenza stabile dei Cavalieri i due nuclei rurali si aggregarono fino a diventare città. La scoperta è di una ricercatrice del Cnr di Roma che ha rinvenuto nella National Library of Malta un manoscritto del 1626 e, all’interno di esso, due carte sciolte (acquerelli) datate al 1660 che raffigurano con dovizia di particolari i due paesi del Cilento. I risultati del lavoro di ricerca, che per la prima volta include nell’elenco ufficiale dei possedimenti dell’Ordine questi due centri, sono confluiti nel volume Le città dei cavalieri della dottoressa Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca di storia medievale del Cnr e responsabile del progetto internazionale “Territorio e insediamento in Europa e nel Mediterraneo” (in cui rientra lo studio dedicato agli ordini cavallereschi). La scoperta della dottoressa Antonella Pellettieri include a pieno titolo i due centri tra i possedimenti dell’Ordine, legandoli inscindibilmente alla storia dei Cavalieri Giovanniti che lottavano per liberare il Santo Sepolcro, ma avevano come missione anche la cura dei malati, l’assistenza ai poveri e l’aiuto ai pellegrini. Dai possedimenti più lontani dalle vie di comunicazione per Gerusalemme traevano derrate alimentari e rendite che servivano a finanziare la loro opera e la guerra santa. E questo doveva essere il ruolo anche di Rodio, la cui denominazione richiama l’isola di Rodi, sede dell’ordine, e S. Mauro La Bruca, il cui stemma comunale è identico a quello dei cavalieri di Malta. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 32 scriveva pure che: “La crisi dell’Ordine Benedettino causò la decadenza di molti monasteri e borghi nati intorno ad essi: successe, inoltre, in molti casi che parte di questi possedimenti passarono all’Ordine giovannita (5). La politica papale di recupero dei grandi insediamenti benedettini segnato da un profondo stato di crisi e, sovente di abbandono, portò la Santa Sede ad optare per il passaggio di alcuni monasteri agli Ospedalieri, operazione che, al tempo stesso, forniva nuova linfa finanziaria all’Ordine di San Giovanni.”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Pellettieri, I Giovanniti nell’Italia Meridionale, cit., pp. 67-91”. Nel testo citato, Maria Rosaria Salerno (….), a p. 21, in proposito scriveva che: “Il territorio dell’odierna Campania ospitò un cospicuo numero di fondazioni o, in generale, possedimenti, gravitanti e dipendenti dalla sede priorale di Capua, uno dei due priorati – l’altro di Barletta del Mezzogiorno d’Italia peninsulare (2). Stando alla documentazione finora reperita, anche il montuoso e poco abitato territorio del Cilento e Vallo di Diano fu sede di un discreto numero di ‘domus’ e possedimenti dell’Ordine (3).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Sul territorio oggetto di studio si veda ‘Storia del Vallo di Diano: età medievale’, a cura di Nicola Cilento, Salerno, 1982; Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 1979.”. La Salerno, a p. 21, scriveva pure che: “Il nostro punto di partenza, per illustrare quanto sinora documentato, è l’inchiesta sul patrimonio degli Ospedalieri voluta da papa Gregorio XI nel 1373 al fine di riformare l’Ordine e per valutare un suo possibile contributo alla crociata che intendeva organizzare (4).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il papa intendeva conoscere l’entità dei possedimenti giovanniti attraverso processi verbali condotti dai vescovi, ognuno nella propria diocesi, ma sono pervenuto soltanto sessantaquattro inchieste; Cfr. A. LUTTRELL, Introduction général, in Lenquete pontifical de 1373 sur l’hordre des Hospitaliers de Saint-Jean de Jérusalem, vol. I, ecc..”.

Nell’IX secolo, Guaimario III e la grotta dell’Arcangelo San Michele a Caselle in Pittari

Caselle in Pittari

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..l’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante.”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato, delle quali sacre spelonche, per far cosa grata al leggitore, volentieri prendo la briga di farne parola, e darò principio a favellare pria della sacra Grotta di Caselle per esser da quì non guari discosta. Ergesi tra le Terre di Casella, è Morgerati nella Diocesi di Policastro, un monte d’uno miglio in circa d’altezza, chiamato dal volgo Pittari, over Pietraro, nome veramente adequato poichè non conserva altro di fregio, che orribilissime balze e Rupi, all’intutto inaccessibili, dove solo l’arte industriosa, hà potuto vincere l’asprezza della natura, coll’intagliarvi a forza d’Iscalpelli, qualche picciol sentiero; nel mezzo dunque di questo monte, verso oriente, vedesi una spelonca, che senza mensogna può stimarsi una delle meraviglie di questo Regno, e forse di tutt’Italia concavandosi il monte più di mezzo miglio al di dentro, con artificio tale prodotto ivi dalla natura, che distinta si vede, in Chiesa, in Choro, & in Sala, & in inestricabili laberinti, e non essendo la persona più che prattica e con quantità d’accesi doppieri, non potervi senza evidente rischio di rimanervi intrigato camminarvi sicuro. Ivi fonti di freschissime e limpidissime acque si veggono, s’odono passaggi di rapidissimi fiumi, che echeggiando per quelle oscure Caverne apportano un certo divoto orrore, e non sò di che meraviglioso spavento. In questa grotta dicesi per accettata tradizione esservi apparso il glorioso Arcangelo S. Michele, al di cui onore consagrata scernesi non men la grotta che un decente altare sopra del quale vedesi collocata dentro una cassa di legno la Statua del sudetto Campione del Paradiso scolpita all’antica, e di fattura più dozzinale che altro, accanto della suddetta cassa nel corno destro dell’Altare, vedesi in una pietra alta da palmi trè in circa, e larga da palmi due, effigiata à basso rilievo, l’immagine del medesimo Principe, intorno della quale sgorgonsi alcuni Caratteri greci, indizii manifesti della dilei antichità. Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Nel 1101 o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.

Nel 1111, le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127.

Nel 1111, le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa (Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Nel 1106, il principe longobardo Guaimario III istituì un ‘Ius patronato’ e fondò il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Sant’Angelo di Pitraro”

Andrebbe ulteriormente indagata l’interessante notizia secondo cui agli inizi dell’XI secolo (anno 1106 secondo il Gatta), il Principe longobardo Guaimario III donò “l’Abbazia di Sant’Angelo” a Caselle in Pittari, oggi diruta, ai monaci benedettini, forse dei monaci dipendenti dall’Abbazia benedettina “Cassinese” della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA……..vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; ….Ecc…”. Dunque, il primo a darci la notizia è Cesare D’Engenio Caracciolo. Egli scrive che nel 1106, il Principe Longobardo di Salerno Guaimario istituì a Caselle in Pittari un Ius patronato sotto il titolo di “S. Angelo di Pitraro”. Il D’Engenio, scriveva pure che in questo posto era tradizione fosse apparso l’Arcangelo Michele venerato nel Gargano. Egli scrive pure che “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135 (Fig…) D’Engenio Caracciolo Eugenio e Beltrano, pp. 134-135 e s.

Nel 1644, poco prima del D’Engenio, Ottavio Beltrano (….), nel suo “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie”, Napoli, per Roberto Mollo, 2, a p. 158, in proposito di Caselle aveva scritto che:

Beltrano, caselle, p. 158

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 158 (I edizione del 1644)

“dalla marina di Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymano nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Dunque, il Beltrano, parlando di Caselle riporta la stessa notizia (commettendo l’errore nella sua prima edizione di scrivere anno 1406, poi in seguito corretto nella sua seconda edizione in anno 1106). Beltrano riportava la stessa notizia del D’Engenio Caracciolo. La notizia era che nell’anno 1106, il Principe longobardo di Salerno Guaimario (poi dal Gatta specificato in Guaimario III) avesse istituito a Caselle un vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymario nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; ecc…”. Beltrano scriveva pure che: “la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Più tardi, nel 17…. sarà Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania” scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, nel ………, Parte III, Cap. VI, a pp. 309-310 e s. che, corregge alcune cose scritte dal padre Costantino e dice che: Confina con detta Terra di ‘Sanza’, ‘Casella’ popolazione fabbricata su l’erto di un Colle, che s’innalza dalla profondità di una Valle circondata di Monti e Poggi, colme di Mirteti e di altre Selve: Ella benchè sia picciola Terra, può nondimeno competere cò migliori Paesi di questa Provincia, o se riguardasi la clemenza dell’aria, o la bontà dè Vini e saporiti Frutti, ecc…Ma qualch’è più ragguardevole in detta Contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III. Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della Sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento in circa, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata (a). Ecc…”. Giuseppe Gatta (…), nella sua nota (a) di p. 309, parte III, cap. VI postillava che: “(a) Viene rapportata parimenti dall’eruditissimo F. Tommaso-Maria Alfani ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo nella Par. III. Cap. I di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX.”.

Gatta, Memorie, p. 309, su Caselle

Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, nel ………, Parte III, Cap. VI, a pp. 309, in proposito scriveva che: “…..come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata (a). Ecc…”. Infatti, Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a p. 69, in proposito scriveva che: “Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Gatta, Lucania illus, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Giuseppe Gatta (…), nella sua nota (a) di p. 309, parte III, cap. VI postillava che: “(a) Viene rapportata parimenti dall’eruditissimo F. Tommaso-Maria Alfani ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo nella Par. III. Cap. I di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX.”. Dunque, il figlio di Costantino Gatta, Giuseppe citava Tommaso Maria Alfani (….) ed il suo ‘nel suo Libro col titolo di Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo“. Egli scrive che ha fatto parola di questo testo nella Parte III, Cap. I del suo “Memorie istorico-topografiche della Lucania”. Giuseppe Gatta (…), nelle sue “Memorie etc…” postillava e citava il testo di Tommaso Maria Alfani (…), nel suo “Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che si trova nella Parte III, Cap. I e scrive di quale Opera Noi abbiamo fatto parola nella Part. I di queste Memorie a Cap. IX”. Dunque vediamo cosa scriveva Giuseppe Gatta nel suo Cap. IX, Parte I delle sue “Memorie etc..”.  Giuseppe Gatta, nella parte I, cap. IX, in proposito al testo di Tommaso Maria Alfani (…), scriveva a p. 74 che: “Di tal Santuario di S. Michele se ne fa parimenti onorata memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce’. Dove con nuovo argomento si fa vedere e l’Essere e la Potenza di questo S. Arcangiolo: e l’Autore è il Reverendissimo P. F. ‘Tommaso-Maria Alfani’ dè Predicatori Teologo di S.M.C. e C., che ecc…Di questo celebre Padre se ne farà parola nella Parte III. di questo libro, nelle ‘memorie della Città di Salerno’.”. A molta somiglianza a questo Sacro Eremo il Santuario eretto sul monte Gauro, pure consacrato alle Glorie di S. Michele, ecc…”. Dunque Giuseppe Gatta dice di parlare di Tommaso Maria Alfani quando parla della città di Salerno nel suo cap. III. Sul sito della Treccani on line leggiamo che Tommaso Maria Alfani (…), a Napoli nel 1731, diede alle stampe il testo “Il celeste principato di san Michele arcangelo come signifero della croce, potente in tutte le nostre occorrenze, con un’appendice de’ varî modi di venerarlo contro il tremuoto e le tempeste”, di cui purtroppo non sono riuscito a trovare la copia digitalizzata. Tommaso Maria Alfani (….) era del SS. Ordine dei PP. Predicatori e teologo. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Sulla notizia riportata dal Gatta che poneva la fondazione donazione dell’Abbazia benedettina a Caselle in Pittari da parte del Principe Longobardo Guaimario III, ovvero all’anno 1106, a cui il Gatta fa risalire, il Fusco pone dei seri dubbi sul fatto che si trattasse di Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “(70) …..Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata in quanto fa osservare che non poteva essere stata fatta nell’anno 1106 come scriveva Costantino Gatta (…), nella sua “La Lucania illustrata”, p. 69, ma il Fusco scrive che “verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’:”, ovvero il Fusco riporta il passo delle “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, Giuseppe, dove nella Parte III, cap. VI, a p. 309 scriveva che: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel vol. I, a p. 646 ci parla di Caselle e a p. 647 ci parla di Caselle in Pittari. Ebner a p. 648 scriveva che: “Il Gatta colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”. Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. L’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità d’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Felice Fusco (….), nel 1966, nel suo Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 88 nella sua nota (70) fa notare che il Gatta: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Sulla notizia riportata dal Gatta che poneva la fondazione donazione dell’Abbazia benedettina a Caselle in Pittari da parte del Principe Longobardo Guaimario III°, ovvero all’anno 1106, a cui il Gatta fa risalire, il Fusco pone dei seri dubbi sul fatto che si trattasse di Guaimario III°. Il Fusco (…), nella sua nota (70), scriveva che: “(70) …..Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata in quanto fa osservare che non poteva essere stata fatta nell’anno 1106 come scriveva Costantino Gatta (…), nella sua “La Lucania illustrata”, p. 69, ma il Fusco scrive che “verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’:”, ovvero il Fusco riporta il passo delle “Memorie istorico-topografiche della Lucania”, scritto postumo del figlio di Gatta, dove a p. 308 scriveva che: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”. Il Fusco notava l’evidente errore di Costantino Gatta a causa di un altro scrittore da cui il Gatta aveva tratto la notizia su Caselle, Ottavio Beltrano. Secondo il Fusco, l’atto di fondazione dell’Abbazia di Caselle donata dal Principe Guaimario, non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta).

Nel 1106, Guaimario III fondò l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Pitraro

Oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro, a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. L’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità d’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Il Fusco (…), sulla scorta di Giuseppe figlio di Costantino Gatta (…) nella sua nota (70), scriveva che: “…..ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70) Ecc…”. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966)…………..la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Il Fusco citava Ottavio Beltrano (…), da cui trasse alcune notizie il Gatta. Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Ecc…”. L’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pitraro di cui ancora il Beltrano nel 1671 vedeva i ruderi. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Infatti, Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a p. 69, in proposito scriveva che: “Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.

Gatta, Lucania illus, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Il figlio di Costantino, Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Aragonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo….era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio.  I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Araonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo…era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza.

Nel 1116, le donazioni di Guglielmo I d’Altavilla (duca di Puglia), figlio di Ruggero Borsa

Il Duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.

Nel 1131, la grangia dell’Abbazia di Sant’Angelo a Caselle in Pittari era una delle tanti dipendenze dell’Abbazia di Rofrano, poi diventata dipendenza dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “…..sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Grazie alle concessioni di Ruggero II, dal 1131 in poi, questa badia era diventata un grande feudo, con il diritto di amministrare anche la giustizia. Il riconoscimento ufficiale non è l’atto di nascita del cenobio, ma è un attestato pubblico di autorità da parte dei Normanni. Quella dell’abbate di Rofrano arrivava all’incirca alle soglie di Policastro, dove possedeva una grancia detta di S. Matteo, comprendeva una parte del territorio che oggi ricade in comune di Morigerati e la grotta, famosa, di S. Michele dove alcuni storici sostengono che sia vissuto il grande S. Nilo di Rossano, un’altra parte del territorio comunale ricadeva invece sotto la giurisdizione di Policastro. Ecc..”. La grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.  Felice Fusco (….) a p. 45, in proposito scriveva che: “La dipendenza  della Terra’ di ‘Caselladall’………………..(egùmenos, abate) del cenobio e della Chiesa di Santa Maria ‘Odhijitria’ (che guida il cammino; poi di Grottaferrata) di ‘Rofranum’ doveva durare ormai da vari decenni se si pensa che col ‘Diploma (100 = del 1131 Ruggero II (primo re Normanno del ‘Regnum Siciliae’) confermava possedimenti (ben undici ‘grance (101) sparse nel vallo di Diano e nel Cilento meridionale) e privilegi (libertà di pascolo, esenzione della giustizia) ià assicurati precedentemente dal cugino (102) e dal figlio di questi, Guglielmo (103). Non solo. Forse la dipendenza dal cenobio rofranese era la conseguenza d’un legame antico: un vincolo non precisabile che un tempo aveva unitto i monaci italo-greci fondatori, nell’Alto Medioevo, del cenobio di Rofrano Vetere (104) e gli anacoreti del complesso criptologico del San Michele. Dunque, secondo il Fusco, la ‘Terra di ‘Casella’ doveva dipendere dalla Baronia Ecclesiastica della Chiesa di Rofrano e dal suo Abate già da molto tempo anzi, il Fusco aggiunge che forse era ancora più antica. Secondo il Fusco, la dipendenza della terra di Casella alla chiesa di Rofrano, risaliva ai tempi delle unioni di monasteri italogreci ai tempi di San Saba e San Nilo. Felice Fusco, a p…., nella sua nota (101) postillava che: “(101) In questa nota, il Fusco elenca tutti i possedimenti elencati nel privilegio di re Ruggero II del 1131”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc... Dunque, anche Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Ma come possiamo vedere dal documento stesso da me pubblicato per la prima volta, il possedimento o la grangia di Casella non figura. Lo dice anche Gastone Breccia (….). Il Breccia (…), nel suo …………………………………….in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. La terra di Casella figura solo molto più tardi nel ‘Catalogus Baronum’, e dunque, non si può affermare che una grangia o la stessa Terra di ‘Casella’ dipendesse dalla Baronia ecclesiastica di Rofrano. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, ce si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè dela vicina Terra di ‘Nechinaàni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Pertanto è del tutto da indagare l’ipotesi che la ‘Terra’ di ‘Casella’ dipendesse dalla chiesa di Rofrano e che questa ipotesi fosse legata alla donazione o fondazione di un monastero da parte di un Guaimario III o da successive donazioni fatte alla chiesa Rofranese da Guaimario IV o V o da Ruggero Borsa, di cui ho parlato in precedenza. Nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Costantino Gatta (…), nel suo “La Lucania illustrata”, che pubblicò nel 1723 per i tipi di Abrì e, dove riportò moltissime notizie tratte da un ‘Chronicon’ inedito scritto da frate Luca Mannelli (…), a cui ho ivi dedicato un mio saggio e pubblicato le pagine originali ed inedite. Il Gatta, ne scrive nelle pagine pp. 68-69-70: “Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa per pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa.”. Anche Pietro Ebner (…), a p. 648 del vol. I, scriveva la stessa cosa: “Il Gatta (3) colloca “Casella” colloca………..ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Dunque, anche Ebner (…), sulla scorta del Gatta, scriveva che l’antico Cenobio di Caselle, fatto costruire dal principe longobardo, era alle dipendenze della Sede Apostolica. Cos’è la Sede Apostolica e cosa voleva dire Ebner ?. Il Fusco, nella sua nota (70), segnalava che stessa cosa aveva scritto il Beltrano (…). Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis’, pubblicato nel 1671, dunque prima del Gatta e dell’Alfani (…), a p. 135, in proposito alla Terra di Caselle, scriveva che, nella: “….Terra di Casella…vi è ‘Ius Patronato’ istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dunque, Ottavio Beltrano, nel 1671, scriveva che la “Terra di Caselle”, vi era stato istituito lo “Ius Patronato” dal principe longobardo Guaimario III e che esso (lo ‘Ius Patronato‘) si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Quando scriveva Beltrano, nel 1671, la “Terra” di Caselle (come pure quella di Morigerati), appartenevano alla Baronia di Rofrano che a sua volta era alle dipendenze della Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, dipendente a sua volta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, dipendente a sua volta dalla Santa Sede Apostolica. Riguardo la Sede Apostolica da cui dipendeva il monastero benedettino o l’Abazia benedetina di Sant’Angelo a Caselle, cito ciò che scriveva nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, a p. 173, parlando della chiesa di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (…), in proposito scriveva che: “Il paese nuovo prese il nome dell’antico e si raggruppò intorno ad un cenobio di Basiliani situato presso la chiesa di Grottaferrata là dove ora torreggia il palazzo Baronale. E quivi accorsero pure gli abitanti di Fugento. Ruggero, primo Re di Sicilia, concesse la badia e il feudo di Rofrano a Leonzio abate basiliano nel 1131; ma il cenobio esisteva fin dalla seconda metà dell’XI secolo. Ma come ben dice il Ronzini, l’orma del sandalo basiliano impressa sul suolo di Rofrano fu cancellata dal tempo: ed oggi un mistero avvolge come la generazione così tutte le origini. La badia fu poi data in commenda al cardinal Gio. Colonna; ma ciò produsse la rovina dei commendati. Il feudo di Rofrano passò nel XV secolo ad Arcamone conte di Fondi, e poi a Gio. Carafa conte di Policasto, il quale spulse gli ultimi basiliani e fè costruire il Palazzo Baronale ecc..ecc…”. Dunque, il De Giorgi (…), sulla scorta del Ronsini (…), parlando di Rofrano, ci dice delle donazioni Normanne alla chiesa di Rofrano. Infatti, l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Caselle, era alle dipendenze dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano.

Reg.bess.4

(Fig…) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In castro Rofarani”.

Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

                                                       IN TENIMENTO MONTISSANI in tenimento Montisani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII (pagina c. 60r) conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia di Grottaferrata in “In tenimento Montissani”

Nel 1137 (?) o 1185 (?) Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

Elenco

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento a Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo saggio “L’Archivio e la ‘Grancia’ di S. Pietro de Tumusso (1131-1728)” (stà in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica”, pubblicato nel 2017 a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone), a p. 153, sulla scorta di Pietro Ebner (…), aggiungeva pure che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. La Falcone, a p. 153, nella sua nota (207) postillava che: “(207) P. Ebner, Economia e Società, cit., p. 227”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, come scriveva Ebner ed in seguito la Falcone “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185.”. La Falcone scriveva che Caselle in Pittari era una dipendenza dell’Abate-Barone di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano dipendente a sua volta dall’Abbazia del Tuscolano. L’Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Antonini, p. 388.PNG

Qui riporto ciò che scriveva Carmine Fimiani (….), nel suo ‘In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani’, pubblicato a Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150, dove parla del ‘Catalogus Baronum’ ed in particolare per i feudi o le Baronie del basso Cilento:

Fimiani Carmine

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.

Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..” Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) alle dirette dipendenze del Vescovo-Barone di Capaccio

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino

Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, il La Greca scriveva che il santuario (la grotta) di S. Michele Arcangelo e l’annesso “cenobio” a Caselle in Pittari, prima dell’anno 1142 era stato ceduto in possesso al Vescovo Barone della Diocesi di Capaccio e che, nel 1142, il cenobio posto sotto la grotta di S. Michele a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Già in passato ne aveva scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ecc…”. Ebner proseguendo, a p. 647 scriveva in proposito che: “Se il “castrum Caselle” menzionato nel ‘Liber inquisitionum’ (cit. p. 276) non è da riferire all’abitato (v.) sito nel distretto di Cilento, di cui è menzione nel documento del vescovo pestano del 1142, la prima notizia di Caselle è da cercare ecc…”. Dunque, in questo secondo passaggio, Ebner scrive chiaramente che, attraverso un documento del 1142 del vescovo “pestano” della Diocesi di Capaccio, si ha notizia del “castrum Caselle”, dove il Vescovo di Capaccio ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ebner citando il documento del vescovo di Capaccio scriveva che nel documento è detto che: “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”, ovvero che: “che è stato edificato nella diocesi del nostro vescovo nella foresta nera nel territorio in cui è chiamato. Ma, Pietro Ebner (…) scriveva che la notizia che nell’anno 1142 Caselle in Pittari fosse passato al Vescovo di Capaccio, non riguardava il casale di Caselle in Pittari. Pietro Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Ebner, a p. 646, nella nota (1) si riferiva a Domenico Antonio Ventimiglia. Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’, riportava il documento rappresentato. Il Ventimiglia scriveva in proposito che: “Il P. di Meo accennando una tal concessione fatta all’Abbate Simone, che governava il Monastero della Cava, non saprei come mai abbia potuto dire, che Enrico l’abbia indirizzata al ‘Monistero di S. Giorgio nella Lucania soggetto a’ Cavesi’ (b). Certo che di esso nella carta non è fatto alcun cenno, e solo ivi si parla di beni in S. Giorgio vicino S. Severino, che furono del Monastero della Cava egualmente cogli altri conceduti. Vi era poi in Acquavella la Chiesa di S. Michele Arcangelo, e questa, ‘et alias Ecclesias destructas de ipso loco Acquabelle cum omnibus ad eas pertinentibus’ furono donate da Gregorio figlio di Pandolfo figliuolo di Guaimario Principe, Signore di Capaccio, e da sua moglie Maria nel 1092 al Monastero di S. Nicola di Capaccio dipendente da quello della Cava allora governato dall’Abbate S. Pietro (c).”.

Ventimiglia, p. 35

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35

Il Ventimiglia, a p. 35, nella sua nota (c)(quella citata da Ebner) postillava che: “(C) Per un’ideo del Monastero di S. Nicola di Capaccio basterà accennare che oltre alle chiese di Acquabella ebbe al tempo stesso degli stessi donanti concedute la Chiesa di …..e di S. Maria delle Caselle ecc…”Infatti, vi è da dire però riguardo l’antico documento citato da Ebner che egli aggiunge pure che:  “E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Dunque, ciò che scriveva Amedeo La Greca, parlando delle Baronie Vescovili nel territorio: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“, potrebbe non avere alcuna pertinenza e correlazione con la chiesa di Caselle in Pittari. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III:  “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi  in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casale di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari.  Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. Il Fusco cita Pietro Ebner (….), e la sua “P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”. Infatti, Pietro Ebner (….), a p. 352, vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando della “Serie dei Vescovi” (di Capaccio), in Appendice I del vol. I, a p. 352 parla del Vescovo Giovanni “15. Giovanni a. 1142, 1144 e 1146” e cita il documento in cui “Iohanes” vescovo Pestano “dona all’abbazia Cavense il monastero e la chiesa di S. Angelo de Silva nigra, e firma “+Ego, Iphannes, pestanus episcopus, congedo et confirmo”. Nel documento cavense XXV 56, edito in RSS 1968-1969, redatto ad Agropoli ecc…”. Dunque, siccome in questo documento si parla di “Serra Nigella” il Fusco ha argomentato quanto sopra. L’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano.

Nel 1145, Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia

La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come “comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I° di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e  lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II°) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II°), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III°) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Cuozzo, n. 586

Nel 1145, il feudatario normanno ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Caselle in Pittari e Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”.

Nel 1145, il milite normanno ‘Rogerius de Casella’ nel ‘Catalogus Baronum’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum‘, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”Felice Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Sempre nel ‘Catalogus’ è riportato il nome del subfeudatario che in pratica reggeva il ‘feudum’ di ‘Casella’ in nome e per conto di ‘Gisulfo’: ‘Rogerius de Casella sicut dixit tenet de eo (scil.: per conto di Gisulfo) ‘feudum ‘ (scil.: ‘Casella’) unius militis et cum augmènto òbtulit mìlites duos’ (108). La prestazione di un solo ‘miles’ (due con l’augumentum) rendeva la ‘Terra di ‘Casella feudum integrum’, tale cioè da assicurare almeno una rendita annua di circa venti once d’oro (109): abbastanza, in pratica, perchè non fosse classificata come ‘feudum paupèrrimum’ (feudo molto povero).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (109) postillava che: “(109) B. Capasso, Sul ‘Catalogo’ etc., p. 51. L’oncia con valore monetario fu coniata per la prima volta da Ruggero II ecc..”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”.

Caselle

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di ‘Rogerius de Casella’, n. 602

L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. Addirittura Felice Fusco (….), a p. 99, nella sua nota (108) postillava a riguardo che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di Sansa e di ‘Loria’ (ivi, par. 600 e 601). I ‘milites’ assicurati al re dal feudatario erano cavalieri forniti di armi e cavalli (‘armis et equis’) e seguiti da un dato numero di ‘servientes’, armigeri che procedevano a piedi.”. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro: Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani”.

IMG_5831 (Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580 Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria (Fig….) Enrico Cuozzo (…), op. cit., p. 162

Nel 1145 ‘GIBEL DE LAURIA’ (padre di Riccardo di Lauria e nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria) vassallo di Gisulfo di Padula

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra la contea di Lauria e Gisulfo di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro Guarna dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipendevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Dunque, il personaggio di cui parlerò è Gibel di Lauria che figura nel ‘Catalogus Baronum’. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. Pietro Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

IMG_5831 (Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, vol. I a pp. 238-239, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, …..Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 601, figura “Gibel di Loria”. La notizia del personaggio di Gibel dovrebbe ssere ulteriormente indagato sull’antico testo del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato per esempio da Carlo Borrelli (…), come il ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, dove per es. a pp. 58-59, per “Policastro” leggiamo “Gibel Loriae villanos III” e, anche a p. 59 per “De Marsico”, sotto “Guglielmo II Rege” leggiamo che: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II. militem. & cum augumento obtulit milites IV.”, che poi troveremo riportato anche nel testo della Evelin Jamison.

Borelli, p. 58 Borrelli, p. 59

Infatti,  la Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria (Fig….) Cuozzo E., op. cit., p. 162

Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…)

Robinson Gertrude

Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. 

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85 Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII, Robinson, pp. 33-34, Robinson, 36-37 Robinson, pp. 38-39 Robinson, pp. 40-41 Robinson, p. 41 (Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula, Gibel di Lauria, ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. Detto questo, devo aggiungere un’altra notizia riferita dal Mallamaci (…) che parlando di Torraca e di Totorella scriveva che l’ammiraglio Ruggero di Lauria aveva origini nella famiglia Sanseverino. Secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…). Devo però aggiungere che ciò che scriveva il Mallamaci fa riflettere sulle origini dei feudatari della Contea di Lauria. Giovan Battista Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato.

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”.

Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Augurio e Musella, a p. 23 scrivono che: “Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio.Riguardo il GIBEL ed i riferimenti suoi nel Catalogus Baronum, Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177. (71) Catalogus, p. 74. (72) Memorie genealogiche, p. 12: «V. Ultimo figlio di Ruggiero conte dell’Oria è Gibel, di cui è memoria nel citato Catalogo de’ Baroni, del quale si dice: Gibel de Loria sicut dicit Guerrerius tenet feudum I [sic] militis et cum augmento obtulit milites II [sic]. Idem Gibel tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II [sic] militum, et cum augmento obtulit milites IV [sic]. Idem Gibel Loriae de Policastro tenet villanos III [sic]. Il primo de’cennati (sic) feudi era in Montefusco – in Paduli il secondo – ed in Policastro il terzo. Ignorasi chi fosse la moglie di Gibel; ma se ne sanno con tutta precisione i figli – e di essi si parlerà nell’altro capitolo». (73) La Platea di Luca arcivescovo di Cosenza (1203-1227), a cura di E. CUOZZO, Avellino, Elio Sellino Editore, 2007. Sull’arcivescovo Luca, originario di Campagna, parte del Lazio meridionale (cfr. La Platea di Luca, p. XLVII) ed appartenente all’ordine cistercense, insignito poi della dignità arcivescovile della diocesi di Cosenza nel 1202 (o agli inizi del 1203) e stante, nella carica, fino al 1227, si veda N. KAMP, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien. I. Prosopographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1166. 2. Apulien und Kalabrien, München, Wilhelm Fink Verlag, 1975, pp. 833-839.”.

Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.

Nel 1198, MATTEO SCULLANDO, signore di Aieta e l’Ospizio annesso alla chiesa di S. Michele Arcangelo

Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 272, in proposito scriveva che: “Aieta aveva un ‘Ospizio’, presso la chiesa di S. Michele, costruito dalla munificenza di Matteo Scullando nei primi del secolo XI (10). A Scalea è da segnalare l”Ospedale’ annesso alla chiesa della SS. Annunziata, che è di evidente origine normanna ecc…”. Il Russo, a p. 272, nella sua nota (10) postillava che: “(10) B. Cappelli, Una carta di Aieta del sec. XI, in A.S.C.L., XII, 212.”. Infatti, Biagio Cappelli, nel suo “Una carta di Aieta del sec. XI”, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, anno XII, 1945, p. 212, in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…ecc…”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi……(3). Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. Dell’origine bibliografica del documento, il Cappelli lo dice a p. 219 scrivendo che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta). Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi…..Matteo ecc..”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) dove postilava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli ci parla di p. 250 ma il documento è stato pubblicato alle pp. 545 e ssg. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; ecc…”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Il Trinchera (….), a pp. 545-546-547 pubblicava in “Appendice” il documento greco “VII. – Matthaeus dominus castri Aetae instaurat templum et hospitium S. Michaelis.”, non datato ma, presumibilmente del 1198 che, il Trinchera diceva, a p. 547 essere “ex membrana Archivi Neapolitani, n° 401” :

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Dunque, l’antico documento del 1198 scritto in greco e pubblicato dal Trinchera, nel 1865 faceva parte della raccolta conservata nel Grande Archivio di Napoli poi in seguito denominato Archivio di Stato. Purtroppo questo documento come la maggior parte dei documenti greci ivi conservati andarono persi nel rogo causato dai Nazisti nella ritirata dell’ultimo conflitto mondiale. Il Cappelli, ci parla di Matteo Scullando ed in proposito scriveva che: Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…(4) ecc…”. Nel documento si parla di Matteo Scullando, Signore di Aieta, in Calabria, che fece costruire un ‘Ospizio’ annesso la chiesa di San Michele Arcangelo ad Aieta. Pare che, l’antico documento greco, oltre che ad Aieta, sia riferibile anche all’eremo ed all’antro di S. Michele a Caselle in Pittari. E’ un’ipotesi di uno studioso locale. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III, a pp. 41-42 parlando della storia di Caselle in Pittari in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 scriveva pure che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ…κυριοσ και δεσποτησ καστελλον αετον), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (προσ φνχηκην σωτηριαν και ζωην την αιωνιαν), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (του αγιον αρχιστρατηγον μηχαηλ) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) Απορισ / αποριον (Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài despòtes castèllu aetu (….) pròs psychechèn soterian cài zoèn tèn aionian (…) tòn naòn tu aghiu archistrategu mechaèl àno èis to òros (….) tòn apòrin pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa antichissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di “Pittari”. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa (presumibilmente nel 1198, se si guarda la datazione di due altri simili documenti) fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Dunque, è proprio attraverso questo documento che Felice Fusco (….) avanza l’ipotesi di un “Pittari” e che, l’eremo di S. Michele Arcangelo a Caselle in Pittari fosse quello di cui si parla nell’antico documento pubblicato dal Trinchera (….), a p. 545, ovvero che, la “chiesa di San Michele Arcangelo e l’annesso Ospizio” fatto costruire da Matteo Scullando, signore di Aieta fosse quello di Caselle in Pittari, di cui peraltro esiste un altro documento che riguarda un’antichissima donazione del Longobardo Guaimario III. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”. Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo documento di Aieta datato 1198 scrive che con buona approssimazione anche l’altro documento n. VII pubblicato dal Trinchera potrebbe essere un documento del 1198. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei- Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta poi vedremo. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa antichissima famiglia Normanna: gli Scullando. Sugli Scullando, Signori di Aieta, un piccolo borgo della Calabria, il Cappelli ha scritto che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei-Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa anticihissima famiglia Normanna: gli Scullando. In questo documento del 1198, intitolato dal Trinchera: “CCXLVI. 1198 – Mense Dicembre 10 – Indict. II – Aetae”, si parla del “Testamentum domini Ioannes Scullandi domini Aetae”.

Caselle nel periodo Svevo e Federiciano

Riguardo al periodo successivo Normanno-Svevo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..’ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significato è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel ‘Liber Inquisitionum Caroli Primi” dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio. Riguardo al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ è interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775 (Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Più tardi, scrive il Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Il Montesano scriveva pure che secondo l’Abate Pacichelli (…) “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Dunque, il Montesano (…), anche sulla scorta dell’Ebner (…), ci faceva notare il collegamento che vi era con i feudatari della nostra terra all’epoca della stesura del ‘Catalogus Baronum’ con l’epoca successiva (periodo Normanno-Svevo con Federico II) che vedeva Caselle in Pittari ed altri piccoli centri fortificati dipendenti con la Contea di Lauria. Io credo che il collegamento storico sia “Gibel di Lauria”, vassallo di Gisulfo di Padula (vassallo del Conte di Marsico al tempo del ‘Catalogus’) che all’epoca del ‘Catalogus’ aveva …………………….

Nel 1239, i Morra e Caselle

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento -dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Il castello Normanno e poi Angioino di Caselle in Pittari

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Delle mura, innalzate sulla nuda roccia e interrotte soltanto dalle porte d’accesso al ‘castrum’, non v’è traccia; del castello invece ancora sfida il tempo e le intemperie una torre cilindrica (125) in parte diruta, forse l’antico ‘maschio’ della fabbrica difensiva. Elevato probabilmente in epoca normanna e ampliato in quella sveva, soltanto con gli Angioini il castello dovette assumere l’aspetto di vera e propria fortificazione in concomitanza con la funesta guerra del Vespro. In via Indipendenza, nella parte orientale dell’abitato, si aprono nella muraglia ampie cavità denominate ‘u Carcere’, probabilmente gli antichi punti delle prigioni del castello. Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126)”.

Caselle torre medievale (Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale

Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118)Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (124) postillava che: “(124) Ancora oggi la parte più elevata dell’abitato è detta ‘o Castiedo (il Castello). Il Castello raffigurato sullo stemma comunale è quello marchionale (non l’antico) turrito e merlato alla guelfa (su antiche carte dell’Archivio Diocesano di Policastro è riprodotto anche un altro stemma, ma più antico, costituito da una plama e dall’effige di San Michele.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (125) postillava che: “(125) Alta 13 m., è l’unico indizio che farebbe pensare ad una fabbrica angioina: “Le torri cilindriche sono una caratteristica ed una costante negli interventi architettonici angioini” (A. La Greca, I beni culturali etc., p. 43). Torri cilindriche “angioine” sopravvivono ancora a Padula (torri di casa Tepedino, in via Nicotera, e di casa Marsicovetere in Piazza Trieste e Trento: cfr. AA.VV., Padula – Prima e durante la Certosa – I luoghi, i monumenti e le vicende della sua storia, a cura dell’Associazione Amici del Càssaro, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 1995, p. 38 e 120), a Castelcivita, a Capaccio Vecchia, a Velia (cfr. A. D’Angelo, Velia e il Cilento – il Cilento sulle orme degli Eleati percorrendo gli scavi di Velia, Ascea, Marina, Paolino Editore, 1991, p. 109): sono costruzioni possenti, altre, con scarpinata di sostegno alla base, coronate di beccatelli. Cfr. P. Peduto, Archeologia medievale in Campania, in AA.VV., Cultura materiale, arte e territorio in Campania, a cura della ‘Voce della Campania’, Napoli, 1978 – 9, pp. 247-262.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia e la ‘Congiura di Capaccio’

La ‘Congiura di Capaccio’, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “Guglielmo Sanseverino, che possedette anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II (…). Costui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa (…). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno. Egli durante la sua vita trasmise la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (…). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento all’Imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico. L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Lo storico locale Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Un passo tormentato del ‘Liber Inquisitiòrum (110) pare colleghi la ‘Terra’ di ‘Casella’ con la Congiura di Capaccio del 1245. Con gli Svevi (1189-1266), che mutarono il ‘servitium personàrum’ rigidamente attuato dai Normanni in ‘servitium pecuniàrum’ (i ‘feuda’ non dovevano assicurare più ‘milites’ e servientes’ bensì somme di denaro proporzionate alla loro consistenza economica), si “ruppe per sempre il cordone ombelicale che legava il Sovrano con i singoli esponenti della feudalità” (111), in particolare con i titolari dei ‘feuda in capite de dòmino Rege’. I quali, visto limitato il loro strapotere della politica accentratrice di Federico II, ordirono quella che poi è passata alla storia come Congiura di Capaccio. Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Scoperta la congiura, i primi due furono uccisi e ‘Rogerius’ accecato e privato dei suoi ‘feuda’, fra cui il ‘castrum Caselle’, che potè riavere soltanto con l’avvento degli Angioini (1266): ….”Hericus de Morra…habuit tres filios, Godfridum, Jacòbum et Rogerius fuit cecatus, et dicte terre (scil.: castrum Morre et castrum Caselle et baronia Corbellum et feuda in Cilento) fuèrunt concesse a principe Manfrido dom. (ino) Philippo Tornello; et post adventum Regis (scil.: Carlo d’Angiò) fuerunt restituite dicto Rogerio cecato (113).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (110) postillava che: “(110) Liber Inquisitionum regis Caroli Primi pro feudatariis regni (= vol. II del Registro della Cancelleria Angioina, Napoli, 1951).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (111) postillava che: “(111) E. Cuozzo, La nobiltà etc., p. 164.”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Il Fusco, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra e di Caselle, la baronia di Corbella e feudi a Cilento – dal principe Manfredi furono concesse a Filippo Tornello; poi, dopo il ritorno del re, furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p…… parlano del “Monasterium……………”, e in proposito scrivevano che: “…………………….”. I due studiosi a pp……….. del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il “…………………..”, a p….. troviamo pure il documento n° “……………………………..”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio (?), Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “………………………………………………………….”.

IMG_2009 Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola,

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola).. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, riferendosi alla Baronia di Sanseverino, Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.

Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”.

Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti. Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 69, in proposito scriveva che: “In carte del XVIII e XIX sec. c’è menzione di un Diploma (non noto) del 1405 di re Ladislao che avrebbe ridisegnato i confini delle Terre pedemontane del Cervato sottratte ai Sanseverino (170).”. Fusco, a p. 101, nella nota (170) postillava: “(170) Il Diploma di re Ladislao fu addotto come prova delle proprie tesi da parte di Piaggine Soprane nella vertenza coi comuni di Sanza e Monte S. Giacomo (relativa alla esatta individuazione dei confini dei rispettivi territori sul Cervato) nel 1879. Dell’importante documento si avvalsero pure – come diremo – la Commissione Feudale nel 1809 e il commissario Giampaolo nel 1811. Cfr. ACS (= Archivio Com.le di Sanza), Cart. (= cartella) 85 B, c.s. non n.; F. Fusco: Il Cervato conteso, cit., p. 177, n. 53, p. 179, n. 65.”.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1408, Caterina di Monticchio moglie di Michele Arrabito, fa testamento

Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”.

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

di-luccia-p-761.png Di Luccia, p. 77 (Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s. Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

1435 –  muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

Tutini, p. 80

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati).”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino.”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo.  Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”.

Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino 

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle,  a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.

Nel 20 novembre 1441, Americo Sanseverino ed il Privilegio sulle terre del Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il problema fu ripreso da Americo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di ‘Sansa’ (171), il quale, essendo di nuovo cambiate le cose, in un Privilegio del 1441 ridefinì in pratica i confini sul Cervato delle singole quote delle Universitates della fascia pedemontana (172). Nell’importante documento in latino medievale ci sono tutti quei geotoponimi ancora presenti nella parlata locale: ‘Crux Vallis Bonae (Croce re Vaddivona), etc…., e così via; e, per la prima volta, la forma ‘Santia’ al posto di ‘Sansa (173).”. Fusco, a p. 101, nella nota (173) postillava: “(173) Il Privilegium di Americo Sanseverino, comes Caputatii, fu trascritto (non sappiamo con quanta precisione) da Pietro Ebner (1902-88) da un ms. ottocentesco negli anni Settanta del Novecento e pubblicato nel saggio ‘Economia e Società etc..’, Roma, cit., II, pp. 212-220. Va precisato che il Privilegium, datum in castro nostro Padulae sub a.d. (= anno Domini) MCDXLI (= 1441), è soprattutto una conferma dei territori e delle concessioni e privilegi fatti ‘hominibus Universitatis Terrae Laurini. Nel nostro archivio comunale (cfr. n. 170) si conservano stralci di copie settecentesche (1704) del Privilegium che sembrano più accurate nella trascrizione effettuata da Ebner. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II parlando degli Statuti di Laurino, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 novembre 1441 Americo riconobbe tutti i diritti della popolazione su alcuni terreni di Laurino elargendone altri (v. oltre).”. Ebner, a p. 211, in proposito scriveva pure: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante iedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’Archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole sia perchè informa dei confini delle terre di quella baronia possedute dall’università e casali, sia per i cenni su antichi diritti vantati da quelle popolazioni e su locali consuetudini, che per le ampiezze delle concessioni costituiscono un presupposto indispensabile di quanto venne poi codificato negli statuti. La prima copia (1) è incompleta, ma identica alla seconda, perchè anch’essa manca della descrizione dei confini della locale baronia. La seconda (2) ha una datazione diversa (15 novembre 1446, X indizione), manca di qualche frase etc…”. Ebner, a p. 211, vol. II, nella nota 81) postillava: “(1) Copia ms. del privilegio di “Americus de Sancto Severino” su un solo f (cartiera M D C e segno, in filigrana) con pp. scritte etc…”. Ebner, a p. 212, in proposito scriveva che: “Americs de Sancto Severino, comes Caputatij ac Baronia Laurini et Terrae Padulae Dominus etc. Tenore presentis Indulti Privilegij etc…”.

Nel 1444, Caselle, Morigerati e Sicilì all’epoca Aragonese (Americo Sanseverino e poi il figlio Guglielmo (III) Sanseverino)

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. Ecc…”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni  attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”.

Nel 1471, Ferrante d’Aragona reclutava maestri d’ascia calabresi per il legname di Rofrano

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 71, in proposito scriveva che: “Centro notevole di smercio dei prodotti del Vallo, attivo sin dal 1443, appare Rofrano (202), raggiungibile solo per il valico di Sanza e da lì attraverso l’antica carovaniera che saliva la Croce di Rofrano (203). Per il passo di Polla – lo abbiamo detto (204) – transitava verso la capitale il legname calabrese per le esigenze della cantieristica navale e per l’edilizia (nel 1471 Ferrante d’Aragona (205) reclutò maestri d’ascia calabresi per la costruzione di navi contro i Turchi)(206), ma, pensiamo, pure dei boschi (Centaurino e Cervato) di Sansa; non solo: anche pietre da costruzione, provenienti, scrive Pontano, e Lucania, dalla Lucania (207); forse dalle cave di pietra di Sansa decantate da Antonini (208) ancora nel Settecento ? Etc…”. Fusco, a p. 105, nella nota (202) postillava: “(202) R. Moscati: Il registro “2903” della Cancelleria di Neapoli” ecc…, cit., n. CV, pp. 522-3.”. Fusco a p. 105, nella nota (203) postillava: “(203) Cfr. cap. I, n. 20”. Fusco, a p. 105, nella nota (204) postillava: “(204) Cfr. n. 180”. Fusco, a p. 105, nella nota (205) postillava: “(205) Cfr. n. 184”. Fusco, a p. 105, nella nota (206) postillava: “(206) N. Barone: Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504, in Archivio Stor. per le Prov. Nap., IX, 1884, p. 231.”.

Nel 1483, la peste (“ayro pestifero”) che colpì le Valli del Mingardo e del Bussento

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra’ di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento. Infatti prima della peste (ayro pestifero) degli ultimi decenni del XV secolo, che dovette colpire con particolare virulenza le Valli del Mingardo e del Bussento (141), i fuochi, che nel 1445 erano – lo si è detto – 107, nel 1461 erano saliti a 140 (142). Non solo: una certa ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (141) postillava che: “(141) Infatti dalla ‘rilevazione dei fuochi’ del 1483 risultò che per causa de male ayro pestifero’ ben venti nuclei familiari erano scomparsi a Laurito ed otto ad Alfano. Pur mancando dati per ‘Casella’, il morbo ad ogni modo dovette farsi sentire anche nella contigua Valle del Bussento (ASN, Sommaria Partium, vol. 21, c. 182; A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (142) postillava che: “(142) S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, G.B. Cappello, 1601, p. 85 ……L. Giustiniani, Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, V, Manfredi, 1797, III, p. 235.”. Sono entrambi scaricabili e consultabili su lsito di Gooogle libri.

Nel 1485, la Congiura dei Baroni, Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di Sansa e, Giulio de Luca

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 71, in proposito scriveva che: “Pur gratificato dalle concessioni di Alfonso I d’Aragona (210), il ceto baronale, sostanzialmente ancora filoangioino ordì etc…Tra gli artefici, ancora una volta, i Sanseverino (213), tra cui Guglielmo, conte di Capaccio e Signore di Sansa (214), che secondo l’erudito dell’Ottocento Domenicantonio Ronsini amava soggiornare a Rofrano per dilettarsi di caccia sul Centaurino nelle fasi di stasi della congiura antiaragonese; e nella Terra di Rofrano aveva come governatore una persona di fiducia, il sanzese Giulio de Luca, che, forte di 100 fanti ben armati, spadroneggiava e teneva a bada i filoaragonesi della Valle del Faraone – Mingardo (215). Guglielmo, per fellonia, perse i suoi feudi, e Sansa nel 1494 fu affidata con altre Terre al miles Valerio Gizzio di Chieti (216).”. Fusco, a p. 107, nella nota (213) postillava: “(213) P. Natella, Ascesa e apogeo dei Sanseverino di Marsico. 1067 – Salerno, Laveglia, 2006, pp. 56-58.”. Fusco, a p. 107, nella nota (214) postillava: “(214) Cfr. n. 171”. Fusco, a p. 101, nella nota (171) postillava: “(171) Americo Sanseverino (1415 c. – 1452) sposò Margherita Sanseverino (figlia di Luca Sanseverino conte di Tricarico) da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468), Antonello (morto nel 1476) e Guglielmo (morto nel 1504). Non è chiaro se Americo riottenne la Contea di Capaccio e altre Terre tra cui Sansa da Giovanna II (1414-35) nel 1433 o da Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo (1442-58) nel 1443.”. Fusco, a p. 107, nella nota (215) postillava: “(215) D.A. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, 1873, ristampa 2004, p. 22.”. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano etc…”, a p. 22 parlando dei Sanseverino e della disfatta di Antonello a Diano (Teggiano), in proposito scriveva che: “Ora un episodio di si lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie – Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca da Sansa per Governatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone; aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col bracio de’ quali pose a sacco, e fuoco la casa di Notar Guglielmo ‘D’Alessio, come parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte, al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minaccie che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li compose, cioè, multò in ducati 400, di cui imborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo ! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro.”. Fusco, a p. 107, nella nota (216) postillava: “(216) Cfr. J. Mazzoleni: Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, L’Arte tipografica, 1951, p. 123, Valerio Gizzio (De Gizzis, De Egiptiis, Gicciis) diventò ‘capitaneus’ pure di Casolla (Caselle in Pittari), Padula, Montesano, Casalnuovo, Roccagloriosa, ecc..(ivi). Ferdinando I d’Aragona (Ferrante) come già Federico II fu spietato coi congiurati etc…”.

Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno  un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.

Nel 27 aprile e nel 7 maggio 1506, ROBERTO II SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO ebbe reintegrati i suoi beni da Ferdinando il Cattolico

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi a Roberto II di Sanseverino scriveva che: In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (31) postillava a riguardo che: “(31) Gatta, ………  Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”

Nel ……..San Pietro al Tumusso a Montesano

Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.

Nel 1523, una ‘Platea dei beni e delle Rendite’ della Badia di Caselle in Pittari

Felice Fusco (…), riguardo sempre l’atto di fondazione dell’antico monastero che ai tempi del Gatta (…), anno 1700 circa, veniva chiamata “a bbadia”, fondata dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III°, a p. 40 scriveva pure che questo si poteva desumere dalle carte e dagli Atti di una lite, di un processo: trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito al Principe Guaimario III, a p. 40 riferendosi alle “Carte del Fondo della Cappellania Maggiore dell’Archivio di Stato di Napoli” scriveva che: “….da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di Sant’Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per sè il ‘jus patronato (71). Ecc..”. Il Fusco, nella sua nota (71), precisava quali fossero i documenti da cui si ricava che il Monastero e la Chiesa annessa di Sant’Angelo a Caselle in Pittari fossero stati fondati dal Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, scrivendo che sono i documenti contenuti nel fondo “Cappellania Maggiore” conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, non andati distrutti nel rogo del 1943. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava che: “(71) ASN, Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 “Consulta dell’anno 1753 per insino ad agosto 1756”, Inc (artamento) n. 2, passim: “osservasi nell’anno 1523 (…) dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671….che Guaimario P.pe (= Principe) di Salerno avesse edificato il mon.ro (= monastero) o sia la Badia di S. Angelo in Pittari ritenendone il Ius Patronato….”. Il Fusco, nella sua nota (71) scriveva che fra questi documenti degli Atti del 1523 vi fosse la ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e “dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671”. Non vorrei sbagliarmi ma, il documento della Real Camera della Sommaria Vicereale Spagnola, del 1596, redatto dall’Ingegnere Onofrio Tonca, citato dal Fusco (…), sia stato citato dal Pasanisi (…), in uno dei suoi studi sulle Torri costiere vicereali.

Nel 1636, la Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistò Montesano

Giuseppe Alliegro (…), nel suo ‘La Reggia del Silenzio, cenni storici ed artistici della Certosa di S. Lorenzo in Padula, pubblicato nel 1941, a p. 56, in proposito alla Certosa di Padula scriveva che: “Dopo l’Istituzione della Grancia di Taranto, i Monaci, riuniti in Capitolo, nell’anno 1635, sotto il priore Giovan Battista Manducci, decretarono la compra di Montesano da tempo vagheggiata. Detta compra fu effettuata, nell’anno seguente, con atto notarile, in cui si diceva “essere stato venduto Montesano dal barone Fulvio Ambrosino in persona di Tommaso Novellino al procuratore di questi Giovan Giacomo Tassone per ducati 52.500″. Il priore di S. Lorenzo divenne barone di Montesano, ma la baronia fu esercitata dal compratore nominale Tommaso Novellino e dai suoi eredi fino all’anno 1770. L’acquisto di Montesano, che si erge su di un caratteristico cocuzzolo e che dista pochi chilometri da Padula, tornò molto utile alla Certosa ecc..”. Tutti questi nuovi possedimenti furono confermati dal re Ferdinando il Cattolico e dal suo successore Carlo V. Fino al 1500 i monaci (sacerdoti e laici) erano in numero di trenta. Dopo la compra di Montesano, secondo alcuni cronisti del tempo, la comunità salì alla rispettabile cifra di ottantacinque Monaci.”.

Nel 1646 (secondo il Beltrano), la ‘Badia benedettina di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, grangia dipendente dalla Certosa di S. Lorenzo di Padula

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia tratta dal Beltrano (…) secondo cui alla sua epoca a Caselle in Pittari vi era un’Abbazia benedettina che dipendeva dai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che, nel 1728 acquistarono il feudo di Montesano con la grancia criptense del monastero di S. Pietro al Tumusso da cui a sua volta dipendevano diverse grancie tra cui quella di Caselle in Pittari. A Caselle in Pittari, verso la metà del ‘600, oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Lo scriveva nel 1644, poco prima del D’Engenio, Ottavio Beltrano (….), nel suo “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie”, Napoli, per Roberto Mollo, 2, a p. 158, in proposito di Caselle aveva scritto che:

Beltrano, caselle, p. 158

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 158 (I edizione del 1644)

“dalla marina di Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymario nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Dunque, il Beltrano, parlando di Caselle riporta la notizia che, ai suoi tempi (anno 1644), l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari: “la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Beltrano scriveva che ai suoi tempi (anno 1644), a Caselle in Pittari vi era la chiesa e l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari che erano una delle tante grancie dell’Abbazia cartusiana (ex benedettini) di S. Lorenzo di Padula. Ottavio Beltrano, distingueva nettamente la “Chiesa e il Monasterio stà sopra un’altissimo monte”, con una grangia sempre a Caselle in Pittari scrivendo che: “Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima.. Dunque, il Beltrano (…) anche nella sua prima edizione del 1646 riferiva che a Caselle in Pittari vi era una “grangia di S. Lorenzo della Padula dè padri Certosini”. Mi chiedo come fosse possibile che il Beltrano nel 1646 riferisse della notizia la dipendenza di una Badia cassinese a Caselle in Pittari, distinta dall’antico cenobio basiliano di Sant’Angelo a Pitraro dai padri certosini di S. Lorenzo di Padula, se i Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistarono i beni di Montesano e di S. Pietro al Tumusso solo nel 1728 ?. Sul web troviamo che: Nel 1709 padre Nicola Maranci, procuratore del monastero di San Pietro di Montesano dei padri basiliani chiese alla Regia Camera di consentire I’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di San Pietro, tra i quali la grancia di Santa Maria di Vito di Fogna.”. Anche nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro al Tumusso che nel 1710 redasse l’Abate don Nilo Morangi, di cui ho parlato in un altro mio saggio, non figurava nessuna grangia di Caselle in Pittari. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, riferendosi a subito dopo la redazione nel 1710 della “Platea dei Beni”, redatta da D. Nicola Morangi dei beni della Grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, dove si rifugiarono i monaci di Rofrano dopo la vendita all’Arcamone ed il successivo passaggio dei beni di Rofrano al Carafa, in proposito scriveva che: Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abate di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ecc….”Come citava il Ronsini, Costantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta (…), nel suo Cap. X, a pp. 129-130-131 in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula scriveva che: “Possiede questo Monistero le Baronie non solo di detta Terra di ‘Padula’, ma di ‘Buonabitacolo’, e ‘Montesano’ col feudo rustico di ‘S. Basilio’, e lo dilui Priore gode la giurisdizione spirituale nella Terra di ‘Casalnuovo’, coll’uso della Mitra e Pastorale come Abate di S. Maria di Cadossa. E’ ricca altresì questa Certosa per lo possedimento di molte Grancie, ch’ella gode non solo sulle rive del Mare Jonio e Tirreno, ma in molte Mediterranee di questa Provincia ancora, donde cava buone rendite per lo mantenimento dè Religiosi, e per latri dispendj.. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. All’epoca del Beltrano (a. 1646) vi era sicuramente una dipendenza di una grancia a Caselle dal monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano perchè dipendenza criptense ma a me pare improbabile che la dipendenza dai Certosini risalga al 1646 a prima dell’acquisto che fece la Certosa di Padula. Felice Fusco (…) a tal proposito però a p. 88 nella sua nota (70) fa notare che il Beltrano a p. 135 parlando di “Casella” scriveva che: “(70) “….Terra di Casella….vi è il Ius Patronato istituito dal principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”.”. Dunque ai tempi di Ottavio Beltrano, nel 1671, a Caselle vi erano i ruderi dell’antico cenobio basiliano e poi ancora funzionante la Badia benedettina, una ex grangia alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi passata alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Ma questa grancia di una “Badia” benedettina quando passò  alle dipendenze della Certosa di S. Lorenzo di Padula ?. Forse solo dopo l’acquisto che essi fecero di S. Pietro al Tumusso di Montesano, da cui dipendeva anche la grancia di Caselle. I Certosini di Padula, nel 1728 acquistarono tutte le dipendenze della chiesa di Montesano.  Dunque, il Beltrano (…), nel 1671, scriveva che a Caselle in Pittari vi era pure una grangia del monastero di San Lorenzo dei padri Certosini a Padula. La Badia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di S. Lorenzo di Padula, dei Certosini di Padula che acquistarono il feudo e la chiesa di Montesano, ed alcune dipendenze che erano state dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e poi in seguito con la concessione di Ruggero II d’Altavilla del 1131 passate alle dipendenze di Grottaferrata. In seguito alla vendita di questi beni all’Arcamone, alcune dipendenze di Grottaferrata come il Monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano furono poi ceduti ai Certosini di S. Lorenzo di Padula. Dunque, Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie etc….”, pubblicate postume dal figlio Giuseppe e ancor prima nella sua “Lucania sconosciuta”, scriveva del passaggio del monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano ed il feudo stesso di Montesano alla Certosa di S. Lorenzo di Padula. Con questo acquisto, i certosini di Padula arricchirono il loro già vasto patrimonio immobiliare con latifondi e grancie con i beni ed il patrimonio immobiliare fino ad allora posseduto dal feudo di Montesano che a sua volta era posseduto dal monastero di S. Pietro al Tumusso che amministrava le pingue grancie che appartenevano al patrimonio immobiliare dei monaci di Grottaferrata nel Tuscolano che prima della vendita di Rofrano al Carafa, erano tutte dipendenti dalla ricchissima chiesa di Rofrano. Nel 1710, l’Abate di S. Pietro al Tumusso don Nilo Morangi, che come abbiamo scritto comprendeva una serie di beni extraterritoriali. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tamusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Sull’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tamusso da parte dei Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula, che l’acquistò dall’Abbazia Cryptense tuscolana, ci illumina anche la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., parlando della copia o transunto del “Crisobollo di re Ruggero”, inserita del Codice Bessarione “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata,  e della Platea dei Beni che fece redigere, in proposito scriveva che: A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Enrica Follieri (…), nel suo “Byzantina Italograeca” a p. 451 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Sul passaggio di Montesano ai Certosini si veda la nota con la data 1728 in calce alla copia del privilegio di Ruggero II nel Crypt. Z.δ.XII, f. 90, citata sopra, nota (4); sulle drammatiche vicende che accompagnarono questo trasferimento cf. Ronsini, op. cit., pp. 23-24 (narrazione peraltro contestata in Rocchi A., De Coenobio…,p. 163). Pochi anni prima della vendita ai Certosini fu redatta la Platea dei beni di Montesano (a. 1710), ultima testimonianza dell’estensione del feudo Criptense in ‘Regno Neapolitano’ (oggi all’Archivio di Stato di Salerno, segnatura: ‘Corporazioni religiose’ 15). Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, op. cit., pp. 19-36, Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso, è atualmente in restauro (com. del Rev. Don Pasquale Allegro, parroco di Rofrano)..Della vendita di S. Pietro al Tumusso di montesano ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula ho parlato ivi in un altro mio saggio. La Follieri scriveva pure che Pietro Menniti, Abate Generale dei Basiliani, fornì la copia del ‘Crisobollo’ da lui redatta, nel 1728 ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che servì a redigere l’atto di compravendita dei Beni da loro acquistati. Alla Sezione “Corporazioni religiose, 15”, dell’Archivio di Stato di Salerno, si trova la documentazione degli enti religiosi degli altri comuni della provincia: oltre a quella della famosa Certosa di Padula, peraltro consistente in soli quattro pezzi di atti di natura contabile, si segnala quella della badia di San Pietro e della chiesa parrocchiale di San Nicola di Aquara, del monastero di Santo Spirito e del convento di Sant’Antonio di Laurino, del conservatorio di Santa Maria di Loreto di Roccadaspide, dei conventi di San Francesco, Sant’Agostino e San Benedetto di Diano (oggi Teggiano), del convento di Sant’Andrea di Auletta, della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Atena, del monastero di Santa Maria di Grottaferrata, che possedeva beni in numerosi comuni del Vallo di Diano.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Ecc..”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli……Al 1710 risale l’ultima testimonianza dell’estensione del feudo criptense, consistente in una ulteriore ‘Platea’, attualmente conservata presso l’Archivio della diocesi di Vallo della Lucania e in copia fotostatica presso l’Abbazia di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il Cardinale Giovanni Colonna. Il monastero a quanto pare, dovette rientrare di nuovo in possesso dell’abbazia tuscolana, dato che nel 1710 si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio. E cioè il cenobio di S. Pietro al Tomusso, le anzidette chiese, il feudo rustico della Rossa di Buonabitacolo, le terre di Padula, Casalnuovo, Diano, S. Giacomo, S. Rufo e Policastro. Nella Platea non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora. E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tomusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Dunque, Pietro Ebner in questo passo, parlando di S. Pietro al Tumusso di montesano è molto chiaro. Ebner scrive che il monastero di S. Pietro al Tumusso doveva essere rientrato nei beni dell’abbazia Criptense nel tuscolano, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, dato che nel 1710 “si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio“. Poi però l’Ebner aggiunge che tra i beni elencati nella Platea del 1710 redatta da Nilo Morangi “non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora.”. E’ dunque forse, secondo quanto scrive l’Ebner, se nel 1710 i beni di Montesano rientrarono nei beni dell’Abbazia criptense, anche quelli di Caselle dipesero da quell’Abbazia. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1700, il Catasto Onciario di Caselle conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Petrucci A., Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel”, Paris, 1971 – vol. III, pag. 343

image

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996, p. 41; si veda pure dello stesso autore: Fusco F., ‘Quando la Storia tace: dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’ medievale’, stà in ‘Eurosis’, ed. Licelo Classico, Sala Consilina, vol. VIII, 1992, da p. 181 e s. (Archivio Attanasio)

(…) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988

IMG_3346

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Mattei-Cerasoli D. L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); si veda pure: Mattei Cerasoli, ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(….) D’Engenio Caraccolo Cesare, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671 (Archivio digitale Attanasio), vedi pp. 134 e s. su Casella

IMG_7206

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Storico Attanasio)

IMG_7205

(…) Borsari Silvano, Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963 (Archivio Storico Attanasio)

IMG_3527

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

IMG_5769

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

IMG_7207

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio)

Jamison, The norman etc.PNG

(…) Jamison Evelin M., ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 , in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

IMG_6885

(…) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata, 1962 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Capasso Bartolomeo, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

image

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, pp……..

(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001 Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (…). IMG_4055

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pixous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

IMG_4924

(…) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro). Il De Micco, parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

img_5638.jpg

(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio digitale Attanasio)

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)

Martire Domenico (…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s. (…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Laveglia Pietro, Le carte dell’Archivio della Certosa di Padula, ed. Centro studi e ricerche del Vallo di Diano, ed. Laveglia-Carlone, Salerno, 2009 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Sacco Antonio, La Certosa di Padula, ed…

(…) Carlone Carmine, I regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), ed. Carlone, Fonti per la Storia del Mezzogiorno medievale 13, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Lovisi Vincenzo- Rivello M., Caselle un paese nella storia, ed. Amm.ne Comunale,

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. G. e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.

(…) Lomonaco Vincenzo, ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958

IMG_7455

(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)

(…) Scaduto M., Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947

(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

(…) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(…) Capasso B., Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

(…) L’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto ‘Catalogus Baronum’, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076. Lampo, esponente della nobiltà longobarda, nell’ottobre del 1134 si diceva figlio del quondam Guaiferii comitis de Fasanella, e marito di Emma, figlia di Giovanni, figlio di Pandolfo, figlio del principe longobardo Guaimario di Salerno. Fedelissimo dei conti di Principato, partecipò nel 1155 con il suo senior, il conte Guglielmo III, alla ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla, capeggiata dal cugino del re, il conte Roberto III di Loritello. Fu per questo motivo privato della sua carica di connestabile regio e dei suoi feudi di S. Angelo di Fasanella, Pantoliano, Castelcivita, Sicignano degli Alburni. Su Lampo di Fasanella ha scritto Mario Caravale (…), nel suo ‘Il Regno Normanno di Sicilia’, pubblicato nel 1966, a p. 162, parlando dei Giustizieri del Regno di Sicilia, in proposito scriveva che: “La corte, infatti, riunita per giudicare Riccardo di Mandria presentava tra i suoi componenti “Florius Camerotensis, iudex quoque Tarentinus et Abdenago Hannibalis filius, qui magistri erant iusticiari” (246).”. Il Caravale, a p. 163, nella sua nota (246), postillava che: “(246) Ugo Falcando, ‘Liber de regno Sicilie’, cit. op. p. 140 s.”. Sempre il Caravale, a p. 225, scriveva che: “Sotto Ruggero II troviamo quali giustizieri a Salerno nel 1143 l’arcivescovo della città Guglielmo e Lampo di Fasanella (22) e nel 1151 lo stesso Lampo insieme con Florio di Camerata e Guaimario (23).”. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Originale in Archivio di Cava dei Tirreni XXV, 3, 38, 40, riportato da C.H. Haskins, England and Sicily, p. 643, n. 643, n. 112. la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, cit., X, p. 168 s. e E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 231, in proposito scriveva che: “…e a Salerno nel 1151 Lampo di Fasanella, Florio di Camerota e Guaimario risolvono a favore del vescovo salernitano Guglielmo la causa da lui promossa contro il conte Landolfo per i diritti che quest’ultimo pretendeva di avere sopra alcune chiese del vescovado (56).”. Il Caravale, a p. 231, nella sua nota (56), postillava che: “(56) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc, op. cit., X., pp. 168 s. e A. Jamison, The Norman administration, cit.,  Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Il Caravale a p. 233, in proposito scriveva che: “Ad una precedente sentenza, invece, fa riferimento il giudizio espresso a Salerno nell’ottobre del 1151 da Lampo di Fasanella, Florio di Camerata e Guaimario: la vertenza in esame era infatti già stata risolta a Terracina, di cui aveva fatto parte lo stesso re Ruggero II e della quale i primi due giustizieri avevano fatto parte. Nel 1151 non si ha, però, il giudizio di appello contro la sentenza del re ecc..”. Sempre il Caravale a p. 237, in proposito scriveva che: “Nel 1151 il camerario Alfano è a Salerno insieme ai giustizieri Lampo di Fasanella e Florio di Cammerata (92) e nel 1152 presso Cava (93).”. Il Caravale, a p. 237, nella sua nota (92), postillava che: “(92) A. Di Meo, Annali etc, op. cit. X, p. 168 e Jamison E., op. cit., Appendix n. 9., pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 238, scriveva che: “Nell’ottobre del 1151 il camerario Alfano insieme (e sullo stesso piano) con i giustizieri Lampo di Fasanella, Florio e Guaimario giudica la sentenza tra l’arcivescovo di Salerno e il conte Landolfo figlio di Ademaro (101). Nel febbraio del 1146 il camerario Atenolfo aveva deciso insieme con i giudici di Salerno la lite tra la chiesa di S. Maria ‘de Domno’ in Salerno e il monastero di S. Maria e S. Benedetto della stessa città.”. Il Caravale, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”. La Evelyn M. Jamison, nel 1913, pubblicò: ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987. Tuttavia la Jamison (…), non pubblica nulla di nuovo di quano avesse già detto il Di Meo (…). Dunque, nel 1966, lo storico Mario Caravale (…), ha citato più volte Florio di Camerota, basandosi principalmente sul Di Meo (…) e, sui documenti tratti dal ‘Catalogus Baronum’ che pubblicò la storica Evelyn M. Jamison (…). La Jamison (…), nel 1913, pubblicò “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.”, di cui in seguito Errico Cuozzo (…), nel 1984 pubblicò il commentario del ‘Catalogus Baronum’.

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio digitale Attanasio)

Robinson Gertrude

(….) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

Rispondi