Monachesimo e monasteri italo-greci nel basso Cilento ed alle falde del monte Bulgheria

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la diffusione dell’anacoretismo, del monachesimo italo-greco, i primi Cenobi e monasteri bizantini o basiliani sorti sulle nostre terre. In questo saggio parlo del monachesimo che sin dai primi secoli VI-VII penetrò e si stabilì sul nostro territorio, come ad esempio l’eremo e le grotte sul monte Pittari, non lonatano dal villaggio di Caselle in Pittari (SA).

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

ASCETERI E LAURE IN EPOCA BIZANTINA

Nel VI secolo d.C., i monaci d’Oriente, le persecuzioni Iconoclaste e le origini delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ e del basso Cilento

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(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania (ai confini Calabro-Lucani)

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(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio Attanasio)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

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(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

A Sicilì è venerato il corpo di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Scarse le notizie sui feudatari locali che alla fine del ‘700 erano i de Stefano che possedevano anche Morigerati (vedi). L’Antonini dice a lungo dei Siculi che vuole abitassero colà (1). Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.

San Demetrio venerato a Morigerati

Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 123, in proposito scriveva che: “La figura di sinistra è forse San Demetrio, il quale può essere identificato, dal momento che l’iscrizione che accompagna l’immagine è pressocché illegibile, dai capelli accorciati nel modo che gli è particolare, corti e raccolti a casco intorno al capo (352), dalla χλαμυς (khlamnihjis: il ‘mantello militare’), la quale sembra potersi riconoscere nel dipinto e che lo distingue come Santo guerriero – e tra i santi guerrieri S. Demetrio gode di “una fama considerevole che ha l’uguale solo in quella di S. Nicola di Mira (353) in tutto il mondo di cultura bizantina e in modo singolare nell’Italia meridionale, particolarmente nelle nostre contrade dov’è tuttora avvertita la devozione che s’irradia dal Santuario di Morigerati, nel Cilento meridionale -, dagli stivaletti che gli calzano il piede. L’anello che il personaggio stringe nella sinistra probabilmente è da mettere in relazione con uno degli attributi taumaturgici del Martire di Tessalònica: “anche l’anello del santo produceva dei miracoli”(354); ma pure potrebbe essere una traccia di croce egizia, uno dei primi simboli del martirio. Ai lati di ‘San Demetrio’ sono due figure più piccole, dedicanti o devoti, un uomo e una donna. Etc..”. Tortorella, a p. 131, nella nota (352) postillava: “(352) Per l’iconografia di San Demetrio, cfr. Maria Chiara Celletti, in ‘Bibliotheca Sanctorum’, IV, coll. 564-565.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale.”.

FUGENTI (Laurito), villaggio scomparso, uno dei tanti possedimenti del monastero di S. Maria di Rofrano ma già sede di un antico monastero

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388 parlando delle origini di Rofrano Nuovo (egli la distingue da Rofrano Vetere), in proposito scriveva che: “Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Il barone Antonini è scritto: “Dall’altra banda si trova un luogo chiamato ‘Fulgente’, ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Riguardo “Fugenti”, è interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 106 parlando del casale di Laurito, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (30)…..Nel luogo detto Fulgente, il Giustiniani afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche.”. Ebner, a p. 106, nella nota (30) postillava che: “(30) Giustiniani, cit., V. Napoli, 1802, p. 293”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano che: “Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Nel luogo detto “Fulgente” il Giustiniani (…), sulla scorta dell’Antonini (…), afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano (nuovo), in proposito scriveva che: “Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13 scriveva che: “..,e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato ‘Fugento’ in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania).”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 33 parlando di Forìa, in proposito scriveva che: “L’Antonini (2), dopo aver accennato al luogo detto Fulgente (parte opposta dell’Antilia) con le rovine di un castello e alcune grotte “indizio che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare”, dice di Forìa etc…”. Ebner, a p. 33, nella nota (2) postillava che: “(2) Antonini, cit., I, p. 347”.  Infatti, l’Antonini, a p. 347, in proposito scriveva che: “Sorge fra Laurito, e Montana una ben alta montagna, chiamata Antilia: ove alcune abitazioni furono un tempo: oggi di essa appena picciolissime vestigia si vedono, e dal citato Berardino Rota, vien così ricordata: “Teque etiam Antilie passis, te moesta capillis, Quam Pan erudiit, susceptam Molphide Nynpha”. Dall’altra banda si trova un altro luogo chiamato Fulgente; ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che ne’ rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare. Da Laurito, ritornando a Mezzogiorno, sulle colline a manca del Rubicante, o sia Melphi, e camminando quattro miglia trovasi la Foria, etc…”. Il Ronsini (…), sulla scorta dell’Antonini (…), cita un vecchio centro chiamato ‘Fugenti’. Nella descrizione dei luoghi, il Ronsini, scrive che il Monte Rotondo – posto a Nord-ovest di Rofrano nuovo è quel monte che segue il monte Pedale (che è la base dell’alto e nevoso Monte Cervato), e che “presenta un lato a cilindro brullo di vegetazione, e di roccia ove bianca, ove rossastra. Il Rotondo si abbassa in una gola detta ‘Vesoli’ (Vae soli!) per cui s’immette il ponente maestro da noi chiamato Salernitano.”. Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 197, in proposito scrivevano che: “Laurito. Nella zona oggi detta Fulgente e sulle pendici del Monte Centaurino (m. 1432) si scorgono ancora molte grotte che oggi fungono da riparo notturno ai piccoli greggi. Queste furono le “laure” dei monaci greci che tra il IX e il X secolo risalirono il corso del Mingardo in cerca di luoghi appartati, per pregare. Il loro centro era l’icòna di S. Filippo. Più tardi in epoca longobarda vi fu costruito un castello, del quale la prima notizia risale al 947 (1). Esso segnò l’inizio di un centro abitato che venne indicato col nome di “Castellum Lauretum”. Questo toponimo racchiude le due caratteristiche del luogo, cioè di un gruppo di “laure” e di centro fortificato. In seguito a calamità naturali, i pochi abitanti del Castello si rifugiarono poco più a Levante, dove ricostruirono le case. Quivi sorse anche la chiesa di San Filippo nella quale ancora si possono ammirare affreschi del XIV secolo. I Lauretani ancora oggi sono molto devoti a questo Santo e legati all’antica cappella.”. L’anticihissimo centro detto ‘Fugento’, oggi scomparso fu espressamente citato nell’antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. Sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), dicono che Fugenti è citato nel ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (documento A, pubblicato dal Ronsini). Il documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”, che tradotto dal latino in italiano significa: “Ha detto Monaco vengo sul campo del ‘Castagneto’ campo, che ha chiamato il Pissotanis, da lì proseguire dritto, e colpisce il timpa chiamato dal Laurita, saliva per la stessa timp, che è vicino al ‘fatto la loro dalla posizione di Fugen, in parte, con la quale l’acqua scendeva, e scorre verso il basso attraverso la spina dorsale, per quanto riguarda, per migliorare la sua Fugen ‘Lavandaram‘, e salì sul ~ cantare la Lavandaram al timpa, che è di cifre del ‘Serra Nigella’, e fuori di essa erano al Serra NigellaPenton‘, da cui procede attraverso un Rupis piedi della Beata Vergine Maria, ha poi avanzato dritto fino a Decollescastaneola‘..

Intestazione Crisobollo del Minniti

(Fig….) Crisobollo di re Ruggero – intestazione – copia del Menniti

Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della Civiltà Greco-Bizantina”, a p. 8 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “La zona montuosa si può descrivere con queste righe, del 1881, di Cosimo De Giorgi: “Ad oriente sorge il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone che più a valle si denomina “del Mingardo”, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici etc…”. Sempre il Barra, a p. 15, in proposito scriveva che: “Proprio in quel periodo, intorno a quel cenobio, fedeli, lavoratori e pastori, provenienti da Rofrano Vetere e da Fugento, un paese posto tra Laurino e Rofrano Vetere, iniziarono ad aggregarsi.”. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel 1881, nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 167 e ssg., a proposito della Valle del Mingardo, scriveva: “Una bella escursione volli fare da Montano al Monte Antilia ch’è a ridosso del paese…….Un picco bizzarro, a mò di piramide, è denominato il ‘Campanaro delle Giungole’, e rizza il suo bianco pinnacolo a circa 40 m. di altezza su questo altipiano Ad oriente sorge invece il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese oggi distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone tributaria di quella del Mingardo, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici grige e azzurrognole. Il Monte Bulgheria di quassù domina tutto, dalla ‘gola della Dragara’ fino alla ‘marina di Scari’ ed allo sbcco del Bussento. Riguardo alle origini di Montano si vuole dagli eruditi che sia surto dopo la distruzione di Velia; origine che vien pretesa da quasi tutti i paesi di questo circondario. Bernardino Rota nel primo libro delle sue Metamorfosi così cantava di Montano “Deflevit longum calamis Montana paternis”. Da Montano, la via piega verso Laurito, …..attraversai questi luoghi il 19 maggio 1881 tra Montano e Laurito non vi era che una via mulattiera, e correva su frane molto pericolose. Fra le altre ricordo quella della ‘contrada Cammarana’ che mi fece venire i brividi”. Questa contrada è citata nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II. Il De Giorgi (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito, scriveva: “Il monte Fulgenti, lo ripara dalla tramontana. Il paese resta 260 m. più basso di Montano. La tradizione vorrebbe che gli abitanti di Velia, abbandonando la città distrutta, si fossero sparsi nelle valli del fiume Lambro e del Mingardo. Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Questi due paesi nei tempi di mezzo conservarono giurisdizione diversa: quella superiore ebbe una chiesa propria e di rito latino; e l’inferiore la sua di rito greco. Della prima non si ha più traccia; la seconda si conserva ancora sebbene in gran parte distrutta e rinnovata. Riguardo la feudalità, dopo la Congiura dei Baroni, alla quale i Lauritani presero parte, e dopo che furono giustiziati, ….fu concessa ai Monforte. In questo paese fu adottata la prima casa della dottrina cristiana nel 1618 da Filippo Romanelli e Tommaso Monforte. L’edificio resta in un luogo amenissimo, fuori Laurito, lungo la via di Rofrano, alla salita del Carmine. Dopo la soppressione del 1867, i PP. Dottrinari furno espulsi dal Convento.”

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”.

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.

Nel 535 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore d’Oriente Giustiniano I, il generale Belisario e la riconquista dell’Italia: le guerre Gotiche di Belisario contro Teodato e poi contro Vitige

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Teodato, uomo di pochi scrupoli e ambizioso, che s’atteggiava filosofo, è il capo della corrente dei goti intransigenti e nazionalisti. Egli rivelò presto i suoi intenti. Fece relegare Amalasunta in un’isola del lago di Bolsena, dove nel giugno del 535 venne strangolata. Fu il pretesto colto dall’imperatore di Bisanzio, Giustiniano, per intervenire in Italia. Il comando delle truppe bizantine fu affidato a Belisario, carico di trionfi contro i vandali in Africa e contro i persiani. Nell’estate del 535 Belisario sbarca in Sicilia, risale rapidamente la Calabria, conquista Napoli, che fu saccheggiata. La caduta di Napoli provocò il cedimento di tutto il fronte gotico nell’Italia meridionale. A questo punto, i goti, sdegnati per l’incapacità di Teodato, si ribellarono e lo uccisero, insediando al suo posto Vitige, prode guerriero, di nascita plebea, che aveva già combattuto contro i Bulgari e Franchi. Non fu facile per Belisario, pur godendo dell’appoggio dei romani, di avere ragione di Vitige, il quale cinse di assedio Roma, assedio che durò un anno, dal marzo del 537 al marzo 538. Intanti i franchi, passati dalla parte dei bizantini, scesero in Italia, devastando e saccheggiando l’Italia settentrionale…..Dal ‘Liber pontificalis’ allo storico Procopio è tutta una voce sulle condizioni tristissime dell’Italia durante la guerra greco-gotica, funestata tra l’altro da un susseguirsi di pestilenze e di carestie.”. Giustiniano fu l’ultimo imperatore di costumi e lingua latini di Bisanzio e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell’imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L’aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana a un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l’ecumene cristiana sia con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l’ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, sia da quello culturale». L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciare gli Ostrogoti inviò in Italia il generale Belisario. Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all’ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l’unità dell’Impero romano (renovatio imperii). L’esilio e l’assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l’Italia. Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto Giustiniano l’Impero bizantino raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (395-1453). Per assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell’imminente guerra contro gli Ostrogoti. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i Bizantini riuscirono a riconquistare le province dell’Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l’intera Italia. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito  di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quindicenio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia un suo generale, Belisario, con un piccolo esercito di cavalieri per riconquistare l’intera penisola. Costui, dopo essere sbarcato a Reggio di Calabria, facilmente ebbe ragione dei presidi gotici e, dopo cinque anni, riconquistata tutta l’Italia, se ne tornò in Oriente.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Tuttavia, lo stesso Mazziotti, parlando delle origini di Agropoli scrive che la notizia di una fortezza bizantina sorta ad Agropoli ad opera degli eserciti di Belisario e poi di Narsete non è suffragata da testimonianze e documentazione certa. Della Campania abbiamo certezza del passaggio di Belisario solo riguardo le vicende della presa di Cuma, di Napoli e delle aree limitrofe. Delle nostre contrade vi sono solo congetture in quanto sicuramente i Bizantini dell’Imperatore Giustiniano I e poi di Giustino I, occuperanno solidamente alcuni avamposti del litorale nostro. Della presenza dei bizantini sul nostro territorio ha scritto Carlo Carucci (….), che nel 1923, nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη-fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ –  ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc.. di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.

Nel 540, Cassiodoro Senatore

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Cassiodoro (Squillace 490 – Vivario 583 circa) fu il maggiore e più convinto sostenitore della politica teodoriciana di pacifica convivenza fra goti e romani, anche dopo la morte del suo re. La sua ‘Historia gothica’ (di cui ci è giunto un compendio ad opera di Giordane) doveva servire a questo scopo. Visse alla corte di Ravenna, fu questore, poi console, ‘magister officiorum’ cui faceva capo tutta l’ammnistrazione del rgno, anche dopo la morte di Teodorico. Nei dodici libri delle ‘Variae’ è documentata tutta la sua complessa attività di amministratore, fornito ancora di un alto senso del diritto romano e nutrito di cultura classica. Le sue direttive ai funzionari che si recavano nei paesi popolati da barbari rivelano l’alta coscienza ch’egli aveva della missione civilizzatrice di Roma. Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che: Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Riguardo la sua opera “Historia gothica” ci è giunto un compendio nell’opera di Giordane (….): ” i Getica”. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni.

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”.

Felice Fusco (….), nel suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992, a p. 199, nella nota (130) postillava: “(130) La lingua scritta fu il greco bizantino, probabilmente non capito dalla gente comune dei vari casali in quanto si era già formato il volgare dialettale. La toponomastica ad ogni modo ne è chiara testimonianza: si va dai microtoponimi dei casali (Policastro < πολις + καστρον = città fortificata; Morigerati < Muriceràto < μυρικη = ginestréto; Scario < εσκαριον = porto; Praia < πλαγια = spiaggia; Montano Antilia < αντηλιον = esposto a sud; Sicilì < συκη +  υλη = selva di fichi; Poderia < ποδηρης = ai piedi del monte) agli idronomi (Sciarapotamo < ξηρος + ποταμος = fiume secco), dagli oronomi etc…Documenti importantissimi in greco-bizantino sono le oltre cento pergamene contenute nell’Archivio dell’Abbazia di Cava (si tratta di donazioni, atti giudiziari etc…”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta del generale bizantino Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro

Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: …poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”.

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescobo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Le origini di alcuni centri del basso Cilento dopo la sconfitta dei Goti  

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (…). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento (Buxentum – ovvero l’attuale Policastro): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (2-3). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (…), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (…). Dice il Barni in proposito (…): Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (…). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (…).  Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (7). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (…), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (8-14). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 16 aprile 556 (VI sec. d.C.), papa Pelagio I

Papa Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione. Sulle origini del monachesimo nelle nostre terre, ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), ecc..”. Il Campagna (…), nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Dunque, il Campagna (…), a p. 75, sulla scorta di Francesco Russo (…), scriveva che il monachesimo nelle nostre terre era molto diffuso al tempo di papa Pelagio I. Pelagio I, è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Dunque, durante il pontificato di papa Pelagio I, a metà del secolo VI, secondo il Russo (…), il monachesimo era molto diffuso. Il Campagna (…), scriveva pure che dopo il pontificato di Pelagio I (dopo l’anno 556), il monachesimo che, nelle nostre terre, in occasione della calata del longobardo Zotone, al tempo di papa Gregorio Magno subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. A parlarci degli anni di papa Pelagio I, è il Duchesne (…) che dice che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.”. Dunque, il Duchesne (…), ci infoma che le tre Diocesi di Paestum, Velia e Buxentum, sono menzionate nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Papa Pelagio I, verso l’anno 560, scrisse una serie di epistole (lettere), indirizzate ad alcuni vescovi. Il 17 dicembre 546 Totila riuscì ad entrare nella città, Pelagio lo incontrò in San Pietro e lo convinse a risparmiare la vita della popolazione, benché la città venne sistematicamente saccheggiata.

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Il barone Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II°. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

Nel 571 (VI sec. d.C.), i monasteri italo-greci o basiliani nel basso Cilento

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (…) (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583. Re Autari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”.

Di Luccia, p. 11

Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li Istromenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc.., aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), le munifiche donazioni dei Principi Longobardi alla chiesa del Cilento, iniziarono sin dall’anno 501. Ma veniamo alla donazione citata dal Gatta (…), che si riferiva ad un Monastero fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, proposta da Beltrano e poi dal Gatta, nutriamo dei dubbi. Vediamo chi fosse il principe longobardo Guaimario III. Chi era il principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta (…), segnalatoci dal Fusco e dal Guzzo? Il Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per li storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci C., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonego ome in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.

La grotta e la cappella rupestre di S. Biagio a Camerota in contrada San Vito

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

La cappella votiva in una grotta a Camerota.PNG

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”.

Il battistero di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Le fonti: In una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

Nel 667 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, duca del ducato Longobardo di Benevento ed i Bulgari di Altzek

Giacomo Racioppi nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, ci parla dei Bulgari di Altzek che si recarono da Grimoaldo I. Riguardo Grimoaldo I, duca del ducato longobardo di Benevento e dei Bulgari di Altzek ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baronie popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 31, in proposito scriveva che: “Ciò a conferma che il vasto patrimonio della santa sede esistente in quella regione non era stato avocato dai duchi di Benevento (63).”. In questo passaggio l’Ebner ci parla dei Longobardi del ducato di Benevento ai tempi di Arechi II e poi di Grimoaldo, suo figlio, che iniziano ad ammorbidire la loro politica verso la chiesa. Ebner, a p. 31, nella sua nota (63) postillava che: “(63) Notevole in quei tempi la carenza demografica se il duca Grimoaldo I (647-671) fu costretto a consentire l’immigrazione di colonie di Bulgari nel beneventano e nella pianura pestana, da cui, poi, s’irradiarono fino al lontano monte Bulgheria; Ebner, Economia e Società, I, p. 28; cfr. P. Dicono cit., V., 29: “In quel tempo 667 il duca dei Bulgari, Altzek, non so perchè uscito dalla sua patria, entra pacificamente in Italia e si presenta con tutta la sua gente del suo ducato da re Grimoaldo mettendosi al suo servizio e chiedendogli di stabilirsi nel suo regno. Egli l’invitò a recarsi a Benevento presso il proprio figlio Romualdo, al quale ordinò di assegnare al duca località dove potersi stanziare insieme col suo popolo. Romualdo li accolse benignamente e l’insediò in vasti terreni rimasti fin allora deserti, cioè Sepiano (Sepino), Boviano (Bovino), Isernia ed altre città coi loro territori” ordinando ad Altzek che, deposto il titolo di duca, si chiamasse gastaldo. Ai tempi di Paolo Diacono gli abitanti di quei luoghi non avevano dimenticato la propria lingua.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche.

Nel VII sec. d.C., il culto di San Michele alle falde del Monte Bulgheria e nel Vallo di Diano

A Caselle in Pittari, vi sono due grotte che molto probabilmente furono degli eremi di monaci iconoduli o basiliani ivi stanziatisi. Si tratta delle grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo, che insieme fanno parte di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele. Alle due grotte, si accede da ingressi naturali, e si raggiungono attraverso un sentiero rupestre che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto, in quanto all’interno sono stati eretti altari con raffigurazioni dell’arcangelo, protetti negli anni dalle acque di stillicidio da piccoli absidi. Caselle in Pittari è situato sulla dorsale del Monte Pittari anche noto come “San Michele” per la presenza di una grotta consacrata all’Arcangelo. Dal paese un agevole sentiero conduce alla sommità del monte e in breve tempo si raggiunge il luogo dedicato al culto del Santo. La popolazione locale celebra la ricorrenza del suo santo patrono in due momenti dell’anno: l’8 Maggio e il 29 Settembre. In entrambi i casi ci si reca in devoto pellegrinaggio alla grotta e i festeggiamenti proseguono con la processione che attraversa il centro abitato. Culminano l’8 Maggio i festeggiamenti in onore dell’Arcangelo Michele a Caselle in Pittari. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp. 175-176, partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc….tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I  parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica ecc…”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”.

Gatta, p. 69

Cattura...........

(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Statua di S. Michele

(Fig….) S. Michele Arcangelo – statuina a Caselle in Pittari di probabile epoca Aragonese

Caselle in Pittari

(Fig…) Caselle in Pittari – S. Michele Arcangelo – scultura in pietra d’epoca medievale

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(Fig…) Caselle in Pittari – agiografia dipinta ad afresco in una delle due grotte di Caselle in Pittari (SA)

Il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo del popolo germanico, avvenuta dopo il loro stanziamento in Italia (568) e completata durante il regno di Cuniperto (688-700). I Longobardi riservarono una particolare venerazione all’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino. All’arcangelo i Longobardi dedicarono diversi edifici religiosi in tutta Italia; in particolare, nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla loro conquista del Gargano (VII secolo). La devozione all’arcangelo rimase tra le più sentite durante l’intero regno longobardo, accanto a quelle di Giovanni Battista, del Salvatore e, in misura minore, di un altro santo “guerriero”, san Giorgio. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo dall’arianesimo e dal paganesimo che professavano al momento del loro ingresso in Italia fu un processo graduale, che occupò tutto il VII secolo e che si accompagnò a divisioni politiche e ideali all’interno della gens Langobardorum. L’opera di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda (589-626) e si appoggiò all’opera del missionario irlandese Colombano di Bobbio. Il culto micaelico si sviluppò quindi entro un contesto di religiosità arcaica, presso la quale trovava terreno particolarmente fertile la venerazione dei santi, percepiti come affini alle divinità di ascendenza norrena della tradizione più antica del popolo. In Michele, l’angelo che difende spada in pugno la fede in Dio contro le orde di Satana, i Longobardi riconobbero in particolare le virtù di Odino, dio della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri avvertito come particolarmente vicino ai Longobardi fin dal loro mito delle origini. Epicentro del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo; l’arcangelo guerriero fu presto considerato il santo patrono dell’intero popolo. Dall’epicentro garganico il culto micaelico fu diffuso nella parte settentrionale del regno (Langobardia Maior) da re Grimoaldo (662-671) che, pur essendo originario del ducato del Friuli, nel 651 era divenuto duca di Benevento. L’Historia Langobardorum annota una visione nella quale l’arcangelo, insieme a san Giovanni Battista e a san Pietro, apparve a un eremita al quale si era rivolto l’imperatore bizantino Costante II, che era sbarcato in Italia con l’intenzione di ristrapparla ai Longobardi. La profezia, ideata all’interno della tradizione agiografica beneventana (VIII secolo) e recepita da Paolo Diacono, consigliava l’imperatore di desistere dal suo tentativo, poiché la grande devozione manifestata dai Longobardi garantiva loro l’appoggio divino; Costante era stato infatti sconfitto da Grimoaldo nel 663. Il santuario di San Michele Arcangelo fu oggetto del mecenatismo monumentale sia dei duchi di Benevento, sia dei re installati a Pavia, che promossero numerosi interventi di ristrutturazione per facilitare l’accesso alla grotta dove, secondo la tradizione, l’arcangelo era apparso la prima volta (V secolo) e per alloggiare i pellegrini. San Michele Arcangelo divenne così una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa della Via Francigena; dopo la caduta del regno longobardo (774) il santuario, divenuto il principale centro del culto micaelico dell’Occidente, conservò la propria importante funzione all’interno della Langobardia Minor, sempre nell’ambito del ducato del Benevento che in quello stesso 774 si elevò, per iniziativa di Arechi II, al rango di principato; quando anche Benevento cadde, nel corso dell’XI secolo, di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini, che si legarono a loro volta al culto micaelico e intervennero ulteriormente sulla struttura del santuario, modificandone la parte superiore e arricchendolo di nuovi apparati decorativi. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 14 parlando della conquista Longobarda, in proposito scriveva che: Con le sue schiere, permeate del paganesimo nordico di Wotan (Odino)(24) e delle Walkirie e armate di lunghe scuri (‘barde’), Zottone passava (571-591) anche per questi paesi completamente privi di difesa (25). Non incontrando resistenza, il duca poteva raggiungere con una certa speditezza la Valle del Crati, ovunque infierendo ecc…”. Ebner a p. 14 nella sua nota (24) postillava che: “(24) I Longobardi identificarono poi il loro Wotan nel guerriero arcangelo Michele, al quale elevarono chiese sui colli per “dissacrare” i luoghi del culto pagano. V. N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9.”. Si tratta di Nicola Cilento (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 30-31, vol. I  parlando dei Longobardi nel Ducato di Benevento, in proposito scriveva che: “Il più antico documento cavense, che i compilatori del ‘Codex’ fanno risalire al 792 e Scandone al 651, attesta comunque che i longobardi fin verso la metà del VII secolo erano comunque idolatri. Lo sculdascio Loperto infatti faceva precedere alla sua firma, attestante lo svolgersi ‘ope legis’ delle varie fasi della stipula, il simbolo pagano del triangolo. Il vescovo di Benevento S. Barbato (668-683), fece estirpare dai recessi del locale ‘palatium’ la vipera d’oro adorata dai longobardi e il culto votivo dell'”albero sacro” a Wotan, venerato fuori le mura della città. In questa opera missionaria il vescovo fu aiutato da Teodorada (64), di origine friulana e moglie del duca Romualdo I (671-687), con il cui contributo avviò anche la costruzione del santuario di S. Michele sul Gargano, assimilato dai longobardi al loro Wotan e perciò assai venerato.”. L’Ebner a p. ….., nella sua nota (….) postillava che: “(….) “. Stessa notizia ci dava l’Ebner nel suo “Economia e Società nel Cilento Medioevale”, a p. 28 e, nella sua nota (122) postillava che: “(124) Anche Romolado (647-662) insediò una colonia di bulgari tra Isernia e Bovino”, richiamadosi anche alla presenza dei Bulgari nella nostra regione. Adriano Caffaro (….), nel suo “Eremitismo e monachesimo nl Salernitano”, a p. 19 è molto più esplicito scrivendo che: “3) Un altro elemento da tener presente è il culto angelico (11) vivo nella tradizione storica popolare e ricondotto alle grotte. Soprattutto, ma non soltanto, a quelle che penetrano nelle profondità della terra ed evocano superstiziosi timori di demoni o altri esseri infernali, che possono minacciare la comunità. In genere le grotte ed i santuari rupestri sono dedicati a S. Michele, con una santificazione dell’arcangelo che com’è noto sconfisse il diavolo. Insediamenti micaelici in grotte sono diffusi in Italia meridionale, ma risultano molto frequenti proprio in Campania. Tra gli esempi di grotte connesse al culto angelico e dedicati a S. Michele Arcangelo, il caso più importante quello di Olevano sul Tusciano, meta di pellegrinaggi già nell’867-70, quando il monaco Bernardo, di ritorno dalla Terra Santa, vi si recò attirato dalla fama di santità del luogo. Il culto dell’Angelo doveva essere particolarmente diffuso a livello popolare e verosimilmente era accettato e probabilmente incoraggiato dalle autorità ecclesiastiche e dalle comunità conventuali……nei casi di S. Michele alle Grottelle e di S. Angelo a Fasanella ecc..”. Caffaro a p. 19-20, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Di buon rilievo fu l’intervento di C.D. Fonseca al Convegno tenuto a Monte Sant’Angelo il 18 (18-21) novembre 1992 sul ‘Culto micaelico ed insediamenti rupestri nell’Italia Meridionale’. La relazione non è stata pubblicata, ma per questo problema v. gli Atti del Convegno, ‘Culto e insediamenti micaelici nell’Italia Meridionale fra anichità e medioevo, a cura di C. Carletti e G. Otranto, Bari, 1994.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5). A Caselle questo culto venne praticato sul monte San Michele o Pìttari o Pietroso, in due grotte distanti qualche metro l’una dall’altra: quella di San Michele, più grande, e quella dell’Angelo, più piccola, ambedue inoltrantisi nelle viscere della montagna per lacune decine di metri, tra cunicoli, gallerie e pozze d’acqua. Il complesso criptologico di San Michele offrì sicuro rifugio a schiere di monaci italo-greci, i quali rafforzarono, nelle popolazioni, la devozione all’Arcangelo Michele, che diventò la divinità tutelare del luogo, dominatore assoluto delle forze della natura (6).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (6), postillava che: “(6) B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963”Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…) parlando di Caselle in Pittari e della Baronia “ecclesiastica” di Rofrano, da cui questo piccolo centro dipendeva in epoca medioevale, in proposito scriveva che: “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 249 dopo aver detto di Praja a Mare e di S. Venere parlando di Maratea, scriveva che: “Il santuario della dea, posto a 622 metri sul livello del mare, e le abitazioni annesse per i sacerdoti addetti ai “sacra” costituirono certamente organizzazione religiosa avanzata, la quale da molto tempo aveva sostituito forme primordiali di feticismo autoctono, praticato nella Grotta di S. Angelo. E le grotte, di S. Angelo o di S. Michele, quelle di S. Vito sotto il Carpineto (21), offrirono sicuro riparo ai monaci basiliani, la cui diaspora verso l’Occidente bizantino fu determinata dalle invasioni persiane di Cosroe II, sotto l’Impero di Eraclio, 610-640.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 83, parlando di Abbatemarco, scriveva che: “Abatemarco, le cui rovine si ergono sulla sommità di una rupe ad 82 metri sul livello del mare, sulla destra del fiume omonimo, è noto nella zona anche col nome di “Casalini di S. Michele”. Il culto di S. Michele (16) è da collocarsi in epoca iconoclasta, se non precedente.”. Il Campagna a p. 83, nlla sua nota (16) postillava: “(16) Dall’arcangelo Michele traggono il toponimo Serra Bonangelo, torrente S. Angelo e contrada S. Angelo di Grisolia.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trascorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel VII sec., il Monotelismo

Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità.

Nel 717, l’Imperatore di bisanzio Leone III Isaurico

Leone III Isaurico (in greco Λέων Γ΄ ό Ίσαυρος; Germanicea, 675 circa – 18 giugno 741) fu Basileus dei Romei (Imperatore d’Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L’appellativo “Isaurico” allude alla sua regione di provenienza (l’informazione è peraltro controversa, come esposto in prosieguo). Leone III Isaurico (in greco medievale Λέων Γ΄ ὁ Ἴσαυρος; Germanicea, 675 circa – 18 giugno 741) fu Basileus dei Romei (Imperatore d’Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L’appellativo “Isaurico” allude alla sua regione di provenienza (l’informazione è peraltro controversa, come esposto in prosieguo). Per quanto riguarda i rapporti con le massime autorità religiose, l’Imperatore si mosse con prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l’iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l’ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l’appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell’Esarcato, che si rivoltarono all’autorità imperiale. Gli abitanti dell’Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l’Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po’ perché sperava che l’Imperatore si ravvedesse, un po’ perché contava sull’aiuto dell’Imperatore per respingere i Longobardi. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane (…), traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Nel 726 l’imperatore Leone III l’Isaurico pubblicò un editto che vietava l’uso delle immagini nella Chiesa. Di conseguenza, i suoi soldati rimossero le immagini dalle chiese di tutto l’impero bizantino. Germanos, il patriarca di Costantinopoli, protestò contro l’editto. Scrisse una lettera appellandosi a papa Gregorio II a Roma nel 729. L’imperatore Leone depose Germanos come patriarca poco dopo. Papa Gregorio si oppose a Leone e lo esortò a ritirare l’editto, cosa che Leone si rifiutò di fare.

Nel 726 (VIII sec. d.C.), la venuta dei monaci fuggiaschi dall’Oriente nel basso Cilento per le persecuzioni iconoclaste dell’Imperatore bizantino Leone III Isaurico

L’VIII secolo fu dominato dalla controversia sull’iconoclastia. Le icone vennero bandite dall’Imperatore Leone III, portando alla rivolta gli iconoduli dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo regno, quando in numero stragante i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini !. Ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (28), postillava in proposito che: “(28) Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tomo 2, saec. 8, pag. 339 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psallmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas). ”. Il Laudisio citava il testo di Bartolomeo Bernino (….), ‘Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711′. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Dunque, il Laudisio (….), sulla scorta del Bernino (….), scriveva che: “Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a p. 34, in proposito scriveva che: Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico nella lotta da questi ingaggiata contro le immagini (a. 726), influenzata dal monoteismo islamico e dall’opposizione della Chiesa primitiva contro ogni raffigurazione religiosa. Epifanio stracciò una tendina d’altare con la riproduzione dell’immagine di Cristo (69). I religiosi continuarono ad affluire nel territorio per effetto di questi movimenti iconoclastici specialmente dalle bizantine Calabria, Terra d’Otranto e Sicilia disperdendosi fra i monti. A questa prima fase ascetica (70), che tanto doveva colpire le rare popolazioni sparse tra monti e colline, seguì la fase lauritica. La pace serena di quei luoghi continuò ad essere meta di religiosi provenienti dalla Calabria, dalla Sicilia e dai Balcani, incalzati dalle orde saraceniche che avevano sconvolto tra l’altro le correnti commerciali. Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che costellano il territorio (li Lauri, aureana, Laurino, ecc..) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Ecc…”. Ebner, a p. 34, del vol. I, nella sua nota (69) postillava del monachesimo. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 ritorna a Narsete e parlando di Velia in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete. Ecc..”. Inoltre, Ebner proseguendo il suo racconto dopo aver detto della guerra Gota fa un salto e va all’anno 726, in cui dominavano i Longobardi, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) ecc….”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria ed Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta nell’anno ‘726. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…).

Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Nel 726 (VIII sec. d.C.), la venuta di monaci fuggiaschi dall’Oriente nel basso Cilento per le persecuzioni iconoclaste

Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 ritorna a Narsete e parlando di Velia in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete. Ecc..”. Inoltre, Ebner proseguendo il suo racconto dopo aver detto della guerra Gota fa un salto e va all’anno 726, in cui dominavano i Longobardi, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) ecc….”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria ed Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta nell’anno ‘726. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. Dunque, il Laudisio scriveva che i monaci provenienti dall’Oriente, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste giunsero nel basso Cilento (egli dice nella Diocesi di Bussento) e qui fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e anche l’abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che i monasteri (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Era l’VIII secolo, nel periodo della lettera del vescovo Felice di Agropoli. Papa Paolo I, si adoperò quindi nel sostegno dei perseguitati, accogliendone molti a Roma; mise inoltre a disposizione dei monaci greci esiliati da Costantino V il monastero dei Santi Stefano e Silvestro. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, sopprimento antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste.

Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri dove, in anfratti, spelonche, eremi e grotte, si cominciò a praticare il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, di provenienza orientale, che si sostituì a quello delle antiche divinità pagane (5).”. Il Guzzo, a p. 206, nella sua nota (5), postillava che: “(5) A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di San Michele nell’Italia Meridionale’, stà in “Millenaire monastique du Mont Sant Michel – Paris, 1971 – vol. III, pag. 343.”. Il Tancredi (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e anche del Cappelli (…), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239 parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne da sempre scelto e preferito per le diverse operazioni belliche finalizzate alla conquista delle terre dell’Italia meridionale. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi di Policastro, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli.  Questo determinò, almeno nel Cilento e soprattutto nel ‘basso Cilento‘, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del ‘Mercurion’ , del ‘Latinianon’ e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. I monaci giunsero nel ‘basso Cilento’ dall’Epiro (a Piro) e da alcuni paesi orientali come la Bulgheria (Monte Bulgheria) a più riprese. I monaci giunsero nel Cilento a più riprese, o per via mare approdando ai Porti Velini o per via terra dalla Calabria e dalla Terra d’Otranto, risalendo il corso del Lao e penetrando nelle zone montuose del Gelbison e dell’Antilia, per ridiscendere, poi, verso la costa lungo i corsi del Mingardo e del Lambro. La migrazione più numerosa fu quella del 726, anno della persecuzione iconoclasta da parte di Leone III Isaurico. Nel periodo medioevale, in seguito alla sconfitta gota, i greci-bizantini, occuparono queste terre, come dimostrano alcuni toponimi greci ancora in uso nella terminologia dialettale di queste popolazioni, che però rimasero sempre longobarde sino alla conquista Normanna. La presenza di monaci basiliani che scelsero queste terre solitarie, è testimoniata dalle numerose chiese, lauree, cenobi e monasteri da essi fondati. Uno di questi ultimi si trovava a S. Giovanni a Piro, dove visse il famoso umanista Teodoro Gaza e dove forse passò un periodo della sua vita S. Nilo. Molti storici hanno voluto individuare in questo territorio il nucleo del ‘Mercurion ” (…). E’ nel periodo iconoclasta che, si deve fare attribuire la formazione delle cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del Mercurion e di Monte Bulgheria. Nel Cilento, come altrove, il monachesimo conobbe diverse fasi di sviluppo: quella “eremitica”, vissuta appunto negli eremi, per lo più grotte inaccessibili, cavità naturali o umili capanne in cui il monaco era appagato del suo rapporto con Dio in perfetta solitudine e completo ascetismo. Seguì la fase “lauritica”, vissuta in comunità, chiamate appunto laure, formate da modeste capanne, grotte rupestri, raccolte per lo più intorno ad una chiesa, dove i monaci si riunivano per pregare. La preghiera in comune e le funzioni religiose costituivano l’unico momento socializzante per gli eremiti, che per il resto del giorno e della notte vivevano in totale solitudine, impegnati, nelle loro celle naturali, nella preghiera e nella meditazione. Alla fase lauritica seguì quella “cenobitica”, vissuta appunto nel cenobio, luogo creato per la vita comunitaria dei frati, che era ancora scandita dalla preghiera e dalla meditazione, ma che si arricchiva anche del lavoro e delle attività della manualità in generale. E’ il periodo in cui la comunità monastica si apre all’esterno e diventa punto di riferimento per i centri abitati, come ad esempio il Cenobio basiliano di San Giovanni a Piro in Provincia di Salerno (…). Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (…) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…), sebbene il Porfirio sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (…) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“ (…). Dunque non sarà azzardato affermare che queste terre iniziarono ad essere penetrate dal Monachesimo Italo-greco (….) già molto prima del IX secolo e pensiamo – e non vi sono motivi per dubitarlo – che la zona sia da identificarsi nel ‘Mercurion’ (…). Sulla penetrazione del monachesimo italo-greco, si sa che il primo influsso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e Narsete contro i Goti Ariani”, e i monaci che affluirono dalla penisola balcanica sconvolta alla fine del VI secolo, dall’invasione araba (Avara); altri dal Medio Oriente e l’Egitto e altri in fuga dalla politica religiosa dell’Imperatore Eraclio fautore dell’eresia monotelita. Altri vennero nella prima metà del secolo VIII per la politica religiosa bizantina, conseguenza delle lotte iconoclastiche (…). Il ‘Mercurion’ (…), fu la prima propaggine del Monachesimo basiliano in occidente, elevandosi nei secoli X-XI a potente veicolo di penetrazione del misticismo e della cultura dell’Oriente nel mondo latino. Il problema dell’ubicazione del ‘Mercurion’, presentatosi al Gay (…), tuttora controverso ha indotto il Cappelli (…) a ritenere che la sede del ‘Mercurion’ era posta al di là della media e bassa Valle del fiume Lao, la zona di Tortora fino a Scalea: “Questa zona, in cui la Calabria, la Basilicata e la Campania vengono a saldarsi in un paesaggio dall’aspetto rude e vergine che secondava l’ascesi e la meditazione mistica, il Mercurion, disseminò le sue filiazioni nella Basilicata e nel Cilento”.

Nel 731, Leone III Isaurico annette la Calabria e la Sicilia al patriarcato di Costantinopoli

Nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente.

Nel 741 (VIII sec.), l’Imperatore di Bisanzio Costantino V copronimo successo al padre Leone III

Nel 741 Leone III perì; gli succedette il figlio Costantino V, che nel 742 dovette però affrontare una seria usurpazione: Artavasde, suo cognato, infatti, diffuse la voce che Costantino V fosse stato ucciso in battaglia dagli Arabi; il Patriarca Anastasio, credendogli, pare abbia accolto la notizia con gioia e abbia anatemizzato Costantino V, per poi incoronare imperatore Artavasde; l’anno successivo (743) Anastasio incoronò imperatore anche il figlio di Artavasde, Niceforo. Costantino V, in realtà, era ancora vivo e, con il supporto di alcuni temi, riuscì a sconfiggere l’usurpatore e a rientrare nella capitale; Anastasio fu punito abbastanza duramente dall’Imperatore per l’appoggio dato all’usurpatore: fu picchiato e umiliato, costretto a passare per il Dihippion all’indietro a dorso di un asino, ma mantenne comunque la carica perché sostenitore della politica iconoclasta dell’Imperatore. Secondo Teofane (ma probabilmente è una distorsione storica), Anastasio sarebbe stato costretto da Costantino V a giurare sulla reliquia della Vera Croce che avrebbe rifiutato l’idea secondo cui Gesù Cristo, figlio di Maria, era figlio di Dio. Il 6 giugno 751 incoronò il figlio di Costantino V, Leone, imperatore il giorno di Pentecoste. Il Laudisio si riferiva ai due Esarca o Imperatori d’Oriente (bizantini) di Leone III Isaurico e del figlio Costantino Capronimo e del patriarca greco Anastasio. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). Ferdinando Palazzo (….), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, ecc…. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Ecc…”.

Nell’VIII secolo, Anastasio I, patriarca di Costantinopoli

Anastasio (… – gennaio 754) è stato un arcivescovo bizantino, patriarca di Costantinopoli dal 730 al 754. Il 22 gennaio 730, in seguito alle dimissioni del patriarca Germano I per non aver voluto accettare la politica iconoclasta dell’Imperatore, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli; poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio III, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). Lo stesso papa lo anatemizzò. Secondo la Vita di Stefano, fu durante il patriarcato di Anastasio che avvenne la rimozione della Chalke; secondo Teofane, ciò avvenne invece nel 726, durante il patriarcato di Germano I. In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, sopprimendo antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca.

Nell’VIII secolo, il patriarca bizantino Anastasio I, patriarca di Costantinopoli ed i monasteri italo-greci nel basso Cilento

Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. L’VIII secolo fu dominato dalla controversia sull’iconoclastia. Le icone vennero bandite dall’Imperatore Leone III, portando alla rivolta gli iconoduli dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo regno, quando in numero stragante i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini !. Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, e così e ancora oggi chiamato il paese che a poco a poco incominciò allora a sorgere attorno all’abbazia, la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”. Dunque, il Laudisio citava Leone III Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo. Scrive il Laudisio che a quel tempo, nell’VIII secolo, Anastasio I, patriarca di Costantinopoli, “forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione!”. Dunque, il Laudisio scriveva che i monaci provenienti dall’Oriente, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste giunsero nel basso Cilento (egli dice nella Diocesi di Bussento) e qui fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e anche l’abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che i monasteri (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (28), postillava in proposito che: “(28) Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tomo 2, saec. 8, pag. 339 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psallmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas). ”. Il Laudisio citava il testo di Bartolomeo Bernino (….), ‘Historia di tutte l’heresie, Venezia, 1711′. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Dunque, il Laudisio (….), sulla scorta del Bernino (….), scriveva che: “Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico.

Bernino, p. 188

(Fig…) Domenico Bernino (…), p. 188 e s.

Gaetano Porfirio (…), nel 1848, nel suo “Policastro” a p. 538, nel suo saggio ‘Diocesi di Policastro’, sulla scorta dell’Ughelli e forse del Laudisio parlando della chiesa di Policastro,  così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ scriveva che: “Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (3) (3- Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla divozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetuo soggette. Ecc...

porfirio-p.-538.png

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Anastasii Bibliotecarii in papa Paulo, apud Bernino, historia haer., tomo 2, seculo 8, pag. 399 (…), ovvero “Anastasi Bibliotecario” che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo  ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709, tomo II, secolo VIII, p. 399, storia di “papa Paolo I°”, si veda p. 188 e s. (si veda p. 191). Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Gaetano Porfirio (…), sulla scorta del Bernino (…), riporta notizie di quegli anni circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre. Secondo il Porfirio (…), negli anni 751, gli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo, costrinsero alla fuga molti monaci iconoduli. In seguito, negli anni ……..(VIII secolo), il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, aggregò alla chiesa ortodossa greco-bizantina parecchie chiese della Lucania. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (…), sulla stregua del Di Luccia (…) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.”. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Alla nota (63) che corrisponde alla nostra nota (23), i due studiosi postillano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituitadi ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Lo storico contemporaneo Ravegnani (…), dice in proposito: “...la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logoteta dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).

Dall’anno ‘827 (IX sec.) fino al X secolo, l’invasione Araba della Sicilia e la migrazione di famiglie di monaci dalla Sicilia in Calabria

Già a partire dal VII sec. la Sicilia subì diversi tentativi di conquista da parte degli Arabi. Posta nel cuore del Mediterraneo, l’isola costituiva una piazzaforte strategica di fondamentale importanza per il controllo delle rotte mediterranee e l’impero musulmano si trovava agli inizi di quella straordinaria fase di espansione che ne avrebbe esteso il dominio su tutte le coste settentrionali dell’Africa e su gran parte della penisola iberica. L’ennesima invasione araba ebbe inizio ufficialmente nell’827 con lo sbarco presso Mazara del Vallo delle truppe berbere guidate dal grande giurisperito di origini persiane, Asad ibn al-Furat. Nell’831 cadde Palermo nuova capitale del dominio arabo sull’isola. Caddero quindi Messina e Ragusa, mentre Castrogiovanni, l’attuale Enna, fu conquistata soltanto nell’859. Ci vollero oltre dieci anni per sottomettere le popolazioni di Val di Mazzara e di Val Demone, ultimo territorio a cadere in mano musulmana. Siracusa fu presa ancora più tardi, nell’878, mentre l’assedio di Taormina iniziò nel 902. Rometta fu l’ultima roccaforte a cedere all’assalto musulmano nel 965. La conquista della Sicilia e le continue incursioni arabe sulla terraferma innescarono un consistente flusso migratorio che si sviluppò progressivamente lungo tutto l’arco del X sec. fino oltre la prima metà del secolo successivo. In una prima fase furono interessate tutta la Calabria e la Basilicata sud-occidentale. In seguito la presenza di comunità greche si estenderà anche all’interno dei domini longobardi, dove le attività di contadini, artigiani, preti e monaci greci sono ben attestate dalla documentazione d’archivio di molti importanti enti benedettini, soprattutto quelli di Montecassino, Cava dei Tirreni e Montevergine. Le vicende di questi personaggi, originari per la maggior parte della Sicilia orientale, ci offrono una testimonianza vivida e suggestiva di questo momento storico. Ma quest’ondata migratoria è descritta anche da un’altra fonte, quella dell’agiografia monastica, ovvero il racconto delle vite di alcuni santi monaci in fuga. Le agiografie tramandano frammenti di una storia comune, di cui i santi monaci sono protagonisti, ma non unici attori. Cristoforo che raggiunge la Calabria con i figli e la moglie; Fantino che invita i genitori e fratelli a raggiungerlo nella “spopolata Lucania”. Luca di Demenna che invita la sorella e nipoti a raggiungerlo nella Valle dell’Agri per fondare un nuovo monastero. Saba, figlio di Cristoforo, che, dopo aver lasciato a suo fratello Macario la guida dei monasteri da lui fondati alle pendici del Pollino, raggiunge Luca di Demenna che è in fin di vita, e si prende cura della sua sepoltura. Vitale da Castronuovo che decide di raggiungere la Valle dell’Agri per praticare l’ascesi in una grotta non lontano dal monastero fondato ad Armento dallo stesso Luca. Nilo da Rossano che lascia spesso il suo eremo per raggiungere Fantino suo maestro e guida, e lo stesso Fantino che si reca in visita presso la grotta dove Nilo pratica l’ascesi. Nei racconti di queste Vite straordinarie traspare la vicenda corale della migrazione, il processo di ricostruzione dei legami familiari spezzati dalla fuga, e la sapiente ricucitura di una rete di solidarietà che ancora oggi caratterizza le comunità di emigrati nelle terre d’arrivo. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. La conquista islamica della Sicilia avvenne tra l’827 con lo sbarco a Mazara del Vallo, e il 902, anche se l’ultima città bizantina del thema di Sikelia a cadere fu, il 5 maggio 965, Rometta, che aveva continuato a resistere da sola. Malgrado la Sicilia avesse subito incursioni da parte dei musulmani fin dalla metà del VII secolo, esse erano finalizzate al saccheggio e non minacciarono mai il controllo bizantino. L’opportunità per gli emiri aghlabidi di Ifriqiya giunse nell’827, quando il comandante della flotta bizantina isolana, Eufemio, si rivoltò. Sconfitto dalle forze lealiste e cacciato dall’isola, Eufemio cercò l’aiuto degli Aghlabidi, che inviarono un esercito a invadere la Sicilia con il pretesto di aiutarlo. Eufemio venne tuttavia prontamente messo da parte. Un assalto iniziale alla capitale Siracusa, fallì, ma i musulmani furono in grado di respingere il conseguente contrattacco bizantino e a impadronirsi di alcune fortezze. Con l’arrivo di rinforzi dall’Africa e da al-Andalus, nell’831 espugnarono Palermo, che divenne la capitale della nuova provincia musulmana. Il governo bizantino inviò alcune spedizioni per respingere gli invasori, ma impegnato nel conflitto contro gli Abbasidi sulla frontiera orientale e contro i Saraceni di Creta nel Mar Egeo, fu incapace di trovare forze sufficienti per scacciare i musulmani, i quali per i successivi tre decenni saccheggiarono i possedimenti bizantini trovando un’opposizione quasi nulla. La fortezza di Enna al centro dell’isola fu il principale baluardo bizantino contro l’invasione musulmana, fino alla sua caduta nell’859. I musulmani aumentarono poi la loro pressione sulla parte orientale dell’isola, e, dopo un lungo assedio, espugnarono Siracusa nell’878. I Bizantini mantennero il controllo di alcune fortezze nel quadrante nordorientale ancora per qualche decennio, e i loro tentativi di riconquista continuarono fino all’XI secolo, anche se furono incapaci di sfidare seriamente il controllo musulmano. Lo stesso periodo, 885–886, vide inoltre i notevoli successi conseguiti in Italia meridionale contro i musulmani dal generale bizantino Niceforo Foca il vecchio. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “……………………………….”.

Nell’823 d. C., troviamo un “Aliprando del Bussentio”

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano o Chronicon Cavense del Pratilli

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

Nell”830 (VIII sec. d.C.), i monaci d’Oriente e le popolazioni Bulgare nel basso Cilento

Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania”, sulla scorta del Pellegrino (….) parlando e riferendosi ad alcuni Bulgari, in proposito scriveva che: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumu-s”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (10), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”.Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Marai su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…”.

Nell ‘855 (IX sec. d.C.), il generale bizantino Niceforo Foca ed i monaci fuggiaschi dall’Oriente

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Si tenga presente che solo tra l’855/6 Niceforo Foca restituì a Bisanzio i territori calabri ancora in possesso dei Longobardi.”. Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Alla morte di Basilio I (886), fu richiamato in patria dal nuovo imperatore Leone VI il Saggio e inviato dapprima in Macedonia, contro i Bulgari di Simeone I, e successivamente in Siria contro i Musulmani. La popolarità di Niceforo Foca nell’Italia meridionale è rimasta alta per molti secoli. Michele Amari lo definì “uomo d’alto stato e di grandissimo animo (…) savio e forte”, un eroe magnanimo che avrebbe beffato i propri soldati pur di salvaguardare la libertà delle popolazioni sconfitte. Alcune diocesi dell’Italia meridionale, per esempio Santa Severina e Nicastro o le soppresse diocesi di Amantea e Belcastro, fanno risalire tradizionalmente la loro fondazione al generale bizantino e alla sua strategia tesa a rafforzare i legami dei territori riconquistati con l’Impero d’Oriente.

Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Ecc…”. Ferdinando Palazzo (….), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, ecc…. Ferdinando Palazzo (…), sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…), riferendosi ai monaci d’Oriente, in proposito scriveva che: come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino e riferendosi pure ai villaggi di S. Giovanni a Piro e Camerota, in proposito scriveva che: A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…. Ebner, nel suo vol. II, a p. 332, nella sua nota (16) posillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, stà in “Gli studi in Italia”, V, 1882, p. 366 sgg.”. Infatti, riguardo questa notizia il Gaetani (….), a p. 22, in proposito scriveva che: “Conoscendosi intanto che il Bussento risorse per opera dei Normanni, ne deploriamo una distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino ad Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente la cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale divenuta orribile covo Saracinesco finì per mai più non risorgere. Gli stessi gemiti potremo emettere sulle chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII e nel IX e nel X secolo della chiesa Bussentina. Ecc…”. Ebner, a p. 332, vol. II, continuando a scrivere su Policastro diceva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “invocati da Guaimario, intervennero i Bizantini, allora vittoriosi sugli Arabi in Calabria, che recarono ai Salernitani soccorsi e viveri, denari e milizie; le forze congiunte dei Greci e dei Longobardi riuscirono temporaneamente a ricacciare i Saraceni nel ribat di Agropoli ai principi dell’884. Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari in Calabria, dove il generale bizantno Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. Nel tentativo, appunto, di liberare quest’ultima città dalla stretta in cui l’aveva chiusa Foca, i nuovi arrivati furono tutti sterminati: “…..nutu Dei, a quo omne bonum procedit, quemdam agarenum de Africa evocans, regia de stirpe procreatum, Agropolim, inde ad Garelianum, in quo praesidebant, ad moenia israelitica misit atque illorum mentem accendens hortatu, universos Saracenos tam de Gareliano quam de Agropoli, communiter collecti, in Calabriam, ubi residebat Graecorum exercitus super Saracenos in Sancta Severina commorantes, properarunt ibique omnes Graecorum gladiis extincti sunt (1).”. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Erchemperto, op. cit., c. 56”. Dunque, il Cantalupo, trae il passo in latino da Erchemperto. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista bizantina, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano della Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, dipendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima a coesistere una Lucania Occidentale longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania Orientale bizantina (2). Questa comprendeva le regioni di Latiniano (3) e del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”.

Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885–886 rioccupò Bari e Taranto nelle Puglie, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato longobardo di Salerno e il ducato longobardo di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Alcune diocesi dell’Italia meridionale, per esempio Santa Severina e Nicastro o le soppresse diocesi di Amantea e Belcastro, fanno risalire tradizionalmente la loro fondazione al generale bizantino e alla sua strategia tesa a rafforzare i legami dei territori riconquistati con l’Impero d’Oriente.

Nell’884-886 (IX sec. d.C.), i Bizantini riconquistarono la Calabria fino a Bussento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 89, in proposito scriveva che: “I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse policastro (2), tutta la puglia fino a Manfredonia e la Lucania orientale, tra le valli dei fiumi Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatosi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani ecc….”. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Su Acerenza, il Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Acerenza era nel 968 sicuramente bizantina, come ci attesta la ‘Relatio de legatione costantinopolitana’, del vescovo di Cremona (in: LIUTPRANDI, Opera, ed. Dummler, Hannoverae, 1877, pp. 187 sgg.)”.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro 

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

Nell’anno 887 (VIII sec. d.C.), Leone IV detto il ‘Sapiente’

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Il passaggio del Laudisio (…) è interessante. Il Laudisio scriveva che: Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (29), postillava in proposito che: “(29) Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21.”. Dunque, la citazione del Laudisio del Cardinale De Luca riguardava la notizia che nel secolo precedente, dunque nel VIII secolo (secolo precedente all’887), le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 10, nella sua nota (29), postillava in proposito che: “(29) Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21.”. Dunque, la citazione del Laudisio del Cardinale De Luca riguardava la notizia che nel secolo precedente, dunque nel VIII secolo (secolo precedente all’887). Il Laudisio cita Leone detto il ‘Sapiente’ e l’anno ‘887, in cui l’Imperatore d’Oriente Leone VI (noto con l’epiteto il Saggio dal greco Sophós) (Costantinopoli, 19 settembre 866 – Costantinopoli, 11 maggio 912) è stato un imperatore bizantino, formalmente Basileus dei Romei dal 886 alla sua morte. Detto il “Sapiente”avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma (29); ecc..”. Cosa significa questo passaggio del Laudisio. Il Laudisio vuole dire che le chiese che nell’VIII secolo erano erano state strappate all’autorità di Roma ovvero le chiese che in precedenza erano sorte come prime diocesi d’Italia, come ad esempio quella di Velia e quella di Bussento, o erano vacanti cioè non erano retti da un Vescovo oppure erano state trasformate in calogerati. Negli anni 887 (IX secolo), l’Imperatore bizantino Leone IV (detto il “Sapiente”), confermò gli atti di violenza perpretati nell’VIII secolo da Anastasio I, patriarca di Costantinopoli. Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. Dopo la morte del padre nell’886, avvenuta durante una battuta di caccia, Leone VI gli succedette al trono ricevendo in eredità quello che era l’Impero Romano d’Oriente più esteso sin dai tempi di Giustiniano I. Tra i suoi primi atti, fece deporre il Patriarca Fozio I di Costantinopoli (come già aveva fatto il padre Basilio) per sostituirlo con suo fratello, Stefano, atto che fu duramente criticato da Papa Stefano V, che scomunicò l’omonimo neo-patriarca, anche se poco dopo dovette accettarlo e ritirare la scomunica. Durante il suo regno, l’impero bizantino perse però i territori della Sicilia e di Reggio Calabria ad opera dei musulmani, e i Balcani a causa della guerra con Simeone Khan dei Bulgari, nell’894, quando questi invasero il territorio bizantino sconfiggendo l’esercito imperiale. Nel 907 Costantinopoli venne posta sotto assedio e l’Impero dovette pagare un tributo annuo allo scopo di riscattare i numerosi prigionieri di guerra e ristabilire la pace. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa ed all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argoento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”.

Il culto di S. Sofia

S. Sofia

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.. Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc….E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Nel IX sec. d.C., il monachesimo basiliano nel basso Cilento

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).”. Il Natella e Peduto, a p. 508, nella loro nota (61) ppostillavano: “(61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, Venezia, Antonelli, 1886, XX, pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62) postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, 1950-51, p. 2. Su S. Giovanni a Piro e la sua famosa Badia v. P. M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma, Chracas, 1700.”. Dunque, secondo i due studiosi, è nel IX secolo che nel golfo di Policastro e nel suo entroterra incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Pietro Marcellino Di Luccia (….), anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel cap. 5.”. Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che: “…..il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.“. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Si veda p…… e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, ‘Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti e, nel suo Cap. VI, p. 351, in proposito scriveva che: “Nel Principato citra di Salerno li moasterij si San Gio: à Piro, e di San Pietro di Cammerota..”. Apollinare Agresta (…), però a p. 352, dopo aver parlato di Rossano Calabro, cita il Monastero di: “Il Cenobio di San Gio:, hoggi volgarmente detto S. Janni, dove soleva di continuo orare quel gran Padre di oratione, e penitenza San Nilo”. Controlleremo cosa scrive il Rodotà (…), che riportò integralmente gli elenchi di Agresta. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agresta (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Era questo il riferimento del Di Luccia (…), al padre Agresta, quando citava il cap. V. L’Agresta (…), a p. 342 e, poi il Rodotà (…), sulla scorta del Baronio (…), cita il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata (vicino l’attuale Frascati), che aveva tra i suoi beni il monastero di Rofrano, concesso, come è stato dimostrato da eminenti studiosi, da donazioni Longobarde e poi in seguito confermate nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla, di cui ivi abbiamo dedicato un nostro saggio. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da alcuni studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”.

La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”.

Nell’IX secolo, le munifiche donazioni dei Principi Longobardi alla chiesa

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. 8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc..Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Dunque, facciamo il punto di ciò che diceva l’Ebner. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” :

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta dello Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″ (…), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Il Fusco (…), nella sua nota (71), postillava dei documenti della ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e degli incartamenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli su Caselle in Pittari, di cui parlerò. Il Fusco, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Ebner P., Economia e Società, etc., p. 33.”, di cui parlerò in seguito. Felice Fusco (…), che a p. 40, scriveva che: “………..agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), ……e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava dei documenti della ‘Platea dei beni e delle rendite ecc..’ del 1523 e degli incartamenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli su Caselle in Pittari. Il Fusco, nella sua nota (71), postillava che: “(71) ASN, Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 “Consulta dell’anno 1753 per insino ad agosto 1756”, Inc (artamento) n. 2, passim: “osservasi nell’anno 1523 (…) dalla copia di un ordine spedito sin dall’anno 1596 dalla Camera della Sommaria dall’apprezzo di d.a. (=detta) T.ra (=Terra) di Casella fatto dall’Ingegniero D. Onofrio Tonca nell’anno 1671….che Guaimario P.pe (= Principe) di Salerno avesse edificato il mon.ro (= monastero) o sia la Badia di S. Angelo in Pittari ritenendone il Ius Patronato….”. Non vorrei sbagliarmi ma, il documento della Real Camera della Sommaria Vicereale Spagnola, del 1596, redatto dall’Ingegnere Onofrio Tonca, citato dal Fusco (…), sia stato citato dal Pasanisi (…), in uno dei suoi studi sulle Torri costiere vicereali. Tuttavia, ad oggi, non vi è traccia del documento o dell’Atto di donazione del Principe longobardo Guaimario III che faceva alla chiesa di Caselle in Pittari. L’Ebner (…), nel suo “Economia ecc..”, dopo aver parlato di un antico documento Normanno dell’anno 1131, la cui copia fu pubblicata per la prima volta dal Ronsini (…), e da lui stesso ripubblicato a p. 498 e s. e poi in seguito ripubblicato anche dalla Follieri (…), a cui peraltro abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, nella sua nota (2), vol. I., a p. 496, in proposito ai possedimenti concessi, scriveva: “..la Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Io credo che tra gli antichi possedimenti della chiesa di Rofrano, e dunque della “Terra” di Caselle, vi fossero anche quelli della vasta tenuta del Centaurino, rivendicata dai Carafa e dalla chiesa di Policastro, nelle liti che sorsero nel secolo XVIII, proprio a causa dei vasti possedimenti donati tra il VII ed il XI secolo dai principi Longobardi alle maggiori stazioni basiliane, poi in seguito benedettine dell’area, come ad esempio la chiesa o il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente ho rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli (…), che, attraverso le Relazioni scritte per le vertenze giudiziarie sorte tra i Comuni e la Diocesi, fa luce sui passaggi storici che hanno caratterizzato questo anticihissimo possedimento. Nella Relazione di De Micco (… – Fig….), riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), si scrive a p. 1 e s., che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.” (Fig. …).Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine:

IMG_5666 - Copia

(Fig….) Copia della conferma del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco (…), scriveva in proposito a p. 6 che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, che oggi pretendesi rivendicare da questo Comune. La detta tenuta di Cannamaria, come appresso dimostreremo, è precisamente quella che ora viene appellata ‘Centaurino’, della quale si contende….Questo latifondo ‘Cannamaria’ era allodiale, cioè scevro e libero da qualsivoglia servitù e vincolo feudale. Lo prova il fatto di averne il Conte Mansone disposto come di cosa propria….”. Il De Micco, prosegue il suo racconto nella predetta Relazione (…), scrivendo: “Laonde è dal 1130, ossia ‘otto secoli’ circa, che le monache di S. Mercurio incominciarono a godere ‘legittimamente’ e ‘pacificamente’ la ‘vasta tenuta’ Cannamaria, a titolo di ‘proprietà assoluta’, sia fittandola e riscuotendone la decima parte del prodotto dai coloni che la coltivavano, e sia concedendola ‘in enfiteusi’ a piccole sezioni ed esigendo il canone; e questo dominio o possesso fu pienamente riconosciuto dal Comune di Roccagloriosa e Comuni viciniori. Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”.

La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”. Le notizie intorno a questa chiesa ed al titolo, ovvero la sua dedicazione di “San Giovanni de lo Colazone” potrebbero derivare da uno dei tre santi Uomini, i tre monaci che si trovavano nel monastero del Mercurion (di cui parla la Vita di S. Nilo, opera agiografica), ovvero Giovanni, Zaccaria e Fantino. Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara) parlando della Tebaide in Calabria e nel basso Cilento, in proposito scriveva che: “La Calabria è stata definita dal Barrio e dall’Ughelli come una Tebaide, per il numero stragande di monasteri e di monaci, che l’hanno popolata per tutto il Medio-Evo…….“eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. Etc…”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.

Nel ‘908, le chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae” (ovvero dipendenze), nelle nostre terre

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, ecc…….queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.

Antonini, p. 342

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chimata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”.

Nell’anno 915 (X sec. d.C.), distruzione di Policastro e le incursioni dei Saraceni

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Questa citazione è tratta dal Laudisio (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Volpi (…) che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….). I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (…), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – io direi piuttosto copiato. Qui il Volpi (…), scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e allUniversità di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino e dei villaggi del basso Cilento, in proposito scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche……ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “……………………………………………

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro e distrutta nel 915, si rifugiarono in un antichissimo castello longobardo a Rivello e quì vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”

Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara), in proposito scriveva che: “La Calabria è stata definita dal Barrio e dall’Ughelli come una Tebaide, per il numero stragande di monasteri e di monaci, che l’hanno popolata per tutto il Medio-Evo. Dal secolo VII fino all’avvento dei Normanni (1054) abbiamo in Calabria solo monaci greci e bizantini, impropriamente detti Basiliani, i quali abitarono in tutte le sue valli, nei recessi più impervi, nei monti e nelle grotte, sicché tutta la regione ne fu sovraccarica. Un notevole impulso al monachismo locale fu dato dall’immigrazione di monaci orientali che, sotto l’incalzare degli Arabi nel secolo VII e sotto i colpi dell’iconoclastia nel secolo seguente, preferirono lasciare l’Oriente per cercare climi più ospitali in Occidente. Essi sbarcarono in grandissimo numero in Sicilia ed in Calabria, dove trovano un terreno particolarmente adatto alla loro forma di vita e vi prosperarono favorevolmente. Nel secolo IX incominciarono le invasioni arabe della Sicilia. Per questo, quei monaci, abbandonano l’isola e cercano asilo nella vicina Calabria, rifugiandosi prima nella zona di Reggio, teatro delle gesta dei due S. Elia di Enna e di Reggio. Poiché anche quella zona divenne meta delle razzie saracene, essi cercano u asilo più sicuro verso la Calabria settentrionale, nella zona di Rossano, famosissima in tutto il mondo bizantino e specialmente nella zona più famosa “eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. Ma accanto a queste due zoe monastiche, di Rossano e del Mercurion, noi ne troviamo un’altra meno nota, ma non meno importante, che gravita intorno a Cerchiara. Essa è compresa tra i confini orientali del Mercurion, i monti di Cassano e il mare Jonio. L’agiografia della fine del secolo X ci fa sapere che questa zona era percorsa dai Santi italo-greci non meno di quella del Mercurion. Sappiamo infatti che S. Fantino, uno dei maestri di S. Nilo, con molta probabilità era di Cassano, come sostiene il Mattei-Cerasoli (8), o quanto meno nelle sue vicinanze.”. Il Russo, a p. 27, nella nota (8) postillava che: “(8) In Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, IX, 316.”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

Il monastero di S. ELIA SPELEOTA (Profeta) presso la Grotta di Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 227, in proposito scriveva che: Fra la metà del X e i primi dell’XI secolo, “nel castello delle Tortore” (142) avvennero delle guarigioni, grazie ad un indumento di S. Elia Speleota. Difatti con dell’acqua in cui era stata immersa la pianella sinistra del Santo, conservata da Saba di Collesano nel monastero dei Siracusani (143) – la destra era stata portata nel monastero di Malvito dal monaco Hilarione -, fu guarita una “donna lunatica”, figlia di Giovanni, “molto venerabile e celebre sacerdote” de castello. Lo stesso infuso diede la parola ad una donna muta dalla nascita, il sonno ad un’altra che non dormiva da diciotto giorni. Stupiti da questi miracoli, “l’habitatori di questo castello deliberarono tenersi per forza appresso loro la santificata, e benedetta pianella”. Ci vollero minacce di anatemi, perchè lo stesso sacerdote Giovanni riportasse la reliquia al mnastero di provenienza (144).”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Il Campagna, a p. 227, nella nota (143) postillava che: “(143) Monastero basiliano della “Regione mercuriana”, in J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit.; B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano, etc., cit.”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (144) postillava: “(143) Vita di S. Elia Speleota, etc., cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Sul monastero di S. Elia, il Cappelli, a p. 407, nell’Indice, alla voce “S. Elia profeta (mn) presso Praia a Mare, p. 208”, ovvero il monastero di S. Elia profeta (speleota) presso Praia a Mare. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “Certo può corrispondere più a questo che a quella chiesa di S. Zaccaria ugualmente passata, per la munificenza di Normanno di Aieta, al monastero cavense tra il sec. XI ed il seguente e sita sulla marina di Aieta; e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di n cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”.  Il Cappelli, a p. 214, nella nota (33) postillava che: “(33) Vedi in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”.”. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Dunque, Francesco Trinchera, nel 1865, pubblicò circa 15 carte manoscritte in greco tutte provenienti da Aieta. Queste carte erano conservate nel Grande Archivio di Napoli, le cui carte, nel 1943, in occasione di una deliberata incursione bellica dei Tedeschi nel sito di Belsito, dove erano state trasportate, andarono perdute. E’ grazie all’archivista Francesco Trinchera che ancora oggi ne manteniamo la loro memoria. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”.  Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”. Sempre secondo il Cappelli ed il Trinchera (….), nel 1198, Giovanni Scullando, signore di Aieta, donò  alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta” che era sito ad Aieta. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. eTC…”. Sempre il Cappelli, a p. 220 riferendosi a GIOVANNI SCULLANDO aggiungeva pure che:  “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958. Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, a p. 16, in proposito scriveva che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un antichissimo monistero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine. Nel 1500 poco stante dall’abitato di Ajeta si costrusse un convento di Francescani che fu soppresso sotto l’Occupazione Militare……Ajeta era primamente di rito greco ed aveva per patrono S. Nicola di Bari. Non si conosce l’epoca, in cui divenne di rito latino.”. Sul monastero di S. Elia Speleota Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Si tratta di Vincenzo Saletta che pubblicò nella rivista “Studi Meridionali”, anno V (1975) un resoconto sul bios di S. Elia Speleota. Il Saletta, a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 940, S. NICODEMO e S. FILARETE

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 188-189-190, dopo aver parlato di due S. Fantino che figurano nelle agiografie dei santi, in proposito scriveva che: “I grandi santi monaci di Calabria e di Sicilia, che si recavano alla ‘eparchia’ del Mercurion, ancora avvolta nella leggenda, più che apparire chiara nella sua ascetica realtà, affluivano a questa matrice di idee e pietà bizantine più o meno nello stesso tempo: intorno cioè al 940. Ed è interessante notare che le agiografie di questi grandi santi, benchè per la maggior parte redatte pochi anni dopo la loro morte da autori che spesso li avevano conosciuti di persona e ne avevano udito i racconti, non riferiscono mai che essi si siano conosciuti tra loro. Se questo vuole spiegarsi in certo modo con il fatto che quegli asceti trascorrevano una vita eremitica in zone topograficamente assai difficili e quindi isolate tra loro, ciò non è del tutto convincente: per il motivo che parecchi di quei santi, nel tempo che non si rinchiudevano in penitenza nei loro eremi, erano dei tenaci itineranti, e perchè poi la regione del Mercurion non era vastissima. Quanto ora ho detto si riscontra con evidenza nel caso di cui ci si occupa: e cioè che i capi delle comunità che accoglievano Nicola (S. Nilo) nei loro monasteri erano esattamente gli stessi che ricevevano S. Nicodemo. La Vita di quest’ultimo, che rimane nel codice 30 della Biblioteca dell’Università di Messina, è stata dettata da un monaco Nilo (27), che scrisse anche una vita di S. Filarete di Palermo. Da questa Vita, conservata nel codice messinese 29 del 1307 (28) copiato insieme al precedente da Daniele, sceuofilace, cioè sagrestano, del monastero del SS. Salvatore di Messina (29), veniamo a sapere che il monaco Nilo aveva conosciuto di persona S. Filarete, allorchè questi con i suoi parenti dopo la battaglia di Dragina passava dalla Sicilia nella zona di Reggio e quindi a Sinopoli: conoscenza che gli fece nascere l’idea e gli inspirò l’ardore di darsi anch’egli ad una vita di perfezione. Poichè questo fatto d’arme ebbe luogo nel 1040, e poichè la conoscenza del giovane Filippo, nome di battesimo di S. Filarete, con colui che fu poi il monaco Nilo, avvenne poco dopo, è facile dedurre come quest’ultimo fiorisse nella seconda metà del secolo XII e probabilmente anche nei primi decenni del secolo seguente. Mentre il fatto stesso che il biografo all’epoca dell’incontro non era ancora monaco e viveva quindi nel suo proprio mondo, denota che egli era nativo di quegli stessi luoghi e per ciò non identificabile con altri monaci omonimi vissuti nel medesimo periodo di tempo e dei quali conosciamo la patria. Ma il biografo di questi due campioni dell’ascetismo, uno del suo tempo, l’altro contemporaneo del grande santo Rossano, di cui egli stesso portava il nome, non lo nomina affatto nella trattazione di S. Nicodemo, che pure visse in un primo momento nei luoghi resi insigni dalla pietà di S. Nilo. E sì che la sua narrazione è anche modellata sulla magistrale agiografia che di quest’ultimo aveva scritto S. Bartolomeo di Rossano e che è da credere si fosse assai presto divulgata tra i chiostri del monachesimo bizantino. Tutto ciò fa parte di quella norma di silenzio cui ho accennato circa le relazioni tra i santi monaci; a meno che, all’arrivo al Mercurion di S. Nilo, che sembra più giovene di circa un decennio di S. Nicodemo, questi non si trovasse più nella zona perchè già ritiratosi a vita eremitica. Non sembrerebbe però così se il passo dela Vita di S. Nicodemo (30) in cui è narrato il viaggio fatto verso il Mercurion in compagnia di altri suoi concittadini di Cirò etc…In tutti i modi S. Nicodemo trovava al Mercurion gli stessi igumeni ricordati dalla Vita di S. Nilo: Giovanni, Zaccaria, Fantino con il fratello Luca. Dopo vari anni di permanenza nel monastero di questi due ultimi, il nuovo asceta, come tutti i più fervidi assertori di pietà religiosa, sentiva il bisogno di vivere in solitudine. E si ritirava così sul deserto ed inospitale monte Cellerano tra un folto ed aspro intrico di boschi e di rovi. Questa località è stata identificata con il monte Celleriti presso Palmi (33) e che la collina Celano nei dintorni di Mammola (34): proposta la prima ubicazione perchè fino a non molti anni fa si credeva che l’eparchia del Mercurion fosse sita nei dintorni di Seminara; l’altra per una certa concordanza tra la denominazione del monte e della collina; ma inesatte ambedue.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (27) postillava che: “(27) G. Mercati, op. cit., p. 273; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677; D. Martire, Op. cit., I, pp. 271 ss.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Erhard, Op. cit., pp. 446 ss.”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (29) postillava che: “(29) G. Mercati, op. cit., pp. 55 n. 1 e 271;  O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp 296 ss”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (30) postillava che: “(30) D. Martire, Op. cit., I, p. 272”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (33) postillava che: “(33) D. Martire, Op. cit., I, p. 272”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (34) postillava che: “(34) V. Zavaglia, S. Nicodemo abate basiliano etc., Polistena, 1947, p. 159, n. 2”.

Il Cappelli, a p. 191 prosegue spiegando il perchè riteneva inesatte le due ubicazioni del monte Cellerano in Calabria.  Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Ritengo invece che, come S. Nilo agli inizi della sua vita ascetica era avviato dai monasteri del Mercurion alla parte meridionale del Cilento, folta di eremi e cenobi il cui ricordo in parte rimane ancora oggi in molte memorie, nonchè in numerosi toponimi derivati dal greco bizantino, e quivi si imbatteva in masnade musulmane  e donava le prime prove della sua vita perfetta, così anche S. Nicodemo passasse in questi luoghi dove incorreva in simili avventure, mostrando ugualmente il suo desiderio di perfezione. Località che poi sono quelle stesse in cui si rifugiò S. Fantino allontanandosi dalla regione mercuriense.”.

Nel……., S. Nicodemo, secondo il suo Bios, fu fatto prigioniero dai Saraceni e portato su una spiaggia del Tirreno, forse la spiaggia di Palinuro

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192 parlando del “monte Cellerano”, in proposito scriveva che: Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (38) postillava che:  “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, Op. cit., I, pp. 273 e 274”

Nel 940, il monte ‘Cellerano’ (Monte Bulgheria secondo il Cappelli), il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro, la ‘Gola del Diavolo’, mito e leggenda

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è la Cappella di S. Maria Laurentana, un tempo dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., che, sulla scorta di Biagio Cappelli (….) parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Franesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39). Ricercando la probabile ubicazione del monte Cellerano, in base alla particolarità del luogo celebrato dal mito, mi sembra siano da escludere e la foce del Lao e la regione intorno a punta licosa. La prima perchè essa si allarga in una ammirevole pianura spalleggiata da monti, che restano però a notevole distanza; la seconda perchè rimane un pò troppo lontana dal punto di partenza di S. Nicodemo. Per tale ragione, per quanto in quest’ultima zona esista attualmente il toponimo Cellara, la denominazione di Cellerano mi sembra possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare. Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra. Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di Messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47). Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48). Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome della prima di esse, perfettamente appropriato a quello di un “sito intorno a cui il vento turbina”, come è stato giustamente proposto per spiegare il toponimo Palinuro (49), è proprio pronunziato nel dialetto di Orsomarso ‘Palinuro’. E ciò perchè i dialetti meridionali in genere, così come in quello calabrese, e non soltanto di parecchi paesi della zona silana (50) ma anche di vari borghi della parte settentrionale della regione, appare il fenomeno per cui la d in posizione iniziale ed intervocalica prende il suono di r. Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione. Interpretazione questa di fatti e dati offerti dall’agiografia monastica che vuole essere un altro contributo alla conoscenza di alcuni santi calabresi vissuti nel rigido clima dell’ascetismo bizantino”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…). Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s..

Filippo Bulgarella (34) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’,  citato dalla Falcone a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. La Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Il Bulgarella a p. 40, in proposito a S. Nilo scriveva che: “Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) che una simile tendenza si concreta nella piena disponibilità a collegarsi organicamente con i centri di potere esterni alla sfera politica di Bisanzio. Il suo stesso itinerario che dalla Calabria lo porta a Roma attraverso i territori longobardi è scandito da una serie i fondazioni (Vallelucio, Serperi) che sono indicative di momenti di intesa con le corti di Salerno e di Capua. E’ un itinerario finalizzato al superiore disegno di far convergere il monachesimo italo-greco su Roma, ancor più che su Bisanzio, in cui significativamente San Nilo si rifiutò di andare (119). La conquista normanna scolvolse un simile intreccio di esperienze e di civiltà. Tuttavia il monachesimo potè ulteriormente svilupparsi sotto l’egida dei grandi cenobi, come quello di dei Santi Elia ed Anastasio di Carbone (120). Ed è stata avanzata l’ipotesi che la conquista abbia provocato il riflusso dell’elemento greco della Campania, dal Cilento, dal Vallo di Diano, dal Latinianon e dal Merkurion (121). Certo è che essa introduceva un’egemonia latina che, a lungo andare, si rivelò lesiva dell’ellenismo culturale e cultuale.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Paolo Lamma, a p. 249 in proposito a S. Nilo scriveva che: “E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme, si posti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Quando l’agiografo dice che Nilo fu onorato come nessun altro al mondo “non solo dei fedeli imperatori e arconti, dai patriarchi e dai vescovi della stessa stirpe, ma anche da quelli che non appartenevano alla stessa lingua, e persino dai tiranni infedeli, voglio dire dai signori delle tribù saracene” (285), ci presenta veramente una sintesi del mondo meridionale, dove imperatori fedeli, ecc…Ma la splendida accoglienza che fu fatta a Nilo in terra latina, l’incontro con i monaci di S. Benedetto, con Pandolfo, con Aloara, con Ottone III dimostrano che quella non fu una scelta fatta solo per umiltà, ma per un consapevole orientamento verso un mondo che l’attraeva ecc….Ottone III è detto ‘basileus’ e a Nilo fa la …………………, ma in un punto, quasi per inciso, è chiamato ancora …………………..(287).”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (285) postillava che: “(285) ‘Vita Nili’, 14, “…………………………………”.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (286) postillava che: “(286) Ib., 72 “……………………………………………..”.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (287) postillava che: “(287) Ib., 80: “………… (Landolfo II)……………………………….”, ma (ib, 89-90) Ottone viene chiamato ‘basileus’ e si dice espressamente (90): “…………………………………..” l’imperatore e il papa, chiamato, con espressione caratteristica di un modo di pensare, patriarca.”.

Nel ….., il Codice “Codex Rossanensis”

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Mi riferisco al manoscritto oggi noto alla scienza come ‘Codex Rossanensis’, e di cui MM. Oscar von Gebhardt e Adolf Harnack sono stati i primi a segnalarne l’esistenza di recente. Si tratta di un magnifico volume, composto da 188 fogli di pergamena tinti di porpora, alti un piede, in cui è scritto a grandi lettere d’argento di forma onciale arrotondata il testo greco delle Evangelie di San Matteo e San Marco. Questo manoscritto ha una grande analogia con quello che, tra le rare copie dei Vangeli risalenti ai primi secoli del cristianesimo, Tischendorf ha designato con la lettera N, e le cui carte, anch’esse di pergamena purpurea, scritte in lettere d’argento, sono disperso tra Patmos, Roma, Vienna e Londra. I due studiosi tedeschi che hanno dato notizia di quello di Rossano lo attribuiscono al VI secolo, e accetto volentieri questa data, a patto che si intenda la fine del secolo e non l’inizio. Infatti vi sono parti, sicuramente scritte dalla stessa mano del resto del manoscritto, in cui lo scibe usava un carattere tipografico allungato e stretto, che non può essere anteriore a questo periodo. Ma ciò che soprattutto fa l’interesse del primo ordine del Vangelo greco di Rossano, sono le dodici grandi miniature che vi esistono ancora, ultimo avanzo di un’illustrazione molto più ricca, la maggior parte delle quali purtroppo è andata distrutta. Ognuna di queste miniature occupa un’intera pagina, divisa in due registri: in alto, un soggetto del racconto evangelico; in basso quattro figure a mezzo busto dei Profeti che annunciarono questo fatto, ciascuno accompagnato dal testo del suo oracolo. I dipinti sono certamente coevi alla stesura del manoscritto, vale a dire del VI secolo. L’esecuzione è molto notevole, il disegno serrato, le composizioni semplici, nobili e chiare, il giro superbo e lo stile ancora del tutto antico. Etc…”.

Nel ……., una Fonte: il Bios (la Vita), opera agiografica sulla ‘Vita’ di S. Nilo il giovane di Rossano, il codice Cryptense B II scritto da S. Bartolomeo il giovane

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 37 e ss., in proposito scriveva che: “Uno dei momenti della vita di S. Nilo di Rossano…..è possibile cogliere nelle amorose pagine del biografo discepolo e concittadino (1) S. Bartolomeo di Rossano che nelle lunghe veglie monastiche ascolta, riponendole nella sua mente, le avventure del beato dalla viva voce di questi e le integra con quanto già narrano le tradizioni patrie.”. Cappelli, a p. 51, nella nota (1) postillava che: “(1) Circa la patria di S. Bartolomeo il giovane, così si è sempre ritenuto: ma V. ora: P.F. HALKIN, S. Barthlemy de Grottaferrata. Notes critiques, in “Analecta Bollandiana”, LXI, pp. 202-13 e la risposta di G. Giovanelli, La patria di S. Bartolomeo abate di Grottaferrata, in “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata”, n.s., I (19479, pp. 242 ss.; lo stesso, Sull’autore della Vita di S. Nilo’, in “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, n.s., III, (1949), pp. 162 ss.; lo stesso “Ancora sull’autore della Vita di S. Nilo”, in Bollettino, cit., n.s., V, (1951), pp. 111 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (2) postillava che: “(2) L. De Rosis, Cenno storico della città di Rossano, etc., Napoli, 1938, p. 194 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (3) postillava che: “(3) Vita di S. Nilo Abate etc., (trad. di A. Rocchi), Roma, 1904, pp. 5-6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., (edidit etc.., I. Cozza-Luzi), Romae, 1893, pp. 14-15, 82-83; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “S. Nilo si ritira a vita solitaria nella grotta di San Michele Arcangelo – Il programma della sua laboriosa giornata (943)”, a p. 18 e ss., in proposito scriveva che: Purtroppo nulla sapremo, se provvidenzialmente, in seguito, il suo prediletto discepolo Bartolomeo, con la sua santa astuzia, non li avesse carpiti dalla bocca stessa del santo suo Maestro, con cui convisse per più di dieci anni, e non ce li avesse tramandati per iscritto nel mirabile Bios (Vita)(3).”. Il Giovanelli, a p. 19, nella nota (3) postillava che: “(3) Di questo BIOS è stata da me pubblicata la fedele “Versione italiana”, con abbondanti note religiose, storiche, sociali e politiche, (Grottaferrata, 1966), e nel 1972 è stato pure da me pubblicato il “Testo originale greco”, con “Studio introduttivo” ed “Appendice: Il Matrimonio di S. Nilo” (Grottaferrata, 1972).”. Il titolo del testo greco del bios è Bios di S. Nilo Juniore. Testo originale greco e Studio introduttivo a cura di P. Germano Giovanelli, Badia di Grottaferrata 1972. Il testo della Vita di S. Nilo, fu scritto in greco ed è contenuto nel codice cryptense B II. Il Giovanelli (….), a p. 19, nella nota (4) postillava che: “(4) Sui codici autografici scritti da S. Nilo e sui caratteri da lui usati cfr. Sofronio Gassisi, I Manoscritti Autografi di S. Nilo Iuniore….Estratto dall’Oriens Christianus, Fasc. IV, Roma, 1905, pagine 22 ss.”. Da Wikipedia, alla voce “Bartolomeo il giovane” (S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo) leggiamo che egli fu un abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: La sua biografia, scritta in greco dal suo discepolo Beato Bartolomeo, anch’egli nativo della stessa città, che fu il suo secondo successore come abate del convento greco intorno a Roma, è l’unico documento che ci porta nella vita delle province meridionali…”. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (…), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo“. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (…), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo, fol. 73 e 7” (…), cita un episodio su S. Nilo, accaduto nei pressi del Monte Bulgheria. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 parlando del casale di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “….il Monastero di S. Mercurio,…..Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; etc….L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Etc…Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”. Dunque, l’Antonini parlando del casale e del monastero o convento di S. Mercurio a Roccagloriosa cita l’“Anonimo Greco della vita di S. Nilo”. L’Antonini dovendo riferire alcune notizie sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e del passaggio di S. Nilo citava il suo Bios, ovvero l’opera agiografica del Santo che egli scrive essere scritta dall’“Anonimo Greco”. Chi fosse l’“Anonimo Greco della vita di S. Nilo” così chiamato a p. 386 ?. Sempre l’Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: etc..”. Dunque, l’Antonini si riferisce all’“Anonimo Greco della Vita di S. Nilo” e a volte scrive “l’Autore Greco nella Vita d S. Nilo”. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’ riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Etc…”. Dunque, l’Antonini si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (….) ed al suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, etc…”, scrivendo che così: “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Etc..”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. L’Antonini si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), “Historia Carbone Monasterii”, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: “Autore Greco della vita di S. Nilo”. Si tratta del testo di Paolo Emilio Santorio Casertano (13), “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, che pubblicò a Roma nel 1601 (Roma per i tipi di Guglielmo Faciotto). Infatti, Paolo Emilio Santorio (….), sulla scorta dell’autore che l’Antonini chiama “Autore Greco della Vita di S. Nilo”, opera agiografica e “Bios” di S. Nilo, che come si è visto fu scritta dal suo discepolo S. Bartolomeo. Dalla Treccani on-line leggiamo che nella Storia della letteratura italiana Girolamo Tiraboschi scrisse che, dopo Baronio, tra gli scrittori di martirologi e vite dei santi poche penne erano sfuggite all’agiografia: una era quella di Santoro. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il De antiquitate et situ Calabriae di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. nel suo “Paolo Emilio Santoro Arcivescovo di Urbino – Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio annotata e continuata da Marcello Spena”, pubblicato nel 1859, ricalcava il testo del Santoro (…). Anche in questo testo non è chiaro l’autore dell’opera agiografica della vita di S. Nilo ma labili riferimenti ad un certo: “Ma il greco autore della vita di S. Luca” e poi ancora “(4) da un autor greco manoscritto” (p. 8 ). Lo Spena scrive che l’opera del Santoro, unica edizione del 1601 diventò così rara che: “si mantiene nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo in Napoli, donde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Sulle origini di S. Nilo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) etc…”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Dunque, Ebner, riguardo le origini di S. Nilo scriveva che l’opera agiografica del Santo, “capolavoro dell’agiografia Calabrese”: “Vita di S. Nilo Juniore” (il Bios), fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Ebner postillava di padre Giovannelli (…) che scriveva Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Dunque, S. Nilo il Sinaista ?. Riguardo la vita di Nicola da Rossano (il S. Nilo), Ebner scrive sulla scorta del racconto che ne fa il Pontieri (….). Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) etc..”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Dice la sua biografia, scritta dal prediletto discepolo Bartolomeo (capolavoro delle produzioni agiografiche calabresi del tempo e importante fonte storica), che tutta la giornata egli trascorreva in occupazioni continue. Infatti la regola di Nilo, benchè ispirata al più rigoroso ascetismo, ingiungeva ai seguaci di associare alla preghiera e al canto liturgico l’esercizio quotidiano del lavoro, che si esplicava nella coltivazione dei campi, nello studio delle Sacre scritture, nella raccolta dei libri, nella copia dei manoscritti (23). Si nota pertanto in essa un dinamismo ignoto alle regole monastiche basiliane in uso nei chiostri della Calabria bizantina; e lo si vede all’influsso – cosa non rilevata finora – della Regola di S. Benedetto, che Nilo non mancava occasione di additare come esempio di perfezione cenobitica ai suoi confratelli, e in onore del quale egli compose e modulò ben otto inni liturgici (24). Ed oltre che poeta, teologo e scrittore, soprattutto epistolografo (benchè delle sue lettere una sola ci rimanga, riferita dal biografo Bartolomeo e diretta ad un capo di Saraceni invasori della Calabria), Nilo fu calligrafo e mastro nell’arte dello scrivere ai suoi monaci (25). Per loro seppe formare una biblioteca non trascurabile, nella quale rimangono preziosi codici, conservati, in parte, nella superstite badia basiliana di Grottaferrata. Etc..”Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Etc..”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (21) postillava che: “(21) Orsi, La chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone, nel volume ‘Le chiese basiliane della Calabria’, cit., p. 197 ss.; cfr. anche J. Gay, ‘Saint Adrien de Calabre: le monastèere basilien et le collège des Albanais’, nel volume ‘Mélanges pubbl. à l’occasion du jubilée épiscopale de Mrs. De Cabrieres (Paris, 1899), pp. 291 ss.”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (22) postillava che: “(22) Vita S. Nili, cit., p. 306.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Il Minasi, nel suo lavoro su ‘S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890), dà una traduzione ed un commento dell’agiografia di Nilo, la quale, oltre che dai Bollandisti, fu edita anche dal Migne in ‘Patrologia greca-latina’, t. LXI p. 508 e ss. Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berlin, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Il Pontieri, a p. 100, nella nota (24) postillava che: “(24) Cozza-Luzi, in op. cit., num. XXXIV (in “Rivista Storica Calabrese”, cit., p. 70).”. Il Pontieri, a p. 100, nella nota (25) postillava che: “(25) da un codice di Grottaferrata, su cui cfr. Cozza-Luzi, in op. cit., ibid., p. 73, e Vita Nili, cit., p. 419; R. De Vreesse, Les manuscrits grecs de l’Italie méridionale (Histoire, classement, paléographie), Città del Vaticano, 1955 (vol. 193 della Collana Studi e Testi), pp. 27.”. Dunque, il Pontieri nella nota (20) postillava “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304;, poi nella nota (22) postillava pure della “Vita S. Nili”: il Bios di S. Nilo. Sempre il Pontieri, a p…., nella nota (23) postillava che il Minasi (….), nel suo “S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890)”, ha tradotto e ha commentato l’opera agiografica, il Bios di S. Nilo, scritto da S. Bartolomeo Juniore (S. Bartolomeo il giovane) che, scrive sempre il Pontieri (….), oltre ai Bollandisti fu pubblicata anche dal Migne (….) nella sua “Patrologia greca-latina”, tomo LXI, p. 508. Dalla Treccani on-line leggiamo che la Vita di S. Nilo”, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Sempre il Pontieri, nella nota (23) postillava: “(23) Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berli, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Sempre riguardo la vita di S. Nilo calabrese, Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica…..(1).”. Dunque, l’opera che contiene il Bios di S. Nilo scritta da S. Bartolomeo Jiuniore è “Acta Sanctorum” dei Bollandisti. Un altro contributo alla vita ed alla storia di Nicola da Rossano viene da Ernesto Pontieri (….) che, nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “…..riferita dal biografo Bartolomeo e diretta ad un capo di Saraceni invasori della Calabria), Nilo fu calligrafo e mastro nell’arte dello scrivere ai suoi monaci (25).”. Dunque, il Pontieri scrive che il Bios (la Vita) di S. Nilo fu scritta dal suo biografo Bartolomeo. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Sul monastero di S. Nazario cfr. Cappelli, S. Nilo e il cenobio di S. Nazario, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, pp. 35-53.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Il Minasi, nel suo lavoro su ‘S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del X secolo (Napoli, 1890), dà una traduzione ed un commento dell’agiografia di Nilo, la quale, oltre che dai Bollandisti, fu edita anche dal Migne in ‘Patrologia greca-latina’, t. LXI p. 508 e ss. Del suo valore storico discorre il Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellens in Mittelalter, Berli, 1893, p. 402. Di Nilo compendia la vita lo Schlumberger, Un empereur byzantin au dixième siecle: Nicéphore Phocas (Paris, 1890), p. 674, nonchè p. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma, 1884.. Sempre sul “Bios” di S. Nilo, il Pontieri, a p. 100, nella nota (25) postillava che: “(25) da un codice di Grottaferrata, su cui cfr. Cozza-Luzi, in op. cit., ibid., p. 73, e Vita Nili, cit., p. 419; R. De Vreesse, Les manuscrits grecs de l’Italie méridionale (Histoire, classement, paléographie), Città del Vaticano, 1955 (vol. 193 della Collana Studi e Testi), pp. 27.”. Riguardo il Bios di S. Nilo scritto da S. Bartolomeo Juniore, la studiosa e apaleografa Enrica Follieri (….), in “Byzantina et Italograeca”, a p. 340, nella nota (10) postillava che: “(10) F. Halkin, Bibliotecha Hagiographica Greca, II Bruxelles, 1957 (Subsidia hagiographica, 8a), p. 152 num. 1370. All’edizione pubblicata, con versione latina, nel 1624 da Giovanni Matteo Cariofilo, vescovo di Iconio (Roma, Zanetti, 1624) e riprodotta sia negli ‘Acta Sanctorum’ (Acta SS. Sept., VII, 1760, PP. 282-342) sia nella Patrologia Greca del Migne (P. G. 120, col. 15-165) è oggi da preferire quella edita, sulla base del Codice Cryptense B δ II, del secolo XII, dallo ieromonaco criptense Germano Giovannelli (Bios ………………………….., a cura di p. G. Giovannelli, Badia di Grottaferrata, 1972). Lo stesso autore aveva precedentemente pubblicato una nuova versione italiana del Bios (G. Giovannelli, Vita di S. Nilo fondatore e patrono di Grottaferrata, Badia di Grottaferrata, 1966).”. Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica e con freschezza sincera espone condizioni di vita religiosa, e di esaltazione fanatica, inconcepibili ala nostra mentalità moderna, e pur degne, nonché di rispetto, di amirazione (1) Etc…”. Paolo Orsi, a p. 177, nella nota (1) postillava che: “(1) Su S. Nilo e i suoi tempi, veggansi le pagine come sempre vivide del Lenormant, Grande Grèce, I, pp. 349 sgg. In tempi recenti la sua vita è stata scritta dal Canonico G. Miniasi, San Nilo di Calabria, monaco basiliano del secolo X, Napoli, 1892, ma con carattere accentuatamente ascetico piuttosto che storico-critico. Sono molto limpide e ben altrimenti apprezzabili le poche pagine che al santo illustre ha dedicato il Gay, L’Italie meridionale et l’Empire byzantin cit., pp. 268-86. Idem in compendio Schlumberger, Un empereur byzantin au X° siecle; Nicephore Phocas, p. 674. Etc..”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo storico corre così ordinato, dopo un breve proemio e un cenno sulla Patria del Santo, dalla nascita alla morte e deposizione delle sue reliquie; ché, sebbene la biografia non sia divisa in capitoli, procede con tal affilatura di discorso, che direi averci il pio scrittore ritrattata nel suo lavoro l’ordinatezza stessa della santa anima sua. Narrati i fatti della puerizia e gioventù di Nilo nel secolo, ci descrive il periodo del suo monacato tra i cenobiti, indi la penitentissima sua solitudine dentro la spelonca di un monte. Quinci com’egli cominciò ad avere discepoli: sul quale proposito disgredisce a parlarci di tre discepoli più segnalati per santità, cioè il b. Stefano da Rossano, il b. Giorgio suo concittadino e il b. Proclo da Bisignano: disgressione ben giusta e a lode del Santo che perciò si riconosce anche dai preferiti suoi allievi (I). Dopo ciò prosiegue egli a dire come il Santo per le incursioni dei Saraceni nell’estrema Calabria si ritirò indietro più verso settentrione, ove stabilì la sua comuunità presso Sant’Adriano a un dieci miglia sotto Rossano, nelle vicinanze di San Demetrio-Corone. Sotto questo periodo di circa trent’anni (951-980) si svolgono molti fatti posti con un cert’ordine così riguardo al governo dei monaci, come all’esercizio di sue virtù e al dono di celesti carismi. Etc…Trascorso questo periodo narra con tutto il filo storico come Nilo lasciato in tutto le Calabrie riparò nella Campania, ove ebbe monastero prima a Vallelucio, indi in Gaeta, e ciò con tutti gli eventi che in ciascuna dimora si verificarono. Finchè lo storico ci conduce il Santo a Tuscolo. Qui preso lui stanza in un monasteor detto ‘Sant’Agata’, si compie con la morte la sua vita, coronata con l’apertura dell’ultima Badia, della vera stabile dimora dei suoi figli di Grottaferrata, che doveva essere il deposito delle sue reliquie, e l’eredità secolare della sua lunga posterità. La cronologia in conseguenza, se non è parlante con date, che non fu in uso presso gli antichi, è pur troppo viva e appariscente; di guisa che non guari studio si tesserebbe di questa vita la intera cronostassi. Lo stile, vestito di una lingua bizantina anche buona, e spoglia quasi in tutto di neologismi, è semplice, e sente di quel di san Luca nell’Evangelo e negli Atti. E’ molto conciso, per un grand’uso di participii; etc…”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. V, riferendosi all’opera agiografica della vita di S. Nilo il giovane, nella nota (I) postillava che: “(I) Tre versioni latine son fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal ‘Mtius ep. Thermul.’ di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc., Tomo VI, Paris, 1729) la terza del ‘Caryophilus archiep. Iconien. da lui stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il ch. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo X e di erudite annotazioni in fine.”. Il Rocchi, a p. VI, in proposito all’opera agiografica su S. Nilo scriveva che: “…il codice membranaceo, forse il codice più antico che se ne conservi, il quale rimonta al secolo XII, prefige in un foglio innanzi al principio del testo un’imagine a penna, di San Bartolomeo in abito sacerdotale greco, con un libro nella mano sinistra ed una piccola croce nella destra porta verso il petto. Orizzontalmente al collo di una figura in linea, diviso vi è scritto ‘O αγ Βαρτολομεο δ υεος, cioè ‘San Bartolomeo il giovane’, detto così per distinguerlo dall’Apostolo di quel nome, siccome anche S. Nilo è detto il giovane a distinzione dal Sinaita del V secolo e discepolo di San Giovanni Crisostomo. Il Cariofilo etc…(1)”. Il Rocchi postillava: “Vita S. P. Nili iunior latinitate donata, Interpr. Io Matth. Caryophilo Archiep. Iconien, Romae, 1624”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1)……Anzi è tradizione in Rossano (De Notis, op. cit.), che Nilo fosse della illustre famiglia dei MALENA, di cui unico discendente oggi superstite, mi si dice, è un qualificatissimo cittadino.”. Il Rocchi citava “De Notis Paolo” ma, credo sia un errore di stampa perchè egli voleva intendere Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884 (che possiedoinsieme al Rocchi). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp, 30-31, nel capitolo 4: “S. Nilo si riduce a vita solitaria. Sua asprissima penitenza, e tentazioni dai demoni”, in proposito scriveva che: “Non aveva egli nè letto, nè seggiola, nè arca, nè casa, nè borsa, nè bisaccia, anzi neppur un calamaio, egli che pur tanto scriveva; ma in quella vece spalmata della cera entro un pezzo di legno, con questo egli portò a luce e bene questo gran numero di libri (I).”. Il Rocchi, a p. 31, nella nota (I) postillava che: “(I) Questa espressione ci induce a pensare che molti scritti di lui si possedessero, quando, il biografo scriveva. Da noi tre soli volumi si conservano, opera del S. Padre, riconosciuti autentici da valenti periti, e degni da tenersi in conto di preziosa reliquia. Vedi la nostra “Badia”, Roma, 1904, cap. VII, Gli studi monastici. In uno dei quali è questa data storica: “L’anno 6473 del mondo (di C. 965) l’esercito di Manuel patrizio ebbe una rotta presso Rametta (in Sicilia); e la stessa Rametta venne presa, e fu un grande eccidio. E per mano di Nilo monaco fu scritto il libro di S. Doroteo”. Codesta disfatta con più la morte del medesimo patrizio è confermata da storici bizantini (Rocchi, Codd. Crypten., p. 104).”. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 101, nella nota (1) postillava che: “(1) Leoni, op. cit., vol. II, c. VII”. Il De Salvo, a p. 101, nella nota (2) postillava che: “(2) Fiore, Della Calabria illustrata, tom. II, p. 63”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”Da Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 940 (?), SAN FANTINO IL GIOVANE, dalla sua Calabria viene a vivere nei monasteri del basso Cilento

Da Wikipedia leggiamo che  Fantino il Giovane, anche conosciuto come San Fantino il Confessore (Taureana, 927 – Tessalonica, 1000 circa) è stato un monaco calabrese ortodosso vissuto nel X secolo. Nato in Calabria nel 927, in una località che viene descritta come “molto vicina alla Sicilia” (probabilmente nella Vallis salinoroum nell’attuale provincia di Reggio Calabria) era figlio di Giorgio e Vriena, due ricchi possidenti molto pii, e fu consacrato a Dio durante la sua infanzia, entrando in monastero all’età di otto anni; la sua educazione fu curata da Sant’Elia Speleota. Divenne monaco all’età di tredici anni, dimostrandosi pieno di fervore e di virtù, ed ebbe gli incarichi di cuoco e di portinaio. A trentatré anni si diede all’eremitaggio nella regione del Mercurion dedicandosi alla preghiera e alla penitenza e lottando contro le tentazioni del Diavolo (2). Ritornato alla vita cenobitica creò molti monasteri, tra cui almeno uno femminile, che accolsero i suoi genitori, i fratelli Luca e Cosma e la sorella Caterina. Volendo ritornare alla vita eremitica lasciò la carica di abate del monastero più importante al fratello Luca. Anche se viveva tra i boschi selvaggi ritornava tra la gente sia per insegnare ai suoi discepoli, tra cui si trovavano Nilo da Rossano e Nicodemo da Cirò, che per trascrivere dei manoscritti (2). Il santo ebbe spesso delle visioni del Paradiso e dell’Inferno e compì vari miracoli (3). Fantino visse sia come eremita che come monaco e abate. Pur essendo un eremita ritornava dai boschi per essere guida e insegnante spirituale dei suoi discepoli, tra i quali vi furono Nilo da Rossano e Nicodemo da Mammola (1). All’età di sessant’anni, dopo che il monastero da lui fondato fu distrutto durante una scorreria saracena, si trasferì nel Peloponneso con i suoi discepoli Vitalio e Niceforo. Durante la traversata la nave su cui si trovava rimase senza acqua potabile; per questo motivo Fantino trasformò l’acqua di mare contenuta in alcuni contenitori facendo su di essi il segno della croce (1). Visse quindi per un certo tempo a Corinto passando poi ad Atene dove visitò il tempio della Madre di Dio e recandosi a Larissa dove sostò presso la tomba del santo martire Achille operando vari miracoli in tutte e tre le località. In ultimo si recò a Tessalonica, dove visse quattro mesi in un monastero dedicato a San Mena spostandosi in seguito fuori le mura della città. A Tessalonica egli guarì molte persone e causò il pentimento di un giudice corrotto; gli fu anche riconosciuto il merito di aver impedito la conquista della città da parte dei Bulgari. Secondo la tradizione morì il 30 agosto dell’anno 1000 dopo otto anni di predicazione. Su S. Fantino ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 131 e ss. Il Martire (…) a p. 131, in proposito scriveva che: “N. 5 – S. Fantino di Tauriano. La città di Tauriano, mentre stesse in piedi, fu ella sempremai produttrice di uomini illustri e prodi della milizia cristiana. In quella nacque Fantino (1) da Giovanni e Tedibia, (2) molti secoli dopo (3) all’altro dello stesso nome, che fu secolare, non Monaco, come fu il punto, di cui si discorre ed ebbe per fratello S. Luca (4) altresì Monaco Abate. Egli lasciato il mondo portossi (5) al monastero di S. Mercurio sopra alla città di Seminara succeduta alla suddetta di Tauriano. Ivi con gran fama di santità, menavano la vita i monaci di S. Basilio etc…Succeduta poi la morte di quell’Abate etc…Amicissimo di S. Nilo di Rossano (6): perchè fatta costui la sua professione nel Monastero di S. Nazario, (poi chiamato di S. Filareto), passò a quello di Mercurio, e s’affezzionarono tanto tra loro, che non è credibile etc…Ritirossi poscia S. Nilo nella solitudine, in cui era l’Altare di S. Michele Arcangelo: e tutto che stassero di corpo assenti, eano di affetto congiuntissimi, e legati in sant’amore, visitandosi l’un con l’altro etc… E se bene lo consolasse S. Nilo ad esortarlo a tornare nel suo monastero, egli tuttavia volle passare in luoghi più deserti e solitari, dove alla fine fu chiamato dal Signore all’altra vita, à 24 di Luglio (8) circa l’anno 965 (9) ed indi in poi il Monastero del Mercurio cambiò il nome in quello di S. Fantino.”. Il Martire, a p. 134, nella nota (1) postillava: “(1) Il presente ristretto si è cavato dalla leggenda scritta da un patriota di S. Fantino, che in carta pergamena si conserva nel Monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, a S. Eufemia di Sinopoli; ed anche in lingua italiana trovasi nell’Archivio Basiliano di Roma, da cui io ne ebbi una copia dal rev. P. Abate Generale Menniti, che conservo. Si è medesimamente cavato cose in più dalla leggenda di S. Nilo di Rossano. Ne parlano brevemente Barrio, lib. 2, fol. 168 e Marafioti, lb. 1° cap. 35, fol. 74; sebbene il confondano con quel S. Fantino, preteso di Siracusa, ma che fu dello stesso Tauriano, come fu detto sopra nella Vita di lui…..etc…(1) la tradizione comune volle che fosse della città di Tauriano: e così anche confermano i sopracitati Barrio, Marafioti, Gualtieri nei manoscritti, e l’Abate Generale Agresti nella ‘Vita di S. Basilio’, part. 5, cap. 11, folio 411.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (4) postillava: “(4) S. Luca – Nella Vita di S. Nilo narrasi, che fosse fratello di detto S. Fantino, ed a lui succeduto Abbate, dopo morto, come anche dice il detto Marafioti.  Altri vogliono, che S. Luca fosse abbate del Monastero di Carbone in Basilicata, coe sarà narrato nella seguente Leggenda. E per concordare questa diversità non vi sarà altro da dire che, S. Luca dopo il governo del Monasterio del Mercurio, fosse passato a quello di Carbone: altrimenti cadrebbero in fondo quanto si pretende, che detto S. Luca fosse di Siracusa, e non di Tauriano, o pure bisognerebbe dire che fossero stati due S. Luca di Tauriano, ambedue fratelli di S. Fantino, l’uno Abbate succeduto nel Mercurio, l’altro in Carbone, e così l’uno maggiore e l’altro minore, e si ripeterà cotale difficoltà nella seguente Vita di S. Luca.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Nel Monastero di S. Mercurio – E’ antichissimo detto Monastero, dove son vissuti tanti Santi dell’Ordine di S. Basilio, come si cmprende in detta Leggenda. E dopo la morte di S. Fantino, cambiò il nome del Mercurio in quello di S. Fantino. Marafioti sopra citato, fol. 74 in margine ne parla, come pure l’Abbate Agresti nella Vita di S. Basilio.”. Il Martire, a p. 136, nella nota (9) postillava: “(9) Circa gli anni 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fsse dal Mercurio ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

Biagio Cappelli (…), a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 186-187, in proposito scriveva che: “Intanto, dopo la perdita della Sicilia, i Bizantini organizzarono nell’Italia meridionale continentale una difesa contro i Musulmani, impossessandosi per questo scopo anche di una parte dei territori pertinenti ai Longobardi di Benevento e di Capua, fino a che poi si giunse alla grande comune azione che sul Garigliano trovò concordi il papa, i Bizantini ed i Longobardi (15). Non appena i monaci poterono notare, in seguito a questo avvenimento, che almeno per allora l’avanzata araba sulla penisola era resa difficile, preferirono affluire in questa regione per la sua vicinanza e anche perchè in essa sussisteva ovunque e nei più vari settori la più completa bizantinità (16). E’ in questo tempo che prese grande incremento l’importante centro monastico del Mercurion, che, sorto qualche secolo prima, era sito, secondo un’autorevolissima testimonianza degli inizi del secolo XI (17), ai confini di Calabria e Longobardia, cioè lungo la media valle dell’attuale fiue Mercure-Lao. Proprio a questo momento appartiene il terzo S. Fantino, che particolarmente ci interessa nella presente ricerca. E proprio al Mercurion esplicava egli la sua attività, come veniamo a conoscere da alcune mirabili pagine della Vita di S. Nilo juniore, dettate da S. Bartolomeo di Rossano (18).”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (16) postillava che: “(16) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin etc., Paris, 1904, pp. 168 ss.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (17) postillava che: “(17) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia etc., edidit. I. Cozza-Luzi, Romae, MDCCCXCIII, p. 14. Per il Mercurion e la sua ubicazione rinvio al mio scritto: L’arte medioevale in Calabria, in “Paolo Orsi”, Roma, MCMXXXV, pp. 204 ss. e l’altro ‘Il Mercurion’ che ha trovato anch’esso posto in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (18) postillava che: “(18) Migne, P. G., vol. CXX, coll. 21 ss.; e la trad. di A. Rocchi, Roma, 1904, pp. 6 ss.”. Sempre il Cappelli, a pp. 186-187 scriveva pure: “Sulla fine del secolo XVII una vita di S. Fantino, redatta da un conterraneo del santo, si conservava in un codice pergamenaceo del monastero di S. Bartolomeo di Trigona a Sinopoli vecchio (19), il quale, però, nel 1575, secondo un elenco dei libri di questo cenobio che ne rimane, ma che è da presumere tutt’altro che completo ed esatto, appariva sprovvisto di codici agiografici (20). Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’altra si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella Vita di S. Nilo, dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli, a p. 186, nella nota (20) postillava che: “(20) P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano etc., Paris, 1891, p. 44; G. Mercati, Op. cit., pp. 113, 304-05”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (21) postillava che: “(21) Domenico Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I, pp. 78 ss.”. Sempre il Cappelli, a p. 187 aggiungeva che: “Uno dei principali meriti di S. Fantino, celebre per la sua pietà religiosa e la bontà del suo cuore, è quello di avere accolto al Mercurion, intorno al 939-40, insieme con i suoi compagni di pertinenza Giovanni ‘il grande’ e Zaccaria ‘l’angelico’, Nicola di Rossano; e, quando questi, dopo quaranta giorni, ritornava al suo monastero da quello di S. Nazario nel Cilento meridionale, dove era stato tonsurato monaco (22), di considerarlo sempre suo figlio spirituale, amarlo, confortarlo, consigliarlo, avendone riconosciuto la grandezza. Etc..”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (22) postillava che: “(22) Per i primi atti della vita ascetica di S. Nilo rimando al mio saggio ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario’ in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 188 continua e scriveva che: “Un decennio dopo, trascorsi alcuni anni di relativa pace, si preparavano nuove sciagure, in diendenza della richiesta dell’emiro Hasan-ibn-Ali allo stratega di Calabria ed altre città cristiane della Sicilia di voler pagare l’antico tributo non più versato dal 934 (23). Alle prime confuse e terrificanti dicerie di apprestamenti guerreschi e di invasioni, S. Fantino subiva un profondo turbamento psichico. Piangendo la sorte delle chiese e dei monasteri e dei fratelli della regione, che stava per essere calpestata e corsa in tutti i sensi, e la decadenza della pietà religiosa, egli vagava solitario per i luoghi più aspri dell’arduo e selvatico Mercurion, fino a che spariva improvvisamente come se fosse stato avvolto dalla notte (24). Si era avviato per morirvi verso l’altro focolare ascetico, che ardeva tra gli aggrovigliati monti del Cilento meridionale, la longobarda ‘regione superiore’ della vita di S. Nilo (25), con la quale i monasteri del mercurion avevano intensi scambi spirituali. In questa regione, dalla quale sempre monaci venivano ed andavano, S. Fantino avrebbe vissuto vari anni ancora se può prestarsi fede alla predetta sua data di morte. Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (23) postillava che: “(23) Cfr.: J. Gay, Op. cit., pp. 190 ss.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (24) postillava che: “(24) Migne, P. G., cit., coll. 21 ss. e trad. A. Rocchi, cit., pp. 6 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp. 131 ss.; Biblioteca hagiographica graeca (2), Bruxelles, 1909, p. 211.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (25) postillava che: “(25) V. il mio cit. ‘S. Nilo e il monastero di S. Nazario’.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (26) postillava che: “(26) F. Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss.: ivi riferimenti bibliografici; E. Miraglia, Le Antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnuovo, Milano, 1954, p. 57; e in questo volume: S. Basilio de Chraterete e S. Basile.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani”, parlando del monastero di S. Basilio Craterete e della corolla dei monti Mula, ecc…., a pp. 322-323, in proposito scriveva che: “…il monastero di S. Basile invece deve le sue origini ad un diverso filone ascetico, e precisamente ad ua derivazione locale da quella corrente ascetica che aveva risalite le marine ioniche e si era quindi attestata nei dintorni di Cassano e di Cerchiara. Me lo fa credere un insieme di fatti etc….Come punto di partenza possiamo prendere il titolo di una perduta chiesetta che esisteva in una contrada rupestre, produttrice di ottimo vino, detta Li Murgi, non lontana dal monastero di S. Basilio, e che era dedicata a S. Infantino (15). Questo santo è indubbiamente lo stesso S. Fantino al quale era dedicato un monastero sito nei pressi di Cerchiara cui furono donati vari beni terrieri in contrada Petrosa nel territorio di Castrovillari (16). In quella zona cioè etc….La venerazione di S. Fantino era poi viva in tutto il territorio circostante: Castrovillari, dove il suo culto è attestato ancora nel 1460 anno in cui, in una nicchia prossima all’altare maggiore della chiesa del monastero di S. Maria di Scala Coeli, la nobildonna Eugenia Calà faceva dipingere un’immagine del santo con il suo ritratto di offerente: ad Acquaformosa, nella cui chiesa del monastero cistercense di S. Maria si riconoscevano alcune reliquie dello stesso santo (18).”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Miraglia, Le antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnovo, Milano, 1954, p. 57”Il Cappelli, a p. 344, nella nota (16) postillava che: “(16) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum etc., Neapolis, 1865, pp. 276; 282; D. L. Mattei-Cerasoli, La badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, IX, (1939), pp. 315 ss.”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (17) postillava che: “(17) Appendice Documenti, III, n. 10; E. Miraglia, Curiosità storiche castrovillaresi, in “La Vedetta”, Castrovillari, XVII, (1935), n. 4; E. Miraglia, Le antichità di Castrovillari etc., cit., p. 41″. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (18) postillava che: “(18) C. Calà, Historia de’ Svevi etc., Napoli, 1660, pp. 346 s.; G. Barrii, De antiquitate de situ Calabriae etc., Romae, MDCCXXXVII, p. 57”. Sempre il Cappelli, a p. 322 scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense. Anche quivi, infatti, il suo culto è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chieetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alla predetta chiese di S. Fantino ed un’altra di S. Ciriaca.”. Di questa interessantissima notizia ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Il Cappelli, a p. 323 concludeva dicendo che: “In base a quanto esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di recarsi nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale. Se tutto si svolse secondo questa mia congettura, il monastero di S. Basilio, per i suoi nessi vari, potrebbe nel suo nucleo primitivo riferirsi direttamente a S. Fantino oppure all’insegnamento svolto da questi nella zona. Così ragionando, l’origine di tal monastero dovrebbe essere posta intorno al secolo X dal momento che nel 940 circa S. Fantino riceveva S. Nilo nella regione mercuriense; etc…”. Il Cappelli, a p. 344, nella nota (19) postillava che: “(19) V. il mio saggio in questo volume: S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo.”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (20) postillava che: “(20) P. M. Di Luccia, op. cit., p. 8; 3.”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (21) postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80”. Il Cappelli, a p. 345, nella nota (22) postillava che: “(22) Paleocastren Dioceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc., Neapoli, 1931, pp. 34 s.; v. in questo volume Il monachesimo basiliano e la grecità medioevale etc.”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 191 e ss., in proposito scriveva che: Ritengo invece che, come S. Nilo agli inizi della sua vita ascetica era avviato dai monasteri del Mercurion alla parte meridionale del Cilento, folta di eremi e cenobi il cui ricordo in parte rimane ancora oggi in molte memorie, nonchè in numerosi toponimi derivati dal greco bizantino, e quivi si imbatteva in masnade musulmane  e donava le prime prove della sua vita perfetta, così anche S. Nicodemo passasse in questi luoghi dove incorreva in simili avventure, mostrando ugualmente il suo desiderio di perfezione. Località che poi sono quelle stesse in cui si rifugiò S. Fantino allontanandosi dalla regione mercuriense.”. Sempre il Cappelli, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del Mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione. Interpretazione questa di fatti e dati offerti dall’agiografia monastica che vuole essere un altro contributo alla conoscenza di alcuni santi calabresi vissuti nel rigido clima dell’ascetismo bizantino”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s…..Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Ricercando il monte Cellerano ecc….sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Sempre Biagio Cappelli, a proposito di S. Nilo scriveva pure che: Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Sempre il Cappelli continuando il suo racconto sul toponimo del Monte Cellerano, in proposito scriveva che: La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….) pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Ma giunto infine ai monasteri della regione di Mercurio (2), al rimirare quei celesti e divini personaggi, vuò dire, il gran Giovanni, il celebre Fantino e l’angelico Zaccaria con gli altri monaci etc…”. Il Rocchi (….), a p. 6, nella nota (2) postillava che: “(2) Questi monasteri sebbene stessero nella provincia di Rossano, erano dissiti assai dal capo-luogo; e se Nilo fece tutto il viaggio a piedi, vi ebbe ad impiegare parecchi giorni per arrivarvi. Essi erano nella ‘Calabria ulteriore prima’; e la regione, dice il ch. Ant. De Salvo (Metauria e Tauriana, Napoli, 1886, p. 99, nota) è fra le contrade di Sidaro e di Prato, e con esse fra le città di Gioia-Tauro, e di Palmi, sorte o aumentate dopo la prima metà del sec. X dalle ruine dell’antica Tauriana (Palmi, Seminara, e Gioia-Tauro, op. cit., dello stesso ch. autore. Palmi, 1899, pp. 1-50). E qui rendiamo pubbliche grazie al gentile scrittore per averci donate le dotte ed erudite sue opere.”. Padre Francesco Russo (….), nel 1900 scrisse e pubblicò uno studio dal titolo “Il Santuario della Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria”. Il Russo, nel capitolo “Il Monachesimo bizantino”, a p. 27 (vedi ristampa a cura del Comune di Cerchiara), in proposito scriveva che: “…..nella zona più famosa “eparchia monastica del Mercurion”, nella quale parte nord-occidentale della regione, tra Aieta, Orsomarso e Laino, che divenne un asceterio di primo piano, battuto dai santi più celebri dell’agiografia italo-greca, quali i Santi siciliani Cristoforo di Colessano coi figli Saba e Macario, Luca di Demenna, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronovo, ed i Calabresi Fantino, Giovanni, Zaccaria, Luca, tutti del Mercurion, Nilo, Giorgio, Stefano e Bartolomeo di Rossano, Procle di Bisignano ed altri. L’agiografia della fine del secolo X ci fa sapere che questa zona era percorsa dai Santi italo-greci non meno di quella del Mercurion. Sappiamo infatti che S. Fantino, uno dei maestri di S. Nilo, con molta probabilità era di Cassano, come sostiene il Mattei-Cerasoli (8), o quanto meno nelle sue vicinanze.”. Il Russo, a p. 27, nella nota (8) postillava che: “(8) In Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, IX, 316.”Infatti, Leone Mattei-Cerasoli, nel suo saggio “S. Nicola di Nuda e S. Fantino di Cerchiara”, (in Appendice del A.S.C.L., IX, fas. 1), a p. ….., in proposito scriveva che:  “S. Fantino, chiamato quasi sempre nei documenti col nome di ‘padre nostro’ fu un monaco calabrese della fine del secolo IX, nato a Cassano e vissuto nella Calabria per sessanta anni, anche dopo avvenute le irruzioni dei Saraceni; ormai vecchio con alcuni discepoli partì per Tessalonica (Salonicco) dove morì verso la metà del secolo X. Il suo ricordo si perpetuò in due monasteri, uno a Pretoriato in Provincia di Reggio, l’altro, il suddetto presso Cerchiara. Dove questo propriamente fosse non è dato dai documenti ricavarlo, perchè i confini segnati negli atti mai accennano a vicinanze del monastero, né la toponomastica locale lo ricorda in alcun modo. Il più antico documento a suo riguardo è latino etc….”.

NEL ‘938 (sec. X), NICOLA di Rossano (in seguito detto SAN NILO il giovane), giovane patrizio di Rossano in Calabria, si reca nel monastero del “Mercurion” in Calabria per farsi monaco

Nilo da Rossano, battezzato con il nome di Nicola, è detto anche Nilo il Giovane (Rossano, 910 – Tusculum, 26 Settembre 1004), è stato monaco basiliano, eremita, abate, amanuense e fondatore dell’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Il Cappelli (…), ci ha riferito di un antichissimo Codice miniato (…),  copiato nel XI secolo dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero o Cenobio Italo-greco (basiliano) di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, e appartenuto nel XIII secolo a S. Nilo da Rossano. S. Nilo da Rossano, prima di andare a fondare l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, si fermò per alcuni anni in alcuni monasteri italo-greci del basso Cilento, come quelli di S. Nazario a Cuccaro Vetere e quello di S. Giovanni a Piro (…). La presenza di S. Nilo nella nostra zona e che egli avesse posseduto il codice (…), citato dal Cappelli (…), è attestato da alcune evidenze storiche, come ad esempio il fatto che egli sia vissuto nove anni a Gaeta, dove oggi si trova conservata una bellissima Stauroteca (…), già prima al Monastero di S. Giovanni a Piro (…). Lipinsky (…), dimostrò che la ‘Stauroteca’ di Gaeta, proveniva proprio da S. Giovanni a Piro ed è quindi probabile – come afferma il Cappelli (…), che S. Nilo da Rossano, visse e conobbe i monasteri italo-greci della nostra area. Il Cappelli (…), è stato uno dei maggiori fautori della tesi del passaggio di S. Nilo (…) da queste parti e che le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’, dovessero identificarsi proprio nelle nostre zone. Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Il commercio del X secolo è anche l’epoca che vide nascere il più illustre dei figli di Roscianum o Rossano, San Nilo, fondatore del monastero dei Basiliani di Tuscolo. La sua biografia, scritta in greco dal suo discepolo Beato Bartolomeo, anch’egli nativo della stessa città, che fu il suo secondo successore come abate del convento greco intorno a Roma, è l’unico documento che ci porta nella vita delle province meridionali. L’Italia al tempo della dominazione bizantina e delle incursioni dei Saraceni. Ha quindi un’importanza di prim’ordine per la storia, ed è per questo che mi soffermo qui ad analizzarla. Il santo apparteneva ad una delle prime famiglie greche rossanesi. Nato nel 940, ricevette al battesimo il nome di Nicola. Fin dall’infanzia mostrò molto fervore e ricevette nella sua città natale la più attenta educazione. Pur sotto il colpo di continue devastazioni da parte dei loro vicini musulmani, i Greci delle città calabresi parteciparono al movimento intellettuale e letterario di Costantinopoli; Non voglio altra prova di ciò che l’ottima grecità del libro in cui il beato Bartolomeo racconta la vita del suo maestro. Quest’ultimo avvertì presto una spiccata propensione per la vita monastica; eppure rimase per la prima volta nel mondo, sposato e nemmeno un marito fedele. Come molti altri grandi santi, ebbe il suo periodo di peregrinazioni. Ma la morte della moglie lo fece tornare in clausura all’età di trent’anni. Etc….Fu durante un periodo di pace che Nicola di Rossano decise di abbracciare la vita monastica. La città di Rossano possedeva nella sua cattedrale una famosa immagine miracolosa della Vergine, della categoria che i Greci chiamano archeiropoietoi, affermando che non erano state dipinte da mano di uomini, ma discese dal cielo stesso. Si diceva che fosse stato inviato da Costantinopoli, nel 586, dall’imperatore Maurizio. Fu davanti a questa sacra icona che Nicolas fece voto di rinunciare al mondo. Il Duomo di Rossano si vanta di possederla ancora, e continua ad essere oggetto di estrema venerazione da parte dei fedeli. Rossano possiede, inoltre, negli archivi della sua cattedrale, uno dei monumenti più preziosi e indiscutibili dell’arte bizantina nel periodo anteriore agli iconoclasti e probabilmente nel secolo di Giustiniano. Mi riferisco al manoscritto oggi noto alla scienza come ‘Codex Rossanensis’, e di cui MM. Oscar von Gebhardt e Adolf Harnack etc……..Entrare nella professione monastica non è stato facile per Nicola. Era uno dei decurioni del comune di Rossano, e come tale responsabile delle imposte sulla sua persona e sui suoi beni. L’onore del decurionato era una dura forma di schiavitù, alla quale non si poteva sfuggire, e le autorità imperiali non solo non ne lasciavano abbandonare, ma non mancavano neppure di catturare chiunque cercasse di scapparvi, anche per rivestire l’abito ecclesiastico e reintegrarlo con la forza nel suo ufficio (1). Etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “Orbene, anche tacendo di molti altri, questi religiosi prepararono il campo d’azione a Nilo da Rossano, che non fu soltanto un cenobita e un fondatore di monasteri, ma anche un illuminato organizzatore della vita monastica basiliana, la quale esercitò il maggior influsso nella bizantinizzazione del paese. E’ la sua figura che segna la seconda fase del monachesimo bizantino in Calabria, lo purifica e lo eleva in pieno secolo X. Nato verso il 909 o il 910 (19) nell’aristocratica Rossano, la città più bizantina della Calabria, Nilo, o Nicola – come si chiamava prima di farsi monaco – rivelò sin dagli anni giovanili un’intelligenza acutissima, associata al più vivo amore per lo studio. Ma ad un certo momento sente il fastidio di vivere spensierato e mondano e, abandonati gli agi, gli amori e il mondo, si ritira in una dimenticata ‘laura’ eremitica, dove lo spinge il pressante bisogno di domare le passioni per elevarsi a Dio. Non gli fu però facile porre in atto la sua vocazione, specialmente quando, deciso a lasciare la vita eremitica, pensò di tonsurarsi e di entrare in un cenobio basiliano. Egli apparteneva agli αρΧοντες della sua città, per cui, essendo nobile, non poteva monacarsi senza uno speciale consenso del governo, consenso che gli fu negato. Non solo, ma il rappresentante imperiale a Rossano minacciò il taglio della mano a chi avesse osato di tonsurarlo e la confisca dei beni al monastero che lo avesse accolto. Etc…”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (19) postillava che: “(19) Cozza-Luzi, Lettere calabresi, num. XXXIII, in “Rivista Storica Calabrese”, 1902, p. 16.”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 186-187 parlando di S. Fantino, in proposito scriveva che: “Uno dei principali meriti di S. Fantino, celebre per la sua pietà religiosa e la bontà del suo cuore, è quello di avere accolto al Mercurion, intorno al 939-40, insieme con i suoi compagni di pertinenza Giovanni ‘il grande’ e Zaccaria ‘l’angelico’, Nicola di Rossano; e, quando questi, dopo quaranta giorni, ritornava al suo monastero da quello di S. Nazario nel Cilento meridionale, dove era stato tonsurato monaco (22), di considerarlo sempre suo figlio spirituale, amarlo, confortarlo, consigliarlo, avendone riconosciuto la grandezza. Etc..”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (22) postillava che: “(22) Per i primi atti della vita ascetica di S. Nilo rimando al mio saggio ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario’ in questo volume.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 57-58 e ss., in proposito scriveva che: “Dalla conoscenza della data di morte di S. Nilo di Rossano, posta in rapporto a qualche altra notizia fornita dalla sua Vita, si può ricavare una cronologia abbastanza precisa dei principali avvenimenti della sua esistenza. Poichè il beato si spense il 26 settembre del 1004 a novantacinque anni, veniamo a poter fissare la sua nascita nel 909. Ed in conseguenza, dato che all’epoca della sua vocazione monastica contava circa trenta anni, possiamo conoscere che questo suo primo impegnativo passo venne compiuto il 939 oppure il 940…Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981……..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco.. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: “Nell’anno 906, san Luca di Corlione, monaco basiliano, ed un tal Cristoforo, abbate del cenobio di Mula, vennero nel territorio ‘Mercuriense’ presso Taurina, ed in sette anni vi fondarono un monastero (2), il quale, dal nome del territorio, prese la denominazione di ‘Mercurio o San Mercurio (b), e vi si conservava il rito greco dell’ordine di S. Benedetto, ma che ben presto poi comparisce dell’ordine di S. Basilio. In questo monastero fu ricevuto san Fantino (figliolo di Giorgio e di Brienna da Tauriana) essendo ancora giovinetto; e per le sue virtù, ne fu dopo poco tempo elevato ad abbate (1). In questo istesso monastero, che già era tenuto in grande venerazione per la dimora di questo san Fantino, di Luca suo fratello, del beato Giovanni, dell’angelico Zacheria, di san Nicodemo (2) e di altri venerandi monaci basiliani; venne pure san Nilo di Rossano, nell’anno 938, a prendere l’abito monacale, e ritirarsi così dal mondo, ritraendosi da una pratica peccaminosa con una giovine, dalla quale aveva avuto una figliuola. Etc..”. Il De Salvo, a p. 99, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Meo, Annali Critico-Diplomatici, vol. V, n.° 3, anno 906”. Il De Salvo, a p. 100, nella nota (1) postillava che: “(1)  ……………

Il De Salvo, a p. 101, nella nota (1) postillava che: “(1) Leoni, op. cit., vol. II, c. VII”. Il De Salvo, a p. 101, nella nota (2) postillava che: “(2) Fiore, Della Calabria illustrata, tom. II, p. 63”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”.

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Nicola non poteva quindi pronunciare i suoi voti in uno dei conventi dell’ordine di San Basilio che possedeva la sua città natale. Dovette recarsi al monastero di San Mercurio, vicino a Palma, sul Mar Tirreno, monastero che il secondo san Fantino diresse come egumeno. Ma anche qui si trovava sui domini imperiali, e dare l’abito a un decurione senza l’autorizzazione del governatore della provincia avrebbe significato compromettere seriamente il convento. Fantino lo inviò quindi poco lontano, ma nelle terre del principe longobardo di Salerno, a pronunciare i suoi voti nel monastero basiliano di San Nazario, presso Seminara. Etc…”Il Pontieri (….), nella nota (23), a p. 99 postillava che: “(23) F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss.”. Da Wikipedia leggiamo che secondo lo storico Lenormant, Nicola si sposò prima di intraprendere la vita da monaco, affascinato dalla bellezza di una ragazza di più umili origini; ebbe una figlia, ma il matrimonio non durò molto. Fece in modo che moglie e figlia non avessero problemi economici e quindi si ritirò nell’eparchia del Mercurion, lungo il corso del fiume Lao nei pressi dell’odierna Orsomarso (un’area ai confini fra Lucania e Calabria così detta perché nei pressi del fiume che era stato dedicato al dio pagano si erano insediati monasteri ed eremi, costituendo una vera e propria “Tebaide”.) Nel Mercurion nel periodo del X-XI sec. studiarono personalità che successivamente saranno venerate come santi, tra di esse: San Nilo, San Fantino, San Nicodemo, San Luca, San Macario, San Zaccaria e San Saba e tanti altri.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 37 e ss., in proposito scriveva che: “Uno dei momenti della vita di S. Nilo di Rossano più controversi, perchè anche uno dei più oscuri e delicati, è quello che si riferisce al suo primo affacciarsi alla disciplina monastica. E cioè quando egli viene ostacolato in questo desiderio dall’autorità civile della sua città natale ed in conseguenza deve allontanarsi dalla sua regione affinché quello che è oramai il suo insostenibile anelito possa divenire una realtà……è possibile cogliere nelle amorose pagine del biografo discepolo e concittadino (1) S. Bartolomeo di Rossano che nelle lunghe veglie monastiche ascolta, riponendole nella sua mente, le avventure del beato dalla viva voce di questi e le integra con quanto già narrano le tradizioni patrie. Nel 939-940 a Rossano, Nicola, cui tarde ed incontrollabili fonti danno il cognome Malena, subisce una profonda crisi spirituale. Questo lo porta dalla comune vita di ogni giorno, trascorsa con la moglie, detta in assai posteriori testimonianze (2) Damira, ed una bambina, tra gli agi e le occupazioni della sua decorosa condizione, al desiderio della solitudine: intesa questa da lui come madre di ogni perfezione. Così in compagnia di un monaco a nome Gregorio, che gli è guida nel viaggio, Nicola abbandona Rossano e si avvia ai cenobi già celebri per la loro fama di pietà religiosa e per il numero dei penitenti della regione del Mercurion che proprio in quel torno di tempo richiamato numerosi asceti dalla Calabria e dalla Sicilia (3). Regione questa, completamente ammantata di boschi e posta ai confini dei themi di Calabria e Lombardia (4); dei possedimenti cioè dell’impero bizantino e dei principati longobardi; del mondo orientale e di quello occientale. In termini geografici e più precisi lungo la media valle del fiume Mercure-Lao che spesso nel tempo segna la linea di confine tra le regioni contermini (5). Dopo alcuni giorni però una notizia probabilmente inaspettata, e per questo tanto più paurosa, viene a turbare la pace che già incomincia a scendere sull’anima di Nicola e la tranquillità degli igumeni Giovanni, Fantino e Zaccaria. Capi questi di alcuni cenobi vicini tra loro e siti nelle contrade Bonangelo e Mercuri sulla sinistra del Mercure-Lao e a nord dell’odierna Orsomarso, che hanno accolto con la più viva e fraterna gioia il nuovo asceta. L’imperiale rappresentante della fortezza di Rossano scrive minacciando il taglio delle mani e la confisca dei beni del monastero a quell’igumeno che osa ammettere alla vita monastica il fuggiasco (6) che abbandonando la sua città si è rifugiato nella cittadella dell’ideale ascetico bizantino. Noi probabilmente non arriveremo mai a conoscere con sicurezza la ragione di quest’ordine, perchè il biografo di S. Nilo tace completamente al riguardo. Di fronte a tale silenzio, assai probabilmente voluto, si sono fatte però varie congetture per tentare di diradare il velo che avvolge l’episodio. La prima, e forse la più seguita (7), vuole vedere nel divieto fatto dal tumarca di Rossano ai capi delle comunità monastiche, la conseguenza di una denuncia sporta dall’abbandonata moglie di Nicola. Un simile motivo troverebbe, è vero, rispondenza negli scritti di quasi tutti gli scrittori cristiani a cominciare dagli Apostoli fino a S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo, S. Gregorio Magno ed i seguito ai canonisti (8). Tutti questi infatti prescrivono come indispensabile il consenso di ambedue i coniugi per lo scioglimento del matrimonio anche quando uno solo di essi desidera darsi alla vita monastica. Ma non può invece la stessa norma essere applicata dal governatore di Rossano, che è un’autorità esclusivamente civile e che quindi questo diritto etc…”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (1) postillava che: “(1) Circa la patria di S. Bartolomeo il giovane, così si è sempre ritenuto: ma V. ora: P.F. HALKIN, S. Barthlemy de Grottaferrata. Notes critiques, in “Analecta Bollandiana”, LXI, pp. 202-13 e la risposta di G. Giovanelli, La patria di S. Bartolomeo abate di Grottaferrata, in “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata”, n.s., I (19479, pp. 242 ss.; lo stesso, Sull’autore della Vita di S. Nilo’, in “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, n.s., III, (1949), pp. 162 ss.; lo stesso “Ancora sull’autore della Vita di S. Nilo”, in Bollettino, cit., n.s., V, (1951), pp. 111 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (2) postillava che: “(2) L. De Rosis, Cenno storico della città di Rossano, etc., Napoli, 1938, p. 194 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (3) postillava che: “(3) Vita di S. Nilo Abate etc., (trad. di A. Rocchi), Roma, 1904, pp. 5-6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., (edidit etc.., I. Cozza-Luzi), Romae, 1893, pp. 14-15, 82-83; A. Agresta, Vita di S. Nicodemo etc., Roma, 1677.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (4) postillava che: “(4) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., p. 14.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (5) postillava che: “(5) V. in questo volume il saggio ‘Il Mercurion'”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (6) postillava che: “(6) Vita di S. Nilo Abate etc., p. 7”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (7) postillava che: “(7) G. Minasi, S. Nilo di Calabria monaco basiliano nel decimo secolo con annotazioni storiche, Napoli, 1892, p. 280”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (8) postillava che: “(8) A. Marongiu, La Famiglia nell’Italia meridionale (sec. VIII-XIII), Milano 1944, pp. 74-75: ivi bibl.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (9) postillava che: “(9) Corpus Iuris Civilis (ed. Krueger – Mommsen – Schoell, Berlin, 1895), C I. 3, 52, 15; id. id., 54, 2-3; Nov. 123, c. 35.”. Il Cappelli, a p. 40 proseguendo il racconto concludeva che: “La presecuzione e l’ordine del tumarca di Rossano mi sembrano però spiegabili, come si è accennato (14), se si suppone che Nicola appartiene al ceto dirigente della sua città: cioè alla classe dei c u r i a l e s. Essi, che hanno su di loro tutti i pesi dell’amministrazione cittadina, compreso quello assai gravoso dell’esazione delle imposte della quale sono garanti personalmente con le loro sostanze, e che sono amministratori forzati etc….”.  Il Cappelli, a p. 51, nella nota (14) postillava che: “(14) E. Pontieri, I primordi della feudalità calabrese, in “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, Napoli, 1948, p. 54 che cita: F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bzantina nell’Italia meridionale, in “Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli”, Bologna, 1931, I, p. 76″

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18). Etc…”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”.

Nel 940, il capitolo dei monaci del monastero di S. Mercurio, insieme al monaco Fantino decide e consiglia al giovane patrizio Nicola di Rossano di andare a tonsurarsi e farsi monaco nel monastero di S. Nazario nel basso Cilento

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 7-8, nel capitolo 2: “S. Nilo, per volere de’ Superiori, si porta a far la professione nel monastero di S. Nazario. Primi fervori, e sua prima profezia.”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Ma non era trascorso gran tempo dall’arrivo di lui colà, quando ecco giungere nei monasteri lettere fulminanti da parte dell’autorità prefettizia della provincia, piene di minaccie contro chi avesse osato ammettere alla professione quel chierico: chi ciò facesse ne riporterebbe senza meno il taglio della mano, e al monastero verrebbero confiscati tutti i beni. Atterriti perciò i capi dei monasteri (I), deliberarono di mandarlo in un’altra provincia, con che e quegli potrebbe indossare il santo abito religioso, ed essi si terrebbero sicuri contro le ire del prefetto (I). Pertanto l’uomo di Dio prende la risoluzione di recarsi ad un tal monastero, detto di S. Nazario (2), dove potrà mettere ad effetto secondo il suo desiderio la fatta promessa.”. Il Rocchi, a p. 7, nella nota (I) postillava: “(I) Eran questi i soprannominati Giovanni, Zaccaria e Fantino; ma Nilo dimorava presso quest’ultimo.”. Dunque, il trentenne Nicola di Rossano si era recato presso il monastero retto da S. Fantino. A questo proposito, il Rocchi, a p. 6, nella nota (2) postillava che: “(2) Questi monasteri sebbene stessero nella provincia di Rossano, erano dissiti assai dal capo-luogo; e se Nilo fece tutto il viaggio a piedi, vi ebbe ad impiegare parecchi giorni per arrivarvi. Essi erano nella ‘Calabria ulteriore prima’; e la regione, dice il ch. Ant. De Salvo (Metauria e Tauriana, Napoli, 1886, p. 99, nota) è fra le contrade di Sidaro e di Prato, e con esse fra le città di Gioia-Tauro, e di Palmi, sorte o aumentate dopo la prima metà del sec. X dalle ruine dell’antica Tauriana (Palmi, Seminara, e Gioia-Tauro, op. cit., dello stesso ch. autore. Palmi, 1899, pp. 1-50). E qui rendiamo pubbliche grazie al gentile scrittore per averci donate le dotte ed erudite sue opere.”. Il Rocchi, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “(2) Il sig. De Salvo, accennato a cotesto incidente occorso a S. Nilo, così lo sviluppa: “Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestir l’abito monacale in un luogo che era fuori del dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di ‘Nazzario’, detto poi di S. Filareto (Fiore, Calabria illustrata, p. 371; Di Meo, Anno critico-diplomatico, vol. VI, an. 1070) che trovasi distante un miglio da Seminara ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno” (Metaura e Tauriana cit., p. 102). Infatti il Sinissario Greco direbbe: “Si fece monaco nelle parti dipendenti dai principi, nel monastero del gran martire S. Nazario”. Riguardo il sig. De Salvo, il Rocchi si riferiva a Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg.”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Si tratta di un lavoro del padre Germano Giovanelli (….). Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: “Nel ‘Bios’ di S. Nilo (909-26 settembre 1004), infatti, (231) l’agiografo riporta un brano delle “lettere fulmianti” del governatore di tutta la regione” (Rossano), agl’igumeni di Mercurion su “chiunque avesse osato impor la mano (tonsurare) quel chierico (Nicola da Rossano) gli sarebbe stata tagliata la mano e il suo monastero sarebbe passato al fisco”. Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica ‘chora’ di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da quelli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.. Ebner, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) Bios, I, 4. Nel 939-940 Nicola da Rossano giunse nell’eparchia monastica del Mercurion (Valle del Lao) e di là a S. Nazario (Bios, I, 5). Cfr. pure Historia et Laudes cit., cit., 14, 29,401 e Bios, di S. Nilo cit., p. 128 ssg. (ed. padre Giovanelli). Il Lenormant (cit., I, p. 315) ricorda che Nicola era uno dei decurioni della città di Rossano e perciò responsabile delle imposte sulla sua persona e beni. Il Lenormant (p. 316) fa indossare l’abito monastico a S. Nilo “nel monastero basiliano di S. Nazario vicino a Seminara” (ma cfr. il Gay cit.). Etc..”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Per la biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a pp. 66, nella nota (233) postilla che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”.  Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 67, nella nota (235) postillava che: “(235) Per il vivente toponimo “Santo Fantino”, ampio oliveto a sud-ovest dell’odierno abitato di Santa Barbara”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che In conseguenza Nilo dovette rinunziare al desiderio di monacarsi nei monasteri della regione di Mercurio e passare nel limitrofo territorio del principato di Salerno, dirigendosi al monastero di S. Nazario, ove ricevette l’abito sospirato (20). Etc…”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (20) postillava che: “(20) ‘Vita et conversatio Sancti et Deiferi patris nostri Nili junioris’, in Acta Sanctorum, 26 settembre, t. VII, p. 304; cfr. F. Brandileone, Frammenti di legislazione normanna e di giurisprudenza bizantina nell’Italia meridionale, 2° ed., nel volume ‘Scritti di storia del diritto privato italiano editi dai discepoli (Bologna, 1931), I, p. 76. Sul monastero di S. Nazario cfr. Cappelli, S. Nilo e il cenobio di S. Nazario, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, pp. 35-53.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18).”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Ma il Pretore della provincia, essendo venuto in conoscenza di ciò, perchè Nilo era stato da questa donna accusato per averla abbandonata, mandò lettera a questo monastero, inibendo ai monaci di vestire Nilo del loro abito, con la minaccia di far troncare le mani a chi avrebbe osato trasgredire il suo ordie, e di aggiudicare al fisco il monastero medesimo. Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestire l’abito monacale in un luogo, che era fuori dal dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di San Nazzario, detto poi di ‘San Filareto’ (1), che trovavasi distante un miglio da Seminara, ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno. Etc…”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”.

Nel 940, il viaggio di Nicola di Rossano, dal monastero del Mercurion in Calabria, insieme ad altri compagni suoi paesani, per recarsi al monastero di S. Nazario nel Cilento per essere fatto monaco

Sul viaggio che Nicola di Rossano, prima di essere tonsurato e fatto monaco intraprese per recarsi al monastero di S. Nazario, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. Etc…”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre.  Dunque, il Lenormant (….), sebbene fosse il primo a segnalare la vicenda di S. Nilo, scrisse che il monastero di S. Nazario, dove il suo bios diceva si fosse recato per tonsurarsi e farsi monaco, lo ubicava presso Palmi o Seminara. L’esatta ubicazione del monastero di S. Nazario è stata la “vessata questio” di moltissimi storici. Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200 proseguendo nel suo racconto sul viaggio che Nicola da Rossano intraprese per recarsi dal monastero del Mercurion al monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) Bios, I, 4. Nel 939-940 Nicola da Rossano giunse nell’eparchia monastica del Mercurion (Valle del Lao) e di là a S. Nazario (Bios, I, 5). Cfr.pre Historia et Laudes cit., cit., 14, 29,401 e Bios, di S. Nilo cit., p. 128 ssg. (ed. padre Giovanelli)……Padre Giovanelli riporta a p. 137 la ricostruzione dell’itinerario Mercurio-Lao e passando per Papasidero, giunse alla spiaggia di Scalea. Da qui, costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. Lasciando poi il mare a alla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro la Bruca e infine il monastero di S. Nazario. Cfr. Cappelli cit., p. 44 sg.”. Pietro Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Si tratta di un lavoro del padre Germano Giovanelli (….). Ebner, a pp. 66, nella nota (233) postilla che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 67 e ss., in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), e cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera. Il periodo coincide con la nota esplosione demografica che indusse sovrani, chiese e nobili a concedere terre da dissodare etc…”. Ebner, a pp. 67, nella nota (236) postilla che: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato v. Bios, I, 6.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. Etc…”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di fare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che verosimilmente il nuovo asceta Nicola, in compagnia di qualche monaco esperto dei luoghi, ha percorso dal Mercurion al cenobio di S. Nazario. Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praja Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo avere con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro a Levante e Trecchina e Rivello a ponente, anche per rinfrancarsi del faticoso cammino in qualcuna delle tante laure monastiche che sono ivi documentate e ricordate dall’odierna toponomastica, il viaggiatore muta la sua direttrice di marcia. Volge cioè a ponente per raggiungere lungo qualche inpervio e dirupato sentiero corente tra il terreno fortemente accidentato, l’ambio e luminoso golfo di Policastro. Solo ammettendo un itinerario di questo genere si può spiegare un particolare del racconto del suo biografo. E cioè che Nicola quasi soltanto al termine del suo viaggio (32) arriva in vista del mare. Che avrebbe invece sempre costeggiato fin dalla sua partenza dal Mercurion, e cioè dalle foci del Mercure-Lao, se avesse seguito fin da principio la via più agevole e breve del litorale. Ma ora risalendo in direzione nord, forse sui resti della romana via Traiana, il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), avviene per Nicola l’incontro che egli ha cercato fino ad ora di evitare. Così mentre alla sua sinistra appare il mare ed un tratto di spiaggia coperto da piccole navi tirate a secco, dall’altro lato trova un pacifico gruppo di marinai Musulmani (34) che riposano tra gli alberi ed i cespugli del terrazzamento costiero. Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico del Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., passim e specialmente p. 92; quelli del monte Raparo e del Volture, tra altri, dal Bios di S. Vitale, in A.A. S.S. mensis martii, II, (19 mart.). V. anche in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del mercurion e di Latinianon e la riforma studitiana’.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (29) postillava che: “(29) Vita di S. Nilo, op. cit., p. 38”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (30) postillava che: “(30) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 42”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (32) postillava che: “(32) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 8-9”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a p. 8, in proposito scriveva che: “Pertanto l’uomo di Dio prende la risoluzione di recarsi ad un tal monastero, detto di S. Nazario (2), dove potrà mettere ad effetto secondo il suo desiderio la fatta promessa.”. Il Rocchi, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “(2) Il sig. De Salvo, accennato a cotesto incidente occorso a S. Nilo, così lo sviluppa: “Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestir l’abito monacale in un luogo che era fuori del dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di ‘Nazzario’, detto poi di S. Filareto (Fiore, Calabria illustrata, p. 371; Di Meo, Anno critico-diplomatico, vol. VI, an. 1070) che trovasi distante un miglio da Seminara ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno” (Metaura e Tauriana cit., p. 102). Infatti il Sinissario Greco direbbe: “Si fece monaco nelle parti dipendenti dai principi, nel monastero del gran martire S. Nazario”. Riguardo il citato De Salvo (….), il Rocchi si riferiva a Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Ma il Pretore della provincia, essendo venuto in conoscenza di ciò, perchè Nilo era stato da questa donna accusato per averla abbandonata, mandò lettera a questo monastero, inibendo ai monaci di vestire Nilo del loro abito, con la minaccia di far troncare le mani a chi avrebbe osato trasgredire il suo ordie, e di aggiudicare al fisco il monastero medesimo. Per la qual cosa intimoriti i monaci del danno che poteva venir loro, mandarono Nilo a vestire l’abito monacale in un luogo, che era fuori dal dominio dei Greci bizantini, cioè al monastero di San Nazzario, detto poi di ‘San Filareto’ (1), che trovavasi distante un miglio da Seminara, ed oltre a cinque miglia da Palmi; fin dove già si estendeva, in questi luoghi, il dominio dei principi di Salerno. Nilo giunto in questo monastero, in cui osservavasi parimenti l’ordine di S. Basilio, dall’egumeno gli fu dato l’abito dell’ordine; ed egli trovavasi allora nel trentesimo anno di sua vita. Etc…”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovanelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovanelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovanelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Giovanelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).“. Il Giovanelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovanelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovanelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovanelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto disserta sul “viaggio e la meta del nuovo Asceta” e scrive sulla migrazione ascetica anche del Lagonegrese, di cui ho parlato in un altro mio saggio, a pp. 42-43, ed in proposito scriveva pure che: “La corrente migratoria ascetica etc….La prima va verso levante nella regione di Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Volture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste Joniche; la seconda avanza settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè siano posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a questa montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno. Così unicamente a questa regione va riferita l’espressione “parti di sopra” usata dal biografo di S. Nilo in rapporto in rapporto alla posizione geografica del Mercurion che con queste parti appare in diretti e frequenti contatti. Come lo prova il fatto che da esse vengono spesso dei monaci nei cenobi del Mercurion (29); e tra questi quel fratello valente nel canto che forse già il beato Nilo aveva conosciuto ed apprezzato durante la sua permanenza a S. Nazario. E come lo prova l’altro dato che verso le stesse parti si avvia nel suo turbamento di spirito il beato Fantino quando, per timore dei mali che egli prevede avverranno, abbandona il cenobio mercuriense di cui è capo (30).”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico del Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., cit., passim e specialmente p. 92; quelli del monte Raparo e del Volture, tra altri, dal Bios di S. Vitale, in A.A. S.S. mensis martii, II, (19 mart.). V. ance in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del mercurion e di Latinianon e la riforma studitiana’.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (29) postillava che: “(29) Vita di S. Nilo, op. cit., p. 38”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (30) postillava che: “(30) Vita di S. Nilo etc., op. cit., p. 42”.

Nel 940, Nicola di Rossano,  nel viaggio che compie per ragiungere il monastero di S. Nazario incontra un Arabo che lo rifocilla

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Mentre se ne andava, seguendo da solo a piedi la riva del mare, vide, con suo grande sgomento, un arabo emergere dal sottobosco, seguito da parecchi negri; era l’equipaggio di una barca che si era fermata nel vuoto. L’arabo chiese al viaggiatore dove stesse andando, gli disse che era molto sciocco a rinunciare al mondo prima di aver raggiunto la vecchiaia, e infine, non avendo potuto scuotere la sua decisione, gli diede disposizioni per continuare il suo viaggio. Questo caritatevole musulmano era un commerciante onesto, che mise in pratica una delle opere di misericordia ordinate dal Corano. Ma i Calabresi allora consideravano tutto Sarrazin tanto un demone incarnato, che il nostro santo vedeva un miracolo nell’assistenza che aveva ricevuto da lui. Etc…”. Il Pontieri (….), nella nota (23), a p. 99 postillava che: “(23) F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(231) L’arabo, continua il Lenormant (gli elargì delle provvigioni per continuare la via. Questo caritatevole musulmano era un onesto mercante che poneva in pratica una delle opere di misericordia ordinate dal Corano”.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Ma ora risalendo in direzione nord, forse sui resti della romana via Traiana, il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), avviene per Nicola l’incontro che egli ha cercato fino ad ora di evitare. Così mentre alla sua sinistra appare il mare ed un tratto di spiaggia coperto da piccole navi tirate a secco, dall’altro lato trova un pacifico gruppo di marinai Musulmani (34) che riposano tra gli alberi ed i cespugli del terrazzamento costiero. Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. Etc…”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (33) postillava che: “(33) Cfr., Carlo Pesce, Storia della Città di Lagonegro, Napoli, 1914, pp. 189-90”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (34) postillava che: “(34) Vita di S. Nilo, etc., p. 9”. Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 193, in proposito scriveva che: “…..massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197 postillava che: “(40) P. Zancani- Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Arc. Stor. per la Calabria e la Lucania”, XVIII, (1949), pp. 15 s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 189”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio citato saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Riguardo il testo di Carlo Pesce (….), “Storia della città di Lagonegro”, a p. 189, in proposito scriveva che: “…………….

Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, pubblicato nel 1966 (nuova ediz. del 73), non dice nulla sull’episodio raccontato nel Bios del santo.  Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Stava Nilo infatti per toccare la meta del viaggio; e già con inni, salmi e affettuose preghiere tutto assorto in Dio, prossimo alla spiaggia era per godere della vista del mare, quando ecco d’improvviso saltar fuori dalla boscaglia un barbaro, il quale, come già la vipera fece a Paolo, afferrato per la mano lo trascinò seco fuori strada. Nè ha fatti molti passi che s’incontra a man destra in una turba di Saraceni, sdraiati all’ombra degli alberi, che alle nere faccie, agli occhi torbidi, ai truci sguardi rassomigliavano tanti demonii. Dall’altra parte vedevasi gran numero di navi tratte all’asciutto, che naturalmente aspettavano vento favorevole per rimettersi in mare. Alla vista di quegli orribili ceffi, di quelle strane fogge di vestire, il beato Nilo pure non si commosse menomamente, nè mutò aspetto, o si mostrò imbarazzato nel parlare ma tranquillo recandosi la mano al petto armavasi col segno della croce (I), e franco ed animoso rispondeva alle domande che gli facevano. Evidentemente quel Dio che tutto governa teneva quasi per incanto tutti immobili e come a dire imbrigliati quei barbari al loro posto, mentre intanto quegli che lo aveva preso per mano lo veniva interrogando: Chi egli si fosse ? donde venisse ? dove andasse ? – Ma, in quella che Nilo lo veniva soddisfacendo punto per punto di sua patria e condizione ed anche sullo scopo del viaggio, il barbaro stava assorto ammirando quel fiore di giovinezza (che non avea pertanto ompito i trent’anni)(2), e l’eleganza del vestiario, usando egli tuttavia gli abiti da secolare, e molto più restava sorpreso della profonda intelligenza che ne traspariva dalle risposte per cui se gli fece a dire: “Ma a che andarti a intisichire colà dentro e metterti al travaglio dei frati, ancora così giovane ? Quando mai, già vicino a invecchiare, allorchè non sarai più al caso di far del male, allora si potresti andar da loro, se proprio volessi assoggettarti a codesto martirio”. Al che il giudizioso Nilo rispose: “Eh ! mio caro, Dio non ci vuol santi per forza, vale a dire, quando noi non potremmo più esser cattivi; nè un vecchio può dare tanto piacere a Dio, come neppure a te gradirebbe un genero impotente, nè a un re un soldato vigliacco. Ed io per questo voglio adesso servire a Dio nella mia gioventù, per essere poi da lui glorificato nella vecchiaia”. Questa risposta finì con destare a venerazione  verso la virtù di un tant’uomo l’animo dell’infedele Saraceno: se pure non fu ciò piuttosto un tratto di provvidenza divina; perocchè quegli all’istante mutato nel cuore lo lasciò andar libero, anzi gl’insegnò anche la via che gli rimanea a percorrere: e senza dargli più noia nè con fatti nè con parola, gli fece tanti auguri, esortandolo caldamente alla virtù. Separatosi l’uno dall’altro, ciascuno per la sua via, il Signore volle bentosto far conoscere al suo Servo che la sua provvidenza lo aveva fin là difeso; essa era stata il suo presidio, e lo aveva preservato, quasi dentro un ardente fornace o in una fossa coi leoni o in mezzo a serpenti e scorpioni, contro tutta la potenza dell’inimico. Affinchè dunque conoscesse anch’egli la debolezza della natura e l’unsufficienza delle forze dell’uomo, gli sottrasse alcun poco il consueto suo aiuto. E di presente un panico con un forte tremore lo assale; egli rabbrividisce pensando all’incorso pericolo ed i nquanti e quali lacci fosse incorso. Ora lo sgomento fu tale e siffatto che,  non potendo più muover passo nè procedere oltre, tutto sbigottito si volgeva e rivolgeva indietro, aspettandosi da un momento all’altro che un colpo di spada a tradimento, come soglion fare quei barbari, lo finisse. In questo il Saraceno che si era avveduto che Nilo non avea seco neppure un pane, nonchè borsa di danaro, nonchè pure un gocciol di vino, tolti seco dei pani raffermi, ma pure assai mondi, si diè a corrergli dietro gridando: fratello, fratello; perchè si fermasse. Ma queste voci non servivano che ad accrescere il timore al povero giovane e ridurlo alle strette, sicuro ormai di ricevere quel già seco andava imaginando. Intanto raggiuntolo il Saraceno e vedendolo così spaventato e tutto pallido in volto che sembrava un cadavere, lo cominciò a sgridare e rimproverargli codesta sua codardia, e soggiunse: “Vedi, a noi rincresce di non avere nulla di meglio da offrire alla tua onorata persona, e tu all’incontro pensi così male di noi! Prendi questo piccolo soccorso che Dio ti manda, e prosegui in pace il tuo cammino”.

Nel 940, Nicola di Rossano e l’antico cenobio basiliano, poi monastero di S. Nazario, che l’Antonini vuole essere stato fondato dal monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa 

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre.  Dunque, il Lenormant (….), sebbene fosse il primo a segnalare la vicenda di S. Nilo, scrisse che il monastero di S. Nazario, dove il suo bios diceva si fosse recato per tonsurarsi e farsi monaco, lo ubicava presso Palmi o Seminara. L’esatta ubicazione del monastero di S. Nazario è stata la “vessata questio” di moltissimi storici. Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200 proseguendo nel suo racconto sul viaggio che Nicola da Rossano intraprese per recarsi dal monastero del Mercurion al monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “L’Antonini (I, p. 336) …..A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico. A Laurito vi è tuttora la chiesa di S. Filippo d’Agira con pregevoli affreschi. Nel territorio di Laurino vi era la chiesa S. Maria di Vita, grancia del monastero di S. Pietro al Tomusso di Montesano, il quale possedeva a Sanza la chiesa di S. Maria di Siripi. A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, mentre a Policastro vi era certamente anche quella di S. Matteo. Etc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. etc…etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 334, secondo il Di Stefano, nella nota (1) postillava che: l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV., che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 385-386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) etc…”. Dunque, è in questo passaggio che l’Antonini parlando del chronicon di S. Mercurio e del monastero di S. Mercurio scriveva pure del passaggio di S. Nilo. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Sul viaggio di Nicola di Rossano e sul cenobio di S. Nazario, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 41 e ss., in proposito scriveva che: “In seguito alla lettera del rappresentante imperiale di Rossano, i grandi monaci che presiedono ai cenobi del Mercurion decidono che Nicola riceveva l’abito monastico in un asceterio che non sia uno dei loro. Scelgono così quello di S. Nazario, perché fuori della provincia di Calabria; in luogo cioè dove naturalmente il governatore rossanense non può intervenire (18). Non tenendo conto di tutti i dati che è possibile ricavare dalla biografia del beato, e dalla geografia storica, buona parte degli scrittori che in un modo o nell’altro si sono occupati dell’argomento, identificano il cenobio di S. Nazario con quello di San Filarete posto nei dintorni di Seminara. Solo qualcuno lo ubica in modo diverso e si incomincia a pensare che esso deve ricercarsi ai confini della Calabria settentrionale e della Basilicata (19). In seguito poi mentre si avvertono i molti toponimi greco-bizantini della regione del Cilento meridionale (20), si ritiene che il cenobio di S. Nazario dovrebbe ritrovarsi quivi (21), e, più precisamente nei pressi di monte Bulgheria (22). La chiara espressione usata dal biografo di S. Nilo che situa il cenobio di S. Nazario fuori della provincia di Calabria e l’altra che traspare dal racconto dello stesso autore che questo asceterio pone in un luogo relativamente non distante dalla eparchia del Mercure-Lao. Cioè nel thema di Longobardia, che in parte dal corso di questo fiume è separato dalla Calabria. A questo punto però sorge un’altra questione. Il thema di Longobardia, ovvero la provincia istituita da Basilio il Macedone (867-886), riorganizzando i suoi possedimenti d’Italia e così detta perchè le istituzioni longobarde vi sono assai forti, è vastissimo. Infatti esso comprende la Terra d’Otranto, la Lucania meridionale e parte della puglia con confini incertissimi a ponente ed a settentrione per gli sconfinamenti dei Longobardi di Salerno e di Benevento; i quali due principati, inoltre, così come quello di Capua, sono sempre nominalmente considerati facenti parte dell’Impero bizantino e quindi rientranti nel thema stesso (24). Dato dunque tutto ciò bisognerebe ricercare il cenobio di S. Nazario per tutta la varia ed ampia zona. Per fortuna però viene ora in aiuto un altro importante documento che, per quanto del secolo XIV e quindi alquanto più tardi dell’epoca in cui è redatta la Vita di S. Nilo, ha sempre un grande valore. Il codice B.B. II della badia greca di Grottaferrata, riportando quanto si riferisce alla memoria del grande santo di Rossano, contiene infatti tra l’altro anche un συναςαριον (Sinissarion) che si recita durante la sua festa. A questo testo prezioso in due passi specifica che il santo è iniziato alla vita ascetica nel predetto cenobio “del santo grande martire Nazario” che si trova precisamente “nelle regioni dei Principi” (25). La notizia taglia corto ad ogni altra supposizione  e limita quindi la ricerca alle regioni dominate dai principi longobardi, ed anzi per essere più vicina ed ai confini del Mercurion e quindi della Calabria, alla zona che costituisce il principato di Salerno. Tutto ciò è a sua volta avvalorato dalle notizie che si hanno della diffusione del monachesimo bizantino nel mezzogiorno d’Italia e degli stessi indizi che la biografia niliana ci fornisce.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (18) postillava che: “(18) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 6-7”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (19) postillava che: “(19) G. Minasi, S. Nilo di Calabria etc., cit., pp. 282 ss.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (20) postillava che: “(20) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, II, p. 102.”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (21) postillava che: “(21) I. Gay, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino etc., (trad. it.), Firenze, 1917, p. 253; E. Pontieri, op. cit., p. 54”. Il Cappelli, a p. 51, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Caffi, Santi e guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze, (1929), p. 295.”. Andrea Caffi (…), nel 1929 aveva curato per l’editore Vallecchi di Firenze un’appendice al volume di P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, dal titolo Santi e guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 7-8; 12.”Il Cappelli, a p. 52, nella nota (24) postillava che: “(24) G. Salvioli, op. cit., p. 72; A. Caffi, op. cit., p. 279”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (25) postillava che: “(25) Codex Cryptensis, B. B. II, f. 175. Questa parte del testo è edita da S. Gassisi, I manoscritti autografi di S. Nilo juniore fondatore del Monastero di S. M. di Grottaferrata, Roma, 1905, p. 23 n.”. Il testo del Gassisi (…) è stato pubblicato sulla rivista “Oriens Christianus”, 1904, vol. 4, fasc. 2, pp. 308-370. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto disserta sul “viaggio e la meta del nuovo Asceta” e scrive sulla migrazione ascetica anche del Lagonegrese, di cui ho parlato in un altro mio saggio, a pp. 42-43, ed in proposito scriveva pure che: “…..l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno. Così unicamente a questa regione va riferita l’espressione “parti di sopra” usata dal biografo di S. Nilo in rapporto in rapporto alla posizione geografica del Mercurion che con queste parti appare in diretti e frequenti contatti. Etc…”.

Vincenzo Saletta (….), a pp. 71-72-73, nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di agiografia bizantina” (estratto dal “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata” vol. XIV-XV, 1960-61), dove in proposito scriveva che: “Così pure il Cappelli, dopo avere stabilito un’immediata vicinanza tra il Monte Mula e il Mercurio e tra questi ed il monastero di S. Nazario, pose quest’ultimo in una imprecisata località del Cilento, etc…” e, poi a p. 73, dopo aver elencato altri (come vedremo) che ubicavano il monastero di S. Nazario nel basso Cilento scriveva pure che: “A parte ogni altra considerazione polemica, lo scrittore non avrebbe dovuto ignorare che questo suo monastero non è stato citato in nessuna fonte e in nessuna elencazione. Ci fu sì in quelle località un monastero di S. Nazario, ma esso fu costruito soltanto nel 1039 dal prete e monaco Nantaro, che ne fece priore il nipote Giovanni (39).”. Il Saletta (….), a p. 73, nella nota (39) postillava che:  “(39) Si tratta di un monastero costruito l’anno 1039 in contrada Piperuzzo, di cui dà notizie il Di Meo, op. cit.,, Tomo V, N. 7, ano 1086.”. Il Saletta si riferiva al testo di Alessandro Di Meo (….), “Annali della mezzana età”,  vol. VIII, anno 1086, n. 7, in proposito scriveva che: “Pietro Diacono ancora scrive che questo Conte Giovanni Aden……veniens ad hoc Monasterium ferri sel jussit, ……… diede all’Abbate il ‘Castel Cardaro’, e si prese in Venafro la Chiesa di San Benedetto Pizzolo, S. Maria in Sala, S. Nazario di Piperozzi e S. Benedetto dentro la stessa Città. Etc..”. Ancora sul monastero di S. Nazario, Antonio De Salvo (….), “Notizie Storiche e Topografiche intorno a Metauria e Tauriana”, Napoli, 1884. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”.  Il Di Meo, nel suo “Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc..”, vol. VIII, a p. 95 e ssg., per l’anno 1070, n° 2, ci parla di S. Filareto e scriveva che: “2. Morì verso quest’anno S. Filareto, Monaco Basiliano di ‘Aulinas’, o ‘Salinas’, poscia S. Elia in Calabria. Appresso i Bollandisti a 6. dell’Aprile se ne legge la Vita, scritta infelicemente a modo di panegirico da ‘Nilo’ monaco contemporaneo. Nacque il Santo in Sicilia etc…”. Sempre il Di Meo, a p. 96, in proposito scriveva al punto 4: “4. Scrive il Ciarlanti, che in quest’anno Giovanni d’Isernia donò a M. Cassino il Monistero di etc….e che Marino conte di Venafro donò a M. Casino le Chiese di ‘S. Nazzario’ di Piperozzo’, S. Pietro di Sesto, S. Barbato di Ravenola e S. Martino di Forca. Se voleva esser creduto, avrebbe apportato i documenti.”.  Dunque, il Di Meo, sulla scorta del Ciarlanti (….), scrive che nel 1086, il conte di Venafro, Marino, donò all’Abbazia di Montecassino la chiesa di “S. Nazario di Piperozzo”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizione del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi pasato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575 parlando del casale di S. Nazarioin proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), etc…Sia dell’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XIV secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio )(8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente per il diffondersi dell’istituto della commenda. Etc…”. 

Nel 940, il giovane patrizio Nicola di Rossano, da Rossano in Calabria, dopo un lungo viaggio arriva nel monastero di S. Nazario, nel basso Cilento, viene tonsurato e fatto monaco

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente giunto al convento di San Nazario, vi prese l’abito e adottò entrando in religione, in onore del grande discepolo di san Giovanni Crisostomo, monaco del Sinai dopo essere stato prefetto di Costantinopoli, il nome di Nilo, sotto il quale egli stesso è iscritto nel catalogo dei santi. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico.”Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg.”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 12 e ssg., in proposito scriveva che: “Con questi sentimenti aveva ormai compito il restante del viaggio,  già si appressava al monastero, che di sopra dicemmo, quando gli si fa innanzi sotto forma di cavaliere l’inimico dei giusti, che così gli dice: “Dove vai, o chierico ? Forse a cotesto convento per farti frate ? Ma perchè illuderti così balordamente ? Non sarebbe assai meglio salvarti l’anima etc….”……Così facendo entrò tutto lieto in quel santo monastero. Or ivi giunto, prostratosi dinanzi l’Abate e gli altri fratelli, gli scongiurò a porgere per lui preghiere al Signore: i quali di ricambio lo accolsero con ogni riguardo come fosse un figlio e un diletto lor confratello. Che anzi vedendolo spossato dal viaggio, gli vollero di presente usare ogni maggior carità, e gli presentarono del pane e del pesce ed anche del vino ed ogni altro ristoro (I)…..Così appena rifocillatosi, espone all’Abate quanto gli accade, ed il motivo della sua venuta, supplicandolo che lo vesta dell’abito monastico; a patto sì veramente che non si tratterebbe in monastero più di quaranta giorni: passati i quali,, pregava che con suo beneplacito e benedizione gli fosse permesso di tornare a què santi suoi padri, cui dapprima si era affigliato, e dai quali aveva avuto il preliminare indirizzo nelle cose dell’anima. L’Abate ciò nonostante dentro di sè faceva pensiero, non appena ‘consecratolo’  colla professione (I), di costituirlo superiore in un altro suo monastero. Un tal discorso parve al sant’uomo, come appena l’ebbe udito, oltremodo gravoso e men conveniente all’esser suo; sicchè di presente promise a Dio che d’allora innanzi non accetterebbe mai dignità di sorta, quando pure si volesse crearlo patriarca (2). Per lui sarebbe più che bastante piacere a Dio nello stato di semplice monaco, etc….(p. 14) Ora per tutti i quaranta giorni che dimorò nel monastero del gran martire S. Nazario, dove appunto si vestì monaco, egli non gustò nè pane etc…”.  

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Situo così il monastero negli immediati pressi o sullo stesso luogo dell’odierno villaggio di S. Nazario che evidentemente deve le sue origini al cenobio bizantino del quale ora, solo, conserva la memoria, ma assai alterata, nella chiesa costruita di recente, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia Sanseverino (39), così anche al tempo di Nicola è fondato su terre dipendenti dallo stesso castello, al quale quasi sicuramente appartiene come governatore quel “piccolo despota detto in quei luoghi c o n t e” (40) umiliato dall’asceta. Particolare questo che ci conferma ancora una volta come l’asceterio di S. Nazario si trova in territorio longobardo. Perchè se pure il titolo di c o n t e non è ignoto all’amministrazione bizantina (41), nel caso attuale lo spirito dell’espressione del biografo di S. Nilo allude a paesi ed istituzioni diversi da quelli imperiali. Per cui in essa possiamo vedere una delle prime fasi attraverso le quali i funzionari longobardi si allontanano a poco a poco dall’autorità centrale dalla quale dipendono per usurpare titoli e diritti signorili. Germi cioè del feudalesimo che nel mezzogiorno d’Italia appariscono appunto primamente nei territori dei principi longobardi (42). Senza contare che proprio nel Cilento appariscono nel primo decennio della seconda metà del sec. X dei piccoli feudatari di nomina sovrana. Quali Guaimario e Landenolfo creati dal cugino Gisulfo I Principe di Salerno, rispettivamente c o n t i di Marsico e Laurino dove poi nel 971 succede Landolfo (43). La permanenza di Nicola al cenobio di S. Nazario è di grande importanza per la sua formazione spirituale. In questo asceterio, infatti, chiuso tra la varia vegetazione di una verde valletta frequente di acque quasi in un mondo a sè, tra le alture incobenti, si manifestano già i primi segni ed i motivi essenziali che caratterizzeranno poi sempre la sua lunga esistenza. L’illuminazione religiosa attuatasi in lui ad un tratto e che lo sospinge ai cenobi del Mercurion prima e quindi a quello di S. Nazario, lo porta ad un altissimo desiderio di perfezione. E consistendo questo in un supremo atto di volontà che, influenzato dalla grazia, aspra di continuuo al progresso dello spirito, il quale si ottine soltanto assoggettando la materia, Nicola sa immediatamente dimenticare la vita di agi goduta sino a pochissimo tempo prima nella sua città. Per modo che appena giunto, stanchissimo, rifiutando ogni conforto offertogli di vino e di cibo, si vota ad inumani esercizi e pratiche di ascetismo; i quali, per tutta la sua permanenza, da un lato lo portano ad alimentarsi in modo appena sufficiente con verdura cruda e frutta, dall’altro gli fanno trascorrere insonni le notti nella preghiera vocale alternata al canto dei salmi: solo interrotti questo e quella da molte e frequenti genuflessioni.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolfhs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (38) postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione, P. N. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385. L’autore però erra nel dire che il cenobio di S. Nazario è una probabile fondazione benedettina.”. L’autore non è Baumund ma è Backmund Norbert (….), autore del testo “Monasticon Praemonstratense: id est historia circariarum atque canoniarum candidi et canonici ordinis Praemonstratensis”, I-III, Straubing 1952-1960 (I, Berlin 19832). Infatti, Norbert Backmund (….) ci parla del monastero e Abbazia di S. Pietro di Licusati, scrivendo la voce “Camerota”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (39) postillava che: “(39) Carta del 21 settembre 1459 rilasciata da Alfonso d’Aragona a Francesco San Severino, trascritta in “Raccolta di documenti di varia età per la storia di Mormanno”, ms. conservato dall’avv. G. La Greca di Mormanno, I, fol. 4f-4v.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (40) postillava che: “(40) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 17”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (41) postillava che: “(41)B. Cappelli, Note su un sigillo diplomatico bizantino, in “Arch. Stor. per la Cal. e la Luc.”, XV (1946), pp. 141 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (42) postillava che: “(42) A. Rinaldi, Dei primi feudi nell’Italia meridionale, Napoli, 1886, pp. 111-12; G. Salvioli, op. cit., p. 70; E. Pontieri, op. cit., pp. 75-76”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (43) postillava che: “(43) P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770 ss., II, pp. 83-84; I. Gay, op. cit., pp. 220, 318 dove però erroneamente è segnata Lauria invece di Laurino; M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, p. 118”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: La permanenza di Nicola al cenobio di S. Nazario è di grande importanza per la sua formazione spirituale. In questo asceterio, infatti, chiuso tra la varia vegetazione di una verde valletta frequente di acque quasi in un mondo a sè, tra le alture incobenti, si manifestano già i primi segni ed i motivi essenziali che caratterizzeranno poi sempre la sua lunga esistenza. L’illuminazione religiosa attuatasi in lui ad un tratto e che lo sospinge ai cenobi del Mercurion prima e quindi a quello di S. Nazario, lo porta ad un altissimo desiderio di perfezione. E consistendo questo in un supremo atto di volontà che, influenzato dalla grazia, aspra di continuo al progresso dello spirito, il quale si ottine soltanto assoggettando la materia, Nicola sa immediatamente dimenticare la vita di agi goduta sino a pochissimo tempo prima nella sua città. Per modo che appena giunto, stanchissimo, rifiutando ogni conforto offertogli di vino e di cibo, si vota ad inumani esercizi e pratiche di ascetismo; i quali, per tutta la sua permanenza, da un lato lo portano ad alimentarsi in modo appena sufficiente con verdura cruda e frutta, dall’altro gli fanno trascorrere insonni le notti nella preghiera vocale alternata al canto dei salmi: solo interrotti questo e quella da molte e frequenti genuflessioni.”. Sempre sul primo periodo di permanenza di S. Nilo nel basso Cilento, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “La cultura di S. Nilo”, a pp. 139-140 e ss., in proposito scriveva che: “E se appena giunto ai monasteri del Mercurion allieta l’anima dei monaci per la dolcezza e l’arte con cui legge i libri sacri, in appresso continua ad esercitare la sua voce nella solitudine dell’eremo di S. Michele e nei suoi vari cenobi. Non solo, ma predilegendo tra i monaci coloro che hanno disposizione al canto, come quel religioso conosciuto ed apprezzato nel monastero di S. Nazario, diventa anche il paziente maestro dei suoi fratelli in questa arte…..Questo primo “kondakion” è dettato in onore di S. Nilo Sinaita ed appartiene con certezza quasi assoluta a quei giorni del 939 o 940 in cui, ospite al monastero di S. Nazario nel Cilento, Nicola è stato già tonsurato monaco e quindi, a scopo propriziatorio, esalta il santo del quale ora porta il nome. Esso si compone di 93 versi raggruppati in sette strofe: in un numero quindi minore di quello canonico.”Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 7-8, nel capitolo 2: “S. Nilo, per volere de’ Superiori, si porta a far la professione nel monastero di S. Nazario. Primi fervori, e sua prima profezia.”, a pp. 14-15-16, in proposito scriveva che: “Ora per tutti i quaranta giorni che dimorò nel monastero del gran martire S. Nazario, dove appunto si vestì monaco, egli non gustò nè pane, nè vino, nè vivanda cotta al fuoco, ma viveva di sola frutta campestri e di erbaggi. Ed in ciò naturalmente ebbe molto a soffrire per essere passato di un salto ad una maniera di vita sì austera, dopo una precedente piuttosto comoda e deliziosa….Un giorno venne a visitarlo qui in S. Nazario uno degli antichi suoi domestici, il quale lo lodava sì per la buona condotta tenuta nel secolo in servizio di Dio (I) e sì per la presente vita monastica; e perciò lo diceva beato; perchè ‘avesse scelta la parte migliore che non gli verrebbe mai tolta’. Al che egli rispose: “Ma se è pur buono, o fratello, quel che tu lodi, perchè non l’abbracci ?”. – “Perchè, rispose colui, mi manca il mantello e la tonaca di lana, che avete voi monaci”. Non aveva terminato di così dire, che Nilo, levatosi in piedi, e toltosi il suo tanto caro mantello nuovo che portava in dosso, perchè quegli mendicava pretesti, glielo diede dicendogli: “Prendi per ora questo, o fratello, onde per tanto poco non abbi a rimanere privo di sì gran bene: quanto a me, suo vilissimo servo, Dio provvederà”.”.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”.

Anche lo studioso calabrese Orazio Campagna (….), ci ha parlato di S. Nilo, prima e dopo essersi tonsurato monaco. Il Campagna, però, sosteneva la tesi secondo cui Nicola da Rossano si recò verso la Regione Mercuriense che egli ubicava verso Abatemarco in Calabria. Le tesi di Campagna sono suffragate da un non ben identificato “Bios” di cui egli non sa dare precisi riferimenti. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, nel capitolo VII: “Tra Abatemarco e Lao”, a p. 86, in proposito scriveva che: “Nel Bios di S. Fantino Confessore è esplicita l’affermazione che monasteri di etc….Il Bios di Antonio e La Storia Lausiaca del Palladio accennano ad un diffuso monachesimo di rito latino (4).”. Il Campagna, a p. 82, nella nota (3) postillava che: “(3) Codex Vatic. Graec., sec. XI-XII, n. 1989 (Basil. XXVIII)”. Il Campagna, a p. 82, nella nota (4) postillava che: “(4) “Vita di Antonio”, cit.; Palladio, La storia Lausiaca, op. cit.”. Sempre il Campagna, nello stesso capitolo si Abatemarco e Lao, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “RegioneMercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lascaire la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22).”. Il Campagna, a p. 86, nella nota (22) postillava che: “(22) J. Cozza – Luzi, ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, Roma, 1893.”. Questi testi citava il Campagna e sulla scorta della quale riteneva che la spelonca di S. Michele Arcangelo fosse ubicata nei pressi del fiume Abatemarco in Calabria, come dirò in seguito. Sebbene il Campagna ubichi i luoghi di S. Macario, S. Saba e S. Nilo nella Regione Mercuriense, e non alle falde del Monte Bulgheria come io credo, ripropongo alcuni passi del suo discorso su S. Nilo. Lo studioso calabrese Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna aggiunge pure che: Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico.. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, proseguendo il suo discorso scriveva pure che: Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava etc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Dunque, il Campagna ubicava la grotta di S. Michele Arcangelo verso il “fiume Abbatemarco”, “fra i Casalini di Santo Michele”, “sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abbatemarco”. Sulla locazione della grotta di S. Michele Arcangelo che ne fa il Campagna parlerò in seguito, in quanto non mi trova per niente daccordo. Secondo il Campagna, S. Nilo, nella grotta di S. Michele Arcangelo oggi di Caselle in Pittari “Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Campagna scriveva pure che: “La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trascorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, che per economia di lavoro non possiamo qui ricostruire, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) S. Nilo vi nacque intorno al 910. Rossano, “città che presiede ai confini della Calabria” (Bios, 5), era diventata “la più bizantina della Calabria” (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) perhé sede dello stratega di quel tema dopo la conquista di Reggio (Emiro Hasan, a. 923/4).”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Ebner, a p. 574, in proposito scriveva pure che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata. (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (6) postillava che: “(6) Bios, 26: “l’egùmeno aveva fatto il disegno di costituirlo Nilo, subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione, egùmeno di un altro suo monastero” e cioè di S. Nicola o di S. Maria di Cuccaro.”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero del 1131, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Dunque, secondo l’Ebner, il giovane patrizio Nicola di Rossano, proveniente dalla sua Calabria, si era recato presso il monastero o cenobio di S. Nazario.

Infatti, Paolo Orsi, nel……., nel suo “Le chiese basiliane della Calabria” (si veda l’edizione con l’introduzone di Carlo Carlino) Meridiana Libri, a pp. 145-147 parla della “Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza)”, ove scrive che: “La sua vita, pubblicata negli ‘Acta Sanctorum’ dei Bollandisti, alla data 26 settembre, è la fonte più completa che illumina di viva voce l’uomo, il tempo ed il paese in cui egli visse; e che negli ingenui racconti tanta parte racchiude di verità storica e con freschezza sincera espone condizioni di vita religiosa, e di esaltazione fanatica, inconcepibili alla nostra mentalità moderna, e pur degne, nonché di rispetto, di amirazione (1)…..Verso il 955 S. Nilo fonda un monastero al piede del Monte Santo, dove esistevano già le rovine di una vetusta chiesetta, dedicata ai santi asiatici Adriano e Natalia; e vi dimora circa 25 anni……Nel terzo del quarto del sec. X chiesa e monastero vengono distrutti in una delle tante incursioni arabe, che in quel tempo funestarono la Calabria. Verso il 980 un altro basiliano, S. Vitale da Castronovo, fa risorgere chiesa e monastero dalle ruine; il monastero sale presto a tanta fama etc…”. Paolo Orsi, a p. 177, nella nota (1) postillava che: “(1) Su S. Nilo e i suoi tempi, veggansi le pagine come sempre vivide del Lenormant, Grande Grèce, I, pp. 349 sgg. In tempi recenti la sua vita è stata scritta dal Canonico G. Miniasi, San Nilo di Calabria, monaco basiliano del secolo X, Napoli, 1892, ma con carattere accentuatamente ascetico piuttosto che storico-critico. Sono molto limpide e ben altrimenti apprezzabili le poche pagine che al santo illustre ha dedicato il Gay, L’Italie meridionale et l’Empire byzantin cit., pp. 268-86. Idem in compendio Schlumberger, Un empereur byzantin au X° siecle; Nicephore Phocas, p. 674. Etc..”. Dunque, già nel 980 S. Nilo non era più a S. Adriano. Paolo Orsi scriveva che S. Nilo aveva rinvigorito il monastero di S. Adriano nel 955 e vi era rimasto 25 anni, dunque S. Nilo avrebbe lasciato il monastero di S. Mercurio e S. Nazario nel 955 per recarsi verso la valle del Crati e fondare il monastero di S. Adriano. S, Nilo dovette di nuovo partire da S. Adriano nel 980, prima che arrivasse il nuovo monaco S. Vitale da Castronuovo che lo farà rinforzare.

Nel 940, il monastero di S. Mercurio, di cui era abate il monaco Fantino, non era in Calabria ma è quello di Roccagloriosa ?

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., in proposito scriveva che: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. La seconda che si svolse durante lunghi anni densi di avvenimenti di diverso genere, nell’ambiente familiare che si stendeva intorno a quello che prima era l’asceterio e dopo divenne il cenobio di S. Adriano, alle porte dell’odierno abitato di S. Demetrio Corone. Di fronte al silenzio del biografo si può però tentare di ritrovare, con molta approssimazione e che per mezzo di altre notizie concomitanti, la data che segnò il passaggio del beato dalla sua prima fase di vita monastica puramente contemplativa a quell’altra in cui egli per la prima volta appare a capo di un cenobio e nello stesso tempo si mostra interessato ad avvenimenti politici di grande importanza….Etc..”. E’ proprio in questo breve passaggi che Biagio Cappelli dichiara le sue perplessità circa il periodo del primo quarantennio di vita del monaco Nicola di Rossano e dell’assenza di sicure notizie nell’opera agiografica del Santo che riguardano questo periodo della sua vita. Il Cappelli, a p. 59 scrive chiaramente: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Il Cappelli, a p. 60 aggiunge che:  “Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato. Una che comprene tutto il corso della sua vera formazione spirituale e l’altra che abbraccia la sua prima attività effettivamente cenobitica in cui cioè egli diviene capo efettivo di una comunità.”, dunque, proprio il periodo, forse un trentennio, in cui il trentenne Nicola di Rossano inizia a farsi vedere nei monasteri basiliani del basso Cilento. I dubbi che nutriva il Cappella li facciamo propri e facciamo propria l’espressione del Cappelli quando dice:  Di fronte al silenzio del biografo….”. E’ vera questa espressione ed è corretta in quanto è proprio a causa dell’assenza di alcuni riferimenti storici il primo periodo di Nicola nel basso Cilento non è ancora del tutto chiaro. Gli stessi studi su Nilo e sulle sue vicenda, molti dei quali di alcuni storici Calabri, hanno posto il luoghi frequentati da Nilo e Fantino nella Calabria settentrionale. Mi chiedo se le cose sin quì scritte sono corrette. Il Cappelli fu il primo a chiedersi tutto questo. Alcuni autori antichi che hanno scritto sulla faccenda hanno posto il monastero di S. Mercurio molto vicino al cenobio di S. Nazario, ovvero quello di Roccagloriosa.  Addirittura, l’Antonini scriveva che il cenobio di S. Nazario dipendesse dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Nilo e Fantino si frequentavano spesso e non potevano stare uno nel basso Cilento e l’altro in Calabria. Lo stesso eremo o spelonca di cui parla l’opera agiografica del santo che cita una piccola cappella dedicata all’Arcangelo Michele potrebbe essere quella posta sul “monte Pittari”, un tempo detto “monte Pitraro” non molto distante dal piccolo paese Caselle in Pittari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’ riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a pp. 385-386 riferendosi al monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Etc…”. L’Antonini, a p. 385, nella nota (I) postillava che: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit, dice Santorio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Dunque, l’Antonini postilla e cita la frase  “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”, il cui significato è “(S. Nilo) andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”, che secondo l’Antonini è riportata da Paolo Emilio Santorio (13) nel suo testo Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, a p. 29.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Dunque, l’Antonini postillava che secondo Paolo Emilio Santoro (13), S. Nilo  andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”. Antonini, sulla scorta del Santorio e riferendosi al fatto che il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa fosse stato sempre considerato un monastero femminile e non Benedettino come lui credeva, scrive pure che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Santorio (13) scriveva che S. Nilo (il manaco Nicola di Rossano) si recò presso il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e da li poi andò in una spelonca “in una roccia”., che dovrebbe essere quella del “monte Pitraro” a Caselle in Pittari. L’Antonini, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Il citato ‘Anonimo Greco della Vita di S. Nilo’, al fol. 7 fa menzione di tre Santi Uomini, che furono in questo Monistero al tempo di S. Nilo e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato di Basiliani , altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”. In questo passaggio, l’Antonini scrive che nella “Vita di S. Nilo” tradotta dal Santorio è scritto che il trentenne Nicola di Rossano in Calabria si reca e fugge nel monastero di Mercurio dove vi erano già “tre Santi Uomini” che nomina:  “Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, etc…, ovvero dei monaci Giovanni, Fantino (I) e Zaccaria. L’Antonini, a p. 386, nella nota (I) postillava che:  “(I) Fu questo Fantino in cotanta buona opinione, che a dilui onore i vicini paesani di S. Gio: a Piro gli edificarono nel di loro paese una Chiesa”. Dunque, in questo monastero di S. Mercurio vi erano già da tempo alcuni monaci famosi per la loro santità: Giovanni, Fantino e Zaccaria. Era questo il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ?. Inoltre, l’Antonini, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia dice pure di “Fantino” che i vicini paesani di S. Giovani a Piro gli edificarono una “Chiesa”. Infatti, a S. Giovanni a Piro esiste una cappella dedicata a S. Fantino Juoniore. Credo che l’ultima postilla dell’Antonini sia dovuta a notizie tratte da Pietro Marcellino di Luccia (…). Tuttavia in questi passagggi che riguardano il monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, l’Antonini sia stato netto e tassativo. In questo monastero che era quello di Fantino, era passato Nicola di Rossano prima e dopo essersi fatto tonsurare e monaco presso il vicino monastero o cenobio basiliano di S. Nazario. Sempre riguardo le notizie storiche tratte dal Santorio (13), l’Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “Richerio (I) Abate di Montecassino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV, e morì nel MLIV. Egli fondò questo Casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia, ch’ oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche nel vicino Casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon, nel lib. 57 degli ‘Annali Benedettini’ scrive, che prima era una Cella fondata già dal Monaco Nantaro, il quale la donò all’Abate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

Dunque, l’Antonini, anche in questo caso accenna al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa e, riferendosi all’Abbazia non più esistente di S. Nazario dice che: Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Etc..”. Dunque, le interessanti notizie riportate dall’Antonini sulla scorta di Paolo Emilio Santorio (….). L’Antonini scriveva che il trentenne Nicola di Rossano prima arriva e si rifugia nel monastero di S. Mercurio (di Roccagloriosa e non in Calabria e poi in seguito viene inviato da Fantino e dal capitolo di quel monastero al vicino, o comunque non lontano monastero di S. Nazario. Infatti, l’Antonini aggiunge una sua personale considerazione a giustifica che l’Abbazia benedettina di S. Nazario fosse molto più antica e scrive che:  “Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. Etc…”. L’Antonini, a p. 334 aggiunge pure che: “L’Autore Greco’ nella ‘Vita’ di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Etc…”, ovvero egli scrive che secondo la pag. 8 della “Vita di S. Nilo” scritta dall'”Autore Greco” (forse S. Bartolomeo il giovane, discepolo di S. Nilo) e pubblicata dal Santoro, il trentenne Nicola di Rossano dopo essere arrivato nel monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito” ed aggiunge la frase del Santorio che diceva: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”, e che “secondo la traduzione, che ci va accanto”, è scritto: “Lesse che non doveva rimanere più di quaranta giorni in quella Convenzione; ma quando i suoi beni sono perdonati, e con una benedizione, può essere permesso di tornare ai Padri, ai quali era dapprima legato”. Rilegendo però il “fol. 15” del Santorio (…..) è scritto: “Monachorum parentis: huic fe B. Lucas in disciplinam tradens omni studio, ac diligentia magistrum imitari, & mores ad animum transmittere nitebatur: nihil in illo tumidum, nihil arrogans, nihil libidinorum, demissione merifica, placidis morib, ingenio mitissimo, charitate eximia; aderant in commilitio sanctissimi et alij Monachi, Phatinus, Zaccharias, et Philaretus, de virtute, et castimonia, demissione, et pietate certamen erat, fummi athletae semper in arena, etc..”, ovvero che: “Il padre dei monaci: a questa fede B. Luca, insegnando in ogni diligenza e diligenza, si sforzò di imitare il maestro e di trasmettere le buone maniere alla mente: niente di gonfio in lui, niente di arrogante, niente di lussurioso, morì di uno sconforto meraviglioso, placido, con un intelletto molto mansueto, una carità straordinaria; Fatino, Zaccaria e Filareto erano presenti alla battaglia del santissimo e degli altri monaci, dove si disputava il valore, la castità, l’umiltà e la pietà. Etc…”.   

L’Antonini aggiunge un’altra sua considerazione sul monastero di S. Nazario e scrive che: “Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, che pubblicò a Roma nel 1601. Infatti, Paolo Emilio Santorio (….), forse anche sulla scorta dell’autore che l’Antonini chiama “Autore Greco della Vita di S. Nilo”, opera agiografica e “Bios” di S. Nilo, che come si è visto fu scritta dal suo discepolo S. Bartolomeo, a pp. 28-29-30, in proposito scriveva che: “Offert se nunc beatissimus Nilus Rossani in Calabria natus non umili loco, diuturnus Carbonensis coenobij praefectus, à germana, post parentum fatum, pie educatus, clarissimum fine dubio ordinis Sancti Basilij lumen, dmirabili ingenio, praecellentiquedisciplinarum gloria, sed Christiana charitate esseruetissimus; adoloscenses delibata virguncula, proleque suscepta, facti poenitentia mire cruciatus, distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelsa delegit, dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: inde strepente barbarico classico ferrumque in pios acuente Sarraceno, Italici solito vastatore etc…”.  

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: Ora si offre il beatissimo Nilo di Rossano, nato in Calabria, non in umile luogo, prefetto di lunga data del convento carbonese, di Germana, dopo la sorte dei suoi genitori, piamente educato, la luce più luminosa dell’ordine indubbio di san Basilio, mirabile ingegno, gloria di preminenti discipline, ma diligentissimo nella carità cristiana; Quando era giovane, si prese cura delle vergini e ne accolse la prole. Dopo aver fatto penitenza, fu molto tormentato, e dopo aver distribuito la sua fortuna ai bisognosi, si rifugiò nel convento di San Mercurio, il più vigile e di cibo, sempre in preparazione, sempre nel campo, al riparo con le armi della religione, della pietà, della carità e dell’umiltà per combattere col nemico del genere umano, da non pensare, da lontano, nutrire da vicino, con il piede attaccato, e con il becco della fede terribile da strappare o a riposo, è colpito da lui è battuto, afflitto dal nemico, o minacciato dal terrore, né lui stesso soccombe al suo letto, a piedi nudi, con la testa coperto, feroce, grande; cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione: di là fu rumoroso il barbaro classico e la spada affilata nei pii Saraceni, soliti distruttori degli Italiani etc…”. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Dunque, il Santorio (….), sulla scorta del Bios agiografico di S. Nilo scritto da S. Bartolomeo (….), scriveva che, Nicola da Rossano lasciò la sua Rossano in Calabria e si recò “si rifugiò nel convento di San Mercurio”, un convento di monache clarisse che sorgeva da tempi immemorabili presso Roccagloriosa e di cui ho parlato in un altro mio saggio). Scrive il Santorio che dopo essersi “rifugiato nel convento di San Mercurio”, il giovane Nicola rientrò subito nel monastero di San Nazario” perchè Nicola da Rossano, fattosi tonsurare nel monastero di San Nazario nutrito dagli urgenti messaggi minacciosi del governatore della provincia, per paura di essere iscritto nell’elenco dei monaci”. Il Santorio scrive che il monaco Nilo, nel monastero di San Nazario, “lì deposta la sua cintura, cominciò a servire come soldato per Cristo, molto vigile e ben pasciuto, sempre pronto nell’accampamento… in spirito soccombe lui stesso al letto, piedi nudi, capo coperto, feroce, magnanimo;”. Il Santorio scrive pure che S. Nilo, “cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione”. La versione del Santorio verrà confermata in seguito, nel 1745 dal barone Giuseppe Antonini, come vedremo in seguito. Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

I monaci italo-greci o basiliani, i Bulgari e S. Nilo

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 384-385, in proposito scriveva che: “Avvalora la mia opinione il fatto, che si legge presso l’autore Greco della Vita di S. Nilo, al fol. 73. Scrive egli che quest’umil servo di Dio entrato in un certo luogo in Lucania con una pelle di volpe avvolta al capo, e col mantello nel bastone, per non farsi conoscere, la gente il credette Bulgaro, ed i ragazzi gli correan dietro gridando: ‘Hues Bulgare Calogere, beus Bugare Calogere’. Se allora i Bulgari fossero stati affatto ignoti, o poco conosciuti, non l’avrebbero i ragazzi chiamato ed avuto per Bulgaro.”. 

Antonini, p. 384

(Fig….) Antonini (…), Discorso VIII, pp. 384 e ss.

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 62-63, nel capitolo 8: “S. Nilo, recatosi a Rossano dopo il gran terremoto, rivede un suo antico maestro, cui predice misera fine. Colà riapre un monastero di sacre vergini. Con un atto di singolare obbedienza pruova la suggestione dei suoi monaci”, in proposito scriveva che: “Trovava per caso gettata in mezzo alla strada una pelle di volpe, e legatalasi intorno al capo, e messosi in spalla il bastone da cui pendeva il mantello, in tal guisa appunto fece il giro di tutta la città senza essere da nessuno riconosciuto. Sebbene i fanciulli vedendolo andare in quella foggia, gli andavano dietro e lanciandogli sassi gridavano: “Oh il monaco Bulgaro!” mentre poi altri lo chiamavano Franco, ed altri Armeno. Ma egli senza dir parola, sibbene osservando ogni cosa, come si fu fatto sera, si avviò alla grande chiesa, e toltasi di capo la pelle di volpe, e gettatosi sulle spalle il povero mantello, entra con spirito di fervore e di compunzione ad ossequiare l’Immacolata Madre di Dio, la sua perpetua condottiera e protettrice. Ma vedutolo il Mansionario, di nome Canisca, stato già suo maestro, ed alcuni altri sacerdoti che lo riconobbero per il gran Padre, vennero a prostarglisi ai piedi.”. L’episodio viene ricordato anche dal Racioppi (….). Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Nel ‘940, Nicola di Rossano fattosi monaco col nome di “Nilo” nel monastero di S. Nazario nel Cilento e la sua prima profezia: quella del “tirannello”

Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo, a p. 17, in proposito scriveva che: “Era in quella contrada un tal tirannello, che colà chiamano ‘Conte’, uomo oltre ogni dire aspro e inumano, il quale viveva dimentico affatto della propria salute: e da despota arrogante suo pari erasi, come a dire, impadronito e fatta sua schiava la povera anima della sua moglie di uno degli addetti al monastero, dove allora Nilo abitava. Un giorno pertanto quell’insolente s’introdusse nel recinto del monastero a scopo di soddisfare alle ree voglie della sua passione, non già per verun altro motivo salutevole all’anima sua. Or essendo quegli in sull’uscire, il Sueperiore che per una certa suggezione verso lo svergognato arrogante non si era peritato di dirgli niente, chiamato a sè il beato Nilo, che era già conosciuto un portento per il suo franco parlare, lo pregò che accostandosi con libertà al temibile principe, lo persuadesse a lasciare libera di sè quell’anima che iniquamente teneva a sua posta. Allora Nilo, quasi ne avesse ricevuto comando da Dio, sentendosi armato di una vivissima fede, investì l’audace, e con esempi e con parole tolte da ogni argomento lo ammonì, secondo l’avviso avutone dall’Abate, a dover recedere da codesto suo mal fare. Ma quegli arditamente rispose che per nessuna ragione al mondo si arrenderebbe ad ubbidire, neppure se discendesse un angelo dal cielo. Allora il Santo prese a ricordargli in breve che, ‘stimulus peccati mors’ (I): il peccato spesso affretta la morte, e che quegli anni di vita che noi per ventura ci aspettiamo, possono appena essere giorni. Pensava egli che tale reminescenza avrebbe scossa anche un’anima di pietra. Ma per l’infelice fu cme niente. Perocchè non ammollito per questo nè punto nè poco anzi direbbesi, vieppiù indurito, con arroganza così rispose: “Mah va via di qua, o calogero! I giorni…..che a me restano di vita son ben dieci anni: per otto dè quali soddisfarò ancora a tutte le brame dell’anima mia, e mi porrò sotto i piedi tutti i miei avversari; negli ultimi due mi ridurrò a penitenza; e quel Dio che aspetto già l’adultera ed il ladrone, aspetterà anche me”. Disse: ma l’abate (2) Nilo investito dallo Spirito Santo, per tutta risposta: “Bada a te, miserabile, gli soggiunse, dacchè i dieci anni che ti lusinghi ancora di vivere, per soddisfare a tutte le voglie del tuo cuore, non sono più che dieci giorni. E non ti volere illudere coll’andare ingannevolmente dietro ai sogni e alle divinazioni”. Dette con franchezza queste parole, rientrò in monastero, e si recò dall’Abate ad annunziargli la subitanea e pessima fine farebbe quello sciagurato. Ed infatti l’insolente fu all’improvviso sorpreso lì per lì da violenta febbre a freddo, che seguitò a tormentarlo senza tregua per nove giorni continui. Al decimo giorno intanto, mossisi a ribellione contro di lui gli abitanti del luogo, congiuratisi tutti per ucciderlo, egli non sì tosto ne ebbe avuto avviso da quella furia della concubina, che, con grand’ardire impugnata la spada, al solo apparire tutti li disperse. Ma sovrappreso da ulteriore spavento, e in fine avvilito, mentre voleva salvarsi con la fuga, impacciato dal peso delle stesse sue armi, caduto in terra cessò di vivere. Corsi in quella sopra il cadavere i già oppressi suoi sudditi gli recisero il capo e tutto gettarono ai cani. Così rimase appuntino avverata la profezia del Santo, che cioè non prima nè dopo, ma nel medesimo giorno (cioè nel decimo) colui sarebbe morto.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “La profezia del tirannello”, a p. 16 e ss., in proposito scriveva che: “V’era in quella contrada un tirannello, che colà chiamano conte, uomo oltre ogni dire crudele ed inumano, il quale viveva dimentico della propria salute eterna. Costui abusando del suo potere arrogante, si era resa schiava l’anima di una povera donna addetta ai servizi del monastero, dove allora Nilo dimorava. Un giorno costui, per soddisfare le sue inique voglie, si era introdotto nel recinto del monastero. Sul punto di uscire, il superiore della casa che, per timore della tracotanza ed impudenza del tirannello, non aveva osato dirgli nulla, chiamato a sè il beato Nilo, che gia si era fatto notare per il frante, lo persuadesse a lasciare libera quell’anima, da lui iniquamente tenuta schiava. E Nilo, come se ne avesse ricevuto comando da Dio stesso, si studiò con tutti i modi, soavi e forti, di convincere quel miserabile. Ma il disgraziato non si arrese affatto né a preghiere, né ammonimenti del Santo, il quale, alla fine, con ultimo tentativo, gli aveva messo davanti agli occhi il terribile spettro della morte e degli eterni castighi riservati agli empi. Ché anzi, costui fatto ancora più arrogante con rabbia gli disse: “Vattene via, Calogero (2)”, il tempo di vita che mi resta sono ancora dieci anni. Con questo, per otto anni ancora,  soddisfarò a tutte le voglie del mio cuore e mi porrò sotto i piedi tutti i miei avversari, come io voglio; negli ultimi due anni mi ridurrò a penitenza, e Dio mi aspetterà, come già fece con la peccatrice e con il ladrone”. Allora il padre Nilo, ispirato dallo Spirito Santo, gli disse: “Uomo miserabile, bada bene a quel che dici; perché i dieci anni, che ancora ti lusinghi di avere per soddisfare le tue voglie, non sono più che dici giorni. Non l’illudere, dunque, andando ingannevolmente indietro ai sogni e alle divinazioni.”. Dettogli queste parole con francheza e rientrato nel monastero, si recò dall’egumeno ad  annunziargli la prossima misera fine dello sciagurato. Infatti quell’insolente fu sorpreso subito da una febbre a freddo, che lo tormentò per nove giorni senza tregua; al decimo giorno, essendo insorti contro di lui gli abitanti del luogo, congiuratisi per ucciderlo, egli sorpreso dallo spavento, mentre cervava scampo nella fuga, impacciato dal peso delle stesse armi, cadde in terra e cessò di vivere. Ed i suoi sudditi, da lui molte volte angariati, gli recisero il capo e lo gettarono in pasto ai cani. E così si adempì a puntino la profezia del santo che “né prima, né dopo, ma entro il decimo giorno colui sarebbe morto”. Sul “Tirannello” del Bios di S. Nilo ha scritto pure Vincenzo Saletta (….) e Antonio Tortorella. Nel 1960-61, Vincenzo Saletta (….), nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di Agiografia bizantina” (estratto dal Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – vol. XIV-XV), a pp. 62-63 parlando del monastero di S. Nazario e di S. Nilo, in proposito scriveva che: “Si spiega così come mai in epoca niliana si trovi a pochi chilometri dal mare un’organizzazione politico-amministrativa di tipo feudale con Gastaldi e Conti, uno dei quali appare nel Bios del Santo come il tiranno della popolazione abitante attorno al monastero di S. Nazario (66), e si spiega così il pomposo titolo di stratega di Calabria e di Longobardia assunto dai governatori bizantini, a cui corrispondeva soltanto un generico atto di vassallaggio dei superstiti principi longobardi, ed un dominio territoriale che non andava al di là delle città costiere. Dall’esame del ‘Syllabus Membranarum Graecarum’ del Trinchera (Regesta Petri Diaconi), si desume, infatti, che i possedimenti dei principi longobardi erano situati nel tema di Longobardia (Reg. Petri Diaconi, fol. LXVII, n. 149) ed in quello di Calabria (fol. LXV, n. 137) frammisti a quelli bizantini, mentre al foglio LXIX n. 153, per l’anno 956, si legge che Stratega di Calabria e di Langobardia era il patrizio Mariano ed una ‘Membrana Cassinese’ riportata dal Trinchera alla pag. 22, si legge il nome di ‘Leo Spatharocandidatus iudex Langobardiae et Clabriae” (67).”. Questo passaggio del Saletta è interessante perchè citava Francesco Trinchera ed il suo “Syllabus Membranarum Graecarum”. Il Saletta, a p. 62, nella nota (66) postillava che: “(66) Vedi Bios di S. Nilo cap. 9, lett. E. pag. 289. Per il 1097 abbiamo un ‘Codex Membranacaeus’ dell’Archivio Napoletano N. 8 di cui il Trinchera (op. cit. pag. 81) riporta un atto con cui Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese.”. Sempre il Saletta, a p. 63, nella nota (67) postillava che: “(67) F. Trinchera, Syllabus Membranarum Graecarum, Napoli, 1845”. Il Saletta (….) citava il testo di Francesco Trinchera (…..), “Syllabus Membranarum Graecarum”,  dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo come ad es. il “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino. In primo luogo devo subito precisare che il Saletta citando il documento in questione ci parla di una donazione a Scido in Calabria, egli scrive Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese”, dando al toponimo citato nel documento membranaceo del 1097 il luogo del territorio taurianese in Calabria, ma dall’esame che si è fatto dell’antico documento del 1097 questo luogo corrisponde a Sapri ed ad una grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, di cui parlò anche Biagio Cappelli, come pure ho scritto ivi in un mio saggio. La citazione del Saletta, però è interessante perchè citando l’antico documento membranaceo del 1097 (pubblicato dal Trinchera) ci parla di “Odo Marchese” e scriveva Oddone Marchese Longobardo”. Il Saletta ci parla di patentati Longobardi che, per “l’intesa-politico-militare-amministrativa” che all’epoca i nuovi Bizantini stipularono con la chiesa e con i superstiti principi e conti Longobardi, i “Patrizi”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, a p…… cita l’antico documento del 1097 che molti anni fa segnalai ivi in un altro mio saggio. Egli, nel capitolo primo: “Un breve profilo storico”, a p. 20, in proposito scriveva che:  “Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo Flumina’ – , riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati’, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, (non un generale, non un codardo, non un generale), mnhjite stratighòs mnhjite viskòmnhjis mnhjite turmàrkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. Ecco che il Tortorella cita lo stesso documento membranaceo e greco del 1097 pubblicato da Francesco Trinchera nel suo “Syllabus Membranarum Graecarum” per dire che, il territorio del Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo”, riceveva il controllo giuridico bizantino.

Nel ‘941, il monaco Nilo, dopo quaranta giorni ritorna dall’abate Fantino in un monastero del Mercurion in Calabria (?) (o nel nel monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa come voleva l’Antonini), dove sarà suo ospite

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 19-20, nel capitolo 3: “S. Nilo, torna al monastero di S. Fantino. Sua edificante conversazione col medesimo e con l’ab. Giovanni”, in proposito scriveva che: “Decorso il tempo stabilito, il santo padre Nilo fece ritorno ai suoi Superiori nel monastero di Mercurio, tutto pieno di Spirito Santo e di fece; ….a lvenerabile padre Fantino. E questi alla sua volta dimostrava a Nilo una uguale, se non maggiore, benevolenza; sicchè vedevasi rinnovata fra loro quella indivisibile unione di animi che fu già tra Pietro e Paolo, tra Basilio e Gregorio (I).”. Rileggendo l’opera agiografica di S. Bartolomeo il giovane tradotta dal Rocchi, non mi sembra raccogliere altri elementi utili per il prosieguo.

Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande Grèce”, vol. I, a p. 341 e ssg., in proposito scriveva che: Qualche tempo dopo tornò al convento di San Mercurio vive sotto la direzione di Fantino. Lì portò a un grado così alto di perfezione l’obbedienza, l’umiltà, la mortificazione dei sensi e la contemplazione, che fu chiamato un altro Paolo, dando a Fantino il nome del nuovo Pietro. Ma ben presto i segni di una rottura tra Bizantini e Arabi di Sicilia fecero presagire che le invasioni sarebbero ricominciate. Agrigento, in rivolta contro il califfo, aveva ottenuto l’aiuto di Romain Lecapene, e quando bella la più compromessa trovò asilo nei possedimenti italiani dell’imperatore. L’egumeno Fantino, non volendo essere preso in giro dagli infedeli, a questa notizia lasciò la Calabria e si ritirò con altri monaci a Tessalonica, dove trascorse la fine della sua vita e morì, circondato da un’aureola di santità. Nilo rifiutò di succedergli e ottenne persino dai suoi nuovi superiori il permesso di andare a vivere da solo nella vicina foresta sul fianco della montagna, vicino a una piccola cappella di San Michele. Due compagni vennero successivamente a raggiungerlo lì; uno si chiamava Etienne e l’altro Giorgio. Quest’ultimo era ancora decurione di Rossano, e la Chiesa lo annovera tra i beati. Nilo viveva nel suo eremo con questi due compagni, quando scoppiò con furia la tempesta che minacciava la Calabria da alcuni anni. Nel 951 un numeroso esercito musulmano, comandato da Hassan, emiro di Sicilia, e dal rinnegato slavo Faradj-Mohammed, uno dei più famosi generali del Califfo di Kairoàn, sbarcò a Reggio, che trovò abbandonata dai suoi abitanti, rancorosi Gerace e venne a portare il suo campo a Rossano e Casano, che costrinse a riscattarsi per denaro. Etc…. Nelle devastazioni dell’uno o dell’altro di questi anni la vita originaria non lo specifica, il monastero di San Mercurio fu distrutto dai musulmani. Un gruppo di corridori si arrampicò fino all’eremo di Nilo, che fuggì nel più fitto dei boschi con i suoi compagni. Quando si accorse, dalla grotta dove si era nascosto, che gli erano stati tolti tutti i miserabili vestiti, anche il cilicio. Ma uno dei suoi compagni, che in fuga si era separato da lui, non ricomparve. Lo credeva prigioniero e si mise a cercarlo. Aveva appena aspettato la strada quando vide arrivare un drappello di dieci cavalieri armati, che portavano sulla testa kuffieh fluttuanti dal volto arabo. Quale fu il suo stupore quando questi cavalieri, che prese per saraceni, si fermarono e, smontati, si inginocchiarono davanti a lui. Erano persone di un vicino castello che correvano travestite per le campagne, per raccogliere i fuggiaschi e condurli in un rifugio sicuro. Nilo apprese da loro, con grande gioia, che il compagno che credeva perduto era stato raccolto nel castello. In seguito a questi avvenimenti Nilo decise di tornare a Rossano ecc…”.  Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo III: “S. Nilo torna al Mercurion – Intimità con San Fantino (941)”, a p. 17 e ss., in proposito scriveva che: “Passati i quaranta giorni nel monastero di San Nazario, chiesta la benedizione all’egumeno, Nilo fece ritorno al Mercurion, nel monastero di San Fantino. Questi lo accolse con la dimostrazione del più grande affetto, mentre Nilo lo ricambiava con altrettanta venerazione e fiducia. Le autorità civili, visto inutile ogni sforzo di ricondurlo nel ceto clericale, e perdutolo ormai di vista, insieme con i superiori ecclesiastici si erano rasegnate al fatto compiuto; e ciò tanto più in quanto la legge civile e canonica erano in favore di Nilo. Tra Fantino e Nilo parve rinnovarsi quella indivisibile amicizia ed unione di animi che fu già tra San Basilio e San Gregorio Nazianzeno. In questo tempo volle Nilo far visita al santo egumeno Giovanni, il quale volendo far prova della virtù di lui, ordinò che gli fosse dato un grosso bicchiere di vino. Nilo, etc…”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 88, in proposito a S. Fantino scriveva che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tratto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”. Dunque, sebbene il Campagna voleva ubicare il monastero di Fantino, nella regione eparchica della Calabria settentrionale o quella ai confini con la Lucania interna, rileggendo il bios di S. Nilo, opera agiografica di S. Bartolomeo, si nutrono dei dubbi sull’esatta sua ubicazione. Certo doveva essere un monastero non molto distante dal monastero di S. Nazario ed io credo si trattasse di un monastero della stessa regione dei principi di Salerno. Roccagloriosa o S, Giovanni a Piro. Potrebbe trattarsi dell’antico monastero di Roccagloriosa come vuole l’Antonini, che dice dipendesse in parte dal monastero di S. Giovanni a Piro. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Passati colà quaranta giorni, se ne tornò dopo al Monastero di San Mercurio, da dove poi si allontanò per ritirarsi in una spelonca poco lontana, la quale era fra dirupi, e conteneva una cappella, dedicata a san Michele Arcangelo, e quivi incominciò a fare penitenza (2). Verso l’anno 944 (forse molto prima), il Di Meo (1), ritraendone le notizie evidentemente dalla narrazione della Vita di san Fantino abbate e di quella di san Nilo, dice che “l’abbate basiliano S. Fantino, essendo andato a visitare S. Nilo, il trovò gravemente infermo nella spelonca, e il condusse al monistero, ove si ristabilì con la rottura di un accesso, ed in fretta tornò alla sua spelonca”. Susseguentemente, il Marafioti (2), che ne ricava le notizie dalle medesime fonti, narra: “Di questo S. Fantino scrive san Bartolomeo monaco, che illustrato di novella luce, quasi un altro Jeremia sovra l’infelicissima Jerusalemme, piangendo cominciò profetare non solo la sensibile distruzione, quale doveva patire la Calabria, e i miserabili assalti, quali dovva ricevere dagli Agareni; ma eziando la vera distruzione delle virtù, e la dechinazione, quale dovevano fare i monaci del suo ordine alla vita volgare, e camminava il giorno con gli occhi pieni di lacrime pangendo le chiese, monisteri e libri, dicendo che dovea venire un giorno, quando le chiese sarebbero piene d’asini e cavalli, e i sacri libri dati al fuoco. Quando vedeva alcun monaco del suo monistero, lo piangeva come morto, dicendo: Io, figliuol mio, t’ho ucciso; e molte altre cose simili diceva. Mentre stava in questi dolori il santo, non voleva mangiare, nè riposarsi sotto il letto, ma andava per i deserti e si pasceva d’erbe. Per queste cose ed altre simili si doleva molto il beato Nilo monaco, suo amicissimo, ……e molte volte andò presso il beato Fantino a persuaderlo che volesse far ritorno al monistero; ma lui piangendo rispondeva: Non voglio ritornare, o padre, perchè questi del monasterio non sono miei monaci, perchè se fossero miei, piangerebbero meco; ma eglino mi chiamano stolto e pazzo, e perciò sappi, o mio caro padre, che prestissimo andrò nel paese supremo, e più non farò ritorno al mio monastero, ecc..” Ed il Di Meo (1) riferisce ancora che San Fantino “non poté più ridursi a tornare in monistero, ma andò nell’Oriente, ove poi santamente morì (in Tessalonica). Quindi i monaci di esso S. Fantino pregarono S. Nilo ad andar da essi per eleggere un nuovo abbate; ed essendo quivi giunto Luca, fratello germano di S. Fantino, buttandosegli ai piedi, lo scongiurò per ‘S. Trinitatem’ a voler’ essere lo egumeno: ma S. Nilo la vinse, e fece abbate lo stesso S. Luca. Era costui meno dotto e prudente. Essendo S. Nilo tornato alla spelonca, segli diede per discepolo e compagno S. Stefano.” In questi tempi sant’Elia Speleota, nativo di Reggio, venne al monastero di S. Elia Juniore delle Saline o Salinas, e da qui, dopo qualche tempo, si recò in una spelonca etc…”Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”.

Nel 943, il monaco Nilo, con il permesso dei padri e di Fantino si ritira nella spelonca  di San Michele Arcangelo (dico io un luogo ed una spelonca non lontana da Caselle in Pittari)

Ancora oggi su Wikipedia si legge che Nilo, nel Mercurion nel periodo del X-XI sec. studiarono personalità che successivamente saranno venerate come santi, tra di esse: San Nilo, San Fantino, San Nicodemo, San Luca, San Macario, San Zaccaria e San Saba e tanti altri. Qui fu allievo di San Fantino e si dedicò alla vita contemplativa e alla carità; raccolse e copiò numerosi codici. Essendo alla ricerca continua di una maggiore perfezione di spirito si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo vicino Mercurion. Io non sarei così sicuro da porre lo speco o la spelonca descritta nell’opera agiografica di S. Nilo fosse un luogo vicino al Mercurion. Come pure i luoghi frequentati da S. Nicodemo, S. Nilo e S. Fantino non fossero quelli descritti dai filologi bizantini che sino ad oggi si sono occupati della loro Vita ed imprese. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp, 24-25, nel capitolo 4: “S. Nilo si riduce a vita solitaria. Sua asprissima penitenza, e tentazioni dai demoni”, in proposito scriveva che: “Ma il nostro santo padre Nilo ogni di più crescendo e avanzando nei gradi della divina perfezione si accese di un grande amore per la vita solitaria, mare di tutte le virtù, anelando di acquistar per quel mezzo ricchezze ognor maggiori e più alta sapienza. Esposto questo suo divisamento a quei Padri, per fare ogni cosa dietro il loro parere, venne di comune consenso approvato, facendone anche essi orazione a Dio. E’ non guari distante dai monasteri una spelonca, incavata nell’alto di una rupe, ed entro un altare dedicato al nome dell’Arcangelo san Michele; luogo quindi quanto mai acconci al ritiro per chi vi è chiamato (I). Ora in codesta spelonca sen venne tutto allegro e risoluto quel generoso, armato dello zelo di Elia, della forza di Eliseo e della pazienza di altri Santi. Quivi stavasi tutto solo, non ammettendo seco altri che Dio, anzi tenendosi di continuo alla sua presenza ome se lo vedesse, sebbene invisibile.”. Il Rocchi, a p. 25, nella nota (I) postillava che:  “(1) Il ch. dott. De Salvo contro alcuni (Marafioti, Minasi) che vorrebbero la spelonca, dedicata al sant’Arcangelo, fosse a metà del monte Aulinas, oggi S. Elia, sostiene essere ben altra, atteso la distanza di Monte S. Elia dalla regione Mercuriense, mentre qui si dice che lo speco ‘non era guari distante dal monastero’ (V. Metaur. Taur., cit. 100-101, nota). E non si chiama questo nè Monte, che pure quello è di notevole altezza, nè di S. Elia, nome già celebre; nè si accenna che vi avessero monaci, quali almen certo vi erano in quel tempo, come indica anche il ch. Nic. Oliva nei Cenni Storici, preliminari alla sua ‘Cantica, il monte Aulinas’ (Palmi, 1890, pp. 9-10). E qui al nostro vate rendiamo pubbliche grazie del poema già mandatoci in dono, congratulandoci per la sua fervida vena. Che poi in quella vicinanza del S. Elia il luogo sia detto ‘Sambicele’, ecc…, non è ragione ferma per identificare in una le due località, potendosi avere il culto del S. Arcangelo anche in altri posti che non ne abbiano il nome. Ma storicamente, infine, non apparisce monasteo sul monte, a cui Nilo per diverse bisogni urgenti vi si sarebbe diretto, il che pure non vi si accenna aver egli fatto mai. Quindi la roccia con la caverna e l’oratorio di S. Michele potè trovarsi, come indicherebbe il De Salvo, tra i due valloncelli di Sidaro e di Prato (l.c.).”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “S. Nilo si ritira a vita solitaria nella grotta di San Michele Arcangelo – Il programma della sua laboriosa giornata (943)”, a p. 18 e ss., in proposito scriveva che: “Non molto distante dal monastero v’era una spelonca incavata nella roccia; un altare dedicato a San Michele Arcangelo ne faceva quasi un santuario. In questa spelonca il fervoroso asceta pose la sua dimora. Quale era il tenore della sua vita? Quali le penitenze, cui si diede? Quali i suoi esercizi di pietà e di preghiera? Purtroppo nulla sapremo, se provvidenzialmente, in seguito, il suo prediletto discepolo Bartolomeo, con la sua santa astuzia, non li avesse carpiti dalla bocca stessa del santo suo Maestro, con cui convisse per più di dieci anni, e non ce li avesse tramandati per iscritto nel mirabile Bios (Vita)(3).”. Il Giovanelli, a p. 19, nella nota (3) postillava che: “(3) Di questo BIOS è stata da me pubblicata la fedele “Versione italiana”, con abbondanti note religiose, storiche, sociali e politiche, (Grottaferrata, 1966), e nel 1972 è stato pure da me pubblicato il “Testo originale greco”, con “Studio introduttivo” ed “Appendice: Il Matrimonio di S. Nilo” (Grottaferrata, 1972).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Quaranta giorni dopo egli faceva ritorno alla regione Mercuriana, dove, sempre severo verso se stesso e amabile verso i suoi simili, visse alcuni anni nella sempre crescente venerazione dei confratelli. Abbandonò quelle laure nel 951, allorchè le incursioni saraceniche tornarono a spargere all’intorno, e segnatamente nelle zone monastiche, desolazione, terrore e morte. Etc…”. Il dott. Antonio De Salvo (….), nel suo “Notizie storiche e topografiche intorno Metauria e Tauriana”, a p. 99 e ss.., in proposito scriveva che: Passati colà quaranta giorni, se ne tornò dopo al Monastero di San Mercurio, da dove poi si allontanò per ritirarsi in una spelonca poco lontana, la quale era fra dirupi, e conteneva una cappella, dedicata a san Michele Arcangelo, e quivi incominciò a fare penitenza (2). Verso l’anno 944 (forse molto prima), il Di Meo (1), ritraendone le notizie evidentemente dalla narrazione della Vita di san Fantino abbate e di quella di san Nilo, dice che “l’abbate basiliano S. Fantino, essendo andato a visitare S. Nilo, il trovò gravemente infermo nella spelonca, e il condusse al monistero, ove si ristabilì con la rottura di un accesso, ed in fretta tornò alla sua spelonca”. Susseguentemente, il Marafioti (2), che ne ricava le notizie dalle medesime fonti, narra: “Di questo S. Fantino scrive san Bartolomeo monaco, che illustrato di novella luce, quasi un altro Jeremia sovra l’infelicissima Jerusalemme, piangendo cominciò profetare non solo la sensibile distruzione, quale doveva patire la Calabria, e i miserabili assalti, quali dovva ricevere dagli Agareni; ma eziando la vera distruzione delle virtù, e la dechinazione, quale dovevano fare i monaci del suo ordine alla vita volgare, e camminava il giorno con gli occhi pieni di lacrime pangendo le chiese, monisteri e libri, dicendo che dovea venire un giorno, quando le chiese sarebbero piene d’asini e cavalli, e i sacri libri dati al fuoco. Quando vedeva alcun monaco del suo monistero, lo piangeva come morto, dicendo: Io, figliuol mio, t’ho ucciso; e molte altre cose simili diceva. Mentre stava in questi dolori il santo, non voleva mangiare, nè riposarsi sotto il letto, ma andava per i deserti e si pasceva d’erbe. Per queste cose ed altre simili si doleva molto il beato Nilo monaco, suo amicissimo, ……e molte volte andò presso il beato Fantino a persuaderlo che volesse far ritorno al monistero; ma lui piangendo rispondeva: Non voglio ritornare, o padre, perchè questi del monasterio non sono miei monaci, perchè se fossero miei, piangerebbero meco; ma eglino mi chiamano stolto e pazzo, e perciò sappi, o mio caro padre, che prestissimo andrò nel paese supremo, e più non farò ritorno al mio monastero, ecc..” Ed il Di Meo (1) riferisce ancora che San Fantino “non poté più ridursi a tornare in monistero, ma andò nell’Oriente, ove poi santamente morì (in Tessalonica). Quindi i monaci di esso S. Fantino pregarono S. Nilo ad andar da essi per eleggere un nuovo abbate; ed essendo quivi giunto Luca, fratello germano di S. Fantino, buttandosegli ai piedi, lo scongiurò per ‘S. Trinitatem’ a voler’ essere lo egumeno: ma S. Nilo la vinse, e fece abbate lo stesso S. Luca. Era costui meno dotto e prudente. Essendo S. Nilo tornato alla spelonca, segli diede per discepolo e compagno S. Stefano.” In questi tempi sant’Elia Speleota, nativo di Reggio, venne al monastero di S. Elia Juniore delle Saline o Salinas, e da qui, dopo qualche tempo, si recò in una spelonca etc…” Il De Salvo, a p. 102, nella nota (1) postillava che: “(1) Fiore, loc. cit., pag. 371; Di Meo, Annali Critico-Diplomatici della mezzena Età etc.., vol. VI, anno 1070.”. Il De Salvo, a p. 102, nella nota (2) postillava che: “(2) Acta Sanctorum, De S. Nilo Abb., Die vigesima sexta septembris; Marafioti, loc. cit.; Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 5, anno 938; Leoni, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, op. cit., vol. V, n.° 2, pag. 290, anno 944”. Il De Salvo, a p. 103, nella nota (2) postillava che: “(2) Girolamo Marafioti, Polistinensis Calabri Ordinis minorum etc…, l. I, c. XXXV”. Il De Salvo, a p. 104, nella nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, loc. cit.”. Il De Salvo, a p. 105, nella nota (1) postillava che: “(1) Acta Sanctorum, De S. Elia Spelaelote Abb. Confess., Die undecima septembis; Leoni, loc. cit.”.

Nel 940, il monastero di S. Fantino, forse il “Castellaro” di Capitello ?

Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 36-37, nel capitolo 5, in proposito scriveva che: “Ora il Padre presale scese al vicino cenobio di Castello (I)….”. Il Rocchi a p. 36, nella nota (I) postillava: “(I) Il ‘Cenobio di Castello’ è nominato due volte nella biografia, ed è anche una volta distintamente la città di ‘Castello’ nella cui cinta stava il monastero. Il Minasi (op. cit., annot. 12) e il De Salvo (Palmi, Seminara e Gioia, p. 10) la identificano con la presente ‘Seminara’: e Mons. TACCONE GALLUCCI, Monografie di storia calabrese, p. 139), l’appella “L’antica brezia città di Tauriana” perchè fondata dagli abitanti di Tauriana (Vedi anche nel medesimo autore: Monografia della città e diocesi di Mileto, Napoli, 1881, p. 174).”. Sempre il Rocchi (….), a p. 37, in proposito scriveva pure che: “Intanto non guari dopo questo incidente venne a visitarlo il santissimo Fantino; poichè di sovente essi si ritrovavano insieme, quasi due candelabri per illuminarsi a vicenda: ed anche perchè come Fantino avea con replicate insistenze persuaso Nilo a ricevere da sè settimanalmente il pane (I), così in ricambio questi lo ricompensava con lavori di sue mani (2). Vedutolo pertanto in così fatta tribolazione, non senza molte preghiere lo potè condurre seco con ogni sollecitudine in monastero; dove anche assai pregava Dio per la sua salute…..(p. 38 Rocchi) Ora trovavasi a caso in monastero uno dei fratelli venuto dalle parti di sopra (3), al quale egli portava una speciale affezione per essere cantore assai valente e fornito di bella voce. Etc..”. Il Rocchi a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) Cioè meridionali più verso Rossano”. Io però dubito che si trovasse li il monastero di S. Fantino. Riguardo il monastero di S. Fantino, nella “Vita di S. Nilo” pubblicata dal Rocchi (…), a pp. 42-43 leggiamo che: “In questa i Padri del monastero di S. Fantino vennero a lui pregandolo di occuparsi di loro, ed eleggere un abate, quel che alla santità sua piacesse di scegliere etc…E tenutogli tutti dietro, terminata che fu la preghiera, Luca, fratello germano del beatissimo Fantino, etc…(I).”. Il Rocchi, a p. 43, nel cap. 6°, nella nota (I) postillava che: “(I) Questo sant’uomo fu quegli che morì in Vallelucio (dove, vedremo in seguito, Nilo uscendo dalle Calabrie riparò coi suoi) il 21 novembre del 991; e che vien detto ‘abate del monasteor del S. P. Zaccaria in Mercurio ?’ (Cd. ms. Cryptofer. B. a. IV). Non si può in tutto assicurare.”. Sempre il Rocchi nella Vita di S. Nilo, a p. 53, in proposito scriveva che: “Venuta in questa la domenica, in cui quelli che stanno nei monasteri, sogliono dare qualche conforto al loro corpo, il Padre preso seco Giorgio lo condusse al monastero cosiddetto del ‘Castellano’, nel quale etc…”. Il capitolo ed i passi citati riguardano la Vita di S. Nilo prima che lasciasse la spelonca e si recasse verso S.Demetrio-Corone dove fondò il monastero di S. Adraino (vedi cap. 7). Dunque, è del tutto plausibile che il biografo di Nilo parlasse di luoghi che non corrispondono affatto a quelli individuati dal Rocchi, dal Minasi e da altri che pensavano più ai luoghi del Mercurion e non al basso Cilento. Stessa cosa dicasi per i luoghi frequentati dal beato Fantino. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del Mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52).”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s….Infatti, rileggendo Antonio Rocchi (….) in “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata”, a pp. 42 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, nella nota (2) postillava che: “E noi vedremo ciò più avanti; onde anche Nilo fu ostretto prima a trasferirsi in detta regione superiore (nel Rossanese) quinci a passar nella Camapania.”. Ciò che scrive il Cappelli: La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro”, ci induce a pensare che S. Fantino si sposta nella “Regione superiore”, ovvero la regione dei Principi di Salerno, nel Cilento, nel basso Cilento. Il Cappelli (….), aggiunge pure che nella: “La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”.

Nel 951, il monaco Nilo lascia la spelonca del Sant’Arcangelo Michele e va a vivere nel monastero di S. Adriano in Calabria

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 56 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, in proposito scriveva che: “Ora poi di tempo in tempo invadendo quei luoghi gli empi Saraceni, e non potendo perciò i santi padri omai abitare nella spelonca, dacchè per colà si accampavano gli eserciti, parve bene al gran Padre di dover abbandonare la contrada. Quindi direttosi per le adiacenze di sua patria (I), si stabilì in una sua proprietà, nella quale era già stato costruito un piccolo oratorio ad onore di S. Adriano, riputando egli che i pagani non sarebbero per salire fin là, per essere luogo poco accessibile e fuori di mano (2)…..Con ciò in breve tempo si furono riuniti ben più di dodici, e con l’aiuto di Dio il luogo fu costituito in monastero; etc…”. Il Rocchi, a p. 56, nella nota (I) postillava che: “(I) Rossano”. Il Rocchi, a p. 56, nella nota (2) postillava che: “(2) A brevissima distanza da S. Demetrio-Corone, a cinque miglia da Bisignano e dieci da Rossano era il Cenobio. Oggi è residenza del Collegio italo-greco e del vescovo greco ordinante. Quivi presso è una grotta, ove è tradizione che S. Nilo si riducesse a pregare. Per ricordo di quella chiesa i nostri monaci qui in Grottaferrata dedicarono ai Ss. Adriano e Natalia un oratorio, ove, passato a cappella dei Ss. Fondatori, in loro memoria posero due medaglioni dipinti dal Domenichino.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. La seconda che si svolse durante lunghi anni densi di avvenimenti di diverso genere, nell’ambiente familiare che si stendeva intorno a quello che prima era l’asceterio e dopo divenne il cenobio di S. Adriano, alle porte dell’odierno abitato di S. Demetrio Corone. Di fronte al silenzio del biografo si può però tentare di ritrovare, con molta approssimazione e che per mezzo di altre notizie concomitanti, la data che segnò il passaggio del beato dalla sua prima fase di vita monastica puramente contemplativa a quell’altra in cui egli per la prima volta appare a capo di un cenobio e nello stesso tempo si mostra interessato ad avvenimenti politici di grande importanza…..Si è soliti ammettere che il lamento di S. Fantino sulla triste sorte che incombeva sulle chiese, i monasteri ed i libri della regione mercuriense e dei quali prevedeva la distruzione totale, vada messo in relazione con la invasione mussulmana del 951-52. Incursione che guidata da Abu-Kasem-Ibn-Alì si abattè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che rinnovatasi nella primavera dell’anno seguente portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio Malakenos. La morte del comandante dell’esercito bizantino di terra produsse una profonda costernazione e disperati allarmi, di cui sono vivi gli echi nella Vita di S. Saba di Collesano, anche nell’ambiente dei monaci bizantini viventi nel Mercurion. Tra quelli che nell’ora paurosa ed angosciosa si allontanarono, come S. Saba ed i suoi familiari ed evidentemente altri nuclei monastici, della regione mercuriense, non pare però sia da includere anche S. Nilo. Lo fa almeno supporre il fatto che la sua biografia accenna ad un lungo periodo di continui timori e pericoli, ad un anno intero, trascorso nel terrore dei mulsulmani. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musilmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Sembra così che la data tradizionale del 955, assegnata all’allontanamento del beato da quei selvosi e montani luoghi, dove soltanto il palpito delle stelle e l’allungarsi ed il decrescere delle ombre etc…..All’età dunque di circa quarantacinque anni, dopo un quindicennio di permanenza nella cittadella del monachesimo bizantino-calabrese, il beato nel suo pieno vigore fisico ed intellettuale sentiva il bisogno ed il desiderio di ritornare alle sue prossime e care contrade.”. Il Cappelli, a p. 60 scriveva pure che: “E così in condizioni spirituali ben diverse da quelle in cui insieme con il monaco Gregorio, aveva passato il Crati anni prima, ritornò a traversare il fiume assai probabilmente con la sola compagnia dei fedeli concittadini Stefano e Giorgio per trasferirsi in un luogo di sua proprietà, non molto distante da Rossano ed allora come ora appartato e lontano dai rumori del mondo. Località dove già era un oratorio intitolato a S. Adriano, sita in una zona boscosa da cui si comprende dall’alto con lo sguardo quello stesso indimenticabile scenario di monti, etc….., che strappava al Lenormant parole colme di entusiasmo. Nello stesso tempo però che metteva mano alla fondazione del suo monastero, il grande amatore della solitudine non rinunziava definitivamente a questa, come non l’abbandonarono mai completamente alcuni altri grandi monaci e capi di comunità del Mercurion suoi contemporanei: quali S. Leon-Luca di Corleone e S. Saba di Collesano.”.  Il Cappelli, a p. 53, nella nota (44) postillava che: “(44) Vita di S. Nilo etc., cit., pp. 99 ss.; E. Antichkoff, S. Nilo e i principi longobardi, in “La Badia Greca di Grottaferrata nel VII cent.”, Roma (1930), pp. 19-23; E. Pontieri, op. cit. p. 56. Nei colloqui tra S. Nilo ed i monaci di Montecassino il biografo dice che il santo parla in “lingua roana” (trad. A. Rocchi, cit., p. 102). Poiché in qualche testo del sec. X (v. anche Monteverdi, Introduzione allo studio della filologia romanza, Roma, (1943), pp. 4-7) questa espressione va intesa nel senso di “lingua romanza”, si potrebbe forse pensare che S. Nilo usi con i monaci, e la sua supposizione potrebbe essere avvalorata dal fatto che si tratta di una lunga conversazione quella nascente lingua italiana documentata proprio in quel periodo di tempo nelle vicinanze di Montecassino dalle formule testimoniali campane (v. A. Monteverdi, op. cit., pp. 172-73 e ‘Antiquitates romanicae’, Milano, 1942, n. 2). V. in questo volume il saggio: La cultura di S. Nilo.”.

Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a p. 188, in proposito scriveva che: “Un decennio dopo, trascorsi alcuni anni di relativa pace, si preparavano nuove sciagure, in dipendenza della richiesta dell’emiro Hasan-ibn-Ali allo stratega di Calabria ed altre città cristiane della Sicilia di voler pagare l’antico tributo non più versato dal 934 (23). Alle prime confuse e terrificanti dicerie di apprestamenti guerreschi e di invasioni, S. Fantino subiva un profondo turbamento psichico. Piangendo la sorte delle chiese e dei monasteri e dei fratelli della regione, che stava per essere calpestata e corsa in tutti i sensi, e la decadenza della pietà religiosa, egli vagava solitario per i luoghi più aspri dell’arduo e selvatico Mercurion, fino a che spariva improvvisamente come se fosse stato avvolto dalla notte (24). Si era avviato per morirvi verso l’altro focolare ascetico, che ardeva tra gli aggrovigliati monti del Cilento meridionale, la longobarda ‘regione superiore’ della vita di S. Nilo (25), con la quale i monasteri del Mercurion avevano intensi scambi spirituali. In questa regione, dalla quale sempre monaci venivano ed andavano, S. Fantino avrebbe vissuto vari anni ancora se può prestarsi fede alla predetta sua data di morte. Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (23) postillava che: “(23) Cfr.: J. Gay, Op. cit., pp. 190 ss.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (24) postillava che: “(24) Migne, P. G., cit., coll. 21 ss. e trad. A. Rocchi, cit., pp. 6 ss.; D. Martire, Op. cit., I, pp. 131 ss.; Biblioteca hagiographica graeca (2), Bruxelles, 1909, p. 211.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (25) postillava che: “(25) V. il mio cit. ‘S. Nilo e il monastero di S. Nazario’.”. Il Cappelli, a p. 187, nella nota (26) postillava che: “(26) F. Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss.: ivi riferimenti bibliografici; E. Miraglia, Le Antichità di Castrovillari di d. Domenico Casalnuovo, Milano, 1954, p. 57; e in questo volume: S. Basilio de Chraterete e S. Basile.”.

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, a p. 247, nella sua nota (1) postillava: “(1) C. KOROLEWSKIJ, Basiliens italo-grecs et espagnols, in “Dictionann. d’Histor. et de Géogr. Eccles.”, VI, col. 1202; etc…”.

Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 131 e ss. Il Martire (…) a p. 131, in proposito scriveva che: “N. 5 – S. Fantino di Tauriano.”,  a p. 136, nella nota (9) postillava: “(9) Circa gli anni 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Abbandonò quelle laure nel 951, allorchè le incursioni saraceniche tornarono a spargere all’intorno, e segnatamente nelle zone monastiche, desolazione, terrore e morte. Rifugiatosi allora nei boschi che rivestivano, come per lunghi tratti rivestono ancora oggi i colli cingenti la destra del Crati, fondò presso l’odierna S. Demetrio Corone là ove il paesaggio si apre sullo Jonio in un panorama di rude bellezza, un modesto oratorio, destinato ad avere fama ben oltre i confini della sua cerchia monastica: il celebre S. Adriano (21), e di questo cenobio, piegandosi al volere dei monaci dovette finalmente assumere il governo, pur rifiutando per umiltà il titolo di ‘egumeno’. Da tutte le parti accorrono a Nilo visitatori d’ogni condizione sociale, venuti per rasserenarsi in se stessi e pacificarsi con la vita attraverso la parola pacata e il giudizio limpido dell’anacoreta sulle più sottili questioni teologiche o per prender consiglio sui loro affari più gravi (22)…..Per venticinque anni Nilo rimase a S. Adriano, donde il suo apostolato religioso s’irradiò per tutta la valle del Crati, attirando a lui popolazioni e autorità, presso le quali la sua reputazione era grandissima. Etc…”Il Pontieri, a p. 98, nella nota (21) postillava che: “(21) P. Orsi, La chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone, nel volume ‘Le chiese basiliane della Calabria’, cit., p. 197 ss.; cfr. anche J. Gay, ‘Saint Adrien de Calabre: le monastèere basilien et le collège des Albanais’, nel volume ‘Mélanges pubbl. à l’occasion du jubilée épiscopale de Mrs. De Cabrieres (Paris, 1899), pp. 291 ss.”. Il Pontieri, a p. 98, nella nota (22) postillava che: “(22) Vita S. Nili, cit., p. 306.”. Il Pontieri, a p. 99, nella nota (23) postillava che: “(23) Cappelli, Gl’inizi del cenobio di S. Adriano; Interpretazione della chiesa del cenobio di S. Adriano’, nel volume ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit., pp. 55-99; F. Lenormant, La Grande Grèce: paysage et histoire (Paris, 1881), vol. I, p. 341 e ss. Etc…”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.

Nel X secolo, egumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea

Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovanelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovanelli, ‘S. Nilo di Rossano’, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovanelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovanelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovanelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovanelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Giuseppe Cozza – Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’:

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), era quello di Siris, come è ricordato nel canto di Archiloco (30), è certo che esso in età ellenistica prese la denominazione di Sinis (31) per essere poi, in età roana, ricordato nella Tabula Peuntingeriana nella stazione stradale Ad Semnum (32); da cui poi derivano la forma medioevale già incontrata e l’attuale. Etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (28) postillava: “(28) Strab., V., 264; L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggiero” compilato da Edrisi, cit., p. 74.”. In questo caso il Cappelli si riferisce al testo del geografo arabo Edrisi ed a Michele Amari. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (30) postillava: “(30) Cfr. i versi di Archiloco in P. Zancani Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Archivio Storico per la Cal. e la Luc.”, XVIII, (1949), p. 1, n. 1.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (31) postillava: “(31) E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, testo, traduzione e note, Catania, 1901, v. 982.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (32) postillava: “(32) F. Lenormant, La Grande Grèce, Paris, 1881, I, 201.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”.

Nel 950, Gisulfo I e Giovanni, vescovo della diocesi Pestana ed abate del monastero di San Benedetto di Salerno, confessore dei Principi Longobardi e la cappella “subarce” di S. Matteo a Capaccio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. L’Atenolfi si riferisce alla cappella “subarce” di Capaccio quando scrive:  “…e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 131, in proposito scriveva che:

Nel 951-952, le incursioni dei Saraceni sulle nostre coste

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Si è soliti ammettere che il lamento di S. Fantino sulla triste sorte che incombeva sulle chiese, i monasteri ed i libri della regione mercuriense e dei quali prevedeva la distruzione totale, vada messo in relazione con la invasione mussulmana del 951-52. Incursione che guidata da Abu-Kasem-Ibn-Alì si abattè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che rinnovatasi nella primavera dell’anno seguente portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio Malakenos. La morte del comandante dell’esercito bizantino di terra produsse una profonda costernazione e disperati allarmi, di cui sono vivi gli echi nella Vita di S. Saba di Collesano, anche nell’ambiente dei monaci bizantini viventi nel Mercurion. Tra quelli che nell’ora paurosa ed angosciosa si allontanarono, come S. Saba ed i suoi familiari ed evidentemente altri nuclei monastici, della regione mercuriense, non pare però sia da includere anche S. Nilo. Lo fa almeno supporre il fatto che la sua biografia accenna ad un lungo periodo di continui timori e pericoli, ad un anno intero, trascorso nel terrore dei mulsulmani……..E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musilmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss., in proposito scriveva che: “…..il golfo di Policastro, anch’esso meta frequente di incursioni musulmane (33), etc…”.  Il Cappelli, a p. 52, nella nota (33) postillava che: “(33) Cfr., Carlo Pesce, Storia della Città di Lagonegro, Napoli, 1914, pp. 189-90”. Sempre il Cappelli, nel capitolo “S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo”, a pp. 193, in proposito scriveva che: “…..massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42).”. Il Cappelli, a p. 197 postillava che: “(40) P. Zancani- Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Arc. Stor. per la Calabria e la Lucania”, XVIII, (1949), pp. 15 s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 189”. Il Cappelli, a p. 197, nella nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio citato saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Riguardo il testo di Carlo Pesce (….), “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: Nessuna traccia o memoria, che ci riguardi particolarmente, troviamo dei Saraceni, i quali, venuti dall’Africa e dalla Sicilia, spesso assalivano e distrussero città e villaggi del golfo di Policastro e di queste regioni, e vi si accasarono fondando qua e là castelli e paesi, che da essi presero il nome.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta Calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio e il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva per la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni”. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che apparteneva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche” (50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni e la mietitura; il raccolto marcì nei campi, ecc….Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste ecc…Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p…, riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Il Gaetani parlando di Policastro Bussentino e della sua Diocesi ci dice del culto di S. Sofia, di un Aliprando de Bussentio e accenna alla venuta dei monaci nell’VIII secolo. Ma non dice nulla riguardo Niceforo Foca. Infatti, riguardo questa notizia il Gaetani (….), a p. 22, in proposito scriveva che: “Conoscendosi intanto che il Bussento risorse per opera dei Normanni, ne deploriamo una distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino ad Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente la cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale divenuta orribile covo Saracinesco finì per mai più non risorgere. Gli stessi gemiti potremo emettere sulle chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII e nel IX e nel X secolo della chiesa Bussentina. Ecc…”.

Nel 955-956, la terribile invasione dei Saraceni in Calabria

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss., riferendosi al beato S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

SAN CRISTOFORO, SAN SABA, SAN MACARIO

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia e la fondazione di monasteri nel basso Cilento, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion aveva portato tutto un corredo di norme e di insegnamenti derivati dalla riforma di S. Teodoro Studita. Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Per opera di S. Saba nacque pure l’istituzione delle confederazioni monastiche. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Da Wikipedia leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro. In tutta questa zona la diffusione del monachesimo era stata accompagnata da una parallela diffusione di altre forme di dialetti locali (108), l’architettura religiosa e la pittura, i cui modesti, sparsi documenti, mostrano come la tradizione artistica di questi paesi risentisse direttamente l’inflenza calabrese, e , tramite questa, della grande arte orientale (109). In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 47, nella sua nota (105) postillava che: “(105) S. G. Mercati, S. Mercurio e il Mercurion, in ‘Archivio storico per le Calabrie e la Lucania, VII (1937), pp. 295-296. Si veda anche l’etimologia, in verità alquanto macchinosa, proposta da Cappelli, ‘Il Mercurion’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 232-233.”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a quest’ultima montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc….Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana’.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Per il Caffi, il Cappelli intendeva: Caffi A., ‘Santi e guerrieri di Bisanzo nell’Italia meridionale’. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”

Gr-Z_0516-00904_122r - Copia

(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334.Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Lamma (…), infatti a p….., in proposito scriveva che: “…………………….”.

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Su S. Saba ed i suoi monasteri nel Lagonegrese ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.. Il Martire (…) a p. 313 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “Succeduta la morte del figlio di detto sacerdote, Saba risuscitollo con ungerlo dell’olio delle lampadi di quell’Oratorio. Trattennesi ivi per qualche tempo in servizio di quei monaci; morti i quali, passò ad abitare nel paese di Lagonegro (15), là dove edificò un Oratorio in onor di S. Filippo Apostolo.”. Il Martire a pp. 324-325, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Lagonegro – E’ terra della Lucania, chiamata un tempo Nerula”.

Martire, p. 319

(Fig….) Martire Domenico (…), ‘Calabria sacra e profana’, p. 319

Nel ……., una Fonte: il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”.

NEL 968,  NICEFORO FOCA, Imperatore bizantino conquista la Calabria

Nel 968 (X sec. d.C.), l’Imperatore bizantino Niceforo Foca assoggettò i territori longobardi della Calabria

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Alla frontiera settentrionale cominciò nel 967 una guerra contro i Bulgari, ai quali i Bizantini dovevano un tributo. L’imperatore decise quindi di rivolgersi ai Rus’ di Kiev sotto il comando di Sviatoslav I, affinché in sua vece, e dietro un cospicuo pagamento in oro, fossero loro a muovere guerra contro i Bulgari. Niceforo II ebbe meno fortuna con le sue guerre occidentali. Dopo aver rinunciato al suo tributo all’Imam-Califfo dei Fatimidi, inviò una spedizione in Sicilia sotto il comando di Nicetas (964-965), ma fu costretto a evacuare completamente l’isola a causa delle sconfitte riportate, culminate nella Battaglia dello Stretto di Messina. Nel 967 fece pace con i musulmani fatimidi e decise di ricostruire Taranto, distrutta quarant’anni prima dai musulmani stessi. Nello stesso anno cominciò a difendersi dall’imperatore Ottone I, che aveva attaccato il patrimonio bizantino dell’Italia meridionale, ma dopo alcuni successi iniziali i suoi generali furono sconfitti e respinti verso le coste meridionali. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..”.

Nel 968 (X sec. d.C.), Niceforo Foca, attraverso il patriarca Anastasio costituì i calogerati di S. Cono e di S. Pietro di Camerota (di Licusati) e quello di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “….; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino. (29).. Il Laudisio (….) a p. 10 (vedi versione a cura del Visconti), nela sua nota (29) postillava che: Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.“. Nella nota (1), il Laudisio (…), cita il Cardinale De Luca (…) che l’aveva tratta dal Volpi (…) che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Infatti, stessa citazione fa Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Queste notizie furono tratte dal testo di Giuseppe Volpi (….). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “….mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e allUniversità di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, l’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Riguardo poi a Niceforo Foca il Laudisio, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche ecc…. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Ecc….”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. Ecc…. Dunque, il Platina (…) citato dal Laudisio che scrisse di Policastro, scriveva dell’Imperatore d’Oriente (bizantino) Niceforo Foca che per un breve periodo assoggettò i Longobardi del Ducato di Benevento e cercò di imporre il rito greco nelle nostre zone a mezzo del patriarca Anastasio. Alcune notizie sui calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro, il Laudisio le aveva tratte dal testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Infatti, Ferdinando Palazzo (….), sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…..), in proposito scriveva che: “Detti Frati Basiliani,……, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio: “Pixus-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani,provenienti dall’Epiro, in proposito scriveva che: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.”I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc).

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner, a p. 332, vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe…….Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta….”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner, anche sulla scorta del Laudisio (….) scriveva nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”.

Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. Dunque Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno.”. Dunque, secondo Orazio Campagna, i territori del basso Cilento non dovevano essere interessati dalla conquista di Niceforo Foca. Il Campagna scrive di S. Nilo che fuggì dai temi della Calabria natia e si rifugiò nel monastero italo-greco di S. Nazario, di cui scrive sempre il Campagna che era un territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc., Paris, 1904.”. Dunque, riguardo quel preciso periodo storico il Campagna cita il testo di “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna cita anche il testo di Giulio Gay (….). Riguardo quel periodo storico, anche Biagio Cappelli (…), riguardo la questione dell’invasione araba della Sicilia e la loro risalita verso le Calabrie, citava Julius Gay (…) che nel suo ‘L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200, in proposito scriveva che: “………………….

Riguardo la citazione del Gay (…), la Treccani parla di J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”.

Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…) sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario di Oreste citato prima, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Inoltre devo pure segnalare una notizia sulla eparchia di Rivello. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro.

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale.

L’antica Diocesi di Talao (Scalea)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio (…), continuando il suo racconto sulle ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Benedetto Alfano I’, in proposito scriveva che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I°’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio Gabriele (….), ‘De Antiquitate et situ Calabriae’, p. 83

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Secondo il Campagna (…), a p. 91 in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…), che a p….., riguardo la Diocesi di Cassano Ionio scriveva che: “……………………….”. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058.

LE ORIGINI DEL CONTE LEONE E DI MANSONE, VISCONTE DI ROCCAGLORIOSA E PADULA

Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.

Dal 977 al 978, Pandolfo I Testa di Ferro, ed il figlio Landolfo (IV di Benevento), principi del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Landolfo IV di Benevento (955 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo che governò, in co-reggenza con il padre Pandolfo Testadiferro, i principati di Benevento e Capua (come Landolfo VI) dal 968 e di Salerno pure in co-reggenza con il padre dal 977 o 978. Nel 968, la morte dello zio Landolfo III fu l’occasione per la sua ascesa, Testadiferro estromise il nipote e figlio di Landolfo II, Pandolfo, e associò al governo il suo proprio figlio. Nel 969, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino e assediò Capua e poi Benevento. La madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini. Landolfo era fratello di Pandolfo II di Salerno (altro figlio di Pandolfo I Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo.

Nel 981, il monaco Nilo di Rossano si trasferisce nei possedimenti di Pandolfo Testa di Ferro a Capua e l’abate Aligerno di Montecassino gli assegna il “monastero di S. Angelo di Vallelucio”, sua dipendenza

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “S. Nilo lascia la Calabria e viene nella Campania, ove ottiene dall’abate di Monte Cassino il monastero di Vallelucio. Visite del Santo al gran Cenobio e sue conferenze con quei monaci” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 99 e ssg., in proposito scriveva che: “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicchè si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sè l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il sano Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa etc….venne nuovamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto ‘Vallelucio’, dedicato all’arcangelo San Michele (I).”. Il Rocchi, a p. 101, nella nota (I) postillava: “(I) Codesta località è presso il comune di S. Elia al (fiume) Rapido”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Senonché di dedicarsi ad un più vasto e fecondo apostolato lo indusse, maturo di anni, ad emigrare dalla sua regione. Allontanatosi dalla Calabria, incominciava per Nilo una nuova fase della sua vita. Ortodossia romana e cultura bizantina si erano nella sua anima congiunte in un solo ideale, da cui era rimasta compenetrata tutta l’azione religiosa da lui svolta nella terra nativa. Questo ideale, lungi dall’affievolirsi, acquistò più vivo risalto dopo che Nilo emigrò in territori completamente latini e vi si pose a diffondere il monachesimo basiliano, fondando monasteri a Gaeta, a Valleluce e gettando, alle porte di Roma, le fondamenta di quello di Grottaferrata, che sarebbe diventato il più celebre tra tutti. Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, nonchè con amichevoli rapporti con papa Gregorio V, con Ottone III, col ‘basileus’ orientale: la sua anima, squisitamente religiosa, sapeva elevarsi al di sopra dei grandi contrasti politici o dottrinali, che allora dividevano Roma e Bisanzio. La morte lo colse a ‘Tusculum’, novantacinquenne, ma sempre alacre e alla vigilia di nuovi disegni.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi a S. Nilo, ed al suo arrivo nel monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “…..giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981.”. Dunque, Pandolfo Testa di Ferro morì poco dopo l’arrivo di S. Nilo nel monastero campano di Valleluce, in Campania. Il Cappelli, nell’indice scrive: “S. Angelo (mn) a Vallelucio 66, 71, 132, 215”.  Dunque, il Cappelli, nell’indice lo chiama monastero di “S. Angelo in Vallelucio”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, etc…”.

Dal 981 al 982, Pandolfo II di Salerno, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo II di Salerno (957 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 981 al 982. Fu il secondo della stirpe dei principi di Capua. Succedette al padre Pandolfo Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo. Testadiferro aveva riunificato tutti i territori dell’antica Langobardia Minor, assumendo nella sua persona la sovranità sui principati di Benevento, Capua e Salerno. Le sue disposizioni testamentarie stabilirono che al figlio maggiore, Landolfo, fossero assegnati Benevento e Capua, mentre al minore Pandolfo il Principato di Salerno. Pandolfo II fu immediatamente osteggiato dal duca Mansone I di Amalfi, che già nel 981 riuscì a rimuoverlo dal trono e ad ottenere il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Pandolfo raggiunse il fratello, che nel frattempo aveva perduto il dominio beneventano rimanendo sovrano della sola Capua, ed entrambi si unirono all’esercito imperiale di Ottone II in Calabria. I due fratelli morirono nella battaglia di Capo Colonna, contro i saraceni il 13 luglio 982. Bruno Ruggiero (….), nel suo “Principi, nobiltà e Chiesa nel Mezzogiorno Longobardo”, a p. 60 e ssg., in proposito scriveva che: E’ ben noto che la morte di Gisulfo I (977) – nato dalle nozze, le seconde, di Guaimario (II) con Gaitelgrima, figlia di Atenolfo (II) di Capua – si era estinta la discendenza di Guaiferio, il principe fondatore di s. Massimo. Per assicurarsi un successore Gisulfo aveva dovuto adottare Pandolfo (I), figlio del potente omonimo principe di Capua e Benevento e duca di Spoleto e di Camerino (100). A nessuno, altresì, è ignoto che l’ambizioso Capo-diferro di lì a poco incorporò nei suoi domini anche il principato salernitano proclamandosi collega del proprio figlio Pandolfo (maggio 978) e inviando a Salerno – secondo un’attendibile ipotesi dello Schipa (101) – come conte di Palazzo lo spoletino Giovanni di Lamberto. Il vasto organismo politico-territoriale creato dal principe di Capua-Benevento si dissolse alla sua morte (981) e Salerno rimase nelle deboli mani di Pandolfo I, che non seppe difenderla – nelle oscure vicende che avevano seguito la scomparsa del padre – dal duca amalfitano Mansone che vi si fece acclamare principe insieme con il figlio Giovanni (I)(981), ottenendo l’anno appresso la sanzione della sua usurpazione dall’Imperatore Ottone II (102). Ma sconfitto quest’ultimo nella sfortunata spedizione in Calabria, i Salernitani si ribellarono al duca Mansone ed a suo figlio, proclamando Principe quel Conte di Palazzo Giovanni di Lamberto – che abbiamo già incontrato accanto a Pandolfo I – e suo figlio Guido (103). Nonostante che una sollevazione lo avesse portato a capo del principato, Giovanni (II) rimaneva pur sempre estraneo alla società Salernitana, senza legami profondi con essa a parte quelli creatisi nella contingenza della sollevazione contro gli usurpatori amalfitani.”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (100) postillava che:  “(100) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 170”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (101) postillava che:  “(101) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 171”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (102) postillava che:  “(102) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 171”. Il Ruggiero (….), a p. 60, nella nota (103) postillava che:  “(103) Cfr. F. Hirsch – M. Schipa, La Longobardia meridionale ecc.., cit. , p. 173; L.M. Hartmann, Geschichte Italiens, cit., IV/1, pp. 80 sg. e p. 123”

Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.

Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”.

Nel 981-982, il viaggio di S. Saba da Ottone II a Roma per conto di Romano, catepano del tema bizantino di Puglia

Pare che Romano successe nel 985 al Catepano Calociro Calofinas che era stato impiccato. Secondo il ‘Codice diplomatico bareseLupo, 56′,  Romano è nominato catapano d’Italia tra l’autunno 984 e la primavera dell’anno successivo durante il regno dell’Impero Bizantino di Basilio II. Per Lupo si intente Lupo Protospada (…). Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; un successivo viaggio a Roma egli dovette compiere, verso il 982, inviatovi dal catepano Romano (112), perchè trattasse la pace con Ottone II, ma l’intervento dei Musulmani gli impedì di compiere la sua missione, ed egli dovette ritirarsi in una spelonca presso Amalfi, ad Atrani (113). Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro. Ma qui accadde quanto era già accaduto, all’estremità opposta della Calabria, ad Elia lo Speleota; la fama della sua virtù fece accorrere presso di lui molti monaci, per cui intorno a S. Filippo si formò un monastero, che accolse ben presto sessanta religiosi.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Romano è indicato nel testo (‘Vita Sabae, v. XXII, p. 37) ecc..”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il testo edito ha: il testo in greco ecc..che il Cozza-Luzi traduce: “Beatus autem Sabas, ad Amalphim secedens, in abdito specu, hominum rebus sublimior, queti sacrae vacabat” (‘Vita Sabae’, v. XXII, p. 38.”. Infatti anche la studiosa Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio contenuto in “Calabria Bizantina’, aspetti sociali ed economici’ ed. Parallelo 38, a p. 54, in proposito scriveva che: “La Vita di San Saba racconta che il Santo, sfuggendo i Saraceni, affidò il tesoro del suo monastero a un amico di Amalfi (74).”. La Falkenhausen (…) a p. 54 nella sua nota (74) postillava che: “(74) ‘Historia et laudes S. Sabae et Macarii etc, op. cit., c. 36, p. 50.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, minacciato da una ribellione delle popolazioni che si rivolgevano per aiuto al ‘rex’, non sa ricorrere a miglior partito che all’intervento del santo monaco, il quale, per la fama della sua virtù, è in grado di recarsi a Roma e di compiere la sua missione di pace, mentre gli agareni minacciavano l’intera Calabria. Non importa molto se il nome del patrizio non è esatto e se invece che di Romano si debba parlare di Delfino Caloceos, quello che importa è che, nell’imminenza della spedizione di Ottone II, un monaco greco potesse presentarsi come mediatore tra il patrizio ‘basileus’ e lo sposo di Teofano, che, proprio alla vigilia della spedizione nell’Italia meridionale, aveva insistito nell’adoperare il titolo di ‘imperator Romanorum Augustus’. Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, ecc..”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Bulgarella a p. 40 parla degli inizi del X secolo quando Sant’Elia di Enna, a causa dell’espugnazione aglabita di Taormina e dell’intera Sicilia dap arte degli Arabi fu costretto a lasciare la Sicilia e si rifugiò ad Amalfi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: “Perciò non sorprende affatto che, in quelle circostanze, gli interlocutori della corte ottoniana siano stati personaggi di grande rilievo, come San Saba e San Nilo, San Gregorio di Cassano e Giovanni Filogato. Se è vero, infatti che nel 981 il catepano Romano, se non lo stesso ‘basileus’, inviò a San Saba in missione diplomatica a Roma perchè dissuadesse Ottone II dall’imminente spedizione nell’Italia meridionale e lo convincesse a rispettare la pace con Bisanzio, vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ediz. a cura di G. Cozza-Luzi, Romae, 1893, c. 22, pp. 37 s. Cfr. J. Gay, ‘L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, cit., pp. 326 ss.; V. Von Falkenhausen, ‘La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 86, 183.”

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”.

Nel 985-86, Mansone succede all’Abate Aligerno e, viene eletto abate dell’Abbazia di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Mansone era membro della dinastia capuana in quanto consobrinus, cioè cugino per parte materna, del principe di Capua Pandolfo (I), alla morte dell’abate Aligerno, avvenuta secondo la tradizione il 23 nov. 986 ma, più probabilmente, nell’anno precedente (Hoffmann, 1967, pp. 295 s.), fu imposto da Aloara, vedova di Pandolfo e reggente per il giovane figlio Landenolfo (II), alla guida della comunità monastica di Montecassino. L’inizio del suo abbaziato è da porsi fra il novembre del 985 e il maggio del 986 e si protrasse fino al 996. Per il periodo anteriore al 985, l’unica notizia relativa a Mansone è che quella di Montecassino non fu la sua prima nomina ad abate, avendo già rivestito in precedenza tale carica a S. Magno, monastero nel territorio di Fondi che all’epoca non rientrava fra i possedimenti cassinesi. Anche Leone Ostiense stigmatizza la condotta di Mansone, che descrive come amante della vita di corte e del lusso principesco. Significativo in tal senso fu il viaggio presso la corte germanica dell’ottobre del 992 in occasione della solenne cerimonia di consacrazione della chiesa di Alberstadt, cui Mansone partecipò accompagnato da una fitta scorta di servitori vestiti con ricchi abiti di seta. La condotta spregiudicata di Mansone e l’invidia per il potere di cui godeva gli attirarono nel volgere di pochi anni numerosi e potenti nemici. Nel 996 il vescovo dei Marsi Alberico – secondo alcune fonti istigato da Laidolfo – corruppe alcuni monaci cassinesi affinché lo aiutassero a prendere il posto di Mansone, il quale fu attirato con l’inganno a S. Benedetto di Capua e accecato dai confratelli dietro la promessa di 100 libbre pavesi. I monaci traditori non riuscirono però a incassare per intero la somma pattuita, dal momento che Alberico morì prima di aver ricevuto in consegna, come da accordi, gli occhi del nemico. Mansone morì l’8 marzo del 996, a causa delle ferite riportate nell’agguato di Capua.

Nel 986, Mansone, abate di Montecassino citato nel Bios di S. Nilo 

Dalla Treccani on-line leggiamo pure che ancora più critica è la descrizione che di Mansone si ricava dalla Vita di s. Nilo. Secondo il biografo, s. Bartolomeo, l’asceta – che dai tempi dell’abate Aligerno era ospite del monastero cassinese presso l’antica cella di S. Angelo in Valleluce – fuggì inorridito dalle terre di proprietà del cenobio in seguito a un episodio avvenuto presumibilmente verso la fine del 995. Desideroso di far visita a Mansone, Nilo si recò a S. Germano, cenobio ai piedi del monte, e qui apprese che l’abate non poteva riceverlo perché impegnato in un banchetto. Decise allora di attenderlo in chiesa ma, mentre pregava, udì che dal refettorio giungeva della musica. Inorridito, chiamò a raccolta i confratelli e abbandonò Valleluce, prima che il pessimo esempio contagiasse anche i monaci della sua comunità.  Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: Dopo la morte dell’illustre Aligerno, il quale da saggio e da santo diresse il monastero di S. Benedetto, sorse a quel comando un abate che al tutto ignorava chi fosse san Nilo, per non dire, che ignorasse anche Dio, come dimostrerà ciò che son per dire, quantunque in breve (2).”. Il Rocchi (….), a pp. 108-109, nella nota (2) postillava che: “(2) Di questo abate così scrive Leone Ostiense, ‘ Chron. Cassin. ad anno 986: Hoc anno defunctus est D. Aligernus Ven. abbas, id est indict. XIV et Manso in loco eius constitutus est abbates (sic) nobis invitis ad Aloara principissa cum filio suo, adhuc puer princeps’, n. 334. Al tempo dell’abate Mansone che governò a M. Cassino dal 986 al 996 si riferisce l’importante aneddoto della storia di san Nilo, che mancandoci nella sua biografia, desumiamo dalla ‘Vita di Adalberto di Praga’, il quale ne fu il soggetto. Adunque questo santo vescovo, rinunciato alla sua sede, e compiuto un pellegrinaggio a Gerusalemme, quindi passò a M. Cassino per compiere la sua vita da monaco. Ma quivi deplorata la rilassatezza del monastero sotto l’abate Mansone, ad onta di brillanti proposte fattegli da quei Priori etc…”. Il Rocchi, a p. 117, nella nota (2), continuando a postillare scriveva pure che: “(Acta Sanctorum, Ord. S. Benedetto, t. VII)”. Dunque, l’episodio di cui parla il Bios di S. Nilo che cita l’abate di Montecassino, Mansone che lo diventò nel 986, è meglio desunto dal Rocchi (….), scrive lui, da Leone Ostiense e nell’opera agiografica (il Bios) di Adalberto da Praga.  Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “L’infelice fine di Mansone, Abate di Monte Cassino”, a p. 46 e ss., in proposito scriveva che: “Dopo la morte del santo Abate Aligerno (986), il quale santamente e saggiamente aveva governato il monastero di M. Cassino, gli successe nell’Abbaziato un abate indegno, ignaro di vita ascetica, imposto a quel monastero dai Principi di Capua, di cui era parente. Costui, in poco tempo aveva distrutto in quel santo cenobio lo spirito religioso, tanto che molti dei migliori monaci se n’erano partiti, andando a dimorare in monasteri, dove fioriva lo spirito ascetico. S. Nilo dimorando in un monastero di proprietà di quel cenobio, si credette in dovere di recarsi a fargli visita ed ossequiarlo. Lo trovò, per caso, nel monastero di sotto, in S. Germano, che stava mangiando in compagnia dei monaci dignitari. Mentre il Padre lo attendeva in chiesa, in preghiera, ad un tratto sentì suoni d’un chitarrista, entrato in refettorio a suonare. Allora il beato Nilo disse a quelli che erano con lui: “Ricordatevi, o fratelli, di queste mie parole: non tarderà l’ira di Dio a piombare su di costoro”. Non trascorse molto tempo che l’abate, fatto prigioniero dal Principe di Capua, cui egli, con le sue congiure, cercava di spodestare per prenderne il potere, ebbe strappati gli occhi e venne poi relegato nella chiesa di S. Martino, al Volturno, dove, non molto dopo, l’8 marzo del 997, se ne morì.”.

Nel 990, l’altro viaggio di S. Saba di Collesano a Roma da Ottone II per conto di Giovanni I Principe di Salerno e del duca Mansone di Amalfi

Il periodo preducale ebbe termine nel 954, quando Mastalo II s’intitolò duca al raggiungimento della maggiore età, ma morì nel 958. Il nuovo duca, Sergio I, fondò quindi una nuova dinastia, destinata a regnare ininterrottamente per i successivi 115 anni, tranne nel periodo 1039–1052, quando il Principe di Salerno conquistò il Ducato di Amalfi. Nel 991 Mansone I d’Amalfi dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di S. Saba e della sua notevole influenza alla corte Sassone di Ottone II e di sua madre Teofano, ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: …..vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41). Prova ne sia che il mancato compimento della missione non precluse affatto le sue vie di accesso a quella corte, a cui infatti si rivolse circa dieci anni dopo (990), nel corso di due nuove ambascerie a Roma per conto del principe Giovanni di Salerno e del duca Mansone di Amalfi, ottenendo la liberazione dei loro figli, tenuti in ostaggio dai tedeschi, grazie alla benevolenza di Teofano nei suoi confronti ed ai buoni uffici del vescovo Giovanni, il potente ministro identificabile con Giovanni Filogato (42).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (42) postillava che: “(42) ‘Historia et laudes et SS. Sabae et Macarii’, ediz. cit., cc. 46 ss. pp. 63 ss. Cfr. J.B. Pitra, Analecta sacra’, I, Paris, 1876, pp. 306 ss.; U. Schwarz, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ecc…Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, come attesta in un altro punto la vita di s. Saba, quando parla di un secondo intervento del santo presso Ottone per salvare il figlio del principe di Salerno, che era ostaggio dell’imperatore diffidente verso l’atteggiamento di Mansone di Amalfi, che aveva conquistato lo stato di Salerno (283). E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme,, si sposti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Ecc... Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (283) postillava che: “(283)Vita, cit., 22. un cenno a Ottone II col titolo di ‘basileus’ è nel codice parigino supplementare 920, a. 6490.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Riguardo ciò che postillava il Bulgarella, ovvero a U. Schawarz (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. II, a p. 132, nella sua nota (185) postillava che: “A proposito delle pergamene Amalfitane va segnalato che, …..cfr. M. Camera (‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, II, Salerno, 1876, 1881, p. 80) e riedito da U. Schwarz (‘Alle origini della nobiltà amalfitana’, Atti “Amalfi nel Medioevo”, Salerno 1977, pp. 369 e 375). Cfr. pure il documento del 977 (‘Codice diplomatico amalfitano’ , I, doc. X, p. 16), ecc…”. Dunque questa notizia è tratta anche dal Camera (…) che fu ripubblicato da Ulrich Schwarz (…). Da Wikipedia, riferendosi a S. Saba dopo il 984, dopo aver liberato Armento leggiamo che: In seguito si trasferì ancora, vivendo da solo in una grotta nei dintorni di Salerno. In questo periodo il figlio di Giovanni I, principe di Salerno, era ostaggio presso la corte dell’imperatore Ottone II; cedendo alle preghiere di Giovanni e di suo padre Mansone, Saba si recò nuovamente a Roma come ambasciatore ottenendo, anche grazie all’intercessione dell’imperatrice Teofano, la sua liberazione.”. Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Alla morte del padre ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Bulgarella (…) si sa che San Saba partì da Lagonegro e si recò in missione dall’Imperatore Ottone II a Roma per conto del Principe di Salerno. Dalla Treccani on-line, in riferimento a S. Saba da Collesano leggiamo ancora che: “Saba da Collesano, santo. – Quando era ormai in età avanzata, infatti, sia il principe di Salerno sia il duca di Amalfi Mansone chiesero la sua intercessione presso la corte di Ottone III e di sua madre Teofano per ottenere la liberazione dei loro figli, presi in ostaggio da Ottone II durante la precedente campagna. A questo scopo Saba si recò due volte a Roma, dove il giovane imperatore si era trasferito, per conto dei due regnanti, conseguendo in ambedue i casi la liberazione degli ostaggi, grazie all’aiuto del vescovo di Piacenza Giovanni Filagato, anch’egli di origine italogreca (Canetti, 2000). Nel corso della seconda missione, tuttavia, Saba morì a Roma, nel monastero di S. Cesario. Attorno alle sue spoglie si produssero numerosi miracoli e la stessa imperatrice Teofano si recò a venerarle. La data del suo trapasso deve essere fissata a giovedì 6 febbraio 991 (Caruso, 1999, p. 573)”. Qui wikipedia cita Canetti edito nel 2000 (…). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: Come già nel 982, anche negli ultimi anni della sua vita Saba dovette recarsi a Roma per ottenere dall’Imperatore Ottone III (114) prima la liberazione del figlio del principe di Salerno, che era tenuto come ostaggio da Ottone, poi quella del figlio del patrizio di Amalfi; e in quest’ultimo viaggio morì a Roma, nel monastero di S. Cesario (115), lasciando il governo dei monasteri da lui fondati al fratello Macario, che gli sopravvisse di dieci anni, e che, quando morì a Salerno (116), nominò igumeno Luca.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (114) postillava che: “(114) In verità la ‘Vita Sabae’, v. XLVI, p. 63, confonde Ottone III con Ottone II, ma si tratta di una confusione facilmente spiegabile. Del resto la citazione, della narrazione di questo episodio, del vescovo Giovanni Piacenza, il futuro antipapa Giovanni XVI (v. XLVIII, p. 66), elimina ogni dubbio.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Sul monastero greco di S. Cesario cgr. F. Dvornick, Les légendes de Costantin et éthode vues de Byzance, ecc.., Praga, 1933, p. 287.”. Il Borsari a p. 50, nella sua nota (116) postillava che: “(116) Il nome di Salerno si ricava dal moneo di Macario, edito in Cozza-Luzi, op. cit., pp. 97-106: segue testo in greco tratto da Cozza-Luzi.”. Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV. Nel 991 Mansone dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Si veda Vera von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, Bari 1978, pp. 37 s., oppure V. von Falkenhausen, Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni, in Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello Stato medievale amalfitano. Atti del Congresso… 1981, Amalfi 1986, p. 18. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

D'Engenio, p. 46

Il Martire (…..), sulla scorta del d’Engenio Caracciolo (…..) dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia. Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

Engenio, p. 56

(Fig…) Cesare D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 54

Il Martire (…), nella sua nota (26) postillava e citava l’opera di Rocco Pirro (…) che nella sua ‘Sicilia Sacra etc…‘, nel 1733, tomo I del suo “Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore”, e il Martire dice, tomo I, fol. (pag.) 108, nota ai 5 di dicembre 884, quando il Pirro parla della Chiesa di Catania. Infatti il Pirro (…) a pp……in proposito scriveva che: “………………………….

Nel 996, Adalberto da Praga e S. Nilo

Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, nel capitolo: “L’infelice fine di Mansone, Abate di Monte Cassino”, a p. 46 e ss., in proposito scriveva che: Durante la dimora a Vallelucio S. Nilo ebbe la visita d’un santo ed eccezionale personaggio, S. Adalberto, vescovo di Praga. Sfiduciato dalla infrottuosità delle diuturne fatiche evangeliche sostenute presso i popoli Ceki, si portò a Roma, e dal papa Giovanni XV ottenne il permesso di rendersi monaco a M. Cassino. Qui dimorò alcun tempo, e cioè, sino alla santa morte del pio abate Aligerno. Ma succedutogli nell’abbaziato Mansone, che viveva da principe e non da monaco, Adalberto fuggì dal monastero e venne ai piedi del grande Nilo dimorante poco lontano, pregandolo di accoglierlo tra i suoi discepoli. Il Santo lo accolse con tutta benevolenza, leggendogli nel volto la bellezza dell’anima; ma lo dissuase a restare con lui, perché, essendo egli di rito greco e greco di nascita, difficilmente avrebbe potuto adattarsi al nuovo rito ed al nuovo regime di vita. Inoltre, poichè il Cenobio di M. Cassino era vicino, quell’abate, con i suoi monaci, non l’avrebbero lasciato in pace; anzi, facilmente per vendicarsi avrebbero estromesso anche lui Nilo, essendo il suo monastero di loro proprietà. Pertanto con sua lettera lo mandò al suo amico Giovanni, egumeno del monastero dei SS. Alessio e Bonifacio, sull’Aventino, in Roma, il quale ben volentieri l’accolse tra i suoi monaci. Adalberto rimase colà per alcuni anni, finché il papa Gregorio V, nel 996, non lo rimandò nella Prussia Orientale, , dove Adalberto subì il martirio da parte di quei popoli pagani, che egli aveva cercato di evangelizzare e convertire alla fede, nella città di Tenkitten, il 23 aprile del 996. Ottone III, suo grande amico, ne fece trasferire le sacre Spoglie a Roma e deporre nella chiesa di S. Bartolomeo ll’Isola Tiberina.. Da Wikipedia leggiamo che Adalberto (in polacco Wojciech, in ceco Vojtěch, in tedesco Adalbert; Libice, 956 circa – Tenkitten, 23 aprile 997) è stato il secondo vescovo di Praga, alla fine del X secolo, ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo considera patrono di Boemia, Polonia, Ungheria e Prussia. Fratellastro di Gaudenzio, fu ucciso mentre tentava di convertire le tribù baltiche della Prussia al Cristianesimo. La memoria liturgica è celebrata il 23 aprile. Nel 995 Boleslao, attraverso la decimazione della famiglia di Adalberto, riuscì a completare la conquista della Boemia e venne nuovamente costretto a fuggire da Praga per una sommossa dei nobili e a accompagnò Ottone III nel suo Romzug, residendo poi a Roma sull’Aventino, sotto la protezione dell’amico imperatore Ottone III. Qui maturò il progetto di evangelizzare le terre ancora pagane dei Prussi, essendo impossibilitato a tornare nella propria diocesi, e, dopo un viaggio-pellegrinaggio sulle tombe dei grandi santi del passato, nel dicembre 996, assieme al fratello Gaudenzio e ad un giovane monaco, andò verso la Vistola in terra pagana. Qui il santo e i suoi due compagni vennero arrestati il 17 aprile 997 ed espulsi, con la minaccia di morte se fossero ritornati.

Nel 991, Aloara di Capua, detta pure Abara, vedova di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua

Da Wikipedia leggiamo che la madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini.  Aloara di Capua (… – 992) vedova di Pandolfo Testadiferro, principe di Capua e Benevento, governò i suoi domini con grande abilità . Nel 969 suo marito, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino dai bizantini. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino ed assediò Capua e poi Benevento. Aloara con l’Arcivescovo di Benevento Landolfo I, governarono la città per difenderla dai bizantini. Suo marito morì a Capua nel 981 lasciando Aloara con cinque figli tra cui Landolfo IV, ereditò dal padre il titolo di principe di Capua e Benevento e Pandolfo, principe di Salerno. Cesare Baronio racconta che San Nilo da Rossano profetizzò ad Aloara che, come punizione per l’assassinio dei nipoti di suo marito (che lei aveva messo a morte per paura che potessero interferire con i diritti dei suoi figli) la sua progenie non avrebbe regnato su Capua; una profezia che fu confermata dagli eventi. Dunque, Pandolfo Capodiferro, sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, a p. 48 e ss., nel capitolo “La principessa Abara, vedova di Capodiferro, brama una visita del Santo – Tremenda profezia di lui sulla famiglia principesca (991)”, in proposito scriveva che: “Dopo la morte di Pandolfo 1° Capodiferro, principe di Capua, sua moglie Abara, donna ambiziosa e senza scrupoli, per sete di dominio e per invidia aveva fatto assassinare a tradimento dai suoi figli uno dei Conti, suo cugino, il quale era più accetto per reggere il principato, e tenuto in stima ed onore da tutti. Rosa dai rimorsi della coscienza aveva cercato di soffocarne la voce, confessando il suo peccato ai Vescovi, i quali, compiacentemente, l’avevano assolta, dandole per penitenza di recitare il salterio tre volte la settimana e fare elemosine. Tuttavia i rimorsi la rodevano ancora etc….Appena otto anni dopo, nel 999, scomparve l’ultimo rampollo diretto di Capodiferro, Laidolfo, deportato in Germania da Ottone III, sotto l’accusa di aver ucciso, o fatto uccidere, il fratello Landenolfo.”.

Nel 994 (XI sec. d.C.), Guaimario III, Principe del Principato Longobardo di Salerno

Felice Fusco (…), a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci A., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Ma veniamo alla donazione citata dal Gatta (…), che si riferiva ad un Monastero fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, proposta da Beltrano e poi dal Gatta, nutriamo dei dubbi. Vediamo chi fosse il principe longobardo Guaimario III. Chi era il principe longobardo Guaimario III, di cui parla il Gatta ? Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030–31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. Guaimario e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.

NEL 1018, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio (1). Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). In Wikipedia, nella nota (1) postilla: “(1) Andrea Bedina, Guaimario [III], Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60 (Rome: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003)”. In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest (Routledge, 2000), p. 117.”. Infatti, Andrea Bedina, nella Treccani on-line, alla voce “Guaimario III”, in proposito scriveva che: “Nel settembre del 1015 G. cooptò al potere il figlio Giovanni (III), avuto dalla prima moglie; scomparso prematuramente Giovanni, fu scelto quale suo successore, nel 1018, Guaimario (IV), avuto da Gaitelgrima, da cui ebbe anche Guido, futuro gastaldo-conte di Conza e duca di Sorrento e Paldolfo, divenuto, per la prematura morte del primogenito, dominus di Capaccio.”. Dunque, secondo il Bedina, nel 1018, Pandolfo, a causa della prematura morte del primogenito divenne ‘dominus’ di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 134, nella nota (3) pubblicava lo schema con la discendenza di Pandolfo in cui è scritto che da “PANDOLFO, conte di Capaccio (1034 ? – 1052)”, tra i suoi figli, in particolare “SICHELGAITA, sposa di Asclettino di Sicignano (a. 1086)”. Michele Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

Nel 1021, un rogito del notaio Masiello di Roberto e la Cappella di S. Maria della Neve sul monte Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”.

Nel X e XI secolo, i Guaimario e la politica di difesa e di tutela dei monasteri italo-greci e benedettini

Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Sui Guaimario, principi longobardi di Salerno, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, (I edizione del 1745), nel “Discorso VI – De’ luoghi che sono intorn al fiume Melpi”, a p. 336, nella nota (2) postillava: “(2) Difficil cosa è a dire questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da Camillo Pellegrino, e ne ‘Diplomi Cavensi’ fatta menzione, circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo, e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo del CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e questo Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II, e fratello del Principe Gisulfo, così come le riporta il citato ‘Pellegrino in Stemm. Princ. Long. Saler.’. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principeto da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, prima che si facesse Monaco, e similmente si fece benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dell’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abbate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II, ma niuno di costoro ha veduto l’istrumento della fondazione già accennato, che era del MXXII.. Sui Guaimario, principi longobardi di Salerno ha scritto nella II edizione della “La Lucania – Discorsi”, dell’Antonini ormai defunto e pubblicata dal nipote Mazzarella Farao nel 1795, il Mazzarella, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2) Difficil cosa di questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da ‘Camillo Pellegrino’, e nè Diplomi Cavensi fatta menzione circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I. Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo nel CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e quello Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II e fratello del Principe Gisulfo I, così come li riporta il citato Pellegrino in ‘Stemm. Princ. Langob. Salern. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta, o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principato da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro, figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, ma prima che si facesse Monaco e similmente si fece Benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dall’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI. fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II. ma niuno di costoro ha veduto l’Istromento della fondazione già accennato, che era del MXXII. (*).”.

Nel 1021, Guaimario III, Principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da una Memoria manoscritta del XVIII secolo dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106, ma questa che parla dell’anno 1020 mi è nuova. Una notizia che riguarda l’anno 1020 riguarda S. Nilo in quanto pare che un antico codice compilato da S. Nilo nell’antico cenobio di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro fosse proprio dell’anno 1020. Anche di questo ho ivi scritto in un mio saggio sui codici miniati di Scuola Niliana di copisteria. La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Su queso antichissimo codice miniato greco forse della scuola di copisteria Niliana di S. Giovanni a Piro, ho ivi scritto un mio saggio a cui rimando per gli oopportuni approfondimenti.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. La Treccani, in merito all’encomio o laude, pubblicato dal Mai a p. 530 a p. 530,  dice però che non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 1022, il cenobio basiliano di “S. Cecilia ad Eremiti” di Castinatelli (frazione di Futani), poi abbazia benedettina

Da Wikipedia leggiamo che L’abbazia di Santa Cecilia è una chiesa situata nella frazione Castinatelli del comune di Futani, in provincia di Salerno, Campania. L’abbazia di Santa Cecilia si trova nel Parco Nazionale del Cilento e venne costruita nel 1022 da un longobardo di nome Guaimaro. Fu abitata dai monaci benedettini fino al XV secolo, quando tutti i beni vennero confiscati ai monaci e la chiesa abbandonata divenne un rudere. Documenti storici attestano che divenne centro di culto e di preghiera, ma anche mercato settimanale, scuola e farmacia. Per lungo tempo questo luogo fu abbandonato. Il vescovo Favale si è reso disponibile, anche grazie all’intervento del parroco, don Mario Gagliotta, alla realizzazione dei lavori. Oltre al recupero architettonico dell’abbazia, ad opera dell’architetto Raffaele Rammauro, sono stati compiuti dei lavori di ripristino dello spazio intorno alla struttura. Questa chiesa si compone di una navata unica absidata ed è posizionata secondo il classico orientamento est-ovest (abside verso est e ingresso a ovest). Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, (I edizione del 1745), nel “Discorso VI – De’ luoghi che sono intorn al fiume Melpi”, a pp. 333 e ssg, ci parla di questi monasteri. L’Antonini, a p. 336, in proposito scriveva che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monisterio di Benedettini col titolo di Santa Cecilia (I), oggi soppresso, e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de’ Ponteficali. Fu questa Badia, o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo fondato Guaimario (2). Il  suo Diploma in greco fu più volte da me veduto, quando non ancor aveva pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che n’era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser neppur nominato) disse; che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monastero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, o dopo fosse fondato il luogo chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vuò credere che abbia piuttosto avuto suoi principj dagli Abati successori, i quali, e per essi il Commendatario hanno il dritto nei terreni stessi di esigere da’ cittadini o coltivatori di quelli, la quinta parte di tutti i frutti, che vi nascono, purchè non siano con altre condizioni conceduti. Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto Casale degli Eremiti, esposto a Tramontana……All’incontro questi due luoghi, in bella prospettiva,  e di perfettissima aria stà l’antica Terra di Cuccaro, che verso Mezzogiorno forma una figura piramidale.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia’ del padre Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata notizia delle ‘Badie d’Italia’ di P. Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dirvi Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. In questa nota l’Antonini cita padre Lubin (….), il quale scriveva che nella “Camera Taxae”, il monastero è detto ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’, ovvero di Cuccaro, ma ciò accade perchè Castinatelli ricade nello Stato di Cuccaro. L’Antonini continuando il suo racconto scriveva che: “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo diploma in greco fu da me più volte veduto, quando ancora non avevo pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse; che non sapea più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse stato fondato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Etc…”. In primo luogo Antonini pone il cenobio basiliano a Castinatelli e non ad Eremiti che dice essere molto vicino. Infatti, a p. 337 scriveva che: “Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto casale degli Eremiti, esposto a Tramontana ed in luogo dove da per tutto sono sorgive di acqua chiara. Donde così sia stato il luogo nominato, non è facile indovinare, ma forse fu detto, o perchè sul suo principio era solitario, e romito, siccome ancora oggi è poco abitato, o perchè fosse stato fondato, e tenuto da uomini liberi; chiamati Eremitani da Ottone Imperatore etc…”. Inoltre, per il cenobio basiliano di S. Cecilia, l’Antonini scriveva che “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2).”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (2) postillava: “(2) Difficil cosa è a dire questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da Camillo Pellegrino, e ne ‘Diplomi Cavensi’ fatta menzione, circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo, e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo del CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e questo Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II, e fratello del Principe Gisulfo, così come le riporta il citato ‘Pellegrino in Stemm. Princ. Long. Saler.’. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principeto da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, prima che si facesse Monaco, e similmente si fece benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dell’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abbate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II, ma niuno di costoro ha veduto l’istrumento della fondazione già accennato, che era del MXXII.. Nella II edizione della “La Lucania – Discorsi”, dell’Antonini ormai defunto e pubblicata dal nipote Mazzarella Farao nel 1795, il Mazzarella, a pp. 337-338, in proposito che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monistero di Benedettini col titolo di S. Cecilia (I), oggi soppresso e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de Ponteficali. Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimaro (2). Il suo Diploma in greco fu da me più volte veduto, quando non ancor aveva pensiero di scriver queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse, che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti.”. L’Antonini, anzi il Mazzarella Farao, nella II edizione, a pp. 337-338, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia del P. Lubin’ viene questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciline de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. Il Mazzarella, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2) Difficil cosa di questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da ‘Camillo Pellegrino’, e nè Diplomi Cavensi fatta menzione circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I. Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo nel CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e quello Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II e fratello del Principe Gisulfo I, così come li riporta il citato Pellegrino in ‘Stemm. Princ. Langob. Salern. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta, o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principato da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro, figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, ma prima che si facesse Monaco e similmente si fece Benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dall’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI. fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II. ma niuno di costoro ha veduto l’Istromento della fondazione già accennato, che era del MXXII. (*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c.”.  Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 542 parlando del piccolo casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “La vicinanza con Cuccaro, oltre a confermare l’origine greco-bizantina di quel toponimo, ci rassicura su quella da ‘Kastanon’ (1) di Castinatelli, che occhieggia tuttora tra il folto di uno dei più bei boschi di castagni del territorio. E’ incerto perciò se il casale prescindesse alla fondazione della badia di S. Cecilia (a. 1022). Si ritiene (2) che esso sia sorto ad opera degli stessi abati, i cui successori (anche i commendatari) vantavano il diritto di esigere, da chiunque (“cittadini o coltivatori”) detenesse i terreni circostanti, la quinta parte “di tutti i frutti che vi nascono, purché non siano con altre condizioni concedute”. Ad evitare inutili ripetizioni si rinvia a quanto sul casale si è detto nella prima parte del volume e gli altri casali che facevano parte della “Terra di Cuccaro” (3). ……Il Giustiniani dice: “Inoggi è abitato da poche afflitte e sconsolate anime, addette solo al lavorio della terra, e si appartiene all’Abbadia di S. Cecilia” Badia che ai tempi del Volpi era retta dall’abate di “Castinatelli nella stessa Valle (di Novi) D. Nicola Giliberti di Cuccaro (….) Pronipote per sorella del famoso Dottore Pietro Fusco Regio Consigliero” (5).”. Ebner, a p. 542, nella nota ((2) postillava che: “(2) Antonini, cit., p. 308 “Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse fondato il luogo, chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vò credere, che abbia più tosto avuto suoi principi dagli Abati successori”. Ebner, a p. 542, nella nota (4) postillava che: “(4) Giustiniani, cit. I, Napoli, 1787, p. 377 sg. “Ella è una di quelle miserabili terricciuole che veggonsi disseminate per lo Cilento”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: “Heremiti (li remiti), Eremiti etc…Università autonoma fino all’aggregazione a Futani etc…I circostanti toponimi confermano l’esistenza nel luogo di asceteri di monaci italo-greci. Anzi, forse proprio qui, meglio che altrove, è lecito supporre l’esistenza di una laura, anche perchè ancora nel secolo scorso la località continuava a essere nota dalla santa, S. Cecilia, che gli asceti veneravano nell’edicola che li vedeva riuniti nella preghiera (S. Cecilia degli Eremiti). L’Antonini (1) ubica il villaggio a “un miglio ad Occidente (di Castinatelli) alle falde della montagna della Cavallara (…) esposto a tramontana, ed in luogo dove per tutto sono sorgive di chiare acque”. Il Giustiniani (2) aggiunge che “vi passa un torrente, che si unisce con il fiume di Cuccaro chiamato Fiume Rosso, e coll’altro di Montano detto del Lampo che va a imboccarsi alla marina della Molpa”. Gli acquisti di terreni da parte di cittadini di Chieti, nel Principato e specialmente nell’ambito della baronia, si spiegano col fatto che vescovo di quella città era stato designato il dissoluto D. Alfonso, figlio bastardo di re Ferrante, il quale aveva ottenuto in dono dal padre la commenda delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano. Etc…”. Sempre l’Ebner, a p. 547, in proposito scriveva che: “Abbazia di S. Cecilia. Non rientra nell’economia di questa indagine, la individuazione dei dati storici relativi alla penetrazione nel luogo del culto della fanciulla romana vissuta ai tempi di Urbano I ( 222-230). Secondo una pia leggenda (16), Cecilia avrebbe convertito la sera stessa delle nozze, lo sposo Valeriano che rispettò il suo voto di verginità cui si era segretamente consacrata. Sembra che sia stata decapitata assieme ai martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo (17). Etc…”. Ebner, a p. 547, nella nota (17) postillava che: “(17) Del suo martirio manca ogni notizia nei documenti del III e IV secolo. Comunque, i suoi resti furono traslati da papa Pasquale I (IX secolo) nella basilica di S. Cecilia in Trastevere (ricognizione del 1595). Il cenno negli ‘Atti’ che il giorno delle nozze “mentre risuonava la musica Cecilia in cuor suo cantava la sua preghiera” originò il sentimento popolare che fece della santa la patrona dei musicisti. Festa il 22 novembre.”. Sul Diploma di fondazione “l’Istromento” di cui parla l’Antonini, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: La intestazione della abbazia a S. Cecilia sembra documentata nell’atto di fondazione che l’Antonini (18) assicura di avere personalmente consultato nell’originale testo greco che non gli fu concesso di trascrivere. Nella seconda edizione de ‘La Lucania’, curata da F. Mazzarella Farao, una nota di quest’ultimo informa che la traduzione del documento originale (19) era contenuta negli atti di un processo relativo al diritto di patronato dell’abbazia, conservati nell’Archivio dell’Arcivescovado di Napoli. Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’aribia di un grecista qual’era il Mazzarella.”. Ebner, a p. 547, nella nota (18) postillava che: “(18) Antonini, cit., p. 336”. Ebner, a p. 547, nella nota (19) postillava che: “(19) L’atto di fondazione riguarda il cenobio e fu tradotto da un collegio digrecisti napoletani scelti dal Tribunale ecclesiastico. “In nome de lo Padre, de lo Figli, de lo Spirito Santo. In tempo de magnifico Guaymario de la Rotonda lo quale signoriava Cuccaro. Io magnifico Guaymario edifico e creo lo Monasterio de S. Cecilia…..scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocito, a li giorni 19 de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9 alla età de 6700 anni indizione prima”. E cioè nel 1022.”. Ebner, a p. 548, continuando scriveva che: “Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’acribia di un grecista qual’era il Mazzarella. Del documento originale quest’ultimo trascrive la sola invocazione divina, il titolo e la parte finale in una curiosa traduzione settecentesca riflettente troppo il singolare e conciso formulario dell’estensore greco.”. Infatti, nell’edizione del 1795 del Mazzarella Farao, a pp. 336-337, in proposito è scritto che: “Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo Diploma in greco etc..Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti.”. Il Farao, a pp. 336-337, nella nota (2) postillava: “(2)….(*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c….”. Vedi Antonini, nota (2) p. 337. Il Mazzarella Farao, nella seconda edizione della “Lucania”, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2)….“I pubblici Notaj che si veggono aver assistito alla formazione di più carte di tal affare, come dal fol. 299. sono un tal Montelletto de Farao e Masello de Farao, e Francesco de Antolino che dal 1416 fino al 1482. testifican pure essere stato il dritto della nomina sull’Abbadia di S. Cecilia antico della casa de’ Sanseverini & c. si fa pure menzione di un tal magnifico Notar Gilberto come ‘Judice’, e vi si cita poscia lungo catalogo di nomi di Preti Greci assistenti a tale interpretazione, e lettura a certi illustri testimonj, fra qual Ettore Bruno Judice, Bartolomeo, e Luca Barbato, e ‘l Alberio Similia. Si rileva pure che l’Istrumento originale ‘greco già come si è detto, fu scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocifero a li giorni 19. de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9. a la età de 6700. anni indizione prima’: lo che è ripeuto nell’altro processo della Curia del Cappellano Maggiore del 1771, fol. 209. che ha per titolo ‘Pro illustre Principe Centulae Super Surreptus Abbatiarum S. Ceciliae, & S. Nazarii Terrae de Cuccari &c.’, nel quale si sono industriati gli attori di far vedere, che un tal Benefizio fu ne’ tempi antichi sempre in collazione Regia, per averlo sempre conferito, o di aver almeno nominato per Beneficiato i Padroni di Cuccaro pro tempore que’ che loro più fosser graditi: che prima del 1498 appartenendo detta Terra a Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, ad Antonello Sanseverino, ed ai Principi di Rossano della famiglia Marzano, quando a costoro furon tolti i Feudi, come felloni del Re Federico d’Aragona, furono dati a Berlingieri Carafa, suo Maggiordomo, e Consigliere, coll’appressa clausola: “cum castris fortilitiis juribus patronatus ad Baronem spectantibus……Beneficiis insuper Cappellaniarum & juribus patronatus, si quae sunt in serris, & casalibus, & corum, discritibus ipsarum collationibus, & praesentationibus nobis, dictisque heredibus, & successoribus nostris in hoc Regno nostri Siciliae specialiter, & expresse reservatis’. Ci pote poscia mano la Corte di Roma al suo solito, circa il 1564, si vede fra gli altri Pio IV averne disposto a suo talento, cosa che ha durato fino ai giorni nostri, giacchè il famoso e dottissimo D. Nicola Giliberti morto nel 1771, in Napoli cogli onori dei Ponteficali, mitra, pastorale & c., fu l’ultimo Abbate di tal luogo, che fu dichiarato Episcopio ‘nullius’ che val quanto dire ‘Soggetto immediatamente alla Santa Sede. Or in morte del Gilberti trovò tal rappresaglia della Curia Romana delle opposizioni dalla parte de’ Duchi di Monteleone, e del Principe di Centola allora Pappacoda, specialmente per una denuncia d’un Prete Calabrese detto D. Antonio Carlucci nel 1772 per cui non si è più provveduta, tal Abbadia, e il Vescovo di Capaccio se la gode come Delegato nè ci tiene ch’ un miserabile Pretonzolo in figura di Parroco, colla rovina di tutte quelle rendite dissipate e lasciate usurpare al più forte e più destro occupante.”. Su questo documento del 1022, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “Nella vicina Eremiti vi era la nota abbazia di S. Cecilia del 1022. L’Antonini (I, p. 336) afferma di averne consultata l’originale pergamena di fondazione scritta in greco. Ai piedi della semidiruta facciata sono ancora visibili i grossi occhi di bue, attraverso i quali penetravano nella chiesa coloro che vi cercavano asilo.”. Sempre l’Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi passato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154 riferendosi al monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Dunque Ebner scriveva che il monastero di S. Pietro di Licusati aveva la giurisdizione spirituale, cioè alcuni monasteri dipendevano da esso, di alcuni monasteri del basso Cilento, tra cui quello di S. Nazario. Pietro Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali.”. Ebner, vol. I, a p. 154, nella nota (12) postillava della Platea dei beni del 1613: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1613, nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro di Licusati, alla voce alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario etc…” (3).”, sono elencati i beni dell’Abbazia di S. Cecilia di Castinatelli, che si trovava circa un tratto di balestra” (3).”, ovvero questi due monasteri erano molto vicini. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Sul viaggio di Nicola di Rossano e sul cenobio di Eremiti di Castinatelli, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”.

Nell’XI secolo, Guaimario III, principe di Salerno donò l’Abbazia di Sant’Angelo a Caselle in Pittari ai monaci Benedettini

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Interessante è la citazione del Guzzo (…), che a p. 207, scriveva che: “Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7).”, e che in proposito nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”.

Gatta, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Dunque, il Guzzo (…), citava Felice Fusco (…) che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò….un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Nel 1027, il principe longobardo Guaimario III fondò l’Abbazia di S. Angelo in Pittari sul monte Pitraro verso Caselle

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”. Il Pesce, si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (…), del 1601, e del suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, tra Molpa e Pisciotta (località “Pantana”), vicino Caprioli

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una Relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpzioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

NEL 1034, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Pandolfo era figlio del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

Nel X sec., il cenobio basiliano di San Nazario sorto vicino il casale di S. Nazario, vicino il casale di S. Mauro la Bruca, e la congregazione Niliana  

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio. Il Giustiniani, rifacendosi all’Antonini, afferma che la Badia fu “edificata in luogo basso su un fiumicello, ove non respirasi aria molto salubre, e gli abitanti (16) ascendono a circa 600 tutti addetti alla sola agricoltura (….).”. Ebner, a p. 575, nella nota (16) postillava: “(16) Nel censimento dl 1532 il casale risultava abitato da 22 famiglie (=ab. 132), nel 1545 etc…”. Infatti, l’Antonini, nel Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Avate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “Calando verso Tramontana, in basso luogo vidi il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi etc….Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Roccagloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il casale di S. Nazario si trovasse nella Valle di novi Velia, Casale di Cuccaro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 573 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, che per economia di lavoro non possiamo qui ricostruire, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) S. Nilo vi nacque intorno al 910. Rossano, “città che presiede ai confini della Calabria” (Bios, 5), era diventata “la più bizantina della Calabria” (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) perhé sede dello stratega di quel tema dopo la conquista di Reggio (Emiro Hasan, a. 923/4).”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Ebner, a p. 574, in proposito scriveva pure che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata. (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (6) postillava che: “(6) Bios, 26: “l’egùmeno aveva fatto il disegno di costituirlo Nilo, subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione, egùmeno di un altro suo monastero” e cioè di S. Nicola o di S. Maria di Cuccaro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monatero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (km. 12), ove la tradizione vuole etc…(7). Nei pressi del cenobio al di là del “fiume della Badia”, sorge il casale.”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero del 1131, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, “Dei Luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, a pp. 333-334 scriveva che: “Il fiume Melpi, detto altrimenti Rubicante, ha la maggior prima sorgiva in una montagna due miglia sopra Cuccaro, chiamata Lagorosso, cosiddetta dall’esser la terra, e le pietre focaie, che in copia vi sono, rosseggianti;  ond’è che in tempo di pioggia mischiandosi coll’altr’ acque, fa divenir rosseggiante tutto il fiume; e quindi penso, che sicuramente il nome di Rubicante li sia venuto. S’accresce dall’altre, che calando dalle montagne di Montano copiose, se li uniscono sotto li Massicelle. Riceve ancora altri fiumicelli, che dalla dritta calano dale colline degli Eremiti, e parte da quelli di S. Nazario: etc….”. Dunque, l’Antonini parlando del fiume Mingardo, che egli chiama “Rubicante” scriveva di “Cuccaro”, delle montagne di Montano Antilia, di Massicelle, di Eremiti e di S. Nazario, tutti casali. L’Antonini, a p. 333 continuando il suo racconto scriveva che: “Calando verso tramontana in basso luogo verso un fiumicello, viene il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi e in verno si fa abbondantissima caccia di tordi, e di merli, che pasciuti fra quei mirteti, sono di un soavissimo sapore, e stranamente grassi.”. Dunque, l’Antonini scriveva che dalle colline di Eremiti e di S. Nazario, “Calando verso tramontana in basso luogo verso un fiumicello, viene il Casale di S. Nazario.”, aggiungendo che:  “…..questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV.”. Dunque, l’Antonini aggiunge che il casale di S. Nazario non era molto distante dall’Abbazia benedettina di Eremiti commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, ovvero la vicina Abbazia di S. Cecilia ad Eremiti di Castinatelli. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc..”. L’Antonini, sempre a p. 333 (prima edizione) scriveva pure che: “Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Sul testo citato del Santorio (….), l’Antonini, a p…… parlando di Roccagloriosa scriveva pure che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), “…al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto.”. Dunque, l’Antonini, nel parlare del casale e del monastero (che dice essere stato abbandonato) di S. Nazario, cita Paolo Emilio Santorio (….), ed il suo “Storia Carbonense”, al f. 29. L’Antonini si riferisce al testo intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, a p. 335 riferendosi sempre al “bios” di S. Nilo (a cui si rifaceva il testo del Santorio (….), del 1601) aggiungeva che: “Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Ebner, a p. 574, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, LXII, 68, Cucli (Cuccaro) a. 1303 novembris II, edito in RSS 1967, p. 123 sg.: “revendi patris et Domini Johannis dei gratia Caputaquensis episcopi” ordina la consegna di “vaccas vigintas” a “frater Paulis abbas monasterii ecclesie Sancti Nazarii de Cuclo”. Giurisdizione confermata dalle ‘Rationes decimarum Italiae cit., f. 311. 2 “6609. Monasterium S. Nazari debet tar. XV” e al n. 5535 “S. Nazari valet unc. XII solvit tar. XXI”. Ebner, a p. 574, nella nota (9) postillava che: “(9) R Q, f 140.”. Ebner, a p. 574, nella nota (10) postillava che: “(10) “Quiquidem Casalia Sancti Nazarii et Eremitorum tenet magn. Joan. Alexand. De Loffredo de dicta Terra”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizione del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Su questo passo però devo segnalare che lo stesso Ebner, a p. 548 parlando del casale di Eremiti, in proposito scriveva che: “Pio IV con una bolla del 1654 assegnò le abbazie di S. Cecilia e di S. Nazario al Capitolo della basilica di S. Pietro di Roma che esercitava la giurisdizione spirituale anche sui casali a mezzo di abati locali.”. Ebner, a p. 575 dice che la bolla di papa Pio IV era del 1564 e a p. 548 dice che essa era del 1654. E’ corretta la data del 1564 in quanto Pio IV morì nel 1565. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154 riferendosi al monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Dunque Ebner scriveva che il monastero di S. Pietro di Licusati aveva la giurisdizione spirituale, cioè alcuni monasteri dipendevano da esso, di alcuni monasteri del basso Cilento, tra cui quello di S. Nazario. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a p. 68, in proposito scriveva che: “….tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236),…”  e, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, parlando del casale di “S. Mauro La Bruca”, a pp. 566, in proposito scriveva che: “Capoluogo dell’omonimo Comune (km. 18.93, con la frazione S. Nazario ab. 1196)…”. Dunque, Ebner scrive che S. Nazario era frazione del Comune di S. Mauro la Bruca. Ebner, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Anche questo casale, come altri vicini, è da presumere abbia preso nome dal santo venerato nell’edicola sorta a mezzo costa della boscosa dorsale del monte (m. 797) dei Monaci. Ed è forse proprio questo toponimo che invita, anche per la breve distanza (km. 2) che separa quella di S. Nazario dalla chiesa di S. Mauro, a supporre che quest’ultima possa essere stata elevata dagli stessi religiosi esuli dal Mercurion fondatori della culla della congragazione niliana.”. Dunque, Ebner scriveva che dal toponimo di “Monte dei Monaci”, non molto distante dal casale di S. Nazario (2 km.) dal casale di S. Mauro oggi la Bruca), “che invita a supporre  che quest’ultima possa essere stata elevata dagli stessi religiosi esuli dal mercurion fondatori della culla della congragazione niliana”, ovvero invita a supporre che anche il casale di S. Mauro possa avere avuto origine dagli stessi monaci, provenienti dal Mercurion calabro abbiano fondato la “congregazione Niliana” del Monte Bulgheria. Ebner, a p. 566 scriveva pure di S. Mauro che: “Nessun documento finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione”.”. Ebner, a p. 566, nella nota (I) postillava: “(I) ABC, D, 47, a. 1104, Novi, v. Appendice: documenti.”. In questo passaggio Ebner cita un documento del 1104, una donazione fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava di cui, Ebner ci parla meglio a p. 338 e che pubblica in “Appendice – Documenti” del suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Originale edito in RSS 1967 – ABC, D, 1104, novembris, XIII, Novae. In Nomine Domini (…) Anno ab incarnationes eius (….) Nos Guilielmus, grazia dei domino castelli qui Nove dicitur, filius quondam Guilielmi qui dictus est de Magnia, et Altruda etc…”. Sempre Pietro Ebner, a p. 522 parlando dello “Stato di Cuccaro” e di Cuccaro (Vetere), in proposito scriveva pure che: “Nell’anzidetto documento cavense è forse un indizio sull’esistenza nel luogo di antiche fortificazioni. “Intus castra de Cuccoli”, infatti, nell’ottobre del 1108, Altruda, figlia del conte Giovanni diTeano e vedova del secondo signore di Novi Guglielmo de Magnia, donò al decano e al priore del cilentano monastero di S. Michele Arcangelo “una petia de terra que est in finibus castelli qui se dicitur de velle (Acquavella), ubi proprio dicitur juncta” (pressi dell’Alento). Tale documento è assai importante, non solo perché indirettamente ci informa del passaggio della signoria di Novi, priva di erdi legittimi, a Guglielmo, figliuolo di Pandolfo di Capaccio e Corneto e nipote di Altruda e del defunto marito, etc…”. Dunque, Ebner, a p. 566, scriveva che questo documento del 1104 (vi sarà quello simile anche nel 1118), perché inquesta donazione del 1104 veniva citata anche la donazione di “dell’omonimo complesso monastico di S. Mauro”. A p. 338, nel documento è detto: “…beata martiris Barbare (…) tota ecclesia Sancti Mauri quae edificata est in pertinentia predicti nostri castelli (….) Et taliter tibi Richardo nus pestanus episcopus me etc…”. Da Wikipedia, alla voce “S. Mauro la Bruca” leggiamo che sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. Intorno al monastero, com’è accaduto sovente anche altrove, si sviluppò l’antico centro abitato, che dall’Abbazia prese sia il nome che il culto in onore del Santo. Per quanto riguarda le vicende storiche dell’abitato, c’è da dire che la maggior parte delle notizie in merito sono state raccolte dal parroco don Pasquale Allegro, deceduto nel novembre 1994. Secondo la sua ricostruzione storica, il vecchio abitato si trovava, in tempi molto antichi, in contrada “Santa Maria”, un chilometro a sud dell’attuale centro abitato; nella stessa zona, come già si accennava sopra, si trovava l’Abbazia benedettina dedicata a San Mauro. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a p. 25 parlando di Caprioli opinava che: “….va precisato che ….la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17).”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, riferendosi alla cappella di S. Caterina a Caprioli, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.   

Nel 1038 (?), “Richerio”, abate dei Monasteri di S. Pietro ad Aquara e di S. Nazario a S. Nazario

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “….riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV…Etc..”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333)…….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino etc..”. In qualche modo la notizia di un Abbate Richerio è anche legata alla notizia secondo cui a Centola alcuni autori hanno riferito del corpo di S. Richerio sepolto presso la chiesa dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini.

Nel 1038, Richerio, abate di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

Nel….., S. Richerio, abate della chiesa di S. Maria in Centulis in Francia o di Centola nel Cilento ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”. Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Il Chronicon Cavense

L’opera pubblicata dal Pratilli in un testo di Pellegrino (….) fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbzia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”.

Nel 981, il giovane patrizio calabrese Basilio di Rossano, poi in seguito monaco Bartolomeo e poi “S. Bartolomeo il giovane” o di Rossano o di Grottaferrata

Da Wikipedia leggiamo che gli Acta Sanctorum (in italiano Atti dei santi) costituiscono una raccolta di documenti relativi ai santi della Chiesa avviata, nel suo nucleo primigenio, dall’erudito belga Jean Bolland (1596-1665) S.J. e poi proseguita da altri padri gesuiti, che ne composero l’originaria struttura (per la loro opera sono stati chiamati bollandisti). La raccolta rappresenta una vasta collezione di fonti sui santi articolate in base al calendario liturgico. Da Wikipedia leggiamo che morì nel 1004 durante il pellegrinaggio a Roma nei pressi di Tusculum. Di san Nilo si occupò il suo discepolo prediletto San Bartolomeo abate, che ebbe di lui grande stima. Bartolomeo il Giovane (detto anche o Bartolomeo di Rossano o Bartolomeo di Grottaferrata; Rossano, 981 – Grottaferrata, 1055) è stato un monaco cristiano italiano. Manifestò fin da piccolo grande interesse per la vita monastica tanto che i nobili genitori decisero di affidarlo, all’età di sette anni, ai monaci bizantini del monastero di San Giovanni Calibyta in Caloveto. Recatosi a dodici anni al monastero di Montecassino, ove viveva San Nilo il Giovane, rimase attratto dalla sua personalità e si fermò lì, seguendolo poi (994) a Serperi, ove visse di preghiera e digiuni per sei anni. Nell’anno 1000 accompagnò Nilo a Roma per implorare pietà per il compaesano Giovanni Filagato, autoproclamatosi Papa con il nome di Giovanni XVI, presso l’imperatore Ottone III attraverso la mediazione di Papa Gregorio V. Durante il viaggio, presso l’attuale Grottaferrata, comparve ai due monaci la Madonna che chiese loro di erigere sul luogo un tempio ed un monastero. Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. San Bartolomeo fu inumato accanto a San Nilo nel monastero di Grottaferrata, ma delle loro spoglie si sono perse le tracce. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non da nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocco (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.

Nel ……, il monaco Lucà, settimo abate di Grottaferrata e biografo di Bartolomeo da Rossano

Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. La studiosa Giovanna Falcone (….), sulla scorta della Follieri (….), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo:

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

La politica della “tutio” sovrana dei Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di neutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Nel ……, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”.

Guaimario IV (comunemente detto Guaimario V), principe del Principato Longobardo di Salerno

Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Il Breccia (…), sulla scorta di Ebner e di Acocella (…), a proposito del principe longobardo Guaimario IV, scriveva che: “Con i primi decenni del nuovo millennio si può intravvedere qualcosa di più preciso della vita delle fondazioni monastiche greche nel Cilento, che vengono favorite dal principe salernitano Guaimario V: in particolare S. Maria di Pattano, “cuore della spiritualità bizantina nella regione”, ma anche centri minori, e tra questi forse Rofrano – che proprio in quell’epoca, secondo l’Ebner, verrebbe sottoposto a Grottaferrata. E’ un periodo di ostilità continue tra i principati longobardi e il catepanato bizantino: ostilità che potrebbero aver fornito a Guaimario V anche un motivo pratico per la donazione del Monastero di Rofrano a Grottaferrata, vale a dire attrarre il primo nell’area della latinità, sciogliendone gli eventuali legami con la zona controllata da Costantinopoli  (verso cui poteva spingerlo anche la sua collocazione geografica, al confine meridionale del principato di Salerno), e portandolo invece a gravitare anche economicamente verso settentrione.”.  Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Atenolfo di Aquino, questi, ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche che si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quel di tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno, ebbe la sovranità su d’un altro dominio.” (25). Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…quasi a creare un contrappeso locale con la vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86),”. L’Ebner (…), nella sua nota (85), postillava: ………………………………..e, nella sua nota (86), postillava: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Ebner (…), continua il suo racconto e scrive: “che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Nel 1034, il monastero di S. Maria di Pattano e le concessioni di Guaimario IV

Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 31-32 , scriveva in proposito: Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…Intanto, favoriva, quasi a creare un contrappeso locale alla vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86), etc….”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “(86)…..CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV. Fedele (…) che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo e Richerio, abate di Montecassino

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di Guaimario che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1047 però, quella che era stata per Guaimario di Salerno l’impresa di una vita, fu completamente annullata: l’imperatore Enrico III, giunto nel sud Italia a chiedere atto di sottomissione a tutti i principi locali, restituì Capua a Pandolfo e pose sotto la sua diretta giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi. Infine, privò Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione di sovranità così scomoda per la corona imperiale. Nel 1048 Pandolfo, riconfermato di nuovo come principe di Capua, fu ancora una volta in guerra con Guaimario. Tutto nacque dalla necessità di assicurare una reggenza all’infante Ermanno, figlio e successore di Rainulfo II Trincanotte, morto in quell’anno. Dopo il fallimento del primo reggente, tale Bellebouch (Bellabocca), la questione si complicò, poiché non erano disponibili parenti diretti del principe minorenne. L’unico fra questi, Riccardo Drengot, cugino di Ermanno, era all’epoca prigioniero a Melfi per aver ingaggiato battaglia contro Drogone. Guaimario intervenne nella vicenda: negoziò il rilascio di Riccardo e lo condusse personalmente ad Aversa, dove questi fu insediato come reggente e poco dopo come vero e proprio conte. In questo modo, il principe Guaimario aveva recuperato l’alleanza della contea di Aversa.

Nel 1045, la visita di S. Bartolomeo di Grottaferrata al principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V)

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno stati dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel bios (23) è detto conte ( κωμης ), che aveva la signoria in quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo e castigo delle sue malefatte. Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Giovanelli prosegendo il suo racconto si chiedeva: “Di fronte alla narrazione di questo fatto sorge spontanea una domanda: perchè ricorrere all’aiuto di un Santo, che viveva così lontano (specie per quei tempi!) dai luoghi, ove si erano svolti gli avvenimenti ? Si è perchè la Badia di Grottaferrata aveva allora con quel Principato Longobardo vincoli di amicizia e di sudditanza, in seguito all’esistenza in esso del monastero di S. Nazario e dei beni con questo annessi e connessi, dipendenti da quei Principi. E da chi sa che il feudo di Rofrano, col relativo titolo baronale, non siano stati connessi a S. Bartolomeo proprio in quella circostanza, venendo confermati in seguito e stabiliti giuridicamente dai successori Principi Normanni ? Infatti, appena pochi anni dopo la morte del Santo, essi fanno la loro apparizione giuridica.”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo, abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  Bartolomeo si dedicò anche alla composizione di liti fra potenti, fra le quali la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner scriveva che il principe longobardo Guaimario V sollecitato dallo zio Pandolfo di Capaccio e da sua moglie Teodora di Tuscolo, che proveniva proprio da quella famiglia presso cui il principe era stato allevato da piccolo, concesse “all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner scriveva che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Inoltre, l’Ebner, a p. 33 riferendosi al principe longobardo Guaimario V, in proposito aggiungeva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). Etc…”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, sulla scorta del padre Germano Giovanelli (….) riportava la notizia interessantissima che riguarda Rofrano e, riferendosi alla visita di S. Bartolomeo al principe longobardo Guaimario V, in proposito scriveva che: E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. Dunque, Ebner, sulla scorta di padre Giovanelli (….) che a sua volta scriveva sulla scorta di P. Fedele (….), riportava la notizia che l’antichissima e preesistente Abazia di S. Maria di Rofrano, cenobio italo-greco dove secondo il Bios si era fatto tonsurare monaco Nicola da Rossano (S. Nilo), era stata concessa all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, l’Abbazia fondata da S. Nilo e poi nel 1045 retta da S. Bartolomeo il Giovane, suo discepolo e suo biografo. Riguardo l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano (….), fondata intorno all’anno mille da S. Nilo, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”.”. Infatti, dal Bios di S. Nilo si evince che il Santo prima di morire fondò l’Abbazia italo-greca di S. Maria a Gottaferrata grazie alle donazioni e concessioni del padre di Teodora di Tuscolo, Gregorio I detto “il Conte dei Romani”, nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner, a p. 33 scriveva che: “….Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI etc…”. Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376 riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…), che scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.” e, poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…) scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando del principe Longobardo Guaimario V citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1052, l’assassinio del principe longobardo Guaimario V

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, dedica un’intero capitolo alla “VIII. La Conquista Normanna”. Il Cantalupo, a p. 116, spiega che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figlii dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375,nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, …….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nl 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “.

Nel 1052, Gisulfo II, il nuovo principe longobardo di Salerno

Guaimario IV spesso indicato come Guaimario V (1013 circa – Salerno, 3 giugno 1052), fu principe di Salerno (dal 1027) e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento (dal 1040) e duca di Puglia e Calabria (1043-1047). Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiornoe l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Guimario V (o IV), aveva un fratello Guido di Sorrento e Conte di Conza, che era lo zio del Guido di Policastro di cui parlerò. Guaimario V, ebbe anche figli maschi: Gisulfo (che ereditò il Principato col titolo di Gisulfo II e Guido (il Guido Conte di Policastro) e Landulfo. La ricostruzione storica dei fatti e di alcuni episodi che hanno determinato o contribuito alla caduta del vecchio gastaldato longobardo “bricia” e di Gisulfo II, ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno, come ad esempio la caduta della vasta contea Longobarda di Policastro, prima, e poi di Salerno, conquistato dal normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, può essere affidato a pochi documenti storici dell’epoca e alla cronaca scritta da Amato di Montecassino (…), un cronista dell’epoca, che nella sua chronica ‘Storia dè Normanni’, scriveva del conte Guido “così morì la luce di tutti i Longobardi”. Scrive in proposito Vito Lo Curto (…), nella sua introduzione: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Intanto il Principe Longobardo Gisulfo II, vedendosi accerchiato dai Normanni in casa propria, decise di rivolgersi al Papa che non li vedeva di buon occhio e nel 1058, l’Arcivescovo di Salerno Alfano I, nominò nuovi vescovi di sedi vescovili vacanti tra cui quella di Policastro, nominando il monaco benedettino Pietro Pappacarbone. Nell’anno 1067, Pietro di Salerno (Pietro Pappacarbone), lasciò la sede episcopale di Policastro per recarsi a Perdifumo dove nel Cenobio di Sant’Arcangelo, sperimentò per la prima volta nella storia d’Italia, la ‘Riforma di Cluny’, ovvero, alcuni monaci benedettini divenivano ‘cluniacensi’ che trasformava i Cenobi e le Lauree greche (diffuse anche nel nostro territorio), diventavano Abbazie (Badie) con a capo un Abate, il quale era a capo di altri Monasteri minori con a capo un Priore. La nuova regola cluniacense sostituirà quella benedettina che diffonderà il rito latino a quella diffusa nel mezzogiorno della regola di S. Basilio, tipicamente bizantina che vedeva solo il rito greco.

Nel 1052, il conte longobardo Guido, fratello del principe Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II, pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25,26,27).”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Della figura di Teodora di Capaccio ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel 1058, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

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(Fig. 3) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (39), p. 124, donatoci dall’autore.

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Il Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), a p. 72 (si veda versione del Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Ecc..”. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta “Bolla di Alfano I” e, nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico.

Nel 1063, una donazione Longobarda a Lustra nel Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. IX, a p. 176 e s., ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…) e, a p. 182, in proposito scriveva che: “E l’elenco di queste donazioni aumenta verso la fine del secolo XI e nel secolo seguente, ed aumentano ancora le vendite fatte agli stessi monasteri e chiese. Più importanti sono le donazioni fatte alle chiese e ai monasteri di Salerno.”. Sempre il Carucci (…), a p. 184, riferendosi alla fine del X secolo, scriveva in proposito che:“Ed intanto, essendo stati distrutti dai Saraceni (5) e poi dai Normanni molti monasteri e chiese nel tratto dal fra la valle del Sele e quella del Bussento, i principi di Salerno ne concessero la giurisdizione all’abbazia di Cava, alla quale nel 1053, fu ceduto anche un monastero in Calabria, di recente distrutto dai Normanni, detto di S. Andrea (6). E anche nel Cilento e nella Calabria cominciavano le donazioni della gente del luogo (1), e tutto l’antico gastaldato del Cilento passava in potere del cenobio cavese (2), ecc..”. Il Carucci, a p. 185, nella sua nota (5), riguardo le incursioni di Saraceni, postillava che: “(5) Paesano, op. cit., pag. 46, 59; Guillaume, nei primi capitoli.”. Nella sua nota (5), il Carucci si riferisce a Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana’, p. 46, 59, della parte II. Il Carucci (…), nella sua nota (6), di pag. 184, postillava che: “(6) In un diploma tradotto dal greco e riportato dal Guillaume, op. cit., pag. 32, è detto: “monasterium habemus et locum quoddam ex paterna nostra hereditate in pertinentiis Calabriae, quod derelictum hisce francorum diebus, possidemus immune et liberum, et omnino delectum et exustum, et prorsus desertum atque vastatum.”. Il Carucci, a p. 185, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Nel 1063 un tal Golferio e il padre Radoaldo donarono dei mulini nel territorio di Lustra al monastero di S. Magno nel Cilento, dipendente dalla Trinità di Cava. V. Guillaume, op. cit., ecc..”. Sempre il Carucci (…), a p. 185, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Nel 1072 il principe Gisolfo donò all’abate Leone il territorio di Monte Giulia, dove poi sorse Castellabate, nel 1073 concesse e confermò i territori ai monasteri di Serramezzana, di Casacastra, ecc..Cfr. Muratori, Ant. Italiae, V, col. 790; Guillaume, p. 36.”. Pietro  Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Sempre il Carucci, a p. 185, in proposito scrive che: “Nè le donazioni dei principi e dei privati cittadini eran fatte solo alle chiese di Salerno e di Amalfi o all’Abbazia di Cava, ma anche alle chiese che erano nelle altre parti del principato; e quantunque non per tutte ci restino documenti, l’origine del patrimonio ecclesiastico fu lo stesso per tutte le chiese, e si verificò nei tempi di cui ora ci occupiamo, cioè durante la dominazione longobarda. E, per le terre del Cilento, è pure opportuno qualche ricordo. Gisulfo I concesse ad un monastero fondato nel Cilento da un tal Giovanni abate “terras sacri nostri palatii” site lungo il fiume Alento ecc..”. Il fondatore dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni, benedettina, fu S. Alferio Pappacarbone, nobile salernitano già familiare ed ambasciatore del principe di Salerno Guaimario III, che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta “Arsicia” per menarvi vita eremitica. Ma non rimase solo: presto la sua santità attrasse in quel luogo molti discepoli tanto da indurlo ad erigere una chiesa di notevoli dimensioni ed un piccolo monastero. L’ Abbazia di Cava de’ Tirreni sorge in collina, a circa 400 metri sul livello del mare, a tre chilometri dal centro dalla città ed a poca distanza dalla costiera amalfitana e dall’agro nocerino. Nel Medioevo fu uno dei centri religiosi e culturali piu’ vivi e potenti dell’Italia Meridionale. Nel 1092 il papa Urbano II visitò l’ Abbazia e la consacrò basilica. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. Nel 1025 Alferio aveva da poco terminata la chiesa, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio donarono alla nuova comunità la zona boschiva e le terre coltivate tutte intorno alla grotta Arsicia e fu conferito alla comunità monastica anche il privilegio di esenzione dalle imposte sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. I monaci inoltre gestivano ospizi e ospedali, che venivano generosamente destinati alle necessità dei bisognosi ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti, le chiese venivano affidate dagli abati a sacerdoti di loro fiducia.

Nel 1079, la ricostruzione della Diocesi di Policastro nella ‘Bolla di Alfano I’

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “………………..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, nella sua nota (187), postillava che: “(187) Nel 1067 fu consacrato vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, cavense; nel 1079, avvenuta la restaurazione della territorio diocesano, furono aggregate a Policastro, sulla costa meridionale, le parrocchie di Porto (Sapri), Marathia, Castrocucco, Turtura, Laeta, Didascalea, Languenum (Laino), Avena, Mercuri, Abatemarco, da Bolla di Alfano, arcivescovo di Salerno, copia notarile del 1737, da cui copia manoscritta dalla Curia di Policastro, autenticata dal vescovo A. De Robertis e controfirmata dal cancelliere di Lauria, M. Lombardo, in data 20 gennaio 1745. Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Ma, come vedremo, la nota ‘Bolla di Alfano I°’ oltre a riportare 15 località (le ultime) che oggi non fanno parte della Diocesi di Policastro-Teggiano e che come vedremo furono in seguito aggregate alla Diocesi di Cassano Ionico, non riporta alcune località che pure già esistevano sul territorio dell’entroterra del Golfo di Policastro. C’è da chiedersi come mai la lettera pastorale del primate Salernitano nel delimitare i confini della ricostruita diocesi di Policastro (ex diocesi dell’antica Bussento), non nominava località come Bonati, Sicilì, Morigerati, Casaletto, Battaglia. Forse che questi centri ricadevano in un’altra diocesi ?. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (36), postillava che: “(36) ………………………”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Anche per quanto riguarda la latinizzazione di chiese, grangie ed asceteri della costa il mandato pontificio fu devoluto all’episcopato di Salerno e alla Badia di Cava. Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”.

Patetta 11

(Fig. 15) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I. L’immagine illustra un particolare della pagina 30v., tratta dal “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, contenuta nel manoscritto Patetta 1621 (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai e arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…). L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (3), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 69 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. L’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I° trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc….Sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrumcome scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I” conservata all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano.

ROBERTO IL GUISCARDO PRIMO DUCA NORMANNO

Nel X secolo, le migrazioni di popolazioni Calabresi verso alcuni paesi come Vibonati chiamatevi da igumeni (monaci) dei monasteri italo-greci preesistenti sul nostro territorio

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (anno 847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini (…) dice che esisteva nell’Archivio Diocesano di Policastro e, poi citato anche dal Racioppi (…), sulla scorta del Pellegrino (…), di Ammirato (…) e, di Porfirogenneta (…), l’Antonini scriveva che si parla di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”.

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, all’epoca di Roberto il Guiscardo, alcune famiglie Calabresi, ripopolarono alcuni centri come Vibonati e Morigerati. La notizia riferitaci da Biagio Cappelli (…), proviene dal Laudisio (…), che la traeva da Bartolomeo Platina (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli (…), a p. 23, riferiva la notizia storica  secondo cui alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (al tempo della penetrazione Normanna di Roberto il Guiscardo sul Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II), sarebbero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Cappelli, traeva l’interessantissima notizia dal Laudisio (…)(vedi nota (40) a p. 33). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, una volta sede Vescovile, ecc…. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 17, nella sua nota (48), postillava in proposito che: “(48) Bar., Ant. Lucan., part. 1, pag. 139.”. Dunque, il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo ‘De Antiquitate et situ Calabriae’, parte 1°, P. 139. A me pare che sia la Parte II a p. 139 dove il Barrio parla della città calabrese di Neocastro.

bARRIO, P. 139

(Fig….) Barrio Gabriele, De Antiquitate et situ Calabriae, parte II, p. 139

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “….ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) ….I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc., Paris, 1904.”. Il Campagna cita anche il testo di Giulio Gay (….). Riguardo quel periodo storico, anche Biagio Cappelli (…), riguardo la questione dell’invasione araba della Sicilia e la loro risalita verso le Calabrie, citava Julius Gay (…) che nel suo ‘L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200, in proposito scriveva che: “………………….

Riguardo la citazione del Gay (…), la Treccani parla di J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380.

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”. Pietro Ebner, scriveva che il Calogerato di S. Cono a Camerota, doveva essere assimilato a quello della Badia di S. Pietro di Licusati. Ma si tratta degli stessi Monasteri ?. Non credo che si tratta degli stessi monasteri, ma credo si tratti di due distinti e diversi monasteri. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Dunque, l’Ebner, qui, lo chiamava monastero di San Conore e nella sua nota (49), a p. 587, postillava che: “(49) Sinax. Costantinopol. (Delahaye), col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Ebner (…), si riferiva al Capitolo V del vol. I “Monasteri e Chiese ricettizie”, a p. 149, dove per certi versi si riferisce al Rodotà (…). Ebner (…), a pp. 162-163, sul monastero di S. Cono, in proposito scriveva che: “A Camerota vi era un monastero dedicato a S. Conore, comunemente detto di S. Cono, da non confondere con il benedettino morto a Diano, il cui corpo, rinvenuto nel monastero di Cadossa nel 1261, venne traslato e tumulato nella chiesa di S. Maria Maggiore di Diano. S. Conore era un santo orientale dichiarato protettore da parte dei monaci bizantini anche di molti paesi calabri.. Ebner (…), forse sulla scorta del Minisci (…), postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di M. Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (…), scriveva che a Camerota vi era una chiesa che localmente era detta S. Iconio. Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. La notizia di cui parlava il Laudisio (…), tratta dal Bartolomeo Platina (…), riguardava la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, ai tempi di Niceforo Foca (…) e, del Patriarca greco Athanasio. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Il Laudisio (…), però, ci dava anche notizie sull’Abbazia di San Cono di Camerota, scrivendo che, i moltissimi monaci, cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo (a. Mille) “…giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Dunque, secondo il Laudisio (…), l’Abbazia di S. Cono di Camerota, insieme a quella di S. Giovanni a Piro, furono fondate dai monaci basiliani che si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), postillava che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti o Sirleto (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla SS. Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). ecc..”. Il Laudisio (…), a p. 46, nella sua nota (156), postillava che: “(156) Ex bull. XII Kalend. Iul. an. 1564.”Il Laudisio (…), prima parla dell’Abazia di S. Cono di Camerota e poi dice che sempre a Camerota e a Rivello, vi erano due Abazie minori di basiliani, distinguendole nettamente. Il Laudisio, scrive che una delle due Abbazie minori di basiliani che si trovava a Camerota si chiamava l’Abbazia di S. Pietro, forse proprio l’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui abbiamo già scritto e, che il Laudisio dice essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma.”. Dunque, il Laudisio (…), distingue chiaramente i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Pietro di Licusati.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Il Porfirio (…), a p. 538, riferiva la stessa notizia riportata dal Laudisio (…), ma da “moltissimi monaci orientali (come appunto scriveva il Laudisio), modificava in una gran moltitudine di famiglie greche”, ed è forse proprio per questo motivo che il Cappelli (…), anche alla luce dei documenti citati, scriveva che alcuni centri come Morigerati, Battaglia e Vibonati, erano stati:  costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Porfirio (…), a p. 538, col. ds, nella sua nota (3), postilla del Cardinale Guglielmo Sirleti e cita un codice in Biblioteca Vaticana: il Vat. Lat. 2101, dove, presumo, vengono raccolti documenti papalini che attestano il divieto del rito greco nelle nostre chiese. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), segnalava ciò che scriveva il Racioppi (…), nel 1888, un paio di anni dopo la pubblicazione della ‘Synopsis’ del Laudisio (…). Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, vol. II, a pp. 99-100, parlando dei grecismi nella nostra terra, nella sua nota (2) di p. 99 (e poi continua a p. 100), postillava che: “Qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Dunque, da quanto leggiamo dal Racioppi (…), egli traduce in modo differente cio che aveva scritto il Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Synopsis” del Laudisio (…). Il Racioppi, come anche il Porfirio (…) e, il Cappelli (…), ci parla di “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro. Erano di quelle greche famiglie ecc... Il Racioppi, non traduce il Laudisio, parlando di “moltissimi monaci orientali,..”, ma scrive: “Erano di greche famiglie…”, espulse dalla Calabria e dalla Puglia dal Guiscardo. Avendo letto il Racioppi (…), ora siamo certi dell’origine della notizia riferitaci dal Cappelli e dal Porfirio, ovvero che il Guiscardo, indusse alcune famiglie calabresi ad emigrare in alcuni nostri centri. Siamo certi anche che l’origine della notizia proviene dal Laudisio (…), che ne scrisse nella sua ‘Synopsis’, ma non conosciamo da dove il Laudisio l’avesse tratta. Il Visconti, che cura l’edizione recente della ‘Synopsis’, postillava che la notizia fosse tratta dal Platina (…), ma abbiamo visto che il Platina (…), ci parla di Roberto il Guiscardo ma, non dice nulla sull’origine dei piccoli centri di Vibonati, Morigerati e Battaglia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Biagio Cappelli (…), a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a pp. 17-18 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 18 in proposito scriveva che: Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p….., nella sua nota (39) postillava che: “(39) ……………………

Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “………………………………”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Guglielmo Colombero, recentemente ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche.. Il Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». La notizia di famiglie calabresi che ripopolarono o costituirono l’origine di alcuni paesi delle nostre terre coma Vibonati, Morigerati e Battaglia (e forse anche Sicilì), può trovare un riscontro anche nella tradizione popolare secondo la quale Tortorella fu fondata da esuli di Tortora che, come scrissero il Di Rienzo e La Greca (…), a p. 250: “Secondo la tradizione fu fondata dagli esuli di Tortora (Cosenza) intorno al 950, quivi rifugiatisi per difendersi dalle incursioni dei pirati. La prima notizia dei documenti di un borgo detto “Turturella” risale al 1166 (1).“.  Nella nota (1), si postillava “(1) Ebner, Chiesa, ecc.., p. 591.”. Andrebbe ulteriormente indagata una notizia citata da Ebner (…), tratta dal Tancredi (…). Pietro Ebner, a p. 591, non parla di Tortorella ma parla di Sapri e di Torraca, quali centri elencati nella Bolla di Alfano I del 1079 (Ebner fa risalire il documento all’anno 1066-67). Pietro Ebner (…), a p. 678, dove parla ancora di Tortorella, apprendiamo che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi Casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del Palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, ecc…”. Ebner (…), nella sua nota (20), postillava che: “(20) Tancredi L., Il Golfo, cit.,  p. 72 sgg.”, mentre nella sua nota (21), postillava che: “(21) Casaletto Spartano ecc..ecc..”. La notizia citata da Ebner (…), nella sua nota (20), di p. 678, vol. II, era tratta da un testo del sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, scrisse ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’. Il Tancredi (…), come vedremo, non parla di Tortorella ne di Casaletto Spartano ma, a p. 72, nel suo capitolo “Il Porto di Vibona”, parlando di Vibona e del suo porto (Sapri), sulla scorta della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981 (…, v. Fig…..), credeva che l’antica città scomparsa di Vibona, di cui parlava Livio (…), fosse stata costruita sulle colline di Sapri e, scriveva che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi.”. Il Tancredi (…), a p. 72, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36.”. Il Tancredi, nella sua nota (6), si riferiva al testo di Filippo Cirelli (…), che nel 1853, scrisse ‘Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria’. Riguardo la carta in questione (…), citata da Ebner (…), sulla scorta del Tancredi (…), possiamo aggiungere che il sacerdote Luigi Tancredi (…), a p. 63, nalla sua nota (13), postillava sulla bibliografia di questa carta e scriveva che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sebbene il Tancredi (…), abbia citato la nostra carta corografica (…) (Fig….) ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, egli, riporta i suoi riferimenti bibliografici totalmente errati. Inoltre, riguardo le notizie tratte da Filippo Cirelli (…), riguardo all’incursione dei Saraceni nei primi decenni del secolo X, ma possiamo dire che di questo evento ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, e ne ha parlato il Volpe (…), sulla scorta del Malaterra (…) e, del manoscritto di Luca Mannelli (…). Della feroce incursione dei Saraceni sulle nostre terre, ne parlò anche il Vassalluzzo (…) e l’Ebner (…), sulla scorta di una cronaca del Gatta (…), che parlando di Camerota, si rifaceva al manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine originali, sono ivi pubblicate in una altro nostro saggio. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo, prosegue il suo racconto e dice che quando il Guiscardo pretese da suo cognato il principe Gisulfo II tutti i castelli del Cilento, aggiunge anche quello di Vibonati, e lo fa sulla scorta di Michele Schipa (…), che invece a pp. 211-240, nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia’, non cita Vibonati, ma parla dei castelli della Valle di S. Severino, donati da Gisulfo II, al fratello Guido, insieme alla vasta contea di Policastro, che doveva comprendere anche le terre di Vibonati. Tuttavia, la notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. A questo proposito, ci corre l’obbligo di citare una notizia citata dal barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘Lucania’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. Il Cataldo (…), riguardo il periodo storico trattato dal Laudisio (…), ovvero riguardo gli anni del pontificato di papa Stefano IX, scriveva che: “Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di Stefano IX (Federico di Lorena). L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto la facoltà di nominare e di eleggere 10 Vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrese un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, Vescovo di Policastro. Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della sede.”. Poi il Cataldo (…), aggiunge: “Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale.”. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”.

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato, il Vallo di Diano e la Contea di Marsico

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie.

Nel ……, la Contea di Marsico e Rainaldo Malconvenienza

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a pp. 92-93 così si esprimeva: “3.3. La contea di Marsico. L’atteggiamento di ‘Rainaldus Malaconvenientia’ nei confronti dei patentati locali longobardi non dovette differire dai comportamenti tenuti da Guglielmo di Principato o da Asclettino di Sicignano. Il ceppo dinastico dei ‘Malconvenientia’ è da identificare, secondo quanto sosteneva il Ménager, con lo stesso cui apparteneva un ‘Radulfus Malconvenant’ che nel 1084 figura in qualità di teste in un diploma emesso da Roger d’Aubigny a favore della Trinità di Sainte-Opportune (52). La presenza di questa famiglia normanna nell’Italia meridionale è documentata a partire proprio dalla fine dell’XI sec. Uno ‘Stephanus Malaconventio’ è menzionato in un diploma di Ruggero I, un ‘Robertus Malus Conventus’ è tra i fondatori di Santa Maria in Valle di Giosafat a Messina, mentre ‘Robertus Maleconventio’ sottoscrive un diploma reale del 1157 (53). Altri membri della stessa famiglia compaiono nelle carte di S. Maria Nuova di Monreale: etc…Ad un ramo peninsulare della stessa famiglia sembrano invece appartenere i personaggi che compaiono nella documentazione superstite dalla S.ma Trinità di Venosa. Risale al 1075 la prima attestazione dell’esistenza di ‘Raynaldus Malaconvenientia’, menzionato in un elenco di ‘testes’ insieme al figlio Roberto e ad altri personaggi: un ‘Goffredus filius Aidardi’ e un ‘Robertus Grammaticus filius Ursi’ (55). Questo stesso personaggio fu identificato dal Ménager ……………”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far riferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”.

Nel 1089, i Normanni ed i privilegi all’abbazia benedettina di Cava de Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125″. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 407, in proposito scriveva che: “Ma già nel 1085, con la morte del duca Roberto a Cefalonia e di Gregorio VII a Salerno, le cose subivano un’evoluzione diversa, su cui non potè sostanzialmente influire Vittore III, il cassinese anche monaco a Cava, eletto dopo un anno di incertezze (a. 1086), anche perché troppo impegnato dai suoi oppositori, i rigidi seguaci del defunto ponteice. L’orizzonte cominciò sempre più a schiarirsi dopo la morte del papa e l’elezione, dopo sei mesi (a. 1088), di un allievo di Cluny, Urbano II, il papa della prima crovciata. Infatti, il pontefice, con la nota bolla “Cum universis”, esentò la Badia da ogni ingerenza ecclesiastica della chiesa salernitana, per cui le rimostranze di quell’arcivescovo (Alfano II), come della pestana, per cui il vivo malontento del vescovo Maraldo che vedeva sottratti alla sua giurisdizione diverse chiese e villaggi (95). Con la medesima bolla il papa concesse alla Badia di versare a Roma la decima di soli tre soldi d’oro annui, confermandole “apostolicae, auctoritate (….) in cilento monte”, oltre i sei anzideti monisteri, ognumo “cum cellis suis”, anche quelli di S. Giorgio (96), S. Nicola di Serramezzana etc…”. Ebner, a p. 407, nell nota (95) postillava: “(95) ABC, C 21, a. 1089, XIII, Venosa. Guillaume (Append., p. XX) data il documento 21 settembre. Oltre l’enumerazione di tutti i beni dell’Abbazia il pontefice chiarisce: ‘De cellis etc..”. Ebner, vol. I, a p. 408, aggiunge che: “Con un altra bolla, pure del settembre 1089 (98), e con l’autorità del Concilio di Melfi, il papa stabiliva definitivamente, superando il malumore del vescovo pestano Maraldo, la giurisdizione della Badia cavense su chiese e monasteri “in cilento territorio posita”, riservando al vescovo pestano la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei monaci locali e il versamento di decime se l’Abbazia “parochianos (e cioè battesimali) ecclesie pestane possiderint”. Proprio in questo periodo, e per la particolare devozione del duca Ruggiero per l’abate Pietro, che l’Abbazia emerge nel Mezzogiorno per prestigio spirituale consolidando la sua potenza economica.”. Ebner, a p. 408, nella nota (98) postillava: “(98) E’ la bolla “Notum vobis” trascritta dal Dizionario del Venereo, I, f 314 sg. che il Guillaume cit., riporta in Append., p. XXII sg.”. Queste due bolle, il Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava etc..”, a p. XX dell’appendice scrive che: “Appendice, F (pag. 59), I. Bulle inédite d’Urbain II à l’abbé Pierre I*, Venusie, 21 Septembre 1089 (Arc. Mag. C 21)” e, l’altra a p. XII, in proposito scriveva: “II. Urbain II, au Concilie de Melfi, malgré les reclamations de l’eveque de Paestum,  confirme les dependances du Cilento, Melfi, settembre 1089 (Vener. Dict. I, 314-315).”. Ebner, a p. 409, scriveva pure che: “Il Ventimiglia che in Appendice riporta l’importante ‘charta iudicati’ del 1083, a dimostrare la dipendenza dalla Badia dei non pochi casali enumerati, argomenta specialmente dalla bolla di Urbano II del 1092 (103), etc…”. Ebner, a p. 409, nella nota (103) postillava: “(103) Del 15 settembre edita dal Senatore, in Append., p. XX, doc. III. Nell’ABC, oltre il C 35 (transunto de lata sententia di Urbano II nel Concilio di Melfi del processo in contradictorio tra l’abate di Cava e i vescovi di Salerno e Pestum circa privilegi e possessi di chiese anche nel distretto di Cilento), vi sono il C 36 (transunto della bolla 19 febbraio 1093 “Ad hoc nos” che conferma antichi privilegi), il C 37 e i due originali falsi dell'”Ad hoc nos” trascritti, il primo nel XIII e il secondo tra il XIII e il XIV secolo.”.

Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano’.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

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(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Mattei-Cerasoli, p. 176

Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77 parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

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(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Nel 1089, il monastero benedettino di S. Maria di Cadossa verso Montesano sulla Marcellana

Da Wikipedia leggiamo che L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa è un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Venne definitivamente soppressa nel 1866. Fu il luogo dove San Cono da Teggiano trascorse la sua vita come monaco. Secondo alcune fonti l’abbazia nel 1086 divenne un possedimento della Badia di Cava de’ Tirreni, ma recenti studi affermano che il monastero non fu donato all’abate cavense Pietro Pappacarbone. Nei primi anni essa era soggetta all’autorità della Badia di Venosa. Al territorio dell’abbazia appartenevano il Casale di Cadossa, i cui abitanti erano soggetti alla diretta autorità dell’abate e Casalnuovo (Casalbuono), dove l’abate esercitava il proprio potere sui vassalli locali. Nel 1272 il monastero subì l’occupazione di Onorato Fornerio, signore locale, che ne rivendicò i territori, e i monaci si affidarono a Carlo I d’Angiò che ripristinò la proprietà. Fu attorno alla fine del XII secolo che l’abate Costa accolse nel monastero Cono da Diano, che si avviava al noviziato: secondo la tradizione San Cono si rifugiò nel forno del monastero, per nascondersi dai propri genitori che volevano riportarlo a casa, ma nonostante il fuoco acceso, rimase illeso. Il 27 settembre 1261, alla morte, il corpo venne traslato dall’abbazia alla città natale con un carro trainato da buoi. Costruito tra il X e l’XI secolo, il complesso nel 1086 divenne un possedimento della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni. Agli inizi del ‘200 vi dimorò il mistico Cono, originario di Diano (oggi Teggiano), trovandovi la morte in giovane età. Col passare del tempo, nel 1594 divenne un possedimento della Certosa di San Lorenzo a Padula. Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta. Alla struttura venne annesso anche un ospedale che rimase distrutto in un terremoto del 1688. Attorno al 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo, nella vicina Padula, che ne ottenne il controllo con la bolla papale di Leone X del 17 novembre 1514: il monastero fu definitivamente convertito in grancia, nel 1519. I certosini fecero rinnovare l’edificio, in grande degrado, facendo costruire una nuova chiesa nel 1578, e adibendo quella vecchia ad alloggio. Vittorio Bracco, nel suo, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, nel Cap. 4, a pp. 105 e ssg., in proposito scriveva che:  “L’edificio dell’Abbazia di Santa Maria di Cadossa occupa un’area afferente all’attuale divisione amministrativa del Comune di Montesano sulla Marcellana; posto a circa 3 Km. a S. E del centro abitato, ad un’altezza di 707 m slm., il monastero sorge su un pianoro dominante la circostante fascia pedemontana, compresa tra il torrente ‘porcile’ ed il torrente ‘Brignacolo’ e degradante da E a O verso il Calore-Tanagro: etc…”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure: “A confermare, inoltre, l’importanza assegnata a questa parte del Vallo di Diano come snodo viario, è la notizia dell’esistenza, agli inizi del XIV sec., di una contrada denominata ‘Trivii Tumussii’, ubicata proprio in corrispondenza delle pendici meridionali di Padula (6). Il sito dell’Abbazia di Santa Maria si trova in una posizione premiente rispetto a questi itinerari ed era a sua volta capolinea di un antico percorso che, seguendo parallelamente l’arteria dell’Annia-Popilia, conduceva da Cadossa a Casalbuono; si tratta di quella “via publica qua itur Cadossam ad Casalenovum” ricordata in una platea dello stesso monastero nell’anno 1372 (7). Due corsi d’acqua circondano l’edificio del monastero: il primo, che lambisce il prospetto d’accesso, alimentava il mulino dell’Abbazia e confluiva quindi nel torrente ‘Porcile’; il secondo, alimentato come il primo dalle sorgenti del Tomariello, ad Est di Cadossa, etc…La struttura che attualmente identifica il monastero cadossano non è che il risultato delle profonde modifiche subite dall’impianto originario, a partire dalla seconda metà del XVI sec., quando l’Abbazia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di Padula.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 128, in proposito cosi scriveva: “Quando agli inizi del secolo scorso un sacerdote del Vallo, Antonio Saco, decise di ricostruire le vicende della Certosa di Padula considerò opportuno dedicare parte del suo lavoro anche alla storia di alcune delle sue dipendenze più importanti. Tra queste particolare attenzione ritenne dovesse meritare proprio l’Abbazia di Cadossa, diventata grancia certosina nel 1519 (47). Molti dei documenti esaminati per questa fondazione vennero trascritti dallo studioso al termine di ogni sezione della sua opera, una scelta che ha consentito la conservazione dei contenuti di molti documenti trascritti nei Registri Angioini, andati distrutti, come è noto, durante la seconda guerra mondiale. Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (47) postillava: “(47) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, lib. VI, pp. 81 ss. e 131 ss. Il libro VI è quasi per intero dedicato all’abbazia di Cadossa, compresa parte dell’appendice documentaria posta al suo termine. In realtà il cenobio cadossano fu ceduto alla Certosa di Padula in due momenti distinti: etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807”. La Alaggio, a p. 131, in proposito aggiungeva: “L’assenza di ogni riferimento all’Abbazia di Cadossa nella produzione documentaria della S.ma Trinità non costituisce un fatto casuale. ues’evidenza contribuisce piuttosto a demolire la base su cui poggia tutta la ricostruzione del Sacco, ovvero la convinzione che Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili in un’unica realtà. Ad un esame più approfondito delle fonti risulta evidente, invece, una netta distinzione tra le due fondazioni. Una platea di San Michele Arcangelo di Padula, redatta nel 1604, rimanda all’esistenza di una “contrada de Sancto Simeone” nel territorio di Montesano, e ancora di una via che “va da Sancto Simeone”, testimoniando come ancora nel XVII sec. esistesse un’ecclesia recante quest’intitolazione. Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nononstante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 137 così si esprimeva: “E’ verosimile che anche Cadossa fosse stata donata alla Trinità di Venosa tra la fine dell’XI sec. e la prima metà del secolo successivo. L’assenza di un riferimento esplicito al monastero cadossano nei manoscritti eruditi seicenteschi può avere un’importanza relativa considerata la frammentarietà del materiale raccolto e la frequente imprecisione con cui vennero riportati i contenuti delle carte consultate. Cadossa poteva essere tra quelle “alias ecclesias in terra Marsici” donate nel 1077 dal conte ‘Rainaldus Malaconvenientia’ (72); oppure potrebbe essere identificata con l’ecclesia Sancta Marie donata dallo stesso personaggio insieme a San Giovanni in Fonte nello stesso anno (73); o ancora la “Sancta Maria delle Fontane edificata nella valle di Diano” e confermata nel 1177 alla Trinità di Venosa dal conte Guglielmo di Marsico (74). Quello che risulta importante sottolineare sono le forti analogie tra le vicende storiche di questa fondazione e quelle delle altre dipendenze della Trinità di Venosa nel Vallo di Diano, analogie che non lasciano dubbi sull’originaria appartenenza della fondazione cadossana al patrimonio del cenobio venosino.”. A questo proposito vorrei però aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, che, nel vol. I, a p. 421 parlando dei “Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in proposito scriveva che: “8….All’abate Simeone concesse privilegi anche il duca Guglielmo, cui successe Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale del 1130. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla Badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi. All’abate Simeone successe il monaco Falcone (1141-1146) etc..”. Queste parole disconoscono in parte ciò che scriveva la Alaggio, in quanto come scrive l’Ebner, l’Abbazia della S.ma Trinità di Venosa era si abbazia benedettina e da cui dipendeva l’Abbazia di Santa Maria di Cadossa ma a sua volta, entrambe, all’epoca dell’abate di Cava “Venusino”, esse, entrambe erano dipendenti da Cava. Da Wikipedia leggiamo che Leone da Lucca (Lucca, … – Cava de’ Tirreni, 12 luglio 1079) è ricordato come 2º abate della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nei primi anni del suo governo abbaziale, Leone, originario di Lucca, ebbe vita difficile. Sant’Alferio Pappacarbone, in forza dei privilegi che gli erano stati conferiti dai principi longobardi di Salerno, lo designò suo successore, in contrasto con la tradizione che considerava i beni dei monasteri come proprietà della famiglia del fondatore. Poco dopo la morte di sant’Alferio, un quidam, turbine secularium fultus, probabilmente appartenente proprio alla famiglia Pappacarbone, irruppe nel monastero e scacciò l’abate Leone, ma poi si allontanò restituendo la carica che aveva usurpato. Tale episodio spiegherebbe l’iniziale diffidenza che l’abate Leone ebbe verso Pietro Pappacarbone, nipote di Alferio, quando questi bussò al monastero cavense per indossare il saio benedettino. Sempre a proposito delle origini benedettine di San Simeone e del monastero di Cadossa, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 564, in proposito scriveva che: “CADOSSA. Cadoxa, castri Cadose, Cadossa. Università autonoma fino alla scomparsa del villaggio sito tra Montesano e Casalbuono. Il Sacco (1) afferma che la locale badia era coeva a quella di S. Maria di Pisticci. Nel novembr del 1086 (2) Ugo di Avena, la moglie Emma e il figlio Ugo donarono all’abate cavense Pietro tre monasteri: S. Giovanni di lorita, S. Simeone di Montesano e S. Nicola di Padula. Non si sa quando il monastero di S. Simeone prese il nuovo titolo di S. Maria di Cadossa (3). I documenti che riguardano l’abitato, il monastero di Cadossa e il suo feudo di Casalnuovo sono del XIII e XIV secolo. Ebner, a p. 564, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, cit., pp. 70-72.”. Ebner, a p. 564, nella nota (3) postillava: “(3) Giustiniani, cit., VI, Napoli, 1797, p. 125.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 567 , in proposito scriveva che: “La badia era sita al sud di Montesano. Essa possedeva nella chiesa calici d’argento e paramenti. “Innanzi alle porte della badia passa un fiume d’acqua corrente. Le fabbriche son tutte circondate da mura e da pomerio”. Ancora nel ‘600 possedeva un mulino. Il villaggio “propre ipsum monasterium” aveva 100 vassalli. Dell’antico villaggio erano scomparse anche le rovine tra il XIV e il XVI secolo. La badia era posta nel comprensorio della “Sigotta” (ora Siotta). Da un inventario del 1372 si apprende delle vaste proprietà possedute dalla badia (22). Oltre la chiesa della badia, vi erano a Cadossa le chiese del Salvatore, di . Matteo, S. Biagio, S. Nicola della Valle, S. Michele e S. Venere, già in rovina quando Cadossa passò alla Certosa. Anche del monastero non vi è più traccia. (p. 568). Va ricordato che Cadossa era ‘sedis nullius’, l’abate aveva diritto all’uso dei pontificali con mitra e pastorale e giurisdizione spirituale su Cadossa e Casalnuvo, feudo dipendente. Il priore di S. Lorenzo poteva nominare suoi rappresentanti a Cadossa (in genere etc…)”. Ebner, a p. 567, nella nota (22) postillava: “(22) La compilazione dei beni di S. Maria di Cadossa durò 28 mesi per la sostituzione del Commissario (Sacco, p. 93) etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, a p. 127, in proposito cosi scriveva: “In quanto sede Nullius l’Abbazia esercitava inoltre la sua giurisdizione spirituale su tutte le chiese edificate all’interno dei suoi confini patrimoniali e, in funzione della sua preminenza, recepiva parte dei diritti di sepoltura (45), riveva ogni Pasqua dai presbiteri di Casalnuovo etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. etc….e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona un privilegio all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei cercare di fare il punto su alcune notizie tratte dall’Antonini e, questa volta, sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, bnchè abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, parlando di Celle di Bulgheria, a p…….., cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Forse il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Sui privilegi rilasciati da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Non sono riuscito a trovare queste due simili o una donazione anche perchè nel primo caso l’Antonini cita solo Erasmo Gattola (…), che la citava. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola (in entrambi i casi lasciati nell’anno 1086) leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Il Cappelli, a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo Codice scritto dagli Abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Vitolo cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. Dunque, il Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che il Guillaume si riferiva più volte nelle sue note. Perchè il Guillaume cita il testo “Chronicon‘ del De Blasi ?. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, il Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nl suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”.

Nel 1093, il monastero benedettino di S. Simeone non lontano da Laurino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 85-86 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel 700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Syneonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno del 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava:  “(41) Guillaume cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di u terreno “ubi proprio  a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9). Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu GLorioso del fu cote Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava:  “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”.

RUGGERO BORSA

Nel XII secolo, le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”

Nel XII secolo, le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Nel 1111, le donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, tra cui il Monastero di San Pietro al Thimusso, sua grangia a Montesano

Le prime notizie circa alcuni monasteri italo-greci appartenenti all’ordine di San Basilio possono farsi risalire alle prime donazioni documentate che nei primi decenni del 1111, fece re Ruggero Borsa. In particolare si tratta di alcuni privilegi concessi dal figlio di Roberto il Guiscardo alla chiesa Salernitana, alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che ne accrebbe notevolvente il suo patrimonio e alla chiesa di Rofrano. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero Borsa d’Altavilla, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I° d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tomusso, ecc….Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116……tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata. Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5). Ecc..”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La Passigli, inoltre, a p. 380. scriveva che: “L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3).”. La Passigli dunque, a p. 380, nella sua nota (3), riguardo questi antichi privilegi, sulla scorta della Follieri (…) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, ecc..ecc….La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Dunque, vediamo cosa scriveva Enrica Follieri (…) sulla questione dei privilegi concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. Intanto vi è da dire che quando la Passigli scrive Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato, si riferisce al privilegio del 1116 concesso da re Guglielmo I° d’Altavilla e non da Ruggero Borsa. La Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461, riguardo i precedenti privilegi concessi alla chiesa da Ruggero Borsa e da Guglielmo I° in proposito scriveva che: “Re Ruggero, ecc…concede ecc.., la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro (16), con tutti i suoi diritti, grange  pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo (17). Aggiunge, per precisare l’estensine del feudo, un dettagliato περιορισμος (restrizione) dei terreni ecc…”. La Follieri, a p. 437, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Si tratta di Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111, e di suo figlio Guglielmo, duca di Puglia, morto nel 1127.”. Sempre la Follieri parlando del Leonzio citato nel documento greco del 1131, in proposito a p. 446 scriveva che: “A lui, presentatosi a Ruggero II in Palermo, sarebbe stata concessa la chiesa di S. Maria di Rofrano, con la conferma di tutte le donazioni già fatte in suo favore, alcuni decenni prima, da Ruggero Borsa e da Guglielmo duca di Puglia (75).”. La Follieri, a p. 446 nella sua nota (75) postillava che: “(75) Dello stesso parere è il P. G. Giovannelli, ‘Il monastero di S. Nazario’, pp. 71-72.”. Infatti lo ieromonaco Germano Giovanelli (…) nel suo ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), citato dalla Follieri, a p. 97 in proposito scriveva che: “Ruggero con lo stesso diploma dato a Palermo nel 1131…., conferma pure e dona all’Abbate di Grottaferrata tutti i beni che alla detta chiesa di Rofrano avevano prima di lui donato i suoi cugini Ruggero, Duca di Calabria, figlio di Roberto Guiscardo (+ 1085) e suo figlio Guglielmo….”nostro aurei sigilli Privilegio corroboramus firmamusque Sanctae praefatae Ecclesiae eius que Praesidi honorando Abbati omnia et quaecumque a Nostro felicis recordationis Consobrino Rogerio necnon eius filio Duce Guglielmo ei data et dicata vel quovis modo attribuita sunt ab ilis et a Nobis…” etc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, in proposito scriveva che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Breccia (…) in Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III° del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

I BENEDETTINI DELL’ABBAZIA DELLA SS. TRINITA’ DI CAVA DEI TIRRENI

Nell’XI sec., i benedettini di Cava e l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello di Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel XII secolo, Ruggero Borsa ed i Benedettini di Cava nelle nostre terre

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30). Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. Im onaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa. Tuttavia questa decrescente loro presenza nel Cilento in età normanna non implica che il monachesimo greco si sia limitato, nel luogo, alla sola fase ascetica come si è sempre affermato. Affiorano sempre nuovi e più convincenti indizi di un’attiva loro diffusione per alcune forre e boschi della regione intorno all’anno Mille, come si è visto. Del resto, se questi cenobi non fossero stati ancora numerosi e il ricordo della pietà e laboriosità attiva di quei monaci non fosse stata largamente diffusa nella regione, non si spiegherebbe l’arivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del faudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postilava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (334), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postilava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postilava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postilava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”.

Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

GUGLIELMO D’ALTAVILLA DUCA DI PUGLIA

Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.

Nel 1116, Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, conferma i beni e privilegi concessi dal padre alla chiesa di Rofrano

Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Vi è da dire però che su questo secondo privilegio di Guglielmo II di Puglia, morto nel 1127 e figlio di Ruggero Borsa. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Sulla questione ha scritto anche la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo “Il Crisobollo di re Ruggero II etc…” che stà in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’ pubblicato insieme ad Aromando, nel 2007 per i tipi di Zaccara, che, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131.. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero d’Altavilla detto ‘Borsa’, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, ed il figlio di Ruggero, Guglielmo II di Puglia, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…) a p….., riguardo il privilegio di re Ruggero II° d’Altavilla detto dalla Follieri (…), “Crisobollo”, a p….., in proposito nella sua nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal  P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione sei soldati, e quindici servienti.”. Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “…..Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Sull’argomento ivi ho dedicato un mio saggio dal titolo: “Dal 1114 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo II° di Puglia”, dove scrivevo di questo secondo privilegio concesso da Guglielmo II di Puglia alla chiesa di Rofrano che confermava le precedenti concessioni del padre Ruggero Borsa. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone”. Dopo la morte di Ruggero Borsa, nel 1111, successe il figlio Guglielmo II di Puglia a cui dovette provvedere la madre per la reggenza del Regno di Sicilia. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Carlo Carucci (…), scriveva che con il duca Guglielmo II di Puglia, ovvero il figlio di Ruggero Borsa, che prese le redini dell’ex Principato Longobardo di Salerno alla morte di suo padre Ruggero, furono continue le donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava ed in parte confemarono quei lasciti e privilegi consessi dal padre Ruggero Borsa. Infatti, il Carucci (…), parlando sempre di Guglielmo, in seguito alla successione dopo la morte del padre, in proposito scriveva che: “Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro Villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”.

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

RUGGERO II D’ALTAVILLA

Nel 1131, con il “Crisobollo” (Atto di donazione o privilegio), re Ruggero II d’Altavilla concede a Leonzio Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo alcuni monasteri tra cui quello di S. Maria di Rofrano da cui dipendevano anche S. Pietro di Licusati e S. Iconio di Camerota e la Terra di Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. La notizia andrebbe certamente ed ulteriormente indagata ed approfondita. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Cerchiamo di capire la seconda questione che è quella secondo cui il Laudisio scriveva che il Monastero o Abbazia minore di basiliani di S. Pietro di Camerota (così lo chiama il Laudisio) fosse passato alla giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata. La notizia è quella secondo cui, agli albori della dominazione Normanna e la costituzione del Regno di Sicilia con Ruggero II d’Altavilla, molti monasteri dell’area, già in precedenza grangie o controllati direttamente o erano alle dipendenze della più vasta baronia dell’abbazia di S. Maria di Rofrano. L’antichissimo monastero italo-greco di San Pietro a Licusati ed il suo vasto territorio doveva appartenere alla Baronia di Rofrano che era costituita dall’antichissima Abbazia di S. Maria a Rofrano. Secondo alcuni studiosi, come abbiamo già in precedenza visto, nel 1045, il monaco Benedetto, coofondatore assieme a S. Nilo dell’Abbazai di S. Maria di Grottaferrata nl Tuscolano si recò in visita dal Principe Longobardo Guaimario V il quale concesse l’annessione di tutti i beni dell’Abbazia di S. Maria di Rofrano a quella Tuscolana. Non esistono donazioni o documenti che attestino queste donazioni però l’ipotesi è suffragata da ciò che è scritto in un’altra donazione, quella del 1131 di re Ruggero II d’Altavilla chiamato “Crisobollo”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. Dunque, su queste donazioni ho già scritto per l’anno 1045 ecc…Sull’antico documento del 1131, il cosidetto “Crisobollo” di re Ruggero II non vi è espressamente citato il territorio o la grangia del monastero di S. Pietro di Licusati perchè come vedremo vengono elencati i possedimenti principali dipendenti dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Rofrano. Si deve però precisare che l’antichissima abbazia di S. Maria di Rofrano ebbe territori vastissimi donati già precedentemente dai principi Longobardi del Ducato di Benevento. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. L’antichissima Abbazia di S. Maria di Rofrano che insieme a quella di S. Nazario a Cuccaro Vetere e di S. Giovanni a Piro costituirono nel basso Cilento delle vere e proprie Baronie indipendenti dal potere Regio ed Ecclesiastico, nell’anno 1131, con Ruggero II d’Altavilla, passarono alle dirette dipendenze della più giovane e vasta Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma che fu fondata proprio da S. Nilo che aveva soggiornato nelle nostre abbazie. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Il Crisobollo o bulla aurea o “nonnula iura monimenta” è un privilegio o concessione fatta da un re.  La ‘Crisobolla’, o ‘Bolla d’Oro’ (in latino: Bulla Aurea, in greco: Κρυσοβυλλὸς, leggi crysobyllòs), cioè “sigillo aureo”, era un particolare tipo di documento ufficiale in uso presso la Cancelleria Imperiale presso la corte Bizantina di Costantinopoli e adottato poi nel Medioevo anche presso le corti occidentali. Il termine deriva dal greco antico χρυσός (chrysos), cioè “oro”, e dal latino bulla, cioè “oggetto rotondo”, con riferimento al sigillo impresso in calce ai documenti ufficiali: dal sigillo stesso il termine passò ad indicare per estensione l’intero documento. Caratteristica della bolla aurea era l’impressione del sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza dell’editto. Dalla tradizione bizantina l’uso della bolla si estese nel Medioevo in Europa occidentale con le Bolle pontificie, le Bolle imperiali e quelle emanate dagli altri sovrani occidentali. La maggior rarità con cui si ricorse all’uso dell’oro nell’emanazione delle Bolle in Occidente, fece sì che le Bolle d’Oro finissero per risultare collegate a documenti di particolare importanza. Questo privilegio, con cui re Ruggero II ratificava i possedimenti già concessi dai predecessori venne poi in seguito rinnovato anche dai successivi re come come Guglielmo I e Guglielmo II. Al tempo dei Florio di Camerota, non sappiamo se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano, come invece risulta dal ‘Catalogus Baronum’. La carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, ………………….Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro a Licusati. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citato “…………………………………………”.

Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Maria Teresa Caciorgna, ‘Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda’, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. 8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc..Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Dunque, facciamo il punto di ciò che diceva l’Ebner. Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Ecc..”. Pietro Ebner aggiunse pure che questi lasciti o donazioni del principe Longobardo Guaimario V che annetteva la chiesa di Rofrano e la donava nell’anno 1045 all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano vicino Frascati furono, poi in seguito confermati dal cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II d’Altavilla datato anno 1131 e da altri principi come Ruggero Borsa. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. Su questo documento Ebner scriveva che: “Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89).” e, a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino

Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, nella nota (47) postillava che: “(88)…..S. M. di Grottaferrata a Rofrano, …….Chiesa, questa, che era assai fiorente con le sue 11 grancie, tra cui la chiesa di S. Maria de Vita in località S. Vito di Fogna (Villa Littorio).”. Sempre Ebner, a p. 84, in proposito scriveva pure che: “Lo “stato” di Laurino, costituitosi con l’assenso di re Ladislao,…..Esso constava di Laurino e di cinque casali, e cioè Laurino Piaggine, etc…Fogna o Fonga, e di due casali scomparsi: Zedalampe, nei pressi del vallone Ripeti (37), e Vito, grancia sempre della tuscolana Badia italo-greca di Grottaferrata, ma dipendente prima dalla badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi del cenobio di S. Pietro al Tumusso di Montesano (v.). Di ambedue questi abitati erano visibili ancora le rovine nella seconda metà del ‘700.”. Dunque, il casale di Vito a Fogna, dice Ebner era a Villa Littorio. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Maggiori notizie sulla badia di S. Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di S. Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di S. Maria è già notizia nel diploma in greco (v. la trascrizione in latino Cap. V, 4) di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 6639 = 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di S. Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata (“In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini”). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula (v.). Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria de Siripi (Sanctae Mariae de Seripti) a Sanza, grangia o metochio del monastero di S. Maria di Hodegitria a Rofrano, donata da re Ruggero II all’abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata vicino Frascati

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia fi S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (…), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…).. Dunque, re Ruggero II d’Altavilla, nel privilegio regio del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero”, confermò a Leonzio anche il monastero di Santa Maria di Siripi di Sanza. Ho già detto che re Ruggero II donava a Leonzio e confermava le già precedenti donazioni di Guaimario e di Ruggero Borsa fatte in precedenza alla chiesa di Rofrano, di cui ho già parlato nei miei precedenti saggi. Dunque, questi beni esistevano da molto prima del 1131. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano,……Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116.”. Il documento del 1131, detto “Crisobollo” è una conferma dell’esistenza di questi beni e monasteri. Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, il monastero di S. Maria di Sirippi di Sanza con celle e dipendenze. Ebner, scriveva: “il re non poteva negare al prestigioso abate di Grottaferrata di riconoscergli le 11 dipendenze che la celebre abbazia possedeva nei luoghi. (p. 431 ‘Chiesa Baroni e popolo nel Cilento’). Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri”, le sue “granciis, villis et pertinentiis suis”, e cioè i cenobi di S. Arcangelo di Campora, di S. Maria di Vita (3) di Fonga o Fogna (odierna Villa Littorio), di S. Zacaria di Sassano (4), di S. Pietro al Tomusso di Montesano  di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, Ebner scriveva del “Crisobollo” e diceva che una delle dipendenze o grange di S. Maria di Rofrano, nel 1131, fosse la grangia  “…..di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II, a p….., nel saggio “Gli Statuti di Sanza”, in proposito scriveva: “Gli statuti vennero pubblicati da G. Ghiriatti in “Archivio storico della provincia di Salerno”, fasc. II e III 1934, pp. 152-178, da un ms. cartaceo di 24 ff (22 x 15) ben conservato e datato 1761. Etc…” ma, sul monastero non dice nulla. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, nel saggio “Gli Statuti di Rofrano”, a p. 496, in proposito scriveva: “Prime notizie sicure del diploma di re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè nel 1131, IX indiz (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava all’abate Leonzio etc…., le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2)……, il riconoscimento delle sue undici dipendenze (3).”. Ebner, a p. 496, nella nota (1) postillava: “(1) Il diploma venne pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano, Salerno, 1873, p. 69 sgg.”. Ebner, a p. 496, nella nota (2) postillava: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del locale seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner, a p. 496, nella nota (3) postillava: “(3) Grancia di S. Maria de Vita a Laurino, grancia di S. Zaccaria a Diano (in effetti a Sassano che faceva parte dello “stato” di Diano), grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, etc…., e la grancia di S. Maria di Siripi a Sanza.”. Ebner, a p. 497, vol. I, in proposito scriveva pure che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Etc…”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, pubblicato da un Anonimo nel 1819, (uso la ristampa dell’edizione di Salerno del 1873), ristampa di Forni editore, dove a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Inoltre dal Diploma di Ruggiero si rileva, come ho accennato, che amplissima era la giurisdizione del Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel modo seguente: ……11. La Grancia di S. Maria de Siripi nel territorio di Sansa. La contrada detiene l’antico nome.”. Dunque, il Ronsini elencando le dipendenze di Rofrano scriveva che “Siripi” è l’antico toponimo dell’antica contrada. Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “I beni elencati nel privilegio di re Ruggero II, consistevano nella chiesa di S. Mariadi Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava ad indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo ecc…Esse erano site nelle diocesi di Policastro e di Capaccio nel Cilento ricco di fondazioni bizantine…”Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri, grangia Sanctae Mariae de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sancti Zacchariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Archangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territori Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancti Nicolai de Siracusa in territorio ville Didascalie, grangia Sancti Nicolai de Benevento, grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che, nel 1877 riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); ecc..”Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S Arcangelo nel territorio di Canpora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola. 9 S. Nicola di Benevento. 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto di Policastro. 13. S. Nicola a Sapri..

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Dunque, lo chiamano 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza.”. Di questo monastero, il Martire scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: etc..”. Dunque, di questi monasteri, grange di Rofrano e donate da re Ruggero II a Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati, il Martire  scrive che se ne parlava nel “Bios” di S. Nilo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Loredana Pera (…), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di …..Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). Etc…”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Susanna Passigli (….), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; etc…”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, nella nota (25) postillava che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, stranamente non dice nulla sul casale di “Sansa” e, non dice nulla sull’antico monastero di S. Maria di Sirippi. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “La presenza italo-greca a Sanza è documentata dall’inizio dell’età normanna (1077-1194) ed è connessa alla Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (64), una delle dipendenze più importanti, seppure la più lontana, della potente (e omònima) Badia tuscolana (Gripta Ferrata de Urbe) fondata da S. Nilo all’inizio del Millennio. La badia rofranese possedeva ben 9 grange (65), tra cui quella di ‘S. Maria de Siripi in territorio Sansae’, verosimilmente già per donazione longobarda (66), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (66) postillava: “(66) E’ probabile che il principe longobardo di Salerno Guaimario V (1027-1052), che nel 1045 accolse benevolmente il cofondatore della Badia di Grottaferrata, Bartolomeo, sia stato il primo a donare la chiesa rofranese coi suoi beni al cenobio tuscolano.”. Fusco, a p. 56 continuando il suo racconto scriveva pure che: “….poi normanna coi duchi Ruggero Borsa e il figlio Guglielmo (67) e, nel 1131, del neore del Regno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (68). In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di Sansa, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72). “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) Etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) …..etc…”. Fusco, a p. 213, nella nota (89) postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano”, a pp. 44-51, in proposito scriveva che: “Un’altra fondazione italo-greca, Santa Maria di Rofrano, nel Cilento meridionale, era dotata di un patrimonio vastissimo che comprendeva anche la giurisdizione su alcuni insediamenti di una certa importanza. La descrizione in dettaglio di tutti i suoi possedimenti si trova in un diploma di Ruggero II del 1131 (10). L’atto costituisce l’attestazione più antica dell’esistenza del monastero, anche se l’estensione e la varietà del patrimonio descritto rimanda ad un’epoca di molto anteriore alla stesura del diploma ruggeriano. Nel primo trentennio del XII sec. S. Maria di Rofrano, che risulta essere, a quell’epoca, una dipendenza di Grottaferrata, possedeva metochi a Laurino, a Sassano, Sanza e nei dintorni di Montesano, a Policastro, a Rivello, a Benevento e in Calabria; mentre a Salerno etc…”. Alaggio, a p. 51, in proposito scriveva pure: “A molte delle sue dipendenze, specie quelle ubicate nel Vallo di Diano, può essere attribuito un ruolo propulsore nella genesi dei nuclei originari degli attuali insediamenti o, quanto meno, un’azione promotrice del loro sviluppo; come dovette accadere per San Zaccaria di Sassano, o per Santa Maria di Siripi a Sanza, per S. Pietro al Tumusso in territorio di Montesano, oltre che per la stessa Rofrano (11).”. Alaggio, a p. 44, nella nota (10) postillava: “(10) Per la trascrizioe del documento, la cui copia è custodita nell’Archivio dell’abbazia di Grottaferrata, si veda P. Ebner, Chiesa Baroni e popolo nel Cilento, (Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris Aev, XII, 6), vol. 2, Roma, 1982, vol. I, pp. 158-160.”. Alaggio, a p. 51, nella nota (11) postillava: “(11) Ibidem, p. 159: “Granciae vero huius presentis monasterii hae sunt. In primis grancia Sanctae Marie de Vito, que est in tenimento seu territorio Laurini, et grancia Sancti Zachariae que est in territorio Diani, et grancia S. Petri de Tumusso quae est in territorio Montissani”. Alaggio, a pp. 83-84, in proposito scriveva pure: “La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di rilatinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22)….Tale politica di promozione è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI sec., di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano, e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di San Lorenzo di Padula (24).”. Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(22) Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I monasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in Il passaggio del dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonseca, Taranto 1977, pp. 197-219.”. Loredana Pera (….), nel saggio Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 158, in proposito scriveva che: “c. 64r   In tenimento Sanse (25)   Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Santa Maria de Sarippi, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus, possessionibus et pertinentiis suis.”, che tradotto è: Del suddetto monastero hanno i beni sottoscritti, cioè il monastero o grancia detta di Santa Maria de Sarippi, dell’ordine di San Basilio, con tutti i suoi diritti, possedimenti e pertinenze”. Vittorio Bracco (….), nel suo: “La descrizione seicentesca della “Valle di Diani” di Paolo Eterni”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dopo un miglio sopra un eminente collina sono le rovine della Villa Calvanello, che fu di Costanzi di Diano, edificata con la Sala, Padula, Montesano, Casalnuovo, e Sanza dal nominato Silla nella sua legazione della Guerra Sociale con Lucani dopo la distruzione di Stabia, e pompei di Campagna felice, ed edificazione di Roma anni 786 (46).”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), tesi di Laurea in dottorato col Prof. Francesco Barra, anno Accademico 2013-2014, le cui notizie specialmente riguardo la ricostruzione storiografica sul monastero di S. Pietro al Tomusso, e non solo, vanno considerate con cautela a causa delle notevoli omissioni ed imprecisioni. Solo per citarne una, il Bellotta, a p. 131 parlando delle caratteristiche del territorio del Vallo di Diano scriveva che: “Il Vallo di Diano, come indica il nome, è una vallata circondata e protetta da nuerose montagne: il monte Cervati è il rilievo montuoso più significativo, posto a una altezza di 1899 metri sul livello del mare, nei pressi di Sanza, sulla cui cima è stato eretto un santuario dedicato alla Madonna della Neve…..(p. 132) per es. sul monte Gelbison e sul Cervati, rispettivamente al Santuario della Madonna di Novi Velia e a quello della Madonna della Neve a Sanza.”. Bellotta, a p. 137, nella nota (12) postillava: “(12) S. Maria di Siripi a Sanza, etc…”. Bellotta, a p. 138, in proposito scriveva che: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dall’archimandrita Athanasios Chalkéopoulos, che si recò invece, negli altri cenobi campani (S. Giovanni Batista a San Giovanni a Piro, S. Cono a Camerota, S. Maria a Centola e S. Maria a Pattano). Nei primi anni del Settecento, il “Procuratore” di San Pietro al Tumusso, don Nilo Marangi, scrisse ai suoi superiori di Grottaferrata, chiedendo che venisse compilata una nuova platea dei beni per far fronte alle continue usurpazioni che venivano fatte ai danni dei possedimenti dell’ente….La vendita di San Pietro al Tumusso ai certosini di Padula avvenne qualche anno dopo, precisamente il 31 maggio 1726, e segnò il punto di non ritorno dell’esperienza dei monaci italo-greci nel vallo di Diano, poichè i padri basiliani lasciarono definitivamente il cenobio (14).”. Bellotta, a p. 138, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo di Padula”, busta 5615 etc…”. Bellotta, a p. 144, in proposito scriveva pure che: “….il monastero aveva “molte possessioni nelli suoi feudi”, concentrate nei feudi di S. Pietro di Montesano, di S. Zaccaria di Sassano, di S. Maria di Vico di Fogna e in alcuni territori di S. Rufo, San Giacomo (monte San Giacomo), Casalnuovo (Casalbuono), Diano (Teggiano), Buonabitacolo, Padula, Sanza e Policastro.”. Bellotta, a p. 144, nella nota (5) postillava: “(5) Archivio Diocesano di Vallo della Lucania, Platea censuum intritum, bonorum stablium, et actionum Grancie S. Petri dicti del Tamusso prope Montesanum Ordinis S. Basilii Magni pertinentium ad insigne Cryptae Ferratae confecta in anno 1710, f. 1r.”. Bellotta, a p. 145, in proposito scriveva: “La struttura della platea del monastero di San Pietro al Tumusso è unitaria, ma per comodità di chi si accinge a studiarne e analizzarne il contenuto la si può suddividere in cinque sezioni, corrispondenti ai feudi, ……S. Maria di Sirippi a Sanza (ff. 75v. – 76r.) – nei quali si trovano beni di carattere immobiliare di proprietà dell’ente ecclesiastico.”. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a p. 65, in proposito scriveva che: “Sorto probabilmente in età normanna quando l’Ordo Cavensis si consolitò nel Cilento e nel Vallo di Diano (137), il Monasterium S. Petri forse fu benedettino e con quello basiliano di Sirippi sopravvisse, con fasi alterne, sin verso la metà del XIX sec. Non se ne sa molto, se i non i nomi di alcuni abati e qualche particolare: Abate Angelo, nel 1352 (138); etc…”.

Nel 1131, la contrada di “Seripti” o “Sirippi”, non lontana dal Centaurino, tra Sanza e Rofrano

Come abbiamo visto, Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”Dunque, già dal 1116 vi era una contrada chiamata “Siripi” o “Sirippi” con un monastero, celle e dipendenze, e forse anche un molino. Ma dove si trovava di preciso questa tenuta che, molto probabilmente fu donata ai monaci di Rofrano dal principe longobardo Guaimario V ?. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “….10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11.”. ovvero nel 1131, secondo il documento detto “Crisobollo” la tenuta o grangia di Rofrano si trovava “in territorio di Sanza”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), parlando dei “beni extra-territoriali” o “extra moenia”, del monastero di S. Pietro al Tumusso, a p. 164, in proposito scriveva che: “Due terreni si trovavano in terra buonabitacolese, mentre a Sanza sappiamo solo che l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi, senza che venissero specificati i nomi dei coloni e il censo che annualmente erano tenuti a versare, oppure la qualità, l’estensione e la locazione del bene posseduto.”. Dunque, il Bellotta scriveva che dalla platea del 1710 di Marangi risulta che “…l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi”.

Bellotta, p. 164

(Fig…) Bellota Carlo, op. cit., pp. 163-164

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “…il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di ‘Sansa’, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72).”. Dunque, il Fusco scriveva che la “contrada Sirippi” si trovava  nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71).”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, a p. 84, nella nota (74) postillava: “(74) Oggi della Chiesa di S. Maria de Siripi (o, come pure dicevano i contadini della zona, di S. Maria di Sirino, per cui cfr. I, n. 29), della grancia e del casale non resta altro se non il geotoponimo.”. Fusco diceva che la grancia di S. Maria di Sirippi veniva detta dai contadini del luogo “Santa Maria di Sirino”. Fusco scriveva che oggi della grancia di S. Maria di Sirippi non resta più nulla. Resta il geotoponimo del luogo. Fusco continuando il suo racconto scriveva pure che:  “La vox populi riferisce di una grande frana scesa dalla montagna soprastante (Colle del Pero) che avrebbe sepolto tutto.”. Dunque, per localizzare il luogo, questo passaggio del Fusco è interessante perchè egli, sulla scorta della tradizione orale del luogo scriveva che la tenuta di Sirippi scomparve a causa di una frana che cadde dalla montagna del Cervati, e precisamente dal “soprastante Colle del Pero”, ovvero un colle sul monte Cervati dove oggi si può vedere anche un rifugio di alta quota. Dunque, la tenuta di “Sirippi” si trovava ad una quota molto più bassa rispetto al “Colle del Pero”. Infatti, guardando la geomappa satellitale di “Google maps” si può vedere che a metà strada della statale provinciale SS. 18b che da Sanza va a Rofrano troviamo la “tenuta Sirippi”, un piccolo agglomerato di case rustiche. Il luogo detto “tenuta Sirippi” si trova quasi alla quota della statale provinciale, il cui tracciato stradale ricalca più o meno le pendici del monte Cervati o della tenuta del Centaurino e corre da Sanza al cosiddetto “Piano della Croce” per arrivare al casale di Rofrano. Oggi il cosiddetto “Piano della Croce” è un crocevia di sentieri pedemontani posto nel comune di Rofrano, ai piedi del monte Cervati. Fusco riferisce una notizia di G. Laveglia (….), e scriveva pure che: “L’insegnante G. Laveglia (Itinerari turistici a Sanza, cit., p. 21 sg.) scrive che all’inizio del Novecento giovani sanzesi dilettanti scavarono sul posto (in proprietà Barzelloni, che nella prima metà dell’Ottocento comprarono da Felice Laveglia) rinvenendo oggetti in terracotta, candelieri e un sarcofago; tali reperti, portati in Chiesa Madre, andarono poi smarriti.”. Infatti, percorrendo la ss. 18b, prima di arrivare alla tenuta Sirippi si vede l’insegna che la tenuta è di “Barzelloni Giulia”, erede della famiglia che comprò il luogo da Felice Laveglia. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che: Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”, in quanto ritengo che la contrada “Siripi” sia si lungo la cosiddetta “via del sale” che portava ai porti di Palinuro e della Molpa, ma il “valico” ed il “nodo viario per la biforcazione” di cui parlava Ebner si trova lungo l’antico tracciato pedemontano e carovaniero che oggi ricalca più o meno la statale SS. 18b, che collega Sanza a Rofrano, e che da Rofrano scende verso la valle del Mingardo da cui si raggiungono i porti Velini di Molpa e Palinuro. Forse questa tenuta faceva parte della vasta tenuta del Centaurino, anch’essa donata dai principi longobardi ai monaci di Rofrano. Fusco, a p. 57, in proposito continuava scrivendo che “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Verosimilmente furono eseguite opere di terrazzamento e di canalizzazione (le acque della sorgente Fèstola, di numerosi ruscelli che scendevano dal Centaurino e del Bussento permettevano non solo l’irrigazione ma anche la nascita di ‘molèndina’, mulini, ecc.., ampi pascoli (pedìa) per …(l’allevamento brado dei suini avveniva sul Centaurino e quello bovino sul Cervato” (73). Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) che, con quello sorto più tardi nella non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro, costituì un segno importante sul territorio dell’evoluzione delle forme abitative in epoca normanna, le quali per la prima volta dopo l’età tardo – antica riproponevano il modello dell’insediamento sparso (75).”. In questo passaggio Fusco ci parla di alcuni toponimi come “le acque della sorgente Fèstola”, oppure del toponimo: non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, nel cap. I, a pp. 4-5 scriveva: “in località Santo Stefano si incontravano, in un trivio di fondamentale importanza, le tre carovaniere (o Vie del Sale) pìù vitali dell’area: quella proveniente da Pissunte, da mezzogiorno, quella che saliva da Palinuro, da occidente; quella infine che arrivava da oriente, dal sud del Vallo di Diano. Lasciato il Vallo nella sua parte meridionale e superato prima il Calore- Tanagro e poi il Peglio (16); si procedeva ecc…Ad ovest del colle il percorso si biforcava: per Molpa – Palinuro procedeva dritto attraverso i campi, le contrade Valleraia (18), Sirippi (19), Cornitello, fino a salire alla Croce di Rofrano (a nordovest del Centaurino)(20). per poi scendere lungo il percorso del Faraone – Mingardo, far tappa sul costone del Capitenali (tra Castelruggero e Roccagloriosa) ecc..”. Fusco, a pp. 13-14, nella nota (18) postillava: “(18) Percorrendo la rotabile per Rofrano si possono notare sulla destra, dove inizia il tratto sterrato che porta alla sorgente di Monte Mezzano nella gola della Zàccana, i ruderi dela Cappella di S. Silvestro. Lì finisce la contrada Valleraia (nei documenti pure Valle Raja, dove ‘raja’ sta per “illuminata e riscaldata dai raggi del sole)” etcc..”. Fusco, a p. 14, nella nota (19) postillava: “(19) Sulle suggestioni e sui collegamenti richiamati dal toponimo (Siris, colonia greca sorta sullo Ionio etc…, Sirino; Lago Sirino) congetturiamo nelle pagine 183 e 184 del nostro ‘Quando la storia tace, ecc.., cit., forse la stessa carovaniera in quel tratto era detta Siripide. Cfr. n. 29”. Fusco, a p. 14, nella nota (20) postillava: “(20) La Croce di Rofrano (per i Rofranesi è la Croce di Sanza) dagli studiosi è detta pure passo Beta, che va inteso come Passo dell’Abete, etc…”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204.”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204”. Fusco si riferisce al suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992. Fusco, nel 1992, a p. 204, in proposito scriveva che: “…, quindi probabilmente anche la grancia di Sansa, la quale così risale quantomeno alla seconda metà del secolo XI. Nell’alta Valle del Bussento, sulla sponda destra del fiume, i Basiliani diedero così vita ad una grancia fiorente, raccolta intorno alla cappella di ‘Santa Maria de Siripi’ o, come dicono ancora i contadini della zona, di ‘Sirino’. Non è chiaro il rapporto tra la Madonna della Grotta sul Cervato e ‘Santa Maria de Siripi’, ma è probabile che un gruppo di monaci, dopo la prima fase lauritica sulla montagna sacra (la contrada ‘Sirippi’ si estende alle falde del monte) dove molte grotte potevano offrire ricetto agli anacoreti (grotta della ‘Votàreva’, di ‘Schiena d’Asino’, del ‘Tròccano’, di ‘Varco del Risico’, degli ‘Speràli’, di ‘Varco la Peta’, del ‘Fanciullo’, di ‘Cianni Barretta’, delle ‘Fontanelle’) e al loro simulacro, abbia poi dato vita, dietro la spinta espansionistica dei religiosi di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, alla fase cenobitica di ‘Siripi’. La contrada, che degrada verso il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina, di cerri e di castagne, prima brulla e coperta di cespugli etc…L’esistenza di questo agglomerato medioevale sembra si possa arguire dallo stesso ‘Privilegio’ di Ruggiero laddove, elencandosi i confini territoriali della grancia di Rofrano, è detto che essi scendono ‘ad viam de Vallibona…..et in spelungam cornitelli…et in Cruce, quae dicitur Sansae’: quest’ultima contrada ancora oggi presente nella toponomastica della zona (‘Croce di Rofrano’ per i Sanzesi che vanno a Rofrano, ‘Croce di Sanza’ per i rofranesi che vengono a Sanza), sembra coincida appunto con quella di ‘Sippi’, non certo con la groppa la quale sorge l’abitato attuale, molto più a est (5-6 chilometri). Della grancia e della annessa cappella di ‘Santa Maria de Siripi’, nonchè del casale di ‘Sansa’ altomedioevale, non è rimasta traccia veruna: una lunga tradizione orale parla d’una grande frana scesa dalla montagna che avrebbe seppellito tutto (158). Una collinetta in detta contrada di ‘Sirippi’, proprio sotto la montagna, ha tutta l’aria di essere quanto resta del cumulo di massi e di detriti scesi dalla montagna. La scomparsa della grancia di ‘Siripi’ non segnò però la fine dei culti introdotti dai Basiliani: santi come Santa Sofia (160), San Nicola etc…”. Fusco, a p. 14, nella nota (21) postillava: “(21) Ancora nel XV sec. il collegamento Vallo di Diano – Sansa – Rufranum risultava vitale per il traffico delle merci (cfr. R. Moscati: Il Registro 2903 della Cancelleria Neapoli dell’Archivio della Corona d’Aragona, in Studi in onore di Riccardo Filangieri, Napoli, 1959, I, CV, p. 522 sg.) e della rinomata pietra del Centaurino che raggiungeva – pare – addirittura Salerno e Napoli (cfr. C. Vultaggio: La Viabilità in AA.VV.: Storia del Vallo di Diano, cit., II, p. 88.”. Fusco, a p. 84, nella nota (72) postillava che: “(72) ……Della grancia di Sirippi resta ancora traccia in una platea del 1576 redatta dal notaio sassanese Ferdinando Romanello (grance di Sassano e Sansa); in un altra del 1710 ordinata dal procuratore di S. Pietro al Tomusso Nilo Marangi (per l’occasione furono incaricati della ricognizione dei beni sanzesi gli esperti Tommaso Angelo Camporese e Antonio Cozzi); in una verifica del 1823 ordinata dal consigliere d’Intendenza Gabriello Giuliani risultò che a Sirippi la Badia rofranese possedeva ormai solo 4 appezzamenti di terreno che rendevano 27,40 ducati annui.”.

Felice Fusco (….), nel suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992, a p. 185, in proposito scriveva che: “..; d’altra parte a Laurelli si può opervenire facilmente dall’agro di Sanza valicando il Centaurino al passo non elevato della ‘Recoddàta’ (Decollata) e attraversando l’odierna frazione della Caporra. Questa seconda via per passare nell’agro di Caselle dovette tornare particolarmente utile agli abitanti di ‘Siripi’ che, disceso il corso del Bussento fino all’altezza del Ponte dell’Abate, risalivano facilmente il Centaurino fino al valico della Decollata, abbreviando notevolmente il percorso oggi segnato per lo più dalla statale 517. Anzi vien fatto di credere che chi risalisse le balze di Caselle a partire dalla confluenza dello Sciarapotamo ( ξηροποταμος = fiume secco) e di Vallone Grande del Bussento risorto sotto Morigerati, etc…”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. La rilevante diffusione di insediamenti benedettini nel Cilento e nel Vallo di Diano è stata sempre interpretata come strettamente legata all’insediamento normanno. È da escludere, però, che la promozione da parte dei nuovi signori dell’espansione dell’Ordine benedettino sia da collegare ad una politica religiosa decisa a rilatinizzare una regione fortemente interessata dalla presenza di fondazioni e comunità greche. È opinione ormai largamente condivisa che la conquista normanna abbia comportato l’annessione delle piccole realtà monastiche diffuse nei loro domini, ai grandi cenobi sia greci che latini, e questo per ovvie opportunità politiche legate al controllo del territorio e all’allargamento della base del consenso tra le popolazioni locali. Non si spiegherebbe altrimenti il grande favore di cui godettero le grandi abazie bizantine di Sicilia o alcune del Mezzogiorno peninsulare, come il monastero di S. Elia e S. Anastasio di Carbone, diventata grazie all’intervento di re Guglielmo sede archimandritale, San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole in Puglia, la cui fondazione fu voluta proprio da Boemondo principe di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo. Anche nel processo di consolidamento del potere, nell’ampia regione posta a Sud del Sele, i signori normanni assunsero un comportamento mirato sostanzialmente ad un controllo capillare del territorio, libero da posizioni ideologiche o da presunti programmi di rilatinizzazione dettati dalla loro alleanza con il Papato. La prova è nel fatto che nonostante la penetrazione dell’Ordine benedettino in questi territori sia stata veramente importante, l’abbazia greca di Santa Maria di Rofrano sopravvisse, insieme ai suoi metochi di Montesano, di Sassano, di Sanza e Buonabitacolo, per essere poi sottomessa da re Ruggero a quella che sarebbe diventata la più importante abbazia greca d’Italia, il monastero fondato da s. Nilo a Grottaferrata. La presenza benedettina consolidò quel processo di sviluppo demografico e di messa a coltura inaugurato dal monachesimo italo-greco in questa parte del salernitano, certamente ne consolidò gli esiti sulla lunga durata rispondendo, la sua logica, alle stesse misure di sfruttamento razionale delle risorse naturali e di progressiva crescita dell’ambito rurale. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicolas, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fede “” Egli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Caselle e l’Abazia di “S. Angelo di Pitraro”, dipendenza dell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata

Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”.

Gatta, p. 69

Analizzando le parole del Gatta (…), che scrisse nel 1723, e poi il figlio Giuseppe, che pubblicò le “Memorie” del padre nel 1743, quando egli scrive che: vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica”, io credo che la donazione fatta dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario III, a cui si riferisce il Gatta, si riferisca ad una donazione fatta alla chiesa di Rofrano e non specificamente a quella di Caselle. Le notizie da cui attinse il Gatta, le notizie storiche tratte da Tommaso Maria Alfani (…), facevano riferimento alle munifiche donazioni che alcune chiese e monasteri del basso Cilento ricevettero dai principi Longobardi del Ducato di Benevento prima e del Principato di Salerno dopo. E’ lo stesso Felice Fusco (…), che lo dice sulla scorta di Nicola Acocella e di Pietro Ebner (…), che trattarono la questione. Io stesso ivi ho pubblicato un mio saggio dal titolo: “Nel 501, le donazioni Longobarde ai monasteri del basso Cilento”. Il Gatta (…), citando l’antica donazione del Principe longobardo Guaimario III, scriveva che: ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi”, ovvero il Gatta, sulla base dell’Alfani, scriveva che nel XI secolo, Guaimario III, eresse o fece costruire un monastero di Benedettini. Il Gatta, aggiunge che al suo tempo, ovvero verso la metà del secolo XVIII, il monastero benedettino fatto costruire da Guaimario III, era chiamato qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Dunque, il Gatta, scriveva che al suo tempo, nel secolo XVIII, il monastero a Caselle era chiamato Badia, dunque si trattava di un monastero o abazia di benedettini e che essa (“al presente”), apparteneva alla “ragione Apostolica”. Costantino Gatta (…), nel suo “La Lucania illustrata”, che pubblicò nel 1723 per i tipi di Abrì e, dove riportò moltissime notizie tratte da un ‘Chronicon’ inedito scritto da frate Luca Mannelli (…), a cui ho ivi dedicato un mio saggio e pubblicato le pagine originali ed inedite. Il Gatta, ne scrive nelle pagine pp. 68-69-70: “…quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa per pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa.”. Anche Pietro Ebner (…), a p. 648 del vol. I, scriveva la stessa cosa: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Dunque, anche Ebner (…), sulla scorta del Gatta, scriveva che l’antico Cenobio di Caselle, fatto costruire dal principe longobardo, era alle dipendenze della Sede Apostolica. Cos’è la Sede Apostolica e cosa voleva dire Ebner ?. Il Fusco, nella sua nota (70), segnalava che stessa cosa aveva scritto il Beltrano (…). Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis’, pubblicato nel 1671, dunque prima del Gatta e dell’Alfani (…), a p. 135, in proposito alla Terra di Caselle, scriveva che, nella: “….Terra di Casella…vi è ‘Ius Patronato’ istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dunque, Ottavio Beltrano, nel 1671, scriveva che la “Terra di Caselle”, vi era stato istituito lo “Ius Patronato” dal principe longobardo Guaimario III e che esso (lo ‘Ius Patronato‘) si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Quando scriveva Beltrano, nel 1671, la “Terra” di Caselle (come pure quella di Morigerati), appartenevano alla Baronia di Rofrano che a sua volta era alle dipendenze della Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, dipendente a sua volta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, dipendente a sua volta dalla Santa Sede Apostolica. Riguardo la Sede Apostolica da cui dipendeva il monastero benedettino o l’Abazia benedetina di Sant’Angelo a Caselle, cito ciò che scriveva nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, a p. 173, parlando della chiesa di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (…), in proposito scriveva che: “Il paese nuovo prese il nome dell’antico e si raggruppò intorno ad un cenobio di Basiliani situato presso la chiesa di Grottaferrata là dove ora torreggia il palazzo Baronale. E quivi accorsero pure gli abitanti di Fugento. Ruggero, primo Re di Sicilia, concesse la badia e il feudo di Rofrano a Leonzio abate basiliano nel 1131; ma il cenobio esisteva fin dalla seconda metà dell’XI secolo. Ma come ben dice il Ronzini, l’orma del sandalo basiliano impressa sul suolo di Rofrano fu cancellata dal tempo: ed oggi un mistero avvolge come la generazione così tutte le origini. La badia fu poi data in commenda al cardinal Gio. Colonna; ma ciò produsse la rovina dei commendati. Il feudo di Rofrano passò nel XV secolo ad Arcamone conte di Fondi, e poi a Gio. Carafa conte di Policasto, il quale spulse gli ultimi basiliani e fè costruire il Palazzo Baronale ecc..ecc…”. Dunque, il De Giorgi (…), sulla scorta del Ronsini (…), parlando di Rofrano, ci dice delle donazioni Normanne alla chiesa di Rofrano. Infatti, l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Caselle, era alle dipendenze dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano.

Reg.bess.4

(Fig…) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In castro Rofarani”.

Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”Il Fusco, nella sua nota (76), postillava che: “(76) La pergamena (in Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’Indizione, è databile con buona approssimazione in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5), datate 1198.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484”.

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Forse è la stessa pergamena greca citata dal Fusco (…), Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Trinchera F., Syllabus etc., p. 250

Le Grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio saprese (il “Portus”)

Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicipato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

martire-d-p-150.png

(Fig…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150

Martire D., p. 151

(Fig…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 151

Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”.

S. Fantino 1

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca.

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi qui pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”.

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG

Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia dei Palamolla a Torraca. Dunque la Grangia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (4) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini) (…) – di cui peraltro quì abbiamo pubblicato uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”.

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

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(Fig….) Il Cenobio basiliano a San Giovanni a Piro (SA).

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(Fig….) Stauroteca – croce con figure e smalti, oggi a Gaeta (…).

Il Laudisio (22), dopo aver parlato dei lutti dovuti ai Longobardi, citati da Papa Gregorio Magno – si veda la lettera al Vescovo Felice di Agropoli – traendo la notizia da sua nota (28): “Anhast. Bibli. in papa Paulo, apud Bern., Hist. haer., tom. 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, Historia di tutte le eresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Graecae modulationis psalmodiam esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas)”,  e poi nota (29) su Niceforo Foca: “Cardin. de Luc., Annot. ad Concil. Trid. , disc. 8, num. 25 et disc. 14, num. 21″,  scriveva in proposito: “..nell’ottavo (secolo) in questo regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone Isaurico e suo figlio Costantino Capronimo, infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole imopunemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, e così e ancora oggi chiamato il paese che a poco a poco incominciò allora a sorgere attorno all’abbazia, la chiesa di Bussento, perchè ancora affidata alla reggenza del Vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma. Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un nome greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli ecc..Leone il Sapiente nell’887 avocò per sempre al trono di Bisanzio le chiese che nel secolo precedente erano state strappate alla chiesa di Roma; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino.”. Il Guzzo (40), ed il Palazzo (24), sulla scorta del Borsari (4) e del Cappelli (5), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (4), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (23) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (15) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (41)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona non è stato sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (6): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Non concordiamo del tutto sulla tesi di Natella e Peduto (6) che sulla scorta del Porfirio (10), affermavano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo e, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli. Pertanto queste terre rivestono una importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26). Il Tancredi (33), cita poi l’Ughelli e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli, e il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano (34):  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice in questione, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale.

Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig. 8) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Per quanto riguarda l’antico codice Cryptense Z D 12 o Z D XII, si consiglia di vedere Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae (…). Per quanto riguarda l’inventario fatto dal Batiffol (…), si veda G. Crocenti (a cura di), ‘L’Abbazia di Rossano. Contributo alla storia della Vaticana’ (trad. it. di P. Batiffol, L’abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris 1891), Longobardi 1986 D’Agostino 1981 E. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Gassisi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale.

I Codici miniati copiati nei monasteri del ‘Mercurion’ del nostro entroterra

Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini. Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”La studiosa Vera von Falkenhausen (…), trando questa interessante notizia dalla ‘Storia Lausiaca’ di Palladius Helenopolitanus (…), sosteneva che “S. Nilo copiava manoscritti”. Infatti, Palladio, (…), scriveva che S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”. S. Nilo, quando si recò nel Monastero di S. Nazario – che il Cappelli (…), aveva individuato in un monastero a Cuccaro Vetere –  e fu tonsurato monaco: “si applicò a scrivere versi, componendo il Kondakion in onore di S. Nilo Sinaita, e alla traduzione di codici. Per il cui continuo esercizio poi nelle verdi solitudini del Mercurion, si riforniva a Rossano, dove solo poteva trovarli, della pergamena e dell’altro materiale necessario al suo lavoro (48). Notizia questa preziosa in quanto ci fornisce una ulteriore conferma che in questa città l’arte calligrafica era nel medioevo assai coltivata.. S. Nilo, aveva iniziato da giovane l’attività di copiatore amanuense calligrafo a Rossano Calabro, dove questa attività era fiorente nei primi del medioevo e poi l’ha proseguita nei monasteri del Cilento dove si fermò dopo essere stato tonsurato monaco. Riguardo la scuola calligrafa nata a S. Giovanni a Piro, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “I Codici miniati dell’anno 1000 copiati nel Monastero di S. Giovanni a Piro”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Gli studiosi – tra cui il Batiffol (…), il Devreesse (…), il Mercati (…), il Borsari (…) ed il Cappelli (…), fanno risalire l’origine di alcuni codici greci, conservati nelle maggiori Biblioteche  d’Italia, scritti proprio dell’Abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro. Si tratta di codici amanuensi, manoscritti e miniati di grande interesse in quanto essi risalgono ad una scuola calligrafica ed amanuense datata all’anno 1000. Gli studi intorno a questi antichissimi codici, se confermati, attesterebbero ed avvalorerebbe l’ipotesi, di una scuola amanuense di Codici miniati a S. Giovanni a Piro che doveva avere nell’X e XI secolo, una fiorente comunità religiosa. Le cittadelle ascetiche e monastiche di origine Italo-greca, erano delle comunità religiose che vivevano in Monasteri o Cenobi (basiliani) che in seguito, nel XI secolo, con l’avvento dei Normanni, si ingrandirono e divennero sempre più prosperi, dando un valido contributo alla povera economia dei luoghi. Considerato il numero e la fattura, questi antichissimi codici miniati, risalenti all’anno 1000, avvalorerebbero la tesi che, nel XI secolo, e forse ancora prima, a S. Giovanni a Piro – forse proprio S. Nilo – aveva dato vita ad una scuola calligrafica di monaci amanuensi che copiavano antichissimi codici greci.

Il Codice Laurenziano XI, 9

Il Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc..“.  Il Cappelli (5), citando un antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il Laurenziano XI, 9, scriveva che fu “copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρονe poi aggiungeva la notazione: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (43) annotava he il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente, che sicuramente deriva dalle varie forme volgari di a Pera, ad Piram, de Piro, a Piro, è proprio da identificare con quello ricco e noto di S. Giovanni a Piro (…). Il quale con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”. Il Cappelli (5), annotava (vedi nota 44 a p. 312), in proposito: “Avevo scritto questa parte del lavoro allorchè ho potuto vedere che anche Devreesse R., op. cit., p. 32, n. 6, ricollega il monastero cui apparteneva questo codice con l’odierno abitato di S. Giovanni a Piro. Devreesse R., op. cit., p. 11, non è però rigorosamente esatto allorchè oltre ad avvicinare cronologicamente il codice Laurenziano XI, 9, al vaticano greco 2030 (v. G. Mercati, op. cit. , pp. 209 ess.) anch’esso scritto nel 1020 da un monaco Marco chierico del monastero di S. Sozonte, nei pressi dell’attuale S. Sosti, pone questo nella medesima S. Giovanni a Piro. S. Giovanni a Piro, ora in Campania rientrava, all’epoca in cui furono scritti i codici, nei territori longobardi, S Sosti in Calabria, invece, in quelli bizantini. Su S. Sozonte v. anche ecc…”.  

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig….) Codice Innocenziano XI, 9, dell’anno 1001, copiato dal monaco Luca per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Un’altro codice greco scritto dal monaco Lucà, sulle omelie di S. Giovanni Crisostomo e che pare sia appartenuto a S. Nilo e forse uscito dalla scuola di Codici miniati che dovveva esistere nei primi anni dell’anno mille nel monastero basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, è il Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000). Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000, la cui scheda bibliografica dice in proposito: itazioni bibliografiche: Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001.” (38).

Il codice da me rintracciato alla Biblioteca dell’Arciginnasio di Bologna

Da una ricerca effettuata, abbiamo rintracciato il codice illustrato nelle immagini di Figg. 5, che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32).  L’antico codice conservato a Bologna (32), è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, leggiamo: Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo.”. (32). Non sappiamo se il Cappelli si riferisse a questo codice quando parlava di un codice dell’anno 1020, copiato per l’igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro, ma di sicuro questo antico codice, conservato a Bologna ed il codice ‘Innocenziano XI, 9’, citato dal Cappelli, dovranno essere ulteriormente indagati.

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(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

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(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

Nel 1575, il Codice Casanatense, n. 1249, del monaco Luca Felice del monastero di S. Pietro di Montesano al Tumusso

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 43, in proposito scriveva che: All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127), ……rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128).”. Il Tortorella, a p. 58, nella nota (128) postillava che: “(128)…A Montesano i Padri di San Basilio continuarono la tradizione di cultura e d’attività spirituale, dal momento che nella seconda metà del Cinquecento l’Archimandrita di Grottaferrata scrisse per i religiosi del ‘Tumusso’ un compendio del ‘Tipicòn’ della casa madre: “Quoniam vero ad hanc bibliothecam reversi sumus, ad manuscripta bombycina recentiora nos gradum facientes in ea Catalogum codicum nostrorum a Luca Felici an. MDLXXV confectum adservari conspeximus sub n. 42 Reginensium Pii II; in bibl. Casanatensi Typici nostri compendium, ab eodem Luca Felici conscriptum ad ursum monachorum Montis-Sani, nunc not. G.4. 14” (A. Rocchi, op. cit., pp. 281-282). Etc…”, che tradotto è: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti cotoni più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici anno 1575 abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Bibbia Il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montesano, non è ormai noto. G.4. 14.”. Il Tortorella, a p. 59, nella nota (128) che: “Il codice, manoscritto numero 1249 della Casanatense, di 156 fogli, elegante esempio di scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Συναξαρια (Sinaxaria), relativi alle feste liturgiche da celebrarsi nel cenobio montesanese. E’ un “Typicon exscriptum ex alio antiquissimo in Carta membranacea quod asservatur in monasterio S. Maria Crypteferratae Ordinis S. Basilii Magni”, come si legge sul primo frontespizio latino. Del redattore è impresso, su un foglio seguente, lo stemma abbadiale e la dicitura, in maiuscola ornata, TOY KYPOY ΛOYKA ΦΗΛΙΚΟC TYBOYPTINOY CHMEION (tu kjiru Luca Filhjikos tivurtinu simnhjio: ‘stemma del signor Luca Felice di Tivoli’). Lo scriba, fedele a un antichissimo uso, al termine della prima parte del lavoro annota una raccomandazione di pietà cristiana per il lettore: Δοτε δοξαν τω θεω τη αγια θεοτοκω και etc…(dhote dhòxa tò Theò, ti Ajia Theotòko kjè aì Parthèno Maria kjè makariotato Patri imon kjè tòn ieròn tàxeon Protopatriarkhji Vasilhjio tò Mnhjeghalo: ‘rendete onore a Dio, alla Santa Madre Schiere di Dio e sempre Vergine Maria e al beatissimo Padre nostro e primo Patriarca delle Sacre Schiere Basilio il Grande’).”. Dunque, il Tortorella, sulla scorta del Rocchi scriveva che il “codice manoscritto numero 1249 della biblioteca Casanatensi”, un codice greco e menbranaceo, elegante con 156 fogli in pergamena, e con una scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Sinissari relativi alle feste liturgiche che si celebravano nell’antico cenobio di Montesano, che a quel tempo apparteneva all’Ordine di San Basilio e quindi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, Abbazia nel Tuscolano fondata da S. Nilo e da S. Bartolomeo Juniore. Dunque, il salmo basiliano riportato dal Tortorella è citato nel testo di A. Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi, Tuscoli, 1893, pp. 281-282.  Questo testo si trova conservato nella biblioteca Casanatense che si trova nell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Il compendio che scrisse l’Archimandrita di Grottaferrata per il monastero di S. Pietro de Tumusso è il seguente: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti cotoni più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici an. Abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Bibbia Il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montis-Sani, non è ormai noto. G.4. 14.”. La Biblioteca Casanatense è da sempre conosciuta come una delle sedi di conservazione e ricerca privilegiate grazie, in particolare, al prezioso fondo dei manoscritti, nato solo in piccolissima parte dall’eredità del cardinale Casanate e formatosi soprattutto per opera di una illuminata e accorta politica degli acquisti dei domenicani specie nell’arco del secolo XVIII. Il fondo abbraccia un arco cronologico che va dal secolo VIII al XX e consta di 6300 volumi circa, dai diversi formati. I suoi contenuti, che ne rendono la connotazione “universale”, rispecchiano fedelmente le 27 classi materie, adottate per la collocazione dei volumi a stampa conservati nel Salone monumentale della Biblioteca. Tra i cimeli noti in tutto il mondo si ricordano: exultet, tacuina sanitatis codici liturgici, testi medico-scientifici, codici orientali ed ebraici, autografi famosi. Sinassario (in greco antico: Συναξάριον?, synaxarion, da συνάγω, synagein, «riunire») è il nome dato dal cristianesimo orientale (Chiesa ortodossa, Chiese ortodosse orientali e Chiese cattoliche orientali) a una collezione di agiografie, assimilabile al menologio della stessa tradizione e al martirologio della Chiesa latina. L’esatta accezione del nome è cambiata nel corso del tempo. In principio era utilizzato per l’indice del lezionario e, in questo senso, corrisponde ai latini capitulare e comes. In seguito il sinassario è stato integrato dell’intero testo delle pericopi da leggere in chiesa. Per come era concepita la Divina liturgia, si riduceva ai libri del Nuovo Testamento. «Sinassario» rimase il titolo per l’indice di altri lezionari. Senza cambiare nome, fu arricchito dai testi completi di questi lezionari, il cui indice è in genere chiamato menologion heortastikon – un libro ormai difficilmente utilizzato, in quanto superato dal Typikon. Alcuni calendari medievali erano chiamati sinassari. Sono descritti, per esempio, quelli redatti da Cristoforo di Mitilene (XI secolo) e Teodoro Prodromo (XII secolo).

Nel 1341, i beni delle Badie minori di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni assegnati alla chiesa di Rivello

Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, in proposito, scriveva che: Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono………Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”Il Laudisio (…), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (50), postillava che:“(50) Ughelli, cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit.,  tomus VII, p. 542:…”. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dipese dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Porfirio (…), a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa citazione del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).“. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”.

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Nel 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

-Mesa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.

  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”.

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Dunque Biagio Cappelli (…), riguardo il monastero di S. Cono di Camerota, scriveva che fu toccato dalla visita Apostolica di Athanasio Calkeopulos, che esso era prossimo a quello di S. Giovanni a Piro, chiamandolo S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), a p. 305, sulla scorta del Minisci (…) e, del Batiffol (…), scriveva che riguardo il monastero di S. Cono a Camerota, vi era una chiesa triabsidata (a tre absidi) e che localmente veniva detta S. Iconio.

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(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149:

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (frontespizio) conservato alla BSMN

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (…), indice dei monasteri visitati

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

Nel 1455, la tassa pagata

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

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(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati, ma anche in questo caso crediamo che le note dell’Ebner siano errate. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Cono de Camerota’. Il Lubin (…), nella sua nota (…), scrive che l’Ughelli (…), parla dell’Abbazia di S. Cono di Camerota, nel suo vol. VII, a p. 940. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Nel 1579, l’“Inventarium bonorum” e la“Tabula generalis omnium rendentium” conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli N. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930 (Archivio Attanasio)

(…) Schlumberger G., L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)

(…) Giannini Paolo Arch., Il Monachesimo basiliano in Italia, stà in ‘AA.VV., Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio)

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

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(…) Borsari Silvano, Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanna, a cura di Biagio Cappelli,  Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, 1963, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, ”L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio); la notizia sul codice Laurenziano XI, 9, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII, pubblicata dal padre Antonio Rocchi.

(…) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

(…) Vera Von Falkenhausen, Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna’, che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (Archivio Attanasio); si veda pure: V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; si veda pure dello stesso autore: Vera Von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 161 ss.

(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974; si veda pure dello stesso autore:  Pertusi Agostino, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2

(…) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(…) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, 1905, pp. 39 e ss.

(…) Rocchi Antonio, La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(…) Agatangelo Romaniello. – Falco D., Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, Napoli, ed. Jannone, 1986

(…) De Montfaucon B., Paleographia graeca, Paris, 1708, si veda p. 431 (Archivio Attanasio)

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (…), si veda p. 19, nota 71

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Pirro Rocco, Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore, Palermo, ed. Mongitore, 1733, vedi vol. I (Archivio digitale Attanasio)

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

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(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

Cozza-Luzi

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio)

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…)(Archivio Storico Attanasio)

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) (Figg….) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg….

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

Gaetani - frontespizio-001

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Rohlfs Gerald, Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII

(…) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915 (Archivio Attanasio)

(….) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295

(…)(Figg…..) Codice Laurenziano XI, 9, illustrato nell’immagine e, citato da Biagio Cappelli, nel suo saggio: “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, che stà in ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957 e, nel saggio op. cit., p……(5), pp. 295 e s.; in particolare il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43). Recentemente, abbiamo chiesto alla Biblioteca Medicea-Laurenziana e Palatina di Firenze ed abbiamo avuto risposta dalla Dr. Scipioni, che ha scritto: “il codice di cui lei parla è in effetti un manoscritto facente parte delle raccolte della Laurenziana: la corretta segnatura è Plut.11.9.”. Collegandoci al sito della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, i codici greci in questione sono quelli del Fondo Plutei. La loro corretta segnatura è Plut. XI. 09, e ve ne sono tantissimi digitalizzati e quindi consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, solo alcuni riguardano alcune omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di Matteo Apostolo. Ad esempio, il Plut. XI.09, datato anno 1001 e 1010, ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro).”. Fra le citazioni bibliografiche, segnaliamo: “Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante ; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi , Spoleto , Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo , 2012 (Studi e ricerche ; 5) , p. 551-605 e 3 cc. di tavv. (FI 100 C. 606 (5))”. Esso è consultabile e scaricabile, collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613558&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up. Si veda pure: Flecchia Mario, La traduzione di Burgundio Pisano delle omelie di S. Giovanni Crisostomo sopra Matteo, ed. Università Cattolica del Sacro Cuore, 1952. 

(Fig….) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (…).

(…) (Fig….) Da una ricerca effettuata, abbiamo rintracciato il codice illustrato nelle immagini di Figg…., che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. L’antico codice conservato a Bologna, , è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda leggiamo: “I titoli e le lettere iniziali delle omelie sono ornati e coloriti in oro, rosso e altri colori. Al testo è premesso un indice di argomenti. Allo scritto furono apposte in vari punti annotazioni in lingua latina del secolo XV e XVI e sul margine superiore della c. 70 alcune parole in lingua ebraica. Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo; reca l’ex libris Cornaro e pervenne in biblioteca attraverso il lascito dell’abate Antonio Magnani. ‘Inventario dei manoscritti della biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna’ (serie A), a cura di Carlo Lucchesi, I, Firenze, Leo S. Olschki, 1924 (Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, a cura di Albano Sorbelli, 1930), p. 9-10. Collocazione: A 1″. L’Abate Antonio Magnani, nel 1811, fece un lascito testamentario al Municipio di Bologna, e quindi alla Biblioteca dell’Arciginnasio che oggi conseerva l’importante Fondo di libri e scritti e materiali di lavoro dell’abate Antonio Magnani, collezionista e bibliofilo, ex gesuita ed ex bibliotecario dell’Istituto delle Scienze di Bologna. Si tratta in particolare di: componimenti in poesia e in prosa (di argomento sacro e profano), appunti di storia, geografia, scienze, fisica, storia dell’arte, prediche, orazioni e conferenze, elogi, traduzioni di opere di Antonio Gallonio, Cicerone e Tertulliano, manoscritti con riflessioni sulla tragedia e sulla commedia, traduzioni di tragedie di Euripide e Sofocle. Sono inoltre presenti carte relative alla Biblioteca comunitativa Magnani, assimilabili a quelle conservate nell’archivio della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (sezione I), con cataloghi di manoscritti e codici, note di spese per lavori al palazzo dell’Archiginnasio, elenchi di libri, avvisi manoscritti e stampati, ed infine scritti in prosa e in versi di Lodovico Tanari databili agli anni 1716-1717. Il codice può essere consultato e catturato, collegandosi al sito:  http://badigit.comune.bologna.it/books/A01/scorri.asp?direction=first.

Codice

(Fig….) Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1.

(….) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(…) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo Mario, Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(…) Sulla vita di S. Nilo, si veda Rocchi Antonio, La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(….) Sul Codice Vaticano greco 2000, si veda pure: Breccia, Gastone, 1962- Dalla “regina delle città”. I manoscritti della donazione di Alessio Comneno a Bartolomeo da Simeri, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 1997 e, Breccia, Gastone, 1962- Alle origini del Patir. Ancora sul viaggio di Bartolomeo da Simeri a Costantinopoli, In Rivista di studi bizantini e neoellenici 1998, ecc…

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli (Archivio Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

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